di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 agosto 2020
Il documento con i suggerimenti dell'Associazione per un nuovo modello custodiale. L'associazione: "è interesse di tutti che il carcere non sia una fabbrica di criminali, ma un luogo di legalità riproduttivo della vita ordinaria".
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 1 agosto 2020
Il primo detenuto positivo al coronavirus in un carcere campano viene tracciato nella Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere il 5 aprile, pieno lockdown. Un uomo che da oltre una settimana - denunciava la famiglia - soffre i sintomi del Covid. Il giorno stesso 150 detenuti si barricano in una delle sezioni dell'istituto; il giorno dopo decine di ristretti, familiari e associazioni che lavorano nel carcere denunciano la presunta irruzione violenta nel reparto Nilo da parte di alcuni agenti.
I primi di giugno protestano anche gli agenti di polizia penitenziaria. L'emergenza Covid ha inasprito le criticità - già gravi - del sistema carceri. E ha innescato paure e tensioni che si sono riverberate in diverse occasioni negli istituti di tutto il Paese. E che non è detto non possano tornare a verificarsi qualora il trend dei contagi dovesse crescere in maniera preoccupante dopo l'estate.
Un dossier presentato dal Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello ricostruisce la cronistoria del coronavirus nelle carceri campane. I dati nazionali: i detenuti positivi sono stati 94, 11 i ricoverati negli ospedali, 83 in isolamento sanitario, tre i decessi. I primi di marzo i giorni neri della pandemia nelle carceri: scoppiano proteste e rivolte, anche violente, in numerosi istituti, da Nord a Sud. Muoiono 14 persone, si registrano evasioni a Foggia, i detenuti salgono sui tetti di Poggioreale a Napoli e a San Vittore a Milano. A scatenare la rabbia è l'estensione del lockdown al mondo penitenziario: dall'8 marzo il Consiglio dei ministri ha emanato la sospensione dei colloqui con i familiari in tutti gli Istituti del paese. Esplodono così le proteste dentro e fuori le mura. I colloqui vengono allora condotti via Skype e con la diffusione dei dispositivi di protezione individuale e dei test di screening la situazione rientra.
Solo il 18 maggio vengono ristabiliti i colloqui in presenza. Con l'effetto del decreto ex art.123 cd. Cura Italia e dell'applicazione della legge 199/2010 escono dal carcere circa 900 persone. In Campania i detenuti sono passati dai 7.468 di febbraio ai 6.404 di maggio. "Seppur tali azioni abbiano portato una riduzione della popolazione ristretta negli istituti penitenziari, i risultati potrebbero essere stati migliori", osserva il Garante. I detenuti positivi in Campania sono stati 4, 3 nel personale sanitario, 3 nella polizia penitenziaria (204 in tutta Italia). "Alle persone che sbagliano deve essere tolto il diritto alla libertà, non quello alla dignità", ha commentato Ciambriello lamentando la lentezza della macchina giudiziaria, i mancati provvedimenti di scarcerazione, la carenza di braccialetti, le risposte evasive dell'amministrazione penitenziaria.
Il numero totale dei ristretti nel 2019, si legge nel dossier, registra un 17% in più rispetto alla capienza regolamentare. Il 22% delle strutture non presenta docce in camera, il 37% non prevede servizi igienici essenziali nelle stanze. Problematiche cui si aggiungono la carenza di professionalità quali ginecologi, pediatri, psicologi, psichiatri ed educatori.
"In questi giorni di caldo tanti istituti hanno le sezioni per i detenuti chiuse 20 ore al giorno. In questo senso è famosa la cella 55 del carcere di Poggioreale dove ci sono 14 detenuti in una stanza con una finestra", denuncia Ciambriello. Al sovraffollamento si aggiunge il dramma dei suicidi: già sette in Campania, uno al mese dall'inizio dell'anno. "Si ritiene necessario riflettere - osserva il Garante - creando un adeguamento degli interventi di prevenzione, e ben consci che occorre inseguire una domanda: cosa accadrà a settembre?".
torinoclick.it, 1 agosto 2020
A Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino, è stato rinnovato l'incarico per i prossimi 5 anni. La decisione è stata presa dalla Sindaca Chiara Appendino, in accordo con il Presidente del Consiglio comunale e con la Conferenza dei Capigruppo, alla luce del prezioso e quotidiano lavoro svolto dalla Garante a favore delle persone private della libertà, nonostante le numerose difficoltà causate dalle attuali situazioni.
"Sono lieta di riconfermare la mia fiducia alla Garante Monica Cristina Gallo - ha evidenziato la Sindaca Chiara Appendino. - Il lavoro di questi anni è stato caratterizzato da impegno e piena collaborazione istituzionale, con una solida visione generale rispetto alle progettualità portate avanti. In un periodo particolarmente delicato, che attraversa tutto il Paese, ritengo che le competenze e la sensibilità della dottoressa Gallo possano rivelarsi ancora un contributo prezioso per affrontare le sfide che ci attendono".
