di Andrea Aversa
vocedinapoli.it, 16 luglio 2020
Condannato a 20 anni, Giosuè Belgiorno è stato dichiarato incompatibile col regime carcerario lo scorso aprile. Il delitto è stato crudele. La colpa tra le peggiori: uccidere una persona. Ma se la Costituzione con l'Articolo 27 afferma che, "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", la giustizia nei confronti di Belgiorno Giosuè si è trasformata in tortura.
Ricapitoliamo un pò la vicenda. Lo scorso aprile Belgiorno insieme a Emanuele Baiano e Mariano Riccio, sono stati condannati a 20 anni di carcere.
L'accusa è stata di omicidio. La vittima è Antonino D'Andò ammazzato a causa di un'epurazione interna al clan Amato-Pagano. Nella vicenda sono coinvolti anche Ciro Scognamiglio e Mario Ferraiuolo. Tutti insieme, con Riccio mandante dell'agguato e gli altri esecutori materiali dell'assassinio, a marzo rivelarono in Tribunale di essere colpevoli e di conoscere il luogo dove erano sotterrati i resti di D'Andò.
Sempre ad aprile il Tribunale del Riesame, Decima Sezione, aveva concesso gli arresti domiciliari a Belgiorno. Quest'ultimo è affetto da una grave patologia, la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), malattia che lo rende di fatto incompatibile con il regime carcerario.
Ma Belgiorno, una volta che la condanna è diventata definitiva, è stato portato di nuovo in carcere (a Secondigliano, ndr) al regime di detenzione ordinaria. "È la morte dello Stato di Diritto - ha affermato l'avvocato difensore Raffaele Chiummariello - in pratica il mio assistito è stato sequestrato. Con la liberazione anticipata Belgiorno potrebbe essere scarcerato ma il Magistrato di Sorveglianza ha fissato l'udienza ad ottobre".
Il legale ha anche depositato l'ordinanza che dichiara l'incompatibilità con il regime carcerario e l'urgenza del caso motivata da ragioni cliniche, "ma per parlare con il Magistrato bisogna inviare una mail e attendere che sia fissato un appuntamento. Perché la giustizia è burocrazia e non più certezza della pena e del diritto - ha dichiarato Chiummariello - l'udienza fissata per luglio ci sarà ad ottobre e intanto a settembre Belgiorno terminerebbe di espiare la pena".
di Gianpaolo Sarti
La Repubblica, 16 luglio 2020
A metà mattina, seduto a una scrivania sommersa da carte, libri e giornali, il gip Massimo Tomassini si lascia andare a una riflessione. "Libertà è partecipazione"? Macché Gaber, per favore no.... o... "Liberi da che cosa", come canta Vasco?... Sì, già meglio. O forse...Lenin... ecco, Lenin: aveva davvero torto quando diceva "libertà sì, ma per chi? E per fare cosa?". Il giudice si passa tra le mani l'ordinanza con cui ha appena dovuto confermare il carcere per un trentottenne di origini slovene, di Capodistria, pizzicato dai Carabinieri a Trieste con quasi un chilo di marijuana nascosta nell'armadio dell'abitazione di un amico.
Il gip lo ha interrogato al Coroneo. Un chilo non è esattamente un uso personale. Ma per quel reato il magistrato era pronto a togliere il trentottenne dalla cella e dargli i domiciliari. Però non ha potuto farlo. "Sono troppo povero - ha spiegato il detenuto parlando a Tomassini - non ho dove andare. Non ho una casa, non ho da mangiare. Non ho nessuno. Sono troppo povero io, giudice per favore mi tenga qui".
La marijuana - Lo sloveno era finito in carcere dopo una rapida indagine scattata meno di una settimana fa. È giovedì scorso quando i Carabinieri sorprendono una donna e un uomo che si scambiano 13,5 grammi di marijuana. Prima fermano l'acquirente, poi rintracciano la donna (il pusher), e si fanno accompagnare nell'appartamento in cui lei è momentaneamente ospite. Ed è lì che, rovistando qua e là, i militari dell'Arma scoprono lo stupefacente. Quasi un chilo.
Tanto il padrone di casa, tanto la donna che poco prima aveva ceduto i 13,5 grammi, sostengono di non sapere nulla della presenza di quel quantitativo di marijuana. Ma in quell'alloggio è ospite anche il trentottenne sloveno. Che si assume tutta la responsabilità. "Sì, è roba mia", ammette, scagionando così i due amici, che vengono liberati. Per lui si aprono invece le porte del Coroneo.
