di Alberto Lucchin
Il Gazzettino, 22 luglio 2020
Doccia fredda sul Comune, che ha chiesto di poter usare gli spazi per l'allargamento dell'attuale sede del Tribunale. "Resta ferma l'intenzione del Ministero di portare il carcere minorile in via Verdi". Lo rivela il prefetto Maddalena De Luca, spiegando che in realtà l'emergenza Covid ha rallentato, ma non fermato il trasloco a Rovigo della casa circondariale per minorenni di Treviso, sostenendo altresì che la scelta di farlo negli spazi delle vecchie carceri in centro storico non è cambiata.
Questo, ovviamente, complica ulteriormente la questione dell'ampliamento del vicino Tribunale, visto che da ormai più di un anno avvocati e commercianti chiedono a gran voce che in realtà quello spazio sia utilizzato per ampliare gli spazi delle aule di giustizia ed evitarne così il trasloco fuori dal centro. Alla fine, quello che alcuni aveva definito un incubo per la città si sta avverando. L'istituto di rieducazione minorile arriverà in centro storico. L'estate scorsa erano stati svolti i primi rilievi sulla struttura, durante i quali i tecnici incaricati dal Ministero della Giustizia hanno controllato lo stato di salute dello stabile e svolto le ultime misurazioni.
Lo conferma il prefetto De Luca: "Sono già avviate le prime verifiche sul campo e dovrebbero iniziare i primi affidamenti - spiega. Chiaramente c'è stato uno stop a causa della situazione emergenziale e vedremo adesso quali nuove informazioni arriveranno in merito, ma resta l'intenzione di farlo lì, nel vecchio carcere".
Il progetto di realizzazione, con il dettaglio di quante celle e su quali saranno gli spazi adibiti ad ufficio al suo interno sono top secret. Nemmeno gli uffici preposti del Comune hanno accesso a questa documentazione, visto che si tratta di un edificio che segue un iter burocratico a sé stante vista la sua particolare funzione. L'unica cosa che è possibile presumere è che quell'edificio venga sostanzialmente rifatto da zero, visto lo stato in cui versava già prima della sua chiusura e la lunga storia che ha alle spalle.
La determinazione da parte del Ministero di portare a Rovigo il carcere minorile fa infuriare il sindaco Edoardo Gaffeo, che apprende con irritazione il fatto che da Roma non lo abbiano ancora interpellato su questo delicato argomento: "Non ho ricevuto alcuna comunicazione recente in merito - spiega - So che è ancora pendente addirittura un'interpellanza della senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, fatta il 4 marzo al Guardasigilli Alfonso Bonafede, alla quale non ha ricevuto alcuna risposta.
Giusto per dire che non solo io da sindaco non ho ricevuto una risposta da parte sua, ma persino un senatore della Repubblica. Non so che informazioni abbia il prefetto, non dubito del fatto che abbia un canale privilegiato, però io sono ancora in attesa di un appuntamento al Ministero, che ancora non mi è stato dato. Nel momento in cui dovesse essere confermata questa decisione, faremo le nostre dovute riflessioni. Coinvolgeremo la città nel dibattito".
Il dibattito infatti non coinvolge solo il consiglio comunale ma un esercito di avvocati sul piede di guerra da mesi e di alcuni commercianti spaventati che questa cosa possa danneggiare l'indotto prodotto dal tribunale, che vorrebbero fosse ampliato proprio nel vecchio penitenziario in cui invece andranno a stare i cosiddetti baby carcerati.
Su questo argomento l'aula di Palazzo Nodari, a febbraio, si era espressa a difesa delle toghe, ostacolando il trasloco del tribunale con una precisa mozione, chiedendo che non sia spostato dalla sua attuale collocazione in via Verdi. Questo Gaffeo lo sa e intende farlo valere nelle sedi preposte: "In questo momento una soluzione non ce l'ho, ma c'è un mandato preciso del consiglio in cui è prevista una certa direzione, non è previsto un piano B". Di piani B ne sono circolati parecchi, dal trasloco al Maddalena, che il prefetto caldeggia, alla realizzazione di una nuova struttura realizzata fuori dal centro città, che spaventa per via dell'impatto che potrebbe avere sull'economia cittadina.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2020
Niente arresti domiciliari per il giovane calabrese Marco Venuti accusato di tentata rapina. Per il Gip la moglie Loredana Ursino può accudire da sola i due figli piccoli nonostante la sua depressione post parto. Non solo, la figlia di due anni sta bene fisicamente, quindi non ha bisogno della presenza del padre. Parliamo di Sophia, la bimba che ha avuto una brusca regressione di sviluppo a causa dell'arresto del padre. Una vicenda che Il Dubbio ha recentemente riportato.
L'istanza presentata dall'avvocato Alessandro Moffa è stata ben circonstanziata. La richiesta dell'applicazione degli arresti domiciliari si basa su diversi fattori. Uno che l'imputato ha dimostrato la piena assunzione delle responsabilità chiedendo di concordare l'applicazione della pena su accordo delle parti. "Tale evento - scrive il difensore - costituisce elemento certamente sintomatico di un sicuro affievolimento, quantomeno - delle esigenze cautelari sottese al caso di specie". Infatti, già durante l'interrogatorio il ragazzo ha ammesso tutte le proprie responsabilità per l'errore commesso, mostrandosi pentito ed esplicitando le ragioni di carattere economico che lo hanno indotto a tentare la rapina.