"Ringrazio la Sindaca, il Presidente del Consiglio e i consiglieri per la conferma della fiducia accordata con il rinnovo del mandato per il prossimo quinquennio. Conferma che giunge in un momento complesso - ha sottolineato la Garante Monica Cristina Gallo. A volte, perché non accada mai più, occorre fare i conti con effetti collaterali che possono essere davvero difficili. Il carcere è un sistema che è fatto di uomini e donne, prima ancora che di ruoli, con tutto il carico di sofferenze, fragilità e aspettative, è un sistema con tante e complesse problematiche.
Per entrare nei luoghi di privazione della libertà personale serve una vocazione particolare necessaria a salvaguardare i diritti di chi espia una pena ed eliminare quei coni d'ombra sulle garanzie fondamentali. Servono cammini concreti verso i quali dirigersi, serve una collettività che sappia accogliere. Questo rinnovo incoraggia tutti noi, dell'Ufficio a proseguire con determinazione la strada intrapresa, consapevoli di aver rafforzato quel dialogo istituzionale necessario e stimolato le reti sociali, di cui la nostra Città è ricca, per costruire opportunità concrete dentro e fuori".
di Elisa Sola
Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2020
Aveva perso 30 chili, per il medico digiunava apposta. C'è un'indagine della Procura di Torino sulla morte di Antonio Raddi, un detenuto deceduto lo scorso dicembre a 28 anni, in ospedale, dopo aver perso, nel carcere di Torino, 30 chili in sei mesi.
Il Garante delle persone detenute, Monica Gallo, aveva segnalato il caso alla direzione delle Vallette nove volte, dall'agosto del 2019. Raddi, condannato per rapine, maltrattamenti ed evasione, era entrato alle Vallette il 28 aprile dello stesso anno. Pesava 80 chili. A novembre 50. Non era più in grado di bere né mangiare quando, il 13 dicembre, in cella, aveva iniziato, come testimonia il compagno, a "vomitare sangue, per poi svenire".
a sera era stato portato al pronto soccorso del Maria Vittoria. La notte, alle 4.46, era entrato in coma. Pochi giorni dopo, il decesso. Il fascicolo per omicidio colposo è sulla scrivania dell'aggiunto Vincenzo Pacileo, che riceve la denuncia del Garante il 20 dicembre scorso. Antonio era un ex tossicodipendente. Nessuno sa perché fosse inappetente. Che fosse un caso grave, lo avevano capito i collaboratori del Garante, che avevano scritto più volte, indicando il timore di "un imminente evento critico". Il 20 novembre, il medico del carcere rispondeva all'ennesima lettera ipotizzando che la perdita di peso fosse quasi voluta: "Una modalità strumentale per ottenere benefici secondari".
Già il 4 luglio Raddi, c'è scritto nella denuncia, "esprime un forte disagio per la restrizione all'undicesima sezione, lamentando di non avere un cuscino, il lungo periodo di trattamento con metadone, muffa nel cibo". Il papà, Mario Raddi, chiama più volte l'ufficio del Garante, preoccupato "per il peggioramento delle sue condizioni di salute e la disappetenza" di Antonio, che aveva una patologia neurologica dall'infanzia. Il 16 luglio i collaboratori del Garante lo vedono "particolarmente sofferente".
Il 7 agosto parte la prima segnalazione. Il 20 agosto arriva la risposta dal direttore del carcere: "Non ci sono particolari criticità". Nelle settimane successive i genitori vedono il figlio sempre più "deperito". Il 23 settembre il Garante, dopo averlo visto, precisa: "C'è un drammatico peggioramento dello stato fisico e psichico. Ha bisogno di supporto psicologico, sostiene di avere visto solo una volta la psichiatra".
Il 19 novembre è la referente del Serd a chiamare il Garante allarmata e il 2 dicembre a mettere nero su bianco: "Non riesce più a ingerire né solidi né liquidi". Il 4 dicembre Antonio si presenta al Garante sulla sedia a rotelle. "Implora di intervenire, ha le stesse sembianze di Stefano Cucchi", verrà scritto, con la richiesta di "una opportuna e urgente rivalutazione clinica con conseguenti provvedimenti del caso".
