di Cristian Casali
cronacabianca.eu, 11 luglio 2020
Garavini e Marighelli propongono azioni di monitoraggio per assicurare i contatti, anche telefonici e telematici, tra figli e genitori detenuti. Allo studio anche soluzioni per accogliere in strutture esterne al carcere mamme con bambini piccoli. "Vogliamo dare un contributo reale al benessere delle bambine, dei bambini e degli adulti che vivono le loro relazioni affettive nel corso di una pena o di una misura cautelare: pena che non deve essere scontata dai minori d'età".
Lo hanno dichiarato la Garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza, Clede Maria Garavini, e il Garante delle persone private della libertà personale, Marcello Marighelli, al termine di un incontro dedicato alla genitorialità in carcere, con l'obiettivo di inaugurare un programma sul tema.
A seguito di numerose segnalazioni sulle difficoltà relazionali tra genitori detenuti e figli, in particolare in questa fase emergenziale (anche per le criticità collegate al digital divide), i due garanti hanno messo a punto un progetto rivolto a ricercare soluzioni per tutelare questo tipo di rapporto: a partire dall'anno in corso e per tutto il 2021 saranno realizzate azioni di monitoraggio per assicurare la piena attuazione della normativa europea in materia (che garantisce regolarità e stabilità nei contatti anche telefonici e telematici tra figli e genitori detenuti).
Altro ambito di studio, rivolto agli interlocutori del territorio regionale, riguarderà l'ipotesi di attivare nuove strutture residenziali per l'accoglienza extracarceraria di mamme con bambini, proprio per evitare che siano anche i minori a scontare la pena con i genitori nelle strutture carcerarie. Obiettivo comune, hanno spiegato Garavini e Marighelli, "è evitare che bambine e bambini 'crescano' vivendo periodi più o meno lunghi della loro vita 'dietro le sbarre', seppur in spazi a loro dedicati ma che per il luogo stesso in cui sono collocati non possono essere considerati idonei a una buona crescita". Fra le proposte per il 2021 i garanti risollecitano poi esperienze formative per gli operatori di polizia penitenziaria che si occupano degli incontri in presenza fra genitori e figli.
Gazzetta del Mezzogiorno, 11 luglio 2020
"Sono orgoglioso di quanto sta facendo l'Ateneo per sostenere la formazione universitaria degli ospiti della Casa circondariale di Borgo San Nicola", sottolinea il rettore Fabio Pollice. Tra i neolaureati che, in questi giorni, hanno positivamente concluso il proprio percorso di studio all'Università del Salento, ci sono anche due detenuti del carcere di Lecce, uno in Beni Culturali (indirizzo archeologico) e l'altro in Comunicazione pubblica economica e istituzionale. Altre lauree sono in cantiere per nove detenuti, annuncia l'Ateneo.
"Sono orgoglioso di quanto sta facendo l'Ateneo per sostenere la formazione universitaria degli ospiti della Casa circondariale di Borgo San Nicola", sottolinea il rettore Fabio Pollice: "La cultura è l'arma più efficace per sostenere ogni reintegro possibile nel tessuto sociale. Compito di un Ateneo è valorizzare la persona, mettendone in risalto le qualità distintive e rendendola capace di contribuire allo sviluppo della collettività".
"Risultati di questo tipo non sono scontati", aggiunge la professoressa Maria Mancarella, già docente di Sociologia a UniSalento e oggi Garante dei detenuti di Lecce: "dipende dal carcere e dalle Università - spiega - dalle risorse umane interne e dalla capacità attivare risorse esterne, dalla presenza di una rete di volontari". Tra l'Università del Salento e il Carcere di Lecce c'è "un rapporto di lunga data" che è "un momento fondamentale per la vita delle due istituzioni".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 luglio 2020
"Mia figlia di 22 mesi ha uno sguardo assente, ha un blocco del linguaggio e psico-motorio. Dopo mesi di visite abbiamo scoperto che il motivo è il distacco del papà dal momento che è stato prelevato alle 3 di notte quando lei era presente". Così racconta a Il Dubbio Loredana Ursino la sua vicissitudine. Una storia, una delle tante, dove a essere travolti dal carcere non sono solo coloro che hanno commesso un reato, ma anche i familiari, soprattutto i figli piccoli, che pagano per colpe non loro.
Grazie al bellissimo docu-film "Caine" della giornalista Amalia De Simone recentemente trasmesso da Rai Tre si è potuto parlare delle donne in carcere. Però poi ci sono anche compagne, mogli, alcune giovanissime, dove tutto ciò che la detenzione comporta non viene vissuto solo dal proprio caro recluso, ma anche da loro. La situazione diventa decisamente più problematica e sofferente se hanno anche dei figli piccoli. E sono quest'ultimi a pagare ancora di più la detenzione dei padri. In alcuni casi possono vivere dei veri e propri traumi che hanno delle conseguenze devastanti sul loro equilibrio psichico. Tutto ciò si è amplificato ancora di più a causa dell'emergenza Covid 19. Il distacco, a causa del divieto di potersi abbracciare durante il colloquio, è totalizzante.