L'altro elemento è quello che Il Dubbio ha già raccontato. "Dirò una cosa che fa male sentirlo, ma mi creda - ha raccontato Loredana al giornale - è tremendo dirlo e soprattutto provarlo. Ho partorito da sola in ospedale e la nascita di mio figlio è stata la cosa più brutta della mia vita". Loredana è entrata in sala parto con la speranza che il dottore chiamasse in tempo il carcere per dire al suo compagno che è diventato papà.
"Ho avuto - rivela con dolore - una forte depressione post parto". Nell'istanza per i domiciliari si legge infatti che "non si può non rilevare come il disturbo d'ansia e la depressione post-partum che affliggono la signora Ursino, in assenza di altri familiari idonei ad accudire i figli, compromettono irrimediabilmente il processo evolutivo dei minori stessi, causandone, di fatto, un grave deficit assistenziale". Ma poi c'è l'altra questione, la più delicata e che riguarda la bimba di due anni.
"Come sappiamo - ha raccontato Loredana a Il Dubbio - per colpa del Covid hanno bloccato i colloqui in carcere e mia figlia ha cominciato a dare segni di instabilità. Inizialmente ha cominciato a dare problemi di deambulazione, cadeva molto spesso sia da ferma che quando camminava. Poi anche problemi di linguaggio. Prima che venisse arrestato il mio compagno, mia figlia aveva cominciato a parlare, poi ha improvvisamente smesso".
Si è pensato che fossero capricci, ma la situazione ha cominciato a diventare seria. "Alla fine l'ho portata a fare delle visite. Fisicamente, per fortuna, è risultato che non ha nessun problema. Ma la psicoterapeuta ha diagnosticato che il suo disagio è mentale. Ha spiegato che mia figlia ha subito il distacco involontario dal padre e la presenza di un altro bimbo".
Nell'istanza l'avvocato sottolinea che "non può essere taciuta, infatti, la situazione attuale della piccola Sophia, la quale presenta uno sviluppo del linguaggio carente che rendeva necessaria una valutazione logopedica e la programmazione di una visita neuropsichiatrica infantile con esame di potenziali evocati uditivi". Inoltre, si legge sempre nell'istanza, la piccola Sophia, a seguito di episodi parossistici di caduta e arresto del contatto nonché riferita regressione di sviluppo, viene ricoverata
presso il Policlinico Gemelli di Roma, nel reparto di Neuropsichiatria infantile al fine di effettuare dei controlli di inquadramento diagnostico terapeutico. "Durante il ricovero - scrive l'avvocato nell'istanza - effettuava approfondimenti neurologici, neuropsicologici, elettroencefalografici ed oculistici- ortottici. Dall'esame neuro-cognitivo emergeva un profilo disarmonico, in presenza di una differenza significativa (>12 punti) tra i punteggi indagati dalle scale nello strumento, a discapito del punteggio ottenuto nella scala di Linguaggio e Apprendimento, che si colloca nei limiti inferiori della norma. L'analisi qualitativa della valutazione sembra mettere in evidenza una resistenza alla comunicazione verbale, sebbene si apprezzi un'adeguata intenzionalità comunicativa espressa per mezzo del codice non verbale".
La richiesta degli arresti domiciliari si fonda, appunto, sul fatto che Loredana, in condizioni psico- fisiche precarie, non può offrire una adeguata assistenza ai figli che necessitano di particolari cure e attenzioni, in particolare la figlioletta Sophia. D'altronde c'è l'articolo 275 comma 4 del codice di procedura penale che prevede la disposizione dei domiciliari nel caso in cui gli imputati con figli non superiori a sei anni non posso ricevere un'assistenza adeguata. Ma nulla da fare. Il gip del Tribunale di Reggio Calabria ha rigettato l'istanza. Secondo la giudice, Loredana può essere aiutata dai parenti e la figlia Sophia ha condizioni di salute che risultano normali. La misura cautelare in carcere, rimane quindi l'unica opzione possibile.
di Ilaria Cucchi
La Stampa, 22 luglio 2020
Dopo Ferrara anche a Torino si procede per torture commesse dagli uomini dello Stato in danno di detenuti in loro custodia. Fatti odiosi come connivenze e coperture che pare ci siano state a Torino. Sono addolorata ma pienamente convinta che tutto ciò faccia bene alle Istituzioni, contribuendo a renderle migliori difendendo i pubblici ufficiali onesti e fedeli al loro compito, distinguendoli da chi invece macchia la divisa che porta.
Se penso che c'è chi ha il coraggio di invocare l'abolizione di questo reato, non posso non pensare a malafede propagandista ed ignorante. Qui, invece, lo Stato c'è. È presente e ci infonde fiducia. Tutti possono sbagliare. Anche chi porta la divisa. Ma è fondamentale che chi sbagli paghi e che la legge sia uguale per tutti. Sembrano parole semplici, ma sono tutt'altro che scontate.
La presenza dello Stato toglie dall'isolamento le famiglie delle vittime di abusi e violenze. Le solleva dall'onere di farsi carico delle richieste di verità e giustizia. Dall'esporre in pubblico il proprio dolore delle tragedie che spesso si trovano a vivere, in una lotta impari contro il malevolo pregiudizio. Chi non ce la fa soccombe sommerso dalla mistificazione ignorante e violenta della propaganda politica strumentalizzatrice che nega qualsiasi dignità al proprio caro, nel millantato buon nome "delle istituzioni" che nulla debbono avere a che fare con questi atti criminali.
