Il Giorno, 18 luglio 2020
Gli avvocati della sua famiglia chiedono di riaprire il processo sul decesso di un ragazzo di 22 anni. "È morto perché in carcere non è stato sorvegliato". A 7 anni dal decesso i familiari di un detenuto di 22 anni vogliono fare riaprire le indagini. Gli avvocati apuani Daniel Monni e Alessandro Ravani hanno presentato un esposto-denuncia alla Tenenza della Guardia di Finanza di Aulla (di dove è originario uno dei nonni del ragazzo), poi trasferito per competenza alla Procura della Repubblica di Monza, sulla fine di Francesco Smeragliuolo, morto l'8 giugno 2013 in circostanze poco chiare in una cella della casa circondariale monzese.
Le ipotesi di reato sono maltrattamenti volti a procurare l'evento morte e condotta omissiva. Secondo i due legali il 22enne lombardo è morto perché in carcere non è stato sorvegliato. L'accusa si fonda sui diari clinici che ora sono nelle mani dei due avvocati. Sono stati proprio questi documenti a spingere i legali a riaprire una battaglia giudiziaria che pareva chiusa.
I familiari del giovane avevano infatti presentato all'epoca dei fatti una denuncia per omicidio colposo, archiviata dopo 2 anni, ma non si sono arresi e ora i legali sono riusciti a ottenere i diari clinici. Francesco, tossicodipendente, era entrato in via Sanquirico il 2 maggio del 2013 e già non si sentiva bene. Secondo i medici del carcere si trattava di "sintomatologia astinenziale" e scrivono che Francesco "rifiuta di assumere il metadone".
Al 22enne prescrivono degli psicofarmaci ma la situazione non migliora. Non dorme, l'agitazione è crescente e il 19 maggio i medici chiedono nei suoi confronti una "grande sorveglianza". Il 28 maggio, secondo il diario clinico, Francesco presenta "ferite lineari in regione latero cervicale destra del collo di cui una più profonda che necessita di due punti di sutura".
Dice di "aver fatto questo perché non ce la faceva più" e viene messo in una cella in isolamento sorvegliata fino al 31 maggio, quando torna in una cella comune ma sempre con la prescrizione di un "regime di grande sorveglianza a scopo precauzionale³. L'8 giugno il ragazzo muore in cella. Secondo il detenuto che era con lui si è accasciato e non ha risposto ai richiami.
strill.it, 18 luglio 2020
La sentenza di condanna di Ciro Russo fatto giustizia ma certamente non ha nemmeno lontanamente compensate le gravi ferite fisiche e morali che questo aberrante delitto ha lasciato nella vita di Maria Antonietta Rositani e in quella dei suoi figli. È sopravvissuta ma da 450 giorni si trova in ospedale, ha subito decine di interventi, per le gravi ustioni subite che hanno colpito gambe, braccia, viso.
Più del 50% del corpo è stato distrutto dalle fiamme, non potrà mai più lavorare, e forse nemmeno camminare. Attualmente Maria Antonietta è ricoverata in Ospedale a Reggio Calabria ancora in condizioni critiche e quando sarà dimessa dovrà affrontare una dura riabilitazione nella speranza che possa recuperare alla migliore qualità della vita possibile.
Dovrà affrontare ancora anni di cure e di interventi di chirurgia plastica recandosi in istituti specializzati del centro nord che richiederanno ingenti spese, cure che la porteranno ancora fuori da Reggio assieme ai suoi familiari ed in particolare al papà Carlo, il suo grande custode che non l'ha mai lasciata sola per un minuto.
Con la sua forza d'animo, con la sua grande fede Maria Antonietta sta dando alla città ed al Paese una grande testimonianza di voglia di riscatto, di ricerca di una nuova felicità. Ora però è il momento per lei di sentire concretamente l'abbraccio della città e della comunità' tutta che deve condividere le sue fatiche, alleviare per quanto possibile la sua sofferenza, sia a livello morale che economico, con l'auspicio che lo stato, che non ha saputo proteggerla, possa dare almeno risposte garantendo gli indennizzi ed i sostegni previsti per le vittime di violenza in tema brevi.
Alcune associazioni impegnate a livello locale e nazionale a difesa delle donne e la parrocchia dell'Itria, hanno per questo deciso, d'intesa con il suo avvocato di fiducia e la famiglia Rositani, di costituire un comitato che avrà il compito di accompagnare nei prossimi anni il percorso personale e familiare della Rositani, una sorta di adozione di vicinanza.
Due gli obiettivi che il comitato si è prefissato, un aiuto subito attraverso un servizio di prossimità' fatto di ascolto, sostegno accompagnamento psicologico e morale e una raccolta di fondi che saranno utilizzati per coprire le spese delle cure di chirurgia plastica e di altri interventi che i sanitari del Gom che l'hanno avuto in carico riterranno necessari nella fase successiva alle dimissioni dalla struttura. Per questo scopo sarà aperto un ccb c/o banca etica a lei intestato.
