di Frank Cimini
Il Riformista, 10 luglio 2020
Il carcere come questione maledetta. Delle ragioni per cui nella prima decade di marzo durante le rivolte morirono 15 detenuti si continua a non sapere nulla e gli inquirenti sul punto tacciono. La magistratura invece si fa viva sul versante opposto. La procura di Milano sulla rivolta che portò i reclusi a protestare sui tetti come non accadeva da anni ha chiuso le indagini e accusa 34 persone di devastazione, che inevitabilmente saranno processate.
Ma come se ciò non bastasse la solidarietà ai detenuti e le lotte per mettere in discussione il carcere costano incriminazioni per associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. È accaduto a Bologna dove 7 anarchici erano stati arrestati e poi scarcerati dal Riesame a distanza comunque di tre settimane. Nei prossimi giorni saranno depositate le motivazioni del provvedimento.
A Roma invece è andata diversamente. Su cinque militanti finiti in prigione uno solo è stato liberato. "Per fatti bagattellari come scritte sui muri volantini e persino presunti furti di cemento si contesta l'accusa di terrorismo - dice l'avvocato Eugenio Losco legale di Pierloreto Fallanca, l'unico liberato per insussistenza delle esigenze cautelari - accade che se contesti l'istituzione carceraria dall'interno come detenuto metti a rischio l'incolumità e anche la vita, come stiamo tragicamente verificando di questi tempi. Se fai la stessa cosa dall'esterno ti affibbiano l'etichetta di terrorista e ti mettono in galera".
Secondo un altro legale, Ettore Grenci, "il Riesame di Roma per confermare le misure cautelari si è discostato dalla giurisprudenza della Cassazione che in materia di associazione sovversiva aveva fissato dei paletti ben precisi". Il Riesame di Roma inoltre si è preso ben 45 giorni di tempo per depositare le motivazioni.
"Un termine lunghissimo tenendo presente che parliamo di persone in carcere e che per avere la decisione della Cassazione sulla nostra impugnazione bisognerà aspettare l'autunno", aggiunge Grenci che si rivolgerà alla Suprema Corte contro la decisione del gip che aveva negato il permesso di colloquio con i genitori e la sorella a Nico Aurigemma perché si era avvalso della facoltà di non rispondere nell'interrogatorio di garanzia. Aveva esercitato un suo diritto di indagato e si vede violati per questo i diritti di detenuto.
di Milena Castigli
interris.it, 10 luglio 2020
Il messaggio di Sergio Mattarella al Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia, per il 203° anniversario del Corpo.
Oggi si celebra il 203° anniversario della costituzione del Corpo di Polizia Penitenziaria. La Polizia Penitenziaria svolge compiti specialistici, all'interno degli istituti penitenziari e nei servizi esterni, che ne definiscono l'identità, la missione e l'unicità fra le Istituzioni della Repubblica. Per l'occasione, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia, un messaggio di saluto.
di Carmine Gazzanni
Left, 10 luglio 2020
Abusi, rappresaglie, pestaggi sarebbero stati compiuti da agenti penitenziari nei confronti di chi chiedeva tutele per la propria salute durante l'emergenza Covid-19. È quanto emerge dalle inchieste partite da esposti dell'associazione Antigone e dai familiari delle vittime.
"Aiuto, mio padre è stato massacrato di botte", denuncia una ragazza con lacrime di rabbia per il papà detenuto a Santa Maria Capua Vetere. "Mio marito è stato picchiato, messo dentro un blindo in mutande, senza vestiti e senza niente", le fa eco una donna il cui compagno è nel carcere di Pavia.
di Dario Paladini
Redattore Sociale, 10 luglio 2020
Non era mai accaduto dal secondo dopoguerra ad oggi che morissero così tanti reclusi. Parenti e associazioni di volontariato chiedono verità e giustizia. Perché sono morti? Perché non sono stati resi pubblici i loro nomi? Perché quattro sono morti durante il trasferimento in altre carceri? Il Garante nazionale ha chiesto la consulenza dell'antropologa forense Cristina Cattaneo.
