di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 22 luglio 2020
Il rapporto con i veri numeri: diecimila detenuti convolti nei disordini di marzo in cui ci furono 13 morti. L'ombra dei capiclan pugliesi e campani.
"È tutto fuori controllo. I detenuti mi hanno detto di spargere la voce: da questo momento comandano loro". E il 9 marzo, il paese che sta fuori sta per essere rinchiuso nel primo lockdown della storia d'Italia. Quello dentro, invece, ribolle.
di Paolo Comi
Il Riformista, 22 luglio 2020
Presidente, quale potrebbe essere la vera riforma del Csm finalizzata ad eliminare l'empasse in cui si è venuto a trovare l'organo di autogoverno della magistratura? Oggi inizia il processo disciplinare a carico degli ex consiglieri coinvolti l'anno scorso negli incontri con Luca Palamara. "Il Csm andrebbe "eliminato", sarebbe questa la riforma rivoluzionaria!", afferma provocatoriamente Antonio Leone, presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria ed ex componente laico del Csm nella scorsa consiliatura, commentando la proposta di riforma dell'Organo di autogoverno delle toghe avanzata in questi giorni dall'esecutivo.
Secondo le ultime indiscrezioni, è stato definitivamente archiviato il sorteggio, anche nella versione "temperata", per l'elezione dei componenti togati del Csm. Il sorteggio era uno degli iniziali cavalli di battaglia del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Verrà abolito l'attuale collegio unico nazionale, sostituito con dei collegi uninominali in cui sarà eletto solo chi raggiunge una determinata soglia, altrimenti si andrà al riparto proporzionale. Sarà prevista, infine, la possibilità della preferenza multipla.
Non le piace questa riforma?
Mi sembra che se l'intento fosse quello di eliminare il peso delle correnti, questa riforma lo amplifica a dismisura. Il problema della finta eliminazione del correntismo, (non delle correnti!) è stato già affrontato in precedenza e non si è minimamente risolto attraverso un cambio della legge elettorale dei membri togati.
Addirittura?
Chi ha in mente questa riforma non sa che le correnti hanno reti locali che prendono in carico i magistrati dal loro ingresso in magistratura e li accompagnano fino alla pensione. Più ristretto è il collegio e più facile è intercettare il voto. Nessun magistrato, se non sostenuto da un gruppo, verrebbe mai eletto. Sa chi lo ha detto di recente?
No...
Il dott. Sebastiano Ardita che, da attuale consigliere del Csm ed esponente di punta di un gruppo associativo, quello fondato dal presidente Piercamillo Davigo, cioè Autonomia&indipendenza, credo se ne intenda.
Insomma, dalla padella alla brace?
Certo. Se passasse questa riforma le correnti, mi riferisco a quelle più strutturate e organizzate sui territori, avranno finalmente il pieno controllo della magistratura. Altro che caso Palamara.
Lei è stato componente laico al Csm. Qual è il ruolo dei laici a Palazzo dei Marescialli?
Sulla carta è un ruolo importantissimo. La Costituzione ha previsto infatti che un terzo dei componenti del Consiglio venga scelto dal Parlamento, fra avvocati e professori di diritto, proprio al fine di evitare che l'organo di autogoverno dei magistrati divenga autoreferenziale e scollegato dal controllo delle istituzioni democratiche. E poi spero che un giorno qualcuno mi spieghi perché professori delle più disparate materie giuridiche che magari non hanno mai messo piede in un'aula di tribunale debbano far parte del Csm.
È la Costituzione....
Lo so benissimo. Ma potrebbe anche essere cambiata: ci vogliono magistrati e avvocati che sono i veri attori del comparto giustizia e che passano, entrambi, la maggior parte della loro vita nelle aule dei tribunali.
Dalla lettura delle chat di Palamara è emerso, invece, che nella partita delle nomine i laici non venivano quasi mai coinvolti...
