di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 3 agosto 2020
Dalla Calabria alla Sicilia il progetto afferma il diritto all'infanzia. Tra i cinquanta e i sessanta minori strappati alla 'ndrangheta dal 2013 ad oggi grazie anche al coraggio, in una buona metà dei casi, di mogli e madri che hanno detto il loro no a quella forma di criminalità organizzata che più di ogni altra si fonda proprio sul vincolo familiare.
di Andrea Magagnoli
Italia Oggi, 3 agosto 2020
Esclusa la facoltà di ammissione alla messa in prova. Al finalismo rieducativo della pena si abbina l'obbligo di favorire lo sviluppo della personalità del minorenne. Valida la norma che esclude la facoltà per il giudice di ammettere il minore alla messa in prova nel corso delle indagini preliminari. L'art. 28, dpr. n. 488/1988 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni) che esclude per il giudice la facoltà di ammettere il minore alla messa in prova nel corso delle indagini preliminari è conforme alla Costituzione.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 3 agosto 2020
L'anniversario e la nuova inchiesta. Pier Paolo Pasolini scriveva: "Io so.. io so i nomi dei responsabili... della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia... ma non ho le prove". Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi.
Come ricorda la Camera del Lavoro di Bologna è indimenticabile l'immagine del presidente Sandro Pertini, accorso nel 1980 tra le macerie della strage del 2 agosto, che piangendo disse: "Siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia". Dopo 40 anni l'immagine del presidente Mattarella che incontra i parenti delle vittime della strage della stazione di Bologna rappresenta in modo paradigmatico l'anomalia democratica vissuta dall'Italia nel suo primo trentennio di vita democratica.
In nessun paese d'Europa, infatti, si è mai vista una scena simile: le associazioni dei familiari delle vittime di una "strage di Stato" che incontrano il capo dello Stato anch'egli con un fratello ucciso dal terrorismo. La strage di Bologna segna un punto di congiunzione, un architrave di vicende storiche centrali per la vita del Paese.
Essa connette, attraverso personaggi di spicco del terrorismo neofascista, degli apparati di forza dello Stato e delle organizzazioni eversive come la P2, la prima fase della strategia della tensione, nell'arco di tempo che va dal 12 dicembre 1969 fino all'attentato sul treno Italicus del 4 agosto 1974 alla delicata e drammatica transizione dell'Italia nella fase post-Guerra Fredda.
Nell'ultima inchiesta della magistratura, infatti, i rinvii a giudizio coinvolgono, tra gli altri, da un lato Paolo Bellini, ex fascista di Avanguardia Nazionale, reo confesso dell'assassinio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile e poi implicato nelle cupe vicende delle stragi di mafia del 1992-93 che lo videro a contatto con il boss Antonino Gioè in Sicilia; dall'altro Domenico Catracchia, amministratore degli immobili di proprietà dei servizi segreti di via Gradoli a Roma dove nel 1978 (in pieno sequestro Moro) le Brigate Rosse avevano costituito la loro base operativa ed in cui poi nel 1981 trovarono alloggio esponenti dei gruppi fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, condannati per la strage alla stazione del 2 agosto 1980. Le accuse per coloro che vengono considerati i mandanti della strage di Bologna, se confermate, chiamano in causa gli apparati dello Stato e soprattutto quella classe dirigente di governo dell'epoca.
Che con esponenti come Federico Umberto D'Amato, Licio Gelli, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza e Giuseppe Santovito ha "fatto politica" per decenni in chiave anticomunista e contro la Costituzione della Repubblica.
La condanna del gennaio 2020 dell'esponente dei Nar Gilberto Cavallini, aggiungendosi a quelle definitive di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, conferma non solo la sostanza della pista nera ma apre scenari finalmente importanti sulle responsabilità di più alto livello istituzionale che permisero ai neofascisti di colpire di nuovo il cuore democratico del Paese.
È questo il punto centrale, oltre che alla individuazione degli esecutori materiali, in cui si concentra il nodo storico-politico intorno alla strage di quarant'anni fa che si colloca in quel peculiare contesto italiano descritto senza mezzi termini dall'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, il generale Mario Arpino che di fronte ad una commissione parlamentare dichiarò: "Piaccia o non piaccia, ancora negli anni Ottanta, per noi un terzo del Parlamento italiano era il nemico".
