di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 29 luglio 2020
La studiosa britannico-australiana è prigioniera da quasi due anni, accusata di essere una spia. La Repubblica islamica l'ha condannata a 10 anni di carcere. Il penitenziario nel deserto dove è stata spostata è noto per le condizioni insopportabili, tra cui aggressioni regolari e comportamenti inappropriati delle guardie nei confronti delle donne.
Kylie Moore-Gilbert è una studiosa britannico-australiana, prigioniera in Iran da quasi due anni: la Repubblica islamica la accusa di essere una spia e l'ha condannata a 10 anni di carcere. Lei ha sempre respinto le accuse e ha denunciato un trattamento inumano e degradante in prigione. Tre giorni fa è stata trasferita dal carcere di Evin, vicino Teheran, dove sono richiusi molti prigionieri politici, a una remota prigione del deserto, Qarchak, conosciuta per la durezza delle condizioni in cui vivono i detenuti. Moore-Gilbert avrebbe anche contratto il coronavirus.
Nell'ultimo mese l'accademica non ha potuto parlare con la famiglia e delle sue condizioni si è saputo qualcosa in più grazie a Reza Khandan, il marito dell'avvocatessa e premio Sakharov Nasrin Sotoudeh, che si è battuta in difesa dei diritti umani in Iran e contro la pena di morte ed è in carcere da 2 anni. "Non riesco a mangiare nulla. Mi sento così senza speranza", avrebbe detto Moore-Gilbert a Khandan, che ha raccontato del colloquio avuto con lei sulla sua pagina Facebook. "Sono così depressa. Ho chiesto agli ufficiali della prigione una scheda per chiamare ma non me l'hanno data. Sono riuscita a chiamare i miei genitori per l'ultima volta circa un mese fa".
In un memo per il dipartimento di Stato americano, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Iran, Brian Hook, ha descritto la prigione di Qarchak in cui è stata trasferita Moore-Gilbert come uno dei due penitenziari in Iran dove si commettono violazioni di diritti umani.
"È la più grande prigione femminile dell'Iran e al suo interno ci sono anche molti membri di minoranze religiose. Anche questo penitenziario è noto per le condizioni insopportabili, tra cui aggressioni regolari e comportamenti inappropriati delle guardie carcerarie nei confronti delle donne, mancanza cronica di acqua, spazi di vita non salutari e un ambiente che consente lo stupro e l'omicidio".
Violenze e stupri sono stati denunciati anche da organizzazioni dei diritti umani, e secondo notizie non confermate anche il coronavirus si è diffuso nel penitenziario. Moore-Gilbert ha sempre negato le accuse contro di lei e anche il governo australiano le ha definite prive di fondamento. All'inizio di quest'anno, una serie di sue lettere dal carcere in cui descrive l'isolamento, la mancanza di cibo o medicine, pubblicate da alcuni quotidiani, hanno suscitato indignazione nell'opinione pubblica australiana e britannica.
"Mi sento abbandonata e dimenticata, sono una vittima innocente", aveva scritto la studiosa. "Non sono una spia. Non sono mai stata una spia e non ho alcun interesse a lavorare per un'organizzazione di spionaggio in nessun Paese".
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 29 luglio 2020
A colloquio con padre Gianfranco Graziola, missionario nelle carceri del Brasile. "È un grosso sbaglio pensare che rinchiudendo in carcere un individuo si possano risolvere i problemi della società. All'interno delle prigioni l'essere umano non è più padrone di se stesso; i penitenziari svuotano le persone riducendole a nullità, diventando solo luoghi di punizione e di controllo, soprattutto dei più poveri e dei giovani delle periferie": ne è fermamente convinto padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata da vent'anni in Brasile, direttore-presidente dell'Associação de Apoio e Acompanhamento (Asaac) in seno alla pastorale carceraria nazionale brasiliana che, all'"Osservatore Romano", racconta le difficili condizioni dei detenuti e delle detenute in questo particolare momento di emergenza sanitaria caratterizzata dalla pandemia da covid-19, la quale ha provocato oltre 2.442.000 contagi e più di 87.600 morti. "Dobbiamo far fronte comune - spiega - per impedire che si crei malcontento tra la popolazione che, oltre ad avere paura del coronavirus, rischia di morire di fame. La Chiesa sta facendo tutto il possibile per aiutare, ma da sola non basta. Occorre coinvolgere le istituzioni".
