italpress.com, 1 agosto 2020
La Sartoria sociale di Palermo nasce all'interno di un progetto - sostenuto dalla Fondazione Con il Sud - dal nome bellissimo e significativo: "Sartoria sociale: ricucire il territorio".
Logisticamente posizionata all'interno di un bene confiscato nel quartiere Malaspina di Palermo, la Sartoria coinvolge nella sua attività persone in difficoltà che vengono segnalate dai servizi sociali o dai giudici per l'attivazione di percorsi alternativi al carcere. Ha anche un laboratorio di cucito presso la Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo. Ne parliamo con Rossella Failla, responsabile comunicazione.
Come nasce la Sartoria Sociale e che obiettivi si è posta?
La "Sartoria Sociale", impresa nel campo del riciclo tessile e sartoriale, nasce nel 2012 nell'ambito della cooperativa Al Revés attiva dal 2012 nel lavoro sociale. È stata inizialmente avviata in autofinanziamento e dalla sua nascita ha già accolto, formato e seguito oltre 150 persone tra cui detenuti, immigrati, utenti di servizi della salute mentale, donne in difficoltà, giovani adulti, tossicodipendenti e adulti e minori con provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria. Collabora con servizi pubblici, di privato sociale ed aziende del Comune ed ha sviluppato laboratori di avvio agli elementi sartoriali con ragazzi down e nei quartieri popolari in collaborazione con realtà associative. Opera attraverso la predisposizione di piani di auto imprenditorialità personalizzati in base al soggetto svantaggiato preso in carico e tende ad offrire prodotti che provengano da processi di cambiamento (vendita di abbigliamento usato rivitalizzato, restyling e upstyling di abiti e accessori, critical fashion, merchandising, arte tessile d'arredo, bomboniere). A ciò aggiunge la fornitura di servizi che riguardino il campo del cucito e dell'abbigliamento tra cui corsi di cucito, di riciclo creativo, servizi sartoriali, stireria.
Al Revés propone un'esperienza di lavoro fondata sul "ciclo di comunità", cioè su un percorso di educazione al lavoro che coinvolge diverse persone e che si basa sulla condivisione di competenze ed esperienze. Ciascuno viene inserito nell'ambito più consono, in cui possa essere responsabilizzato e valorizzato per le sue abilità. Il processo creativo è sempre frutto di inclusione sociale e di un confronto disomogeneo tra persone con diverse abilità e competenze, e che coinvolge anche il cliente in processi di autoproduzione. La creatività per noi è anche uno strumento di crescita interiore, sociale e umana, quindi ognuno dei collaboratori, volontari e soci della cooperativa viene interpellato nelle decisioni relative alla produzione. Tra le produzioni più attuali indichiamo la linea di borse si chiama Curvy Bags, che abbiamo realizzato in 8 fantasie differenti ispirandoci ai colori, ai paesaggi e alle geometrie della Sicilia.Due di questi modelli vengono realizzati con tessuti di pregio di antichi copriletti siciliani con un richiamo forte alla Sicilia non fantastico ma nell'origine stessa del tessuto.
Un'altra collezione di cui andiamo molto fieri - aggiunge - soprattutto per il messaggio che veicola, è Made In Mediterraneo che abbiamo presentato anche alla Milano Design Week 2019: borse e borsoni in patchwork di jeans con inserti in wax africano. L'idea creativa è ispirata al valore dell'interculturalità e al Mediterraneo come crocevia di popoli. Le increspature blu del jeans si fondono alle calde geometrie degli inserti in wax africano. Un viavai di colori nel mosaico dei popoli'.
Chi sono i partners del progetto?
L'Accademia di Belle Arti di Palermo, la Fondazione Progetto Legalità, il Consorzio ARCAsono i partner mentre la Fondazione con il Sud sostiene il progetto dal 2017 e ciò ci sta permettendo di portare avanti tante collaborazioni professionali e tanti progetti, dalle attività di comunicazione e web marketing alla stampante per tessuti, all'acquisto della motoape...La sfida per noi è quella di diventare auto-sostenibili e per chi fa impresa sociale non è semplice perché abbiamo costi di gestione elevati e dinamiche particolari da tenere in piedi ma ci stiamo impegnando per farlo.
Come avete reagito al lockdown?
Il lockdown ci ha costretti a rimodulare l'attività e ad acquisire di nuovi codici Ateco per la sua prosecuzione dell'attività. Il lavoro sartoriale ha subito una battuta d'arresto e siamo tutti stati impegnati nella produzione di mascherine in stoffa; abbiamo aperto il laboratorio due volte a settimana e abbiamo investito sui social per acquisire nuovi clienti in ambito locale e nazionale. L'impresa sociale non si è fermata: abbiamo donato le nostre mascherine a tanti enti, comunità e persone bisognose, abbiamo distribuito beni di prima necessità in collaborazione con la Caritas presso le abitazioni delle famiglie indigenti e abbiamo continuato ad essere presenti sul territorio nelle modalità consentite. Abbiamo purtroppo dovuto sospendere alcuni tirocini formativi, tutte le attività in presenza e quelle in carcere mentre abbiamo realizzato dei tutorial sulle produzioni artigianali sartoriali per incontrare sui social nuovi contatti e tenere viva l'attività domiciliare dei nostri social addicted. L'attività maggiormente colpita è stata la vendita dell'usato e del vintage, per il quale si è bloccata l'attività di raccolta e rimodulata l'attività di sanificazione con la previsione di utilizzare un nuovo e-commerce. In ambito sociale abbiamo messo in campo molte iniziative compreso l'invio di materiali e di lettere motivazionali alle detenute del laboratorio di cucito del carcere femminile.
Il post pandemia come vi trova?
La ripartenza è complicata, ci stiamo impegnando nel fund-raising e stiamo progettando nuove iniziative di marketing e di servizi di prossimità. E' stata necessaria anche una rimodulazione degli spazi per rispettare il distanziamento sociale. Gli eventi di vendita - mercatini, fiere, ecc.- programmati sono stati tutti annullati e si è fatto fronte alla gestione del personale grazie al supporto della Fondazione Con il Sud che ha permesso di proseguire le attività progettuali concernenti le normative vigenti. attualmente stiamo facendo un grande sforzo imprenditoriale e di investimento avviando nuove linee imprenditoriali tra cui la stampa su tessuto e la produzione di t-shirt grazie all'acquisto di una stampante tessile e la vendita mobile e di prossimità con l'acquisto di una Moto Ape per ampliare il mercato all'ambito turistico. All'orizzonte vediamo però grosse difficoltà di sviluppo a causa della crisi economica incombente con rischi per la copertura dei costi di gestione delle attività e delle risorse umane.
Avete sviluppato l'ecommerce?