Il progressivo approfondirsi di ricerca storica e indagini giudiziarie segnano in questo modo il venir meno di ogni ipotesi "alternativa" come la cosiddetta "pista internazionale" alimentata in primis da articoli di quel Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese e poi senatore del Msi, che oggi viene indicato dalla Procura come uno dei mandanti-organizzatori dell'attentato e poi dal depistaggio tentato nel 1981 (la "operazione terrore sui treni") per il quale sono stati condannati in via definitiva Gelli, Musumeci, Belmonte e Pazienza.
Una falsa pista mirante ad attribuire le paternità della strage ad un "anello debole" che sia l'ex leader libico Gheddafi, ormai morto, o gruppi palestinesi, oggi politicamente isolati - dimenticando chissà perché di chiamarla casomai "pista del Mossad", visto il fatto, come ha ben raccontato Eric Salerno, che in quegli anni l'Italia diventa la "base operativa" di quel servizio segreto.
Comunque una pista estera funzionale ad una campagna volta ad affrancare dalle responsabilità di quella stagione, grazie ad una mescolanza di omissioni, oblii pubblici e convenienze politiche, non solo gli esecutori materiali ma soprattutto quei settori niente affatto marginali della società italiana delle classi dirigenti, militari e proprietarie responsabili del tradimento della Repubblica. Pier Paolo Pasolini scriveva: "Io so... io so i nomi dei responsabili... della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia... ma non ho le prove". Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 3 agosto 2020
Cassazione -Sezione III penale- Sentenza 16 giugno 2020 n. 18297. È abnorme, in quanto determina una indebita regressione del procedimento, l'ordinanza del giudice dell'udienza preliminare che, investito di richiesta di rinvio a giudizio, disponga la restituzione degli atti al pubblico ministero sull'erroneo presupposto che debba procedersi con citazione diretta a giudizio. Infatti, il provvedimento - pur in astratto frutto di un potere conferito dalla legge al giudice - determina uno "stallo" del procedimento, dovendo, altrimenti, il pubblico ministero porre in essere un atto viziato da nullità, vale a dire l'esercizio dell'azione penale con citazione diretta a giudizio per un reato che prevede la celebrazione dell'udienza preliminare. Così la sezione terza penale della Cassazione con la sentenza 16 giugno 2020 n. 18297.
In termini, sezione V, 19 aprile 2016, Branca, nonché sezione III, 18 settembre 2014, Longhi. La Corte argomenta l'abnormità del provvedimento sul rilievo che questo - pur in astratto frutto di un potere conferito dalla legge al giudice - determina uno "stallo" del procedimento, dovendo, altrimenti, il pubblico ministero porre in essere un atto viziato da nullità, vale a dire l'esercizio dell'azione penale con citazione diretta a giudizio per un reato che prevede la celebrazione dell'udienza preliminare. Su argomento analogo, la Cassazione ha parimenti ritenuto abnorme il provvedimento con cui il giudice dell'udienza preliminare, investito della richiesta di rinvio a giudizio [nella specie in ordine al reato di cui all'articolo 73 del Dpr 9 ottobre 1990 n. 309], modifichi l'imputazione elevata dal pubblico ministero (nella specie, ritenendo ravvisabile il reato di cui al comma 5 del citato articolo 73, per il quale si doveva procedere a citazione diretta), disponendo la restituzione degli atti a quest'ultimo, perché proceda a citazione diretta (sezione IV, 22 maggio 2018, Procura della Repubblica Tribunale Napoli in procedura Angri; si veda. anche sezione V, 10 luglio 2008, Pm in processo Ragazzoni, nonché, sezione V, 22 febbraio 2012, Pm in proc. De Cicco).