La storia - Tocca a Tomassini, il gip di turno, occuparsi dell'interrogatorio di convalida, dove emerge la storia personale del trentottenne sloveno e la richiesta di restare in cella. Perché lui una casa per i domiciliari non ce l'ha. E non ha neppure da mangiare.
"Sono troppo povero, giudice. La prego, mi tenga qui". L'ordinanza del gip va letta. Perché va ben oltre la fredda giurisprudenza. "Egli (lo sloveno, ndr) - annota Tomassini - ha riferito di abitare a Capodistria, senza tuttavia essere in grado di indicarne la via, e ha palesato uno stato di profondissima difficoltà sotto vari punti di vista. È chiaro, pertanto, che la detenzione a fini di spaccio della sostanza stupefacente fosse, e sia, una necessità, ancor prima che una scelta di natura criminosa. Egli - osserva il gip - per forza di cose utilizzava la droga come unico possibile mezzo di sostentamento (...). La misura maggiormente adeguata e conforme alla effettiva gravità della situazione, cioè gli arresti domiciliari, è impercorribile per mancanza di un domicilio. Inevitabile, pertanto, l'applicazione della custodia cautelare in carcere".
La scelta difficile - Scelta sofferta, per il gip Tomassini. Ma non è la prima volta che si trova a fronteggiare situazioni analoghe. "Mi era successo con uno slovacco che dormiva sui treni. Disse che preferiva stare in cella, che non aveva mai mangiato così bene. E questo trentottenne sloveno, che non ha niente e che non ha nessuno da cui andare, si troverebbe ora nelle condizioni di dover delinquere ancora, o di fare l'elemosina, per sopravvivere. Il fatto incredibile è che questa cosa avviene a Trieste, tra di noi, tre le persone che incontriamo. Non alla periferia del mondo - riflette. Io mi domando, allora, la giustizia è roba da ricchi? O aveva ragione Lenin, sul concetto di libertà? "Libertà sì, ma per chi? E per fare cosa?".
castedduonline.it, 16 luglio 2020
"Finalmente compie un concreto passo il progetto di assegnare ai detenuti della Casa Circondariale di Cagliari un Medico di base. L'associazione SDR ha in più occasioni manifestato l'esigenza di garantire un punto di riferimento costante a quanti, avendo perso la libertà ma non il diritto alla salute, non potevano usufruire dell'assistenza medica personalizzata. La riforma promossa dal Coordinatore sanitario dell'Istituto sembra andare nel verso giusto ma occorre un intervento dell'assessore per garantire almeno due Medici del 118 la notte e durante i giorni festivi, oltre agli Infermieri.
Uno sforzo necessario da parte dell'assessorato regionale per una qualità dell'assistenza in un carcere dove sono reclusi in media circa 550 detenuti (27 donne e 130 stranieri). Lo afferma Maria Grazia Caligaris (Socialismo Diritti Riforme), con riferimento al progetto avviato dal Coordinatore sanitario della Casa Circondariale "Ettore Scalas" di assegnare ai Medici dei Servizi un numero fisso di pazienti e a quelli del 118 l'assistenza h 24.
"A caratterizzare la Casa Circondariale di Cagliari - osserva Caligaris - è la massiccia presenza (oltre il 30%) di persone private della libertà con problematiche psichiatriche e tossicodipendenze. Esiste però anche una larga fetta di persone anziane con disturbi quali cardiopatie, pneumopatie croniche, artrosi, arteriosclerosi, diabetici e perfino in dialisi. Senza dimenticare le cure odontoiatriche e otorinolaringoiatriche. Nel Centro Clinico, dove sono ricoverati i pazienti in condizioni più delicate da monitorare, il Medico di Base esiste già e grazie anche al lavoro degli Infermieri e degli Agenti della Polizia Penitenziaria, viene garantito un percorso più lineare".
"Rendere la sanità penitenziaria adeguata ai bisogni, così come ha previsto la riforma nazionale - ricorda ancora Caligaris - significa però anche pensare alle donne detenute che non hanno a disposizione un Centro Clinico e neppure uno studio ginecologico. Occorre quindi realizzare un programma che vuole migliorare le condizioni di salvaguardia della vita dei detenuti ma offrire anche garanzie ai Sanitari, con l'adeguamento dei compensi che tengano conto del fattore rischio in un ambiente che purtroppo non sempre è sereno.