È proprio una delle azioni previste nel progetto sostenuto dalla Fondazione Con il Sud e recentemente abbiamo riprogettato il nostro sito. Non è stato facile scegliere la struttura migliore per l'e-commerce e decidere la suddivisione delle categorie-prodotto da adottare perchè la Sartoria Sociale è una realtà complessa anche per l'offerta commerciale, che include prodotti realizzati da noi, capi di seconda mano, capi vintage, capi donati da privati e da negozi. Finalmente siamo giunti ad una versione che ci soddisfa.
Come vanno i vostri laboratori?
I nostri laboratori hanno sempre riscosso un buon successo, soprattutto quelli di livello base. Molte persone possiedono la macchina da cucire ma non sanno utilizzarla e quindi tutte le volte che organizziamo un corso di livello base (tenuto dalla nostra sarta Aurora) abbiamo sempre diverse richieste. Le persone apprezzano moltissimo il fatto di seguire il corso in un ambiente in cui si respira a pieni polmoni l'atmosfera sartoriale In questo periodo chiaramente abbiamo dovuto interrompere qualsiasi attività e ridurre il numero dei partecipanti per garantire il distanziamento sociale. Ci auguriamo di ritornare presto a regime perché la promozione dell'artigianato tessile è una delle attività che portiamo avanti con maggior successo.
Ci sono persone che hanno poi proseguito l'attività lavorativa appresa con voi?
"Smettila di frignare e prendi una decisione". Ciascuno è responsabile della propria esistenza, e, quindi, della propria felicità; ciascuno ha in sé il potere del proprio cambiamento. Questa Directory muove le fila di tutta la nostra Impresa: Accogliamo persone ai margini di sé stesse e della società, offrendo un'opportunità per sostenere un cambiamento di direzione della propria esistenza. Al Revès, il nome della nostra cooperativa, significa "Al contrario", sta ad indicare l'inversione di tendenza, il punto di vista diverso da cui osservare sé stessi, la persona, il prodotto e l'offerta di servizi dell'impresa stessa. Una sfida con sé stessi. Una sfida col mercato. Siamo da sempre una impresa di transizione seguiamo le persone verso nuove e migliori occasioni, quasi tutti dopo di noi si inseriscono in nuove esperienze lavorative a volte individuate anche da noi o realizzano nuove esperienze in tirocini formativi per i quali individuiamo le aziende ospitanti che possono offrire una esperienza sostenibile per il tipo di problematiche connesse alla persona. Uno dei nostri motti più significativi è "Siamo Tutti EX di qualcosa": nella nostra singolarità irripetibile, tutti proveniamo da una storia, tutti siamo lo "scarto" o il "residuo" di ciò che ci è appartenuto o a cui siamo appartenuti.
primabergamo.it, 1 agosto 2020
L'iniziativa si colloca nell'ambito del Bando sull'Area Penale adulti sottoscritto il 30 aprile dalla casa circondariale, Comune, Ambiti Distrettuali, Fondazioni, Caritas e numerosi altri Enti del settore.
Orientamento lavorativo, acquisizione di un'autonomia individuale e, infine, un graduale reinserimento sociale delle persone sottoposte a misure detentive. Sono, in sintesi, gli obiettivi che si pone il progetto "In & Out" nell'ambito del Bando sull'Area Penale adulti, previsto nel protocollo d'intesa sottoscritto il 30 aprile da Consiglio di rappresentanza dei sindaci, l'Ats, la Casa circondariale e l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Bergamo, insieme all'associazione Carcere e Territorio, la Caritas, Fondazione della Comunità Bergamasca, Fondazione Azzanelli Cedrelli, Fondazione Istituti Educativi e Fondazione Mia.
Attualmente il bando dispone di 150mila euro così suddivisi: Consiglio di rappresentanza dei sindaci e Ambiti 30mila euro; Fondazione della Comunità Bergamasca 60mila euro; Caritas 30mila euro; Fondazione Istituti Educativi 25mila euro; Fondazione Azzanelli Cedrelli Celati e per la Salute dei Fanciulli 5mila euro. A questa somma si aggiungono ulteriori 30mila euro finanziati dalla Fondazione Mia.
"Il bando rappresenta la fase conclusiva di un percorso innovativo che ha visto la partecipazione corale di tutti i soggetti coinvolti nell'opera di risocializzazione delle persone in esecuzione penale. - spiega l'assessore alle politiche sociali e presidente del Consiglio di rappresentanza dei sindaci Marcella Messina - Grazie a quest'importante esperienza messa in campo da soggetti pubblici e privati sarà possibile superare la frammentazione degli interventi, spesso causa di inefficacia delle politiche a sostegno delle fasce più fragili, e raggiungere con maggiore determinazione ciò che ci siamo prefissi".
Stando ai dati aggiornati al 30 aprile, nel carcere di Bergamo sono detenute 413 persone: 379 maschi e 34 donne. Di questi, 221 sono di origine straniera. Le persone con problemi di tossicodipendenza rappresentano il 50 per cento di tutta la popolazione carceraria e, infine, un quinto dei detenuti è senza dimora.
"Il protocollo d'intesa rappresenta l'auspicata evoluzione della collaborazione tra l'Istituto penitenziario di Bergamo e i firmatari che, a vario titolo, operano nel settore dell'esecuzione penale per adulti - prosegue il direttore del carcere Teresa Mazzotta -. Si tratta di una vera e propria galassia di attori che, per la loro specificità, professionalità e competenza garantiscono importanti progettualità rivolte alla rieducazione del condannato, come prescrive l'articolo 27 della Costituzione".
Nello specifico, il bando ha come obiettivo la realizzazione di azioni per l'inclusione sociale, abitativa e lavorativa dei detenuti attraverso quattro settori d'intervento: accoglienza e inserimento abitativo attraverso percorsi individuali protetti; accompagnamento e inserimento lavorativo; sostegno alle reti familiari e relazionali di persone in esecuzione penale che hanno figli minori; e, infine, attività interne al carcere quali progetti socio educativi, lavorativi, sportivi, culturali e musicali.
"L'assessore Messina ha portato a sintesi l'impegno di diverse Fondazioni, del Comune, della Caritas Diocesana e di altri Enti che da anni sostengono questi progetti realizzati dall'associazione Carcere e Territorio - aggiunge il presidente dell'associazione Fausto Gritti. Capofila del progetto "In & Out" è la Fondazione Opera Bonomelli e il finanziamento ottenuto consentirà per il 2020 la tenuta di un'esperienza decennale insostituibile".