Il "problema" è che per due terzi il Consiglio è composto da magistrati. È un fatto puramente numerico: se i magistrati si mettono d'accordo fra loro, vedasi le nomine "a pacchetto", il ruolo dei laici è ininfluente. Il peso dei laici, poi, andrebbe aumentato soprattutto nella sezione disciplinare. Adesso può esserci il rischio che i magistrati che compongono la sezione abbiano partecipato a tornate elettorali, a convegni di corrente, a sponsorizzazioni personali in vista del conferimento di incarichi, proprio con i colleghi che un domani potrebbero giudicare. Ricordo che la sezione disciplinare è un giudice a tutti gli effetti, e come tale deve essere, oltre che apparire, terzo ed imparziale.
Anche lei è dell'avviso che Palamara non possa aver fatto tutto da solo?
Elementare Watson. Il ruolo del singolo consigliere non può assumere rilievo determinante nell'ambito dei processi deliberativi di un organo collegiale. La 'degenerazionè delle correnti non è solo farina del sacco di Palamara.
Il Csm è l'organo che tutela l'indipendenza e l'autonomia della magistratura. Esiste, ad esempio, la pratica a tutela dei comportamenti lesivi del prestigio e dell'indipendente esercizio della giurisdizione che possano determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria...
A me è sempre sembrato un rito stanco. Dalla richiesta di apertura pratica presso il Comitato di presidenza del Csm alla effettiva istruttoria in Prima Commissione ne corre. Molte richieste di apertura pratica cadono nel vuoto. Spesso in passato si è strumentalizzato tale istituto per fini puramente "politici".
Se venisse eliminato il Csm i suoi compiti passerebbero al Ministero della giustizia: non sarebbe la fine della separazione dei poteri?
Al Ministero della giustizia i ruoli chiave, dal capo di gabinetto, al capo dell'ufficio legislativo, ai vari capi dipartimenti, sono ricoperti da sempre da magistrati. La separazione dei poteri a via Arenula si fa sempre più lontana. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura si garantisce in primis con il comportamento dei singoli magistrati e poi con meccanismi, amministrativi, che mettano nell'angolo qualsiasi intervento della politica e delle correnti.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 22 luglio 2020
Nella vita degli individui, così come in quella delle organizzazioni sociali, accadono eventi che rappresentano una sorta di disvelamento. Una presa di coscienza o un lampo di lucidità che rivelano crudamente qualcosa che risultava occultato o rimosso.
I fatti del G8 di Genova del 2001, per molti versi, hanno rappresentato questo: la scoperta del lato oscuro degli apparati dello Stato democratico. Esso, lo Stato democratico, in alcune circostanze, in alcuni settori e in alcuni uomini (non pochi), è capace di abusare della forza legittima di cui dispone, e di esercitarsi in violenze, sevizie e torture.
Non che non lo si sapesse, ma osservarlo lì, nelle strade di Genova e immaginarlo all'interno di una caserma e di una scuola, e poi verificarlo nelle centinaia e centinaia di testimonianze, cambia lo sguardo e il punto di vista. E determina un processo emotivo e mentale che possiamo chiamare "perdita dell'innocenza". Ovvero, la scoperta che lo Stato può non essere un sistema di tutele sotto cui trovare riparo, bensì una potenza ostile che insidia l'incolumità del cittadino.
Certo, non erano tutti "innocenti" quanti manifestavano a Genova (non lo erano i black bloc e non solo loro), ma in quei cortei erano presenti migliaia di persone per bene e di adolescenti, dai 15 anni in su, mossi esclusivamente da ciò che muove le giovani generazioni di tutti i luoghi e di tutti i tempi: un'irresistibile voglia di cambiare il mondo. Quale brutale lezione di "educazione civica" fu, per loro, l'impatto con uno Stato, rappresentato dal poliziotto e dal carabiniere che impugnavano il manganello o il calcio del fucile?
Qualcosa del genere accade periodicamente nella storia ed è accaduto, in una misura ancora più crudele, in occasione della strage del 12 dicembre 1969 a Milano. Quando altri giovani realizzarono che nel conflitto contro la vecchia società qualcuno (dentro gli apparati dello Stato) aveva fatto ricorso a un'arma "non convenzionale", micidiale e devastante.
Anche allora non tutti si era innocenti e a subire quel trauma non fu "un'intera generazione" come retoricamente si sente dire, ma settori importanti di essa, capaci di influenzare ampie aree della società. La frattura tra parte delle giovani generazioni e le istituzioni comincia a rivelarsi proprio allora. Quando, cioè, l'adolescente prende coscienza del mondo, ne misura il grado di ospitalità o l'asprezza del rifiuto, ne saggia la capacità di integrazione o ne patisce la violenza dell'esclusione.