Il 9 dicembre Raddi viene ricoverato alle Molinette: vuole essere dimesso, glielo permettono. Il 6 dicembre era stato al Maria Vittoria per quattro ore: era risultato positivo a metadone, farmaci e Thc. Il 10 dicembre il direttore rassicurava: "Il soggetto è ampiamente monitorato". Tre giorni dopo il collasso in cella e il ricovero in ospedale.
di Alessandro Mosca
La Città di Salerno, 1 agosto 2020
L'avvocato del rapper: "Ho chiesto le immagini dell'ultimo incontro ma sarebbero state cancellate". Domani i funerali. "Ho chiesto di acquisire agli atti i video del colloquio in carcere tenuto da me e da Johnny lo scorso 21 luglio in cui manifestò la sua situazione di difficoltà, anche con gesti violenti. Ma quelle immagini non ci sarebbero più: mi hanno detto che sono state sovrascritte". È la denuncia che arriva dall'avvocato Roberto Acanfora, il legale di Johnny Cirillo, il giovane di 23 anni di Scafati che si è tolto la vita domenica mattina in una cella del padiglione di media sorveglianza del carcere di Salerno.
Una morte su cui vuol far chiarezza la Procura di Salerno che ha aperto un'inchiesta contro ignoti con l'ipotesi di reato di istigazione al suicidio.
Ieri pomeriggio è stata effettuata l'autopsia sul corpo del rapper che si è tolto la vita domenica mattina in cella dove erano ristretti anche altri tre detenuti: l'esame irripetibile effettuato dal medico legale Sandra Cornetta è durato più di quattro ore e ha confermato la morte per asfissia del giovane scafatese, causata dal tessuto che si è stretto intorno al collo nel gesto estremo. La specialista incaricata dalla Procura - affiancata da un altro medico per gli esami tossicologici e da due consulenti di parte - ha appurato anche la presenza di numerosi tagli sui polsi del giovane, più di venti, segni di un precedente tentativo autolesionistico di Cirillo. I risultati degli esami istologici arriveranno non prima di 90 giorni: le analisi potranno dare maggiori elementi utili anche a chiarire i tempi dei soccorsi, questione su cui ha puntato il dito Acanfora. "Il decesso di Johnny è avvenuto circa un'ora e mezza dopo il suo gesto", ha spiegato l'avvocato.
Resta, dunque, il rammarico per una morte che, secondo molti, era evitabile. Proprio su questo punto batte molto la difesa: "Il rammarico è enorme, Johnny doveva essere trasferito nell'area di alta sorveglianza dove non poteva farsi del male. La sua condizione era nota a tutti all'interno del carcere di Salerno".
E, invece, Cirillo ha trascorso le sue ultime ore di vita in una cella del padiglione di media sorveglianza, insieme ad altri tre detenuti. Una vicenda su cui proverà a mettere un punto la Procura di Salerno: il sostituto procuratore titolare delle indagini, Carlo Rinaldi, ha ascoltato numerose persone informate sui fatti, anche i compagni di cella di Johnny, per avere un quadro chiaro della situazione. La difesa, contemporaneamente, ha chiesto l'acquisizione di tutte le immagini registrate dalle telecamere all'interno della Casa circondariale di via del Tonnazzo.
C'è, però, un punto interrogativo mostrato da Acanfora: secondo quanto riferito dal legale della famiglia Cirillo, i frame del colloquio avuto in carcere dall'avvocato con il 23enne noto anche per la sua attività musicale non sarebbero disponibili.
L'avvocato di Johnny, nelle settimane precedenti al fatto, aveva presentato una richiesta di trasferimento in una comunità o in un centro di recupero per il suo assistito visto il suo malessere mostrato nel corso della detenzione in carcere. In attesa degli sviluppi investigativi, adesso ci sarà spazio soltanto per il dolore: domani, alle ore 19, presso la parrocchia di San Francesco da Paola, il parroco don Peppino De Luca celebrerà il rito funebre in cui la città di Scafati, nel rispetto delle norme anti-contagio, vorrà dare l'ultimo saluto a un suo figlio tragicamente scomparso.
retisolidali.it, 1 agosto 2020
L'arte può essere uno sbocco professionale. Chi vuole partecipare deve presentare la domanda entro il 15 agosto. C'è tempo fino al 15 agosto per candidarsi a partecipare al progetto Trial: un percorso esperienziale tra i mestieri delle arti per persone con limitazioni personali delle libertà. Il progetto Trial è stato avviato dalla Fondazione Sesta Città Rifugio, l'associazione Il Ponte Magico Onlus e la Cooperativa éCO e prevede la presa in carico, l'orientamento e l'inclusione sociale attiva rivolto a 8 persone con limitazioni personali delle libertà per accompagnarli in percorsi di rafforzamento personale, sostegno sociale e occupabilità futura.