"Ho scelto io di stare con il mio compagno, quindi non mi sento vittima. Ma mia figlia no, non l'ha scelto lei, ed è ingiusto che la debba pagare così cara", spiega Loredana Ursino a Il Dubbio. Lei, 26enne, ha due figli. Uno di pochi mesi, l'altra di quasi due anni, il suo compagno Marco Venuti ne ha 28 anni. "Quando sette mesi fa, alle 3 di notte fecero irruzione 15 agenti della polizia nell'appartamento dei miei genitori dove eravamo quella notte ospiti, io ero incinta e mia figlia di un anno e mezzo improvvisamente ha cominciato a piangere, ma di un pianto che ancora oggi ricordo. Era come se lei si fosse fatta male". Il giorno prima il compagno aveva tentato di compiere una rapina in un supermercato assieme ad altri quattro complici. Non ci riuscirono, ma in compenso sono stati ripresi dalle telecamere e per questo non è stato difficile identificarli e arrestarli di notte.
L'irruzione della polizia nel cuore della notte - Loredana racconta il dramma di quella notte, quando la polizia aveva dimostrato la convinzione - rilevatasi errata - che addirittura i suoi genitori fossero complici. "Una situazione surreale, ebbero un battibecco pure con mio padre che disse semplicemente di lasciarmi sola per potermi cambiare. Rivoltarono di cima a fondo tutto l'appartamento e addirittura ipotizzarono la complicità dei miei".
Resta il fatto che quella notte il suo compagno fu portato prima alla questura di Reggio Calabria, per poi tradurlo direttamente nel carcere reggino di Arghillà. Il mondo, all'improvviso le è crollato addosso. Rimane da sola, incinta, con una figlia piccola. Nonostante la difficoltà, economica, e la solitudine, lei si è rimboccata le maniche per affrontare il disagio. Ma non è facile. "Dirò una cosa che fa male sentirlo, ma mi creda - racconta Loredana - è tremendo dirlo e soprattutto provarlo. Ho partorito da sola in ospedale e la nascita di mio figlio è stata la cosa più brutta della mia vita". Loredana è entrata in sala parto con la speranza che il dottore chiamasse in tempo il carcere per dire al suo compagno che è diventato papà. "Ho avuto - rivela con dolore - una forte depressione post parto, che poi fortunatamente sono riuscita a superare".
Smette di parlare e lo sguardo assente - Il destino a volte è crudele. Non di rado accade che le sventure capitino tutte insieme. Una scarica di colpi che rialzarsi diventa una impresa epica. Subito dopo, infatti, è arrivato il lockdown. Chi ha un lavoro sicuro, affetti stabili, ha potuto dire con sicurezza e con sorriso "Restiamo a casa". Ma tante vite, in quel momento difficile, sono state travolte e hanno attraversato il buio più totale. "Come sappiamo - racconta sempre Loredana-, per colpa del Covid hanno bloccato i colloqui in carcere e mia figlia ha cominciato a dare segni di instabilità. Inizialmente ha cominciato a dare problemi di deambulazione, cadeva molto spesso sia da ferma che quando camminava. Poi anche problemi di linguaggio. Prima che venisse arrestato il mio compagno, mia figlia aveva cominciato a parlare, poi ha improvvisamente smesso". Si è pensato che fossero capricci, ma la situazione ha cominciato a diventare seria. "Alla fine l'ho portata a fare delle visite. Fisicamente, per fortuna, è risultato che non ha nessun problema. Ma la psicoterapeuta ha diagnosticato che il suo disagio è mentale. Ha spiegato che mia figlia ha subito il distacco involontario dal padre e la presenza di un altro bimbo". In sostanza la bimba di quasi due anni ha subito due shock contemporaneamente. A questo si è aggiunto il blocco dei colloqui. Prima almeno, poteva abbracciare suo padre durante i colloqui. Poi improvvisamente il distacco totale. "Ha cominciato anche ad avere delle assenze, ci sono dei momenti che fissa il vuoto e non risponde alle chiamate".
Il parere negativo del pm - Ora nelle carceri c'è la fase due, ma i bimbi non possono tuttora abbracciare i padri. "Teoricamente posso portarla ai colloqui, ma a due metri di distanza e c'è il divieto di contatto. Non posso portarla - spiega Loredana - perché mia figlia istintivamente correrebbe per abbracciarlo e non posso negarglielo perché diventerebbe un ulteriore trauma". Ovviamente non può portarla, perché il compagno poi subirebbe una sanzione disciplinare che comporterebbe 15 giorni di isolamento.