Chi ci riesce, come me, appare fortunata. Ma non è consapevole del prezzo che andrà a pagare. Se ha la fortuna di imbattersi in fior di magistrati capaci ed onesti, pur dopo anni ed anni di battaglie impari, diventa, suo malgrado, oggetto dell'attenzione invidiosa e violenta degli haters. Continua il cammino faticosissimo dei processi per la morte del proprio caro mentre viene fatta oggetto di ogni genere di insulti e minacce dai quali non riesce a proteggere sé stessa e la famiglia. Si imbatte in magistrati che quegli insulti spesso giustificano e legittimano. Ma deve reggere.
Continuare ad andare avanti senza potersi permettere di inciampare. Tutti - anche chi meno te lo aspetti - sono pronti a gettarti la croce addosso in nome del rispetto di quei sacrosanti diritti di garanzia la cui violazione ha però ucciso tuo fratello. Tuo figlio. Tutti pronti a difendere l'esercizio del potere, non certo gestito al meglio. Siamo soli. E l'inchiesta di Torino è una speranza per tutti noi.
di Elisa Sola
Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2020
Le accuse del pm Pelosi ai 21 agenti penitenziari. "Pestaggi" e lesioni documentate. Contestato ai vertici il favoreggiamento. Le celle delle torture erano quattro, nella Decima sezione: qui, secondo l'accusa, gli agenti portavano i detenuti "che davano segno di scompensi psichici".
Poi c'era la stanza al piano terra dove all'improvviso il carcerato da punire, preso da tre o quattro poliziotti dalla propria cella, veniva colpito con calci e pugni. Di solito due picchiavano, gli altri due guardavano. Ma le violenze, all'interno del carcere delle Vallette di Torino, avvenivano anche nei luoghi teoricamente pensati per la cura della persona.
Come, sostiene il pm, l'infermeria. È qui che due poliziotti, tre anni fa, portano un detenuto, e gli sputano addosso mentre gli dicono "Figlio di puttana, ti devi impiccare". Poi lo colpiscono con pugni al volto. Il carcerato uscirà da quel calvario con "un ematoma al volto, epistassi dal naso e lesione al dente incisivo superiore che ne provocherà la caduta". E gli aguzzini lo minacceranno: "Devi dire che è stato un altro detenuto a picchiarti, se no lo rifacciamo".
È soltanto uno dei numerosi episodi di violenza che il pm Francesco Saverio Pelosi contesta a 21 poliziotti penitenziari del carcere Lorusso e Cutugno, 17 dei quali sono accusati del reato di tortura. L'avviso di chiusura delle indagini, iniziate due anni fa, è stato notificato ieri agli agenti e due giorni fa ai vertici del carcere, indagati invece per favoreggiamento: il direttore Domenico Minervini (che risponde anche di omessa denuncia) e il comandante della polizia penitenziaria Giovanni Battista Alberotanza.
Secondo quanto accertato dal Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria, che ha svolto le indagini coordinato dalla procura, Minervini e Alberotanza sarebbero stati consapevoli delle "crudeltà" che avvenivano dietro alle sbarre, ma avrebbero coperto i poliziotti, senza denunciare i fatti all'autorità giudiziaria. Le vittime delle sevizie sono almeno dieci: carcerati condannati per reati sessuali o pedofilia. Agire con "crudeltà", per il pm Pelosi, così scrive nella descrizione dei capi di imputazione, significa provocare "acute sofferenze fisiche e psichiche" ai detenuti ledendo la loro "dignità". L'elenco degli abusi di potere e delle violenze mostra uno spaccato da incubo.
Il 17 novembre 2018 tre poliziotti portano una vittima in una stanza in cui non c'è nessuno. "Per quale reato sei detenuto?", è la domanda che dà il via alle botte. Secondo l'accusa, il primo agente dà al detenuto uno schiaffo al volto. Il secondo mette i guanti, così può picchiarlo senza lasciare troppi segni: infierisce in pieno volto e sulla testa. Il terzo lo riempie di pugni alla schiena. Quando, dopo il pestaggio, il carcerato viene riportato nella sua cella, non è finita. Viene obbligato a stare in piedi contro il muro, di modo che lo vedano tutti i compagni che stanno per tornare dall'ora d'aria.
Le presunte torture sarebbero avvenute anche nei confronti dei malati. Come a un detenuto colpito da "una crisi psicomotoria e legato in barella". Mentre era immobile, un agente "lo colpiva ripetutamente al volto facendogli sanguinare il naso". Un altro carcerato, a terra sofferente in attesa del Tso, veniva invece "colpito ripetutamente con violenti pugni al costato". Lui urlava, "i poliziotti ridevano", scrive il pm. Sul perché avvenissero i pestaggi, non ci sarebbero molte spiegazioni. Se non la volontà di "punire" persone condannate per reati consideranti infamanti, come la violenza sessuale. La rabbia di volere attuare una sorta di perversa giustizia fai da te trapela dalle parole di un agente indagato, che dopo aver buttato giù dalle scale a calci un uomo, urla: "Ti ammazzerei, invece devo tutelarti".
O ancora: "Ti renderemo la vita molto dura, te la faremo pagare, ti faremo passare la voglia di stare qui". L'accoglienza riservata a chi metteva piede per la prima volta nel carcere, è spiegata nella descrizione dei reati contestati a tre agenti. Al nuovo arrivato, ricostruisce il pm, consegnano il kit con le lenzuola, poi lo accompagnano in cella.
