di Giancristiano Desiderio
Corriere del Mezzogiorno, 11 luglio 2020
Come puoi dirti innocente se nemmeno conosci la norma che hai violato? Questo è il terribile interrogativo kafkiano che riassume l'angoscia di chi, pur consapevole della correttezza e dell'onestà con cui ha agito, si ritrova improvvisamente nelle condizioni di indagato, di incarcerato, di imputato. Un mondo capovolto, diabolico e assurdo, in cui la pena precede la colpa. Era il 1996 quando Roberto Racinaro pubblicava con la Liberilibri di Aldo Canovari "La giustizia virtuosa. Manualetto del detenuto dilettante": un testo "esemplare" per capire alla maniera di Hegel, il filosofo prediletto di Racinaro, il nostro tempo in cui gli errori degli "giustizia virtuosa" sono davvero impressionanti: dal 1992 al 2018 ci sono stati 27.200 casi di ingiusta detenzione, 1007 ogni anno. In Italia ogni giorno tre persone finiscono in galera senza aver commesso alcun reato.
Roberto Racinaro, che fu arrestato la mattina del 2 giugno 1995 quando ricopriva la carica di rettore dell'università di Salerno, è davvero un "testimone e interprete del tempo", come recita il sottotitolo del volume pubblicato da Editoriale scientifica che, curato da Domenico Taranto, gli è stato dedicato, Tra logos e pathos, con i contributi di amici ed allievi come Biagio De Giovanni, Gian Paolo Cammarota, Vittorio Dini, Melissa Giannetta, Giovanni Verde, Ciriaco De Mita, Generoso Picone, Vincenzo Siniscalchi, Mariano Ragusa, Giovanni D'Avenia. Al lettore, però, consiglierei di iniziare la lettura del libro dalla fine con la testimonianza di Annamaria Magini, la moglie di Racinaro, che racconta La mia vita con Roberto in modo, insieme, sentito e rigoroso. È l'alba quando suonano a casa dei Racinaro. Risponde Annamaria: "È il maresciallo". E il marito: "Sono venuti ad arrestarmi". Capisce subito ma, soprattutto, capisce che di vero non c'è realmente nulla da capire. È bene ricordare, infatti, che Racinaro venne accusato dei reati di abuso d'ufficio, falso ideologico, concorso in associazione a delinquere: 27 capi d'imputazione, 21 giorni di reclusione, 16 anni di processi e nel 2011, finalmente, l'assoluzione completa. Ma allora perché fu addirittura arrestato? Eccola qui la classicità di quel "manualetto": al di là del caso personale, Racinaro analizzava in modo esemplare quella autentica vergogna nazionale che è l'abuso della custodia cautelare in un Paese in cui la "giustizia virtuosa" opera in un regime di ne habeas corpus.
Racinaro era uno studioso di Hegel: laureato a Messina con Raffaello Franchini, aveva fatto carriera a Salerno fino a diventare rettore. La storia della filosofia italiana, però, non è stata fatta nelle accademie. È stata fatta nelle carceri, nei tribunali, nelle persecuzioni. Lo stesso destino di Racinaro che lui, certo, si sarebbe risparmiato ma che pur, nel momento della prova, ha saputo affrontare con una grande forza d'animo e con quel "coraggio della verità" del suo Hegel. Il ragionamento del filosofo tedesco, scrive Racinaro da detenuto dilettante, era questo: "Se c'è il delitto non può non esserci la legge e la punizione; quello che può accadere oggi è esattamente il contrario: c'è la legge, ci sono i pubblici ministeri, quindi... non può non esserci il reato".
Così sragionando la virtù giudiziaria diventa inarrestabile e tutto e tutti arresta perché gli innocenti, per quello che è oggi il diritto penale totale, sono soltanto coloro che ancora non sono colpevoli. Come se ne esce? Malissimo. "La gente si renderà conto di quello che sta capitando nel nostro Paese - scriveva Racinaro - solo quando vedrà andare in carcere non più il "protagonista", ma anche le persone comuni". La tesi di Racinaro si è avverata solo in parte perché lo studioso di Hegel non considerò che gli stessi abusi giudiziari si sarebbero rivolti contro la magistratura, come ci raccontano le cronache.