Un altro obiettivo del comitato sarà' quello di farsi promotore della richiesta alla regione Calabria di dotarsi di una legge regionale che preveda un fondo da cui attingere in tempi rapidi per venire incontro alle esigenze di donne che come la Rositani siano vittime di violenza, colmando una lacuna legislativa che in atto, non prede l'attivazione di interventi di sostegno economico urgenti.
La sede provvisoria del comitato sarà c/o lo studio legale del difensore della Rositani, Avv Sandro Elia al quale potranno rivolgersi le persone interessate a collaborare e a sostenere questa iniziativa. Contatti: 0965895228, 3688048619, mail
di Ciro Oliviero
dalsociale24.it, 18 luglio 2020
Da settembre un corso di formazione per i detenuti selezionati. Il carcere deve essere un luogo di rieducazione e di formazione. A Napoli sono diversi i progetti che puntano a restituire dignità ai detenuti. Ultimo in ordine di tempo è quello neonato nella casa circondariale Giuseppe Salvia a Poggioreale. Nel carcere partenopeo è nata la pizzeria Brigata Caterina. Inaugurato lo scorso 14 luglio il progetto ha avuto un lungo iter burocratico iniziato a seguito di un colloquio tra il cardinale Crescenzio Sepe e l'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Nel 2015 Orlando si impegnò a trovare la disponibilità di fondi da parte di Cassa Ammende. Realizzare un progetto che punti allo sbocco lavorativo significa intercettare un settore che può essere produttivo. La ristorazione è uno dei più redditizi in tal senso. Fu chiesto di seguire il progetto ad Antonio Mattone, direttore dell'Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi di Napoli.
"La fase procedurale è stata quella più lunga con l'approvazione del progetto nel settembre 2019", racconta Antonio Mattone. Poi si è passati alla realizzazione della pizzeria che sorge in un ex deposito vestiario del personale del carcere. Un progetto del valore di circa 300 mila euro per mettere in piedi "una pizzeria da asporto della quale potranno fruire sia i detenuti che il personale. I primi dovranno ordinarla il giorno prima in base al padiglione d'appartenenza. Il personale potrà gustarla in sala mensa", ha aggiunto Mattone.
Il progetto avrebbe dovuto coinvolgere 18 detenuti. L'emergenza da Covid-19 ha imposto di rivedere i piani. Alcuni dei detenuti che dovevano essere inseriti sono rientrati a casa a seguito delle misure di prevenzione della pandemia. A regime prenderanno parte al progetto 15 persone. "Vogliamo scegliere detenuti che siano motivati a cambiare vita", ha sottolineato il direttore dell'Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi di Napoli.
Per questo è stato attivato un corso propedeutico di 100 ore che prevede l'apprendimento di tecniche scultoree, un laboratorio teatrale, incontri con psicologo e criminologo. Proprio oggi si è conclusa la selezione del secondo gruppo. A questi detenuti si aggiungeranno alcuni provenienti dal carcere di Aversa. "Se ci saranno segnalati detenuti di altre carceri idonei al progetto chiederemo di trasferirli a Poggioreale", spiega Mattone. Nei prossimi giorni sarà stilata la lista definitiva di quanti prenderanno parte al corso di formazione per pizzaiolo che prenderà al via a settembre. Un corso di 650 ore che culminerà ad aprile prossimo.
A tenere il corso saranno i formatori di un Ati, a cui è associazione la pizzeria Del Popolo di piazza Mercato. Inoltre "abbiamo stipulato accordi con tutte le associazioni dei pizzaioli per trovare un lavoro ai detenuti quando avranno scontato la pena. Un progetto - evidenzia Mattone - che continua anche fuori". Alla Brigata Caterina saranno realizzati tre tipi di pizza. La marinara che avrà un costo di 2,50 euro, la Margherita e la Caterina, che cambierà a seconda dei prodotti di stagione, a 3,50 euro. Questi costi serviranno a sostenere le spese vive del progetto. Lo step successivo è realizzare una pizzeria esterna al carcere con lo stesso nome, che troverà posto nella ex chiesa di Santa Caterina al Pallonetto a Santa Chiara. "Sarà un polmone di assorbimento dei detenuti per 12-18 mesi dopo la scarcerazione", conclude Mattone.
ciociariaoggi.it, 18 luglio 2020
L'intento è quello di avviare una sperimentazione di collaborazione attiva tra le parti della società attente a diffondere buone pratiche di cittadinanza attiva. Un'iniziativa importante è in programma nella città di Cassino. Come è noto, si sarebbe dovuta firmare una lettera d'intenti per un progetto che vedrà impegnati, a titolo gratuito detenuti della Casa circondariale, in lavori sul territorio a beneficio della comunità.
Le parti, rappresentate dal primo cittadino Enzo Salera e dal direttore della Casa Circondariale di Cassino, dott. Francesco Cocco, si impegneranno nella implementazione di un progetto che vede coinvolti i detenuti della casa circondariale di Cassino. Era in programma per questa mattina una conferenza con l'incontro, appunto, tra i due ma per sopraggiunti impegni del dott. Cocco, l'appuntamento è rinviato.