Mentre sale le scale, lo atterrano con un calcio a gamba tesa: le ferite riportate lo faranno zoppicare per tre mesi. Il "neo giunto" sarà costretto a dormire sulla lastra di metallo del materasso. Lo priveranno, sempre secondo l'accusa, dell'ora d'aria e della possibilità di vedere un medico.
di Currò Dossi
Corriere dell'Alto Adige, 22 luglio 2020
La vittima, Orgest Turia, 28enne albanese, era stata arrestata a Merano a inizio luglio per resistenza. In carcere, era stata accertata la scadenza del suo permesso di soggiorno, ed era scattato il trasferimento nel Centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo, dove è stato trovato senza vita.
Arrestato a Merano per resistenza, era stato trovato col passaporto scaduto e per questo spedito al centro di rimpatrio di Gardisca d'Isonzo. Ma la sera prima dell'udienza davanti al giudice è stato trovato morto, e il compagno semi incosciente. Oggi l'autopsia. Nettis: "Tante perplessità". Gli operatori del centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo lo hanno trovato senza vita martedì scorso, mentre il compagno di stanza, in stato di semi incoscienza, è stato ricoverato d'urgenza in ospedale. Sta meglio, ma ancora non è stato in grado di chiarire che cosa sia accaduto. Per far luce sulla vicenda che, nei suoi contorni iniziali, appare davvero inquietante, il pm Laura Collini, della Procura di Gorizia, ha incaricato un perito di condurre l'autopsia sul corpo di Orgest Turia, 28enne albanese arrestato una decina di giorni fa a Merano per resistenza a pubblico ufficiale. L'esame sarà eseguito questa mattina alle 9.30.
A occuparsi del caso è l'avvocato Nicola Nettis. "Il mio assistito - spiega - era arrivato in Italia con un passaporto valido tre mesi. Alla scadenza, è rimasto in Alto Adige per cercare lavoro. Un ragazzo giovane, senza precedenti e in salute". Una decina di giorni fa ha partecipato a una festa di compleanno a Merano, durante la quale ha alzato un po' troppo il gomito. Tanto che, per strada, "si è appropriato di una bicicletta che non era stata chiusa con il lucchetto - riprende il legale. A quel punto, sono intervenuti i Carabinieri. Turia ha opposto resistenza, pur passiva, ed è stato arrestato".
Di qui la nomina di Nettis come suo difensore. "Sono andato a trovarlo in carcere, e durante l'incontro è apparso subito pentito. Si è reso conto di aver compiuto una sciocchezza". Dopo due giorni l'udienza di convalida dell'arresto, durante la quale ha patteggiato un anno con liberazione immediata e sospensione della pena. Solo che, nel frattempo, è stata accertata l'irregolarità della sua presenza sul territorio italiano, il che ha fatto scattare il trasferimento nel centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, dove è rimasto un paio di giorni.
Poi, la doccia gelata: la telefonata con la comunicazione del decesso di Turia, proprio la sera prima dell'udienza fissata davanti al giudice per la convalida dell'espulsione. E un giallo che si apre: "La situazione appare strana, per lo meno nelle sue battute iniziali - sostiene il legale.
Molte le perplessità: sul corpo non sono stati trovati segni di ferite, e l'ipotesi più plausibile sembra essere quella che i due possano avere assunto qualche sostanza stupefacente. Ma come se la sarebbero procurata? Il mio assistito proveniva da un carcere, e, così come il compagno di stanza, non poteva certo uscire dalla struttura". Si attende ora l'esito dell'autopsia che cercherà di far luce sulla causa del decesso di Turia e del malessere dell'altro uomo.
corrieredisciacca.it, 22 luglio 2020
I detenuti della Casa circondariale "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento ed il personale di polizia penitenziaria non saranno più costretti a doversi spostare da contrada Petrusa verso il presidio ospedaliero "San Giovanni di Dio" nel caso in cui siano necessarie prestazioni radiologiche. Da questo mese un telecomandato radiodiagnostico, già presente nella struttura ma recentemente aggiornato e potenziato mediante l'acquisto e l'installazione di sistemi digitali di acquisizione, permetterà l'elaborazione e la trasmissione delle immagini direttamente sul sistema di archiviazione (Ris-Pacs) del Dipartimento di radiologia dell'ASP di Agrigento per la successiva refertazione.
Il servizio sarà garantito dal personale specializzato dell'Unità operativa di radiologia del nosocomio di Agrigento coordinato dal direttore dipartimentale Angelo Trigona. Si tratta di un risultato importante che garantirà agli utenti del carcere l'immediatezza delle prestazioni unita all'azzeramento dei disagi legati al trasferimento, spesso in condizioni di sofferenza fisica, verso l'ospedale. Il direttore generale Asp, Alessandro Mazzara, ed il direttore sanitario, Gaetano Mancuso, hanno sostenuto sin da subito l'iniziativa, permettendo l'upgrade dell'apparecchiatura radiologica e della tecnologica necessaria. Fondamentale, nell'attivazione del servizio, anche l'impegno profuso dal direttore del Distretto sanitario di Agrigento, Giuseppe Amico.
cn24tv.it, 22 luglio 2020
Attualmente nel carcere a Crotone sono recluse 133 persone: di cui la maggioranza italiani. L'enumerazione delle cifre non deve farci mai dimenticare che i detenuti sono persone con percorsi di vita, tensioni, speranze, errori e non dati meramente statistici", è quanto scrive il garante dei diritti dei detenuti di Crotone, Federico Ferraro.