Qual è il vostro impegno per un carcere dal volto umano?
La pastorale carceraria in Brasile è totalmente differente da altre esperienze nel mondo, in particolare rispetto a Europa, Stati Uniti d'America, Asia e Oceania e alla stessa America latina dove opera il cappellano penitenziario, figura inesistente da noi. Qui, la pastorale carceraria è realizzata dal Popolo di Dio, laici e laiche, consacrati e consacrate, religiosi e religiose, sacerdoti e vescovi che settimanalmente, quindicinalmente o mensilmente visitano i penitenziari nei ventisette stati del Brasile e nel distretto federale dove si trova la capitale Brasília. Esiste un coordinamento nazionale che a sua volta si ramifica a livello statale, regionale e diocesano. Il grande sviluppo della pastorale carceraria nella sua forma attuale è iniziato con la Campagna di fraternità del 1997 il cui tema era: "Fraternità e i carcerati" e lo slogan "Cristo libera da tutte le prigioni". Ma c'è un altro evento il "Massacro di Carandiru" nel quale, il 2 ottobre 1992, 111 reclusi nell'allora istituto penitenziario furono crudelmente uccisi dalla polizia militare. Oggi, in questo luogo, bagnato dal sangue di tanti fratelli, sorge il parco della gioventù intitolato al compianto cardinale Paulo Evaristo Arns. La pastorale carceraria in Brasile ha come principio di fondo e sua meta la costruzione di un "Mondo senza carcere" rifacendosi al discorso di Gesù nella sinagoga di Nazareth (Luca 4, 18-19) e alla lettera di San Paolo ai Galati 5, 1. La stessa enciclica Laudato si' viene a rafforzare ulteriormente questa nostra convinzione quando afferma la necessità di una conversione ecologica integrale.
Qual è il vostro rapporto com le famiglie dei detenuti?
La quotidianità della pastorale carceraria è la visita ai nostri fratelli e sorelle in prigione mettendo in pratica il Vangelo: "Ero in carcere e siete venuti a visitarmi" (Matteo 25, 36). Per questo gli agenti della pastorale quando entrano in carcere vanno a incontrare Gesù e si mettono al suo ascolto per cogliere la presenza misericordiosa di Dio. La crescita a dismisura in questi ultimi decenni delle detenute (700 per cento) ha fatto nascere nell'ambito della pastorale il dipartimento della "Donna incarcerata" che oggi ha una coordinatrice nazionale. La celebrazione nel 2017 dei 300 anni del ritrovamento dell'immagine della Madonna nel fiume Paraiba, a nord dello stato di San Paolo, da qui il nome di "Aparecida", ci ha ispirati a celebrare questo giubileo pensando a "Maria e alle Marie in carcere", non solamente alle recluse, ma a tutte le madri, spose, figlie, sorelle che settimanalmente si mettono in fila davanti alle prigioni portando con loro lo stigma di una società diseguale e selettiva. Ne è nata una nuova dimensione della pastorale carceraria che è una relazione con le famiglie dei detenuti e delle detenute che contribuisce alla loro organizzazione in associazioni, coinvolgendole e rendendole protagoniste del progetto "Mondo senza carcere".
Cosa fate nello specifico?
