di Valentina Stella
Il Dubbio, 29 luglio 2020
Dibattere seriamente di carcere è impopolare, figuriamoci di 41bis, il regime speciale di detenzione concepito come strumento emergenziale in esito alle note stragi del 1992 per impedire ai boss di veicolare ai sodali in libertà i loro ordini criminali.
di Antonio Amorosi
affaritaliani.it, 29 luglio 2020
Lo conferma anche la Corte di Cassazione. È finito in Cassazione il ricorso di un boss al 41bis, il regime duro che si applica ad alcuni detenuti particolarmente pericolosi per ostacolare le loro comunicazioni con le organizzazioni criminali. Il boss si chiama Salvatore Madonia è nato il 1956 ed è figlio di Francesco, storico capo mafia condannato all'ergastolo nel processo "Borsellino-ter".
Il boss voleva far valere il suo diritto a informarsi tramite un quotidiano e ad elevarsi culturalmente. Accede tutto a Sassari, alla Casa circondariale nel nord ovest della Sardegna, dove un blocco del penitenziario è dedicato ai detenuti in regime di 41bis. Questo detenuto "speciale" presenta un reclamo al Magistrato di Sorveglianza contestando la decisione della Casa Circondariale che gli ha negato il diritto di sottoscrivere un abbonamento gratuito a un quotidiano, a Il Manifesto, e di poter avere una copia gratuita di un secondo giornale, L'Avvenire. I due quotidiano sono testate di cui il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, consente la lettura.
Il Magistrato però respinge il reclamo, bollandolo come generico e poi considera il rifiuto come un atto che non viola alcun diritto del detenuto. Contro questa decisione il boss ricorre al Tribunale di Sorveglianza che con ordinanza dichiara il "non luogo a deliberare". Anche perché si scopre che la Curia vescovile non consente più la consegna della copia gratuita del suo giornale, l'abbonamento non è gratuito ma a pagamento. Ma rispetto a questo la Direzione del carcere non ha apposto impedimenti. In sostanza il detenuto dovrebbe capire come pagarselo ma intanto non può accede a quel giornale.
Il boss, convinto del fatto suo (spesso avrebbe presentato ricorsi simili), ricorre in Cassazione contestando la violazione degli articoli 21 e 24 della Costituzione "nonché la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione". Nella contestazione il detenuto fa presente che un'altra Casa Circondariale ha invece accolto la richiesta di un altro detenuto che si è trovato nelle sue medesime condizioni. In più in quel caso la Direzione del giornale, a cui il detenuto era interessato, aveva istituito un fondo per consentire la sottoscrizione gratuita dell'abbonamento alla testata.
La Cassazione con la sentenza n. 21803/2020 ha annullato l'ordinanza del Magistrato e rinviato ad un'altra toga la decisione sul caso ma riconoscendo che il ricorso presentato dal boss è fondato. "In materia di quotidiani nazionali è stato condivisibilmente affermato che il diritto a ricevere pubblicazioni della stampa periodica costituisce declinazione del più generale diritto a essere informati, a sua volta riconducibile alla libertà di manifestazione del pensiero, di cui costituisce una sorta di precondizione; sicché esso trova una diretta copertura costituzionale negli artt. 2 e 21 Cost. e, a livello convenzionale, nell'art. 10 Cedu".
Per gli Ermellini della Corte di Cassazione negare il diritto a informarsi e alla cultura si pone in contrasto con gli articoli 2 e 21 della Costituzione italiana che riconoscono i diritti inviolabili dell'uomo come singolo e parte della collettività e il diritto all'informazione.