La psicoterapeuta è stata chiara con Loredana, la figlia ha subito un trauma così enorme che "si rifiuta di crescere senza suo padre". Ma, come detto, le sventure possono capitare tutte insieme. Accade che suo figlio di pochi mesi si era preso una grave polmonite arrivando quasi in fin di vita all'ospedale. "I medici mi hanno detto che era il caso di far venire il padre per salutare il bambino, perché probabilmente non ce la farà". A quel punto ha fatto subito istanza. "Il giudice ha concesso la visita, ma la cosa che mi fa più male - dice con incredulità Loredana - è aver letto che il Pm aveva dato parere negativo".
Eppure ha commesso una tentata rapina, non ci si capacita come mai il magistrato lo avesse reputato così pericoloso, tanto da volergli negare un ultimo saluto al figlio piccolo. Fortunatamente il bimbo si è ripreso. Però rimane tutta questa insostenibile situazione. Il compagno è da sette mesi in custodia cautelare, il processo dovrebbe iniziare a settembre. Il Pm ha chiesto 10 anni per una tentata rapina. Una pena, forse, spropositata. Che ne sarà della figlia di due anni? Loredana ha paura nel fare una istanza per i domiciliari mettendo come motivazione la necessità della figlia. "Io non vorrei - spiega Loredana - che il giudice la respingesse dicendo che mia figlia in realtà sta bene e può farcela da sola, non me lo perdonerei mai, sarebbe un colpo atroce difficile da attutire".
Il compagno, Marco Venuti, come detto si trova recluso al carcere di Arghillà. Durante il periodo Covid 19 ha avuto un ruolo fondamentale per la tenuta del carcere. A differenza di tanti altri penitenziari, non c'è stata una rivolta. Lui si era proposto per sensibilizzare tutti i detenuti della sezione sulla necessità della chiusura colloqui onde evitare la diffusione del contagio. Ha funzionato. "In realtà il mio compagno - dice Loredana - è una persona buona, molti che lo conoscono sono rimasti sorpresi. Non voglio giustificarlo, perché ciò che ha fatto non glielo perdonerò mai, ma credo che abbia tentato di fare una rapina perché avevamo difficoltà economiche, con una figlia e un bambino in arrivo". Nulla si giustifica, ma le autorità possono rimanere indifferenti nei confronti di una bambina di quasi due anni che sta duramente pagando una colpa non sua? Storie come queste sono frequenti.
edizionecaserta.net, 11 luglio 2020
Concluso il corso di operai edili per sei detenuti del carcere di Arienzo ai quali la direttrice Anna Laura De Fusco ha consegnato gli attestati. Una formazione di 120 ore con l'obiettivo di formare un lavoratore in grado di eseguire la preparazione di malte, collanti e calcestruzzo, l'intonacatura e altre operazioni. Si è trattato di un corso accreditato anche dalla regione.
Grande emozione per tutti, in particolare un detenuto si è messa a piangere e ha detto che mai aveva avuto una cosa del genere. Al termine di questo corso gli stessi quindi sono operai e possono potranno tranquillamente procedere alla riqualificazione delle sezioni. Un progetto di recupero molto significativo per il carcere arienzano.
di Andrea Ugolini
urloweb.com, 11 luglio 2020
Un ristorante e un laboratorio di panificazione, sono queste le nuove frontiere del reinserimento. "Il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti è l'educazione". Così si esprimeva 250 anni fa l'illuminista milanese Cesare Beccaria nel suo capolavoro "Dei delitti e delle pene", con parole che, nel pieno dell'odierno populismo antiistituzionale e antiscientifico, possono suonare rivoluzionarie. Un'affermazione per costruire una società più giusta, tanto nitida da essere ripresa dall'articolo 27 della nostra Costituzione per cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e che per fortuna ha cominciato ad ispirare buoni esempi di reinserimento sociale dei detenuti.
In Galera è uno dei casi virtuosi, si tratta infatti del primo ed unico ristorante in Italia, realizzato in un carcere, aperto al pubblico sia a mezzogiorno che alla sera, in cui lavorano gli ospiti del carcere di Bollate detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti, dove imparano o hanno già imparato la lavorazione dei cibi e sanno sorprendere i clienti con ricette esclusive e ben fatte.
Come si legge nel sito internet www.ingalera.it, il ristorante nasce per offrire ai carcerati, regolarmente assunti, la possibilità di riappropriarsi o apprendere la cultura del lavoro, un percorso di formazione professionale e responsabilizzazione, mettendoli in rapporto con il mercato, il mondo del lavoro e la società civile. Inoltre, grazie alla sezione carceraria dell'Istituto Alberghiero Paolo Frisi di Milano presente nella II Casa di Reclusione Milano Bollate, i detenuti studenti possono svolgere InGalera lo stage obbligatorio per il conseguimento del diploma alberghiero.
