di Franco e Luisa
L'Espresso, 26 luglio 2020
Siamo i genitori di un ragazzo detenuto in carcere e crediamo che l'Espresso sia il giornale adatto ad ospitare il nostro sfogo e il nostro invito a fare qualcosa per i ragazzi sfortunati come nostro figlio.
Lui ha sbagliato e non saremo noi a negarlo: è tossicodipendente e i suoi reati riguardano questo problema. Ha cominciato a fumare erba che era ancora alle scuole medie e quando è cresciuto è passato a sostanza più pesanti. La nostra non è stata un'odissea come raccontano altri genitori: non ci ha mai trattato male o derubato e ha sempre cercato di nasconderci la verità.
Però abbiamo capito, abbiamo cercato di dissuaderlo e ci siamo fatti una cultura a proposito di mentanfetamine e di pasticche con componenti oscure e metadone, del tipo di quelle prese dai due poveri ragazzi morti recentemente a Terni. Solo quando è stato arrestato abbiamo saputo che non faceva più i suoi lavoretti saltuari e che aveva cominciato a spacciare.
Ora nostro figlio è disperato, in carcere è esplosa tutta la sua fragilità. Sa di dover stare lì molto tempo perché l'emergenza Covid ha rallentato le procedure giudiziarie. Quando lo vediamo alle visite ci spaventa il suo aspetto allucinato e le allusioni al fatto che vuole suicidarsi.
Ci siamo ridotti a sperare che lo salvi il sovraffollamento: nella sua cella di pochi metri quadri sono in quattro su due letti a castello e c'è da augurarsi che si accorgano in tempo di un suo ipotetico gesto. Ci scusiamo se non diamo dettagli e se non ci firmiamo per intero, ma non vorremmo che la nostra denuncia aggravi la situazione del nostro infelice ragazzo. Grazie per quanto potrà fare.
Risponde Stefania Rossini
Posso fare ben poco, purtroppo, se non pubblicare integralmente la vostra lettera e darvi la solidarietà che meritate. Colpisce come l'amore per vostro figlio abbia saputo misurarsi con la compassione, senza rancori e senza inutili sensi di colpa.
Come mi disse una volta un'importante psicoanalista durante un'intervista, è inutile cercare nei genitori una qualche responsabilità, è solo una questione di circostanze e di fortuna, ci sono famiglie pessime con figli a posto e famiglie meravigliose con ragazzi che si perdono nella droga. Ma adesso voi vi trovate ad affrontare una paura ancora più radicale per la disperazione che mette in pericolo la vita del ragazzo.
Saprete già che la vostra situazione è simile a quella di centinaia, se non migliaia, di famiglie e che molte di loro si organizzano in gruppi, come c'è la costante attenzione al problema da parte del partito radicale con una rubrica apposita tenuta da Riccardo Arena.
Potete anche chiedere una psicoterapia che aiuti vostro figlio a comprendere le sue scelte. Il carcere, nel suo inevitabile orrore, ha fatto qualche passo avanti in questo senso, anche se l'agghiacciante numero dei suicidi (ben 29 nei primi sei mesi dell'anno) e l'assenza di provvedimenti mirati da parte della politica fa somigliare queste morti a una raffica di omicidi colposi.
di Cecco Bellosi
La Repubblica, 26 luglio 2020
È morto a Vieste Rossano Cochis. Rossano è stato un grande bandito senza tempo. Incarcerato ingiustamente (in seguito sarebbe stato prosciolto dall'accusa per cui era finito in prigione) era evaso dal carcere di La Spezia, unendosi e diventando uno dei principali protagonisti della banda Vallanzasca.
Dopo Pinella, se ne va un pezzo di storia della Milano degli anni Settanta: Rossano era benvoluto e amato dagli amici, temuto e stimato dai nemici come un uomo coraggioso e leale. Autentico, anche nella sua ingenuità. L'ho conosciuto in carcere, a Rebibbia: per uno strano scherzo dei pentiti, era capitato nel processo 7 Aprile.
Abbiamo condiviso due anni di cella, anche con Draga, riuscendo persino in certi momenti a divertirci nonostante il regime duro dell'articolo 90 nella sezione di massima sicurezza. Dopo un mese di sciopero della fame contro quelle condizioni di detenzione (uno dei pochi risultati ottenuti dalle lotte in carcere), si era passati a un regime meno restrittivo.