Il magistrato di Sorveglianza avrebbe dovuto capire se i giornali richiesti erano accessibili tramite fondi e altre strade o se il quotidiano in oggetto si fosse reso disponibile a distribuire gratuitamente il giornale. La Corte di Cassazione, che nel nostro ordinamento giudiziario svolge funzione di Corte Suprema, ha spiegato che il diritto all'informazione è un principio fondamentale della persona, riconoscendo al detenuto, per quanto boss e al 41bis, il diritto ad abbonarsi a un quotidiano e ad avere diritto alla copia gratuita di un altro giornale, capovolgendo sia la decisione del magistrato di Sorveglianza sia quella del Tribunale che ne avevano impedito la possibilità. Ora il magistrato di Sorveglianza dovrà nuovamente rivalutare il reclamo, motivandolo come ordinato dalla Cassazione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 luglio 2020
Francesco Paolo Sisto, deputato di Forza Italia, non considera una débâcle il ritorno in commissione a cui è irrimediabilmente destinata la separazione delle carriere. "È stata una giornata storica per tre ragioni: perché è arrivata in Aula una legge di iniziativa popolare, perché si trattava di una legge promossa dall'Unione Camere penali italiane e perché l'aula di Montecitorio rappresenta in ogni caso una straordinaria cassa di risonanza, dove siamo riusciti ad anticipare quello che accadrà: attuare la parità tra le parti nel processo anche all'interno dell'ordine giudiziario".
Francesco Paolo Sisto, deputato di Forza Italia, non considera una débâcle il ritorno in commissione a cui è irrimediabilmente destinata la separazione delle carriere. Nella discussione generale andata in scena lunedì a Montecitorio scorge anzi auspici di vittoria. Sia per gli avvocati, che attraverso l'Ucpi hanno raccolto 74mila firme e messo sul tavolo del legislatore la riforma costituzionale, sia per Forza Italia, "perché noi siamo stati sempre in primissima linea, veri sostenitori in Parlamento di questa sacrosanta riforma".
Tanto che lunedì avete quasi monopolizzato il dibattito in Aula...
Siamo stati gli unici a utilizzare l'intero tempo messo a disposizione del gruppo, con gli interventi dei colleghi Calabria e Battilocchio, oltre a quello del sottoscritto. Il Movimento 5 Stelle non è pervenuto. Di fatto non si è visto, eppure con Fraccaro erano stati loro a presentare la proposta tranchant sulle leggi di iniziativa popolare. Ne arriva una per la prima volta all'esame dell'Aula e non dicono neppure cosa ne pensano? Il pentastellato Giuseppe Brescia è intervenuto solo nella sua qualità di presidente della commissione Affari costituzionali: "Non esprimo valutazioni di merito", ha detto.
Invece Bazoli ha spiegato la prudenza dem anche col rischio di scatenare reazioni nella magistratura: dimostra che nel merito la riforma è difficile da contestare?
Certo, il fatto che si senta quasi il bisogno di giustificarsi con una controindicazione politica attesta quanto sia difficile criticare la separazione delle carriere nel merito. Ma vorrei citare un magistrato del calibro di Renato Bricchetti, presidente di sezione della Suprema corte, intervenuto lunedì sera, dopo la seduta alla Camera, a un webinar organizzato proprio dall'Unione Camere penali: "Le vere riforme non si possono fare con l'accordo di chi le subisce", ha ricordato. Parliamo di una figura dalla grande onestà intellettuale. La separazione delle carriere attua il principio del giusto processo affermato all'articolo 111 della Costituzione, e una riforma che attua un principio già sancito dalla Carta non richiede, credo, il consenso di un sindacato dei magistrati.
Ma se di qui a qui a qualche tempo il centrodestra approvasse la separazione delle carriere, Pd e M5S secondo lei avrebbero il coraggio di chiederne la bocciatura al referendum confermativo?
Più che la mobilitazione dei partiti si creerebbe quella di chi non vuol perdere il privilegio della commistione tra attività giudicante e requirente. Perché di privilegio si tratta. E io temo che, in quel caso, Pd e 5 Stelle possano farsi veicolo di quella forte spinta prodotta dalla magistratura.
Però lei considera maturo il tempo per una svolta sulle carriere dei magistrati, giusto?
Sì, credo siano maturi i tempi per una rivoluzione culturale, possibile però solo attraverso una rivoluzione meccanica sulle carriere: cioè, va restituita autorevolezza e forza al giudice, innanzitutto al gip, rispetto al pm, attraverso la separazione di chi giudica da chi accusa.
