di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 24 luglio 2020
Le telefonate tra Montella e il maggiore Bezzeccheri per fare più catture: "Vediamo di farne il più possibile, almeno di farne altre tre-quattro". "Le indagini sono ancora in corso e hanno lo specifico obiettivo di chiarire fino in fondo quale sia stato il livello di consapevolezza e di partecipazione degli ufficiali nelle attività illecite commesse dai carabinieri in servizio presso la Stazione Piacenza Levante", scrive il giudice che ha ordinato gli arresti dei sei militari e il sequestro della caserma.
Si riferisce al maresciallo a capo della Stazione, Marco Orlando, e al maggiore comandante della Compagnia, Stefano Bezzeccheri, indagati e sospesi dal servizio. Ma l'inchiesta è disseminata di indizi sulle consapevolezze interne all'Arma di ciò che accadeva in quella caserma; di "anomalie" mai denunciate ai vertici. Nemmeno da parte di chi diceva che "i ragazzi della Levante vanno ridimensionati perché si sono allargati un po' troppo", come un carabiniere he aveva lavorato lì fino al 2018. Finché il maggiore Rocco Papaleo, già in servizio a Piacenza, ne ha parlato alla polizia municipale. Ma senza riferire nulla alla propria scala gerarchica, così impedendo che l'Arma potesse intervenire tempestivamente.
Oltre all'indagine penale (da domani cominceranno gli interrogatori di garanzia) e a quella aperta dalla Procura militare, ieri il Comando generale dell'Arma ha avviato l'inchiesta "sommaria" prevista dall'ordinamento militare a fronte di "eventi di particolare gravità o risonanza che potrebbero avere riflessi negativi sull'opinione pubblica per la loro delicatezza o per il numero di persone coinvolte". La condurrà il Comando interregionale di Padova, e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha specificato che servirà a verificare "se vi sono state criticità nei controlli e nell'organizzazione della realtà territoriale; l'Arma resta presidio di legalità".
Gli accertamenti interni all'istituzione riguarderanno anche il comportamento del maggiore Papaleo, ma il livello delle verifiche non potrà non salire di grado. A partire dai tre comandanti provinciali che si sono avvicendati negli ultimi tre anni - i colonnelli Corrado Scarretico, Michele Piras e Stefano Savo - che non risulta si siano mai accorti di ciò che accadeva alla Levante. Sopra di loro c'è il comandante regionale dell'Emilia Romagna: quello attuale, il generale Davide Angrisani, è arrivato un mese e mezzo fa; prima di lui c'era Claudio Domizi, ora al vertice della Scuola allievi ufficiali.
È con Bezzeccheri che il maresciallo a capo di un'altra Stazione parlava della necessità di "ridimensionare" i carabinieri della Levante. I due discutevano delle difficoltà emerse tra il maresciallo Orlando i suoi sottoposti finiti in cella, e Bezzecheri spiegava: "Non è che uno può abusare più di tanto, che a quello gli puoi mettere i piedi in testa... Bisogna trova' il giusto equilibrio, cioè "Ci lasci in pace? Ci fai stare tranquilli? Ci fai stare sereni? E noi lavoriamo e ci divertiamo". Però, diciamo, deve essere un contributo da entrambe le parti".
Il problema è che da altre intercettazioni emerge un rapporto diretto "di particolare confidenza" tra l'appuntato Peppe Montella (il capo dei malavitosi in divisa, secondo l'accusa) e lo stesso Bezzeccheri, il quale scavalcava il comandante della Stazione per spingere i suoi sottoposti a mietere più arresti che potevano. Si telefonavano, organizzavano incontri in ufficio e fuori ("ti devo parlare urgentemente, a quattr'occhi, in borghese"), per affrontare quella che per il maggiore era diventata una sorta di ossessione: la competizione a chi riusciva a contabilizzare più catture con le Compagnie limitrofe di Bobbio e Rivergaro. "Perché io so' fatto così Montè - diceva Bezzeccheri il 5 marzo scorso -, a Rivergaro e a Bobbio gli devo fare un culo così... È una questione di orgoglio, perché mi gira il culo che gente che rispetto a voi non vale un cazzo fanno i figurini col colonnello, col comandante della Legione, eccetera eccetera". Risposta di Montella: "Io adesso... Vediamo di farne il più possibile, anche prossima settimana, almeno di farne altre tre-quattro". Seguono elogi del maggiore: "Il massimo risultato col minimo sforzo".