La "cronaca di un mese di carcere scritta da un filosofo" - così Biagio De Giovanni iniziava la sua Prefazione del "manualetto" - fu inviata a Norberto Bobbio. Il filosofo torinese gli scrisse una lettera alla quale Racinaro rispose. La loro corrispondenza è pubblicata nel volume. Il 22 marzo 1996 così esordiva Bobbio: "Caro Racinaro, grazie del libro. Tra gli "abusi" di cui soffre la nostra società, uno dei più gravi è certamente quello della custodia cautelare, un abuso che viene commesso frequentemente dai nostri giudici (proprio in questi giorni è scoppiato il caso Squillante), e, mi dispiace dirlo, anche da quelli di 'mani pulite', che dovrebbero astenersene più di ogni altro".
Bobbio, poi, citava il caso di Piero Martinetti che "fu arrestato durante il fascismo per una lettera che gli era stata sequestrata e rimase in carcere una settimana, scrisse un breve memoriale con alcune osservazioni di buon senso, tra le quali quella che nel tirocinio di un giudice ci fosse anche un periodo da passare in prigione allo scopo di usarne con la massima discrezione". Racinaro lesse la lettera di Bobbio con "gioia" e con "gusto" ma sull'aneddoto del filosofo Martinetti disse: "Le confesserò, non sono riuscito a sottrarmi alla domanda sconsolante: almeno Martinetti è stato messo in carcere dai fascisti, ma io?". Dalla giustizia virtuosa!
napoliclick.it, 11 luglio 2020
È appena arrivato in libreria il lavoro di Samuele Ciambriello, Garante dei Detenuti della Regione Campania, "Carcere. Idee, proposte e riflessioni" (Rogiosi Editore). Il libro sarà presentato lunedì 13 luglio, alle 17, al Complesso Monumentale Donnaregina - Museo Diocesano Napoli.
Insieme all'autore, interverranno il magistrato Nicola Graziano; Adriana Pangia, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli; Annamaria Ziccardi, Presidente Associazione "Carcere Possibile"; Don Franco Esposito, Cappellano Carcere di Poggioreale. Le conclusioni sono affidate a Sua Eminenza il Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe. All'incontro, moderato dal giornalista RAI Guido Pocobelli Ragosta, prenderanno parte anche l'editore Rosario Bianco e le coautrici del libro Anna Buonaiuto, Celestina Frosolone, Anna Malinconico, Dea Demian Pisano.
Il libro - "Carcere è l'anagramma di cercare. Cercare per ricostruire, per ritrovarsi, per seguire una strada che è tracciata anche dalla Costituzione: assumersi le responsabilità, per trovare se stessi, rispettando i diritti delle persone".
È questo lo slogan di Samuele Ciambriello, giornalista, scrittore, professore, attivamente impegnato da 40 anni nella lotta per i diritti delle persone sottoposte a restrizioni della libertà personale e Garante dei Detenuti della Regione Campania da ottobre 2017. Presidente dell'Associazione La Mansarda, il Professor Ciambriello, dopo diversi anni, ha sentito l'esigenza di 'scrivere di carcere', di trattare del complesso sistema penitenziario, ma soprattutto delle esperienze di vita vissuta in esso annidate, di diritti negati, di affettività, partendo da un'attenta analisi, attraverso attività di monitoraggio, osservazioni, colloqui, sopralluoghi, progetti, il tutto rifacendosi all'art. 27 della Costituzione, che recita "Le pene [17 ss. c.p.] non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Un testo alla portata di tutti, professionisti del settore e non, che cerca con un linguaggio semplice di fornire dei riferimenti teorici, empirici e scientifici, con l'intento di abbattere i muri e di instaurare ponti tra il 'dentro' e il 'fuori', mettendo in risalto l'importanza di costruire e di 'cercare' insieme, popolazione detenuta e non, una 'zattera' che possa remare controcorrente nel mare dell'indifferenza e della repressione, sull'onda della consapevolezza e del rinvenimento.
