di Giuliano Battiston
ispionline.it, 2 agosto 2020
Cominciato venerdì 31 luglio in occasione della festività islamica dell'Eid al-Adha, l'ultimo cessate il fuoco tra i Talebani e il governo di Kabul apre una finestra d'opportunità inedita sull'inizio del negoziato intra-afghano, ma mostra anche i limiti dell'accordo tra i Talebani e gli Stati Uniti firmato a Doha lo scorso febbraio e i tanti ostacoli lungo la strada verso la pace.
Annunciato nei giorni scorsi da Suhail Shaheen, portavoce dell'ufficio politico dei Talebani a Doha, Qatar, il cessate il fuoco di tre giorni è stato subito accolto dal presidente Ashraf Ghani, che a sua volta ha annunciato l'imminente liberazione di 500 detenuti talebani dalle carceri governative. Si tratta però di altri detenuti rispetto a quelli indicati in una lista di 5.000 detenuti, fornita dagli studenti coranici ai rappresentanti istituzionali afghani dopo l'accordo di Doha con gli americani.
Siglato il 29 febbraio 2020 da mullah Baradar, uomo della vecchia guardia a capo della delegazione talebana, e da Zalmay Khalilzad, inviato speciale del presidente Usa Donald Trump, l'accordo prevede 4 punti principali: il ritiro delle truppe straniere dal Paese e dalle basi militari; l'impegno dei Talebani a rompere con al-Qaeda e a impedire che il territorio venga usato da gruppi jihadisti contro la sicurezza degli Usa e degli alleati; l'inizio dei dialoghi intra-afghani e la discussione su un cessate il fuoco prolungato.
Per facilitare il negoziato interno, l'accordo prevede uno scambio di prigionieri tra Kabul e i Talebani. Avrebbe dovuto iniziare e concludersi entro il 10 marzo scorso, ma è stato più volte rimandato a causa delle diverse interpretazioni del testo dell'accordo. Meglio, di due testi. L'accordo tra Usa e Talebani - "Agreement for Bringing Peace to Afghanistan" - prevede il rilascio fino a 5.000 detenuti talebani dalle carceri governative e fino a 1.000 "governativi" dalle prigioni dei militanti. Ma la dichiarazione congiunta firmata lo stesso 29 febbraio 2020, ma Kabul, tra il governo Usa e quello afghano prevede soltanto un generico impegno di quest'ultimo a favorire il rilascio dei Talebani, senza spiegare quanti, come, quando.
Sulla diversità dei due testi si è molto discusso e polemizzato. La situazione si è sbloccata soltanto quando, l'11 marzo 2020, due giorni dopo la cerimonia di inaugurazione del suo secondo, contestato mandato presidenziale, il presidente Ghani ha firmato un decreto autorizzando il rilascio dei primi Talebani.
Giovedì 30 luglio i Talebani hanno dichiarato di aver completato il rilascio di 1.005 detenuti governativi, mentre il governo di Kabul ha liberato finora 4.600 Talebani circa. Ai quali vanno aggiunti i 500 di cui ha parlato il presidente Ghani nel discorso di celebrazione della festività dell'Eid, venerdì 31 luglio. Il nodo politico rimanda però a quei 400 detenuti che fanno parte dell'originaria lista talebana ma che per ora sono stati esclusi dallo scambio-prigionieri. Ghani sostiene infatti che si tratti di detenuti che hanno commesso gravi crimini, anche contro gli interessi stranieri in Afghanistan, rimandando la decisione sulla loro scarcerazione a una Loya Jirga, un'assemblea di notabili.
Politicamente la scelta di Ghani è scaltra, ma rischiosa. Sostenendo di non avere l'autorità per rilasciare questi 400 detenuti "speciali", rimettendo la decisione finale nelle mani di una Loya Jirga, il presidente scarica su altri il peso di una rilevante responsabilità morale e politica, legata alle richieste di giustizia degli afghani, fin qui negate. Ma fa finta di dimenticare che lo scorso novembre si era già assunto la responsabilità di liberare tre esponenti della rete Haqqani, l'ala più oltranzista della galassia degli insorti, in cambio della liberazione dei due docenti dell'American University of Kabul sequestrati dai Talebani. Uno scambio funzionale alla ripresa del negoziato tra Washington e Talebani, interrotto bruscamente il 7 settembre 2019 dal presidente Trump che accusava gli studenti coranici di violenza ingiustificata contro i soldati americani. In quel frangente Ghani aveva avallato lo scambio voluto dagli Stati Uniti con esibita riluttanza - "un boccone amaro da ingoiare per la pace" -, ricevendo critiche dalla società civile.