FI è certamente l'avanguardia garantista in Parlamento: avvertite su di voi il pregiudizio di chi ritiene abbiate una simile vocazione solo perché coincide con l'interesse del leader?
Il fatto che Berlusconi sia stato uno sgradevole teste per il garantismo non cancella il fatto che noi abbiano avuto sempre lo stesso atteggiamento anche con chi apparteneva ad altre aree politiche, pure opposte alla nostra. Noi siamo garantisti innanzitutto in opposizione ai giustizialisti, a chi esalta solo decisioni di condanna, anziché le decisioni ispirate dalla serenità.
Le divaricazioni dal Pd sulla giustizia stroncano ogni ipotesi di alleanza tra voi e loro?
Non sono mai stato un fan di una simile ipotesi. Credo non stia in piedi soprattutto per la scarsa affidabilità del Pd. Se si pensa all'opposizione da loro condotta contro il governo M5S- Lega e poi al profilo che esibiscono ora, viene in mente la maschera bifronte del teatro greco: pianto da un verso, riso dall'altro. La giustizia dem è per noi indigeribile, al punto da non poter ipotizzare neppure sinergie occasionali. Loro la declinano secondo l'ottica di una parte della magistratura, noi con lo sguardo rivolto ai diritti dei cittadini.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 luglio 2020
Minervini è stato messo a disposizione del provveditorato, mentre Alberotanza è stato distaccato ad Asti. Sono stati rimossi dall'incarico il direttore e il comandante della Polizia penitenziaria del carcere torinese "Lorusso e Cutugno", Domenico Minervini e Giovanni Battista Alberotanza.
La decisione, confermano fonti del Dap, è stata adottata dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria: Minervini e Alberotanza sono tra i 25 indagati dell'inchiesta aperta a Torino su presunte violenze ai danni di detenuti reclusi nel penitenziario.
Minervini è stato messo a disposizione del provveditorato, mentre Alberotanza è stato distaccato ad Asti. Entrambi sono accusati di favoreggiamento, il direttore anche di omessa denuncia. Il nuovo direttore dovrebbe essere ora Rosalia Marino, che attualmente ricopre analogo incarico al carcere di Novara.
Nell'inchiesta coordinata dal pm Francesco Pelosi sono 25 le persone indagate. I gravi episodi di violenza sarebbero stati commessi all'interno del carcere di Torino nel periodo compreso tra l'aprile del 2017 e il novembre del 2018. Il reato contestato è quello di tortura, in questo caso ai danni di detenuti, previsto dall'articolo 613 bis del Codice penale.
"Ti dovrei ammazzare invece devo tutelarti", sarebbe una delle frasi che gli agenti arrestati con l'accusa di tortura e indagati dalla Procura di Torino rivolgevano ai detenuti. Le minacce si concretizzavano in perquisizioni definite dagli inquirenti "arbitrarie e vessatorie", devastazioni delle celle e vere e proprie spedizioni punitive con i detenuti che venivano presi a schiaffi, pugni, calci.
"Ti renderemo la vita molto dura", la frase che si è sentito rivolgere uno dei detenuti prima di essere percosso. In un'altra occasione uno dei detenuti a Torino, in attesa di un Tso, sarebbe stato chiuso in uno stanzino e malmenato. E mentre lui urlava per il dolore gli agenti "ridevano".
Parliamo dei sei agenti di Polizia penitenziaria, in servizio presso la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno del capoluogo piemontese, che sono stati arrestati con l'accusa del reato di tortura ai danni di alcuni detenuti. L'indagine è scattata da una segnalazione di Monica Gallo, la Garante delle persone private della libertà personale del comune di Torino.
di Cesare Damiano
Il Dubbio, 29 luglio 2020
Aveva 25 anni Giovanni Cirillo, in arte Jhonny, rapper di origini somale che domenica scorsa si è tolto la vita nel carcere campano di Fuorni. Con il suo, sono sette i suicidi dall'inizio dell'anno, solo in quell'istituto. Dai domiciliari per una rapina in farmacia era finito in carcere in seguito a un aggravamento della misura cautelare chiesto dalla Procura dopo quattro evasioni dall'abitazione. Non ha resistito e ha deciso di togliersi la vita.