Le pastorali che si ispirano alla Dottrina sociale della Chiesa, e che nel Brasile sono raggruppate nella Commissione episcopale pastorale per l'azione socio-trasformatrice, devono contribuire, a partire dal Vangelo, a una trasformazione effettiva della società costruendo quella che san Paolo VI chiamava "Civiltà dell'amore". Coscienti, come diceva Montini, che l'annuncio della Buona novella va di pari passo con la promozione umana, non possiamo non occuparci di politica, di bene comune, l'espressione più alta della carità, combattendo le cause che portano alla detenzione di massa come avviene per gli spacciatori e i consumatori di droga. Per questa ragione dal 2013, assieme a organizzazioni della società civile, abbiamo individuato alcuni punti, definiti "i dieci comandamenti della pastorale carceraria", che abbiamo inserito nella Agenda pelo desencaramento, "agenda per la scarcerazione".
Quali sono i punti centrali?
Il documento abbraccia i temi cruciali del sistema carcerario e avanza alcune richieste come la sospensione di fondi destinati alla costruzione di nuove unità; la riduzione della popolazione carceraria e della violenza prodotta negli istituti di pena; modifiche alla legge per limitare il carcere preventivo; il cambiamento della politica di lotta alla droga; snellimento del sistema penale; apertura a meccanismi di controllo sociale; divieto di privatizzazione del sistema; prevenzione e lotta contro la tortura; smilitarizzazione.
Come viene percepita la vostra attività all'interno degli istituti di pena?
Oggi la pastorale carceraria gode della fiducia sia dei detenuti sia delle loro famiglie, e ha una credibilità che si è costruita nel tempo anche nel campo strettamente giuridico e tecnico. Ciò fa sì che venga rispettata dalle istituzioni e dalle numerose organizzazioni civili e non governative che seguono le questioni penali. Noi denunciamo costantemente il sovraffollamento, frutto di un processo di carcerazione di massa che vìola la costituzione e la burocrazia del settore. Infatti, nelle prigioni brasiliane abbiamo un buon 40 per cento di detenuti/e, e in alcuni stati come l'Amazonas addirittura il 60 per cento, che sono "provvisori", cioè non sono stati ancora ascoltati da un giudice o sono in attesa di condanna definitiva.
Di recente migliaia di detenuti sono stati liberati per paura che il coronavirus si diffonda ulteriormente. Non pensa che in questo modo possa aumentare la violenza nel Paese?
La realtà carceraria in Brasile è pessima: mancano servizi basilari come l'assistenza medica, il rispetto delle norme igieniche, un'alimentazione sana, la manutenzione degli edifici. Per esempio, visitando un istituto la cui capienza era di 140 persone, vi erano 1400 detenuti, molti dei quali avrebbero dovuto essere soltanto oggetto di politiche sociali.
Secondo lei, in epoca di pandemia è necessario che intervenga la politica a determinare norme ad hoc, in linea con le attuali circostanze emergenziali?
Per sanare questa realtà e rispondere alle gravi questioni sociali i Governi pensano di risolvere i problemi affidando ai privati la gestione del sistema penale. Noi non vogliamo assistere ai massacri all'interno delle prigioni come è avvenuto a Manaus nel 2017 e nel 2019. La pastorale e altre organizzazioni continuano a denunciare lo sfruttamento e la commercializzazione di un sistema carcerario sempre più crudele e inumano.
Il Brasile è il secondo Paese più colpito al mondo da covid-19: c'è qualcuno che pensa ai detenuti e alle famiglie?
In realtà il sistema carcerario vive costantemente varie forme di pandemia. L'ultimo esempio lo troviamo a Boa Vista, nello stato di Roraima, dove nella Penitenziaria agricola di Monte Cristo dal 2019 si registra un'epidemia di scabbia. Solo la denuncia dei familiari, sostenuti dalla pastorale carceraria, è riuscita ad evitare un numero elevato di morti che purtroppo anche in questa occasione non sono mancati. In questi mesi, oltre alla preoccupazione per l'arrivo del covid-19 nelle carceri brasiliane e l'elevato numero di contagi e di vittime, quello che preoccupa noi e le famiglie dei detenuti è l'ambiente insalubre, le condizioni alimentari e sanitarie e l'impossibilità di fare visita ai detenuti. Da mesi, migliaia di famiglie non hanno notizie dei loro cari. Per questa ragione, il difensore civico, alcune organizzazioni della società civile e la pastorale carceraria hanno chiesto l'installazione di telefoni pubblici all'interno delle unità carcerarie.