La decisione più recente di rilasciare 500 detenuti ma non gli ultimi 400 della "lista talebana" è rischiosa perché potrebbe allontanare dal tavolo negoziale i Talebani, i quali hanno sempre sostenuto e ribadito - fino a poche ore fa - di considerare il rilascio di tutti i detenuti della lista come condizione preliminare al negoziato. Che i Talebani siano ora disposti a cedere sui rimanenti 400 detenuti è da vedere, anche se in un recente messaggio il leader supremo, mullah Haibatullah Akhundzada, ha adottato toni particolarmente ecumenici, e gli americani, con Khalilzad in prima fila, premono affinché il negoziato intra-afghano abbia finalmente inizio, 5 mesi in ritardo rispetto alla data prevista dall'accordo di Doha.
Un accordo che ha funzionato per gli aspetti relativi al rapporto tra americani e Talebani, molto meno invece per quelli che rimandano alle relazioni con il governo di Kabul, escluso da quel negoziato e ancora alla ricerca di un posto al tavolo negoziale. Sul fronte Usa-Talebani, il Pentagono recentemente ha rivendicato di aver rispettato gli impegni assunti a Doha: come previsto dal testo dell'accordo, entro 135 giorni dalla firma i soldati statunitensi sono passati da 13.000 a 8.500 circa e 5 basi militari sono state consegnate agli afghani. Il resto del ritiro, recita l'accordo, è condizionato al rispetto degli impegni assunti dai militanti islamisti. Che hanno smesso di attaccare le truppe straniere, ma ai quali viene contestato di non rispettare altri termini dell'accordo, o di non sembrare veramente disposti alla pace.
Sono due i punti più controversi: il primo è il rapporto con al-Qaeda, che secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite sarebbe ancora "stretto, basato su amicizia, una storia di battaglie condivise e simpatia ideologica". Una tesi che lo stesso inviato speciale di Trump, Zalmay Khalilzad, non condivide, e che è stata rigettata al mittente dai Talebani, i quali ricordano (come fanno alcuni ricercatori) che simili rapporti esprimono le posizioni dei servizi di informazione degli Stati membri, non necessariamente imparziali. Rimane il fatto che la leadership talebana non ha mai dichiarato in modo esplicito di voler rompere il legame formale, per quanto problematico e spesso frainteso, con al-Qaeda.
L'altro punto è il livello della violenza. Secondo il generale Kenneth McKenzie, a capo dello U.S. Central Command (Centcom), i Talebani non avrebbero soddisfatto gli impegni. "Ci aspettavamo di vedere una riduzione della violenza. Mentre i Talebani hanno evitato scrupolosamente di attaccare le forze americane o della coalizione, la violenza contro gli afghani è la più alta da molto tempo a questa parte".
Secondo il Consiglio di sicurezza nazionale afghano, nella settimana 14-21 giugno, per esempio, i Talebani avrebbero compiuto 422 attacchi in 32 delle 34 province, uccidendo 291 membri delle forze di sicurezza afghane e ferendone 550, facendo di quella settimana "la più mortale degli ultimi 19 anni" per i soldati afghani. Il presidente Ghani ha ricordato invece che tra il 29 febbraio - giorno della firma dell'accordo di Doha - e il 21 luglio sarebbero stati 3.560 i membri delle forze di sicurezza uccisi, 6.781 i feriti.
I Talebani sostengono al contrario di aver ridotto le operazioni contro le forze di sicurezza afghane del 40%, di aver evitato di colpire Kabul e altre città importanti, e hanno accusato a loro volta gli Stati Uniti di aver violato l'accordo di Doha con operazioni con droni in zone di non-combattimento nelle province di Helmand, Ghazni e Zabul.
Come nel caso delle percentuali di territorio controllate dagli insorti o dalle forze pro-governative, sempre diverse a seconda che ne parli l'uno o l'altro attore del conflitto, le oscillazioni anche qui dipendono dai criteri adottati nel registrare le operazioni militari. Ma rimane un fatto: i Talebani non hanno rinunciato alla violenza come strumento di condizionamento politico e strategico-diplomatico, ai danni non solo delle forze di sicurezza, ma anche della popolazione civile.
La valutazione del Pentagono, riportata nell'ultimo rapporto Sigar, appare più realistica :"i Talebani stanno calibrando l'uso della violenza per disturbare e danneggiare le forze di sicurezza afghane e il governo, ma rimangono su un livello percepito come compatibile con i vincoli dell'accordo, probabilmente per sollecitare il ritiro delle truppe americane e costruire condizioni favorevoli per l'Afghanistan post-ritiro".