Ha quindi ricordato diversi episodi a volte "di agitazione emotiva, di confronto, di appelli da parte degli stessi detenuti, dei familiari e del Garante stesso, conclusi sempre con interlocuzioni importanti e costruttive", come lo "sciopero della fame, un tentativo di suicidio, per fortuna sventato dagli agenti o ancora, alle richieste di strumenti anti Covid-19 per tutelare l'incolumità della popolazione carceraria."
"Nei primi mesi del 2020 si è fatta sentire a gran voce la richiesta da parte della popolazione carceraria crotonese di dotazioni, di strumenti di protezione per il coronavirus. Dotazioni che finalmente sono arrivate, ma esclusivamente per sensibilità di privati cittadini, che hanno accolto l'appello dei detenuti e del Garante comunale. La consegna delle oltre 300 mascherine, cucite a mano, è stata un'esperienza molto toccante e significativa. Un atto di civiltà sociale e umana che ha mostrato tutta la generosità dei crotonesi. Esprimo in questa occasione un plauso ai detenuti per l'atteggiamento collaborativo assunto durante la pandemia, senza porre in essere atti violenti o lesivi, come è avvenuto, purtroppo in altre case circondariali italiane.
"Nel mese di marzo ho espresso e torno a farlo un sincero cordoglio e vicinanza al Corpo della Polizia Penitenziaria, appresa la triste notizia della scomparsa dell'agente, vittima del Coronavirus, il capo coordinatore Gian Claudio Nova di 51 anni, in servizio presso la Casa Circondariale di Locri. L'età non veneranda della vittima ci ha fatto comprendere l'importanza di tenere a tutte le età, comportamenti quanto mai responsabili e soprattutto che non mettano in pericolo noi stessi e i nostri cari.
Anche per tali motivi ho dovuto ridurre la presenza fisica preso la Casa circondariale, ma sono state potenziate in sinergia con la Direzione e la Polizia penitenziaria le modalità di comunicazione digitali, ogni volta che i detenuti lo hanno richiesto.
"Agli inizi di aprile i detenuti del carcere di Crotone hanno intrapreso uno sciopero della fame per alcuni giorni, per sollecitare interventi contro il sovraffollamento carcerario e i rischi di contagio da coronavirus; gli stessi hanno scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Ministro della Giustizia, ed alle Istituzioni locali di pubblica sicurezza "lamentando il mancato rispetto delle capienze massime previste all'interno dei luoghi di reclusione, la necessità degli interventi urgenti da affrontare affinché sussistano le necessarie misure di contenimento e prevenzione della pandemia.
"I detenuti hanno chiesto al Governo l'adozione di misure legislative che consentano l'osservanza delle misure di sicurezza imposte dall'Oms e dal Ministero della Salute anche all'interno delle Case circondariali. È stata importante in quei mesi, e lo è tutt'ora, la collaborazione sinergica avviata con il Comando di Polizia penitenziaria di Crotone e con la Direzione.
Sempre in tema Covid-19, c'è stato poi un intervento come Ufficio del Garante dei detenuti anche per un detenuto di origine crotonese, positivo al virus, in Friuli Venezia Giulia; ad aprile si è ottenuto riscontro in merito alle condizioni di salute del detenuto, all'evoluzione della sua situazione clinica come della terapia a cui il medesimo è stato sottoposto. A maggio si è avuto purtroppo un tentativo di suicidio, fortunatamente scampato, grazie agli Agenti di Polizia penitenziaria".
L'Ufficio del Garante comunale dei detenuti ha avviato un tavolo istituzionale "ancora aperto al reinserimento socio-lavorativo: purtroppo ancora oggi nessuna iniziativa o proposta da parte della Casa Circondariale ha ottenuto riscontro concreto dalle imprese e realtà aziendali locali, per cui nessun detenuto a Crotone ha potuto svolgere lavori all'esterno. Sia nell'ambito della utilità sociale che di quello retribuito. In questa mancata risposta sicuramente vi è l'emergenza sanitaria in corso che ha stravolto i ritmi e le dinamiche anche della realtà produttive. Occorre, tuttavia, un riscontro concreto da parte delle realtà imprenditoriali locali per l'uso dei laboratori e degli spazi esterni (le serre) messi a disposizione per attività di laboratorio artigianale o attività agricole. Interessanti proposte sono venute, in questi giorni, nell'ambio dell'attività di legatorìa e serigrafia e ne auspico una concreta attuazione in tempi ragionevoli".
Ferraro ha auspicato "un interessamento da parte degli enti locali, nella fattispecie dell'Ente comunale, durante il periodo di gestione commissariale, ad intervenire nel settore della detenzione carceraria, anche con un semplice interessamento verso le problematiche, oppure prendendo in considerazione la più volte reiterata richiesta di istituire una semplice fermata per autobus che colleghi carcere e città di Crotone, più volte disattesa".