A supporto, in tale occasione, la Cassazione ha evidenziato che è pur vero che l'articolo 33-sexies del Cpp consente al giudice dell'udienza preliminare, che ritenga che per il reato debba procedersi con citazione diretta a giudizio, di trasmettere con ordinanza gli atti al pubblico ministero per l'emissione del decreto di citazione ex articolo 552 del Cpp. Tuttavia, il giudice deve restare nell'ambito dell'imputazione formulata dal pubblico ministero, non potendo, ai fini dell'adozione del provvedimento ex articolo 33-sexies del Cpp, modificare i termini fattuali dell'imputazione. In definitiva, secondo il ragionamento della Corte di legittimità, l'articolo 33-sexies del Cpp presuppone un'erronea formulazione della richiesta di rinvio a giudizio in relazione al reato così come contestato dal pubblico ministero e non trova invece applicazione allorché il fatto-reato venga riqualificato autonomamente dal giudice dell'udienza preliminare.
Per l'effetto, il giudice, nel caso in cui ritenga l'imputazione formulata in modo non corretto o infondata, può procedere alla sua modifica provvedendo ad una riduzione dell'imputazione o ad un proscioglimento dell'imputato ma a tali esiti può pervenire esclusivamente seguendo i percorsi previsti dagli articoli 429 o 425 del Cpp e non già quello delineato dall'articolo 33-sexies del Cpp.
Mentre laddove procedesse erroneamente restituendo gli atti al pubblico ministero, l'abnormità del provvedimento deriverebbe dal fatto che un tale modus procedendi determinerebbe una stasi processuale, perché il pubblico ministero, che dovrebbe attenersi alla indicazione del giudice, non potrebbe più elevare l'imputazione ritenuta più corretta in base ai dati fattuali a disposizione, con inevitabile stallo del procedimento.
La Nuova Venezia, 3 agosto 2020
"Il carcere femminile di Venezia Giudecca ha fatto il suo tempo. È ora di pensare una buona volta ad una struttura idonea, funzionale ed in terraferma. Investire massicciamente su un edificio vecchio e con limiti evidenti sul piano della sicurezza e della logistica è anacronistico e oltremodo dispendioso per i cittadini".
Lo hanno detto i deputati veneziani della Lega Giorgia Andreuzza, Alex Bazzaro e Sergio Vallotto durante la conferenza stampa a margine della visita istituzionale alla Casa Reclusione Donne di Venezia Giudecca su iniziativa della segreteria regionale dell'Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria del Triveneto per verificare le condizioni di igiene, salubrità e sicurezza degli ambienti e luoghi di lavoro del personale anche alla luce dell'emergenza sanitaria.
"Alle donne a gli uomini in divisa che ogni giorno vi lavorano occorre garantire sicurezza - hanno sottolineato gli esponenti leghisti - C'è un evidente problema per l'incolumità del personale, con le detenute a contatto diretto con le donne della polizia carceraria. Per il personale della polizia carceraria, inoltre, raggiungere il luogo di lavoro è a dir poco difficoltoso, tant'è che molte candidate al ruolo optano per altre sedi".
"È ora di adottare provvedimenti concreti. L'acqua alta ha evidenziato le difficoltà di mantenere in laguna un edificio storico e sottoposto a vincoli della Sovraintendenza - proseguono i deputati leghisti ne loro intervento dopo la visita dei giorni scorsi nel carcere della Giudecca - Già nel 2012 la Lega si era battuta per lo spostamento in terraferma della struttura penitenziaria, ma l'amministrazione di sinistra bocciò la proposta. Questi sono i risultati".
Il Sole 24 Ore, 3 agosto 2020
Pena - Determinazione - Pena al di sotto della media edittale - Motivazione specifica in ordine ai criteri adottati - Necessità - Esclusione. In tema di determinazione della pena, nel caso in cui venga irrogata una pena al di sotto della media edittale, non è necessaria una specifica e dettagliata motivazione da parte del giudice, essendo sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all'art. 133 cod. pen.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 22 luglio 2020 n. 21939.
Pena - Determinazione - Pena inferiore alla media edittale - Motivazione specifica in ordine ai criteri adottati - Necessità - Esclusione - Metodo di calcolo. Non è necessaria una specifica e dettagliata motivazione del giudice nel caso in cui venga applicata una pena al di sotto della media edittale che deve essere calcolata non dimezzando il massimo edittale previsto per il reato, ma dividendo per due il numero di mesi o anni che separano il minimo dal massimo edittale e aggiungendo il risultato così ottenuto al minimo.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 9 luglio 2019 n. 29968.