Responsabile dell'iniziativa è Silvia Polleri della cooperativa Abc, che dal 2004 ha iniziato a coinvolgere i detenuti in servizi di catering e avviandoli ad una formazione specializzata, con la collaborazione dell'Istituto alberghiero Paolo Frisi, che ha una succursale dentro il carcere. Un progetto formativo di lungo corso, che con In-Galera è giunto a compimento, anche grazie al supporto di PwC (network di servizi di revisione e consulenza legale e fiscale), di Fondazione Cariplo e Fondazione Peppino Vismara. "Di solito il carcere chiede servizi al territorio - ha osservato Polleri - mentre da noi accade il contrario: i detenuti invitano i cittadini ad entrare, e a godere di un servizio altamente qualificato. È un'opportunità per tutti, sia sotto il profilo sociale che economico". La formula sembra funzionare: in Italia il 68 per cento degli ex detenuti torna a delinquere, mentre a Bollate il tasso di recidiva scende ampiamente sotto il 20 per cento. Una percentuale che allinea la struttura alle carceri più virtuose del nord Europa.
Il pane non deve finire mai, né per chi lo mangia, né per chi lo produce. La terza casa circondariale di Roma Rebibbia ha voluto lanciare una provocazione positiva, a partire dal nome, proprio giocando con le parole "fine pena mai", usate per indicare l'ergastolo. Ad aprile 2017 è stata inaugurata, in via Bartolo Longo 82, tra le mura del carcere, "La Terza bottega: fine pane mai", in cui lavorano 8 panificatori detenuti con regolare contratto di lavoro, in parte italiani e in parte stranieri, età compresa tra i 20 e i 40 anni, ma la struttura ha la potenzialità per arrivare a 20 unità. L'iniziativa, nata nel 2012 per un costo complessivo di oltre 2 milioni di euro, è stata finanziata con 800mila euro della Cassa delle ammende del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Il resto grazie ad un cofinanziamento con Panifici Lariano e Farchioni Olii, che pagano gli stipendi, le materie prime ed hanno completamente allestito il punto vendita.
Un punto vendita al pubblico che serve ad accorciare le distanze tra il quartiere e chi è dentro le mura. Perché anche il carcere diventi un "luogo piacevole" da frequentare per le bontà che produce. Il progetto ha impiegato più di 2 anni e mezzo per realizzarsi, a causa delle difficoltà burocratiche e amministrative, proprio perché si trattava materialmente di aprire un varco sulle mura di Rebibbia e utilizzare la stanza a ridosso per il punto vendita. I detenuti hanno cominciato a lavorare dopo "aver frequentato per sei mesi un corso per panificatori e poi i successivi aggiornamenti", ha spiegato suor Primetta Antolini, della Congregazione Francescane Alcantarine, nata per istruire le giovani povere ed orfane.
Umbra di Castiglion del Lago, suor Primetta ha scoperto negli ultimi vent'anni il mondo del carcere e dal 2014 ha iniziato a fare volontariato alla terza casa circondariale maschile di Rebibbia, con 35 detenuti con pene attenuate o con lunga pena. Con la sua associazione "Mandorlo in fiore" ha fortemente creduto in questo progetto. "Gli ostacoli sono stati tanti, in certi momenti i ragazzi avevano perso le speranze - ha spiegato - invece, grazie ai dirigenti del carcere e a un imprenditore illuminato ce l'abbiamo fatta".
Tutti hanno diritto ad un percorso di rinascita per riprendersi la vita e "noi vogliamo farci cercare per le cose buone e avvicinare la gente del quartiere a queste mura di cinta, per annullare le distanze tra buoni e cattivi", ha spiegato il coordinatore del progetto Claudio Piunti, che il carcere lo conosce bene. Ex appartenente alle Brigate Rosse, condannato a 32 anni, è stato rilasciato per buona condotta e dal 2005 opera come cuoco, puntando sulla qualità dei prodotti come punto di forza della panetteria e gastronomia, che utilizza, tra l'altro, materie prime biologiche e grani antichi siciliani: "Perché il futuro sta nel passato - ha sostenuto Piunti - e il lavoro è l'unica strada che può funzionare in carcere".
di Elisa Giraud
Il Gazzettino, 11 luglio 2020
Rabbia, sofferenza, disincanto. Ma anche speranza e sogni. Quelli dei ragazzi aPIEDElibro, il progetto condotto dalla Cooperativa sociale Itaca, che a Treviso ha coinvolto diciotto giovani tra i 14 e i 25 anni detenuti nell'Istituto Penale per i Minorenni trevigiano. L'iniziativa rientra nell'ambito di Ti Leggo - Le frontiere della lettura negli istituti penitenziari minorili, un progetto di Fondazione Treccani Cultura con il contributo di Siae, che in Italia ha visto la partecipazione di cinque carceri per minori, tra i quali appunto quello trevigiano.
aPIEDElibro strategie creative di sopravvivenza alla lettura è un laboratorio che si è svolto nell'istituto trevigiano tra dicembre 2019 e febbraio 2020, e ha consentito, attraverso le operatrici di Itaca, di offrire un'opportunità di lettura ai giovani che andasse oltre, nella direzione di sperimentare emozioni e sentimenti attraverso i libri, la lettura e la scrittura.