Per quanto concerne i detenuti, questi svolgeranno, a titolo gratuito, attività a favore del territorio comunale, in linea con il principio affermato dall'art. 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena. In questo modo l'amministrazione, grazie all'intervento della Società Autostrade, intende promuovere e realizzare interventi di politica attiva del lavoro a favore di lavoratori e persone appartenenti a categorie in condizioni di svantaggio e che hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro.
L'intento è quello di avviare una sperimentazione di collaborazione attiva tra le parti della società attente a diffondere buone pratiche di cittadinanza attiva e con la volontà di svolgere attività che favoriscano l'inclusione e che contribuiscano a ripristinare il decoro urbano.
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 18 luglio 2020
Dal 2009 in prima linea con i detenuti. Lo rende noto Elisa Montanari, presidente del sodalizio cagliaritano: un primo segnale di ritorno alla normalità. "Riprenderà la prossima settimana, con i colloqui con i detenuti, l'attività di volontariato dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" nella Casa Circondariale "Ettore Scalas". Lo rende noto Elisa Montanari, presidente del sodalizio sottolineando che "finalmente dopo oltre 4 mesi, le volontarie si recheranno sia nel Reparto femminile sia in quello maschile per contribuire a rendere meno gravosa la loro solitudine".
"Grazie alla disponibilità della Direzione dell'Istituto - rileva - sarà possibile, nel rispetto delle norme anticovid19, incontrare le persone private della libertà. Gli incontri avverranno garantendo il distanziamento e con i presidi individuali di protezione. Si tratta di un primo segnale di ritorno alla normalità dopo un lungo periodo di sospensione di tutte le attività.
Bisognerà invece aspettare l'autunno per poter riaprire la parruccheria, il Coro, il corso di ricamo e il progetto di danza-terapia". "La stagione estiva - ricorda Montanari - è un periodo particolarmente delicato nelle carceri proprio perché, ormai chiusa la scuola, le attività sono quasi del tutto assenti. L'estate 2020 si caratterizza però per una sorta di prolungamento del lockdown dovuto alla pandemia e la ripresa dei colloqui, può rappresentare un'occasione per favorire una maggiore socialità".
"Il volontariato - afferma Marco Porcu, Direttore della Casa Circondariale - svolge un importante ruolo di collaborazione con la struttura penitenziaria favorendo il dialogo, promuovendo iniziative di carattere culturale e intervenendo con atti concreti di solidarietà. Abbiamo quindi ritenuto opportuno riprendere la loro presenza anche per favorire un ritorno alla normalità.
Valuteremo nelle prossime settimane la possibilità di ampliare la gamma delle iniziative. Occorrerà però aspettare l'inizio dell'autunno per verificare la situazione e assumere nuove disposizioni". Socialismo Diritti Riforme è presente nella Casa Circondariale di Cagliari dal 2009, prima nello storico Istituto di Buoncammino e poi nell'area territoriale di Uta a circa 23 chilometri dal capoluogo.
Giornale dello Spettacolo, 18 luglio 2020
L'innovativa Compagnia della Fortezza creata da Armando Punzo propone due spettacoli: "Per il lockdown inventiamo nuove forme". I detenuti-attori di Volterra non si fanno fermare dalle limitazioni indispensabili contro il virus. Con gli spettacoli di questa estate la Compagnia della Fortezza, il teatro del carcere ideato e diretto da Armando Punzo, conclude un percorso che prelude alla costruzione di un Teatro stabile nella casa di reclusione stessa. Con due nuovi spettacoli si conclude infatti un progetto triennale dedicato ai trent'anni di una formazione radicalmente innovativa sia socialmente che artisticamente. È una delle realtà culturali più riuscite e coraggiose create nel nostro Paese.
Gli spettacoli sono "Naturae. La vita mancata - primo quadro", dal 28 luglio al 2 agosto alle 16 nella Fortezza Medicea, ovvero il carcere, e "Naturae. La valle dell'innocenza - secondo quadro", l'8 e 9 agosto 2020 al Padiglione Nervi dell'ex Salina di Stato di Volterra, alle 17.30 e alle 21.30. Il progetto triennale è organizzato da Carte Blanche, è curato da Cinzia de Felice.
"La storia della Compagnia della Fortezza è una storia fatta di impossibilità, continuamente superate - scrive nel suo comunicato Carte Blanche. Invece che abbandonare il campo, ovvero il nostro Teatro Renzo Graziani all'interno del carcere di Volterra, il lockdown ci ha dato modo di inventare nuove forme e modi per continuare a lavorare attorno al progetto Naturae, mantenendo intatto il rapporto tra tutti i componenti di quella casa accogliente che è la Compagnia della Fortezza. Nessuno è stato tagliato fuori, grazie anche alla lungimirante e generosa disponibilità della direzione del carcere (ovviamente restando nei parametri di quanto ammesso dalle nuove disposizioni del Dap), assieme alla quale, quotidianamente, sono state studiate soluzioni che permettessero di non abbandonare il presidio cultural-teatrale che è il pane quotidiano per tanti dei nostri attori reclusi".