L'indagine che li ha portati in carcere ha svelato il metodo con cui, nella ricostruzione dell'accusa, Montella e i suoi colleghi organizzavano gli arresti degli spacciatori. E l'unico carabiniere di Piacenza Levante non inquisito, Riccardo Beatrice, ne parlava col padre (carabiniere in pensione) per sottolineare: "Si gestiscono tra di loro... perché portano i risultati... a te colonnello ti faccio fare bella figura e ti porto un sacco di arresti l'anno!... Lavorano assai, ma perché?... C'hanno i ganci".
Sembra di risentire il "carabiniere pentito" del caso Cucchi, che a proposito dei colleghi condannati per il pestaggio disse: "Erano un po' i pupilli del comandante, perché si volevano fare più arresti per farsi notare...". Anche Beatrice, tuttavia, che al padre denunciava atti falsi e "cose fatte a umma umma...", è rimasto muto con i superiori: "Adesso mi faccio i cazzi miei perché non voglio rimanere qua. Ma se dovessi rimanere qua... quel giorno... salta tutto, salta!". Sono arrivati prima i magistrati, far saltare tutto; anche in virtù dei suoi silenzi.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 luglio 2020
Gli inquirenti al lavoro per capire i motivi dei mancati controlli sulla caserma Levante. Il giorno dopo aver posto i sigilli ad un'intera caserma dei carabinieri nel centro di Piacenza per mancanza di personale in servizio (tutti i militari tranne uno, infatti, sono stati denunciati e sospesi per reati ipotizzati che vanno dallo spaccio di stupefacenti alla tortura, nei casi più gravi, e dalla truffa al peculato per i soggetti più marginali dell'"associazione a delinquere", come è stata definita dagli stessi intercettati), i pm piacentini concentrano ora le indagini sulla catena di comando e controllo dell'Arma.
Per capire come sia stato possibile che una tale mole di supposti reati e abusi commessi dal 2017 ad oggi, con un particolare picco tra gennaio e giugno 2020 - stando a quanto sostenuto dalla procuratrice capo di Piacenza Grazia Pradella e confermato dal Gip Luca Milani - non abbia mai suscitato l'intervento delle gerarchie dell'Arma. Neppure il minimo sospetto, si sarebbe sollevato riguardo all'alto tenore di vita di alcuni carabinieri della stazione Levante che, sembra, fosse assolutamente esibito (auto di lusso, fese e quant'altro) e non certo in linea con il modesto stipendio percepito.
"È la stessa domanda che ci poniamo anche noi", fa notare al manifesto l'avvocata Romina Cattivelli del foro di Piacenza che difende uno dei carabinieri denunciati per peculato d'uso e truffa aggravata ai danni dello Stato e sottoposto all'obbligo di dimora. Lei è stata una dei primi legali di fiducia ad essere nominata al posto di quelli d'ufficio con i quali si è dato seguito all'ordinanza del Gip che dispone misure cautelari varie per sei carabinieri della caserma sequestrata. L'avvocata pone l'accento per esempio sul fatto che, secondo quanto riportato in conferenza stampa, l'indagine denominata "Odysséus" sarebbe stata avviata in seguito al racconto riportato alla polizia municipale da un ufficiale dei carabinieri di un'altra caserma, non coinvolto nelle indagini ma evidentemente ben informato di quanto accadeva all'interno della stazione di Via Caccialupo. "Come mai questo ufficiale non ha informato i superiori dell'Arma?", si chiede l'avvocata Cattivelli.
Ha invece incontrato il suo assistito nel carcere di Piacenza, l'avvocata Mariapaola Marro del foro di Milano. Il carabiniere, riferisce la legale, "è molto preoccupato, si professa totalmente estraneo ai fatti contestati: si è trovato improvvisamente dall'altra parte della sbarra senza aver fatto nulla e teme per le ripercussioni sul lavoro che svolge da anni".
A partire da oggi, comunque, si terranno gli interrogatori di garanzia dei sei carabinieri arrestati, alcuni dei quali in carcere a Piacenza. Secondo fonti locali, non si esclude che nei prossimi giorni i militari reclusi possano essere trasferiti in altri istituti penitenziari. Ieri, intanto, al posto del comandante della stazione Levante, che è attualmente ai domiciliari, è stato nominato un sostituto, proveniente dalla provincia di Messina. Mentre la Procura militare di Verona, che ha competenza sui reati militari commessi tra le varie regioni anche in Emilia Romagna, ha aperto un fascicolo d'inchiesta sulla decina di carabinieri a vario titolo coinvolti, "in perfetta sintonia con i colleghi della magistratura ordinaria per ottimizzare le attività di indagine".