"Gli amici sono come cani che ti seguono quando sentono odore di crocchette ha scritto uno dei ragazzi -. Te ne accorgi dei veri amici quando sei in ospedale o in carcere. Come me ne sono accorto io. Tranne uno che all'inizio lo calcolavo come uno degli altri cani. Ma mi sono sbagliato perché mi sta accanto anche se sono tra le sbarre e non vede l'ora di abbracciarmi forte". "Se hai capito, bene, se no, fallo da solo. E poi io...ero considerato un perdente per loro, uno stupido, quindi ero come insistente. Che noia che mi dava! E quanto odio provo, se non mi avessero trattato così forse non sarei quello che sono ora".
Durante gli incontri con i giovani detenuti sono stati affrontati temi come l'amore, l'amicizia, la scuola utilizzando i libri, le immagini, la lettura ad alta voce e la scrittura autobiografica. L'équipe di Itaca ha utilizzato approcci diversi da quelli scolastici e tradizionali. "Pensiamo che l'amore per la letteratura e la lettura passi attraverso l'esperienza dell'ascolto delle storie - affermano Mariagrazia Antoniazzi e Cecilia Zuppini, educatrici della Cooperativa Itaca -. Passaggi nei quali potersi riconoscere, parole che aiutano ad esprimere qualcosa che non si riesce a dire, racconti di vite che risuonano come sguardi ulteriori e occasioni per immaginarsi anche esperienze di vita diverse dalla propria". Il materiale prodotto nel corso del laboratorio sarà raccolto in una pubblicazione, inoltre l'artista Mattia Campo Dall'Orto ne farà un libro d'artista e tre murales.
di Lucia Gottardello
lavitadelpopolo.it, 11 luglio 2020
Ebbene sì. C'è anche chi tra le possibili destinazioni mette una crocetta per andare a insegnare in carcere. Tra di loro Roberta Dudan, trevigiana, per un periodo collega alla Vita del popolo e poi giornalista nell'Ufficio stampa di Koinè Comunicazione prima di dedicarsi, davvero anima e cuore, all'insegnamento. "Con la fine di questo strano anno scolastico ha termine anche la mia esperienza come insegnante in carcere", afferma raccontando questi 12 anni.
Ebbene sì. C'è anche chi tra le possibili destinazioni mette una crocetta per andare a insegnare in carcere. Tra di loro Roberta Dudan, trevigiana, per un periodo collega alla Vita del popolo e poi giornalista nell'Ufficio stampa di Koinè Comunicazione prima di dedicarsi, davvero anima e cuore, all'insegnamento. "Con la fine di questo strano anno scolastico ha termine anche la mia esperienza come insegnante in carcere, iniziata nel 2007.
Dodici, anzi quasi 13 anni in un ambiente molto particolare, anni intensi e difficili, che ho vissuto con entusiasmo, anni ricchi di incontri: dal personale ai detenuti, tutti mi hanno lasciato un segno. In questi anni credo di aver dato qualcosa, ma più di tutto ho ricevuto" ha scritto in un post sul suo profilo Facebook. L'abbiamo contattata mentre si sta godendo le meritate ferie con la sua famiglia, dopo la soddisfazione di vedere arrivare al diploma di terza media sette corsisti del Cpia Alberto Manzi, guidato dall'attenta dirigente Michela Busatto.
È tanto diverso insegnare in carcere? Come ci si avvicina a questo luogo?
Ho varcato i cancelli della Casa circondariale di Santa Bona come insegnante il 1° settembre del 2007. Era però un luogo che conoscevo per averlo frequentato come giornalista. Non ti abitui mai, comunque, alle porte che si chiudono dietro di te e alla visione di detenuti in manette. Ci sono regole da seguire e abitudini che devi imparare a conoscere. Negli ultimi due anni ho svolto il ruolo di coordinatrice e ai nuovi colleghi consigliavo sempre di prendersi tempo per osservare e ascoltare.
Quali corsi vengono offerti alla popolazione detenuta?
I Cpia (Centri provinciali per l'Istruzione degli adulti) che hanno preso il posto nell'anno 2014/2015 dei vecchi centri territoriali permanenti (Ctp) offrono corsi di alfabetizzazione, corsi di primo livello primo periodo per acquisire il diploma di scuola media e relativi corsi preparatori. E poi corsi primo livello, secondo periodo, che sarebbero 800 ore equivalenti al biennio superiore con materie generaliste, come italiano, storia, scienza, matematica, lingua inglese, per potersi iscrivere a un tecnico professionale. E poi ci sono corsi di lingua e informatica come ampliamento dell'offerta formativa. Quest'anno eravamo otto insegnanti.