Tra i partner progettuali: Fondazione Opera Bonomelli (capofila), Comitato Carcere e Territorio, associazione Consorzio Mestieri Lombardia, Csa Coesi centro servizi di riferimento di Confcooperative Bergamo, la casa Circondariale di Bergamo, la Cooperativa Ruah, la Fondazione Calepio e l'Ambito di Bergamo.
di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 1 agosto 2020
Sui fatti di Piacenza si sono spese molte parole in questi giorni. Il caso è grave e suscita per forza allarme e indignazione. Si è molto discusso dei limiti della catena di comando che, dentro l'Arma, avrebbe dovuto vigilare e sorvegliare i comportamenti dei militari della Stazione Levante. Certo, si è detto, in fondo è solo una delle 4.700 caserme dislocate in tutta Italia, ma è anche l'unica a essere posta sotto sequestro dalla magistratura.
Il sequestro non è cosa meno grave degli arresti di tanti carabinieri e nell'immaginario almanacco dei brutti ricordi di piazza Ungheria questa misura avrà un posto a parte. Tanto brucia la ferita che l'Arma ha piazzato una stazione mobile davanti l'ingresso della Levante che appare in tutti i filmati, quasi a stizzosa replica della propria presenza in quel quartiere. Le manette non sono, purtroppo, un precedente nei ranghi della Benemerita, ma il sequestro di una caserma, ossia di un plesso di polizia e al contempo di un presidio militare (l'Arma è dal 2000 la quarta forza armata della Difesa), è da annotare con la penna rossa e blu per il vertice dell'Arma.
Tra le tante cose che si sono dette in questi giorni c'è anche l'idea che i carabinieri della Levante si siano dati un gran daffare per portare a segno dozzine e dozzine di arresti, sequestrare droga, acquisire informatori, e così conquistare benemerenze ed encomi. Qualche ufficiale, si dice, a dispetto di ogni prudenza e cautela, avrebbe persino incitato i propri uomini alle manette facili per avere anche lui un qualche ritorno nella propria carriera.
Su questo, a occhio e croce, tutti sembrano d'accordo, anche quanti hanno gridato al linciaggio sui carabinieri e hanno invitato a moderazione. Se non fosse. Se non fosse per un sottile e insidioso dubbio che traversa la mente e merita una risposta. C'è legittimamente da chiedersi se della cifra anomala di tutti questi arresti e di tutti questi sequestri la Procura della Repubblica di Piacenza si fosse mai accorta. Se, negli anni, la magistratura inquirente si fosse mai insospettita per l'insolita (in una piccola città) frenetica attività investigativa di una minuscola stazione a detrimento dei reparti dell'Arma delegati a questo genere d'indagini. Si badi bene: non si parla del valoroso procuratore, giunto in città da pochissimo tempo e che sta gestendo la vicenda con grande professionalità; e neppure di questa o di quella toga. Sia chiaro. La corporazione è suscettibile ed è bene non irritarla.
C'è piuttosto da chiedersi se di questo via vai di manette si fosse reso conto l'anonimo e impersonale ufficio del pubblico ministero; quello cui la polizia giudiziaria presenta ogni giorno la lista degli arrestati e dei fermati per ottenere la convalida del provvedimento di polizia; il pubblico ministero che la polizia giudiziaria chiama anche di notte per avere istruzioni su come procedere nella flagranza di un reato; il pubblico ministero cui compete disporre la liberazione immediata dell'arrestato se ritiene che non sussistano elementi che ne giustifichino la restrizione personale; il pubblico ministero che deve vigilare sull'operato della polizia giudiziaria e verificare che non vengano commessi arresti illegali (che sono un reato grave); il pubblico ministero che (come nel caso Cucchi) dovrebbe accorgersi se una persona in manette è stata malmenata o, peggio ancora, torturata; il pubblico ministero cui avrebbero dovuto rivolgersi fiduciose le vittime di tanti soprusi a Piacenza e non lo hanno fatto. Ecco, in tutto questo mattatoio processuale e non solo, in questa pubblicizzata Gomorra a parti invertite, c'è da chiedersi perché l'indagine sia stata avviata, come pare, praticamente solo per le dichiarazioni rese da un altro carabiniere.
Tenere totalmente all'oscuro l'Arma piacentina delle indagini in corso è stata certamente una scelta dolorosa e difficile. La decapitazione dei vertici dei carabinieri in città è, anche, la risposta a questa vistosa mancanza di fiducia e un prezzo duro per un'istituzione che serve la Nazione da oltre due secoli. Però esiste un'altra, non meno potente ed efficiente, catena di comando ed è quella che vede al suo vertice il pubblico ministero che, nel codice di procedura penale, esercita funzioni e compiti di vigilanza ben più cogenti e penetranti di quelli di un ufficiale dell'Arma. Ecco, ed è solo una domanda, che sarebbe indispensabile che si faccia chiarezza anche sull'altra metà della luna, su quella zona rimasta in ombra solo perché è ora intervenuta con la dovuta asprezza e severità dinanzi a una situazione difficile e grave come quella della Levante. Tuttavia, sarà facile per gli indagati sostenere che tutti gli arresti sono stati convalidati, che il pubblico ministero non mai hai eccepito o sollevato dubbi di sorta, che tutto il loro operato - passato al setaccio decisivo e insostituibile dell'autorità giudiziaria - è risultato esente da censure.
Uno screening sugli arresti o sui fermi operati da quei carabinieri sarebbe indispensabile anche solo per comprendere (come nel caso Cucchi) dove la catena di controllo s'è spezzata, dove i doveri di vigilanza sono rimasti sopiti, e non solo in caserma. Il pubblico ministero esercita un ruolo decisivo, come noto, a presidio della libertà e dell'incolumità delle persone in vincoli poiché ha tutti gli strumenti per prevenire, contenere e reprimere gli abusi. Non accadrà nulla, ovviamente, ed è probabile che nessuna verifica verrà mai svolta, ma questo non sarebbe altro che l'ennesimo argomento a favore di chi sostiene che il pubblico ministero si stia riducendo da tempo al ruolo di nudo avvocato della polizia e che, per questo, non debba più condividere con i giudici l'appartenenza a un medesimo ordine di giustizia e di terzietà.
Un giorno tanti anni or sono un giovane giudice, in sede di convalida dell'arresto, notò un'ecchimosi sull'occhio del detenuto che interrogava e solo con tante insistenze e rassicurazioni riuscì a farsi dire che non era né caduto né inciampato, ma che aveva beccato una raffica di pugni dai poliziotti che lo avevano ammanettato. Quel giudice avvisò l'ancor più giovane pubblico ministero che, incurante dei più o meno bonari consigli del suo procuratore che lo invitava alla prudenza e paventava orribili calunnie, fece processare gli aguzzini. Non ci fu bisogno di alcun pentito in divisa.
di Giuseppe Pagano
dire.it, 1 agosto 2020
Oggi esce il video del brano finalista a "Voci per la libertà" di Amnesty. "Io sono te non e' solo una mia canzone. Forse non e' nemmeno solo una canzone. Sono dei versi in musica che hanno tante mani". Cosi' la cantautrice Assia Fiorillo sintetizza la storia che si cela dietro "Io sono te", brano che oggi diventa anche un videoclip realizzato negli spazi del Museo Madre di Napoli.