Oltre agli esponenti dell'Arma, tra le 22 persone arrestate o denunciate c'è anche il portavoce dei "Forconi" locali (movimento nato nel 2013 e oggi, a livello nazionale, confluito perlopiù nei gilet arancioni del generale Pappalardo) e del "Comitato 9 dicembre". L'uomo è ai domiciliari perché accusato, insieme a tre figli maschi, di spaccio di stupefacenti.
Ciò che appare comunque chiaro fin da subito agli inquirenti è che all'interno della caserma Levante si era instaurato uno "spirito di corpo" malato, un assoggettamento supino e criminale alla personalità di un appuntato che svolgeva, secondo l'accusa, il ruolo del boss: "La personalità dell'indagato - scrive il Gip di Piacenza Luca Milani - rivela come egli abbia la profonda convinzione di poter tenere qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola di convivenza civile". Il suo scopo era eseguire più arresti possibile; e per questo, sempre secondo i pm, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle violenze e sulle irregolarità che commetteva. Nulla di nuovo, è già accaduto, lo abbiamo visto anche nel caso Cucchi, per esempio. Che sia arrivato il momento di rimettere in discussione il modo in cui si fa carriera all'interno delle forze dell'ordine?
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 luglio 2020
L'Alfabeto penitenziario - Guida per le persone detenute, presentato ieri nel carcere di Perugia, non è solo un vademecum per orientarsi nella vita detentiva ma, secondo le intenzioni del gruppo di ricerca che lo ha redatto "un supporto tecnico-pratico per facilitare l'accesso ai diritti e il corretto esercizio degli stessi".
Il progetto, promosso dal precedente garante Carlo Fiorio, in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Perugia, è stato portato a termine sotto la guida della docente Maria Chiara Locchi, nell'ambito di una ricerca europea sulla condizione dei detenuti stranieri (progetto "Printeg", finanziato dal programma Sir 2014).
Il testo, secondo gli intenti degli autori, vuole essere uno strumento per condividere un linguaggio, in un sistema complesso come il carcere, popolato da persone che rispondono a necessità organizzative e a regole diverse. "Un glossario serve a questo, innanzitutto: serve a capire e a capirsi - ha dichiarato Stefano Anastasia, Garante regionale dei diritti dei detenuti -. Perciò sarà bene che questo glossario lo leggano sia i detenuti che gli operatori carcerari, per intendersi sui reciproci diritti e doveri". La guida potrà risultare anche utile, aggiungono i redattori, a quanti siano interessati a conoscere cosa è cambiato nell'ordinamento penitenziario dopo le modifiche apportate dal decreto legislativo del 2018.
Le voci dell'Alfabeto sono state redatte dalle ricercatrici Ludovica Khraisat, Fabiana Massarella e Alessia Nataloni. "Il nostro auspicio - spiegano le curatrici - è che i detenuti possano acquisire una maggiore consapevolezza civica, che è parte integrante della funzione rieducativa della pena".
L'Alfabeto penitenziario è stato illustrato ieri mattina nella casa circondariale di Perugia Capanne da Stefano Anastasia insieme alle curatrici e a Francesca Sola, docente di clinica legale penitenziaria dell'università di Perugia. Copie del vademecum sono state consegnate a una rappresentanza di detenuti alla presenza della dirigente del carcere Bernardina Di Mario che ha ringraziato i ricercatori per la qualità del lavoro svolto.
milanotoday.it, 24 luglio 2020
I detenuti di Bollate ripareranno 8mila pc: ecco il progetto che aiuterà anche le scuole. I dispositivi, donati da Snam, saranno trattati all'interno della struttura grazie a una collaborazione con l'impresa sociale Fenixs. I detenuti del Carcere di Bollate ripareranno oltre 8.000 tra computer, monitor e altro materiale elettronico non più in uso (stampanti, scanner e accessori) al fine di riutilizzarli in un'ottica di economia circolare rendendoli disponibili alla collettività.
I dispositivi sono stati donati da Snam, nell'ambito di un'iniziativa sociale promossa insieme a Fondazione Snam e realizzata in collaborazione con l'impresa sociale Fenixs, impegnata da vent'anni in progetti lavorativi che hanno coinvolto finora più di 160 detenuti in diverse carceri italiane. Obiettivo del progetto è offrire ai detenuti un'opportunità di lavoro e riqualificazione professionale.