La diatriba sul livello di violenza "accettabile" da parte dei Talebani illumina dunque un aspetto cruciale: la riduzione della violenza verso le forze afghane non fa parte del testo dell'accordo di Doha, ma delle rassicurazioni verbali a margine del negoziato. La natura bilaterale, non trilaterale dell'accordo di Doha ha finito inevitabilmente per produrre delle controversie tra i Talebani, che quell'accordo hanno potuto negoziare per mesi a Doha con gli americani, e il governo di Kabul, escluso dalle negoziazioni ma destinatario delle decisioni che ne derivano. Lo stesso vale per la questione dello scambio dei prigionieri e dei due differenti testi che ne definivano modi e condizioni.
Eppure, alla fine della tregua iniziata venerdì 31 luglio i Talebani e i rappresentanti governativi potrebbero finalmente cominciare a negoziare. Lo faranno da posizioni diverse: i Talebani sono forti della legittimità politica riconosciutagli dagli americani, che li considerano ormai interlocutori diplomatici tout court, sullo stesso piano dell'amministrazione di Kabul, come dimostrano le dichiarazioni del segretario di Stato Usa Mike Pompeo e dell'inviato speciale Khalilzad, pronti a bacchettare Ghani e Abdullah per i continui dissidi e le inadempienze, ma cauti verso i Talebani. Mentre il fronte governativo continua a essere frammentato, nonostante l'accordo politico raggiunto lo scorso maggio, dopo mesi di estenuanti polemiche e accuse reciproche, tra il presidente Ghani e Abdullah Abdullah, suo sfidante alle elezioni e ora a capo della Commissione che deve condurre il negoziato con i Talebani, anche se è il presidente Ghani a dettare ancora l'agenda.
Ora sia i Talebani sia il governo di Kabul devono dimostrare di saper rinunciare a qualcosa, se vogliono che il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri portino al negoziato vero e proprio. In parte lo hanno fatto, ma non basta: il presidente Ghani è tornato sui suoi passi cedendo sui tempi di rilascio dei detenuti della lista dei Talebani, anche se senza i 400 di "alto profilo" su cui deciderà la Loya Jirga, ma ha incassato un nuovo cessate il fuoco, parziale per ora; i Talebani hanno ceduto sul cessate il fuoco, che avrebbero voluto posticipare dopo l'inizio del negoziato, ma incassano il rilascio dei detenuti, anche se incompleto. Concessioni reciproche che potrebbero finalmente condurre al negoziato intra-afghano. Si tratterebbe in ogni caso soltanto dell'inizio di un lungo, delicatissimo processo diplomatico dagli esiti molto incerti.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 agosto 2020
Un piccolo incidente ha causato un assurdo scontro armato. Una delle conseguenze più gravi del protrarsi per anni di un sanguinoso conflitto è il permanere della logica della violenza. Si ricorre alle armi anche quando non servirebbe. Al sorgere della prima difficoltà diventa normale pensare che la soluzione stia nella forza. Come è avvenuto tra giovedì sera e venerdì mattina a Spin Boldak, uno dei più importanti passaggi doganali tra l'Afghanistan meridionale e il Belucistan pachistano. Causa misure precauzionali contro il coronavirus, la frontiera era chiusa. La gente ha iniziato a manifestare. Improvvisamente, la scintilla della guerra. Un bombardamento gravissimo da parte delle artiglierie pachistane: sembra abbiano causato almeno 15 morti e oltre 80 feriti tra i civili afghani. Un massacro. Gli alti comandi a Kabul sono in allarme rosso.
Erano giorni che migliaia di civili si accalcavano, specie nella parte afghana, per attraversare. Non è strano. Siamo nel cuore delle regioni pashtun. Bandiere diverse ma stessa etnia, stessa lingua, stessi cibi, stessi abbigliamenti e stessa fede religiosa in entrambi i Paesi. Questo era e resta terreno di reclutamento dei talebani. A Kandahar, appena più a Nord, il Mullah Omar aveva invitato Osama bin Laden negli anni Novanta. Ed entrambi poi fuggirono in Pakistan passando da queste parti più volte per non essere catturati dopo l'invasione americana dell'ottobre 2001.