Papa Francesco in diverse occasioni ha ribadito che quello del sovraffollamento è un problema che riguarda varie parti del mondo. Il Brasile è sicuramente un Paese a rischio?
La scarcerazione di alcune centinaia di carcerati e carcerate avvenuta di recente è stata bollata dalla stampa come un serio pericolo. La realtà però è ben diversa. Il virus sta provocando migliaia di vittime. La violenza nella società non è provocata dalla scarcerazione dei detenuti, ma da altri fattori. Questo ci induce a pensare che la vera pandemia non è altro che l'indifferenza denunciata più volte dal Pontefice.
Di recente è stato inviato a tutti gli operatori carcerari un sondaggio on- line anonimo sulla situazione delle donne e in particolare delle mamme detenute con i loro figli. Cosa pensa al riguardo?
Un capitolo importante della situazione attuale è la realtà del mondo femminile in carcere che soffre doppiamente. Visito settimanalmente il più grande penitenziario femminile del Brasile con oltre 2.000 detenute, a San Paolo, e dai dialoghi e dall'ascolto avverto sempre una grande preoccupazione per i figli. A moltissime madri, rinchiuse in cella, viene impedito di abbracciare il proprio bambino. Al momento, le leggi permettono gli arresti domiciliari solo alle gestanti e alle madri con figli fino a 12 anni. Riteniamo che la scarcerazione sia la strada giusta per creare una nuova società perché, chi meglio di una madre può educare i propri figli? Forse, più che giudicare e condannare siamo chiamati a lavorare per creare politiche pubbliche che diano alle donne l'opportunità di rifarsi una nuova vita.
Parlando di detenzione lei fa riferimento alla Laudato sii. Perché?
La questione carceraria è una pandemia anteriore al covid-19 che la rende ancora più attuale e richiama la nostra attenzione. Occorrono politiche pubbliche serie per poter superare e curare la pandemia che è rappresentata dal carcere. Dobbiamo lavorare per un "Mondo senza carcere". Come ricorda il Papa nella sua enciclica dobbiamo impegnarci per un'ecologia integrale, custodendo la casa comune per il "buon vivere" di tutti.
di Catello Maresca
ilsussidiario.net, 28 luglio 2020
Il regime del carcere duro, il 41bis dell'ordinamento penitenziario, sembra ormai diventato improvvisamente il male assoluto. Addirittura più della stessa mafia che tende a contrastare. Ma in genere, se ne parla senza conoscerne né la storia, né la funzione, dalle quali nessun corretto approccio critico può prescindere. Come dicono gli oratori eruditi, quindi, vale la pena di ricordare prima di tutto a me stesso di cosa stiamo parlando.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 luglio 2020
La Circolare del Dipartimento del 23 luglio. Isolamento cautelare, trasferimenti e applicazione del 14 bis, ovvero il regime di sorveglianza particolare che rende la detenzione ancora più dura. Sono queste le soluzioni, non nuove tra l'altro, poste dal Dap tramite la circolare del 23 luglio a firma del vicecapo Roberto Tartaglia e il capo del dipartimento Bernardo Petralia.
di Sergio Segio
vita.it, 28 luglio 2020
13 persone morte in stato di detenzione nell'arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo quasi cinque mesi poco o nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella vera e propria strage.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 luglio 2020
Alla fine l'unico voto sarà sulla seguente richiesta: "Volete o no, voi deputati, rimettere la separazione delle carriere in freezer?". Finale già scritto, anticipato ieri in aula da tre autorevoli esponenti della maggioranza, nel giorno in cui finalmente la legge costituzionale di iniziativa popolare promossa dall'Unione Camere penali atterra in aula a Montecitorio.