"La Regione è sempre stata al fianco del lavoro, delle utopie e delle battaglie di Armando Punzo - ha commentato in conferenza stampa a Firenze la vicepresidente e assessore alla cultura della Regione Toscana Monica Barni. Abbiamo sempre ribadito, con un sostegno costante, la rilevanza di un progetto fondamentale a livello nazionale e internazionale". Come assistere allo spettacolo in carcere? Fa sapere Carte Blanche: "Fino alla mezzanotte di sabato 18 luglio sarà possibile fare richiesta di autorizzazione all'ingresso in carcere per assistere a Naturae.
La vita mancata - primo quadro, versando la donazione che darà diritto a partecipare all'estrazione che assegnerà i 15 ingressi. Il 30% delle donazioni così ricevute verrà devoluta in beneficenza e impiegata per sostenere l'intervento degli scavi archeologici del recentemente scoperto Anfiteatro Romano di Porta Diana di Volterra". Per una volta è giusto e opportuno segnalare tutti gli enti e istituzioni che hanno sostenuto e promosso il progetto triennale della compagnia: Mibact - Ministero per i beni le attività culturali, Regione Toscana, Acri - Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Comune di Volterra, Comune di Pomarance, Ministero della Giustizia - Casa di Reclusione di Volterra.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 18 luglio 2020
Giovanna Corbatto, che da marzo ricopre il ruolo di garanzia nel comune del Friuli-Venezia Giulia, ha visitato il centro di detenzione dopo il secondo morto in meno di sette mesi. Nuovi dettagli dalla rete LasciateCIEntrare sulla storia del giovane che lunedì scorso ha perso la vita dietro le sbarre
O.T. era un ragazzo di 28 anni. Incensurato. Sano. Senza problemi di tossicodipendenza. Venerdì 10 luglio ha rubato una bici, a Bolzano. Una bravata, forse causata da un bicchiere di troppo. Fermato, avrebbe sputato sugli agenti. Per questo il giudice ne ha dichiarato la pericolosità sociale e disposto il trasferimento nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) più vicino, quello di Gradisca d'Isonzo. O. T. era nato in Albania e non aveva il permesso di soggiorno.
In tribunale si sarebbe messo a piangere, forse spaventato dall'idea di finire dietro le sbarre. Sabato è entrato nella struttura detentiva, lunedì mattina è stato ritrovato morto nella cella dove avrebbe dovuto trascorrere la quarantena. I dettagli raccolti dalla campagna LasciateCIEntrare iniziano a dare forma alla storia del secondo morto nel Cpr di Gradisca in meno di sette mesi.
Ieri, intanto, la Garante comunale delle persone private della libertà personale ha visitato per la prima volta il centro. La figura di garanzia è stata istituita a dicembre scorso e a marzo ha visto l'elezione di Giovanna Corbatto, classe 1981, esperienza nella Caritas e riconoscimento Unhcr per l'impegno nei corridoi umanitari.
Com'è la situazione nel Cpr?
Difficile rispondere senza generare fraintendimenti. All'interno la situazione può cambiare da un momento all'altro. Basta poco per innescare malumori o proteste. Le persone che ho potuto incontrare stavano tutto sommato bene. Bene compatibilmente con l'ambiente in cui sono inserite. Non ho potuto parlare con tutti. La mia è una valutazione relativa a una visita di due ore in cui ho soprattutto avuto modo di farmi un'idea generale. È la prima volta che entravo nella struttura. La situazione mi è parsa tranquilla, ma ciò non significa che vada tutto bene. Ci sono sicuramente delle criticità.
Quali?
Andrebbero attenzionati inizio e fine del percorso nel Cpr. Su questo si può lavorare. Poi ci sono altri elementi di difficoltà su cui né la prefettura né la cooperativa Edeco (ente gestore, ndr) hanno colpa. Ci sarebbe bisogno di un apporto di personale superiore, a partire da quello sanitario. Avere un medico solo per cinque ore è troppo poco. Ne sono tutti consapevoli, ma i capitolati usciti lo scorso anno con Salvini al governo lasciano poco spazio a un incremento del personale impiegato.
Alcune testimonianze emerse nei giorni scorsi denunciano una somministrazione massiccia di sedativi e tranquillanti ai reclusi. Ha potuto raccogliere elementi su questo?
Sì, ma siccome è elemento di indagine relativamente alla morte del ragazzo non posso dire molto. Posso riferire quello che ho chiesto: come funziona l'assunzione e la somministrazione dei farmaci, se di persona o no; da dove vengono; chi li prescrive; chi li somministra.
Esiste un protocollo?