Dovevo essere ricoverato all'ospedale San Camillo per lo stato di denutrizione, ma il medico del carcere nicchiava: Rossano lo aveva inseguito per tutta la sezione, finché le guardie erano riuscite a metterlo in salvo. Sarà un caso, ma la stessa sera ero al San Camillo. La nostra era diventata una vera amicizia, fatta ancora di alcuni passaggi in cella comuni e del reincontro fuori.
Rossano è venuto a lavorare al Gabbiano, prima in semilibertà e poi in liberazione condizionale, rimanendo quasi quindici anni, fino alla pensione. L'ho visto e abbracciato, l'ultima volta, due settimane fa al funerale di mio fratello Paolo, perché Rossano era molto legato a tutta la mia famiglia e voleva bene a mio fratello. Ciao, vecchio Ros, cuore generoso e animo gentile dalla risata sonora e dal sorriso triste.
Risponde Piero Colaprico
Diciamo ai nostri lettori più giovani, o comunque non troppo "dentro" le memorie degli anni di piombo che Cecco Bellosi ha 72 anni ed è stato un brigatista rosso e che Cochis, detto Nanu, ne aveva 73. Non due stinchi di santo. Il primo comasco e il secondo bresciano.
Bellosi, con la sua comunità Il Gabbiano, ora collabora per "tirare fuori" dal carcere chi deve finire di scontare la pena entrando in un rapporto più sano con la società. Cochis, che in carcere aveva passato 37 anni, voleva solo riposarsi.
Ripetiamo, a scanso di equivoci, non due stinchi di santo, eppure quando noi parliamo della rieducazione attraverso la pena e dell'Italia che rifiuta la pena di morte, quando parliamo delle garanzie costituzionali di che cosa parliamo se non anche di chi molto ha sbagliato, ma non per questo è del tutto perduto?
Ecco perché questa commemorazione, per quanto discutibile sia, la riportiamo e lo facciamo nel massimo rispetto delle vittime di terrorismo e mala. Corollario: siamo sempre colpiti dal fatto che in Sudafrica siano riusciti a far pace bianchi e neri, dopo l'apartheid e decenni di violenze brutali, mentre da noi ancora divida la lettura di Tangentopoli o delle stragi. Non è che da noi si ascoltino poco le ragioni degli altri?
Il Tempo, 26 luglio 2020
Appello per far curare l'ex boss, fondatore e capo della nuova camorra organizzata. "Curatelo, la sedia elettrica è meglio del 41bis". È questo l'appello della moglie di Raffaele Cutolo. "Ho incontrato mio marito in carcere a Parma un mese fa, era previsto un colloquio normale attraverso il vetro, ma mi sono ritrovata davanti una persona 90enne con una bottiglia in mano, non parlava, non dava segni, è stato bruttissimo vederlo in quelle condizioni.
Mia figlia non si è sentita bene, non ha voluto restare più di tanto, e siamo andati via perché era inutile parlare con una persona che non alzava gli occhi, non riusciva a portare la bottiglia alla bocca, una persona che non rispondeva quando lo chiamavamo".
Ad affermarlo, a tratti piangendo, è stata Immacolata Iacone, moglie di Raffaele Cutolo, intervenendo al Consiglio Direttivo di "Nessuno tocchi Caino - Spes contra Spem" dal titolo "41bis: monumento speciale della lotta alla mafia, fossa comune di sepolti vivi". Cutolo, fondatore e capo della Nuova Camorra Organizzata, oggi ha quasi 80 anni ed è sottoposto al carcere duro dal 1992.
di Martino Mazzonis
L'Espresso, 26 luglio 2020
Eroina, Fentanyl, oppiacei antidolorifici. Crescono le morti dovute al consumo di droghe pesanti. E il lockdown peggiora le cose. Ora il fenomeno colpisce soprattutto i bianchi impoveriti e le autorità sembrano accorgersene.
Viaggiando sulle strade d'America, capita di vedere chiese sulla cui facciata è appiccato uno striscione sui cui campeggia la scritta: "Qui abbiamo il Naxolone". Il Naxolone è un medicinale per inalazione che si usa per fermare le overdose, per salvare vite. C'è un ambito dove l'epidemia di coronavirus ha colpito gli Stati Uniti in silenzio: le tossicodipendenze.