ansa.it, 28 luglio 2020
Ex capo Dap: "Trattativa con i boss? Le rivolte, a seguito dell'emergenza sanitaria, si sono verificate in quasi tutti gli stati del mondo". "Riguardo alle mie dimissioni da capo del Dap, ho preso la decisione che era giusto adottare. La Circolare che ha generato polemiche? Revocarla o sospenderla non ha senso, come pure è stato suggerito da qualcuno, visto che sia la norma che il correlato obbligo di segnalazione per i direttori - quello sulle patologie o gravi condizioni sanitarie dei detenuti - rimarrebbero comunque in vigore".
di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 28 luglio 2020
La "riforma" del Csm: ancora una occasione mancata? A parole, tutti (o quasi) sembrano essere della medesima opinione: occorre impedire che le "correnti" dei magistrati, da libere formazioni di pensiero e da organismi eminentemente "culturali", magari in grado di contarsi ai fini delle elezioni all'Associazione Nazionale Magistrati (libera di organizzarsi come crede), diventino macchine elettorali per l'elezione al Consiglio Superiore della Magistratura, che invece è organo di rilevanza costituzionale.
Dunque, bisognerebbe evitare che il meccanismo di rappresentanza finisca per trasformare le correnti, pur con il nome nobile di "gruppi" (al Csm), in luoghi di gestione del potere, di carrierismo e di autoreferenzialità. Ciò è, in gran parte, dovuto alla circostanza che i consiglieri togati (che rappresentano i due terzi dei componenti il Csm) devono la loro elezione, salvo eccezioni rarissime, proprio alla corrente della quale, quasi inevitabilmente, finiscono per essere poi portavoce.
Dunque, al netto della onestà e della buona fede di tutti, tale meccanismo elettorale - come mi resi conto quando, nel 2010, iniziai il mio percorso quale componente "laico" (meglio: "diversamente togato") del Csm nella Quinta Commissione, che si occupa degli incarichi direttivi e semi-direttivi, sia dei pubblici ministeri che dei giudici - finisce con il premiare i "soliti noti", con il non consentire (absit iniuria verbis) ai "cani sciolti" di essere nominati (e persino di essere proposti al Plenum), con il determinare nomine "a pacchetto", pur se i posti sono banditi in tempi diversi, in modo da mettere in pratica il manuale Cencelli delle nomine, in perfetta proporzione con la forza delle correnti in seno al Consiglio.
Le recenti vicende che hanno coinvolto il Dott. Palamara - nelle quali non entro, dovendo essere approfondite in sede penale e disciplinare - avrebbero dovuto suggerire serie ed ampie riforme. Non riforme contro, ma riforme a favore: a favore di tutti i cittadini e, in senso più ampio (molti non sono neppure nostri concittadini...), a favore di tutti coloro i quali hanno la ventura (o la sventura) di incrociare la giustizia italiana. Ed a favore della stessa magistratura, la quale vive anche di immagine (la magistratura deve essere ed apparire imparziale, dicono gli stessi atti, interni ed internazionali, che se ne occupano...): e, oggi, siamo, purtroppo, ai minimi termini.
Invece, dopo proclami solenni ed annunci altisonanti, sembra proprio che la ipotizzata riforma della legge elettorale del CSM - limitandosi ad abbandonare l'attuale collegio unico nazionale e a sostituirlo con dei collegi uninominali con possibilità di preferenza multipla, in cui sarà eletto solo chi raggiunge una determinata soglia (altrimenti si andrà al riparto proporzionale) - abbia partorito un topolino: tutto sembrerà mutare, ma non cambierà nulla. Forse non è un caso, come ricordai ai miei Colleghi durante una seduta del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, che a Roma, a pochi metri dal Palazzo dei Marescialli, sia morto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, mio illustre concittadino (singolarmente, proprio in questi giorni corre l'anniversario: 23 luglio 1957).
Naturalmente, nessun sistema elettorale è perfetto, ma alcuni sono migliori di altri. Ed io ho sempre pensato che un sistema misto, con un ampio sorteggio (che preveda un multiplo dei posti da eleggere al CSM) e poi una votazione tra i sorteggiati, sia in grado di bilanciare esigenze di autonomia e libertà e necessaria rappresentanza degli eletti.