Gli obiettivi del progetto Trial - L'obiettivo del progetto è quello di aprire l'accesso al settore artistico e audiovisivo, strategico per il Lazio, a soggetti esclusi da questo specifico ambito professionale. Accesso che permetterà non solo l'acquisizione di specifiche competenze, ma altresì di intraprendere un percorso espressivo guidato verso azioni di empowerment e consapevolezza del sé. L'arte, le sue espressioni e tecnologie come metodo e approccio di lavoro sulla persona, oltre che come sbocco professionale. Il percorso si propone di far conoscere e sperimentare ai beneficiari i diversi mestieri dell'arte e i mestieri ad essa legati, con particolare attenzione alle forme più innovative, legate ai più recenti sviluppi tecnologici. Una formazione che accompagnerà i destinatari nell'acquisizione di competenze professionali spendibili nei settori dell'audio, del video e della grafica.
Come partecipare - I destinatari sono persone tra i 25 e i 54 anni di età, sottoposte ad almeno un provvedimento definitivo di condanna emesso dall'Autorità giudiziaria di limitazione o restrizione della libertà individuale, in regime di media sicurezza, senza aggravanti di pericolosità sociale a 6/9 mesi dal fine pena. Il progetto ha una durata di 12 mesi, un percorso di 600 ore, circa 15 ore settimanali a detenuto, con un indennizzo previsto per la partecipazione.
Superata la fase di presa in carico, tra settembre e ottobre inizierà la fase di orientamento a cui seguirà tra ottobre e luglio 2021 un progetto individualizzato con sostegno alla crescita personale, laboratori esperienziali, visite conoscitive e di studio, formazione specifica e sostegno psicologico, familiare, di diritto civile, penale e del lavoro. Le candidature o le segnalazioni per il progetto Trial vanno presentate entro il 15 agosto, scrivendo all'indirizzo e-mail il
italpress.com, 1 agosto 2020
La Sartoria sociale di Palermo nasce all'interno di un progetto - sostenuto dalla Fondazione Con il Sud - dal nome bellissimo e significativo: "Sartoria sociale: ricucire il territorio".
Logisticamente posizionata all'interno di un bene confiscato nel quartiere Malaspina di Palermo, la Sartoria coinvolge nella sua attività persone in difficoltà che vengono segnalate dai servizi sociali o dai giudici per l'attivazione di percorsi alternativi al carcere. Ha anche un laboratorio di cucito presso la Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo. Ne parliamo con Rossella Failla, responsabile comunicazione.
Come nasce la Sartoria Sociale e che obiettivi si è posta?
La "Sartoria Sociale", impresa nel campo del riciclo tessile e sartoriale, nasce nel 2012 nell'ambito della cooperativa Al Revés attiva dal 2012 nel lavoro sociale. È stata inizialmente avviata in autofinanziamento e dalla sua nascita ha già accolto, formato e seguito oltre 150 persone tra cui detenuti, immigrati, utenti di servizi della salute mentale, donne in difficoltà, giovani adulti, tossicodipendenti e adulti e minori con provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria. Collabora con servizi pubblici, di privato sociale ed aziende del Comune ed ha sviluppato laboratori di avvio agli elementi sartoriali con ragazzi down e nei quartieri popolari in collaborazione con realtà associative. Opera attraverso la predisposizione di piani di auto imprenditorialità personalizzati in base al soggetto svantaggiato preso in carico e tende ad offrire prodotti che provengano da processi di cambiamento (vendita di abbigliamento usato rivitalizzato, restyling e upstyling di abiti e accessori, critical fashion, merchandising, arte tessile d'arredo, bomboniere). A ciò aggiunge la fornitura di servizi che riguardino il campo del cucito e dell'abbigliamento tra cui corsi di cucito, di riciclo creativo, servizi sartoriali, stireria.
Al Revés propone un'esperienza di lavoro fondata sul "ciclo di comunità", cioè su un percorso di educazione al lavoro che coinvolge diverse persone e che si basa sulla condivisione di competenze ed esperienze. Ciascuno viene inserito nell'ambito più consono, in cui possa essere responsabilizzato e valorizzato per le sue abilità. Il processo creativo è sempre frutto di inclusione sociale e di un confronto disomogeneo tra persone con diverse abilità e competenze, e che coinvolge anche il cliente in processi di autoproduzione. La creatività per noi è anche uno strumento di crescita interiore, sociale e umana, quindi ognuno dei collaboratori, volontari e soci della cooperativa viene interpellato nelle decisioni relative alla produzione. Tra le produzioni più attuali indichiamo la linea di borse si chiama Curvy Bags, che abbiamo realizzato in 8 fantasie differenti ispirandoci ai colori, ai paesaggi e alle geometrie della Sicilia.Due di questi modelli vengono realizzati con tessuti di pregio di antichi copriletti siciliani con un richiamo forte alla Sicilia non fantastico ma nell'origine stessa del tessuto.
Un'altra collezione di cui andiamo molto fieri - aggiunge - soprattutto per il messaggio che veicola, è Made In Mediterraneo che abbiamo presentato anche alla Milano Design Week 2019: borse e borsoni in patchwork di jeans con inserti in wax africano. L'idea creativa è ispirata al valore dell'interculturalità e al Mediterraneo come crocevia di popoli. Le increspature blu del jeans si fondono alle calde geometrie degli inserti in wax africano. Un viavai di colori nel mosaico dei popoli'.