I dati raccolti dal Washington Post da ambulanze e distretti di polizia parlano di un +29 per cento ad aprile e +42 per cento a maggio. In Indiana l'uso del Naxolone, è aumentato del 35 per cento negli ultimi due mesi. Le case di accoglienza e i centri di assistenza erano chiusi, mentre l'isolamento, il disagio, le paure che il virus ha scatenato, hanno determinato un aumento del consumo. Sul vialetto che porta all'ingresso di Helping Hands, un centro di accoglienza di Manchester, in New Hampshire, due maschi bianchi sulla cinquantina si salutano.
Uno dei due spegne la sigaretta e tira fuori una felpa rossa da un bastone di plastica di quelli dove nelle lavanderie a gettoni infilano i tuoi panni lavati, sorride mostrando i pochi denti rimasti e chiede: "Per caso vi interessa una bella felpa con il cappuccio? Ne ho diverse, cerco di svoltare così, tra qualche giorno dovrò lasciare il mio posto qui e devo mettere da parte un po' di soldi. Non voglio tornare negli asili per homeless".
Helping Hands è un ex scuola per soli ragazzi, un edificio in mattoni rossi. Al pianterreno si sentono le voci degli ospiti che si preparano a uscire, durante il giorno chi dorme qui deve partecipare a un programma: "Il nostro è un passaggio, prendiamo gente che esce dal carcere, homeless che vengono da un dormitorio qui dietro l'angolo e non sanno dove andare.
Prima di arrivare qui c'è la disintossicazione, poi noi organizziamo un percorso di assistenza di tre ore al giorno per nove settimane", racconta nel suo piccolo ufficio Guy Torgensen, che un tempo lavorava nel distretto hi-tech attorno a Boston e dopo aver cambiato vita dirige il posto: "Avrebbero bisogno di programmi a lungo termine, ma le assicurazioni sanitarie non sono disposte a mantenerli più a lungo, comparano la tossicodipendenza a malattie croniche, come il diabete, dove se cambiano le condizioni si cambiano dosaggi.
Con in più il pregiudizio sui "drogati" che sarebbe sbagliato in assoluto ma è insensato oggi perché il 70-80 per cento delle persone passate qui ha cominciato con gli anti dolorifici contenenti oppiacei prescritti dai medici dopo un incidente, un'operazione, uno strappo giocando a tennis". La assurda "Opioid crisis" che tormenta l'America da un decennio è infatti una crisi indotta dall'industria farmaceutica che ha promosso l'uso allegro di potenti antidolorifici di quelli che in Europa si danno in ospedale a malati terminali.
E poi c'è il Fentanyl oppiaceo sintetico con il quale vengono tagliate eroina e cocaina, che è 50- 100 volte più potente della morfina e mortale dieci volte di più dell'eroina. A Seattle lo scorso mese si è toccato il record di overdose causate da queste pillole, 10 dollari l'una, e nella contea di Franklin, in Ohio, a marzo ci sono stati 62 casi di overdose mortale.
Il medico legale della contea, la dottoressa Anahi Ortiz, spiega sulla sua pagina Facebook: "Non fate mai uso di droghe da soli, abbiate sempre il Naxolone con voi e usate il test per il Fentanyl". Ovvero abbiate con voi un rimedio blocca overdose e cercate di sapere quel che vi iniettate o sniffate. La contea distribuisce gratuitamente Naxolone e test.
Nel 2018 negli Stati Uniti sono morte 67mila persone di overdose e solo il 30 per cento tra questi si era iniettato eroina nelle vene. I dati del censimento raccolti nel 2019 parlano di una popolazione bianca che invecchia, i cui numeri assoluti calano per la prima volta nella storia. La ragione, spiegano gli statistici, è da imputarsi a quelle "Death of despair" (Morti di disperazione) come recita il titolo del saggio di due economisti di Princeton, Anne Case e Angus Deaton, sulla crisi della working class bianca.