Di queste problematiche deve farsi carico l'assessore regionale della Sanità che ne è il referente. Alle buone prassi, insomma, occorre affiancare strumenti adeguati e opportuni riconoscimenti, altrimenti - conclude - si corre il rischio di fomentare il malcontento e rendere vano anche il più piccolo gesto destinato a cambiare in meglio un sistema finora trascurato".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 16 luglio 2020
Nel carcere di Poggioreale apre la pizzeria "Brigata Caterina" e così detenuti e personale penitenziario potranno assaporare la vera pizza napoletana prodotta direttamente in loco. Si tratta di un progetto sperimentale nato dalla collaborazione tra il Ministero della Giustizia e la diocesi di Napoli, finanziato dalla Cassa delle Ammende, che offrirà la possibilità di mangiare la vera pizza napoletana ai detenuti e al personale dell'istituto, ma anche di formare i reclusi consentendo la qualificazione professionale e l'avviamento al placement. "Da ex detenuto ricordo quando con i miei ex compagni di cella sognavamo di mangiarci una pizza durante la reclusione - racconta Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli - Adesso finalmente questo sogno si realizza".
La pizza è realizzata dai detenuti che hanno svolto il corso di formazione da pizzaiolo e aprirà presto anche una sede a santa Lucia con lo stesso nome. "Poggioreale sta facendo dei progressi - continua Pietro Ioia - Purtroppo è un carcere che ci vuole la bacchetta magica però con il nuovo direttore Carlo Berdini stiamo facendo tanti passi avanti". La pizza avrà lo stesso costo che all'esterno e appena sfornata va nelle celle. È un progetto di formazione valido e che apre nuove possibilità a chi ha sbagliato ma ha voglia di riscatto.
La pizzeria non è solo una possibilità culinaria ma anche e soprattutto un incentivo a cambiare vita, a imparare un mestiere per poi trovare un buon lavoro qualificato una volta scontata la pena. "L'iniziativa, che ha visto la creazione di una rete di attori istituzionali come l'Università Federico II, il Suor Orsola Benincasa, la Regione Campania, l'Uiepe, le associazioni dei pizzaioli, oltre al ministero della Giustizia e alla diocesi di Napoli, rappresenta una vera e propria rivoluzione culturale per il carcere napoletano e una concreta chance per quei detenuti che vogliono rimettersi in gioco e cambiare vita", ha scritto su Facebook Antonio Mattone, tra i promotori dell'iniziativa.
di Erica Maida Andrea Cupido
gnewsonline.it, 16 luglio 2020
A dieci anni dall'inizio dell'attività, la Cooperativa Lazzarelle, impresa sociale tutta al femminile nata nel 2010 nel carcere di Pozzuoli, inaugurerà mercoledì 22 luglio alle ore 18.00 il Lazzarelle Bistrot nella Galleria Principe di Napoli. L'iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Charlemagne, si inserisce in un percorso di crescita individuale e professionale, rappresentando un punto di ristoro e di consumo di prodotti realizzati negli istituti penitenziari di tutto il territorio nazionale.
Come ha spiegato la presidente Imma Carpiniello, "il progetto dà la possibilità di scontare l'ultima parte della pena lavorando all'esterno, grazie ai benefici delle misure alternative". "Il contatto con la città è un elemento fondamentale per donne chiuse in carcere da tanto tempo - aggiunge Carpiniello - poiché permette un coinvolgimento attivo delle detenute nel loro reinserimento lavorativo e sociale".
Il progetto negli anni ha coinvolto 56 detenute, dando loro la possibilità di mettersi alla prova producendo caffè artigianale nel rispetto dell'antica tradizione napoletana. Il Caffè delle Lazzarelle è infatti prodotto seguendo i tempi naturali di preparazione e prestando attenzione all'aspetto ecologico: le confezioni di plastica sono prive di alluminio e possono essere smaltite con la raccolta differenziata.
Alla prima edizione del Festival nazionale dell'economia civile, organizzato nel 2019 a Firenze da Federcasse, NeXt e SEC - Scuola di Economia Civile, la Cooperativa Lazzarelle ha ottenuto il primo premio ed è stata dichiarata impresa ambasciatrice di sostenibilità. Situato in un luogo storico del capoluogo partenopeo, il Bistrot costituirà la tappa finale di un percorso iniziato nella torrefazione interna del carcere, che ha permesso alle "Lazzarelle" di imparare un mestiere e di prepararsi a rientrare nella società.
di Federica Furino
Elle, 16 luglio 2020
"Siamo partiti con 1.900 famiglie e a giugno siamo arrivati a circa 6.000. In totale, con 10 hub temporanei in città, abbiamo portato la spesa a più di 20.000 persone, di cui circa 13.000 adulti e 7.000 minori". L'identikit di queste nuove povertà lo traccia Daniela Attardo, responsabile del coordinamento dei servizi sociali territoriali di primo livello del Comune di Milano.