Com'è la frequenza, sono i detenuti che chiedono di partecipare ai corsi?
Sì, è un diritto di cui possono usufruire. Rientra nel percorso di riabilitazione del detenuto. Nella scuola media erano 13 e 7 hanno, con tutte le difficoltà di quest'anno scolastico, conseguito il diploma. Nel primo livello, secondo periodo erano di più, una quarantina divisi tra le due sezioni, quella del penale, dove c'è un vero polo scolastico con 4 aule e 2 lavagne lim e quella del giudiziario, dove facciamo lezioni in celle adibite ad aule o a biblioteca. E poi 4 corsi di lingua A1 con 20 persone circa e 2 corsi di lingua A2 per circa 10 persone. A cui si aggiungono svariati corsi di inglese e informatica, corsi brevi di 30 ore. In questo periodo in cui non si è potuto entrare in carcere per il problema del virus abbiamo fornito fotocopie e fatto delle videochiamate con Skype per rimanere vicini ai nostri studenti e prepararli all'esame di terza media. Un po' come hanno fatto tutti gli insegnanti.
Che tipo di relazione si instaura tra voi e questi alunni particolari?
È proprio la relazione il centro del nostro lavoro che fa in modo che una persona detenuta decida di venire a scuola. Con tutte le difficoltà e gli alti e bassi. Persone che sospendono per un periodo la frequenza, c'è chi apprende una brutta notizia e va in crisi, chi viene inserito nel lavoro e quindi la scuola passa in secondo piano, deve essere fatta in un orario extra, dalle 17,30 alle 18,30. E' un gruppo agguerrito, questo, perché non è semplice stare sui libri dopo una giornata di lavoro. Certo, ti mettono alla prova come insegnanti, l'importante per noi è essere autentici. Posso sicuramene dire che la scuola in carcere è stata per me un arricchimento non solo professionale, ma anche e soprattutto umano.
Conoscete le storie personali di chi avete di fronte, il motivo per cui sono detenuti?
Non siamo tenuti a saperle. A volte lo sappiamo perché sono loro a raccontarcelo o perché lo abbiamo letto nei giornali. Noi ascoltiamo, accogliamo senza giudicare, siamo pronti a cambiare piano di studi se quello previsto non funziona, stimolando la loro curiosità e partendo dalla loro storia anche personale. In carcere si impara che si può cambiare, che ci sono possibilità di recupero, e a volte il recupero avviene, ed è veramente motivo di gioia. Ho sperimentato come la scuola offra occasione per riconquistare la propria dignità, per superare i fallimenti passati, per tirare fuori lati di sé accantonati. Personalmente se c'è da riprenderli, li riprendo, se c'è da incoraggiarli, li incoraggio. Come si fa con tutti gli studenti.
Ci sono corsisti che ti hanno sorpreso o che ti sono rimasti nel cuore?
Ho conosciuto corsisti che hanno letto e scritto molto, con competenze. Vorrei ricordare in particolare una persona che porto sempre come esempio, cambiato tantissimo anche grazie alla scuola, partendo da una situazione di alfabetizzazione bassissima. Aveva dei figli e voleva dar loro il buon esempio. È riuscito a completare con tanta volontà anche il percorso dei due anni delle superiori. Oggi non c'è più, aveva problemi di salute che non ha superato. Ma il suo esempio è uno stimolo per tutti i corsisti e anche per i miei colleghi insegnanti.
Il gruppo degli insegnanti deve essere necessariamente unito, immagino...
Certo, la realtà che affrontiamo è particolare e l'armonia tra noi è il nostro punto di forza. Ho avuto colleghi e colleghe magnifici, docenti che credono in ciò che fanno e lo fanno con passione. Come vorrei ricordare gli educatori e gli agenti che in carcere ci aiutano con la scuola. E i promotori di progetti particolari come, dal 2016/2017, il teatro fatto con Mirko Artuso e Bruno Lovadina, insieme alla Fondazione Benetton, che ha permesso ad alcuni detenuti di portare il loro testo teatrale fuori dalle mura carcerarie. Ora per me è tempo di dedicarmi ad altre avventure professionali, insegnerò al Besta. Ma questa esperienza è nel mio cuore.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 11 luglio 2020
Fare orecchie da mercante è un esercizio antico e ben noto alla diplomazia internazionale, ma il livello raggiunto in queste ore dal Dipartimento di Stato Usa stabilisce parametri tanto avanzati che gli altri concorrenti avranno difficoltà a raggiungerli.