"Io sono te" e' un pezzo che ha il sapore della liberta' negata, della speranza, della vita che troppo spesso ci travolge e non si sceglie, "e' la vita - racconta Assia - delle detenute delle carceri di Fuorni e Pozzuoli che ho frequentato per un anno durante le riprese del documentario 'Caine' (Rai3). Durante questo percorso - spiega - ho sollecitato le ragazze a scrivere o a buttare fuori emozioni e sentimenti. Insieme con la giornalista autrice del documentario, Amalia De Simone, abbiamo messo insieme i loro pensieri, costruendo un testo che rappresentasse sia loro che noi e comunque tutto quello che stavamo vivendo".
In "Io sono te" c'e' tutto il mondo che i piu' non vogliono vedere, c'e' il carcere che cela le storie di esseri umani spesso dimenticati e regalati troppo spesso ad essere solo numeri di fredde statistiche, c'e' il male e il pentimento, c'e' la vita criminale ma anche l'amore, c'e' la lontananza e la solitudine, c'e' la rabbia e la voglia di riscatto, c'e' l'errore, che puo' toccare a chiunque commettere, e la voglia di riscrivere la propria storia. Nel videoclip, oltre alla cantautrice, ci sono alcune donne conosciute in carcere e poi c'e' Titti Pantaleno, una ragazzina che Assia ha conosciuto alla Fondazione Famiglia di Maria di San Giovanni a Teduccio, nella periferia est di Napoli, dove tanti giovanissimi trovano opportunita' di riscatto. "Io sono te" e' finalista al contest musicale di Amnesty International "Voci per la liberta'", evento che prende il via oggi per concludersi il 2 agosto, e sara' inserito in un disco di dieci brani in uscita ad ottobre e che segna il debutto come cantautrice di Assia Fiorillo, gia' frontwoman delle Mujeres Creando e parte del collettivo Terroni Uniti.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 agosto 2020
Con un durissimo editoriale di Nello Rossi, direttore della rivista online Questione Giustizia, la corrente di sinistra dei giudici si schiera contro il leader di Autonomia e indipendenza. Una toga da sempre rossa, che per giunta si chiama Nello Rossi, contro il collega più sarcastico d'Italia, Piercamillo Davigo. Un ex procuratore aggiunto di Roma, già in pensione, contro l'ex pm di Mani pulite. Ma soprattutto una colonna di Magistratura democratica, le toghe rosse appunto, contro il fondatore della corrente Autonomia e indipendenza. Il direttore di Questione giustizia, la rivista online di Md, contro il collega che ha sbancato il botteghino dei voti quando si è candidato prima all'Anm, era marzo 2016 e prese 1.041 voti, e poi al Csm, 2.522 voti a luglio 2018.
Ma l'orologio del tempo, secondo Rossi, sarebbe destinato a segnare proprio la sua permanenza a palazzo dei Marescialli. Perché Davigo, a Candia Lomellina, è nato il 20 ottobre 1950. Settant'anni dopo, secondo le sciagurate regole sull'anzianità volute e fate votare dall'ex premier Renzi, il 20 ottobre di quest'anno va in pensione. E secondo Rossi deve anche lasciare il Csm.
Lui, Davigo, ha sempre sostenuto il contrario. Ma adesso il lungo editoriale di Rossi aprirà un dibattito all'interno del Csm e una controversia tra le due correnti - Md e A&I - che in questi mesi più volte si sono trovate assieme su nomine e scelte da prendere. Un fatto è certo: un articolo da 20mila battute, che apre la storica rivista di Md, sarà destinato a pesare sull'affaire Davigo. Appena reduce, peraltro, dall'aver vinto la battaglia contro Palamara sulla richiesta di astensione nella sezione disciplinare che giudicherà l'ex pm di Roma sotto accusa a Perugia per corruzione.
"Sta per nascere un caso Davigo al Csm?" - È sotto questo titolo che Rossi apre la querelle su Davigo. Che si apre con due lunghi interrogativi e si conclude con una sentenza. Garbato certo, ma pur sempre un benservito. Ecco le domande: "Davvero si pensa che Piercamillo Davigo possa rimanere in carica al Consiglio Superiore anche quando non sarà più magistrato?" E ancora: "L'ibrido di un 'non più magistrato' che continua a esercitare le funzioni di componente togato dell'organo di governo autonomo della magistratura non risulterebbe giuridicamente insostenibile e foriero di squilibri e contraddizioni nella vita dell'istituzione consiliare?".
Dopo otto cartelle, affollate di riferimenti giuridici, la risposta è netta: "Si tratta di prendere atto che tra membri togati e membri laici non esiste lo spazio per il tertium genus dell'eletto non più magistrato, metà pensionato e metà consigliere, ormai svincolato dalle regole applicabili ai magistrati in servizio ma investito dei compiti propri del governo autonomo della magistratura". Con un contentino per l'ex pm di Milano che suona così: "Non sono in discussione né il rispetto per la persona di Davigo, per la sua storia professionale ed umana e per il consenso raccolto tra i magistrati, né il dissenso netto, spesso nettissimo, verso molte delle sue posizioni sui temi della giustizia penale e dell'assetto del giudiziario. Nonostante la ferocia dei tempi ci ostiniamo a credere che rispetto personale e dissenso ideale possano e debbano stare insieme. Ma la loro convivenza non può che essere assicurata dall'osservanza dei principi e delle regole propri dell'amministrazione della giurisdizione".
Perché Davigo dovrebbe lasciare - L'assunto di Nello Rossi è netto: "Chi è eletto al Consiglio da tutti magistrati in servizio deve essere a sua volta un magistrato in servizio". A suo dire ciò deriva dalla legge del 24 marzo 1958 (la 195) che ha istituito il Csm, in cui si legge che "non sono eleggibili i magistrati che al momento della convocazione delle elezioni, non esercitino funzioni giudiziarie". Legge che fissa la distinzione, per la provenienza delle 16 toghe (diventeranno 20 con la prossima legge sul Csm), tra magistrati "che esercitano le funzioni" di legittimità, di pubblico ministero e di giudice presso gli uffici di merito". Chiosa Rossi: "Il possesso - effettivo ed attuale - dello status di magistrato nell'esercizio delle funzioni è dunque un requisito indispensabile perché sussista la capacità elettorale passiva; e ciò in coerenza con le disposizioni costituzionali che regolano la provvista dei membri togati del Consiglio Superiore".