"I primi ad avere accesso alla distribuzione dei pacchi alimentari sono stati quelli che già percepivano aiuti. A queste persone, però, settimana dopo settimana, si sono aggiunte famiglie nuove spinte sotto la soglia di povertà dal lockdown. Italiani e stranieri che non avevamo mai visto perché, fino ad allora, ce l'avevano fatta con le loro forze.
La comunità filippina, per esempio: mai aveva pesato sui servizi del Comune. Nei giorni del Covid invece ci ha contattati direttamente il loro consolato perché la maggior parte delle persone aveva impiego in lavori domestici e si era trovata senza reddito. Senza dimenticare altre categorie: chi viveva di elemosina, come i rom. O i sex worker.
Sono emerse anche figure che non erano visibili: gli immigrati irregolari, persone arrivate con un visto turistico e rimaste qui, spesso con i bambini iscritti a scuola, in case affittate in nero, senza residenza e quindi senza possibilità di accedere agli aiuti pubblici". Chiedere aiuto, dice, non è facile se non sei abituato a farlo. "Significa riconoscere un senso di fallimento. L'istituzione del numero unico 02.02.02 per ogni genere di richiesta ha reso meno imbarazzante farsi avanti. Molti hanno ammesso di non avere da mangiare solo su richiesta degli operatori".
Attardo è anche coordinatrice delle assistenti sociali di comunità coinvolte nel Programma Qubì - La ricetta contro la povertà infantile della Fondazione Cariplo: una corazzata nata tre anni fa che mette in rete 600 associazioni di 25 quartieri milanesi e che nei giorni dell'emergenza ha fatto da collegamento tra il Comune e il territorio, compilando le liste delle famiglie fragili e coordinando gli interventi. Simona Michelazzi è referente della Rete Qubì di Stadera, nella periferia sud di Milano e ha passato l'emergenza in prima linea.
"Si sono affacciate a noi famiglie che in altri momenti non ci avrebbero mai contattati: lavoratori precari o in nero, gente con contratti fragili o non in regola. Avevano un sistema che, pur nella precarietà, teneva e non erano abituati a chiedere aiuto. Improvvisamente, si sono trovati senza poter fare la spesa, perché se hai l'affitto, le bollette, le spese fisse, soldi per il cibo non ne restano. E far fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, se non sei abituato, è durissima. Ma anche in questa Milano che non corre, c'è un'anima forte: ho visto una grande dignità e uno sguardo puntato verso l'alto nonostante le difficoltà".
Continua Emanuela Manni, referente Rete Qubì Padova: "I problemi sono gli stessi per tutti: italiani e stranieri. Ma gli italiani per lo più hanno parenti, amici, una comunità di appartenenza che li aiuta nel momento più critico. Prima di arrivare qui, devono aver perso i contatti sociali". E infatti, spiega, a loro si rivolgono soprattutto anziani e stranieri.
La prima urgenza, dice, è stata per tutti il cibo. "Abbiamo scoperto che c'è una grande differenza tra chi immagina la povertà e chi la vive: il pacco alimentare che consegnavamo, per molti, era molto molto più di quanto fossero abituati a mangiare. Ci sono famiglie di quattro persone che vivono normalmente con 40 euro di spesa al mese. O anziani a cui portavi la cassettina con 4 mele, 4 arance, 5 patate e un cavolo e ti dicevano: troppa roba! Ci sono persone che comprano solo farina, perché con la farina puoi fare tante cose".
L'altra grande urgenza ha toccato i bambini. "Stiamo parlando di nuclei anche di sei persone in 28 metri quadrati. Case in cui il tavolo non c'è, e si fa tutto a terra. Attraverso Whatsapp abbiamo visto bambini fare i compiti davanti a muri ricoperti di muffa, persone che scambiavano il giorno per la notte, due famiglie che dividevano lo stesso bilocale, una stanza a testa. L'assistenza scolastica cercavamo di farla al mattino perché i bambini mantenessero i ritmi sonno-veglia".