Domenica scorsa in un cimitero in provincia di Varese è stato dato l'ultimo saluto a uno dei 13 detenuti morti durante le rivolte scoppiate nei giorni dal 7 al 10 marzo in 49 carceri. Sono passati quattro mesi e parenti e volontari delle associazioni impegnate nei penitenziari chiedono che sia fatta chiarezza.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 10 luglio 2020
La proposta sarà all'ordine del giorno mercoledì 15 luglio, quando il plenum si riunirà al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica. La Commissione incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura ha proposto all'unanimità la nomina di Pietro Curzio, attuale presidente di sezione della Corte di cassazione, per il ruolo di primo presidente. La quinta commissione ha inoltre proposto la nomina di Margherita Cassano, ad oggi presidente della Corte d'Appello di Firenze, come presidente aggiunto. Le proposte saranno all'ordine del giorno mercoledì 15 luglio alle 10 dal plenum del Csm, presieduto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel salone delle Feste del Quirinale.
Le nomine sono arrivate in vista dell'addio, per sopraggiunti limiti d'età, dell'attuale presidente Pietro Mammone, che lascerà il 17 luglio. Il ruolo di presidente aggiunto era invece già vacante da qualche settimana.
Curzio è in Cassazione dall'ottobre 2007, appartiene alla corrente di Magistratura Democratica ed è presidente della sesta sezione civile della Corte. Cassano invece è stata consigliere di Cassazione per tredici anni, membro delle Sezioni unite ed è approdata alla Corte d'Appello di Firenze dopo quattro anni al Csm per Magistratura indipendente. È la prima donna a ricoprire l'incarico di presidente aggiunto di Cassazione.
Il plenum di Palazzo dei Marescialli ha intanto eletto i quattro componenti supplenti della sezione disciplinare, il cui implemento era stato deliberato due giorni fa dallo stesso Csm. "L'incremento del numero di procedimenti pendenti davanti alla sezione disciplinare determina un aumento dei casi di possibile incompatibilità - aveva scritto il plenum - il che rende opportuno, al fine di assicurare l'indefettibilità e la continuità della funzione disciplinare, prevedere un incremento del numero dei componenti supplenti".
Da qui la delibera, approvata a larga maggioranza. Gli eletti sono il laico Emanuele Basile (24 voti), e i tre togati Elisabetta Chinaglia (esponente di Area, 21 voti) Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, entrambi di Autonomia & Indipendenza, con 24 voti. Tra i processi che tratteranno anche quello a carico del pm (ora sospeso) Luca Palamara e altri sei magistrati, cioè il deputato di Italia Viva Cosimo Ferri e cinque ex togati del Csm, per il "caso Procure", il cui inizio è fissato per il 21 luglio.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 10 luglio 2020
Le vittime della mafia, le vittime delle foibe, le vittime del terrorismo e va da sé del nazifascismo, giù giù fino alle vittime da incidente stradale, da disastro ambientale e ora, ahinoi, del Covid. Ogni giorno ha la sua pena e quasi ogni giorno, in Italia, ha ormai una "giornata" per ricordare le vittime di qualche evento scellerato.
Nessuno tocchi le vittime, ovviamente, ma in qualche caso si ha come l'impressione di un'enfasi retorica, che trabocca e si fa un po' pleonastica. Eppure ci sarebbe una giornata delle vittime - forse alla fine arriverà, la parola passa al Senato - che in un paese come l'Italia sarebbe sacrosanta, se non la più sacrosanta di tutte: la Giornata per le vittime di errori giudiziari, che Italia viva voleva dedicare a Enzo Tortora, il 17 giugno.