La crisi ha reso necessario indagare sul lavoro fatto da Big Pharma per piazzare i suoi prodotti. A gennaio 2020 l'amministratore delegato della Insys Therapeutics, John Kapoor, è stato condannato a cinque anni per aver corrotto medici in maniera che prescrivessero oppiacei anche a chi non ne aveva bisogno. Più di 30 Stati stanno negoziando con giganti farmaceutici per una compensazione: Big Pharma offre 19 miliardi, alcuni Stati sono d'accordo, altri ritengono sia poco. Sul banco degli imputati anche le catene di farmacie, che distribuivano pillole come caramelle. La West Virginia, lo Stato più colpito dalla crisi, ha fatto causa ai due marchi più grandi, Rite- Aid e Walgreens, che hanno ordinato 127,5 milioni di pillole in dieci anni: circa 119 pillole per ciascun abitante dello Stato minerario, bambini compresi.
Il risultato di questa distribuzione capillare sono i 400mila morti tra 2000 e 2018. Nel 2019 i numeri erano scesi, poi è arrivato il coronavirus - e non sappiamo se e quanto l'impennata di morti per overdose sarà un altro degli effetti nefasti di lungo periodo della pandemia. Certo è che in Colorado hanno dirottato i fondi per la prevenzione e il recupero, 26 milioni, verso le terapie intensive intasate da casi di Covid-19. Fino a quando sono morti i neri, i marroni, i poveri, la società si è girata dall'altra parte. Serviva che a morire fossero bianchi della middle class.
Oggi le istituzioni prendono atto che c'è una crisi, che la gente muore, che bisogna intervenire solo perché muoiono bianchi di famiglie normali. È orrendo, disgustoso, ma è così". Così Howard Woodbridge, ex poliziotto del Michigan che ha fondato Citizens Opposing Prohibition (la sigla è "Cop", poliziotto) e si presenta a tutti gli appuntamenti politici per fare campagna. Baffoni, cappello da cowboy e una t-shirt dove campeggia la scritta: "Cop says legalize heroin", Woodbridge racconta: "Sono un detective in pensione, ho visto morti di overdose, ragazzini ammazzati perché spacciavano, morti durante rapine per procacciarsi denaro.
Troppo per non provare a fare qualcosa. Nessuno muore vendendo o bevendo birra e la legalizzazione della marijuana in molti Stati sta mostrando quanto l'idea di proibizionismo che ci ha guidati per 30 anni fosse sbagliata".
"L'eroina della mia generazione era migliore. Oggi tra Fentanyl prodotto in Cina e altra roba sintetica prodotta in Messico si muore prima. E la dipendenza è peggiore di quella dell'eroina, in dieci, venti giorni ci si finisce sotto", racconta ancora Torgensen che spiega quanto sia difficile il suo lavoro di trovare casa e lavoro per chi ne esce con programmi di riabilitazione troppo brevi e di come la sfida sia appunto il dopo.
"Alla figlia di un amico che ha avuto un incidente d'auto hanno dato del Percocet per un mese. Quando è finita la "cura" era dipendente dagli oppiacei. È stata homeless per un periodo, nel suo caso è intervenuta la famiglia, ma non sempre succede".
Storia simile a quella di Amy, poliziotta 30enne di Jersey City. Joanne abita di fronte alla casa in cui viveva quella che una volta era un'agente modello. Case bifamiliari a schiera, un quartiere tranquillo: "Una mattina qualsiasi svegliandomi vedo che la strada era completamente bloccata da Suv della polizia locale. Nessuno dei poliziotti parlava ma qui sulla strada abbiamo capito tutti. Overdose, tutto per colpa di un incidente d'auto e di un medico che le ha prescritto antidolorifici. Dopo mesi i dirigenti si sono accorti che stava male e hanno sospeso Amy dal servizio. Non è servito a nulla. Il risultato però è stato che la madre ha perso la seconda figlia per colpa dell'eroina. Stavolta però non c'entravano la strada, le frequentazioni, le scelte sbagliate".
La dipendenza indotta funziona così, dopo che hai provato a passare da un paio di medici diversi, magari fuori dallo Stato e non riesci più a ottenere ricette, scopri che l'eroina si trova e costa meno. In Massachusetts, a Lawrence, c'è un centro di smistamento e quindi è facile farla arrivare in tutti gli Stati del New England dove il prezzo è più alto. Lo stesso succede in altri Stati che confinano con grandi città - ad esempio dal Bronx o dal South Side di Chicago verso l'Indiana. Ancora Torgensen: "Un ragazzo che ho conosciuto, fa lo stand-up comedian, prendeva la roba a New York e la vendeva a Cape Cod, in Massachusetts, dove il prezzo era cinque volte quello a cui l'avrebbe piazzata nel suo quartiere. Lo usavano anche come trasportatore in tutti gli Stati perché aveva un'auto in buono stato e nessun legame con la criminalità".