Giulia Conti, operatrice all'interno della rete Qubì Parco Lambro, racconta: "Prima del Covid avevamo in carico 33 famiglie, nell'emergenza 76. Molte le abbiamo intercettate su segnalazione dei vicini: famiglie invisibili che vivevano in situazioni di povertà ma non estrema. Per lo più erano stranieri, qualche volta mamme sole, donne che facevano le colf o le babysitter, non si aspettavano di perdere il lavoro e non sapevano come comportarsi perché avevano mandato tutti i soldi a casa. Abbiamo dato aiuti alimentari, pacchi di pannolini e tablet per la didattica. Ora che le attività economiche sono ripartite, stiamo aiutando le persone a cercare lavoro, rivedendo i curriculum e le competenze. Prima li abbiamo aiutati a non cadere, ora li aiutiamo a rialzarsi".
È questa, nello spirito della Milano che corre veloce, l'idea di sostegno. "Siamo certi che questa sia una fase provvisoria", spiega ancora la vice sindaca Scavuzzo. "Nella fase 3 chiudiamo gli hub dell'emergenza e lavoriamo per rafforzare gli hub contro lo spreco alimentare: a quello di via Borsieri, nato un anno e mezzo fa, ne affianchiamo uno nuovo a Lambrate e siamo impegnati per aprirne almeno altri due a stretto giro. L'esperienza di questi mesi ci ha insegnato molto e ci ha fornito strumenti che potranno tornare utili dovessero servire nuovamente.
Una sfida importante è lavorare sui criteri di accesso agli aiuti: vogliamo continuare a dare assistenza senza essere assistenzialisti. Aiutiamo le famiglie anche promuovendo percorsi verso l'autonomia, sostenendo chi temporaneamente ha perso il lavoro, perché non scivoli nella povertà e perché possa trovare occasioni per tornare a essere indipendente. Non abbiamo perso l'ottimismo e la voglia di rimboccarci le maniche, senza lasciare indietro chi fa più fatica".
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 16 luglio 2020
"Mille ore in carcere", il libro di Anna Maria Corradini pubblicato da Diogene Multimedia. Sono diverse le figure che vivono nel carcere e si spendono per migliorare la vita dei detenuti, costruire ponti verso l'esterno e preparare il terreno per l'eventuale reinserimento nella società. Il cappellano, lo psicologo, l'educatore, il volontario che si occupa di mantenere vivi i rapporti con i familiari e tutte le persone che scelgono di condividere il proprio percorso di vita e di aiutare coloro che hanno sbagliato e sono stati privati della libertà.
Tra questi c'è chi ha scelto un approccio diverso, fondato sul dialogo con il detenuto (ma l'esperienza riguarda anche educatori, agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo) per ridare un senso alla sua esistenza e ricollocarla nel rapporto con gli altri. Si tratta del consulente filosofico, una figura che "proprio attraverso il dialogo, deve rispondere alle domande quotidiane che la vita pone. Si rivolge al singolo nella sua relazione con il mondo, non per capire la persona, ma la cosa che ha creato l'inciampo o che ancora crea difficoltà nell'esistenza; deve sottoporre alla riflessione cosciente quei presupposti inconsapevoli del pensare che condizionano comportamenti ripetitivi e imitativi. I suoi obiettivi (la comprensione, la conoscenza e la chiarificazione), se raggiunti e vissuti autenticamente, possono essere in grado di cambiare o semplicemente migliorare la persona, proprio perché mirano a far modificare l'atteggiamento verso le cose".
Anna Maria Corradini, è la presidente di Eutopia e ha introdotto per la prima volta uno sportello di consulenza filosofica negli istituti di pena del Triveneto della Toscana e dell'Umbria perché consapevole che le scienze formali dimostrano, le scienze naturali sperimentano, le scienze umane, filosofia prima di tutte, argomentano. Docente di Storia e Filosofia nelle scuole secondarie per oltre trent'anni, ha potuto leggere, attraverso il contatto diretto con gli studenti, le trasformazioni culturali di questi ultimi anni e il diverso rapporto che le nuove generazioni hanno instaurato con la società.
Ma dopo ben "Mille ore in carcere" (il titolo del suo libro, edito da Diogene Multimedia), ha deciso di portare la "sua materia" al di là del muro. Come? "Lavoriamo per mettere ordine al pensiero di chi ci sta di fronte attraverso un dialogo, sul modello di quello socratico. Nel senso che non si arriva ad una soluzione unica condivisa" ci spiega, e sottolinea che: "Il pensiero delle persone che incontriamo in carcere spesso non è strutturato, poco organizzato, il più delle volte confuso. Noi cerchiamo di dargli un ordine e questo non è un lavoro facile perché trova molte resistenze e tanti alibi. La ricostruzione del pensiero - sottolinea Corradini - tende all'autenticità".