Da qui la proposta di "costituire una struttura stabile aperta sulle problematiche del mondo carcere; dovrà occuparsi anche delle criticità o di tutti gli eventuali ritardi nelle dinamiche penitenziarie tra uffici e popolazione carceraria, come dei servizi. Dovrà creare un sistema di reinserimento nella società e nel lavoro, ricevere progettualità anche da parte di aziende, cooperative, enti pubblici o privati locali, rivolti ai detenuti e ad ex detenuti, ormai liberi e pronti a ripartire. Insomma penso ad un monitoraggio costante e ad un recupero e ad un ripristino della legalità perduta".
di Marco Perduca
Il Manifesto, 22 luglio 2020
"Il movimento di massa di persone dalle campagne alle città - oltre metà della popolazione mondiale vive in aree urbane rispetto al 34% nel 1960 - sta rivoluzionando anche il mercato degli stupefacenti". Questo uno dei nuovi "allarmi" lanciati dal World Drug Report 2020 (rapporto mondiale sulla droga) presentato dalle Nazioni unite a giugno con dati del 2018 raccolti da circa 90 paesi su 193.
L'inurbamento ha fatto sì che le sostanze a base vegetale come cannabis, cocaina ed eroina convivano con centinaia di prodotti sintetici, molti dei quali non appaiono nelle tabelle delle Convenzioni internazionali. Malgrado una stretta sui precursori chimici, queste pasticche, prodotte principalmente in Asia e in nord Europa, si trovano dappertutto a prezzi molto bassi. All'aumento del consumo illegale si aggiunge un incremento impressionante dell'uso non medico di farmaci legali.
Il Rapporto, preparato dall'Ufficio dell'Onu su droghe e crimine (Unodc), conferma che circa 269 milioni di persone usano sostanze sottoposte al controllo internazionale, un aumento del 30% rispetto al 2009. Circa 35 milioni di persone, il 13% del totale, avrebbero sviluppato disturbi alla salute. Per quanto riguarda l'offerta, un'analisi relativa al 2017- 2018 segnala che l'area destinata alla produzione di oppio (240.800 ettari) è in diminuzione per il secondo anno consecutivo, soprattutto in Afghanistan e Myanmar. Conseguentemente le quantità di oppiacei sequestrate nel 2018 (704 tonnellate) risultano notevolmente diminuite rispetto all'anno precedente.
La coltivazione di piante di coca continua ai massimi livelli mai registrati (244.200 ettari) e risulta stabile rispetto ai dati degli ultimi due anni. Si stima quindi che la produzione globale di cocaina abbia raggiunto il record storico di 1723 tonnellate! I sequestri di metanfetamina hanno toccato le 228 tonnellate. Niente di più lontano da "un mondo senza droga". Il rapporto analizza in parte anche l'impatto del Covid-19 sui mercati; sebbene sia presto per uno studio approfondito su cosa sia avvenuto nei mesi del lockdown, la chiusura generale delle frontiere e le altre restrizioni legate alla pandemia hanno causato carenze di prodotti sulle strade di mezzo mondo, il che ha fatto salire i prezzi e diminuire la qualità delle sostanze.
La cannabis resta la sostanza più diffusa nel mondo con circa 192 milioni di consumatori. I derivati dell'oppio sono consumati da oltre 58 milioni divisi quasi equamente tra legali e illegali. Quello degli oppiacei è il consumo più rischioso per la salute, soprattutto per le donne. Le anfetamine interessano 27 milioni di persone, l'ecstasy 21 milioni, la cocaina 19 milioni. Si "denuncia" inoltre che Uruguay, Canada, e 11 giurisdizioni negli USA hanno legalizzato la produzione e il commercio di cannabis e che ciò ha fatto aumentare il consumo della pianta e dei suoi derivati. La fine del mese di giugno sarebbe anche il termine entro cui, a norma di legge, il governo italiano dovrebbe inviare al Parlamento la sua Relazione annuale sulle "droghe". Non solo anche quest'anno non l'ha fatto, ma in occasione della giornata mondiale per la lotta a dipendenze e narcotraffico del 26 giugno non ha annunciato quando lo farà.
L'XI Libro Bianco sulle Droghe, pubblicato qualche settimana fa da molte associazioni della società civile, ha comunque presentato dati, problemi e prospettive confermando che il mercato resta sotto il controllo della criminalità con i morti e le violenze che ne conseguono. Il contorno e le implicazioni del fenomeno sono noti, quel che da anni resta totalmente inesistente è come s'intenda adeguare leggi e politiche a un fenomeno che non accenna a diminuire e si trasforma in continuazione radicandosi nella cultura popolare.
La Repubblica, 22 luglio 2020
Puntano il dito contro la "lentezza delle istituzioni" nell'esigere la collaborazione della magistratura del Cairo per far luce sulla morte del figlio rapito, torturato e ucciso quatto anni fa.
"Siamo persone normalissime che in pochi secondi si sono trovate in una situazione che ha cambiato la nostra vita e di chi ci sta intorno.
Per Giulio, invece, la vita è stata addirittura interrotta. Se qualcuno pensava però che il dolore avrebbe affievolito le nostre menti si sbagliava: la nostra lotta per la verità prosegue. Sono stati però quattro anni duri e vorremmo sapere se l'unione europea sta con noi". Lo ha detto Paola Effendi, madre di Giulio Regeni, il ricercatore di Cambridge trovato morto nel 2016 lungo l'autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria. Effendi è intervenuta nel corso della presentazione online del libro "Giulio fa cose" scritto insieme al marito Claudio ed edito da Feltrinelli.
La mamma dello studente parla di una lotta determinata da "una reazione contro un'ingiustizia indicibile verso Giulio e i tanti Giulio in Egitto e nel mondo". La morte del figlio "ha svelato una verità scomoda. Avremmo potuto accettare per comodità che quello che era successo fosse un caso isolato, ma la nostra coscienza non ce lo ha permesso. Sarebbe stato più semplice però: oggi attraversiamo la strada con una certa paura".