Le apparecchiature verranno in gran parte ricondizionate, aggiornate e messe a disposizione delle scuole per attività educative, con particolare riguardo alle situazioni di fragilità, oltre a privati e aziende. Sulla parte non ricondizionabile, Fenixs collaborerà con Labo Raee, controllata di Amsa (società del Gruppo A2A) che gestisce l'attività dell'impianto di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) inaugurato un anno fa all'interno del Carcere.
"Sono soddisfatta per l'avvio di questo nuovo progetto che coinvolge i detenuti e le strutture del Carcere di Bollate, come l'impianto Raee inaugurato lo scorso anno, con l'obiettivo di realizzare un circolo virtuoso per l'intera società. Essere parte di progetti che 'rimettono in circolo' ha una valenza forte per chi, una volta scontata la pena, dovrà ricollocarsi. E sappiamo che il lavoro è il modo migliore per tornare a scommettere su sé stessi" afferma Cosima Buccoliero, Direttore Aggiunto della Casa di reclusione Milano Bollate.
L'iniziativa è in linea con i valori di Snam e con l'impegno della società nella sostenibilità ambientale e sociale, con particolare attenzione alle aree vulnerabili. Nel perseguire questi scopi, l'azienda fa leva anche sulla capacità di Fondazione Snam di costruire reti e collaborazioni con il mondo non profit. In questo periodo di emergenza legata al Covid-19, Fondazione Snam è al fianco di oltre 50 enti non profit impegnati nel sostegno alla popolazione più fragile.
di Simone Corradetti
cronachepicene.it, 24 luglio 2020
Il Csi di Ascoli riparte con gli allenamenti di calcio nella casa circondariale di Marino del Tronto.
Sabato 25 luglio, i detenuti della sezione giudiziaria, incontreranno il loro preparatore atletico Valentino D'Isidoro, dopo lo stop dovuto all'emergenza Coronavirus. Con il lockdown, tutte le iniziative che si svolgevano nel penitenziario ascolano, erano state sospese.
Adesso con grande entusiasmo il Csi, capitanato dal presidente Antonio Benigni e dalla responsabile della segreteria Eleonora Sacchini, ha annunciato la ripresa delle attività sportive che porteranno a nuovi incontri nelle prossime settimane, tra i detenuti e soggetti esterni.
Dopo questo periodo buio, si cerca di tornare alla normalità, utilizzando tutte le precauzioni anti Covid, per la riabilitazione motoria e la rieducazione del condannato, come già previsto dalla Costituzione. Già nel dicembre 2019, la squadra dei detenuti, aveva incontrato l'ordine dei commercialisti, la Confindustria, la Sambenedettese, e la nazionale italiana dei sacerdoti, per regalare un sorriso, e una nuova possibilità a chi sta pagando il proprio debito con la giustizia. Sempre nell'ultimo incontro natalizio, fu celebrata una messa dal Vescovo della diocesi di Ascoli Giovanni D'Ercole.
Inoltre nei prossimi giorni, uscirà il nuovo periodico dei detenuti, che hanno frequentato il corso di giornalismo all'interno della struttura, dal titolo "L'eco del Marino". Infine il Csi, sta continuando la sua attività con i campi estivi per i bambini, che vogliono trascorrere una serena estate in compagnia, e all'insegna della socializzazione.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 24 luglio 2020
"La nave trasportava un numero di persone superiore a quello riportato nel Certificato di Sicurezza Dotazione per Nave da carico". È una delle motivazioni con cui mercoledì sera la Guardia costiera ha deciso il fermo amministrativo della Ocean Viking, la nave della ong Sos Mediterranée. Le persone in più di cui si parla sono i 180 migranti tratti in salvo in quattro differenti salvataggi compiuti nell'area Sar (ricerca e salvataggio) di Italia e Malta.
Naufraghi, la cui vita senza l'intervento dell'equipaggio della Viking molto probabilmente sarebbe stata a rischio. La decisione della Guardia costiera segue quella analoga adottata il 9 luglio scorso nei confronti della Sea Watch 3, dell'omonima ong tedesca. Le due navi si trovano ora entrambe a Porto Empedocle, ormeggiate a poca distanza l'una dall'altra. Ma soprattutto nel Mediterraneo centrale non ci sono più le ong, nonostante le partenze dei barconi dalla Libia e dalla Tunisia siano in aumento, come dimostrano gli arrivi di questi giorni. Nicola Stalla è il coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranée. 41 anni, prima di arrivare nel 2016 alla ong è stato a lungo imbarcato su navi mercantili.