Oggi i due governi cercano disperatamente di far fronte all'epidemia. Da marzo i confini vengono aperti a singhiozzo. In Pakistan sono confermati 278.305 casi positivi e quasi 6.000 decessi. Ma il virus appare del tutto fuori controllo specie nel disastro afghano. Si parla di circa 36.700 casi positivi e 3.000 morti. In realtà, le organizzazioni umanitarie internazionali sostengono che i numeri potrebbero essere molto più alti. Lo Stato non funziona, la corruzione impazza. Sembra che molti medicinali e apparecchi per la cura del virus donati dall'Onu a Kabul siano già stati contrabbandati nelle cliniche private a Peshawar e Quetta. Per reazione gli afghani tendono sempre più a ignorare il virus, contestano le misure preventive. E i soldati del Belucistan rispondono come sono abituati a fare: sparano.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 agosto 2020
Dal campo di Al Hol, dove la guerra santa non è mai finita, storie di donne e bambini fra tende e filo spinato: una polveriera pronta ad esplodere. Qui potrebbe nascere una nuova Isis. Mentre i familiari superstiti dei "martiri" meditano di tornare a combattere.
"Al Hol: il più pericoloso campo di detenzione al mondo". Così lo definirono gli operatori Onu e delle altre agenzie umanitarie internazionali al momento della caduta dell'ultima roccaforte territoriale di Isis nella cittadina siriana di Baghouz, nel marzo 2019. Sono trascorsi sedici mesi. Ma ben poco è cambiato. Anzi, Al Hol resta un inferno, una polveriera pronta ad esplodere, il cuore pulsante di nuove generazioni di estremisti potenziali abituate a considerare "santi martiri" i kamikaze dell'Islam. Tende e baracche circondate da fili spinati, condizioni igieniche a dir poco precarie per una popolazione che era parte del folle progetto di rifondazione radicale dell'universo musulmano sunnita. Certo un dramma preoccupante per le forze curde di guardia e soprattutto per i loro prigionieri. Il mondo, distratto dal coronavirus negli ultimi mesi, si è largamente dimenticato di loro. Ma la tragedia umanitaria sta ponendo le basi per un Isis-bis.
A popolarlo sono soprattutto bambini. Giocano irrequieti tra la polvere afosa d'estate pronta a trasformarsi in un mare di fango sporco con le prime piogge. Assieme a loro migliaia di donne sigillate dalla testa ai piedi nelle abaya lunghe e nere, con i visi coperti che lasciano liberi solo gli occhi a lanciare sguardi variabili dall'implorare aiuto e libertà ai lampi d'odio. Sono per lo più gli orfani e le vedove delle migliaia di jihadisti caduti nelle lunghe battaglie combattute in nome del "Califfato". Spesso neppure loro sanno comunque se i padri, i fratelli più grandi e i mariti siano morti, feriti, oppure prigionieri a loro volta nelle carceri dure di Rojawa (la regione autonoma curda nel Nord-est siriano). La maggioranza in quello di Hasakeh, non lontano da Al Hol, ma in realtà irraggiungibile per loro.
Quante sono le persone che vivono nel campo? "Il numero va verificato. Tante sono scappate, ci provano quotidianamente e ogni settimana qualcuna ci riesce", rispondono le autorità curde. Dal 10 giugno stanno tentando di condurre un censimento tra mille difficoltà. Negli ultimi due anni abbiamo visitato il campo quattro volte. La penultima al momento della caduta di Baghouz e più di recente, il 27 ottobre scorso, solo poche ore dopo il blitz americano nella zona di Idlib che condusse all'uccisione del leader indiscusso di Isis, Abu Bakr al Baghdadi. Allora si parlava di circa 75.000 prigionieri, tra i quali 29.000 bambini e di loro almeno 9.000 figli di volontari stranieri. I dati più aggiornati su Al Hol riportano adesso una popolazione diminuita a circa 70.000 persone.
"I più pericolosi sono i volontari stranieri, in tutto 14.000, isolati in un campo separato da siriani e iracheni. Arrivano da una sessantina di Paesi, compresi Francia, Germania, Belgio, Stati Uniti, Cecenia, Algeria, Tunisia, Indonesia. Pochi governi accettano di rimpatriarli. Ma noi qui non siamo in grado di gestirli", denunciano i dirigenti di Rojawa. Secondo il colonnello Myles Caggins, portavoce del piccolo contingente americano (meno di 800 soldati) di stanza nella regione, "parecchie donne assieme ai loro figli non hanno affatto abbandonato l'ideologia di Isis e vorrebbero rifondarlo". Visitando il campo non è difficile trovare bambini tetraplegici che cercano di partecipare in carrozzella ai giochi dei compagni. Ogni spazio libero diventa un campo da pallone. Tanti sono senza scarpe, hanno i vestiti sporchi. Piccoli feriti di battaglie che non hanno scelto. Altri si industriano in commerci al dettaglio, vendono carte di ricariche telefoniche, frutta, verdura, aiutano la madre che accovacciata a lato della tenda cerca di improvvisarsi lavandaia utilizzando l'acqua raccolta in secchi dalle latrine impiantate dall'Onu.