Grazie a Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania, si viene a sapere che il giovane rapper richiedeva con forza il trasferimento in una struttura sanitaria destinata al trattamento di patologie psichiche.
Il carcere, quindi, si rivela un fallimento. O meglio, una opzione mortale per quei ragazzi difficili.Giovanni, si viene a sapere proprio da un articolo dell'anno scorso pubblicato su La Città, quotidiano di Salerno e provincia, ha trovato nella musica una nuova vita, dopo un trascorso tra coca e criminalità. "Feci una rapina in gioielleria, ma fui arrestato poco dopo e portato in carcere, ebbi problemi di salute in successione, gravi problemi renali, ma riuscii a sconfiggerli", ha raccontato all'epoca, aggiungendo: "Fortunatamente mi concessero i domiciliari e poi l'ingresso in comunità di recupero. Fu dura all'inizio ma poi decisi di cogliere la palla al balzo e darmi una possibilità". Ed è nata lì la nuova vita. Giovanni iniziò così il suo percorso di rinascita e di riscatto che lo ha portato ad incidere il suo primo brano, "Serpe", girato a Rimini con l'agenzia "Trasmetto.it".
Ma purtroppo non è una storia a lieto fine. Accade che, all'inizio di quest'anno, dopo un litigio familiare in cui lo stesso rapper, esasperato, avrebbe chiesto denaro per il pagamento di una bolletta, decide di rapinare una farmacia. Il suo tentativo, in realtà concluso con la fuga, è poi finito male con l'arrivo dei carabinieri che lo hanno bloccato ancora con i 600 euro rubati: il giovane aveva portato a compimento il suo proposito intascando i soldi al volo, minacciando i titolari con l'ausilio di una pistola giocattolo, prima di essere raggiunto dai militari e condotto in cella, con la successiva scarcerazione e remissione agli arresti domiciliari seguita alla piena confessione delle sue responsabilità.
Poi, però, a causa dei suoi tentativi di evasione dai domiciliari, viene rispedito dentro in cella. Lì decide di togliersi la vita. Qualcosa non ha funzionato, forse la società stessa che non è stata in grado di farselo a carico. Eppure, secondo quanto riferito dal Garante, il giovane rapper chiedeva aiuto.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 29 luglio 2020
Venerdì scorso è stato firmato il protocollo d'intesa tra l'istituto penitenziario di Lanciano e Medea onlus. per l'apertura di uno sportello istituzionale antiviolenza. In rappresentanza delle rispettive istituzioni hanno siglato l'accordo Maria Luisa Avantaggiato, direttrice del carcere di Lanciano, e Francesco Longobardi, responsabile nazionale dell'associazione con delega all'apertura di sportelli antiviolenza.
L'accordo pone in relazione, con articolate iniziative, la scuola, le famiglie e il carcere, ambienti in cui si educa o "ri-educa" e che, in quanto tali, sono i principali destinatari di percorsi di prevenzione di comportamenti violenti. Nell'ambito del progetto è prevista a breve l'apertura, all'interno del penitenziario, di uno sportello riservato ai detenuti, alle loro famiglie e a tutto il personale, curato dall'associazione Medea onlus, che si avvarrà della consulenza di psicologi, avvocati e altri esperti.
Ampio spazio viene riservato dall'accordo a iniziative in collaborazione con le scuole: in questo ambito svolgeranno un ruolo rilevante le testimonianze di detenuti che in carcere sono riusciti a cogliere opportunità di cambiamento. Complementari a queste iniziative, infine, progetti di promozione culturale finalizzati a divulgare nel territorio quanto attuato negli istituti penitenziari per offrire ai condannati occasioni di cambiamento e favorirne il reinserimento nella società.