A quanto pare vi considerano come una nave passeggeri che ha preso a bordo troppi turisti...
Non siamo sorpresi, si tratta di un'interpretazione forzata delle Convenzioni marittime e dei regolamenti tecnici, un comportamento già visto in passato con altre navi delle ong. Stupisce che questa volta il provvedimento non colpisca piccole navi come l'Alan Kurdi o l'Aita Mari ma l'Ocean Viking, che per stazza, tipologia e caratteristiche tecniche è di fatto una delle imbarcazioni del Mediterraneo centrale attrezzata in maniera migliore per i soccorsi. Alla stregua di navi ammiraglie della Guardia costiera italiana come la Diciotti o la Dattilo.
Stando al vostro certificato di sicurezza quante persone potreste prendere a bordo?
Soltanto l'equipaggio e il personale tecnico, che per la Viking significa 41 persone. Ma sono le stesse convenzioni, come la Solas (la Convenzione per la sicurezza in mare, ndr) che specificano come le persone che si trovano a bordo in seguito all'obbligo del comandante di soccorrere chi si trova in difficoltà, non vanno conteggiate ai fini di verificare l'applicazione delle disposizioni tecniche.
In teoria chi potrebbe fare i soccorsi?
A questo punto nessuno. Ma c'è una cosa da sottolineare: in passato la Guardia costiera ha fatto sistematicamente ricorso alle navi mercantili e alle ong per intervenire in operazioni Sar, per imbarcare a volte centinaia di naufraghi senza che mai venissero mossi rilievi.
Quindi cosa è cambiato nel frattempo?
Ecco, questo è il punto. Convenzioni e regolamenti internazionali non sono cambiati, quello che è cambiato è l'indirizzo politico dell'Unione europea e dell'Italia sui soccorsi nel Mediterraneo centrale. Le nuove e forzate interpretazioni del quadro normativo tradiscono l'influenza di queste politiche sull'amministrazione marittima, che ci si aspetterebbe indipendente e neutrale e che invece dimostra ora di operare in continuità con quelle politiche.
Il risultato è che nessuna ong è presente nel Mediterraneo...
In questo momento nessuna. Ocean Viking, Sea Watch 3, Alan Kurdi e Aita Mari, quattro delle cinque navi che battono bandiera straniera, sono state bloccate. Allo stesso tempo anche gli aerei di monitoraggio vengono ostacolati. Senza la presenza di navi e aerei delle ong nessuno saprebbe nulla delle crisi in atto nel Mediterraneo centrale, nulla dei naufragi, del mancato soccorso da parte degli Stati, dell'abbandono in mare e dei respingimenti in Libia. Non dimentichiamoci il cadavere del migrante ancora abbandonato in acqua da settimane.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 24 luglio 2020
E quattro. Con la strategia delle ispezioni e dei fermi amministrativi che arrivano puntuali alla fine di ogni soccorso, la Guardia costiera italiana continua a svuotare il Mediterraneo dalle navi umanitarie. Dopo la Alan Kurdi, la Atta Mari e la Sea Watch, è toccato alla Ocean Viking; ora bloccata a Porto Empedocle con una singolare contestazione.
"Ci hanno accusato di aver portato un numero di persone superiore a quello riportato nel certificato di sicurezza dotazioni. Una manovra vessatoria palesemente volta a ostacolare il lavoro di soccorso", accusa la Ong Sos Mediterranée che aveva salvato 209 migranti. Naufraghi, mica passeggeri in crociera, da soccorrere tutti in una situazione di emergenza, come per anni hanno fatto i mezzi della Guardia costiera italiana a prescindere dalla loro stazza.
Libera, in preparazione per una nuova missione, resta solo la Mare Jonio. Il Mediterraneo ormai da 15 giorni è totalmente privo di soccorsi. E di informazioni. Gli unici occhi sono quelli del Seabird, l'aereo di Sea Watch che continua a segnalare inascoltato alle autorità le coordinate delle imbarcazioni in difficoltà e a documentare orrori (come il gommone con il corpo di un uomo mai recuperato) e respingimenti in Libia.