Qualcuno si è costruito un fucile di legno e giura di vendicare con le armi la morte del padre. In fondo non è strano, tutto il loro mondo è racchiuso nella guerra santa. Suicidarsi contro gli "infedeli" fa parte della loro educazione. "Non importa quali colpe abbiano commesso i loro genitori. Questi bambini restano vittime innocenti e vulnerabili, vanno salvati da Al Hol", sostiene tuttavia Dareen Khalifa, funzionario del International Crisis Group. Quando incontrano un giornalista arrivato "da fuori" molte donne chiedono di poter essere aiutate a partire. "Qui non ci vogliamo più stare. Potete dare i nostri nomi all'agenzia per i profughi?", domandano. Ma capita anche di incontrare giovani cecene che assolutamente non vogliono tornare a casa nel timore di essere chiuse in carcere o peggio. "Isis risorgerà. Abbiamo subito una sconfitta solo temporanea. Non sappiamo se al Baghdadi sia stato davvero ucciso. Potrebbe essere solo propaganda. E comunque poco importa, un altro Califfo prenderà presto il suo posto per condurre la missione della guerra santa", sostengono sprezzanti un paio di loro parlando in inglese corretto.
La novità sta però nel traffico crescente di donne e bambini che bande di contrabbandieri riescono a fare fuggire da Al Hol. Prezzo medio tra i 3.000 e 4.500 dollari a persona. Secondo le autorità curde, centinaia di straniere tutt'ora radicalizzate sarebbero già scappate verso la Turchia alla volta dell'Europa. Sembra che tra le cellule europee di Isis ancora attive sia nata una rete di raccolta fondi per pagare le loro fughe. I loro nomi sono rivelatori: "Giustizia per le sorelle", oppure "Luna di miele a Vienna", o ancora "Liberiamo le donne prigioniere". Tra quelle scappate vi sarebbe anche la 32enne Hayat Boumedienne compagna di Amedy Coulibaly, uno dei massimi responsabili nel gennaio 2015 dei sanguinosi attentati terroristici a Parigi contro Charlie Hebdo e una macelleria kosher, poi ucciso dalla polizia francese. Si credeva che Hayat fosse morta a Baghouz, ma lo scorso ottobre era stata vista tra le baracche di Al Hol e sarebbe fuggita assieme a 13 donne francesi decise a rientrare in Europa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 agosto 2020
Lezmond Mitchell, giudicato colpevole di un duplice omicidio, verrà messo a morte il 26 agosto negli Usa. Una brutta notizia, anche c'è ancora tempo per fermare il boia, e purtroppo la conferma che le tre condanne a morte federali eseguite in meno di una settimana a luglio dopo una moratoria di 17 anni, hanno segnato una chiara inversione di rotta.
L'aspetto particolare è che Mitchell è l'unico nativo-americano presente nei bracci della morte federali e sarebbe il primo nativo-americano nella storia moderna degli Usa a subire l'iniezione letale per un reato federale. Mitchell fa parte della Nazione Navajo. Sulla base delle leggi federali, il governo statunitense non può chiedere la condanna a morte per un reato capitale commesso su terre native senza il consenso della tribù di appartenenza. Eppure la condanna a morte è stata confermata in ogni fase della procedura.
di Karima Moual
La Repubblica, 2 agosto 2020
Sfidano le regole e la società maschilista. Con parole e musica inedite nei Paesi arabi. Chi ha detto che il mondo dovrà continuare ad essere dominato soltanto dagli uomini? Il guanto di sfida viene lanciato da un Paese e da un'area tutt'altro che generosa nel concedere spazi alle donne - anche se da nazione a nazione ci sono differenze - e il Marocco in questione dimostra di fare comunque la differenza, adibendo un palcoscenico di volti e voci femminili in un genere musicale, quello del rap, da sempre "maschiaccio" anche a livello internazionale, dove rimangono comunque ancora poche le eccezioni.