Chi sono i partners del progetto?
L'Accademia di Belle Arti di Palermo, la Fondazione Progetto Legalità, il Consorzio ARCAsono i partner mentre la Fondazione con il Sud sostiene il progetto dal 2017 e ciò ci sta permettendo di portare avanti tante collaborazioni professionali e tanti progetti, dalle attività di comunicazione e web marketing alla stampante per tessuti, all'acquisto della motoape...La sfida per noi è quella di diventare auto-sostenibili e per chi fa impresa sociale non è semplice perché abbiamo costi di gestione elevati e dinamiche particolari da tenere in piedi ma ci stiamo impegnando per farlo.
Come avete reagito al lockdown?
Il lockdown ci ha costretti a rimodulare l'attività e ad acquisire di nuovi codici Ateco per la sua prosecuzione dell'attività. Il lavoro sartoriale ha subito una battuta d'arresto e siamo tutti stati impegnati nella produzione di mascherine in stoffa; abbiamo aperto il laboratorio due volte a settimana e abbiamo investito sui social per acquisire nuovi clienti in ambito locale e nazionale. L'impresa sociale non si è fermata: abbiamo donato le nostre mascherine a tanti enti, comunità e persone bisognose, abbiamo distribuito beni di prima necessità in collaborazione con la Caritas presso le abitazioni delle famiglie indigenti e abbiamo continuato ad essere presenti sul territorio nelle modalità consentite. Abbiamo purtroppo dovuto sospendere alcuni tirocini formativi, tutte le attività in presenza e quelle in carcere mentre abbiamo realizzato dei tutorial sulle produzioni artigianali sartoriali per incontrare sui social nuovi contatti e tenere viva l'attività domiciliare dei nostri social addicted. L'attività maggiormente colpita è stata la vendita dell'usato e del vintage, per il quale si è bloccata l'attività di raccolta e rimodulata l'attività di sanificazione con la previsione di utilizzare un nuovo e-commerce. In ambito sociale abbiamo messo in campo molte iniziative compreso l'invio di materiali e di lettere motivazionali alle detenute del laboratorio di cucito del carcere femminile.
Il post pandemia come vi trova?
La ripartenza è complicata, ci stiamo impegnando nel fund-raising e stiamo progettando nuove iniziative di marketing e di servizi di prossimità. E' stata necessaria anche una rimodulazione degli spazi per rispettare il distanziamento sociale. Gli eventi di vendita - mercatini, fiere, ecc.- programmati sono stati tutti annullati e si è fatto fronte alla gestione del personale grazie al supporto della Fondazione Con il Sud che ha permesso di proseguire le attività progettuali concernenti le normative vigenti. attualmente stiamo facendo un grande sforzo imprenditoriale e di investimento avviando nuove linee imprenditoriali tra cui la stampa su tessuto e la produzione di t-shirt grazie all'acquisto di una stampante tessile e la vendita mobile e di prossimità con l'acquisto di una Moto Ape per ampliare il mercato all'ambito turistico. All'orizzonte vediamo però grosse difficoltà di sviluppo a causa della crisi economica incombente con rischi per la copertura dei costi di gestione delle attività e delle risorse umane.
Avete sviluppato l'ecommerce?
È proprio una delle azioni previste nel progetto sostenuto dalla Fondazione Con il Sud e recentemente abbiamo riprogettato il nostro sito. Non è stato facile scegliere la struttura migliore per l'e-commerce e decidere la suddivisione delle categorie-prodotto da adottare perchè la Sartoria Sociale è una realtà complessa anche per l'offerta commerciale, che include prodotti realizzati da noi, capi di seconda mano, capi vintage, capi donati da privati e da negozi. Finalmente siamo giunti ad una versione che ci soddisfa.
Come vanno i vostri laboratori?
I nostri laboratori hanno sempre riscosso un buon successo, soprattutto quelli di livello base. Molte persone possiedono la macchina da cucire ma non sanno utilizzarla e quindi tutte le volte che organizziamo un corso di livello base (tenuto dalla nostra sarta Aurora) abbiamo sempre diverse richieste. Le persone apprezzano moltissimo il fatto di seguire il corso in un ambiente in cui si respira a pieni polmoni l'atmosfera sartoriale In questo periodo chiaramente abbiamo dovuto interrompere qualsiasi attività e ridurre il numero dei partecipanti per garantire il distanziamento sociale. Ci auguriamo di ritornare presto a regime perché la promozione dell'artigianato tessile è una delle attività che portiamo avanti con maggior successo.
Ci sono persone che hanno poi proseguito l'attività lavorativa appresa con voi?