"Ogni giorno al rientro a Lampedusa subiamo ispezioni - denuncia la portavoce Giorgia Linardi - se dovessero sequestrare anche l'aereo sapete il perché". Ancora ieri, dall'alto, sono arrivate le immagini di due gommoni in difficoltà da ore in vana attesa di aiuto. Dopo una notte in cui, solo a Lampedusa, i soccorritori non si sono fermati un attimo.
"Adesso, il grosso problema è di nuovo la Tunisia. Arrivano tanti pregiudicati, tante persone già più volte espulse che ritornano, ma anche interi nuclei familiari che si portano dietro persino i gatti". Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio aggiorna la contabilità degli sbarchi: quindici barchini solo nella notte tra mercoledì e giovedì a Lampedusa.
Svuotare l'hospot (95 posti la capienza dell'unico padiglione, 954 gli ospiti fino a ieri mattina) è un'impresa titanica: se ne riesce a portar via poco più di 200 al giorno, gli altri (donne e minori compresi) stanno tutti ammassati dentro e fuori il centro di contrada Imbriacola dove ieri Matteo Salvini in visita si è visto dare del fascista da un tunisino.
La puntata del leader leghista a Lampedusa, tre giorni dopo la visita della Lamorgese, è caduta proprio nelle ore in cui l'isola tornava a registrare numeri complicati da gestire con 761 presenze all'hotspot dove è finalmente arrivato il macchinario per effettuare i tamponi ai migranti. Ma i 4500 arrivi solo a luglio, che hanno fatto schizzare il contatore degli sbarchi del 2020 ben oltre quota 11.000 (quasi quadruplicati rispetto all'anno scorso), impongono una nuova missione della ministra Lamorgese in una Tunisia dove la crisi economica ha ormai fatto saltare qualsiasi equilibrio sociale spingendo migliaia di persone verso l'Europa: più di un terzo dei migranti arrivati in Italia nel 2020 è tunisino, dunque i cosiddetti migranti economici che non beneficiano di alcun tipo di protezione e che all'Italia tocca provare a rispedire indietro. Con alterne fortune. Quanto basta a Matteo Salvini per cavalcare l'onda: "C'è un vergognoso traffico di esseri umani di cui il governo italiano è complice in maniera criminale".
di Francesco Conti
radiogold.it, 24 luglio 2020
Da qualche giorno all'Istituto di pena Cantiello e Gaeta di Alessandra è stata attivata una nuova falegnameria specializzata, dedicata ai detenuti protagonisti del progetto Social Wood. Promossa dalla associazione Ises in partnership con Casa di Carità, Arti e Mestieri, ente responsabile dei corsi di formazione, oltre che da altri enti della provincia e non solo, l'iniziativa rappresenta per le persone recluse una importante occasione di acquisire competenze in grado di offrire opportunità di lavoro una volta terminata la pena.
Nel carcere alessandrino esiste già una falegnameria, utilizzata durante l'apprendimento delle nozioni del mestiere. Questo nuovo spazio, invece, rappresenta lo step successivo: i detenuti lavorano sei giorni su sette, affiancati dalla Polizia Penitenziaria e da esperti falegnami volontari, con l'obiettivo di soddisfare ordini dall'Italia e non solo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 luglio 2020
Amnesty International ha inviato una lettera aperta al presidente del Cile Sebastián Piñera, esprimendo preoccupazione per la situazione di 27 detenuti mapuche in sciopero della fame nelle prigioni di Temuco, Angol y Lebu. Uno di loro, Celestino Córdova, non assume cibo ormai dal 4 maggio. "Invece di disinteressarsi della vicenda e di negare le loro responsabilità, le autorità cilene dovrebbero trovare una soluzione basata sul dialogo per garantire il diritto alla salute e alla vita dei detenuti in sciopero della fame", si legge nella lettera aperta al presidente cileno, che sottolinea anche la situazione di maggiore rischio di contagio dal Covid-19.