Pochi giorni fa tale proposta sembra sia stata fatta propria da una delle correnti dei magistrati, Magistratura Indipendente, nel rispetto della rappresentanza di genere. Forse, lentamente, qualcosa di muove... Certo, neppure questa sarebbe una riforma radicale, poiché toccherebbe il solo sistema elettorale; ma qualcosa è meglio di niente.
Per essere chiari, a mio modo di vedere, una seria riforma dovrebbe attuare l'art. 111 della Costituzione, con l'ovvia e naturale separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (ma evitando che i p. m. possano dipendere dall'esecutivo). Di qui, ovviamente, la presenza di due diversi Consigli Superiori della Magistratura: uno per i pubblici ministeri ed uno per i giudici. Ma la proposta di separazione delle carriere, giunta in Parlamento per iniziativa delle Camere Penali, che hanno raccolto più di 70 mila firme in calce a un disegno di legge popolare, non sembra essere all'ordine del giorno.
Analogamente, occorrerebbe affrontare anche le diverse, ma connesse, questioni delle c. d. porte girevoli (magistrati che entrano in politica e poi tornano a fare i magistrati) e del numero troppo elevato di "fuori ruolo" (magistrati autorizzati dal Csm, su richiesta della politica o di vari organi, e di loro stessi, a occuparsi di altro, rispetto alle questioni di giustizia). Ed anche sotto tale profilo le riforme sembrano lontane. Ma se non saremo capaci di comprendere cosa è accaduto, e perché è accaduto, ci limiteremo - al massimo - a colpire la punta dell'iceberg. E la nave della giustizia tenderà sempre a galleggiare, riuscendoci solo a volte.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo
Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2020
L'Europa ha stanziato "una cifra molto importante, e ci ha indicato come prioritari quattro obiettivi. Tra questi, la giustizia". "Si tratta di un'occasione irripetibile, che comporta una responsabilità enorme: quella di non sprecarla".
Lo scrive il presidente dell'Unione Camere civili, Antonio de Notaristefani, in un accorato intervento su Facebook, in cui si richiama anche il documento della Commissione "the 2020 Justice Scoreboard" che contiene diversi "suggerimenti".
La prima emergenza per de Notaristefani è il "crollo della fiducia dei cittadini nella indipendenza dei giudici", percepiti come troppo vicini alla politica. E siccome, argomenta, la giustizia si regge sulla fiducia conta poco se ciò sia vero o meno, quello che è certo infatti è che "impugnerò qualunque sentenza che mi dia torto, se ritengo che il giudice che la ha emessa non è imparziale".
Rvolgendosi poi direttamente al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di cui pure riconosce la "capacità di ascolto", chiede "ma davvero Lei vuole passare alla storia come chi ha buttato via il biglietto vincente della lotteria?"
L'Europa, prosegue, ci ha chiesto di interpellare tramite questionari avvocati e cittadini sul gradimento dell'operato dei giudici. Una soluzione apparentemente banale ma in realtà "rivoluzionaria" perché ci ricorda che nei sistemi democratici "la giustizia è amministrata - o dovrebbe esserlo - in nome del popolo". Un tema, quest'ultimo, che si sposa con quello del sistema di valutazione dei magistrati che ha raggiunto un livello "imbarazzante".
"Rifiutarsi di rendere conto del proprio operato a quel popolo in nome del quale si pronunciano le sentenze - attacca de Notaristefani - significa essere autoreferenziali, non indipendenti. Per questo, la responsabilità della riuscita di questo progetto straordinario di riforma non è solo del Ministro, ma anche dei giudici: se non vogliono farlo fallire, devono smetterla di essere autoreferenziali, e diventare davvero indipendenti".
"Ce la farà - conclude - la politica, a convincere i giudici a rendere conto al popolo dei propri comportamenti? Non lo so: a volte, mi viene da pensare che forse il problema non è la indipendenza dei giudici dalla politica, ma la indipendenza della politica dai giudici.