"Il protocollo sottoscritto - si legge in una nota della direttrice del carcere - pone le basi per un ulteriore cammino della già ampiamente e socialmente coinvolta Associazione Medea verso il cambiamento sociale e il contrasto della violenza, un cammino da percorrere in stretta collaborazione con il carcere, ovvero una comunità, un'organizzazione, un'istituzione che, accogliendo il disadattamento, la devianza e la delinquenza, spesso riesce a incidere sostanzialmente sul cambiamento evolutivo del singolo e della comunità".
Ristretti Orizzonti, 29 luglio 2020
Ultima trasmissione realizzata dalla redazione Ristretti Parma prima della pausa estiva. In questa puntata una memoria autobiografica scritta da Nino e letta da Vincenzo Picone, oltre a un'intervista di Antonella Cortese allo scrittore Adrian Bravi e un dialogo tra Maria Inglese e Ivo Lizzola. Per ascoltare cliccare sul link: https://liberidentrohome.files.wordpress.com/2020/07/puntata-numero-4.mp3
Corriere della Calabria, 29 luglio 2020
Sacrificio, fede e buona volontà sono le qualità richieste perché la vite dia frutto, simbolo di rinascita e saggezza. Nell'immagine di un profumato vigneto c'è il richiamo ad una "seconda possibilità", come quella guadagnata delle persone che si trovano in regime di detenzione ordinario - e/o in regime alternativo alla detenzione - e che possono partecipare a progetti di reinserimento socio-lavorativo per poter apprendere un mestiere da mettere a frutto in un futuro prossimo, per rimettere al centro la persona che ha saputo affrontare i propri errori, superare i limiti ed essere valorizzato come persona libera.
E ospiterà un vigneto il terreno individuato in prossimità della Casa Circondariale "Ugo Caridi" che con la collaborazione dell'Azienda "Calabria Verde" sarà recuperato e messo in produzione. Questo grazie al protocollo d'intesa siglato tra il commissario straordinario dell'Ente per la forestazione, Aloisio Mariggiò, e il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Casa Circondariale "Ugo Caridi" rappresentata dal direttore, Angela Paravati.
L'iniziativa, alla seconda edizione, è promossa dalla Direzione della Casa circondariale e da Calabria Verde proprio nell'ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena e con l'obiettivo di dare una reale "seconda possibilità" alle persone che si trovano momentaneamente privo della libertà personale di acquisire delle abilità che potranno tornare utili per apprendere un mestiere, e trascorrere in modo proficuo il tempo, dando un senso al vivere quotidiano.
"Calabria Verde", infatti, - come si evince dall'articolo 1 del protocollo - consapevole della funzione educativa e del recupero svolta dall'ambito carcerario "in particolare nell'uso equilibrato delle risorse naturali e dell'attività all'aperto ai fini della formazione del carattere dei giovani, rileva l'importanza di offrire all'amministrazione penitenziaria collaborazione per il recupero e a messa in produzione di un appezzamento di terreno, ad oggi abbandonato, nello specifico di offrire un supporto tecnico per l'impianto di un vigneto autoctono".
"Calabria Verde" attuerà forme di collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria fornendo le piante e quanto occorrente, piantumando le specie arboree con mano d'opera dell'istituto, sostenendo l'iniziativa con fondi propri. L'articolo 27 della Costituzione italiana sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, inteso come creazione dei presupposti necessari a favorire il reinserimento del condannato nella comunità, eliminando o riducendo il pericolo che, una volta in libertà possa commettere nuovi reati.
Rispetto alla possibilità di formarsi e di lavorare in carcere vi sono ancora elevate possibilità di miglioramento, ma anche ostacoli da superare per poter efficacemente favorire un reinserimento dei detenuti ed evitare un aumento del rischio recidiva. Un minimo di attenzioni a chi soffre in silenzio, per dimostrare che, anche in luoghi di emarginazione, qualcuno pensa a loro.