"Smettila di frignare e prendi una decisione". Ciascuno è responsabile della propria esistenza, e, quindi, della propria felicità; ciascuno ha in sé il potere del proprio cambiamento. Questa Directory muove le fila di tutta la nostra Impresa: Accogliamo persone ai margini di sé stesse e della società, offrendo un'opportunità per sostenere un cambiamento di direzione della propria esistenza. Al Revès, il nome della nostra cooperativa, significa "Al contrario", sta ad indicare l'inversione di tendenza, il punto di vista diverso da cui osservare sé stessi, la persona, il prodotto e l'offerta di servizi dell'impresa stessa. Una sfida con sé stessi. Una sfida col mercato. Siamo da sempre una impresa di transizione seguiamo le persone verso nuove e migliori occasioni, quasi tutti dopo di noi si inseriscono in nuove esperienze lavorative a volte individuate anche da noi o realizzano nuove esperienze in tirocini formativi per i quali individuiamo le aziende ospitanti che possono offrire una esperienza sostenibile per il tipo di problematiche connesse alla persona. Uno dei nostri motti più significativi è "Siamo Tutti EX di qualcosa": nella nostra singolarità irripetibile, tutti proveniamo da una storia, tutti siamo lo "scarto" o il "residuo" di ciò che ci è appartenuto o a cui siamo appartenuti.
primabergamo.it, 1 agosto 2020
L'iniziativa si colloca nell'ambito del Bando sull'Area Penale adulti sottoscritto il 30 aprile dalla casa circondariale, Comune, Ambiti Distrettuali, Fondazioni, Caritas e numerosi altri Enti del settore.
Orientamento lavorativo, acquisizione di un'autonomia individuale e, infine, un graduale reinserimento sociale delle persone sottoposte a misure detentive. Sono, in sintesi, gli obiettivi che si pone il progetto "In & Out" nell'ambito del Bando sull'Area Penale adulti, previsto nel protocollo d'intesa sottoscritto il 30 aprile da Consiglio di rappresentanza dei sindaci, l'Ats, la Casa circondariale e l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Bergamo, insieme all'associazione Carcere e Territorio, la Caritas, Fondazione della Comunità Bergamasca, Fondazione Azzanelli Cedrelli, Fondazione Istituti Educativi e Fondazione Mia.
Attualmente il bando dispone di 150mila euro così suddivisi: Consiglio di rappresentanza dei sindaci e Ambiti 30mila euro; Fondazione della Comunità Bergamasca 60mila euro; Caritas 30mila euro; Fondazione Istituti Educativi 25mila euro; Fondazione Azzanelli Cedrelli Celati e per la Salute dei Fanciulli 5mila euro. A questa somma si aggiungono ulteriori 30mila euro finanziati dalla Fondazione Mia.
"Il bando rappresenta la fase conclusiva di un percorso innovativo che ha visto la partecipazione corale di tutti i soggetti coinvolti nell'opera di risocializzazione delle persone in esecuzione penale. - spiega l'assessore alle politiche sociali e presidente del Consiglio di rappresentanza dei sindaci Marcella Messina - Grazie a quest'importante esperienza messa in campo da soggetti pubblici e privati sarà possibile superare la frammentazione degli interventi, spesso causa di inefficacia delle politiche a sostegno delle fasce più fragili, e raggiungere con maggiore determinazione ciò che ci siamo prefissi".
Stando ai dati aggiornati al 30 aprile, nel carcere di Bergamo sono detenute 413 persone: 379 maschi e 34 donne. Di questi, 221 sono di origine straniera. Le persone con problemi di tossicodipendenza rappresentano il 50 per cento di tutta la popolazione carceraria e, infine, un quinto dei detenuti è senza dimora.
"Il protocollo d'intesa rappresenta l'auspicata evoluzione della collaborazione tra l'Istituto penitenziario di Bergamo e i firmatari che, a vario titolo, operano nel settore dell'esecuzione penale per adulti - prosegue il direttore del carcere Teresa Mazzotta -. Si tratta di una vera e propria galassia di attori che, per la loro specificità, professionalità e competenza garantiscono importanti progettualità rivolte alla rieducazione del condannato, come prescrive l'articolo 27 della Costituzione".
Nello specifico, il bando ha come obiettivo la realizzazione di azioni per l'inclusione sociale, abitativa e lavorativa dei detenuti attraverso quattro settori d'intervento: accoglienza e inserimento abitativo attraverso percorsi individuali protetti; accompagnamento e inserimento lavorativo; sostegno alle reti familiari e relazionali di persone in esecuzione penale che hanno figli minori; e, infine, attività interne al carcere quali progetti socio educativi, lavorativi, sportivi, culturali e musicali.