Reato - Reato continuato - In genere - Pena base nella misura edittale - Aumento esiguo per la continuazione - Necessità di motivazione esplicita - Esclusione - Ragioni. In tema di reato continuato, nel caso in cui il giudice, inflitta la pena nella misura minima edittale, l'abbia aumentata per la continuazione in modo esiguo, non è tenuto a giustificare con motivazione esplicita il suo operato, sia perché deve escludersi che abbia abusato del potere discrezionale conferitogli dall'art. 132 cod. pen., sia perché deve ritenersi che egli abbia implicitamente valutato gli elementi obbiettivi e subiettivi del reato risultanti dal contesto complessivo della sua decisione.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 5 giugno 2018 n. 24979.
Pena - Determinazione - Graduazione degli aumenti e delle diminuzioni previsti per le circostanze - Discrezionalità del giudice di merito - Obbligo di motivazione - Contenuto. La graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti e alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale, per assolvere al relativo obbligo di motivazione, è sufficiente che dia conto dell'impiego dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. con espressioni del tipo: "pena congrua", "pena equa" o "congruo aumento", come pure con il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere, essendo, invece, necessaria una specifica e dettagliata spiegazione del ragionamento seguito soltanto quando la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 21 luglio 2017 n. 36104.
Pena - Determinazione - Graduazione degli aumenti e delle diminuzioni previsti per le circostanze - Discrezionalità del giudice di merito - Criteri - Sindacato di legittimità - Limiti. La graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti e alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti e attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da sufficiente motivazione.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 4 febbraio 2014 n. 5582.
Pena - Applicazione - Potere discrezionale del giudice: limiti - Pena alternativa - Applicazione della pena pecuniaria in misura prossima al massimo - Motivazione. La sentenza che irroga la pena pecuniaria, in caso di previsione alternativa con la pena detentiva, in misura prossima al massimo edittale, non deve esporre diffusamente le ragioni, essendo sufficiente che dalla motivazione risulti la considerazione conclusiva e determinante in base a cui è stata adottata la decisione.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 16 ottobre 2009 n. 40176.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 3 agosto 2020
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 2 luglio 2020 n. 19890. L'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari non deve essere concettualmente confusa con l'attualità e la concretezza delle condotte criminose, onde il pericolo di reiterazione può essere legittimamente desunto dalle modalità delle condotte contestate, anche nel caso in cui esse siano risalenti nel tempo, ove persistano atteggiamenti sintomaticamente proclivi al delitto e collegamenti con l'ambiente in cui il fatto illecito contestato è maturato. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 2 luglio 2020 n. 19890.
In tema di misure cautelari, il riferimento in ordine al "tempo trascorso dalla commissione del reato", impone al giudice di motivare sotto il profilo della valutazione della pericolosità del soggetto in proporzione diretta al tempo intercorrente tra tale momento e la decisione sulla misura cautelare, giacché a una maggiore distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze cautelari (cfr. sezioni Unite, 24 settembre 2009, Lattanzi).
Per l'effetto, ai fini dell'apprezzamento del rischio di recidiva, è necessario indicare gli elementi concreti sulla base dei quali è possibile affermare che l'indagato/imputato, verificandosene l'occasione, potrà commettere reati della stessa specie, mentre non assolve a tale obbligo la motivazione che valorizzasse il tempo trascorso esclusivamente per scegliere una misura cautelare meno afflittiva (cfr. sezione III, 19 maggio 2015, Sancimino, nonché, sezione IV, 28 marzo 2013, Cerreto).