Droghe, tossicodipendenti e polizia. un altro capitolo difficile da affrontare. "Troppo spesso i miei ex colleghi non capiscono quale sia il problema che hanno davanti, hanno l'idea cresciuta negli anni della guerra alla droga che si tratti di delinquenti. Non lo erano allora e non lo sono adesso. E forse il fatto che si tratti di persone bianche ha aperto gli occhi a qualche dipartimento di polizia. Ce ne sono che stanno sperimentando formule interessanti".
Tra i primi in America c'è quello di Gloucester, sobborgo di Boston, che invita a presentarsi al distretto per chiedere aiuto: "Se avete con voi della droga, ce ne libereremo per voi. Non verrete arrestati. Non verrete accusati di alcun crimine. Non finirete dentro", si legge sul sito del Dipartimento. Qui e la spuntano anche tribunali specializzati, conferma Torgensen: "Quando si accorgono che una persona gli compare davanti molte volte, gli prescrivono Suboxone, metadone o Vivitrol e li inseriscono in un programma.
La tendenza a sbattere tutti in cella sembra essere diminuita. Sono invece aumentate le pene per i medici che prescrivono gli oppiacei. Qualcuno è stato condannato per omicidio preterintenzionale, la pena a 30 anni è un deterrente". Coronavirus, razzismo della guerra alla droga e persino sanità: la crisi da oppiacei tocca molti aspetti cruciali per la politica americana. "È grazie ai fondi pubblici in più stanziati da Obama per Medicare e Medicaid, le assicurazioni sanitarie pubbliche, che organizzazioni come la nostra possono avviare programmi di reinserimento e non lasciare i loro ospiti tornare in strada dopo un breve periodo di disintossicazione", spiega Torgensen. Chissà che la discussione nazionale sull'inutilità della militarizzazione della polizia, cominciata proprio con la guerra alla droga, porti allo stanziamento di fondi per combattere l'epidemia che le case farmaceutiche hanno regalato all'America bianca e di mezza età.
Comunicato Sappe, 26 luglio 2020
Nel pomeriggio di ieri un detenuto è morto suicida nel carcere di Como. Alfonso Greco, segretario regionale per la Lombardia del Sappe, spiega che "ieri verso le ore 16.30, dopo il cambio turno, un detenuto di origini marocchine di 23 anni circa, già noto alle Forze dell'ordine per furti e rapine ed arrestato circa 15 giorni fa, ieri è riuscito con un rudimentale laccio costruito con una maglietta ad impiccarsi alla finestra del bagno.
I compagni di cella non si sono accorti di nulla. Il collega di turno mentre faceva un giro di controllo si è accorto che qualcosa non andava e ha immediatamente dato l'allarme ma non c'è stato nulla da fare. Questa è un'altra sconfitta per lo Stato: purtroppo la Polizia penitenziaria del Bassone, che nonostante la carenza organica e il sovraffollamento dell'istituto continua a svolgere il proprio servizio con abnegazione e spirito di sacrificio, in questa occasione nulla ha potuto affinché non si consumasse questa ennesima tragedia. L'auspicio è che il carcere di Como venga riportato ad una capienza regolamentare contestualmente all'incremento del Reparto di Polizia Penitenzia, sì da poter lavorare in condizioni di maggior benessere".
di Fabio Pace
telesudweb.it, 26 luglio 2020
In carcere, in attesa di un trattamento chirurgico e di una terapia che si dovrebbe avvalere, per avere il massimo della efficacia, di antibiotici, farmaci immunosoppressori e farmaci biologici. Il protagonista di questa storia di burocrazia e di diritti, se non negati certamente troppo lentamente riconosciuti, è un giovane uomo catanese di 37 anni, di cui ci siamo già occupati, e che abbiamo chiamato con un nome di fantasia: Alfio.