Fare orecchie da mercante è un esercizio antico e ben noto alla diplomazia internazionale, ma il livello raggiunto in queste ore dal Dipartimento di Stato Usa stabilisce parametri tanto avanzati che gli altri concorrenti avranno difficoltà a raggiungerli. Parliamo di armamenti nucleari intercontinentali, e converrà seguire uno schematico riassunto dei fatti. Primo, Stati Uniti e Russia devono decidere se vogliono prolungare di cinque anni il loro trattato bilaterale New Start, l'ultimo esistente, che in caso contrario scadrà in febbraio. Secondo, le due parti si incontrano a Vienna il mese scorso e fanno pochi progressi, anche perché gli Usa ribadiscono di voler coinvolgere la Cina in questa come in altre future trattative sulla limitazione degli arsenali atomici. Terzo, Pechino prende atto del ripetuto auspicio Usa e risponde, ieri l'altro, che la Cina parteciperebbe volentieri se prima l'America accettasse di far scendere i suoi arsenali al livello attuale di quelli cinesi, vale a dire di circa venti volte. Un no cortese ma inequivocabile. Quarto, gli Usa fanno finta che Pechino abbia detto sì, e si compiacciono dell'"impegno" cinese a partecipare suggerendo un primo abboccamento tra le due parti. Quinto, il cinese Fu Cong resta a bocca aperta, l'americano Marshall Billingslea lo invita comunque a Vienna, e il russo Lavrov torna ieri al sodo, dicendosi pessimista sul salvataggio del New Start e denunciando l'aumento dei pericoli di scontri nucleari.
Siamo al solito balletto pre-elettorale di Donald Trump, oppure esiste davvero la possibilità che la Cina stringa almeno formalmente una mano tesa degli Usa rarissima di questi tempi? Non lo sappiamo ancora, ma sappiamo che in questo gioco sull'orlo del precipizio atomico le parole che dovremmo tenere a mente sono soltanto quelle di Lavrov.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 11 luglio 2020
Tra i partiti della maggioranza si trascina la discussione sul destino dei decreti che ancora ci si ostina a chiamare "sicurezza". Una delle norme in essi contenute viene riconosciuta contraria alla Costituzione da una sentenza della Corte costituzionale.
Si tratta della norma secondo la quale il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non costituisce titolo per l'iscrizione anagrafica e quindi impedisce allo straniero richiedente asilo di iscriversi alla anagrafe dei residenti in un Comune. Il motivo della incostituzionalità è dalla Corte identificato nella irragionevolezza e nella conseguente violazione del diritto alla eguaglianza, che può essere derogato solo quando sia funzionale a uno scopo legittimo.
Irragionevole è la norma rispetto al dichiarato scopo di controllo del territorio e discriminatorio rispetto a tutto ciò che è reso possibile dalla iscrizione alla anagrafe nella vita pratica delle persone. Non quindi un vizio di dettaglio tecnico-giuridico, ma violazione della norma che è nel cuore della Costituzione: eguaglianza tra le persone e obbligo di ragionevolezza per ogni differenziazione.
Se si tiene conto del significato civile della iscrizione alla anagrafe del Comune, prima ancora delle sue conseguenze concrete, si trattava di una inutile cattiveria, voluta dal governo precedente a questo e che la nuova maggioranza che sostiene il nuovo non è riuscita a eliminare. Con il riconoscimento della irragionevolezza del divieto introdotto dai decreti "sicurezza" risulta chiaro che non si trattava della intenzione di aumentare la sicurezza sul territorio, ma proprio di una discriminazione su cui si fondava il messaggio politico che si voleva lanciare.
La logica del "noi", che contiamo tra i residenti nel nostro Comune, e "loro", che non vogliamo. Chi non è iscritto alla anagrafe non può ottenere la carta di identità, non ha accesso alle prestazioni sociali offerte dai Comuni ai bisognosi, non può aprire una partita Iva, né ottenere la dichiarazione Isee con la conseguente esclusione dalle prestazioni sociali agevolate che ne possono derivare, non può ottenere la patente di guida che spesso è indispensabile per lavorare, non può far decorrere da una data certa i termini per accedere alla edilizia popolare o per ottenere la cittadinanza. E tutto ciò nonostante abbia regolare permesso di soggiorno in quanto richiedente asilo. Si tratta quindi di soggiornanti regolari sul territorio, che la legge, invece di registrarli riconoscendone l'esistenza nei luoghi in cui vivono e così farli emergere, respingeva in una semi-clandestinità. La paralisi, che da mesi impedisce ai partiti della maggioranza di governo di riformare le norme introdotte dai decreti "sicurezza", contraddice le dichiarazioni fatte al momento della formazione di questo governo.
Sembrava che la nuova maggioranza con il Pd volesse segnare una seria discontinuità. Ma i 5 Stelle avevano approvato quei decreti quando erano al governo con la Lega, sempre con Conte presidente del Consiglio. E il timore di accrescere lo slittamento di loro parlamentari ed elettori verso i confinanti partiti della destra ha fino a ora impedito ogni riforma. In ogni caso si parla ora di modifiche minimali.