Rossi prosegue con dubbi che in realtà presenta come certezze: "Ora è possibile, o meglio è concepibile, che il venir meno dello status che (solo) ha consentito l'elezione al Consiglio del componente togato sia considerato irrilevante ai fini della permanenza in carica di chi non è più magistrato? Ed è concepibile che - una volta cessata l'appartenenza all'ordine giudiziario su cui si radica l'elettorato passivo e su cui poggia la rappresentatività stessa del componente togato - chi non appartiene più alla magistratura possa continuare ad esercitare le funzioni di amministrazione della giurisdizione e quelle di giudice disciplinare?". È evidente che la risposta è no. Tant'è che la conclusione di Rossi è netta: "La cessazione dello status di magistrato - sia essa l'effetto di una scelta volontaria, come nel caso delle dimissioni dalla magistratura, di una situazione di natura oggettiva come avviene per il collocamento in quiescenza o di una sentenza penale di condanna - determina la perdita del requisito, indispensabile, della capacità elettorale passiva e produce di conseguenza l'automatica decadenza dalla carica di consigliere superiore".
Davigo e il caso Palamara - Ma, secondo Rossi, il pensionamento di Davigo s'intreccerebbe anche con il caso Palamara, sotto giudizio disciplinare al Csm, e con Davigo tra i suoi "giudici" visto che la sezione disciplinare ha rigettato la richiesta di una sua astensione presentata dallo stesso Palamara.
Un "non più magistrato ma ancora consigliere togato", si chiede Rossi, potrebbe giudicarlo ed emettere una sentenza? La risposta del direttore di Questione giustizia è un "no" bello tondo. Perché, scrive Rossi, "un ex magistrato - e tale è, a tutti gli effetti, chi viene collocato in quiescenza - non è più soggetto alla giurisdizione disciplinare. La giustizia disciplinare può essere esercitata esclusivamente nei confronti dei magistrati in servizio, siano essi esercenti funzioni giudiziarie o collocati temporaneamente fuori ruolo". E quindi, conclude Rossi, "il componente del Consiglio superiore 'pensionato' si troverebbe in una posizione del tutto anomala ed eccentrica sia rispetto ai consiglieri togati del Consiglio, sia rispetto alla generalità dei magistrati". I quali, se fanno parte del Csm, "incorrono di diritto nella decadenza dalla carica se riportano una sanzione disciplinare più grave dell'ammonimento". Ma Davigo, ormai in pensione, non sarebbe più "processabile" disciplinarmente.
di Andrea Capocci
Il Manifesto, 1 agosto 2020
Scienziati e giornalisti chiedono al governo che siano resi tutti pubblici, non solo gli aggregati. Le regioni li hanno ma non li comunicano. E la privacy non c'entra. Ogni venerdì, l'Istituto Superiore di Sanità comunica il valore del coefficiente Rt. Il numero, ormai lo abbiamo capito, sintetizza la situazione dell'epidemia in Italia: se è più piccolo di 1, la diffusione del virus rallenta; se è più grande, accelera. Un indice così importante, sulla base del quale potremmo persino ritrovarci in un nuovo lockdown, dovrebbe essere basato su dati pubblici in modo che chi ne abbia le competenze possa confermare o smentire il valore calcolato.
Ma non si può: i dati necessari per calcolarlo non sono pubblici. Per calcolare Rt serve, infatti, la data di insorgenza dei sintomi per ogni nuovo caso di Covid-19 e nelle tabelle della protezione civile - le uniche rese pubbliche quotidianamente - questo dato non c'è. Non è l'unico che manca. Dei casi positivi non conosciamo il sesso, l'età, il luogo di residenza, quello del contagio. Informazioni preziose per capire, ad esempio, l'andamento del contagio tra i giovani in vista della riapertura delle scuole, oppure il rischio di contrarre il virus all'aperto.
Alcune regioni comunicano questi dati in maniera sommaria, magari a voce, in una conferenza stampa. Ma comunicazioni come queste non permettono di fare analisi statistiche. E così bisogna accontentarsi delle conclusioni ufficiali.
Il tema di una maggiore trasparenza dei dati è stato sollevato più volte durante la pandemia. Lo ha fatto, in tempi recenti, anche l'Accademia dei Lincei, la più prestigiosa società scientifica italiana, in un documento in cui si legge: "Tutti i dati sull'epidemia devono essere resi pubblici, ovviamente nel rispetto della privacy". "Non è ammissibile perciò - proseguono gli Accademici - che il pubblico abbia accesso solo alle conclusioni e non ai dati originali". In ballo c'è la questione della riproducibilità delle scoperte, uno dei pilastri del metodo scientifico. "Nel caso delle analisi epidemiologiche - continuano gli accademici - che hanno ricadute sulla vita della società, è opportuno e utile che gruppi diversi di scienziati arrivino a conclusioni sostanzialmente condivise. Nel caso di specie ciò è impossibile se è vero che un solo gruppo di scienziati è in possesso dei dati necessari per fare le analisi".
I dati che vengono comunicati ogni giorno non bastano ai tanti scienziati e semplici cittadini che vorrebbero capire qualcosa in più sull'epidemia. Il fisico Giorgio Parisi, che dell'accademia dei Lincei è presidente, spiega perché quelli comunicati dalla protezione civile non bastino: "Possibile che la domenica non muoia nessuno?", dice, riferendosi al fatto che, per ragioni organizzative, i dati nel fine settimana appaiono regolarmente sottostimati. "Inoltre - prosegue Parisi - sarebbe importante avere informazioni sui luoghi di contagio e sulle catene epidemiologiche: se si registrano 50 casi slegati tra loro, o se appartengono a un unico focolaio, dal punto di vista epidemiologico è una faccenda ben diversa. Questi dati le regioni li hanno, ma non vengono comunicati".
C'è chi ha provato a aumentare la trasparenza. Il deputato Riccardo Magi di +Europa ha proposto un emendamento al decreto "Rilancio". Poche righe: "I dati relativi all'andamento della situazione epidemiologica e al monitoraggio del rischio sanitario (...) sono pubblicati sul portale dati.gov.it, a fini di ricerca e analisi, in formato aperto e disaggregato". Il portale governativo appositamente creato per fornire dati aperti, attualmente, contiene oltre 34mila banche dati sugli argomenti più disparati: dalle ricette tipiche del trentino all'ampiezza delle spiagge. Ma alla richiesta di usarlo per divulgare i dati a disposizione dell'Istituto Superiore di Sanità, il governo ha dato parere contrario. "Ha citato il parere contrario del Garante per la privacy, ma è una questione di volontà politica - afferma Magi - Il modo per rendere anonimi i dati si sarebbe trovato. Ci voleva un minimo sforzo: l'Italia è stato il primo paese democratico colpito dalla pandemia, pubblicare subito i dati sarebbe stato utile per tutto il mondo".