Posso dire solo che i farmaci somministrati vengono registrati.
Ci risulta che con il lockdown gli ingressi del personale di Centro di salute mentale (Csm) e Sert siano stati interrotti, ma la somministrazione di sedativi e tranquillanti sia continuata. Può confermarlo?
Il personale non entra, ma è stata allestita una sala privata in cui gli ospiti continuano ad avere colloqui via Skype con psicologici e psichiatri di Csm e Sert.
Il Cpr ha riaperto a dicembre scorso. Da allora si contano rivolte, violenze, diversi casi di Covid-19 e due morti. Una struttura simile può avere un futuro compatibile con lo stato di diritto?
Non si può pensare di avere una struttura dove non accade niente, dove tutti sono sereni. Le dinamiche che nascono all'interno del Cpr sono malate. È un'istituzione totale in cui ci sono persone rinchiuse, per una detenzione amministrativa. Così come è configurato il Cpr è un controsenso. Vanno cambiate le regole di base.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 18 luglio 2020
In 400 scrivono a Zingaretti. Il nervo libico era scopertissimo, evidentemente. E l'articolo di Roberto Saviano su Repubblica di ieri lo ha sollecitato, provocando tensioni e litigi all'interno del Partito Democratico.
Quattrocento militanti che scrivono a Zingaretti, onorevoli della maggioranza che si accusano l'un l'altro ricordando i tempi in cui salivano insieme sulla Sea Watch di Carola Rackete, deputati dem che cercano di spiegare le proprie ragioni, avvolgendosi in contorte giustificazioni. Mentre dunque il Viminale continua a lavorare sui dossier Libia e Tunisia, e non si placa lo sdegno per la foto del cadavere abbandonato alla deriva nel Mediterraneo ("L'indifferenza scava abissi in noi", dichiara il cardinale Francesco Montenegro) scoppia il caos in casa Pd.
L'aria era già tesa giovedì mattina, quando la maggioranza si è spaccata alla Camera sul decreto missioni che prevede il rifinanziamento della Guardia Costiera libica, pilastro della politica italiana ed europea sul governo dei flussi migratori dal Nord Africa. Ventitré deputati, tra cui i dem Laura Boldrini e Matteo Orfini, hanno firmato una risoluzione contraria agli accordi con Tripoli. Saviano, dalle colonne di questo giornale ha poi accusato il segretario Nicola Zingaretti di aver tradito lo spirito dell'Assemblea nazionale del partito, che a febbraio aveva votato all'unanimità contro lo stanziamento dì fondi ai libici.
"Per non regalare il Paese a Salvini sono diventati Salvini". A quel punto il bubbone esplode. La parlamentare Giuditta Pini scrive alla presidente Valentina Cuppi: "I militanti mi chiedono come sia possibile che le deliberazioni dell'Assemblea vengano platealmente ignorate. Giro la domanda a te: quali iniziative intende prendere la Presidenza per difendere il principio e lo Statuto del Pd?".
Lia Quartapelle, capogruppo Pd in commissione Esteri alla Camera, prova a smorzare ("Abbiamo evitato un pericoloso vuoto di potere in Libia"), ma Elly Schlein, vicepresidente dell'Emilia Romagna ribatte: "Gli accordi con la Libia erano una vergogna dall'inizio. Dov'è la discontinuità?". Interviene allora il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio: "Basta polemiche, sosteniamo il governo per una rapida modifica del memorandum con la Libia, il disimpegno rischia di non cambiare nulla".
Ma quando in serata la tensione sembra scemare, ecco il post di Riccardo Magi (+Europa) su Facebook: "Caro Graziano, un anno fa eravamo insieme sulla SeaWatch per chiedere che fossero fatti scendere i naufraghi in fuga dall'inferno libico. Non sono polemiche, sono i fatti di questi ultimi anni". Tutto ciò mentre il ministero dell'Interno, dopo i 30 Suv, si appresta a consegnare entro settembre alle autorità di Tripoli 17 ambulanze, 20 gommoni e 13 autobus, nell'ambito di un progetto italo-europeo (vale 57 milioni di euro) che ha lo scopo di rafforzare il controllo delle frontiere meridionali. Quello libico non è l'unico dossier sul tavolo della ministra Lamorgese: i mille e passa sbarchi nello scorso weekend, per la maggior parte tunisini, hanno convinto il Viminale ad accelerare un piano di aiuti economici (in infrastrutture ed equipaggiamenti) da far giungere a Tunisi, per avere garanzie di un migliore controllo delle partenze.
"In ottica di contenimento del Covid bisogna bloccare gli arrivi autonomi coi barchini", dicono al ministero. Che ieri ha ricevuto la disponibilità di tre armatori per una o due navi da ancorare tra la Sicilia e la Calabria e dedicare alla quarantena dei migranti sbarcati risultati positivi.