Basta questo a farci intendere quanto delicato sia il ruolo delle forze di polizia in uno Stato democratico. Non solo, l'esito giudiziario delle giornate di Genova fu assai deludente. La Procura non fu in grado di perseguire le violenze "di massa" - a danno di "un'infinità di persone incolpevoli" secondo l'attuale capo della polizia Franco Gabrielli - e il processo per gli abusi all'interno della scuola Diaz portò a condanne lievi, tali da non compromettere le carriere dei funzionari responsabili; e quello per i fatti della caserma di Bolzaneto si concluse con condanne leggere, motivate dall'assenza, nel nostro ordinamento, di una norma specifica sul reato di tortura. E tutto questo non ha potuto cancellare l'ombra di quella pratica terribile che si indovina tra le pieghe dell'attività delle forze di polizia, quando si sottraggono al controllo dell'opinione pubblica e delle istituzioni democratiche: come confermano troppi nomi di vittime (Aldrovandi, Rasman, Uva, Magherini).
Poi, nel 2017, lo stesso Gabrielli, intervistato da Carlo Bonini, affermò che la gestione dell'ordine pubblico a Genova fu "una catastrofe" e aggiunse che "se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore e diffidenza" significa che "la riflessione non è stata sufficiente". Nonostante che, anche suoi predecessori, come Antonio Manganelli e Alessandro Pansa, furono capaci di pronunciare parole di scusa a proposito di altri casi di abusi.
Tutto questo è ancora drammaticamente poco. Il processo di democratizzazione delle forze di polizia è lento, lentissimo, soggetto ad arretramenti e totalmente ignorato dalla classe politica, afflitta da un antico complesso di inferiorità. E il tempo, come in tutte le grandi vicende di trasformazione, costituisce un fattore determinante. Come dimenticare che ci sono voluti dieci anni perché venissero individuati i responsabili della morte di Stefano Cucchi?
retisolidali.it, 22 luglio 2020
Le riflessioni dell'associazione "A Roma Insieme", che ha ripreso le attività dopo l'emergenza. E vuole tirare fuori dal carcere i bambini con le loro mamme. Nel lockdown dovuto al Covid-19, per un periodo è stato bloccato l'ingresso di mamme e bambini nelle carceri e sono state trovate soluzioni alternative. Dal 1991 l'associazione A Roma, Insieme si propone l'obiettivo che nessun bambino varchi più la soglia di un carcere. Da un lato promuove e realizza attività che mirano a limitare i danni del carcere sui bambini e ad aiutare le donne a gestire il rapporto con i propri figli durante la detenzione, favorendo il loro reinserimento sociale, dall'altro sensibilizza l'opinione pubblica e lavora per ottenere risposte adeguate da parte delle istituzioni.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 22 luglio 2020
Quando fu accusato di essere favoreggiatore di una banda di spacciatori il suo nome e il suo viso erano comparsi incorniciati sulla stampa locale e nazionale. Una persona, un penalista perbene.
So che non è elegante, che non si dovrebbe scrivere dei processi che si seguono in tribunale quando si pubblica su di un giornale, come accade a me col Riformista, però stavolta me ne fotto e metto i piedi nel piatto, per chiedere come mai dell'assoluzione di Francesco Tagliaferri, avvocato romano prestigioso, ex presidente della camera penale di Roma, mio assistito (e amico mio fraterno anche se comprendo che l'argomento è un po' da libro cuore), accusato di essere favoreggiatore di una banda dai spacciatori e assolto dal Tribunale di Tivoli lunedì, non si trova parola sulla stampa locale e nazionale?
E sì che avevo fatto anche un breve, brevissimo, comunicato stampa, mandato a tutte le agenzie ed alle testate, prime fra tutte quelle romane, dove due anni fa il nome, e il viso, di Francesco erano comparsi incorniciati dalla notizia della perquisizione subita a studio e dell'accusa, infamante per una persona perbene ma micidiale per un avvocato perbene, di essere una di quelle toghe sporche che vendendo l'anima per soldi si prestano a difendere per conto e nell'interesse non del proprio assistito ma di qualcun altro.