Ergo, ne deriva che la necessità di uno specifico apprezzamento in punto di "attualità" impone una "motivazione rafforzata", per giustificare positivamente l'esigenza di cautela, in caso di fatto risalente nel tempo. Ciò perché, esemplificando, nella normalità dei casi l'attualità del rischio di recidiva, pur in presenza di un pregiudicato e di un fatto grave, sarebbe difficilmente ipotizzabile nel caso di condotta risalente nel tempo (cfr. sezione VI, 13 ottobre 2010, Brunella: in tema di esigenze cautelari, ai fini dell'apprezzamento del rischio di recidiva, quanto più ci si distacca dal momento di consumazione del reato e dal contesto che lo ha caratterizzato, tanto più è stringente l'esigenza di una motivazione relativa alla permanenza di una concreta ed effettiva attualità del pericolo di reiterazione, idoneo a giustificare la misura cautelare, che consideri anche aspetti differenti e ulteriori rispetto a quelli propri del fatto in sé considerato e tenga conto, in particolare, delle condotte, dei comportamenti e degli eventi successivi).
È in questa ottica che va letto il novum normativo introdotto dalla legge 16 aprile 2015 n. 47, laddove, quanto all'esigenza cautelare del pericolo di fuga e a quella del pericolo di recidiva è stata prevista l'"attualità", oltre che la concretezza del pericolo, non dissimilmente a quanto già previsto per l'esigenza cautelare correlata al pericolo di inquinamento probatorio. Infatti, se la concretezza significa esistenza di elementi "concreti" (cioè non meramente congetturali) sulla cui base possa argomentarsi il rischio cautelare, il requisito dell'attualità impone un ulteriore sforzo motivazionale, risultando necessario che il rischio cautelare si basi su riconosciute "occasioni prossime favorevoli", accreditanti o il rischio della fuga o quello della reiterazione del reato.
È chiaro che tale sforzo motivazione deve essere particolarmente stringente proprio rispetto a vicende risalenti nel tempo; e argomento importante a supporto può rinvenirsi proprio negli elementi qui valorizzati dalla sentenza massimata: acclarata persistenza di atteggiamenti sintomaticamente proclivi al delitto e/o dimostrata esistenza di collegamenti con l'ambiente in cui il fatto illecito contestato è maturato (si veda anche sezione VI, 29 novembre 2017, Desiderato e altri, nonché sezione II, 12 luglio 2019, Scarfò).
di Giuliano Cazzola
Il Riformista, 3 agosto 2020
Sono passati quarant'anni anni da quando, il 2 agosto del 1980, una carica di esplosivo, all'interno di una valigia lasciata nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, fece crollare un'intera ala dell'edifico, investì i passeggeri assiepati sul primo binario e gli avventori del buffet. Erano le 10:25, i morti furono oltre ottanta, più di duecento i feriti.
Il 2 agosto del 1980 ero segretario generale della Cgil dell'Emilia Romagna. Ero stato eletto il 2 maggio di quello stesso anno. Mi pregio di essere stato l'unico socialista dal dopoguerra ad oggi ad aver ricoperto quell'incarico in una regione in cui il Pci governava, dal dopoguerra, praticamente ovunque, spesso con la maggioranza assoluta. Ero tornato a Bologna, in famiglia, all'inizio del 1974 dopo una esperienza alla Fiom di ben nove anni, di cui circa quattro nella segreteria nazionale. Ed ero entrato a far parte della segreteria regionale della confederazione, dove conobbi un grande dirigente sindacale come Giuseppe Caleffi, il cui insegnamento fu molto importante per la mia formazione.
Divenuto prima segretario generale aggiunto, se ben ricordo nel 1978, arrivai al vertice di una organizzazione che aveva più di 800mila iscritti ed era il "granaio" della Cgil. Ricordo quegli anni con orgoglio per il fatto di appartenere ad un'organizzazione che, nonostante l'uso di una sorta di Manuale Cencelli delle correnti, sapeva riconoscere il merito.
Basti pensare che mentre io dirigevo l'Emilia Romagna un altro socialista, Alberto Bellocchio - un carissimo amico - era segretario generale della Lombardia. Mantenni quell'incarico (sostanzialmente ad personam perché dopo venne riconsegnato al comunista Alfiero Grandi) fino al 1985, quando, eletto segretario generale della Federazione dei Chimici (l'acronimo, Filcea, sembrava il nome di una fanciulla), tornai a Roma. Il mio vice era Sergio Cofferati.