Ci si accontenterebbe di seguire le indicazioni date dal Presidente della Repubblica al momento della emanazione dei decreti: minime e insignificanti rispetto al tema della condizione degli stranieri. Si vorrebbe così far credere che si sono fatte modifiche, lasciando però intatta la sostanza. Sarebbe una finzione utile solo alla propaganda. Intanto tocca ai giudici fare valere la Costituzione e con essa la ragionevolezza.
Questa volta la decisione viene dalla Corte costituzionale. Ma, per la procedura che nel sistema italiano introduce le cause davanti alla Corte, prima di essa sono intervenuti i giudici ordinari dei Tribunali di Milano, Ancona e Salerno. I Tribunali hanno ritenuto che quella norma potesse confliggere con la Costituzione e hanno sollevato le eccezioni di costituzionalità che ora la Corte costituzionale ha accolto.
E prima delle ordinanze dei Tribunali vi è stata l'opera degli avvocati delle persone che ricorrevano ai giudici contro il rifiuto dei Comuni di registrarli alla anagrafe. Si tratta di avvocati specializzati, questa volta nella materia dell'asilo e della protezione umanitaria, esponenti della Associazione di studi giuridici sulla immigrazione, che fa parte di una pluralità di associazioni analoghe.
La decisione della Corte costituzionale è importante e decisiva naturalmente, ma essa non sarebbe stata possibile se la società civile non fosse reattiva e non si organizzasse per ottenere legalità dai Tribunali e dalla Corte costituzionale: istituzioni di garanzia che la nostra Costituzione assicura, anche contro gli abusi dei governi e delle maggioranze parlamentari.
di Elena G. Polidori
Il Giorno, 11 luglio 2020
Il Pd spinge per cambiarli, ma i Cinquestelle non sono d'accordo: "Lavorare per una riforma più organica del sistema di accoglienza". Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha giudicato illegittima una parte del cosiddetto "decreto sicurezza 1", la prima delle due leggi sull'immigrazione promosse da Matteo Salvini, si torna a parlare di un cambio dei decreti da parte del governo, come del resto il Pd ha promesso ai suoi elettori fin dall'inizio del secondo governo Conte, ma come - invece - non è mai stato promesso dai 5 Stelle. La cui linea, al massimo, è stata di sostenere che i decreti andassero modificati solo per accogliere i rilievi sollevati dal Capo dello Stato, ma nulla di più.
Ora, però, è arrivata la spallata della Consulta e la situazione, almeno per il Pd, appare "non più rinviabile", mentre il Movimento continua a rimandare sulla possibilità di trovare un accordo di modifica, casomai avendo come base di partenza il testo elaborato dalla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese. Ieri Giuseppe Brescia - presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, da dove inizierà l'iter legislativo del nuovo decreto - ha spiegato che il M5s ha convinto il Pd a rinviare ancora la sua approvazione, stavolta a settembre, perché "ci sono già troppi provvedimenti prima dell'estate". E sempre Brescia ha svelato che i grillini non sarebbero mai stati davvero d'accordo con le norme del decreto, salvo dimostrare il contrario restando in silenzio e appiattendosi sulle posizioni leghiste nel primo governo Conte.
Val la pena ricordare che durante tutto il procedimento di conversione dei decreti sicurezza, nessuno dei parlamentari grillini sollevò alcuna obiezione sulla legittimità costituzionale o sull'efficacia e la coerenza di quel provvedimento rispetto agli obiettivi dichiarati. E quelli che lo fecero furono espulsi. Per questo, ancora oggi e nonostante la Consulta, il Movimento non vuole cambiare i decreti, sia perché sono stati approvati e difesi più volte durante il primo governo Conte, con il premier stesso che all'epoca non mosse un muscolo per opporsi a Salvini, sia perché sull'immigrazione hanno posizioni più a destra del Pd: Luigi Di Maio, non a caso, è considerato l'inventore della definizione di "taxi del mare" per descrivere il lavoro delle ong.
Adesso, dunque, che accadrà? Il testo Lamorgese non piace ai vertici stellati; ci sono interi 'blocchi' dell'articolato formulato dalla ministra dell'Interno che il M5s respinge, trincerandosi dietro un parere contrario "perché bisogna lavorare - questa la linea interna al Movimento - per una riforma più organica del sistema di accoglienza".
Insomma, un no. Motivato soprattutto dalla necessità di non mettere in scena l'ennesimo voltafaccia su un fronte su cui anche Conte, all'epoca, si espose facendo mettere la fiducia in Parlamento su entrambi i testi firmati da Salvini. L'articolato su cui il Pd vorrebbe raggiungere un accordo parla esplicitamente di una sostanziale riduzione delle multe per le ong - da un milione di euro a 10mila - il ritorno degli Sprar, l'ampliamento delle forme di protezione per bilanciare l'assenza del permesso di soggiorno per motivi umanitari, e il dimezzamento dei tempi massimi di detenzione nei Centri per il rimpatrio, che i "decreti sicurezza" avevano fissato in 180 giorni. E nulla di tutto questo piace ai grillini.
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