L'autore - Samuele Ciambriello, giornalista e docente universitario, è stato Presidente del Corecom e componente del Comitato nazionale TV e minori. Per quattro anni è stato docente di religione. Attualmente è Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania. È autore del saggio "Dentro la comunicazione - Concetti, modelli, persone" (2012 - Ed. Guida), della novella "Dalla Valle Caudina al Vaticano" per il volume Dal Co' del ponte presso Benevento (2014 - Ed. Edimedia) e del libro denuncia "Caste e castighi. Il dito nell'occhio" (2015 - Ed. Guida). L'ultimo lavoro è "Caro Prof ti scrivo... gli adolescenti scrivono al docente di religione" (2018 - Ed. Rogiosi).
di Viviana Lanza
Il Riformista, 11 luglio 2020
Qual è la sorte dei processi? Quanti dei procedimenti con imputati sottoposti a misura cautelare arrivano a sentenza? E quanti a condanna definitiva, senza perdersi in rinvii e lungaggini che rendono i tempi della giustizia biblici invece che ragionevoli come prevede la legge?
Quando si parla di giustizia, provando ad andare oltre la cronaca dei singoli episodi e a ragionare sul sistema nel suo complesso per individuare proposte e superare criticità, ostacoli, intoppi, ritardi, disfunzioni - insomma tutto quello che ci fa dire sempre più spesso che la giustizia non funziona come dovrebbe - viene quasi naturale porsi domande sul futuro delle indagini, di quelle "maxi" con decine, se non addirittura centinaia, di indagati, o di quelle che finiscono giocoforza per condizionare l'andamento della vita pubblica, oltre che le vite private.
Le risposte non sempre arrivano facilmente, ma alcune sono contenute nel report che l'Ispettorato generale del Ministero della Giustizia ha stilato per una sorta di operazione trasparenza inaugurata appena lo scorso anno. Il documento mette insieme i numeri su errori giudiziari, procedimenti per il riconoscimento dell'ingiusta detenzione e statistiche relative all'applicazione delle misure cautelari nei vari distretti giudiziari italiani, analizzando i dati di 117 uffici gip e 116 settori dibattimentali, pari all'86% del totale. I numeri sono aggiornati al 31 marzo scorso e consentono di avere una fotografia attuale dello stato della giustizia sotto il profilo della quantità di misure cautelari applicate e di errori giudiziari commessi. I dati napoletani descrivono una realtà in cui il ricorso alle manette è diffuso, si fa un uso della carcerazione preventiva molto più ampio rispetto alla media nazionale.
Qual è, quindi, la sorte degli imputati detenuti a Napoli? Ebbene, nel 45% dei casi questi imputati sono sottoposti a carcerazione preventiva pur in assenza di una sentenza definitiva. E il garantismo? Sembra esistere di più in altre sedi giudiziarie visto che, come emerge dal report ministeriale, la media nazionale è del 34%. E poi c'è un 10% accertato di errori giudiziari commessi e già risarciti e un fiume di processi ancora in corso, i cui esiti potrebbero portare a nuove domande di risarcimento per ingiusta detenzione.
Nella relazione si evidenzia che gli uffici giudicanti penali di Napoli hanno applicato in un anno 4.316 misure cautelari e nel 51% dei casi si è trattato di misure in carcere. Delle 4.316 misure emesse nel 2019, inoltre, 3.356 (il 78%) attengono a procedimenti che sono stati iscritti nello stesso anno, mentre 707 sono le misure emesse in procedimenti iscritti in anni precedenti. Nel 10% dei casi i procedimenti sono sfociati in sentenze di assoluzione. E su un totale di 953 procedimenti conclusi con sentenza di condanna non definitiva, la custodia cautelare in carcere è stata applicata 431 volte, pari cioè al 45% dei casi, un dato che supera quello nazionale di più di dieci punti percentuali.