La situazione attuale nelle carceri italiane, per come fotografata dall'Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, è ancora lontana dal garantire un efficace percorso di integrazione sociale e lavorativa. Se da un lato il numero dei detenuti lavoratori è leggermente cresciuto - passano dai 10.902 (30,74%) del 1991, ai 18.404 (31,95%) del 2017 - dall'altro oltre l'85% dei lavoratori è alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria svolgendo spesso mansioni che non richiedono competenze specifiche: tale situazione a Sud è ancora più accentuata. "Calabria Verde" ha, altresì, allo studio la possibilità di tenere corsi di formazione finalizzati all'avvio delle attività d'impresa forestale o agricoli, servizi di supporto e accompagnamento psicologico e professionale, laboratori agricoli e forestali.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 29 luglio 2020
Continuano gli interrogatori dei militari per il caso della caserma dei carabinieri Levante di Piacenza. Intanto si è insediato il nuovo comandante provinciale, il colonnello Paolo Abrate: "Il mio obiettivo personale, è di guadagnare la fiducia giorno per giorno".
Carabinieri che a vari livelli sapevano, ma non hanno denunciato nulla né ai loro superiori né tantomeno alla magistratura, come sarebbe stato loro dovere fare. Gli interrogatori dei principali indagati nell'inchiesta sulla caserma Levante allargano lo scenario delle indagini fino ad ora delineato dalla Procura di Piacenza che presto potrebbe estendersi ad altri militari che hanno assistito o sono venuti a conoscenza dei traffici e delle illegalità diffuse che ruotavano intorno all'appuntato Giuseppe Montella.
L'interrogatorio - "Nessuno mi ha fatto mai una segnalazione, ma non posso pensare che nessuno si sia reso conto di quello che succedeva nella caserma", dichiara il maggiore Stefano Bezzeccheri, che ha comandato la compagnia di Piacenza fino a mercoledì scorso, al gip Luca Milani che gli ha notificato il provvedimento di obbligo di dimora, mentre altri sette carabinieri venivano arrestati con ipotesi di reato gravissime che vanno dalla tortura al sequestro di persona, dall'arresto illegale allo spaccio di droga.
Per quattro ore l'ufficiale risponde alle domande anche del pm Matteo Centini, titolare dell'inchiesta con il collega Antonio Colonna, ma esclude di aver avallato la mancata segnalazione al Prefetto di uno spacciatore, vicenda che gli è costata l'accusa di abuso d'ufficio.
Nell'interrogatorio di garanzia, Bezzeccheri (difeso dall'avvocato Wally Salvagnini) ammette di non aver ostacolato l'abitudine di Montella di arrestare più persone possibili (anche illegalmente secondo l'accusa) in modo da aumentare i numeri a fine anno. Dice anche di non aver mai saputo che Montella e gli altri spesso pestavano gli arrestati, quasi sempre immigrati accusati di spaccio che venivano "convinti" a diventare informatori e ricompensati con la droga sequestrata.
Il nuovo comandante - Nella caserma Levante, ma anche nella compagnia, negli anni sono transitati parecchi carabinieri, graduati e ufficiali. È a chi è stato zitto che puntano gli sviluppi dell'inchiesta della Procura diretta da Grazia Pradella. Alcuni indagati, infatti, lavorano a Piacenza da una decina di anni, come Montella e Marco Orlando, che ha comandato la Levate prima di finire ai domiciliari.
Dapprima, cioè, dei reati del capo di imputazione che partano solo dal 2017. Ieri è stato anche il giorno dell'insediamento a Piacenza della nuova linea di comando nei carabinieri. "Il mio obiettivo personale, è di guadagnare la fiducia giorno per giorno", dice il colonnello Paolo Abrate, il nuovo comandante provinciale. Il quale subito mete in chiaro: "Non sono uno che guarda alla statistica".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 29 luglio 2020
È accaduto lunedì a Khums. Ferite altre due persone. Fuggivano per non essere rinchiusi in uno dei centri di detenzione di Tripoli. Nella Libia che l'Europa si ostina a considerare un porto sicuro, i migranti muoiono uccisi dai colpi della Guardia costiera finanziata ed equipaggiata dall'Italia. È accaduto lunedì sera verso le undici a Khums, città costiera della Tripolitania, dove un gruppo di 73 migranti - tutti sudanesi a eccezione di 8 marocchini - partito qualche ora prima a bordo di un gommone, è stato prima intercettato in mare e poi riportato indietro da una motovedetta libica. Al momento dello sbarco, consapevoli di cosa li aspettava, i migranti hanno tentato la fuga pur di non essere internati in uno dei famigerati centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli.