Al momento sono circa un centinaio in Italia, di cui 24 portati all'ospedale Celio di Roma e 27 sistemati nel deposito dell'Aeronautica a Castello d'Annone, nell'Astigiano. Il resto si trova ancora a bordo della Moby Zazà, ma l'armatore Onorato ha fatto sapere di non voler rinnovare il contratto col Viminale.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 18 luglio 2020
Il nuovo processo a Marco Cappato non è una copia del precedente, nel quale l'esponente radicale è stato assolto dalla imputazione di aiuto al suicidio. In entrambi i casi chi ha chiesto e poi ottenuto aiuto per morire era gravemente ammalato e soffriva irreversibili sofferenze. Ma nel primo caso la vita della persona dipendeva dalla assistenza di strumenti che le assicuravano la respirazione artificiale, mentre nel secondo sembra che la assistenza medica al malato non richiedesse simili sostegni vitali.
È probabile che, sia chi fonda la sua opinione su un semplice criterio di umanità, sia chi pensa che ciascuno debba essere libero di decidere su come e quando morire e sia chi invece assume che in nessun caso la vita sia disponibile, tutti, allo stesso modo, trovino che quella differenza non abbia peso e non tocchi i valori in campo.
Ma proprio quella differenza è divenuta determinante dopo la sentenza dell'anno scorso della Corte costituzionale. Con quella sentenza la Corte ha inciso sulla portata della norma del codice penale che punisce gravemente chiunque, in qualsiasi modo, aiuti altri a mettere in atto il proprio suicidio.
La Corte ha affermato che in sé il divieto di aiuto al suicidio è compatibile con la Costituzione, ma non deve essere punito chi fornisce aiuto ad una persona capace di prendere decisioni libere e consapevoli, che voglia porre fine alla propria vita essendo affetta da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili e - questo è il punto che distingue i due casi - sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale.
Oltre alla Corte costituzionale italiana sulla questione sono intervenute diverse altre Corti, nazionali ed europee. L'orientamento che esse hanno espresso è diverso. La Corte europea dei diritti umani - la cui giurisprudenza vincola tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa - afferma che la legittimità dell'aiuto fornito a chi abbia liberamente deciso di morire, si basa sul riconoscimento del diritto alla autodeterminazione nello scegliere quando e come morire.
Secondo la Corte europea nel disciplinare la materia gli Stati godono di un margine di apprezzamento nazionale, fermo restando che l'autodeterminazione, aspetto della dignità della persona, riguarda il diritto al rispetto della vita personale, protetto dalla Convenzione europea dei diritti umani. La Corte costituzionale italiana, pur considerando il diritto alla autodeterminazione, ha ritenuto di ritagliare un'area di situazioni in cui ad essa di debba dar rilievo, rispettandola. Fuori di quelle situazioni essa finisce per non aver peso.
La Corte, strettamente limitandosi al caso che aveva originato il suo esame di costituzionalità, ha definito le condizioni in cui deve trovarsi la persona che chiede aiuto al suicidio. Mentre la Corte europea ha ragionato a partire dal riconoscimento della autonomia della persona, cercando poi le ragioni che possono spingere a limitarne l'uso, la Corte costituzionale considera il diritto di rifiutare le cure e ritiene irragionevole consentire il rifiuto delle cure, anche quando ciò porti alla morte, e prevedere invece la punibilità di un intervento che venga richiesto, nella stessa situazione di fatto, per procurare la morte.
Rispetto all'argomentare della Corte costituzionale v'è da chiedersi se spetti allo Stato o alla società definire quando rispettare l'autonomia delle persone. Il fondamento del diritto (o, forse meglio, della libertà) di cui si tratta, comporta certo la possibilità di prevedere una regolamentazione, ma esclude un generale e incondizionato potere dello Stato di "ritagliare" l'area entro la quale l'autodeterminazione legittimamente si esprime.
Rigorosamente rispettosa dell'autonomia della persona è stata invece la recente sentenza del Tribunale costituzionale federale tedesco. In ogni caso questioni di ragionevolezza si pongono proprio con riferimento alle quattro condizioni poste dalla Corte costituzionale, particolarmente per quella che richiede l'uso attuale di mezzi di sostegno vitale. Una persona, che può certo rifiutare tali trattamenti, dovrebbe accettarli per poi poter chiedere aiuto al suicidio?
E perché escludere in radice il caso di chi non sia malato o non lo sia ancora gravemente, né sia fisicamente impedito a suicidarsi, ma voglia evitare mezzi traumatici ed anche insicuri rispetto all'esito? Questa ed altre domande segnalano la difficoltà di circoscrivere analiticamente l'area di non punibilità delle condotte di aiuto al suicidio: difficoltà che aprono la via ad ulteriori questioni di costituzionalità aventi ad oggetto la norma del codice penale proprio per come l'ha ridefinita la Corte costituzionale.
La discussione sulle condizioni della persona che chiede aiuto per il proprio suicidio, oltre a condurre sul terreno improprio della delimitazione della libertà della persona, distoglie l'attenzione dal cuore del problema: la volontà di metter fine alla propria vita. Né nella legge vigente, né nella sentenza della Corte costituzionale la questione è adeguatamente affrontata.