È detenuto presso la Casa Circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani, ed è affetto dalla malattia di Crohn, una patologia autoimmune che aggredisce l'intero tubo digerente, dalla bocca all'ano passando per i tessuti dell'apparato intestinale. La malattia è stata diagnosticata ad Alfio da una struttura pubblica del Sistema Sanitario Nazionale: il policlinico Vittorio Emanuele di Catania. Le sue condizioni, in stato di detenzione, dalla prima diagnosi, sembra siano peggiorate, ed oggi la malattia si manifesta in forme sempre più aggressive su un fisico già profondamente provato da dimagrimento, diarree, impossibilità di praticare una alimentazione mirata.
Seguiamo la sua vicenda attraverso le disperate segnalazioni della madre che teme per la salute e per la vita del figlio. Quando ce ne occupammo la prima volta, l'avvocato di fiducia in prima istanza ne chiese la detenzione ai domiciliari, del resto Alfio deve scontare ancora meno di un anno di prigione per reati legati alla droga. Oggi l'urgenza è un'altra.
Alfio ha bisogno di cure più appropriate, compreso un drenaggio chirurgico per delle fistole anali che, leggiamo in un manuale di medicina "si manifestano con dolore, febbre, perdite di sangue e secrezioni maleodoranti ed impattano in maniera fortemente negativa sulla qualità di vita dei pazienti".
Circostanza nota alle autorità penitenziarie e sembra ci sia in corso anche una specifica richiesta al Dap di Palermo per un possibile ricovero presso un reparto specialistico dell'ospedale Civico, avallata dai medici del carcere di Trapani, dove è stato fatto tutto quanto possibile per il paziente / detenuto, nei limiti di una struttura carceraria. Paziente e detenuto, due condizioni confliggenti eppure coesistenti, una dicotomia in cui la burocrazia della amministrazione penitenziaria finisce con il ridurre a terzo escluso la dignità della persona.
Come avevamo fatto nel precedente servizio ricordiamo che la convenzione europea dei diritti dell'uomo riconosce ai detenuti, quindi nel caso anche ad Alfio, "maggiore tutela proprio per lo stato di vulnerabilità della sua situazione in cui versa e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato".
Pone a carico dell'Autorità, in questo caso l'amministrazione penitenziaria, un obbligo positivo consistente nell'assicurare ad ogni detenuto che si trovi in condizioni di incompatibilità con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della pena non sottopongano l'interessato ad uno stato di sconforto, né ad una prova d'intensità che eccede l'inevitabile livello di sofferenze inerenti la detenzione.
di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 26 luglio 2020
I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell'ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull'integrità dell'operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce. Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l'inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.
di Francesco Giambertone
Corriere della Sera, 26 luglio 2020
"Interferenze del partito di Orbán". Dopo il mancato reintegro del direttore Dull, che aveva denunciato le pressioni da parte dell'editore amico del presidente, la redazione di Index si è dimessa in massa.
Oltre 80 giornalisti di Index, il sito d'informazione più importante d'Ungheria, si sono dimessi ieri a seguito del licenziamento del direttore Szabolcs Dull: ritengono la scelta del management di mandare via il capo una "chiara intromissione" politica da parte di Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orbán, in uno degli ultimi media indipendenti rimasti nel Paese. E poche ore dopo le dimissioni di "massa" della redazione, alcune migliaia di persone si sono riunite a Budapest per chiedere libertà di espressione per i media, protestando sotto la sede della presidenza.
Tutto è cambiato alcuni mesi fa, quando Miklos Vaszily, un imprenditore della cerchia di Orbán, ha comprato il 50% delle azioni della compagnia che controlla la pubblicità e i ricavi di Index. Vaszily è già editore di una televisione filogovernativa, TV2, e secondo la Bbc avrebbe svolto un ruolo decisivo nel trasformare il sito Origo in un media pro Orbán.
Nell'ultimo mese, il direttore Szabolcs Dull aveva avvertito che il sito "stava ricevendo una pressione esterna tale da poter causare la fine del nostro staff editoriale per come lo conosciamo". A fine giugno, in un articolo aveva scritto che la redazione era "in pericolo" e che il barometro della libertà per la home page era passato da "indipendente" a "in pericolo". Sostenendo che queste sue scelte avessero causato danni economici al giornale, il management martedì aveva licenziato il direttore. La redazione però si è schierata con lui, chiedendo che tornasse al suo posto.