Il verbo del rap è il linguaggio della strada, che predilige violenza e volgarità, anche se mischia poesia, sentimenti e amore. La sua cifra, poi, resta sempre quella del maschio alfa: non è un caso che il rap targato Usa sia tutto sparatorie, armi e vittime vere e proprie e non solo nei videoclip. La novità che ci arriva dunque dal Marocco, con sempre più giovani donne che rappano da sole o insiema ai big del rap del Paese, è sintomo di qualcosa di più profondo e di un cambiamento sociale non da poco.
Volendo fare un passo indietro, c'è da dire che sulla scena musicale nordafricana - ma ormai oggi con importanti collaborazioni anche in quella europea - il rap negli ultimi anni ha conquistando la scena musicale in Nord Africa e il Marocco è diventato il grande laboratorio dal quale è uscito un linguaggio e uno stile inedito, perché originale e autentico nella sua identità di provenienza, ma che si lascia contaminare in linguaggi nuovi e musicalità, trovandosi a proprio agio con una libertà che si respira in ogni nota.
Un linguista sarebbe di fronte alla nascita di una nuova lingua.
Paradossalmente questo rap rinchiuso in un continente dal quale per un giovane africano viaggiare in libertà verso l'Occidente è illegale, risulta comunque saldo alle proprie radici e al proprio linguaggio della strada, con gli aneddoti, la retorica, le denunce impegnate ma allo stesso tempo è molto più contaminato e aggiornato dal mondo che lo circonda che viceversa.
Da quell'Orizzonte che segue soltanto dal web il risultato è la creatività di una musicalità di lingue, suoni, balli che si mescolano in un solo spartito, dove si viaggia con lo stesso equilibrio e velocità dall'arabo marocchino al francese, all'inglese, allo spagnolo e all'italiano. Sono i pezzi de El Grande Toto, 7liwa, Dizzy Dros, solo per fare qualche esempio, ai quali si sono aggiunte le voci e i corpi femminili ma non meno potenti di Khtek, Manal, Krtas Nssa, Ily, che lasciano senza fiato, soprattutto per l'audacia e quella definitiva rottura di un equilibrio tra il maschile e il femminile che da un luogo come il Marocco non può che essere definito come un vero atto rivoluzionario.
Lo è anche perché si rivolge a una platea immensa di giovani, ragazzi e ragazze, ma anche perché non si nasconde ai propri genitori e a quella parte di società conservatrice e vendicativa. I loro video su Youtube sono visualizzati da milioni di spettatori e non da qualche migliaio di seguaci. Un pubblico enorme che da un Paese di 30 milioni di abitanti viaggia ovunque anche verso l'Europa dettando un genere nuovo e lanciando una nuova sfida di cambiamento.
L'ascesa nel rap marocchino al femminile ci mette la faccia, il linguaggio della strada senza sconti, nella sua volgare violenza, ancora più forte non senza conseguenze in un contesto conservatore, patriarcale, misogino, dove ancora oggi c'è una narrativa e una educazione e costruzione del profilo delle figlie tra bint addar (la ragazza di casa) e bint ezzanqa (la ragazza della strada). Tra un profilo e l'altro (la casa e la strada) c'è una linea rossa, di regole, aspettative e libertà, dove bent ezzanka, la ragazza della strada, è detta così semplicemente perché è libera, fuori dalla porta. In un ideale di donna, di famiglia e di Paese, pur sempre conservatore e islamico.
Ecco la straordinarietà di quanto sta avvenendo a Sud del Mediterraneo.
Dietro al rap, a quell'alibi che nel rap si può dire l'indicibile, queste nuove eroine hanno trovato quella opportunità facendo un taglio netto senza alcuna diplomazia. Ma c'è poco da biasimarle, il femminismo fatto di compromessi è troppo vecchio per loro e si adegua poco alla velocità del loro tempo. Meglio la strada. Dove cantano ritmando con leggerezza di diritti, libertà, femminilità, sesso, droghe e alcol, come se non ci fosse un domani e non manca la forza di rompere anche quella sacralità del super-uomo. A lui una dedica speciale: dito medio alzato, sguardo prepotente e minaccioso.