Assai ridotta è l'entità delle definizioni con condanna a pena sospesa: appena 29 casi su 431, nell'ambito di procedimenti in relazione ai quali era stata applicata la misura inframuraria. In 309 procedimenti poi, pari al 32% del totale, è stata applicata la misura degli arresti domiciliari. Non decolla invece il ricorso a misure alternative: l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stato applicato in 121 casi, pari a quasi il 13% del totale delle misure disposte in procedimenti definiti con condanna non definitiva.
Quanto alle sentenze passate in giudicato, su 1.316 procedimenti "cautelati" sono 161 quelli che hanno avuto come esito una condanna definitiva nell'anno 2019: corrispondono al 12% e anche in questo caso Napoli sembra seguire un binario diverso da quello nazionale, il cui dato raggiunge invece il 26%. E sul piano delle misure che limitano la libertà personale, la custodia in carcere, per le condanne definitive, risulta disposta in 37 casi su 161, pari al 23%, mentre la misura degli arresti domiciliari in 64 procedimenti, cioè nel 40% dei casi, seguita dall'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria in 42 procedimenti, e obbligo di dimora in soli 17 casi.
di Alberto Flores D'Arcais
La Repubblica, 11 luglio 2020
Dopo aver votato a fianco dei liberal sull'aborto, essersi espresso a favore dei "Dreamers" e con i democratici per i diritti di transgender e gay, il repubblicano John Roberts è finito nel mirino dei super-conservatori. Prima ha votato insieme ai 'liberal' per bloccare una legge sull'aborto in Louisiana, poi per proteggere i giovani immigrati che vivono ai margini della legalità negli Stati Uniti (i cosiddetti 'Dreamers'), infine si è unito ai giudici democratici per allargare i diritti di gay e transgender. Tre sentenze in tre settimane e anche John Roberts, il presidente (repubblicano e conservatore) della Corte Suprema Usa, è finito nella lista dei 'nemici' della Casa Bianca, diventando - per il popolo dei 'social network' che adora The Donald - oggetto di insulti e sarcasmi. Lui non se ne cura, come non se ne è mai curato quando gli attacchi arrivavano dalla sinistra o perfino dalla Casa Bianca.
"Non ci sono giudici di Obama, giudici di Trump, di Bush o di Clinton", disse pubblicamente due anni fa, rimproverando l'attuale presidente Usa che si era lasciato andare (via Twitter) ad attacchi personali contro giudici che lo avevano criticato. Perché da quando il 29 settembre 2005 è diventato (dopo soli due anni che sedeva nella Corte) il più giovane 'Chief Justice' degli ultimi due secoli, ha cercato di tenere fuori dalle sentenze influenze politiche ed ideologiche di qualsiasi segno. In quella che è una sua personale battaglia per combattere la diffusa (anche a ragione) percezione che la Corte Suprema sia solo un altro corpo politico, lacerato da divisioni 'partisan' come il resto di Washington e del paese.
Secondo il Rasmussen Report, pubblicato martedì 7 luglio, sono adesso i democratici ad apprezzare di più il lavoro (e le sentenze) di Roberts. Che è visto con favore dal 56 per cento degli elettori 'dem', mentre tra quelli repubblicani la sua popolarità è scesa al 47 per cento. Numeri che hanno prodotto sul Washington Examiner (il giornale conservatore della capitale) il titolo "democratici innamorati, abbracci e baci per il giudice Roberts".
Giudice 'minimalista', che ha sempre cercato di limitare cambiamenti radicali nella Giustizia Usa - "ha le qualità che gli americani si aspettano da un giudice, esperienza, saggezza, senso di giustizia e civiltà", lo presentò Bush diciassette anni fa - Roberts è finito da tempo nel mirino degli oltranzisti conservatori e di chi vorrebbe trasformare i giudici supremi in semplici esecutori del potere politico.