Il presidente del board, Laszlo Bodolai, si è rifiutato di farlo. Così la redazione si è dimessa in massa. Tra le decine di giornalisti ad aver lasciato - molti tra le lacrime - il giornale, ci sono anche tre importanti capiredattori. Sul sito, i giornalisti hanno spiegato: "Per anni abbiamo detto che ci sono due condizioni per l'attività indipendente di Index: che non ci siano influenze esterne sui contenuti pubblicati e sulla struttura e composizione dello staff. Licenziare Dull ha violato la seconda condizione. La sua rimozione è una chiara interferenza nella composizione della redazione".
di Luana De Francisco
L'Espresso, 26 luglio 2020
Sei milioni di euro per un progetto umanitario che finisce per legittimare il sistema dei campi di prigionia. Le torture sono quotidiane, anche se noi non le vediamo. Dallo scempio ci separano chilometri di terra e di mare e l'indifferenza per i muri. Tutto invisibile e muto dietro quei recinti, lontano anni luce da una società, la nostra, ossessionata dalla xenofobia.
Eppure, anche se di quegli abusi sappiamo così tanto, abbiamo deciso di aprire i cordoni della spesa e investire proprio là dove lo sguardo non arriva. Lo ha fatto il ministero degli Esteri, finanziando interventi destinati alle comunità libiche e ai centri di detenzione per migranti e rifugiati attraverso l'Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo.
Il progetto, inserito nel 2017 in un più ampio quadro di azioni per l'assistenza alle vittime di crisi umanitarie e la cooperazione con i Paesi interessati dal fenomeno migratorio, ha contato finora su uno stanziamento di sei milioni di euro. Tutti soldi ripartiti tra le nove organizzazioni non governative italiane che si sono aggiudicate i tre bandi pubblicati dall'Aics.
Un'operazione forse ispirata da buone intenzioni. In realtà, da subito una parte dell'opinione pubblica ha storto il naso di fronte a una mossa considerata piuttosto la legittimazione del funzionamento e dell'esistenza stessa di centri notoriamente gestiti nel disprezzo dei diritti umani. Si è guardato all'iniziativa con la stessa diffidenza riposta nel memorandum che, pochi mesi prima, aveva sancito l'impegno dell'Italia a garantire sostegno economico, politico e operativo alle autorità libiche, in cambio del contenimento dell'afflusso di migranti verso l'Europa.
Ora, a tirare le somme sull'apparente contraddittorietà di quei bandi è l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, con un rapporto che, nel confermare la funzionalità dei progetti a un piano di "esternalizzazione" delle frontiere, ne biasima l'inefficacia in termini di risposte durevole e sostenibili alle carenze strutturali dei centri, veri e propri luoghi di prigionia, dove gli stranieri intercettati dalla Guardia costiera libica, con mezzi e tecnologie forniti dall'Italia, vengono trasferiti e sottoposti a ogni forma di violenza e sfruttamento, in attesa di "rimozione".
"Ideati nella piena consapevolezza delle gravi e diffuse violazioni che si consumano nei centri e con l'obiettivo di ridurne l'entità, ma non di eliminarle del tutto - scrive il pool di studiosi che ha lavorato al report - i bandi hanno creato i presupposti per la realizzazione di progetti che hanno l'effetto, quantomeno politico, di perpetuare un sistema di detenzione di cittadini stranieri in condizioni inumane, al fine di impedire loro di raggiungere il territorio europeo e di esercitare il diritto di chiedere protezione internazionale".
Del resto, suona curioso puntare a "migliorare" le condizioni dei detenuti, senza un'attività di controllo esercitata in loco da personale italiano (espressamente vietato dall'Aics per ragioni di sicurezza) e senza che l'erogazione delle prestazioni sia condizionata all'impegno del governo di Tripoli a porre rimedio alle criticità.
Come? Per esempio, suggerisce l'Asgi, con più investimenti per il mantenimento dei detenuti, cui spettano razioni alimentari da non più di un euro al giorno, l'ampliamento dei locali, "pericolosamente sovraffollati e con scarsa luce e ventilazione", e una vigilanza più stringente sugli abusi fisici commessi anche su donne, bambini e malati.