La lettera aperta di Amnesty International evidenzia anche il fatto che 19 delle 27 persone in sciopero della fame sono in detenzione preventiva, rispetto alla quale dovrebbe applicarsi il principio della presunzione d'innocenza. Si fa infine riferimento alla Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, ratificata dal Cile, che stabilisce che nei casi in cui si impongano sanzioni penali ad appartenenti a una comunità nativa (come nel caso dei 27 mapuche) si deve tener conto delle caratteristiche economiche sociali e culturali e considerare prioritariamente sanzioni diverse dal carcere.
di Florencio Roselló Avellanas
L'Osservatore Romano, 24 luglio 2020
Quando si è sparsa la notizia che le porte delle carceri della Spagna sarebbero state chiuse a tutti, tranne che agli agenti di custodia e al personale sanitario, mi trovavo all'interno di un penitenziario e mi ha colpito l'ambiente di volti seri, sguardi persi e malinconici. Qualche lacrima scendeva, mentre si parlava di tagliare ancor di più i ponti col mondo esterno, ma anche di morti e di ospedali. Corridoi vuoti, silenzi, teste chine: tutto denotava incertezza.
I detenuti facevano tante domande per le quali non non c'erano risposte: che cosa succederà? fino a quando? Interrogativi che continuano a riguardare ogni persona, anche chi vive in libertà, perché la pandemia ha davvero sorpreso tutti.
Dopo la chiusura all'esterno, l'amministrazione penitenziaria ha aggiunto nuove misure per combattere il diffondersi del covid-19 nelle celle: anzitutto sono stati sospesi i colloqui con i famigliari, sia nei parlatoi (attraverso il cristallo) sia "vis à vis" (personalmente). Sono state scelte dure, perché la famiglia è il balsamo curativo che tranquillizza la vita dietro le sbarre; è il motore che alimenta la speranza. E invece la comunicazione è stata limitata a chiamate telefoniche, a lettere, ma senza poter vedere e ancor meno abbracciare i cari. In seguito sono state comunque consentite videochiamate, che hanno quantomeno alleviato la tristezza del non poter vedere i congiunti. Successivamente è stata anche sospesa la possibilità di godere di permessi ordinari in strada con la famiglia. Non sono stati neppure più accettati pacchi di vestiti per i reclusi.
E così le porte si sono chiuse ancora di più, lasciando cuori feriti e sentimenti frustrati. Perché pure le attività sono state ridotte: i laboratori produttivi di ditte esterne sono stati fermati, le lezioni delle scuole carcerarie sono state sospese, come anche le celebrazioni religiose, perché è stato vietato l'accesso ai cappellani, bloccando di fatto tutto ciò che costituiva una valvola di sfogo, una boccata di ossigeno dentro il carcere.
Certo grazie a tutto ciò, il tasso di mortalità nei penitenziari spagnoli è circa dieci volte più basso di quello della popolazione in generale; e sono stati colpiti solo una decina di centri di detenzione, quindi nell'85 per cento di essi non sono stati registrati contagi. Ma non bisogna mai dimenticare che alla fine il detenuto rimane solo con il muro, la recinzione del cortile e le sbarre della cella; solo con il suo "io" isolato e chiuso.
Perciò, soprattutto all'inizio, si sono vissuti momenti di tensione, con proteste singole e collettive; ma in generale, contrariamente a quanto si potesse pensare, gli uomini e le donne reclusi in Spagna hanno reagito con responsabilità e in maniera esemplare; e in alcuni casi addirittura sorprendente e solidale: ci sono state case circondariali dove ogni sera i detenuti hanno applaudito gli operatori sanitari, insieme al resto del Paese libero; in altre hanno elogiato i secondini perché li stavano proteggendo e aiutando, scrivendo persino lettere per ringraziarli della dedizione dimostrata nei loro confronti.
La società ora capisce meglio i detenuti: a causa dell'isolamento domiciliare, infatti, anche le persone libere hanno sperimentato il "non poter uscire in strada" quando volevano, il non poter circolare liberamente. E ciò ha provocato reazioni diverse: alcuni si sono sentiti oppressi, ad altri "è caduto il mondo addosso", a molti il confinamento è risultato difficile, specie se la casa piccola, perché con un alto numero di occupanti si moltiplicano le tensioni. Ciò ha portato molte persone a sentirsi in carcere, a capire che cosa prova un recluso. Ma, a differenza del carcere, siamo stati con la nostra famiglia, seguendo l'orario che volevamo e mangiando quello di cui avevamo voglia. Tutto ciò è molto diverso dalla detenzione. Questa esperienza farà forse scemare dal linguaggio e dalla percezione comuni l'idea dei penitenziari come "hotel a cinque stelle", come sono definiti soprattutto quelli per detenuti accusati di determinati delitti. E per la pastorale penitenziaria resta la speranza che questa esperienza porti a un impegno maggiore con le carceri e con le persone che vi sono rinchiuse. Mi ha scritto un detenuto in una lettera: "Questo servirà a far sì che tanta gente si metta nei nostri panni, al posto nostro, perché, in fin dei conti, tutti ora sono carcerati, con la sola differenza che il carcere è la propria casa".