Basterebbero i numeri a dimostrare la necessità di un ricordo così: ogni anno nel nostro paese ci sono in media mille cittadini innocenti che diventano vittime di errori giudiziari, i casi negli ultimi 25 anni sono oltre 26 mila. L'associazione Errori giudiziari ne ha pubblicati online oltre ottocento, limitandosi alle vicende processuali definitivamente chiuse. I Radicali Maurizio Turco e Irene Testa hanno ricordato che l'istituzione sarebbe "un atto con il quale ricordare l'alto numero di coloro che hanno subito la gogna mediatica alla quale è seguita l'ingiusta detenzione o la estraneità ai fatti per i quali sono stati indicati al pubblico ludibrio".
Una strage morale indegna di uno stato di diritto. Ora, di fronte a tutto questo, l'altro ieri in commissione Giustizia la mozione proponente è passata per un pelo, con i voti dell'opposizione e di Italia viva. Mentre il Movimento cinque stelle e il Partito democratico hanno votato contro.
E se per i forcaioli grillini, che esprimono l'attuale ministro della Giustizia, l'impossibilità di ammettere i danni della mala giustizia e della gogna mediatica è strutturale, peggio di riconoscere la concessione delle autostrade al gruppo Benetton, per il Pd l'errore è più doloroso e rivelatore: finirà mai, il partito erede del partito del moralismo giudiziario e dei processi come arma politica, di flirtare con il giustizialismo?
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 luglio 2020
Il no del Ministro all'utilizzo dei tribunali soppressi. La Fase 3 della Giustizia non potrà usufruire delle decine di tribunali soppressi in giro per lo Stivale. Nonostante l'esigenza di distanziamento sociale e le condizioni, in molti casi critiche, dei Palazzi di Giustizia.
A dirlo, nel corso del Question time di ieri al Senato, è stato il Guardasigilli Alfonso Bonafede, che ha assicurato di aver fatto "il possibile" per garantire che la Giustizia uscisse dalla paralisi imposta dal Covid. Una risposta insoddisfacente per il senatore Marco Perosino, di Forza Italia, che ieri ha chiesto di rispolverare i tribunali dismessi per ovviare all'esigenza di distanziamento sociale imposta dall'emergenza, considerato che, in molte sedi attualmente attive, non ci sono locali sufficientemente ampi per garantire la sicurezza dei dipendenti e degli utenti.
Tribunali che, in alcuni casi, "sono stati oggetto di richiamo da parte dell'Ispettorato per la funzione pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei ministri sull'applicazione e sull'osservanza delle norme anti Covid", ha sottolineato Perosino, che ha suggerito un'alternativa per evitare ulteriori problemi in caso di recrudescenza dell'emergenza. L'idea sarebbe quella di utilizzare la norma che attribuisce al ministero della Giustizia la facoltà di accordarsi con Regioni e Province autonome, per disporre, temporaneamente, l'utilizzo degli immobili delle cosiddette sedi giudiziarie soppresse.
Una via che, per Bonafede, non appare, però, di immediata praticabilità, "avendo tempi tecnici che non appaiono compatibili con le esigenze di carattere emergenziale". Insomma, non ci sarebbe il tempo per farlo. Il tutto nonostante in molti tribunali la situazione sia ancora critica, con il personale di cancelleria ancora parzialmente fuori sede e l'avvocatura sul piede di guerra per i rinvii e per l'impossibilità di svolgere le udienze in maniera regolare. Bonafede ha però approfittato dello spazio del Question time per rivendicare l'azione del proprio dicastero a tutela dei cittadini e degli addetti ai lavori.
"Fin dalla prima fase dell'emergenza è stata evidenziata la necessità di adottare misure organizzative e logistiche volte alla tutela della salute, dell'igiene degli ambienti e della sicurezza dei locali: gli uffici giudiziari sono stati immediatamente autorizzati ad effettuare acquisti diretti di materiale igienico sanitario, nonché un adeguato numero di dispositivi di protezione delle vie respiratorie - ha dichiarato.
È stata inoltre prevista una procedura semplificata per la gestione delle richieste provenienti dagli uffici giudiziari e relative a pareti in plexiglas e paratie para-fiato, è stata elaborata una serie di strumenti di controllo della temperatura, si stanno inoltre offrendo supporto e indicazioni agli uffici in merito alla pulizia e igienizzazione degli impianti di aerazione nel periodo estivo".