"L'assessore Messina ha portato a sintesi l'impegno di diverse Fondazioni, del Comune, della Caritas Diocesana e di altri Enti che da anni sostengono questi progetti realizzati dall'associazione Carcere e Territorio - aggiunge il presidente dell'associazione Fausto Gritti. Capofila del progetto "In & Out" è la Fondazione Opera Bonomelli e il finanziamento ottenuto consentirà per il 2020 la tenuta di un'esperienza decennale insostituibile".
Tra i partner progettuali: Fondazione Opera Bonomelli (capofila), Comitato Carcere e Territorio, associazione Consorzio Mestieri Lombardia, Csa Coesi centro servizi di riferimento di Confcooperative Bergamo, la casa Circondariale di Bergamo, la Cooperativa Ruah, la Fondazione Calepio e l'Ambito di Bergamo.
di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 1 agosto 2020
Sui fatti di Piacenza si sono spese molte parole in questi giorni. Il caso è grave e suscita per forza allarme e indignazione. Si è molto discusso dei limiti della catena di comando che, dentro l'Arma, avrebbe dovuto vigilare e sorvegliare i comportamenti dei militari della Stazione Levante. Certo, si è detto, in fondo è solo una delle 4.700 caserme dislocate in tutta Italia, ma è anche l'unica a essere posta sotto sequestro dalla magistratura.
Il sequestro non è cosa meno grave degli arresti di tanti carabinieri e nell'immaginario almanacco dei brutti ricordi di piazza Ungheria questa misura avrà un posto a parte. Tanto brucia la ferita che l'Arma ha piazzato una stazione mobile davanti l'ingresso della Levante che appare in tutti i filmati, quasi a stizzosa replica della propria presenza in quel quartiere. Le manette non sono, purtroppo, un precedente nei ranghi della Benemerita, ma il sequestro di una caserma, ossia di un plesso di polizia e al contempo di un presidio militare (l'Arma è dal 2000 la quarta forza armata della Difesa), è da annotare con la penna rossa e blu per il vertice dell'Arma.
Tra le tante cose che si sono dette in questi giorni c'è anche l'idea che i carabinieri della Levante si siano dati un gran daffare per portare a segno dozzine e dozzine di arresti, sequestrare droga, acquisire informatori, e così conquistare benemerenze ed encomi. Qualche ufficiale, si dice, a dispetto di ogni prudenza e cautela, avrebbe persino incitato i propri uomini alle manette facili per avere anche lui un qualche ritorno nella propria carriera.
Su questo, a occhio e croce, tutti sembrano d'accordo, anche quanti hanno gridato al linciaggio sui carabinieri e hanno invitato a moderazione. Se non fosse. Se non fosse per un sottile e insidioso dubbio che traversa la mente e merita una risposta. C'è legittimamente da chiedersi se della cifra anomala di tutti questi arresti e di tutti questi sequestri la Procura della Repubblica di Piacenza si fosse mai accorta. Se, negli anni, la magistratura inquirente si fosse mai insospettita per l'insolita (in una piccola città) frenetica attività investigativa di una minuscola stazione a detrimento dei reparti dell'Arma delegati a questo genere d'indagini. Si badi bene: non si parla del valoroso procuratore, giunto in città da pochissimo tempo e che sta gestendo la vicenda con grande professionalità; e neppure di questa o di quella toga. Sia chiaro. La corporazione è suscettibile ed è bene non irritarla.
C'è piuttosto da chiedersi se di questo via vai di manette si fosse reso conto l'anonimo e impersonale ufficio del pubblico ministero; quello cui la polizia giudiziaria presenta ogni giorno la lista degli arrestati e dei fermati per ottenere la convalida del provvedimento di polizia; il pubblico ministero che la polizia giudiziaria chiama anche di notte per avere istruzioni su come procedere nella flagranza di un reato; il pubblico ministero cui compete disporre la liberazione immediata dell'arrestato se ritiene che non sussistano elementi che ne giustifichino la restrizione personale; il pubblico ministero che deve vigilare sull'operato della polizia giudiziaria e verificare che non vengano commessi arresti illegali (che sono un reato grave); il pubblico ministero che (come nel caso Cucchi) dovrebbe accorgersi se una persona in manette è stata malmenata o, peggio ancora, torturata; il pubblico ministero cui avrebbero dovuto rivolgersi fiduciose le vittime di tanti soprusi a Piacenza e non lo hanno fatto. Ecco, in tutto questo mattatoio processuale e non solo, in questa pubblicizzata Gomorra a parti invertite, c'è da chiedersi perché l'indagine sia stata avviata, come pare, praticamente solo per le dichiarazioni rese da un altro carabiniere.