A Washington è considerato un 'insider', un uomo che conosce profondamente i delicati meccanismi della capitale e che sa muoversi a proprio agio nel crinale che separa, sempre più sottilmente, la politica dalla giustizia. Le ultime sentenze hanno irritato profondamente la Casa Bianca, che vuole fare della Corte Suprema uno dei cavalli di battaglia delle prossime elezioni presidenziali (3 novembre 2020), con il vicepresidente Mike Pence che si è già sbilanciato: "Sono per noi una sconfitta, dobbiamo rimettere in gioco la Corte Suprema, abbiamo bisogno di più giudici conservatori".
Il voto di Roberts a fianco dei quattro giudici 'liberal', con cui ha voluto sancire la sua indipendenza su tre temi fondamentali (aborto, immigrazione, diritti gay), può servire agli stessi conservatori per fermare le richieste sempre più pressanti che arrivano dal campo democratico per riformare la Corte Suprema e aggiungere nuovi giudici.
Al Congresso (dove a novembre i democratici potrebbero riconquistare la maggioranza anche al Senato) è pronto il progetto di 'grande riforma' che Elizabeth Warren, Pete Buttigieg, Cory Booker e Kamala Harris (quattro ex candidati alla presidenza) hanno preparato per vendicare il cosiddetto "seggio rubato", quando nel 2016 i repubblicani bloccarono per mesi la nomina di Merrick Garland (scelto da Obama al posto di Antonin Scalia), facendo così scegliere due nuovi giudici (nel frattempo si era dimesso anche il repubblicano moderato Anthony Kennedy) a Donald Trump.
Senza una riforma la Corte Suprema è destinata ad avere una maggioranza di repubblicani e conservatori per diversi anni o decenni. Anche se Joe Biden dovesse vincere la corsa per la Casa Bianca, probabilmente potrà sostituire solo i due giudici più anziani, Stephen Breyer e Ruth Bader Ginsburg, ambedue democratici. I cinque conservatori - dato che è un incarico a vita - possono restare ancora a lungo. Roberts ha solo 65 anni. Il repubblicano più anziano, Clarence Thomas, ha dieci anni meno di Breyer, i due ultimi nominati da Trump sono i più giovani. Con le sue sentenze, con il diventare ago della bilancia tra giudici di destra e di sinistra (come lo furono nei decenni passati due altri giudici repubblicani Sandra Day O'Connor ed Anthony Kennedy), con i richiami all'indipendenza dal potere politico, ora potrebbe evitare che quella 'grande riforma' veda mai la luce.
di Davide Giancristofaro Alberti
ilsussidiario.net, 11 luglio 2020
Un detenuto condannato a morte nello stato dell'Indiana si è salvato grazie al coronavirus e al fatto che i suoi parenti non avrebbero potuto stargli vicino. E' stata sospesa un'esecuzione in Indiana. Un uomo doveva essere condannato a morte federale nella giornata di lunedì prossimo, la prima dal 2003 nello stato di cui sopra, ma i giudici hanno deciso di bloccare la stessa su richiesta dei famigliari delle vittime.
A causa dell'epidemia di coronavirus, infatti, i parenti non avrebbero potuto assistere agli ultimi momenti di vita del condannato per il rischio di contagi, e di conseguenza, hanno invocato il giudice federale affinchè potesse sospenderla. Il detenuto "graziato" si chiama Daniel Lee, un suprematista bianco che era stato condannato per aver ucciso una coppia e una bimba di soli 8 anni. Sono diversi i casi di pene capitali sospese oltre oceano in periodo di Covid, l'ultimo precedente risale a meno di un mese fa, lo scorso 17 giugno. In quell'occasione ad essere "salvato" fu Ruben Gutierrez, un uomo rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Texas, colpevole di aver ucciso 20 anni fa una donna di 85 anni.