Eppure si tratta del problema centrale. Quando e come una persona decide "liberamente" di uccidersi o di farsi aiutare a morire? Come la società e lo Stato possono seriamente offrire alternative, per superare non solo il dolore fisico (le cure palliative, le terapie antidolore), ma anche le difficoltà personali o sociali? Questo è il terreno su cui lavorare alla ricerca di difficili, ma indispensabili risposte. Non quello di definizioni astratte di casi e condizioni, fuori dei quali chi ha deciso di uccidersi, se può farlo da solo, può solo ricorrere a mezzi violenti e avvilenti.
di Mario Panizza
L'Osservatore Romano, 18 luglio 2020
Il recupero e la valorizzazione delle carceri dismesse sulle isole può garantire un utile non solo finanziario, ma anche sociale. Le piccole isole, per molti simbolo di esotismo e di riposo, luoghi idilliaci, accoglienti, paradisi, talvolta fiscali, sono state, in non pochi casi, anche sedi di penitenziari infernali, di esilio, di espiazione, di isolamento. Negli anni, quasi tutte queste isole hanno perso la funzione di stabilimento penale e l'edificio carcerario, una volta svuotato, è rimasto prevalentemente inutilizzato.
Sin dall'impero romano, per evidenti motivi geografici, sono state considerate il miglior luogo di detenzione e di punizione. Le celle potevano non essere costrette da barriere oppressive, in quanto il limite invalicabile era il mare. In questo caso l'edificio era pertanto un semplice ricovero, destinato alla permanenza dei carcerati e ai servizi collettivi, e i detenuti potevano soggiornare con margini di manovra abbastanza generosi, svolgendo il loro lavoro e la vita comunitaria senza impattare costantemente con le barriere di un carcere tradizionale.
Talvolta l'isolamento del luogo è servito invece a rafforzare la sofferenza e il peso della punizione e caricare psicologicamente il senso del distacco definitivo dalla società. In alcuni casi le celle sono state addirittura costruite in modo che i detenuti non potessero nemmeno godere della vista del mare. In questi casi l'idea di riabilitazione era totalmente assente e il modello della detenzione era del tutto distante dall'obiettivo del recupero del detenuto.
Alcune isole, con i loro penitenziari, hanno assunto un'importanza storica, letteraria e cinematografica: Sant'Elena, una delle più lontane dalla terraferma, isolata nell'Atlantico, ha costituito, dopo il breve soggiorno coatto nell'isola d'Elba, l'esilio definitivo di Napoleone; l'Île-d'Yeu, al largo della Vandea, è stata il luogo di detenzione dell'ottantottenne Maresciallo Pétain; l'Ile du Diable nella Guyana francese ha raccolto le gesta — romanzo e film — di Papillon; l'Isola con il Castello d'If, fortezza costruita tra il 1527 e il 1529 al largo di Tolone, è nota per la fuga di Edmond Dantès - Il Conte di Montecristo; Alcatraz, al largo di San Francisco, in acque predilette dagli squali, chiusa dal 1963, è ormai meta di turisti e di appassionati di ornitologia; la sudafricana Robben Island, prima asilo psichiatrico, poi lebbrosario, adesso Patrimonio dell'umanità, è stata il luogo di detenzione, per 27 anni, di Nelson Mandela; Nazino, in Siberia, era l'isola della morte, nella quale, durante il periodo staliniano, i carcerati, denutriti, morivano a migliaia, e dove sono accaduti numerosi episodi di cannibalismo.
L'isola italiana architettonicamente più nota è di sicuro Santo Stefano, nelle ponziane, per la quale è stato previsto un finanziamento di 70 milioni di euro. Il suo carcere, costruito nel periodo borbonico (1794-1795), un panottico a forma di ferro di cavallo su progetto di Francesco Carpi, contiene, al centro del cortile, un piccolo edificio, punto di osservazione e di controllo dell'intero complesso. La qualità architettonica, legata alla pulizia della forma planimetrica e al ritmo delle aperture sui prospetti interni ed esterni, e il suo inserimento nell'ambiente con affaccio sul mare, ne fanno un'opera di grande pregio. In uso fino al 1965, ha ospitato detenuti famosi tra cui lo scrittore Luigi Settembrini, l'anarchico Gaetano Bresci e il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Poco lontana, a circa due chilometri, l'isola di Ventotene, già luogo di confino dei congiunti degli imperatori romani e, nel secolo scorso, di antifascisti e persone non gradite al regime, noto soprattutto per aver dato il nome al Manifesto di Ventotene, che auspicava la federazione degli Stati europei, è oggi un posto di villeggiatura alquanto frequentato.