L'ostacolo potrebbe venire dalle regioni stesse, che forniscono i dati all'origine? "So che hanno difficoltà a fornire al governo i 21 indicatori necessari per il monitoraggio. Forse sarebbe stato meglio chiedere meno indicatori ma più trasparenti".
Non tutte le regioni hanno comunicato i dati con la stessa regolarità. La giornalista scientifica Cristina Da Rold ha monitorato l'operato delle regioni in materia. "Da maggio in poi, le regioni si sono più o meno allineate. Ma nel momento più importante, tra marzo e aprile, tra l'una e l'altra c'era molta differenza. Alcune fino a fine aprile non avevano nemmeno una pagina dedicata alla pandemia".
La più attiva è stata il Veneto. "È l'unica che aggiorna e condivide i dati due volte al giorno, con quelli disaggregati per singolo ospedale". La prima a creare una piattaforma con gli "open data", però, è stata la provincia di Bolzano. Dunque, fare meglio era possibile. "Si sarebbe dovuta imporre la pubblicazione dei dati come standard. Uno dei perni della comunicazione del rischio da parte delle istituzioni è la fiducia e la trasparenza ne è un fattore importante". Ma avere dati aperti sarebbe stato utile anche dal punto di vista dell'informazione. "Ad esempio, a un certo punto si è capito che c'era un problema nelle Rsa, soprattutto nella Lombardia. Con un sistema di open data sarebbe stato possibile avere questa informazione in tempo reale e si sarebbe potuto iniziare prima anche il lavoro di inchiesta".
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 1 agosto 2020
Durerà solo tre giorni, in occasione della festività islamica dell'Eid al-Adha. È cominciato ieri, venerdì 31 luglio, il cessate il fuoco annunciato da Suhail Shaheen, portavoce dell'ufficio politico dei Talebani a Doha, Qatar, e subito accolto dal presidente afghano Ashraf Ghani. Durerà tre giorni, in occasione della festività islamica dell'Eid al-Adha, e potrebbe condurre al negoziato tra i Talebani e il governo di Kabul, più volte rimandato anche se previsto dall'accordo firmato a Doha il 29 febbraio 2020 da mullah Baradar, a capo della delegazione talebana, e da Zalmay Khalilzad, il rappresentante speciale dell'amministrazione Trump.
Al cessate il fuoco si accompagna infatti la decisione del presidente Ghani di rilasciare 500 detenuti talebani, che si sommano ai circa 4.600 già liberati dalle carceri governative dallo scorso marzo. Questi ultimi fanno parte di una lista di 5,000 persone consegnata dagli studenti coranici ai rappresentanti istituzionali. I 500, la cui liberazione è stata annunciata ieri da Ghani, non sono invece inclusi nella lista, ma servono da "compensazione": Ghani ha infatti deciso di non liberare gli ultimi 400 detenuti della "lista talebana", perché responsabili di gravi crimini. Della loro sorte, ha detto, si occuperà un'apposita Loya Jirga, un'assemblea di notabili.
Un modo per scaricare su altri una scelta moralmente e politicamente difficile, simile a quella affrontata nel novembre 2019 quando Ghani aveva deciso di avallare lo scambio tra tre membri della sanguinaria rete Haqqani e due docenti occidentali sequestrati dai barbuti. Questa volta ha liberato 4.600 militanti, ma non i 400 detenuti di "alto profilo", in cambio di 1.005 detenuti governativi rilasciati dai Talebani. E in cambio, così spera, dell'avvio del negoziato, di cui è stato finora semplice spettatore, spesso critico, più raramente accomodante.
L'accordo tra Usa e Talebani firmato a Doha prevedeva che il dialogo intra-afghano iniziasse il 10 marzo, ma la fiducia tra il governo Ghani e i Talebani allora era ai minimi. Oggi, a mesi di distanza, le accuse reciproche continuano, ma aumentano le pressioni esterne, specialmente degli americani e dell'inviato Khalilzad, affinché i due attori comincino a parlarsi, evitando di compromettere la strategia elettorale del presidente Trump. Nei giorni scorsi proprio il portavoce dei Talebani Shaheen aveva chiarito la posizione della leadership: siamo pronti al dialogo, ma soltanto dopo la liberazione di tutti i 5.000 detenuti della lista. La mossa, scaltra ma rischiosa di Ghani, non è stata ancora commentata dai Talebani, che questa volta potrebbero dimostrare quella flessibilità finora negata: un recente messaggio del leader supremo, Haibatullah Akhundzada, aveva toni molto più "ecumenici" e rassicuranti del solito, a dispetto dell'intensità della violenza con cui gli studenti coranici continuano a colpire le forze di sicurezza afghane.
Non però quelle americane o straniere: lo esclude l'accordo di Doha, un accordo bilaterale che non dice nulla sul grado di violenza consentito ai Talebani contro le forze afghane. Il presidente Ghani, e ancor di più la popolazione, chiede che il cessate il fuoco di tre giorni venga prolungato, che diventi permanente, così da concedere respiro ai civili: secondo il rapporto di Unama, la missione dell'Onu a Kabul, reso pubblico il 27 luglio, nei primi sei mesi del 2020 si sarebbero registrati 1,282 morti e 2.176 feriti. Il 13% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. La diminuzione, sostiene l'Onu, va ricondotta alle ridotte attività militari degli eserciti stranieri e della branca locale dello Stato islamico. E 3.458 vittime rimangono comunque troppe per parlare di pace.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 agosto 2020
"Si richiedono per i prossimi tre mesi 5.400.000 mascherine normali, 100.000 mascherine di tipo N95, 3.600.000 guanti in lattice, 10.000.000 guanti in plastica, 450.000 litri di disinfettante per le mani, 1.000.000 litri di disinfettante per le superfici, 5000 scudi facciali, 5000 occhiali protettivi, 5000 camici protettivi, 300 sistemi di ventilazione dell'aria e 250 macchinari per la disinfestazione".
Questa è la prima di quattro lettere, trapelate e visionate da Amnesty International, che l'Organizzazione delle prigioni ha inviato a partire dal 25 marzo al ministero della Salute per sollecitare maggiori risorse e prodotti per contrastare la pandemia da Covid-19 nelle carceri iraniane e curare i detenuti contagiati. La lettera sottolinea anche l'urgente bisogno di fondi per acquistare apparecchiature mediche essenziali, come misuratori della pressione e dei livelli di glucosio, termometri, saturimetri, stetoscopi e defibrillatori.
Le successive lettere portano le date del 12 maggio, del 14 giugno e del 5 luglio. Nelle prime due si lamenta l'assenza di risposte e nell'ultima si sollecita un incontro urgentissimo. Anche questa è rimasta priva di riscontro. L'attuale direzione dell'Organizzazione delle prigioni fa dunque sul serio, al contrario del precedente direttore, Ashgar Jahangir, non a caso attuale consulente del ministero della Giustizia, che in passato aveva lodato "esemplari" iniziative adottate per proteggere la popolazione carceraria dalla pandemia e aveva proclamato l'assenza di decessi da Covid-19.