Un favoreggiatore, appunto, non un avvocato, così come, per la verità, in cuor loro molti pm vedono gli avvocati, a prescindere. Una cosa indegna per un uomo perbene come Francesco, che aveva assistito alla perquisizione del suo studio, che poi è lo studio dove assieme esercitiamo, con l'aria incredula e ferita che spesso vediamo sul viso dei nostri assistiti.
Aveva visto, assieme a me che ero accorso subito, gli agenti entrare nelle stanze, toccare i fascicoli, profanare quelle carte e quegli spazi, che ci illudiamo ancora essere oggetto di tutela perché custodiscono i segreti di una professione che sulla fiducia assoluta, e sull'assoluto riserbo, poggia le sue basi secolari.
Aveva vissuto Francesco, quel giorno e nei mesi seguenti, assieme al grande abbraccio collettivo che tanti penalisti italiani gli avevano subito dato - consci di quanto può essere grande l'umiliazione che subisce un avvocato portato ingiustamente in Tribunale, cioè nel luogo ove svolge il suo lavoro - anche tutto ciò che per un professionista una accusa del genere comporta: dalla rinuncia ad alcuni mandati per questioni di opportunità, alla ostentata freddezza di magistrati conosciuti da anni, al cannibalismo dei colleghi pronto a proporsi ai tuoi clienti, alle manifestazioni di ipocrita solidarietà smentita dalle battute dietro le spalle.
L'aveva vissuto, ma senza ostentare il dispiacere, perché è un uomo schivo, che semmai delle miserie sorride, e gli unici commenti che aveva fatto, con me e con pochi altri, erano che una cosa del genere per un avvocato ormai affermato come lui era tremenda ma fosse capitata ad un giovane sarebbe stato un dramma da cui rischiava di non riprendersi. Un processo fa male, noi penalisti lo sappiamo, fa male a tutti, colpevoli o innocenti che siano, perché senti che la tua vita è nelle mani di chi ti giudica, ti senti una cosa, e non è mai una bella sensazione.
Però quando sai di non aver fatto nulla, quando capisci che l'accusa è il frutto di pregiudizio poggiato sugli empiti moralisteggianti di chi prima di tutto non sa come lavorano gli avvocati, e magari sei un bravo avvocato che sa altrettanto bene quanto vago sia il destino nelle aule di giustizia, il processo è un tormento.
Per questo avrei voluto che il nome del mio assistito, del mio amico Francesco, ieri comparisse sui giornali che l'avevano sbattuto sulle pagine della cronaca due anni fa per dire come era finita, per raccontare che persino il pm aveva chiesto l'assoluzione perché il fatto non sussiste; per ridargli l'onore che, pure senza riuscire a togliergli, avevano calpestato.
Ma come al solito non è avvenuto, neanche una riga sui giornali, a parte un trafiletto sul giornale del Cnf ed uno sul Messaggero, perché la stampa italiana è abituata a mangiare alla greppia delle Procure e non cambia mai.
Questa infamia prima o poi dovrà finire e se non sarà la rarefatta morale e la sottile deontologia del italico giornalismo giudiziario a provvedere si dovrà fare una legge che, in questi casi, obblighi i megafoni delle Procure a pubblicare, con le stesse strilla e la stessa enfasi, anche le sentenze di assoluzione. Per tutti però, non solo per i potenti, anche per i galantuomini schivi come il mio amico.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 22 luglio 2020
È tornato a riunirsi oggi, dopo il fermo delle attività a causa dell'emergenza determinata dal diffondersi del contagio da Coronavirus, il Tavolo di coordinamento per la creazione di una rete integrata di servizi di assistenza alle vittime di reato. Alla riunione, che si è tenuta nella Sala Livatino del ministero della Giustizia, erano presenti fra gli altri, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, Maria Casola e Gemma Tuccillo, capi rispettivamente del Dipartimento per gli Affari di giustizia (Dag) e del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità (Dgmc), e Donatella Donati, direttore generale della Giustizia penale. È stato anche possibile partecipare ai lavori da remoto, collegandosi alla piattaforma Microsoft Teams.