Ma spero vivamente di sì: io nei giudici ho molta fiducia, e confido che quelli che stanno in Tribunale chiederanno anche loro che le carriere siano decise dal merito, e non dai vincoli di affiliazione. Se non andrà così, saranno loro ad avere gettato via il biglietto vincente della lotteria, e dovranno assumersene la responsabilità".
di Liana Milella
La Repubblica, 28 luglio 2020
Lettera del Pd ai partiti. La mossa del vice segretario dei dem Orlando (con Pinotti e Verini) alla vigilia della riforma del Guardasigilli Bonafede. La Camera rinvia alla commissione Affari costituzionali la questione della separazione delle carriere.
La magistratura alla prova della Costituzione. Che oggi non consente di separare le carriere, come vorrebbero gli avvocati e il centrodestra. E non permette neppure di mettere fuori dal Csm la sezione disciplinare. Ma, giusto nelle stesse ore, ecco che qualcosa si muove su entrambi i fronti. Perché, per la prima volta, approda in aula alla Camera, anche se destinata subito al rinvio in commissione, proprio la separazione delle carriere.
Chiesta a gran voce dagli avvocati con una legge di iniziativa popolare che ha raccolto quasi 10mila firme. Sollecitata dal centrodestra come essenziale per garantire un giusto processo e il rispetto dell'articolo 111 della Carta. Con una maggioranza però che ne chiede il ritorno in commissione Affari costituzionali, come fa il presidente della prima Giuseppe Brescia (M5S) prima ancora che cominci il dibattito nella solita aula deserta di un lunedì pre-ferie.
Ma ecco un'altra novità, che invece arriva dalla maggioranza: la lettera che tre Dem - Andrea Orlando, il vice segretario del partito, Roberta Pinotti, la responsabile per la Riforma dello Stato, Walter Verini, il responsabile Giustizia - hanno indirizzato il 24 luglio ai responsabili Giustizia di tutti i partiti. Con la quale chiedono di mettere fuori dal Csm la sezione disciplinare, per farne un'Alta corte indipendente che giudichi tutte le magistrature. Un segnale che certo pesa proprio mentre al Csm parte il giudizio su Luca Palamara, Cosimo Maria Ferri e i 5 consiglieri che si sono dimessi dal Csm stesso a seguito delle rivelazioni di Perugia.
Giusto alla vigilia del consiglio dei ministri, in cui il Guardasigilli Alfonso Bonafede porterà la legge delega per la riforma del Csm - questa o la prima settimana di agosto - ecco che i Dem chiedono per lettera "il vero superamento della permanenza della funzione disciplinare all'interno dello stesso Csm, evitando commistioni tra l'esercizio della giurisdizione disciplinare e la partecipazione alle attività di vera e propria gestione della magistratura".
Secondo Orlando, Pinotti e Verini è necessario invece "superare con serietà un cortocircuito che corre il rischio di incrinare profondamente il rapporto di fiducia tra la magistratura e i cittadini".
Per questo, scrivono i tre, "è necessario assicurare alcuni elementari pre-requisiti di imparzialità e terzietà dell'organo disciplinare, che l'attuale assetto delle articolazioni interne del Consiglio Superiore della Magistratura sicuramente rende più difficili, a fronte di una sostanziale coincidenza personale tra coloro che svolgono funzioni disciplinari e coloro che attendono alle funzioni amministrative proprie delle diverse commissioni del Consiglio".
Insomma, in parole semplici, fuori la disciplinare dal Csm. Con l'idea di farne quell'Alta corte che molte volte, in questi anni, ha sollecitato l'ex presidente della Camera Luciano Violante, ma che si è sempre a livello di dibattito sulla giustizia. Ma stavolta il Pd sembra fare sul serio con una riforma che - se davvero dovesse arrivare in Parlamento - vedrebbe sicuramente il consenso di tutto il centrodestra.
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