Effendi punta poi il dito contro la "lentezza delle istituzioni" nell'esigere la collaborazione della magistratura egiziana per far luce sulla morte di Giulio, e solleva il problema "dell'Italia che vende armi all'Egitto, un fatto grave che non aiuta noi e tante altre persone". Claudio Regeni, il papà di Giulio Aggiunge: "nelle indagini ci aspettiamo un ulteriore passo.
L'attuale governo non si sta facendo rispettare abbastanza" anche in seno alle istituzioni europee, e questo fa sì che "manchi nella difesa della dignità dei propri cittadini". Ma secondo il papà dello studente, bisogna fare una scelta: "mettere al primo posto i rapporti economici e commerciali oppure battersi per la giustizia".
Infine, quanto al libro scritto insieme alla moglie, Claudio Regeni spiega: "descriviamo quello che Giulio continua a fare: creare connessioni tra persone che, ascoltando la sua storia e la nostra lotta, si trovano in linea con i nostri valori", certo che il figlio stia continuando "a portare i diritti umani nel mondo".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 22 luglio 2020
"La comunità internazionale è chiamata a scegliere da che parte stare: avallare il Piano israeliano di annessione, sancendo così la morte della soluzione a due Stati, o riconoscere il diritto del popolo palestinese a uno Stato indipendente, pienamente sovrano sul suo territorio nazionale, con Gerusalemme Est per capitale. Non è più tempo di ambiguità e reticenze. Trump ha scelto, lo faccia anche l'Europa, ma in una direzione opposta a quella americana". A sostenerlo, a Il Riformista, è il Primo ministro dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mohammad Shtayyeh. E sulle prossime elezioni presidenziali americane, il premier palestinese fa un, sia pur indiretto, endorsement: "Conosco personalmente il senatore Biden e so che non intende venir meno a una pace fondata sulla soluzione a due Stati. E poi, è difficile che possa far peggio del signor Trump".
Signor Primo ministro, l'1 luglio, giorno in cui sarebbe dovuto scattare il piano israeliano di annessione di parti della Cisgiordania, è passato senza che accadesse nulla. È l'avvisaglia di un possibile ripensamento israeliano?
Ripensamento? Magari fosse così! Ma la realtà è un'altra: gli israeliani stanno trattando con gli americani sulle dimensioni dell'annessione e non su un suo accantonamento. Ma la legalità internazionale non si misura in chilometri.
Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, il più deciso fautore dell'annessione, può contare sul sostegno del presidente Usa Donald Trump. Il 3 novembre prossimo, gli americani andranno a votare per decidere chi sarà il loro presidente per i prossimi quattro anni. I palestinesi fanno il tifo per Joe Biden?
Non si tratta di "tifare", ma di valutare le posizioni dei due candidati riguardo al processo di pace israelo-palestinese e sul Medio Oriente. Vede, al presidente Trump va riconosciuta la coerenza: non c'è stato un solo atto della sua presidenza che non sia stato a favore d'Israele e del suo amico Netanyahu: il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, il sostegno alla politica di colonizzazione della Cisgiordania, l'azzeramento del contributo americano all'Unrwa (l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ndr), come suggello finale, il "Piano del secolo" che è a fondamento dell'annessione. Nei suoi quattro anni di presidenza, il signor Trump non ha mai vestito i panni del facilitatore di un compromesso fra le due parti, ma ha sempre indossato la maglia israeliana. È stato un player di parte, non certo un arbitro imparziale. Non voglio glissare la sua domanda: diciamo che sarebbe difficile fare peggio del presidente Trump. Mi lasci aggiungere che ho avuto modo di conoscere personalmente il senatore Biden quando era vice presidente degli Stati Uniti (con la presidenza Obama, ndr). So che conosce bene il dossier palestinese e che resta sostenitore di una soluzione a due Stati. Sappiamo bene che gli Usa hanno da sempre un legame strettissimo con Israele. Noi non aspettiamo un presidente filopalestinese, ma un onesto difensore della legalità internazionale. È chiedere troppo?
C'è chi vi suggerisce di non sottrarvi ad una discussione di merito del piano Trump che, rimarcano gli assertori di questa linea, non esclude la nascita di uno stato palestinese
Ma di quale "Stato" si parla! Uno Stato per essere considerato tale deve avere una piena sovranità sul suo territorio nazionale, esercitare il controllo di confini riconosciuti internazionalmente e delle risorse idriche. Altrimenti si tratta di una finzione, di un bantustan spacciato per "Stato". Noi non ci battiamo solo contro l'occupazione israeliana ma per il rispetto della legalità e del diritto internazionale. Per questo e non per un astratto concetto di giustizia che oggi chiediamo al mondo di scegliere da che parte stare. È un'assunzione di responsabilità inderogabile. Noi non stiamo chiedendo la luna, ma di vedere finalmente attuate quelle risoluzioni Onu che Israele ha sempre calpestato. A chi ci dà lezioni di pragmatismo, rispondo che non c'è in Medio Oriente una leadership più pragmatica di quella palestinese. Ma essere pragmatici non significa rinunciare ai nostri diritti. Questa si chiama resa. E noi, mi creda, non ci arrenderemo mai. Se accettassimo di negoziare il piano Trump che annienta le nostre aspirazioni nazionali saremmo un mucchio di traditori. Non c'è un dirigente palestinese, anche il più moderato e propenso al compromesso, che sia disposto a svendere la nostra causa nazionale, quella per la quale intere generazioni hanno combattuto e molti sono caduti da martiri.