Assieme alle misure igienico- sanitarie, il ministro ha ricordato anche quelle logistico- organizzative, tra le quali la regolamentazione dell'accesso ai servizi, la istituzione di percorsi dedicati all'utenza, la gestione di una banca dati delle aule migliori al fine di assicurare al meglio distanziamento sociale e le altre prescrizioni sanitarie. Misure aspramente criticate dall'avvocatura, soprattutto per l'eccesso di protocolli prodotti per la gestione dell'emergenza, a causa della delega del ministro ai singoli capi degli uffici.
"Certamente l'esigenza di mantenimento del distanziamento sociale si interseca con il problema degli spazi - ha aggiunto Bonafede - soprattutto in ragione della necessità della ripresa delle attività giudiziarie "in presenza", con aumento dell'afflusso dell'utenza, dei dipendenti, dei magistrati e degli avvocati, esigenza segnalata altresì dall'Ispettorato per la funzione pubblica con note rivolte a vari Uffici giudiziari". Ma niente da fare: la Giustizia, almeno per il momento, dovrà accontentarsi degli spazi che ha a disposizione e dei protocolli dei singoli capi uffici, delegati dal ministero a gestire l'afflusso ai tribunali.
camerepenali.it, 10 luglio 2020
Il documento dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane relativo all'uso di applicativi in video-conferenza per i colloqui audiovisivi.
Fra le tante criticità, una delle poche novità positive registratesi durante la recente emergenza pandemica nel mondo del carcere è rappresentata dall'improvvisa accelerazione nell'uso di applicativi di videoconferenza per l'effettuazione di colloqui audiovisivi fra detenuti / internati e loro familiari, nonché fra i primi ed i rispettivi difensori.
L'uso di applicativi a ciò finalizzati era in sperimentazione da tempo, con alterne fortune. Improvvisamente, grazie ai vantaggi sanitari che potevano immediatamente ricavarsene, ci si è resi conto che era possibile allestire postazioni in tutti (o quasi tutti) gli Istituti di detenzione e perfino sostituire integralmente i colloqui visivi, che il rischio di contagio suggeriva di sospendere.
É doveroso sottolineare che l'incontro diretto è altra cosa e che la sostituzione integrale rispondeva ad esigenze di emergenza, ma l'occasione ha consentito di sperimentare finalmente anche ulteriori vantaggi, oltre a quelli legati alla specifica congiuntura, che connotano questa modalità di interazione e suggeriscono di mantenerla a regime. Essa, infatti, in particolare, consente di coltivare rapporti ben più gratificanti di quelli consentiti da una mera telefonata anche per chi, per ragioni di lontananza, economiche o di salute, non ha la possibilità di accedere ai colloqui visivi di persona, che richiedono spesso impegnative e costose trasferte.
Ecco dunque che, finita l'emergenza, alcuni detenuti hanno deciso di manifestare l'aspirazione che i colloqui in videoconferenza vengano mantenuti a regime, scrivendo al Presidente della Repubblica. A ciò hanno fatto eco varie iniziative del mondo della cultura e del volontariato carcerario, atte a rivolgere la medesima sollecitazione alle Istituzioni preposte.
L'Unione delle Camere Penali Italiane, con il proprio Osservatorio Carcere, ritiene di doversi esprimere a favore di queste iniziative e rivolge accorato richiamo in tal senso al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, al Ministero della Giustizia ed al Governo tutto, affinché lo sforzo organizzativo compiuto durante l'emergenza pandemica non sia dilapidato e i colloqui audiovisivi vengano mantenuti, quale alternativa ai colloqui dal vivo, ove questi risultino non praticabili.
Corriere della Sera, 10 luglio 2020
La Cosiam avrebbe voluto partecipare ai lavori per la ricostruzione in Abruzzo ma era stata estromessa. Il proprietario non solo non era malavitoso ma aveva anche denunciato una banda di estorsori.