La verità, secondo i ricercatori, è un'altra. "L'inadeguatezza delle risorse stanziate, l'illegittima e arbitraria detenzione e l'assenza di meccanismi di prevenzione sugli abusi - osservano - non paiono ascrivibili a un'impossibilità oggettiva del governo libico, come asserito nei bandi, ma a una sua precisa scelta politica, e si pongono in contrasto con gli obblighi internazionali della Libia di proteggere i diritti fondamentali degli individui di cui ha assunto la custodia".
Intanto, l'Italia paga e lo fa anche a fronte dell'"approssimazione dei rendiconti contabili di alcune Ong" e nonostante le perplessità sul "corretto impiego del denaro pubblico" che la gestione dei centri, per lo più lasciata a milizie armate svincolate da supervisione giurisdizionale, non può non suscitare. Il rapporto ha esaminato i contributi apportati in particolare ai centri di Tajoura, Tarek al Sikka e Tarek al Matar, tutti nelle vicinanze di Tripoli.
Nell'elenco figura, tra gli altri, Nasr di Zawiya, gestito dal clan cui afferisce il trafficante Bija e teatro delle violenze recentemente accertate da una sentenza del tribunale di Messina. Ci sono pure Al-Khoms e Souq al Khamis, che nel 2019 il segretario generale dell'Onu ha descritto come "agghiaccianti" e definito "paradisi per la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e le sparizioni forzate".
E allora, a giudicare dalla tipologia degli interventi, tra creazione di presidi medici e igienici, riabilitazione di sistemi idrici e supporto psico-sociale, e dalla quantità di beni inviati, tra forniture di generi alimentari, medicine, vestiario, coperte e giochi, quella italiana pare una gigantesca opera umanitaria.
Assai diversa la conclusione dell'Asgi, critica con la logica stessa dei bandi. "Il rischio - ammonisce - è che, agevolando il funzionamento dei centri, si fornisca un contributo causale ad azioni illegittime, presenti e future, imputabili direttamente al governo libico o, comunque, ai gestori dei centri". Borhan Loukasi, il diciassettenne etiope che nell'abbraccio del marinaio siriano Alì è diventato l'icona della Pietà nel Mediterraneo, arrivava da uno di quei centri di tortura. La gamba gliela avevano spezzata là.
grossetonotizie.com, 26 luglio 2020
Con incarico definitivo, proveniente dalla sede centrale del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, con lunga e maturata esperienza in molti istituti penitenziari.
Il segretario generale regionale della Uilpa Polizia penitenziaria, Eluterio Grieco, nel dare il benvenuto al nuovo direttore, ricorda che "la partecipazione nei processi delle materie contrattuali è un capisaldo nelle relazioni sindacali e crediamo che le posizioni condivise sui temi, come la difesa dei valori democratici, il rispetto dei diritti dei lavoratori, ci debbano incoraggiare a ricercare convergenze e ambiti di cooperazione per il bene comune".
Il coordinatore provinciale Francesco Sansone, per la Uil Polizia penitenziaria, e il segretario generale territoriale Marco Mannelli, per la Uil Pubblica amministrazione, danno il benvenuto al nuovo dirigente Iuliano e sono certi che "il nuovo vertice saprà sostenere il lavoro abilmente compiuto dalla Polizia penitenziaria nell'intento comune e con l'obiettivo istituzionale di perseguire legalità e sicurezza".
Allo stesso tempo, le danno "un grosso in bocca al lupo per l'attenzione alla nuova struttura penitenziaria, in prossima realizzazione presso l'ex caserma Barbetti, in un'ottica di gestione e riorganizzazione della detenzione in un quadro europeo, finalizzato alla rieducazione dei detenuti".
Infine, per Federico Capponi, segretario generale della confederazione Uil, "il cambio di vertice è orientato a promuovere nuovi impulsi a sostegno di una squadra di lavoro già collaudata, che vede in particolare modo la Polizia penitenziaria già da tempo fortemente impegnata in un duro lavoro teso ad assicurare l'ordine e la sicurezza dell'istituto. Ci auguriamo che, collaborando insieme al sapere e all'esperienza del nuovo direttore e del dirigente aggiunto Marco Gabbrini, Comandante della Polizia penitenziaria, insediato anch'esso da qualche mese presso la casa circondariale, si realizzi un'eccellente realtà penitenziaria in Maremma, perché solo in squadra si riescono a risolvere al meglio tutte le difficoltà e il conseguimento di obiettivi istituzionali. Buon lavoro e lunga permanenza presso la città di Grosseto".
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