I cappellani e i volontari non sono potuti entrare nelle carceri durante il "lockdown". Si è perso il contatto fisico e personale con i detenuti, sia per l'attenzione spirituale sia per le celebrazioni e lo svolgimento di attività. In un simile contesto, la Chiesa in prigione si è dovuta reinventare, ha dovuto essere creativa. Ma non ha mai smesso di assistere i reclusi e le loro famiglie. Senza poter ricorrere però a mezzi telematici, perché non sono consentiti nei penitenziari. Questa presenza ha avuto molteplici e diverse manifestazioni di vicinanza e di sostegno: varie cappellanie hanno fabbricato, all'inizio della pandemia, circa 20.000 mascherine e 100 schermi protettivi per i carcerati e le guardie. Altre delegazioni hanno aperto indirizzi e-mail a cui inviare messaggi di sostegno e di solidarietà ai detenuti. Molte hanno continuato a dare un aiuto economico ai più poveri e indigenti, perché al momento le famiglie non possono andare a visitarli. Si sta anche producendo una "pioggia" benefica di lettere di volontari che scrivono ai detenuti.
Diverse cappellanie inviano sussidi liturgici per vivere le celebrazioni della messa e schede telefoniche con traffico dati: infatti sono stati creati gruppi WhatsApp con le famiglie per tenere alto il morale e offrire sostegno in questo tempo di distanziamento. In qualche casa circondariale la Chiesa ha introdotto fino a 40 televisori per chi si trova in isolamento sanitario. Inoltre la pastorale penitenziaria ha mantenuto appartamenti e centri di accoglienza aperti per quanti hanno riacquistato la libertà.
La Chiesa non chiude neppure davanti al coronavirus, sempre nell'osservanza delle regole stabilite dalle autorità sanitarie. Come nelle prime comunità cristiane, gruppi di detenuti continuano a pregare, ritrovandosi con semplicità in piccole sale: cantano e invocano Dio per le loro famiglie, per la loro libertà e anche per la fine della pandemia, che ha fatto nascere una nuova Chiesa. Infatti, sono stato un testimone privilegiato di come il covid-19 abbia avvicinato i detenuti a Dio. La situazione di solitudine e d'incertezza ha portato molti di loro a ricorrere al Signore, a mettere la vita nelle sue mani. Quando le persone non trovano risposte, volgono lo sguardo verso il cielo. Lo testimoniano le 200 lettere che ho ricevuto dalle carceri durante questo periodo.
Dinanzi alla malattia e alla morte, in carcere la gente sente che Dio la protegge, ne sperimenta la vicinanza. "Padre, qui dentro per ora va tutto bene, visto che con l'aiuto di Dio non veniamo abbandonate, e sappiamo che ogni volta che si prega, Lui si ricorda di tutto il carcere" (Rosa). "Sono sola nella mia cella, ma so che Dio è con me. Ogni giorno prego, piango e guardo il cielo perché non mi abbandoni" (Dalila). In molti si è risvegliato il valore della preghiera. "Leggo la Bibbia ogni giorno, recito il Padre nostro e chiedo al Signore che tutto finisca presto" (Tamara). "Prego per tutte le famiglie che hanno perso i propri cari o che sono malate" (Ana). "In questi giorni a volte, in silenzio, recito un Padre nostro perché il virus passi in fretta" (Miguel Ángel). In altri è maturato il desiderio di accrescere e conservare la fede. "Sto imparando a rafforzare la mia fede anche nei momenti brutti, come ora" (Joaquín). "Parlo a Dio con umiltà e gli chiedo di cambiare il mio cuore giorno dopo giorno" (Jesús). "Ogni sera leggo il Vangelo e prego molto nella mia cella" (Ana). Insomma i detenuti sentono che non li abbiamo abbandonati, che stiamo con loro.
La Chiesa cammina dentro da fuori, celebra dentro da fuori. Anche la Settimana santa è stata molto diversa, ma una pandemia non può fermare la risurrezione di Gesù. I carcerati hanno percepito che, come Chiesa, siamo stati loro vicini anche dal di fuori. Abbiamo continuato ad accompagnare le famiglie e lottato per i loro sogni.