Prosegue dunque l'impegno per dare piena attuazione alla Direttiva 2012/19/UE e, in particolare, strutturare una rete integrata attraverso il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, nazionali e locali, e del Terzo Settore. Tra le varie azioni previste dalla Direttiva rientra l'accesso a "specifici servizi di assistenza, riservati, gratuiti e operanti, prima, durante e, per un congruo periodo di tempo, dopo il procedimento penale". Il Tavolo a sua volta ha previsto fra i vari obiettivi, la costruzione di un sistema che permetta alla vittima di essere sempre a conoscenza dei propri diritti e delle attività che potrà svolgere all'interno del processo penale e di come gestire l'inevitabile processo di vittimizzazione.
Allo scopo di rafforzare e coordinare sempre meglio il sistema di tutela delle vittime di reato è prevista l'assegnazione al Dag, nel bilancio relativo all'anno 2020, di una somma pari a 1 milione di euro e di 2 milioni per l'anno 2021. Durante la presentazione dei lavori del Tavolo, il sottosegretario Giorgis, facendo riferimento alla Direttiva e alla sua attuazione, ha precisato: "Per raggiungere l'obiettivo con maggiore celerità, attraverso una razionale ottimizzazione delle risorse disponibili e delle esperienze maturate, occorrerà mettere a sistema i numerosi e specifici servizi già esistenti, evitando duplicazioni e procedendo a colmare le diverse lacune, sia all'interno dei singoli territori, sia in relazione ad alcune categorie di vittime". In questa prospettiva è stato proposto di realizzare - anche sulla scorta dell'esempio francese - un Portale di informazione, in grado di offrire alle vittime un quadro dei servizi a cui già oggi si può accedere, e di promuovere la realizzazione presso gli uffici giudiziari di sportelli di help desk.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2020
Corte costituzionale - Sentenza 21 luglio 2020 n. 156. Si estende l'area di applicabilità della causa di non punibilità per tenuità del fatto. Sino a comprendere tutti i reati per i quali non è previsto un minimo di pena e quindi vedono, per effetto del Codice penale, determinata la sanzione minima in 15 giorni. Questo l'effetto della sentenza 156/2020 della Corte costituzionale depositata ieri e scritta da Stefano Petitti. La Consulta ha così dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 131 bis del Codice penale, nella parte in cui non permette l'applicazione dell'esimente ai reati per i quali non è stabilito un minimo edittale di pena detentiva e tuttavia è previsto un massimo superiore a 5 anni.
La Corte ha osservato che, con la scelta di consentire l'irrogazione della pena detentiva nella misura minima assoluta (15 giorni di reclusione), il legislatore ha riconosciuto che alcune condotte sono caratterizzate da una offensività assai limitata. Per esse, quindi, è irragionevole escludere a priori l'applicazione dell'esimente.
La decisione della Consulta, peraltro, era stata in qualche modo anticipata nel 2017 quando, con la sentenza 207, anch'essa in tema di ricettazione di lieve entità, come quella di ieri, la medesima Corte osservò che "se si fa riferimento alla pena minima di 15 giorni di reclusione, prevista per la ricettazione di particolare tenuità, non è difficile immaginare casi concreti in cui rispetto a tale fattispecie potrebbe operare utilmente la causa di non punibilità (impedita dalla comminatoria di sei anni), specie se si considera che, invece, per reati (come, ad esempio, il furto o la truffa) che di tale causa consentono l'applicazione, è prevista la pena minima, non particolarmente lieve, di 6 mesi di reclusione", cioè una pena che, secondo la valutazione del legislatore, dovrebbe essere indicativa di fatti di maggiore offensività: per ovviare all'incongruenza, si aggiungeva, "oltre alla pena massima edittale, al di sopra della quale la causa di non punibilità non possa operare, potrebbe prevedersi anche una pena minima, al di sotto della quale i fatti possano comunque essere considerati di particolare tenuità".
Di fatto, però, il legislatore ha evitato di intervenire sul punto, pur avendo modificato anche l'anno scorso la disciplina della tenuità del fatto, introducendo nuovi casi di esclusione per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive e per condotte di resistenza a pubblico ufficiale. Di qui la dichiarazione di illegittimità di ieri.