Gruppi locali per i diritti umani hanno denunciato oltre 20 decessi per sospetto coronavirus nelle prigioni iraniane. Notizie ricevute da Amnesty International riferiscono di detenuti con sintomi da coronavirus non visitati per giorni, poi posti in quarantena o in isolamento senza accesso a cure mediche adeguate. Una prigioniera risultata positiva, Zeynab Jalalian, risulta scomparsa dal 25 giugno 2020. Era in sciopero dalla fame da sei giorni poiché le autorità avevano rifiutato di farla ricoverare fuori dalla prigione di Shahr-e Rey, nella capitale Teheran.
A un'altra detenuta, la difensora dei diritti umani Narges Mohammadi, così come ad altri prigionieri, non è stato reso noto l'esito del tampone. Tra la fine di febbraio e la fine di maggio, secondo fonti ufficiali, 128.000 prigionieri sono stati temporaneamente rilasciati e 10.000 sono stati graziati. Il 15 luglio è stata annunciata una nuova serie di rilasci. Da queste misure sono stati esclusi centinaia di prigionieri di coscienza: difensori dei diritti umani, cittadini stranieri o con doppio passaporto, ambientalisti, fedeli di religioni vietate e manifestanti arrestati arbitrariamente durante le proteste del novembre 2019.
La popolazione carceraria è, secondo dati ufficiali, di 211.000 persone, ben oltre la capienza massima dichiarata di 85.000. Dal mese di marzo, le agghiaccianti condizioni di prigionia e il timore della diffusione della pandemia hanno spinto molti detenuti a intraprendere proteste, scioperi della fame e tentativi di evasione. Le proteste sono state sedate con estrema violenza.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 1 agosto 2020
La ministra dell'Interno: "Coronavirus, non possiamo abbassare la guardia. Delicati i prossimi mesi per i contagi". Rimpatri dei tunisini anche con le navi e controlli intensificati per gli stranieri che giungono in Italia.
Nel momento di massimo allarme per gli sbarchi e la curva dei contagi che riprende a salire, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese annuncia nuove misure di contrasto e parla di "passi obbligati per gestire l'impatto di un flusso straordinario di sbarchi autonomi di migranti economici reso ancora più complesso dall'emergenza Covid-19".
Il suo messaggio è esplicito: "Garantiremo la tutela della salute pubblica delle nostre comunità locali, ma i migranti economici sappiano che non c'è alcuna possibilità di regolarizzazione per chi è giunto in Italia dopo l'8 marzo 2020".
Però continuano ad arrivare. Avremo un'estate con migliaia di sbarchi?
"In questo mese di luglio ha influito la crisi economica senza precedenti che sta producendo un numero eccezionale di partenze dalla Tunisia di chi tentano di proseguire il viaggio in Europa. Ho detto al ministro dell'Interno francese, Gérald Darmanin al Viminale, che la crisi tunisina non può essere gestita da un solo Paese per tutta l'Europa. E ho ottenuto dalla commissaria all'Immigrazione della Ue, Johansson, l'impegno ad andare quanto prima insieme in Tunisia perché una crisi economica con effetti migratori così rilevanti, si risolve soprattutto sull'altra sponda del Mediterraneo".
Intanto tra gli italiani monta la paura...
"Le comunità locali sono giustamente sensibili al tema della sicurezza sanitaria, con una particolare attenzione dei sindaci e dei presidenti di Regione rivolta ai migranti irregolari. Capisco le loro preoccupazioni anche se il problema dei controlli anti Covid-19 riguarda anche tutti gli stranieri che giungono in Italia, per lavoro o per motivi di studio o per turismo, in pullman, in treno e in aereo".
Cosa farete?
"Il governo non può permettersi di abbassare la guardia perché i dati epidemiologici, non solo
quelli relativi agli stranieri, ci dicono che dovremo usare molta cautela nei prossimi mesi".
I controlli su chi arriva sono affidabili?
"Tutti i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono sottoposti al test sierologico e poi al tampone. La quarantena è obbligatoria per tutti, ma prima di trovare posti dedicati il Viminale deve affrontare mille "no" che arrivano da comuni e Regioni".
Avevate promesso una nave da mille posti dove tenere chi deve stare in isolamento.
"La procedura di noleggio si è finalmente conclusa e dovrebbe essere operativa già domenica notte. Le prime gare erano andate deserte perché d'estate le navi sono impegnate per i collegamenti con le isole. Ora, con una nuova gara, stiamo lavorando per una seconda nave da posizionare davanti alle coste calabresi".
Dopo le fughe dai centri lei ha deciso di impiegare l'esercito. Basterà?
"I 400 militari destinati in Sicilia e quelli dislocati come rinforzo in Friuli Venezia Giulia svolgeranno un sevizio molto importante per rafforzare i controlli già assicurati dalle forze di polizia. A tutti questi uomini e a queste donne in divisa non mi stancherò mai di inviare un ringraziamento particolare a nome dell'amministrazione dell'Interno e di tutto il Paese".
Si parla di migliaia di persone in attesa di partire dalla Libia...
"In quel Paese c'è bisogno di stabilità e l'Italia non si deve tirare indietro perché solo in una cornice di sicurezza è possibile gestire il controllo delle frontiere e i flussi dell'immigrazione irregolare, sempre nel rispetto dei diritti umani e della salvaguardia delle vite in mare e in terra".
E l'Unione europea?
"Da molti mesi insisto in sede europea sulla necessità di attivare operazioni di evacuazione dei migranti presenti nei centri gestiti dal governo libico attraverso corridoi umanitari organizzati dalla Ue e gestiti dalle agenzie dell'Onu".
Nulla è però accaduto, intanto si è aperto il fronte tunisino...
"Lunedì scorso ho incontrato a Tunisi il presidente della Repubblica Kais Saied e il presidente incaricato, il ministro dell'Interno Hichem Mechichi. Abbiamo concordato per agosto un incremento di rimpatri sui voli bisettimanali già riattivati lo scorso 16 luglio dopo lo stop imposto dal lockdown".
Rispetteranno il patto?
"Abbiamo sollecitato anche modalità più flessibili per il rimpatrio, un gesto simbolico da parte della Tunisia, magari anche con l'utilizzo di navi per effettuare un numero consistente di rimpatri".
E che cosa diamo in cambio? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio vuole bloccare i soldi per la cooperazione...
"Ho apprezzato le dichiarazioni di oggi del premier incaricato Mechichi che si è rivolto ai suoi concittadini auspicando che trovino opportunità economiche nel loro Paese senza mettere a rischio la propria vita con le traversate in mare. Per questo dobbiamo o aiutarli".