La Presidente di Eutopia tiene a precisare che il consulente filosofico non imbastisce dibattiti che abbiano fondamenti logici ed efficacia retorica, "piuttosto ascoltiamo, dialoghiamo, senza approvazione, né biasimo rispetto a quello che dicono, rispettando l'individuo". Riuscire a vivere (mille ore, appunto) oltre le sbarre ha consentito alla docente di ritrovare agganci con un mondo separato.
Con una scrittura godibile e uno stile personale, racconta il suo percorso e la prospettiva "dall'interno" ci offre un punto di vista privilegiato sui detenuti e sulla realtà del carcere, un luogo che segue regole complesse, molte volte crudeli.
"Le persone detenute sono le più diverse: l'analfabeta e il laureato, l'imprenditore e il disoccupato, l'italiano e lo straniero; s'incontrano culture e religioni spesso in conflitto: tutte ristrette, mescolate in un affollatissimo albergo in cui le stanze sono, a volte, assegnate a caso. E si conoscono da vicino anche i reati più diversi, si toccano con mano - rivela Corradini -. È un mondo crudo, sospeso, nel quale tutti i differenti modi di essere s'incontrano e scontrano. C'è uno scontro su tutto: con il vicino di camera, con le istituzioni, perfino con la propria stessa esistenza".
Quanto al suo rapporto con gli ospiti, racconta: "Ho dialogato con colpevoli di omicidio, violenza domestica, stalking, rapine a mano armata, corruzione, bancarotta, agguati, traffico di droga e spaccio, contraffazione, estorsione, aggressioni. Reati meditati, o frutto di consueti modi di vivere, reati che sconvolgono famiglie intere, perché imprevisti, o reati che fanno parte della tradizione familiare".
Ma come riesce ad osservare l'ambiente carcerario il consulente filosofico? "Entrata in carcere ho percepito, senza poterla o volerla definire nell'immediato, la vicinanza nella distanza tra il dentro e il fuori le mura. Una vicinanza che un muro allontana e isola in una distanza invisibile ai più; isolamento che può, a mio avviso, moltiplicare in modo altrettanto invisibile grandi problemi di natura culturale, sociale, ambientale" risponde Corradini.
"In carcere sono ristretti i cattivi, chiusi in uno spazio sistema, escluso al divenire apparentemente ordinato della gente per bene che è fuori, libera in un altro spazio sistema. Una piccola polis in cui vivono persone provenienti da culture diverse e che hanno offeso, alle volte anche pesantemente perché considerata nemica, quella società da cui provengono, in cui vivevano e di cui hanno assorbito, anche inconsapevolmente, la cultura con tutte le sue contraddizioni".
In questa polis, secondo la professoressa di Eutopia, la consulenza filosofica accende una lampadina e fa vedere cose che prima erano nascoste in un angolo. "Proprio questo è stato uno dei primi feedback di ringraziamento che ho ricevuto: "Grazie, perché lei ci ha fatto vedere questo". Spesso succede di sentirsi dire: "Non so cosa è successo, mi ha creato confusione, pensavo di essere così sicuro!". Ringraziano e, chiedendo di tornare per un altro incontro, mi stringono la mano. Vogliono sempre stringere la mano, perché è un segno forte di riconoscimento per quel che si sta facendo assieme. Quelle strette di mano non le dimenticherò mai".
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 16 luglio 2020
Nel "Quinto libro bianco" Lunaria ha documentato in Italia 7.426 casi, tra cui 5.340 violenze verbali, 901 violenze fisiche. "Un archivio della memoria delle discriminazioni e delle violenze razziste": così Grazia Naletto (Lunaria) definisce il Quinto Libro Bianco sul razzismo in Italia, presentato ieri.
Un lavoro di analisi e sintesi del monitoraggio sistematico portato avanti dall'associazione con il database presente sul sito www.cronachediordinariorazzismo.org, che prende in considerazione il periodo tra il 1° gennaio 2008 e il 31 marzo 2020. E che parla del razzismo in Italia come di un fenomeno radicato su tutto il territorio nazionale e in ogni livello della società.