Dove nasce la violenza in carcere,
di Giuliano Napoli, condannato all'ergastolo all'età di 22 anni
I detenuti sono violenti! Aggrediscono agenti di Polizia Penitenziaria, infermieri e chiunque si avvicini loro, come se fossero dei selvaggi senza controllo, senza nessun rispetto per le regole e per le persone che gli si avvicinano. DEVONO ESSERE PUNITI. Questo viene fuori, in estrema sintesi, dall'ultima circolare D.A.P. a firma del Capo e del Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria di recente nomina, i due magistrati Antimafia Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia. Forse è un bene che i vertici della direzione di un sistema complicato come quello delle carceri rivolgano una particolare attenzione agli eventi violenti, che di tanto in tanto scuotono le coscienze dell'opinione pubblica, ma che molto spesso, forse troppo, si diffondono all'interno degli istituti di pena da Nord a Sud, senza che se ne parli davvero seriamente.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 1 agosto 2020
Istituzioni che "scendano dal piedistallo" e non abbiano paura di "sviluppare forme di giustizia, di potere e di relazione più orizzontali possibile".
Leggo con desolazione la nuova circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria che ha come oggetto "Aggressioni al personale, linee di intervento". Non c'è uno straccio di riflessione su quello che sta succedendo, nelle carceri, ma anche nella società.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 agosto 2020
Anche quest'anno, come da buona tradizione pannelliana, il Partito Radicale promuove l'iniziativa di ferragosto. Ovvero visitare le carceri nel periodo in cui, per i detenuti, è decisamente buio rispetto a chi vive nel mondo libero. Ma quest'anno non sarà purtroppo uguale agli altri. A causa del Covid-19, il ferragosto in carcere è stato autorizzato in forma simbolica in soli cinque istituti penitenziari.
di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 1 agosto 2020
Probabilmente anche questa è una conseguenza del Covid-19 e della grave crisi economica connessa: l'articolo 23 del decreto legge 76 del 16 luglio 2020, recante "Misure urgenti per la semplificazione e l'innovazione digitale", incide sul delitto di abuso di ufficio, di cui all'articolo 323 del codice penale. Ma i problemi che da decenni sono collegati a tale reato sono complessi e difficili da superare con riforme parziali, che peraltro riguardano prevalentemente il versante delle responsabilità dei pubblici agenti e non incidono, su un piano più generale, sul funzionamento e sull'efficienza della Pubblica Amministrazione.
Basti qui osservare che già non convinceva l'originaria formulazione dell'articolo 323 c. p., dovuta al legislatore del 1930, che aveva costruito l'abuso di ufficio "in casi non preveduti specificamente dalla legge" come una sorta di norma di chiusura del sistema, peraltro già di per sé abbastanza indeterminato e generico, in virtù della coesistente presenza del peculato per distrazione (articolo 314 c. p.) e, soprattutto, del delitto di interesse privato in atti di ufficio (articolo 324 c. p.). Ma non era soddisfacente neppure il testo dovuto alla legge 86 del 1990, la quale, tra l'altro, sostituì integralmente l'articolo 323 c. p.; e neppure condivisibile era la versione offerta dalla legge 234 del 1997, con la quale l'articolo 323 c. p. fu nuovamente modificato del tutto. Quanto all'intervento legato alla legge 190 del 2012 (la cosiddetta legge Severino), si è trattato dell'ormai consueto rilancio in termini di severità della cornice edittale.
Tutte le riforme sin qui intervenute non hanno dato i frutti sperati: quelli, soprattutto, di conferire maggiore precisione e determinatezza ad una fattispecie vaga e produttiva di procedimenti penali spesso finiti nel nulla. I dati diffusi in questi giorni segnalano la pendenza di circa 7.000 procedimenti penali negli anni 2016 e 2017, a fronte di (soltanto) un centinaio di sentenze definitive di condanna. Allo stesso tempo, dobbiamo rilevare che il legislatore si è ripetutamente impegnato (con esiti infausti) a rimaneggiare l'abuso di ufficio, invece che operare in profondità, riformando la Pubblica Amministrazione, rendendola veramente efficiente e istituendo seri controlli interni.
Purtroppo, come segnalato in un volume appena pubblicato, curato dal sottoscritto e da Antonella Marandola, dedicato ai Delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, sono decenni che più che l'efficienza dell'azione dell'apparato pubblico, si è inteso porre al centro dell'attenzione del legislatore la questione della "lotta" o del "contrasto" alla corruzione e al malaffare, ritenuti - certo, non a torto - problemi gravissimi del nostro Paese, soprattutto alla luce della cosiddetta corruzione percepita.