Avete raggiunto l'intesa sui decreti sicurezza. Reggerà fino a settembre?
"L'intesa è stata raggiunta. Ora inizia la fase del confronto con gli enti territoriali per valutare insieme i profili del nuovo sistema di accoglienza".
Si sente assediata?
"Io nell'emergenza cerco sempre di mantenere la calma per prendere decisioni che poi non abbiano effetti collaterali controproducenti. Qualcuno dice che sono sotto pressione ma chiunque sia passato al Viminale sa che ogni giorno qui bisogna affrontare problemi e trovare soluzioni. Per governare un tema complesso come l'immigrazione bisogna profondere energie e prospettare modelli di intervento tutti i giorni dell'anno. Non solo quando arriva l'estate e i telegiornali trasmettono le immagini dei barconi che spuntano nel mare di Lampedusa".
di Francesca Schianchi
La Stampa, 1 agosto 2020
Il capogruppo Pd: "Modifica dei dl Salvini dopo il confronto con i sindaci. Poi bisogna intervenire sulla legge Bossi-Fini: servono flussi regolari e accordi internazionali".
"I riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto". Per questo Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, si mostra soddisfatto dell'accordo raggiunto sui decreti sicurezza: "Grazie a quell'intesa cambiano radicalmente i decreti Salvini, strumenti inadeguati che hanno solo creato insicurezza e clandestinità".
Presidente, al momento non cambia nulla: di trasformare l'accordo in legge non se ne parla prima di settembre...
"Si sarà pronti quando sarà terminato un percorso di condivisione con enti locali e regioni. È una scelta giusta, perché dobbiamo fare in modo che le modifiche siano concordate con tutti, e in particolare chi come i sindaci hanno più sofferto dei decreti Salvini".
Per poi rinviare l'approvazione dopo il 20 settembre ed evitare che il tema migranti possa togliervi voti alle Regionali?
"No, non penso affatto che dobbiamo aver paura delle modifiche che vogliamo apportare. Era un errore fare propaganda contro le Ong e dobbiamo porre rimedio. Era un errore smantellare un sistema di accoglienza diffusa e dobbiamo porre rimedio. Sono modifiche utili all'Italia".
Mi scusi, ma l'origine del rapporto complicato con le Ong risale al periodo del governo Gentiloni, quando Minniti era ministro dell'Interno e lei delle Infrastrutture...
"Tutti sanno quanto in quel periodo ho posto il problema su alcuni accenti che mi sembravano sopra le righe. Ma nessuno è stato lasciato in mare quando ero responsabile dei soccorsi. Salvini ha usato le Ong e i migranti come fatto politico di propaganda. Questo governo e quello Gentiloni provano e hanno provato sinceramente a risolvere le cose".
Un anno fa saliva sulla Sea Watch. Poi è arrivato il vostro governo: vede molta discontinuità sul tema migranti?
"Allora l'uso dei migranti era politico ed era giusto indignarsi, anche a costo di salire su una nave. Ora c'è l'impegno del governo a modificare il memorandum sulla Libia e a trasferire i compiti della Guardia costiera libica alla Marina, tramite la missione Irini".
L'impegno è per l'anno prossimo, e nel frattempo avete rifinanziato la Guardia costiera libica che arriva a sparare ai migranti, com'è successo qualche giorno fa...
"Che la Guardia costiera sia da abbandonare il prima possibile siamo tutti d'accordo, ma la condizione della Libia richiede una presenza alternativa con la nuova missione Inni. Se mi si chiede di scegliere tra risolvere un problema aspettando tre mesi per farlo o lasciare il campo e le cose come stanno, scelgo sempre la prima opzione".
Qual è allora il tempo giusto perché le modifiche ai decreti sicurezza diventino legge?
"Il tempo è ora, appena finito îl confronto coi sindaci. E dovremo superare, come da programma, anche la Bossi-Fini, abbandonando l'idea che le migrazioni si gestiscano solo in emergenza: servono flussi regolari e accordi internazionali".
Non si potevano cambiare i decreti Salvini in questi 11 mesi di governo?
"Si poteva fare. Ma è meglio raggiungere un obiettivo insieme che da soli. C'è voluta una lunga discussione, e l'emergenza Covid ci si è messa di mezzo. Ma il risultato è ottimo, ora dobbiamo fare presto".
Intanto il ministro Di Maio reagisce con durezza all'aumento degli sbarchi dalla Tunisia: ha bloccato 6,5 milioni di fondi per la cooperazione allo sviluppo. Ha fatto bene?
"La cooperazione e lo sviluppo sono la chiave di tutto. Ma devono essere accompagnati da responsabilità ed impegno dei Paesi".
Lei si è sempre dichiarato a favore dello ius culturae: questa maggioranza si occuperà anche di una legge di questo tipo?
"Il percorso si era già avviato, poi il virus ha interrotto tutto. Ma mi auguro che il Parlamento torni a occuparsene".
Lo spera solo lei o è una priorità della maggioranza?
"I riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto. Io ho seminato per quattro anni prima di ottenere l'approvazione dell'assegno unico, una rivoluzione epocale che sostiene stabilmente tutti i bambini. Anche sullo ius culturae non mollo, nell'idea che ogni volta che abbiamo concesso più diritti a qualcuno siamo diventati più forti tutti. I cambiamenti avvengono con costanza e determinazione: sono sicuro che arriverà anche questo risultato".
Sui migranti vi aspettate aiuto dall'Europa?
"L'Europa deve fare su questo tema lo stesso salto di qualità che ha fatto sull'emergenza Covid. Deve pensare a un piano di aiuti alle economie dei Paesi della sponda del Mediterraneo in cambio dei diritti umani. Questa è la politica alta che deve fare l'Europa, non si tratta dì cose da terzomondisti, definizione di cui peraltro non mi vergogno".
Sull'economia parla di salto di qualità della Ue: sapremo spendere bene quei fondi?
"Non si possono spendere per regali come Quota 100, che va eliminata. Ora mi aspetto uno scatto in avanti del governo nelle proposte".
Il Mes va preso?
"I miliardi del Recovery Fund arriveranno solo l'anno prossimo, prendere il Mes mi sembra una questione di buon senso. Se qualcuno pensa che ci siano ancora condizionalità, sia compito di Palazzo Chigi chiarire una volta per tutte".
Le previsioni di calo del Pil sono drammatiche, cosa farete per invertire la rotta?
"Sono molto preoccupato per l'autunno, temo per la coesione sociale del Paese. Il vero banco di prova per il governo sarà la riapertura della scuola, che più di tutto è il pilastro della società. Solo attraverso la scuola ridaremo speranza ai cittadini".
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