La sentenza, peraltro, osserva anche che il legislatore potrà comunque, nell'esercizio della sua discrezionalità in materia di estensione delle cause di non punibilità, fissare un minimo relativo di portata generale, al di sotto del quale l'applicazione dell'esimente per tenuità del fatto non potrebbe essere impedita dal limite di pena massima. La Corte si premura di sottolineare come la dichiarazione di illegittimità, che riguarda sì la ricettazione ma ha poi un effetto domino, non comporta automatismi nell'applicazione, restando comunque operativi i vincoli ordinari, come, per esempio, l'abitualità della condotta illecita.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 22 luglio 2020
L'inchiesta della procura: 21 agenti accusati dei pestaggi. Indagato anche il direttore: "Sapeva ma nascose tutto". C'è un'inchiesta che scuote il carcere "Lo Russo e Cutugno" di Torino. Che racconta gli orrori che tra marzo 2017 e settembre 2019 si sarebbero consumati nei corridoi, nelle celle e negli spazi comuni dell'istituto. Con 21 agenti della polizia penitenziaria indagati per il reato di tortura. Con un direttore (anche lui indagato) che aveva ricevuto le denunce e avrebbe taciuto, consapevolmente. E - infine - con un comandante del personale che avrebbe addirittura fabbricato dossier falsi per "coprire" le condotte inumane dei suoi sottoposti.
Un'intera scala gerarchica avrebbe cercato di tacitare le precise segnalazioni che Monica Gallo, il garante dei diritti dei detenuti di Torino, aveva fatto dopo aver visitato i carcerati. "Numerose volte" scrive il pm Francesco Pelosi, titolare dell'inchiesta, si era rivolta al direttore Domenico Minervini per chiedere un intervento. Quest'ultimo invece "aiutava gli agenti a eludere le indagini dell'autorità omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza". Che per i magistrati rappresentano "trattamenti inumani e degradanti".
Torture. Da ieri ci sono le prime "carte" inviate ai legali degli imputati con l'avviso di chiusura indagini. Gli investigatori hanno ricostruito più di venti episodi di violenze inaudite e inaccettabili. Una lista nera: "Picchiavano e ridevano" scrive la procura nel capo di imputazione di alcuni agenti. Calci, pugni sputi. Come nel caso di Amadou Ibrahim, detenuto, pestato dentro la cella da tre agenti mentre due secondini facevano il palo sull'uscio per accertarsi che nessuno vedesse. A Diego Sivera, altri colleghi "cagionavano acute sofferenze fisiche e un trauma psichico".
Lo hanno costretto a rimanere in piedi nel corridoio della sezione a cui era assegnato per 40 lunghissimi minuti. Insultato e costretto a ripetere: "Sono un pezzo di merda". Sono entrati diverse volte nella sua cella "eseguendo perquisizioni arbitrarie, gettandogli i vestiti per terra, strappandogli le mensole dal muro, spruzzando detersivo per piatti sul suo materasso". Poi di nuovo pugni sulla schiena e schiaffi "indossando rigorosamente i guanti" annota il pm.
Altri colleghi dopo aver accompagnato il detenuto Daniele Caruso in infermeria, gli urlavano: "Figlio di puttana, ti devi impiccare". Gli hanno rotto il naso, rischiato di sfondare l'orbita di un occhio, spezzato di netto un incisivo superiore. È capitato che dopo un pestaggio due secondini abbiano avvicinato la vittima minacciandola: "Se ti visiteranno per le lesioni - questo il senso del messaggio - devi dire che ti ha picchiato un altro detenuto". Altrimenti - chiosa la procura - "avrebbero usato nuovamente violenza su di lui di fatto costringendolo, il giorno dopo, a rendere dichiarazioni false ai sanitari".
A Daniele Caruso è andata peggio: "dopo averlo ammanettato e bloccato a terra in attesa che venisse eseguito nei cuoi confronti un Tso, lo colpivano ripetutamente con violenti pugni al costato e, mentre Caruso urlava per il dolore, loro ridevano".