A distanza di un anno e mezzo da una interdittiva antimafia e dopo il suicidio dell'imprenditore che ne era oggetto, il Tar del Lazio annulla tutti i provvedimenti adottati dal ministero dell'Interno e riabilita la Cosiam, di Riccardo Greco, imprenditore che si era ribellato ai suoi estortori, denunciandoli e facendoli arrestare.
Al centro della vicenda c'è una delle società edili più grandi di Gela, entrata nella spirale del sistema delle certificazioni antimafia perché avrebbe voluto partecipare alle gare d'appalto per la ricostruzione dell'Abruzzo. Nel dicembre del 2018 il Ministero dell'Interno - struttura di missione prevenzione e contrasto antimafia Sisma - adottò con un decreto l'informativa antimafia interdittiva nei confronti della società gelese. Con lo stesso decreto venne rigettata l'iscrizione della società nell'anagrafe antimafia degli esecutori dei lavori di riqualificazione dell'Abruzzo dopo il terremoto avvenuto nel 2016.
Ad un anno e mezzo da quel decreto, oggi il Tar del Lazio (presidente Francesco Arzillo, consigliere Vincenzo Blanda e Anna Maria Verlengia consigliere estensore) annulla il decreto e riabilita la società. L'interdittiva antimafia per la Cosiam srl era stata emessa sul "presupposto della sussistenza...del pericolo del tentativo di infiltrazione mafiosa". I legali della società, avv. Giuseppe Aliquo' e Franco Coccoli, chiesero l'annullamento del decreto del Ministero dell'Interno per violazione e falsa applicazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell'azione amministrativa, dell'applicazione del principio di libertà di iniziativa economica, del principio di certezza del diritto; eccesso di potere: sviamento della causa tipica, travisamento ed erronea valutazione dei fatti, difetto di istruttoria, illogicità' ed ingiustizia manifesta.
L'interdittiva era stata emessa perché il titolare, Rocco Greco, conosciuto nella città siciliana come "Riccardo", in passato era stato vittima di richieste illecite da parte di sodalizi di stampo mafioso: da qui l'assunto secondo cui il suo comportamento avrebbe integrato "forma prototipica di situazione a rischio di infiltrazione criminale in quanto anche soggetti semplicemente conniventi con la mafia per quanto non concorrenti, nemmeno esterni, con siffatta forma di criminalità, e persino imprenditori soggiogati dalla sua forza intimidatoria e vittime di estorsioni, sono passibili di informativa antimafia".
Un "peso" insostenibile per l'imprenditore, che i propri aguzzini aveva denunciato, dando modo ad altri titolari di aziende di seguire il suo esempio: decise di farla finita con la propria vita a fine gennaio dello scorso anno, qualche giorno dopo la pubblicazione dell'ordinanza del Tar con la quale veniva rigettata la sua richiesta di annullamento degli atti ministeriali.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 10 luglio 2020
L'avvocato di Renato Vallanzasca chiede la libertà dopo 50 anni passati in galera: "Lo Stato non può torturalo". "Per la prima volta dopo oltre trent'anni di attività forense sono costretto a rinunciare alla difesa di un cliente", afferma l'avvocato milanese Davide Steccanella, difensore di Renato Vallanzasca, appresa la notizia che il Tribunale di sorveglianza del capoluogo lombardo ha nuovamente rigettato qualche giorno fa sia la domanda di liberazione condizionale che quella per il ripristino del regime della semilibertà per l'ex bandito della Comasina.
"Rinunciare alla difesa di un cliente è un gesto doloroso che metto tra le esperienze più avvilenti e frustranti", prosegue Steccanella che fra i suoi assistiti annovera anche il terrorista Cesare Battisti. Nell'ultimo provvedimento di rigetto, il Tribunale di sorveglianza scrive che ogni richiesta è prematura in quanto è necessario "un percorso graduale" e manca "la prova del ravvedimento".