Tenere totalmente all'oscuro l'Arma piacentina delle indagini in corso è stata certamente una scelta dolorosa e difficile. La decapitazione dei vertici dei carabinieri in città è, anche, la risposta a questa vistosa mancanza di fiducia e un prezzo duro per un'istituzione che serve la Nazione da oltre due secoli. Però esiste un'altra, non meno potente ed efficiente, catena di comando ed è quella che vede al suo vertice il pubblico ministero che, nel codice di procedura penale, esercita funzioni e compiti di vigilanza ben più cogenti e penetranti di quelli di un ufficiale dell'Arma. Ecco, ed è solo una domanda, che sarebbe indispensabile che si faccia chiarezza anche sull'altra metà della luna, su quella zona rimasta in ombra solo perché è ora intervenuta con la dovuta asprezza e severità dinanzi a una situazione difficile e grave come quella della Levante. Tuttavia, sarà facile per gli indagati sostenere che tutti gli arresti sono stati convalidati, che il pubblico ministero non mai hai eccepito o sollevato dubbi di sorta, che tutto il loro operato - passato al setaccio decisivo e insostituibile dell'autorità giudiziaria - è risultato esente da censure.
Uno screening sugli arresti o sui fermi operati da quei carabinieri sarebbe indispensabile anche solo per comprendere (come nel caso Cucchi) dove la catena di controllo s'è spezzata, dove i doveri di vigilanza sono rimasti sopiti, e non solo in caserma. Il pubblico ministero esercita un ruolo decisivo, come noto, a presidio della libertà e dell'incolumità delle persone in vincoli poiché ha tutti gli strumenti per prevenire, contenere e reprimere gli abusi. Non accadrà nulla, ovviamente, ed è probabile che nessuna verifica verrà mai svolta, ma questo non sarebbe altro che l'ennesimo argomento a favore di chi sostiene che il pubblico ministero si stia riducendo da tempo al ruolo di nudo avvocato della polizia e che, per questo, non debba più condividere con i giudici l'appartenenza a un medesimo ordine di giustizia e di terzietà.
Un giorno tanti anni or sono un giovane giudice, in sede di convalida dell'arresto, notò un'ecchimosi sull'occhio del detenuto che interrogava e solo con tante insistenze e rassicurazioni riuscì a farsi dire che non era né caduto né inciampato, ma che aveva beccato una raffica di pugni dai poliziotti che lo avevano ammanettato. Quel giudice avvisò l'ancor più giovane pubblico ministero che, incurante dei più o meno bonari consigli del suo procuratore che lo invitava alla prudenza e paventava orribili calunnie, fece processare gli aguzzini. Non ci fu bisogno di alcun pentito in divisa.
di Giuseppe Pagano
dire.it, 1 agosto 2020
Oggi esce il video del brano finalista a "Voci per la libertà" di Amnesty. "Io sono te non e' solo una mia canzone. Forse non e' nemmeno solo una canzone. Sono dei versi in musica che hanno tante mani". Cosi' la cantautrice Assia Fiorillo sintetizza la storia che si cela dietro "Io sono te", brano che oggi diventa anche un videoclip realizzato negli spazi del Museo Madre di Napoli.
"Io sono te" e' un pezzo che ha il sapore della liberta' negata, della speranza, della vita che troppo spesso ci travolge e non si sceglie, "e' la vita - racconta Assia - delle detenute delle carceri di Fuorni e Pozzuoli che ho frequentato per un anno durante le riprese del documentario 'Caine' (Rai3). Durante questo percorso - spiega - ho sollecitato le ragazze a scrivere o a buttare fuori emozioni e sentimenti. Insieme con la giornalista autrice del documentario, Amalia De Simone, abbiamo messo insieme i loro pensieri, costruendo un testo che rappresentasse sia loro che noi e comunque tutto quello che stavamo vivendo".
In "Io sono te" c'e' tutto il mondo che i piu' non vogliono vedere, c'e' il carcere che cela le storie di esseri umani spesso dimenticati e regalati troppo spesso ad essere solo numeri di fredde statistiche, c'e' il male e il pentimento, c'e' la vita criminale ma anche l'amore, c'e' la lontananza e la solitudine, c'e' la rabbia e la voglia di riscatto, c'e' l'errore, che puo' toccare a chiunque commettere, e la voglia di riscrivere la propria storia. Nel videoclip, oltre alla cantautrice, ci sono alcune donne conosciute in carcere e poi c'e' Titti Pantaleno, una ragazzina che Assia ha conosciuto alla Fondazione Famiglia di Maria di San Giovanni a Teduccio, nella periferia est di Napoli, dove tanti giovanissimi trovano opportunita' di riscatto. "Io sono te" e' finalista al contest musicale di Amnesty International "Voci per la liberta'", evento che prende il via oggi per concludersi il 2 agosto, e sara' inserito in un disco di dieci brani in uscita ad ottobre e che segna il debutto come cantautrice di Assia Fiorillo, gia' frontwoman delle Mujeres Creando e parte del collettivo Terroni Uniti.
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