Due sindacalisti dell'Osapp sono indagati per rivelazione di segreto d'ufficio. Sono Gerardo Romano e Leo Beneduci. Grazie alle loro "soffiate" il comandante della polizia penitenziaria del carcere Giovanni Battista Alberotanza, aveva saputo di avere il cellulare sotto controllo nell'ambito di un'inchiesta sui pestaggi in carcere.
Lui stesso "Aiutava gli agenti Dario Celentano, Francesco Piscitelli, Luigi Longo, Gianluca Serafino, benedetto Demichelis, Simone Battisti e altri colleghi, ad eludere le investigazioni dell'Autorità, omettendo di denunciare i pestaggi e le altre vessazioni e conducendo un'istruttoria interna dolosamente volta a smentire quanto accaduto".
Il direttore del carcere, ora che l'inchiesta ha investito in pieno i vertici della struttura torinese, ha offerto la sua piena disponibilità agli inquirenti: "Noi siamo pronti a farci interrogare subito dai magistrati - dice Domenico Minervini. Siamo pronti a spiegare tutto ciò che sappiamo, ci mettiamo a disposizione della magistratura, nella quale abbiamo piena fiducia".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 22 luglio 2020
L'Attività Fisica Adattata (Afa) è un complesso di attività motorie con caratteristiche specifiche che permettono di curare il proprio benessere anche a persone che hanno esigenze particolari come condizioni di sedentarietà legate all'età o ad altri fattori.
In queste categorie di soggetti rientrano quei detenuti "impigriti" dalle limitazioni del carcere o che, a causa di particolari condizioni fisiche, non possono prendere parte alle attività sportive organizzate negli istituti. A loro è dedicato il progetto sperimentale Salute in carcere - Attività Fisica Adattata che partirà a settembre negli istituti fiorentini di Sollicciano e nella Casa Circondariale a custodia attenuata per tossicodipendenti "Mario Gozzini" di Firenze.
I corsi, organizzati dalla Società della Salute di Firenze e finanziati con il contributo della Regione Toscana, saranno svolti da istruttori Unione Italiana Sport per tutti (Uisp) in possesso dei requisiti richiesti per svolgere questo specifico tipo di attività e debitamente formati rispetto alle necessità dell'ambiente carcerario. I detenuti saranno divisi a gruppi per motivi di sicurezza anche sanitaria, in osservanza delle misure anti Covid-19, e potranno fare due sedute settimanali della durata di un'ora ciascuna.
Le Attività Adattate si avvalgono di un programma di esercizi fisici che porti ad avere consapevolezza dei propri movimenti e ad assumere corretti stili di vita in un'ottica più generale di prevenzione e promozione della salute. Il progetto, presentato ieri a Palazzo Vecchio dagli organizzatori, rientra tra i percorsi di salute messi in atto dalla Regione Toscana, dall'Azienda Usl Toscana centro, dalla Società della Salute, rivolti all'individuazione di eventuali fattori di rischio (in particolare di malattie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche e degenerative osteo-articolari), anche nei contesti carcerari.
"In termini di salute l'attività fisica è il farmaco più a basso costo - ha sottolineato Bruna Lombardi, direttore del Dipartimento Medicina fisica e riabilitazione dell'Azienda Usl Toscana centro - fondamentale quindi promuoverlo a tutti i livelli".
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 luglio 2020
Per la Corte costituzionale è illegittima la mancata applicazione dell'esimente ai reati per i quali è previsto il minimo assoluto di 15 giorni di reclusione. Aveva acquistato o ricevuto sedici confezioni di rasoi e sedici confezioni di lamette per rasoi rubate. Un reato per il quale M.V. rischiava di non poter usufruire dell'esimente della causa di non punibilità per la "particolare tenuità del fatto", a causa di una mancata previsione da parte del legislatore.
Ma la Corte costituzionale - impegnata domani con le questioni di legittimità sollevate per il "Dl scarcerazioni" - ha ribaltato la questione, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'articolo 131-bis del codice penale, dove non consente l'applicazione dell'esimente ai reati per i quali non è stabilito un minimo edittale di pena detentiva e, tuttavia, prevedono un massimo superiore a cinque anni. E, dunque, anche per quanto riguarda il reato di ricettazione attenuata, per il quale si applica il minimo assoluto di 15 giorni di reclusione.