La storia di Renato Vallanzasca - Vallanzasca, classe 1950, dopo una iniziale detenzione al Beccaria e in altri istituti di reclusione minorile, venne arrestato la prima volta a 19 anni nel 1969 e una seconda volta agli inizi del 1972, rimanendo in stato di detenzione fino alla prima evasione del luglio del 1976. Riarrestato a febbraio del 1977, è poi rimasto ininterrottamente, tranne per i 20 giorni all'ulteriore evasione del luglio del 1987, in situazione di carcerazione totale, fino alla concessione della semilibertà ad ottobre 2013. Quindi per 36 anni. La semilibertà si interruppe a giugno del 2014 quando Vallanzasca venne arrestato in flagranza a seguito di un taccheggio in un supermercato a Milano.
"È un arco temporale detentivo di 47 anni che va dal 1972 al 2019, con un intervallo complessivo di meno di un anno per le due evasioni degli anni Settanta e di otto mesi di semi-libertà: un record italiano", aggiunge Steccanella, ricordando che quando Vallanzasca iniziò la detenzione "presidente Usa era Nixon e dell'URSS Breznev, era in pieno corso la guerra del Vietnam e due Paesi confinanti col nostro (Grecia e Spagna) vivevano ancora sotto il giogo di dittature militari di stampo fascista".
Vallanzasca è stato condannato a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Fra i reati, concorso in omicidio, evasione, sequestro di persona, furto, detenzione e uso di armi, tentato omicidio, lesioni, rapina, associazione per delinquere.
L'odissea giudiziaria di Renato Vallanzasca - "Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano (Giovanna Di Rosa, già componente del Csm, ndr) gode della mia massima stima, ma quanto accaduto nel caso in oggetto dimostra l'assurdo di un sistema organizzativo", puntualizza Steccanella, sottolineando in particolare come il continuo turn over fa sì che "ogni singolo magistrato che si trova quel giorno in udienza adotti decisioni che quello successivo disattende, risultando quindi incomprensibili". "Il primo volle il rapporto carcerario, il secondo manco lo citò, il terzo rinviò per l'alloggio, il quarto volle una sentenza vecchia di 45 anni e il quinto ne suggerisce la rinuncia e io mi arrendo", il laconico commento del penalista milanese.
"Ho assolto per oltre quattro anni con il massimo impegno e senza alcun compenso al solo fine di consentire per una persona che aveva trascorso 50 anni in carcere il rispetto della nostra Costituzione che, contrariamente alla vulgata, non prevede che si debba "marcire in galera" per un tentato furto di biancheria intima di sei anni fa", aggiunge l'avvocato di Vallanzasca.
"Vallanzasca è sopravvissuto alla propria leggenda malvagia, non ridiamogli lustro creando un simbolo della detenzione, tornare alla normalità è la sua richiesta e concedergliela è la vera vittoria di uno Stato democratico, che non può e non deve aggrapparsi alle leggende: un Paese civile premia il sopravvissuto a 50 anni di galera", conclude quindi Steccanella.
E il diretto interessato? "Voglio essere utile ai giovani, mandatemi in una comunità": così pochi giorni prima del rigetto delle istanze Vallanzasca aveva scritto ai giudici milanesi. E a chi gli contestava di non aver mai chiesto perdono alle vittime o ai parenti di queste, "io dico per l'ennesima volta, la mia è una decisione mirata proprio perché trattasi del Silenzio Che Si Deve Come Il Massimo Rispetto Per le Vittime". Scritto proprio così, con le maiuscole.
- Abuso d'ufficio, la riforma che non può aspettare
- La Corte Costituzionale boccia il decreto sicurezza: "Sì a iscrizione all'anagrafe dei migranti"
- Campania. L'allarme del Sappe: "Servono più mezzi per il trasferimento dei detenuti"
- Semilibertà revocabile solo con pieno giudizio di merito sull'idoneità del regime
- Roma. Progetti che valgono la pena