L'altro nucleo italiano consistente di isole-penitenziario è l'arcipelago toscano con Pianosa, Gorgona, Montecristo, Capraia, i cui reclusori, sorti dopo la metà dell'Ottocento, sono stati quasi tutti dismessi alla fine del secolo scorso per molteplici ragioni tra cui, non secondario, il costo elevato della gestione e della manutenzione. L'intero arcipelago è attualmente un parco nazionale, costituito con l'obiettivo di ricreare e consolidare il valore culturale, oltre che botanico e zoologico, dell'ambiente naturale. Il potenziamento dello sviluppo turistico è sostenuto proprio dalle attività avviate con il lavoro dei detenuti nel centro penitenziario di Gorgona, dove, in mezzo ai castagni e agli ulivi, è fiorente la produzione del famoso vino giallo. Si tratta di una iniziativa, molto lontana dall'uso che si faceva nel passato degli estenuanti lavori forzati dei condannati, come, in periodo borbonico, nell'isola di Vulcano (Eolie) per l'estrazione di allume e zolfo.
Parco nazionale è stata dichiarata nel 2002 anche l'isola dell'Asinara, dopo la dismissione da penitenziario nel 1998. Sorta come colonia penale agricola nel 1885, diventa negli anni il carcere più noto d'Italia, ospitando i condannati per mafia e, negli anni Settanta, per terrorismo. Al centro di numerose sommosse, era conosciuto in tutto il mondo come il penitenziario dal quale era impossibile evadere.
Geograficamente africana, Lampedusa, confino di polizia dal 1872 per alcuni decenni, è sicuramente l'isola che richiede gli interventi strutturali più importanti. Turistica, ma universalmente nota come simbolo di isola-rifugio, evidenziato dall'inaugurazione nel 2008 della Porta d'Europa di Mimmo Paladino, visitata dal Papa e da eminenti personaggi politici, è soffocata dal disordine dei centri di accoglienza, inevitabilmente affollati. Soffre della difficile coabitazione con i migranti che, nella situazione attuale, incidono negativamente sull'attrattività del suo patrimonio naturale, soprattutto subaqueo.
Cosa fare di questi beni architettonici e naturali, molti dei quali veri e propri gioielli, destinati purtroppo a deteriorarsi definitivamente se non si agisce con tempestività attraverso una manutenzione che, in alcuni casi, richiede interventi profondi?
Se si potesse disporre di patrimoni pubblici solidi, le soluzioni culturalmente interessanti sarebbero sicuramente molte: tra tutte, la costituzione di centri di ittiocoltura, destinati a garantire il lavoro ai tanti pescatori che ormai guadagnano sotto la sufficienza. Il tema è però più complesso e deve tenere in conto la condizione congiunturale dell'economia globale; si tratta infatti di combinare la salvaguardia del bene con l'utile che si riesce a ottenere dal suo uso: coprire sia i costi per il restauro che la manutenzione nel tempo dell'edificio e del territorio. Il concetto di valorizzazione non può essere ridotto però esclusivamente all'utile economico; esso deve comprendere una misura più ampia.
La valorizzazione deve avere almeno due parametri ai quali rispondere: l'utile non solo finanziario, ma anche sociale; l'utile ricavato da introiti che non sono di pertinenza esclusiva dell'edificio penitenziario dismesso. Il primo si rivolge alla conservazione del bene che si intende mantenere e restaurare. In non pochi casi si tratta di opere architettoniche di pregio, soprattutto per il loro inserimento nell'ambiente naturale e per il prestigio, culturale in senso lato, che rappresentano.
Il secondo parametro deve tenere conto dei benefici indotti, anche se ci si limita a calcolarli esclusivamente in termini finanziari. L'interesse turistico ha molto spesso un rientro economico non solo attraverso il bene ripristinato, ma attraverso l'estensione di una serie di iniziative collaterali. Restaurare un penitenziario su un'isola per trasformarlo ad esempio in un museo non potrà certo essere sufficiente a coprire le spese. Però potrà rappresentare il richiamo per altre attività redditizie, legate proprio al turismo balneare e marino.
Per l'insieme di queste ragioni l'intervento su beni delicati, perché isolati, di difficile inserimento in un circuito economicamente produttivo, richiede una programmazione accorta e, soprattutto, volta al coinvolgimento di più attori capaci di consorziarsi e determinare il giusto equilibrio tra le attività che possono essere alimentate.
Il percorso più sostenibile per mantenere la proprietà pubblica del bene e, allo stesso tempo, coinvolgere il privato nell'investimento potrebbe essere l'uso di una concessione dedicata, calibrata su un periodo ben definito, insieme, sufficientemente lungo perché possa garantire utili, ma anche non troppo perché, al termine della concessione, quando l'amministrazione pubblica ne rientrerà in possesso, il patrimonio sia ancora ben conservato. La concessione dedicata deve appoggiarsi a una convenzione ad hoc, che sappia valorizzare le risorse locali, contrastando anche la diffusa fuga degli abitanti da queste isole e, contemporaneamente, attrarre investitori interessati a sostenere, nei tempi lunghi, la conservazione equilibrata del patrimonio ambientale, naturale e culturale.
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