La decisione, depositata oggi, prende le mosse dagli atti inviati dal Tribunale ordinario di Taranto: durante l'istruttoria dibattimentale era stata infatti evidenziata la particolare tenuità sia del danno subito dalla persona offesa dal furto che del lucro conseguito dall'imputato, per giunta incensurato, motivo per cui la sua condotta poteva essere considerata come occasionale. Il giudice non avrebbe però potuto applicare gli estremi della causa di non punibilità, a causa dell'entità della pena edittale della ricettazione attenuata, il cui massimo di pena, pari a sei anni di reclusione, quindi al di sopra del limite applicativo dell'esimente.
Per il Tribunale di Taranto, "l'assenza di minimo edittale di pena detentiva" per tale reato "e quindi l'operatività del minimo assoluto di quindici giorni stabilito per la reclusione dall'articolo 23, primo comma, del codice penale, indicherebbe che il legislatore "ha formulato in riferimento alle meno offensive fra le condotte di ricettazione un giudizio di scarsissimo disvalore"". Da qui l'irragionevolezza, alla luce dell'articolo 3 della Costituzione, dell'esclusione dell'esimente in tali ipotesi di reato, applicabile, invece, nei casi di "condotte per le quali è stato formulato un giudizio di disvalore ben più severo".
Sul punto, l'Avvocatura generale dello Stato ha chiesto di dichiarare le questioni inammissibili, in quanto già decise nel senso dell'infondatezza dalla sentenza numero 207 del 2017 della Consulta, trattandosi di insindacabili opzioni sanzionatorie del legislatore. Ma la Corte costituzionale ha dato ragione al Tribunale di Taranto, stabilendo che "la causa di non punibilità richiede una valutazione complessiva di tutte le peculiarità della fattispecie concreta, incluse quindi le modalità della condotta e il grado della colpevolezza, e non solo dell'entità dell'aggressione del bene giuridico protetto".
Nella sentenza chiamata in causa dall'Avvocatura dello Stato viene evidenziato come "se si fa riferimento alla pena minima di quindici giorni di reclusione, prevista per la ricettazione di particolare tenuità, non è difficile immaginare casi concreti in cui rispetto a tale fattispecie potrebbe operare utilmente la causa di non punibilità (impedita dalla comminatoria di sei anni), specie se si considera che, invece, per reati (come, ad esempio, il furto o la truffa) che di tale causa consentono l'applicazione, è prevista la pena minima, non particolarmente lieve, di sei mesi di reclusione", cioè una pena che, "secondo la valutazione del legislatore, dovrebbe essere indicativa di fatti di ben maggiore offensività": per ovviare all'incongruenza - si è aggiunto -, "oltre alla pena massima edittale, al di sopra della quale la causa di non punibilità non possa operare, potrebbe prevedersi anche una pena minima, al di sotto della quale i fatti possano comunque essere considerati di particolare tenuità".
Una questione della quale, però, il legislatore non si è fatto carico, nonostante le richieste della stessa Consulta, che chiedeva un intervento legislativo "per evitare il protrarsi di trattamenti penali generalmente avvertiti come iniqui".
E ciò nonostante le modifiche introdotte col Decreto Sicurezza bis all'articolo 131-bis, con l'introduzione di un'ipotesi tipica di esclusione della particolare tenuità per delitti puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive o per violenza, minaccia, resistenza o oltraggio commessi nei confronti di un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni.
"La mancata previsione di un minimo edittale di pena detentiva - e quindi l'operatività del minimo assoluto di quindici giorni stabilito per la reclusione dall'articolo 23, primo comma, del codice penale - richiama per necessità logica l'eventualità applicativa dell'esimente di particolare tenuità del fatto", si legge nella sentenza della Consulta.
E d'altronde, "nella giurisprudenza costituzionale sul principio di proporzionalità della sanzione penale, il minimo assoluto dei quindici giorni di reclusione ha identificato il punto di caduta di fattispecie delittuose talora espressive di una modesta offensività".
In linea generale, "l'opzione del legislatore di consentire l'irrogazione della pena detentiva nella misura minima assoluta rivela inequivocabilmente che egli prevede possano rientrare nella sfera applicativa della norma incriminatrice anche condotte della più tenue offensività".
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