Ma nel "Piano del secolo" è previsto un importante sostegno all'economia palestinese. Perché rifiutarlo?
Perché la nostra libertà non è in vendita e i nostri diritti nazionali non hanno prezzo. Noi sosteniamo con forza il principio "pace in cambio dei Territori". E non intendiamo che esso venga stravolto in "pace in cambio di dollari". È vero, la nostra economia è in difficoltà, soprattutto ora che dobbiamo fare i conti con la crisi pandemica, ma alla base di queste difficoltà c'è l'occupazione israeliana. Non nascondo i nostri errori, ma sfido chiunque a realizzare progetti di sviluppo quando Gaza è sotto assedio da oltre 11 anni e in Cisgiordania le risorse idriche necessarie per supportare la nostra agricoltura, sono nelle mani dei coloni. Abbiamo idee e risorse umane di primo livello per ricostruire la nostra economia e migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese. Chiediamo solo di essere messi nelle condizioni di poterlo fare.
Un'accusa ricorrente alla dirigenza palestinese è saper dire solo dei "no"...
È una accusa pretestuosa, totalmente infondata. Non siamo stati certo noi a venir meno a rispetto degli accordi di Washington o a sabotare la soluzione "a due stati". Agli inizi di giugno, l'Autorità Palestinese ha presentato ai membri del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu, Eu, ndr) una controproposta al Piano Trump per uno stato in grado di sostenersi, entro le linee del 1967, con Gerusalemme Est per capitale, ma non ci siamo fermati a questo. Israele teme per la sua sicurezza? Se questo è il problema, noi abbiamo proposto che questo stato indipendente e sovrano sia smilitarizzato. E siamo anche pronti ad accettare, per il tempo necessario, il dispiegamento di una forza internazionale sotto egida Onu ai confini tra i due stati.
Ma la realtà sul terreno oggi, non è quella del 1967...
Ne siamo consapevoli, anche se le modifiche a cui lei si riferisce sono il prodotto della colonizzazione in Cisgiordania che Israele ha portato avanti senza soluzioni di continuità. Ma guardando al futuro con uno spirito costruttivo, dico che noi palestinesi siamo pronti anche ad accettare aggiustamenti minimi dei confini con Israele, con scambi di territori esattamente eguali, sulla base di un principio di reciprocità da concretizzare in una Conferenza internazionale di pace.
Quando fa riferimento ad una forza di interposizione internazionale, può essere un modello quello di Unifil 2, la missione Onu, a guida italiana, ai confini tra Israele e il Libano?
È una possibilità. Quel modello ha funzionato e potrebbe essere riproposto in Palestina. Per farlo, però, c'è bisogno di un vasto consenso internazionale e delle due parti interessate. Noi siamo pronti a discuterne, ma la stessa domanda dovrebbe essere posta al signor Netanyahu. E non credo che la risposta sarebbe la stessa.
Signor Primo ministro cosa si sente di chiedere oggi all'Europa?
Coraggio, coerenza, lungimiranza. In questo momento cruciale non solo per il futuro dei palestinesi ma per l'intero Medio Oriente, occorre esercitare pressioni sulle autorità israeliane perché deflettano all'annessione. Riconoscere oggi lo Stato di Palestina sarebbe un atto di grande valenza politica, e un segnale a Israele perché non proceda sulla strada dell'annessione. In gioco non sono solo i diritti nazionali dei palestinesi ma la stabilità del Medio Oriente.
Al Fatah e Hamas sembrano aver raggiunto una intesa per un'azione comune contro l'annessione. È solo una unità di facciata?
Mi auguro e credo di no. Il passato ci ha insegnato che le divisioni interne al nostro campo, hanno finito per indebolire la causa palestinese. A trarre vantaggio da queste divisioni è stato Israele. Siamo a un passaggio cruciale della nostra storia: affrontarlo divisi sarebbe un tradimento che il popolo palestinese non perdonerebbe mai.
Si è detto e scritto che la "guerra" al Covid-19 avrebbe unito i popoli e sviluppato una cooperazione globale contro il virus. È stato così anche in Palestina?
Assolutamente no. Con il pretesto del Coronavirus, le autorità israeliane hanno impedito ai lavoratori palestinesi di accedere al territorio israeliano e questo ha aggravato ancor più le condizioni di vita in Cisgiordania. Quanto a Gaza, la situazione è drammatica. Non disponiamo delle strutture sanitarie di terapia intensiva in grado di fronteggiare una epidemia. L'emergenza sanitaria ha reso ancora più dura l'occupazione. L'assedio israeliano a Gaza, che dura da 13 anni, ha fatto della Striscia una prigione a cielo aperto isolata dal mondo, esponendo la popolazione (oltre 1,9 milioni di abitanti, il 53% sotto i 18 anni, con la più alta densità di popolazione al mondo, 4.500 abitanti per km quadrato ndr), a un contagio potenzialmente devastante. Mi lasci aggiungere che in quanto potenza occupante, Israele è obbligata a fornire assistenza sanitaria ai palestinesi, come previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra (art. 56). Ma questo obbligo è disatteso, come tanti altri da chi sembra conoscere solo il linguaggio della forza.
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