La reazione della Guardia costiera è stata immediata ed è consistita nell'aprire il fuoco sui fuggitivi. Tre migranti morti e due feriti, tutti cittadini sudanesi, è il bilancio dell'operazione condotta dalle milizie alle quali l'Unione europea, e in particolare il governo italiano, ha affidato il Mediterraneo centrale con il compito di fermare i barconi.
Non è la prima volta che drammi simili accadono. Il 19 settembre scorso sempre la Guardia costiera aprì il fuoco nel centro di Abusitta, a Tripoli, contro 103 migranti che facevano resistenza al loro trasferimento in un centro di detenzione. Un migrante, colpito allo stomaco, morì mentre lo stavano portando in ospedale. "La consapevolezza di finire in quei centri alimenta il desiderio di fuga dalla Libia", spiega al manifesto Federico Soda, responsabile nel Paese nordafricano dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ieri ha denunciato quanto accaduto a Khums. "Il lavoro della Guardia costiera libica rallenta le partenze - prosegue Soda -, ma tutto quello che accade sul territorio, compresa la detenzione usata come strumento di deterrenza, ha l'effetto opposto".
Per Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo, "questo incidente sottolinea chiaramente che la Libia non è un porto sicuro". Cochetel ha poi chiesto l'avvio di un'inchiesta.
Sono passati solo pochi giorni da quando il parlamento italiano ha votato il decreto missioni che comprende anche nuovi interventi a favore della Guardia costiera di Tripoli, ed è in corso la revisione del Memorandum italo-libico sull'immigrazione dove i libici si sarebbero impegnati a rispettare i diritti umani dei migranti. Libia che non ha mai firmato la convenzione di Ginevra ma che nonostante questo continua ad avere credito dai governi occidentali.
Utilizzando accanto ai centri ufficiali anche altri non ancora ufficialmente autorizzati dal ministero dell'Interno di Tripoli e dove le agenzie Onu non mettono piede. Come quello di Mabani, nella parte sud est di Tripoli, dove da almeno quattro mesi verrebbero richiusi i migranti nonostante l'apertura ufficiale sia prevista, insieme a un altro centro sempre a Tripoli, solo nei prossimi giorni. "È un sistema sbagliato che parte dall'Europa", prosegue Soda riferendosi a quelle che sono solo prigioni per uomini, donne e bambini.
La tragedia di Khums non poteva non avere ripercussioni anche sulla politica italiana. "Al netto di tutte le ipocrisie di circostanza, quanto accaduto è esattamente quello per cui finanziamo la Guardia costiera libica: fermare i migranti con ogni mezzo. Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile", attacca il dem Matteo Orfini.
Gli fa eco Riccardo Magi (+Europa) per il quale "continuare a far finta di nulla finanziando un corpo militare che fa affari con il commercio di vite umane vuol dire rendersi complici di gravi crimini e violazioni sistematiche dei diritti umani".
Erasmo Palazzotto (LeU) e Laura Boldrini (Pd) hanno entrambi chiesto al governo di riferire in aula mentre Emergency ha chiesto all'Italia di cessare al più presto ogni collaborazione con la Guardia costiera libica. "Siamo sconvolti e indignati per quanto successo", ha invece scritto su Twitter la ong Sos Mediterranée. "Nell'ultima settimana barche in difficoltà sono state lasciate senza assistenza nel Mediterraneo. Altre sono state respinte dalle zone Sar europee verso la Libia".