Almeno dai tempi di "tangentopoli", all'inizio degli anni ' 90 del secolo scorso, con conseguente affermazione della cosiddetta questione morale, passando dalla legge Severino del 2012 e, soprattutto, dalla "spazza-corrotti" (legge 9.1.2019, n. 3), si è attuata una feroce "caccia all'uomo", e al funzionario infedele, affidando al controllo della magistratura penale un ruolo ed una funzione che ha in ben pochi Paesi. Tale situazione ha diffuso la paura nei funzionari pubblici e, nel segno della fuga dalla firma e da ogni decisione, ha condotto alla "burocrazia difensiva" o "del non fare", che ha contribuito (non da sola...) a frenare il Paese e la sua economia.
Ora il Governo, con il decreto legge 76 del 16 luglio 2020, ha inteso cambiare radicalmente rotta: secondo il comunicato stampa diffuso subito dopo l'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del 7 luglio e la stessa conferenza stampa del Presidente del Consiglio, si vogliono semplificare i procedimenti amministrativi, eliminare e velocizzare gli adempimenti burocratici, digitalizzare la pubblica amministrazione, sostenere l'economia verde e l'attività di impresa. A tal fine, per quel che qui rileva, con il d. l. 76 si agisce "a forbice" sullo specifico tema della responsabilità dei pubblici agenti, sia sotto il profilo della responsabilità erariale, che sotto quello della responsabilità penale. In particolare, limitandoci alla seconda, con l'articolo 23 del d. l. 76, all'articolo 323, primo comma, del codice penale, le parole "di norme di legge o di regolamento," sono sostituite dalle seguenti: "di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità".
Dunque, rimanendo nel resto invariata la norma, non è più sufficiente - rispetto al passato - che il pubblico funzionario violi qualsiasi norma di legge o di regolamento. Occorre che la violazione concerna leggi o atti aventi forza di legge: pertanto, "norme primarie" e non più anche il regolamento. Questa modifica, se permarrà in sede di conversione del decreto legge, ha una portata di grande respiro, tagliando di fatto la punibilità di un numero elevatissimo di condotte oggi punibili. Ed infatti, chi ritiene ancora che il controllo della magistratura sulla pubblica amministrazione debba avere un carattere esteso e diffuso auspica che detta limitazione venga meno in sede di conversione del decreto.
Inoltre, il d. l. 76/ 2020 richiede che la violazione sia (non più di qualsiasi violazione di una norma, ma) "di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge". Anche questa innovazione restringe notevolmente la sfera del penalmente rilevante, poiché non sembrerebbe potersi più fare riferimento - come fa l'attuale giurisprudenza - alla violazione dell'articolo 97 della Costituzione (con il generico riferimento al buon andamento e all'imparzialità dell'amministrazione, che tutto può fagocitare e comprendere), ma occorrerà che le Procure contestino singole condotte espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge.
Infine, il d. l. 76/ 2020 chiarisce che occorre la violazione di specifiche regole di condotta, espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge, "dalle quali non residuino margini di discrezionalità". Dunque, se il pubblico agente esercita un potere discrezionale, non dovrebbe essere possibile farne derivare una responsabilità penale, almeno per il delitto di abuso di ufficio. Anche questa modifica (che pure desta talune perplessità) potrebbe avere una portata notevolissima, soprattutto se si considerano gli orientamenti giurisprudenziali che fanno riferimento all'eccesso di potere, letto nella luce dello sviamento di potere (cfr. Cass. Sez. Un. 29.9.2011, n. 155, Rossi, in C.E.D. 251498).
L'impressione, dunque, a prima lettura, è che la nuova versione della norma sull'abuso di ufficio tenti (non sempre correttamente e quasi disperatamente...) di restringere la sfera di intervento della legge penale sull'azione amministrativa. Rimangono, peraltro, ulteriori profili critici, quali - ad esempio - quello legato alla punizione dell'inosservanza di regole di condotta puramente formali o di natura meramente procedimentale, benché fissate dalla legge o da atti aventi forza di legge e prive di margini di discrezionalità. Si potrebbe, allora, specificare ancora che le regole violate dovrebbero essere collegate alle funzioni e al servizio esercitato o riguardare la disciplina degli interessi affidati alla tutela della pubblica amministrazione.
Ma, forse, più radicalmente, si potrebbe immaginare una abrogazione secca dell'articolo 323 c. p., non mancando - nel ricco panorama dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione - altre norme incriminatrici, più specifiche e severe, che potrebbero punire singole condotte meritevoli di repressione penale. E, al contempo, si dovrebbe produrre una riforma organica della Pubblica Amministrazione, troppo importante nei complessivi equilibri democratici per essere vista (solo) come "il nemico" da contrastare e punire.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo
di Dario Pasquini*
Ristretti Orizzonti, 1 agosto 2020
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