L'uomo avrebbe voluto incontrare il cappellano prima di morire, ma l'epidemia di covid-19 ha reso impossibile questa richiesta, e un'ora prima dell'esecuzione la sua condanna a morte è stata sospesa in attesa che la situazione possa migliorare. Lo stato del Texas è quello dove ogni anno avvengono più condanne a morte, ma la pandemia ha permesso a numerosi "Dead man walking", di salvarsi, almeno per il momento. Lo scorso 18 marzo, ad esempio, John Hummel avrebbe dovuto sottoporsi ad una iniezione letale nella camera della morte di Huntsville alle 18:00 di sera, pena poi sospesa per 60 giorni "alla luce dell'attuale crisi sanitaria e delle enormi risorse necessarie per far fronte all'emergenza". Pochi giorni dopo stessa fortuna era toccata a Tracy Beatty e con grande probabilità tutti gli altri condannati a morte per il 2020 potranno rimanere in vita ancora per alcuni mesi.
today.it, 11 luglio 2020
Dopo uno stop di 17 anni, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha deciso di dare seguito alle circa 60 pene capitali pendenti a livello federale. Il via libera della Corte suprema che ha bocciato il ricorso di 4 detenuti, tra cui un suprematista bianco. L'Unione europea si schiera ufficialmente contro la decisione del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di ripristinare la pena di morte federale dopo una pausa di 17 anni. La portavoce del Servizio europeo per l'azione esterna, ossia il ministero degli Esteri dell'Ue, ha detto in una nota che "questa decisione è contraria alla tendenza generale negli Stati Uniti e nel mondo di abolire la pena di morte, sia per legge che nella pratica".
L'Ue, ha proseguito la portavoce, "si oppone fermamente alla pena di morte in ogni momento e in ogni circostanza". La pena capitale è una "punizione crudele, disumana e degradante, incompatibile con l'inalienabile diritto alla vita, non fornisce un'efficace deterrenza al comportamento criminale ed è irreversibile.
L'Unione europea sostiene fermamente e inequivocabilmente le vittime di crimini e le loro famiglie e sostiene l'applicazione di sanzioni efficaci e non letali. L'Unione europea continuerà a lavorare per l'abolizione universale della pena di morte", conclude la nota. L'ultima esecuzione federale negli Usa risale al 2003. Ma va chiarito che iniezioni letali e sedia elettrica nel Paese non si sono mai fermate: i 29 Stati degli Usa dove la pena di morte è legale hanno proseguito in questi anni a uccidere i detenuti condannati alla pena capitale. Solo il Covid-19 ha rallentato il ritmo delle esecuzioni, ma solo perché l'emergenza ha reso indisponibili i farmaci per le iniezioni letali.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 11 luglio 2020
La mania dell'azzeramento, che in realtà sono almeno due manie. Giovedì, in forte ritardo sulla media, ho fatto la mia prima sortita oltre i confini regionali, e ho preso un treno: vuoto, arrivato in anticipo, regalavano confezioni di spuntini. Avevo da fare, ho appena scorso gli interventi sulla "cancel culture", la mania dell'azzeramento, che in realtà sono almeno due manie, del politicamente corretto e del politicamente scorretto, il secondo è al potere in America (negli Usa), e chiede tutti i giorni le elezioni per arrivarci in Italia.
Un dualismo di poteri dal quale l'appello di scrittori artisti e intellettuali pubblicato su Harper's cerca di divincolarsi. Pochi giorni fa il rettore dell'università di Padova, a proposito di uno scienziato coinvolto in un'accusa di comportamento inappropriato nei confronti di una ricercatrice, aveva detto che "Quello che vale per Harvard vale altrettanto in un'università italiana". Frase ragionevolissima, non si usino due metri e due misure quanto a deontologia e moralità. Ma non è vero.