In dodici anni l'associazione ha documentato 7.426 casi di razzismo, tra cui 5.340 violenze verbali, 901 violenze fisiche, 177 danneggiamenti alla proprietà, 1.008 casi di discriminazione. Dati allarmanti, anche considerando che, come specificano gli autori, sono sottostimati: "La gran parte delle ingiustizie resta confinata nel silenzio di coloro che le subiscono e nell'omertà dei molti che ne sono testimoni passivi e, dunque, complici", scrive Naletto nel capitolo "2008-2019: un decennio e più di ordinario razzismo".
Un'evidenza che tristemente non stupisce, in un paese caratterizzato da un razzismo istituzionale che attraversa trasversalmente gli anni tra il governo Berlusconi IV (2008-2011) e il secondo governo Conte (2019-2020). Tra le 1.008 discriminazioni riscontrate, in 663 casi i responsabili sono personaggi politici o amministrativi: un dato su cui è necessario soffermarsi per sciogliere quello che Lunaria definisce "l'intreccio stringente tra le parole cattive di chi conta, le rappresentazioni distorte di chi racconta, le offese violente di chi commenta online e le violenze razziste fisiche".
È questa la riflessione alla base dell'osservazione sistematica che Lunaria propone del piano istituzionale, e che fa emergere il profondo nesso tra l'approccio politico all'immigrazione, la rappresentazione dei cittadini di origine straniera nella società, e come quest'ultima agisca nei loro confronti. "Questi anni sono stati attraversati dalla proclamazione di innumerevoli "emergenze", commenta Naletto, ricordando l'"emergenza" rom, le "emergenze sbarchi", "l'emergenza" Nord Africa".
Una lettura che facilita l'approccio securitario e che è via via diventata un modello, lasciando spazio a un'accoglienza che non facilita l'inserimento delle persone ma, quello sì, la proliferazione di cattive prassi. Un approccio fallimentare sia per le persone inserite nei circuiti di (mala)accoglienza sia per l'intera società, impaurita dalla cornice proposta dalla destra, composta dai temi "dell'invasione dei migranti e della loro pericolosità sociale": lo evidenziano Giuseppe Faso e Sergio Bontempelli (Straniamenti) nel capitolo "La lunga parabola del sistema di accoglienza italiano". Un frame che non è stato decostruito né dalla politica né dai media, anzi: secondo Faso questa narrazione è stata assecondata.
Sul ruolo dei media mainstream è intervenuta Paola Barretta (Carta di Roma), portando alla luce due aspetti: uno di continuità, corrispondente all'etnicizzazione della notizia e alla criminalizzazione aprioristica del cittadino straniero; l'altro di discontinuità, legato all'emersione, nell'ultimo anno e mezzo, della voce delle vittime del razzismo, fino a qualche tempo fa invisibili. Un processo risultato "di una maggiore sensibilità dei media e di una crescente visibilità dei rappresentanti della diaspora, che ora assumono protagonismo nella rivendicazione di diritti".
Il percorso dodecennale proposto dal Quinto Libro Bianco smonta ciò che l'antropologa Annamaria Rivera definisce "retorica della prima volta: di fronte a manifestazioni di razzismo, a prevalere nella coscienza collettiva come tra locutori mediatici, istituzionali, politici, perfino fra taluni intellettuali di sinistra, è la tendenza a rimuoverne i segni premonitori e gli antecedenti". Non ci si stupisca invece di fronte agli insulti a Beatrice Ion, atleta paraolimpica di origine rumena, in Italia da 16 anni.
E nemmeno davanti al cittadino del Bangladesh gettato nei navigli a Milano. Episodi troppo recenti per essere inseriti nel Quinto Libro Bianco sul razzismo in Italia, ma che sono frutto proprio di quello che il lavoro descrive e ripercorre. Un lavoro necessario anche se non statistico: lo specifica la stessa Lunaria, che parla di "un racconto ragionato di quella parte di razzismo quotidiano che riusciamo a documentare". Una rappresentazione preziosa, a fronte della mancanza di dati ufficiali su un fenomeno che permea l'intero paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 luglio 2020
All'inizio gli untori erano i cinesi, poi gli italiani e ora ricominciano ad essere i migranti, in particolar modo i bangladesi. Dopo le proteste degli abitanti di Amantea, in Calabria, contro la presenza di 28 migranti dal Bangladesh, tra cui alcuni positivi al Covid-19, quest'ultimi (tredici persone) sono stati trasferiti martedì scorso all'ospedale militare Celio, a Roma.