In America (negli Usa) il metro e le misure conseguenti sono molto diverse da quelle vigenti in Italia: differenza della quale ci si può di volta in volta rallegrare o dolere. Può darsi che si tratti del solito ritardo europeo e in particolare italiano, che in passato si è tradotto in una rincorsa affannosa e nel superamento del modello americano. Insomma, sono tornato a casa in serata, ero stanco e ho rinviato ancora la lettura metodica dei commenti sul tema. Soprattutto, poiché intanto si faceva il 10 luglio, e domani - oggi, quando esce questa piccola posta - sarebbe stato l'anniversario, il venticinquesimo, di Srebrenica, dove in questa occasione più solenne non avrei potuto andare, ho pensato a come allora, appena l'altro ieri, si era riofferta al nostro mondo, a mezz'ora di volo dalle spiagge adriatiche, la scena reale di un genocidio, quello del "Mai più". Con qualche innovazione, anche, per esempio la categoria di "stupro etnico". Con la pluriennale complicità attiva o l'omissione di soccorso di Onu, Ue, noi, caschi blu olandesi e pacifisti malintesi. Non era la Cambogia, era l'Europa. Ed era un compendio di tutte le discriminazioni evocate a incitare al massacro: razziste, sessiste, nazionaliste, religiose... Ero stanco, ho guardato un film su Sky.
"Accadde in aprile", una produzione franco-americana, girata nel 2004, sul Ruanda. In Ruanda, in cento giorni del 1994, un anno prima di Srebrenica, e mentre nella ex Jugoslavia infuriava da tempo la strage civile, si compì attraverso fucili, machete e mazze uno sterminio, forse un milione di tutsi (e di hutu "rinnegati"), che si meritò anche lui la definizione giuridica di genocidio. Il governo francese fu complice, tutti noi inerti, le Nazioni Unite irrise, la presidenza degli Stati Uniti, Clinton, lucidamente ispirata: mentre avveniva, interrogarsi problematicamente se la categoria di genocidio fosse abbastanza appropriata (avrebbe imposto di intervenire), l'anno dopo recarsi sul posto e chiedere scusa per non aver riconosciuto il genocidio. Licenzio questa rubrica senza venire a capo del legame fra le opposte culture della cancellazione e questi precedenti, o altre vicende che sono in corso. Però mi pare che un legame ci sia.
Corriere della Sera, 11 luglio 2020
Almeno dieci medici e sei giornalisti sono stati arrestati in Egitto dall'inizio della pandemia, per aver messo in dubbio i dati ufficiali o la capacità del governo di Abdel Fattah Al Sisi di gestire la crisi. Lo scrive l'Associated Press, citando, tra gli arrestati, un medico che ha scritto un articolo sulle difficoltà del sistema sanitario, un farmacista che lamentava sui social la scarsità di mascherine, una dottoressa incinta che aveva prestato il cellulare a chi voleva denunciare un contagio. A molti altri è stato intimato di tacere.
Un corrispondente del Guardian ha lasciato l'Egitto temendo l'arresto, i colleghi del New York Times e del Washington Post sono stati redarguiti. I casi registrati sono oltre 76 mila; i morti 3.300 (il numero più alto nel mondo arabo). Le cifre testimoniano anche il sacrificio del personale sanitario: 117 dottori, 39 infermiere, 32 farmacisti sono morti. Ma chi vive stia zitto, altrimenti è un "nemico dello Stato" che rischia 5 anni di carcere.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 10 luglio 2020
Rientro in carcere a Parma con autocertificazione, mascherina, disinfettante. Oltre al documento e qualche foglio per scrivere. Il gruppo redazione di Alta Sicurezza 1 si incontra nella solita stanza con le finestre spalancate e in due turni per garantire il distanziamento.
coe.int, 10 luglio 2020
Il Comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa (Cpt) ha chiesto ai 47 Stati membri del Consiglio d'Europa di cogliere l'opportunità della lotta contro la pandemia da Covid-19 nelle carceri per porre fine al sovraffollamento grazie a misure d'urgenza istituite temporaneamente, compreso il ricorso ad alternative alla detenzione. In una dichiarazione pubblicata a seguito della sua Dichiarazione di principi, rilasciata a marzo nel contesto della pandemia da Covid-19, il Cpt afferma che occorre prendere ulteriori disposizioni per ridurre la detenzione provvisoria, astenersi quanto più possibile dal ricorso alla detenzione dei migranti e compiere ulteriori progressi nella deistituzionalizzazione delle cure psichiatriche.