Ieri invece, sempre al Celio, l'Agi riferisce che sono stati trasferiti undici uomini di origine pakistana arrivati in Sicilia a Pozzallo con la nave Fiorillo. Si tratterebbe di casi asintomatici, nessuno avrebbe ancora sviluppato la malattia. I migranti arrivati in Sicilia con la nave Fiorillo e gli altri giunti via terra tramite Porto Empedocle sono al momento ospitati alla struttura Don Pietro in contrada Cifali tra Comiso e Ragusa.
Per far fronte al disagio, il Viminale ha pubblicato un nuovo avviso per la presentazione di manifestazioni di interesse relative al noleggio di unità navali da adibire a strutture provvisorie per l'assistenza e la sorveglianza sanitaria di migranti soccorsi in mare o giunti sul territorio nazionale a seguito di sbarchi autonomi. In pratica si tratterebbero delle "navi quarantena". Eppure non siamo più in fase di lockdown.
A Fiumicino se una persona arriva positiva non viene messa in un aereo- quarantena, ma viene invitata a fare la quarantena da solo. Al contrario i migranti sono più tutelati perché c'è un cordone di sicurezza che li porta fino alla struttura, mantenendo le distanze. Per il professor Massimo Galli, direttore del reparto di Malattie infettive dell'ospedale Luigi Sacco di Milano, le misure adottate dal governo Conte sono un "errore colossale". È sbagliata, a suo dire, la decisione di tenere numerose persone potenzialmente infette stipate a bordo delle imbarcazioni.
Intervistato dal Messaggero, il professore ha spiegato che la soluzione migliore sarebbe sottoporre in brevissimo tempo gli stranieri al test del tampone faringeo per poi provvedere a farli sbarcare. Lasciando gli extracomunitari sulla nave, infatti, non si farebbe altro che aumentare il rischio di una maggiore diffusione del virus fra gli ospiti. Per avvalorare quanto afferma, il medico ha ricordato quanto è accaduto a bordo della Diamond Princess, la nave da crociera rimasta un mese bloccata a largo delle coste di Yokohama a causa di numerosi casi di coronavirus fra i passeggieri. La soluzione della nave- quarantena non fece che causare ulteriori danni.
Ma non solo. Un conto è la quarantena a casa o a una struttura adeguata, un conto è rimanere isolati su una nave. Tenere le persone per lunghi periodi a bordo di una nave provoca un disagio psicologico. Non dimentichiamo che il 20 maggio scorso - notizia data dal cronista di Radio Radicale Sergio Scandura - un ragazzo tunisino di 28 anni si è gettato in mare mentre era a bordo del traghetto Moby Zazà, in rada a Porto Empedocle con 121 persone a bordo. Si è gettato ed è morto.
Il Gazzettino, 16 luglio 2020
Sulla morte del migrante albanese a Gradisca, nel Cpr, la deputata M5S Sabrina De Carlo ha fatto un'interrogazione in Parlamento: "Sono i fatti d'attualità, tornati alla ribalta delle cronache nelle ultime settimane, a confermare quanto già sostenuto in precedenza: urge un intervento normativo mirato nei Cpr che possa garantire maggiore sicurezza e tutela dei migranti detenuti nel nostro Paese".
L'interrogazione "fa seguito ad un lungo lavoro di sopralluoghi e ascolto degli operatori coinvolti nelle strutture, e si è resa necessaria anche alla luce del secondo decesso nel giro di pochi mesi, in questo caso di un ragazzo di nazionalità albanese, il cui corpo é stato rinvenuto da un addetto della cooperativa che gestisce la struttura, nella stanza con altri cinque elementi dove un marocchino in condizioni gravi è stato trasportato in ospedale e ricoverato in terapia intensiva", spiega De Carlo.
"Il preoccupante abuso di droghe e farmaci, come risaputo, é una costante proprio in questi luoghi in cui, per cautela e buonsenso, dovrebbe essere proibito. Il giro di sostanze all'interno dei centri, trova conferma anche nelle parole del Procuratore Lia", aggiunge De Carlo.
"Nelle numerose strutture visitate, infatti, sono emerse sempre le medesime problematiche che evidenziano il deterioramento di servizi e controlli anche sotto il profilo sanitario, l'assenza del supporto psicologo e l'assistenza medica ridotta a poche ore settimanali e non passa inosservata la condizione di sicurezza dei detenuti, delle quali mi sono già occupata in pregressi interventi e interrogazioni. È necessario che il Ministro intervenga per apportare un miglioramento all'interno dei Cpr, un sistema che ha evidenti deficit da colmare con modifiche sostanziali che siano in grado di tenere al sicuro i detenuti per il tempo di permanenza", conclude.
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