Negli undici anni trascorsi nella mia ragione ne capitarono di tutti i colori: la strage del treno Italicus nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974; le sommosse del 1977 dopo l'uccisione dello studente Francesco Lorusso (nel settembre Bologna fu persino teatro di una manifestazione internazionale contro la repressione); la strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 e, per finire con le bombe, l'attentato al Rapido 904, la cosiddetta strage di Natale del 23 dicembre 1984. Poi - sul piano politico - dovetti affrontare, da separato in casa con i compagni comunisti, il tormentone della scala mobile tra il decreto del 1984 e il referendum dell'anno successivo.
Tornando al 2 agosto, quel giorno del destino cadeva di sabato. Io ero agli sgoccioli del mio periodo feriale sulla riviera romagnola. Sarei rientrato il giorno dopo per essere in ufficio il lunedì. La notizia mi raggiunse in spiaggia udendo una signora che la stava attraversando piangendo e gridando: "Hanno messo una bomba. Ci sono tanti morti".
Pensai subito alla mia città; mi precipitai dal bagnino (allora non c'erano i cellulari) e chiesi di telefonare in sede. Mi rispose Adelmo Bastoni, il responsabile organizzativo, un grande compagno modenese, che era già sul posto. Capii dalle sue sommarie informazioni quanto fosse grave la situazione. Sistemate alcune questioni di carattere famigliare (mio figlio aveva 12 anni e doveva essere accudito) rientrai a Bologna in serata.
I giorni immediatamente successivi li impiegai a partecipare ad incontri con le istituzioni, ad organizzare iniziative di protesta, a tirare le fila delle azioni di protesta che il sindacato poteva e doveva promuovere in quel momento. Ricordo soltanto che la domenica sera, insieme con Roberto Alvisi (mio storico collaboratore), incontrai Claudio Sabattini e Francesco Garibaldo, i quali erano in stazione il giorno precedente ed erano scampati miracolosamente all'esplosione.
Parlammo anche della vertenza Fiat - Sabattini era il segretario della Fiom per il settore auto - che era in corso da mesi e che finì nell'autunno dopo 35 giorni di sciopero ad oltranza e lo shock della Marcia dei Quarantamila. Un esito che cambiò la storia del sindacato ed anche la vita di Claudio (a cui fu attribuita l'intera responsabilità di una sconfitta che pure aveva tanti altri padri).
Alcuni giorni dopo si tenne, a Bologna, la prima manifestazione commemorativa in piazza Medaglie d'Oro, a fianco della stazione ferita a morte, a cui mancava un'intera ala.
Parlò Renato Zangheri, allora sindaco della città. Un discorso che andrebbe letto ancora oggi nelle scuole. Ricordo che, alla fine, chiese scusa alle vittime e ai loro parenti, perché le sue "ultime parole non erano di commiato, ma di lotta". Erano tempi fatti così. I politici e i sindacalisti dei nostri giorni hanno sentito scoppiare solo i mortaletti la notte di Capodanno.
di Davide Varì
Il Dubbio, 3 agosto 2020
La presidente del Senato, Casellati: "Basta coi segreti di Stato". "In occasione del quarantesimo anniversario della strage della stazione, che provocò ottantacinque morti e oltre duecento feriti, desidero - a distanza di pochi giorni dalla mia visita a Bologna e dall'incontro nel luogo dell'attentato - riaffermare la vicinanza, la solidarietà e la partecipazione al dolore dei familiari delle vittime e alla città di Bologna, così gravemente colpiti dall'efferato e criminale gesto terroristico. Riaffermando, al contempo, il dovere della memoria, l'esigenza di piena verità e giustizia e la necessità di una instancabile opera di difesa dei principi di libertà e democrazia". A dirlo, in occasione del 40esimo anniversario della Strage di Bologna, è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Durante cerimonia del ricordo della strage del 2 Agosto 1980, celebrata in Piazza Maggiore, sono stati letti ad alta voce i nomi e l'età delle 85 vittime dell'attentato. In piazza un maxischermo ha trasmesso in streaming alle 10 e 25, ora dell'attentato i tre fischi del locomotore che simboleggiano il ricordo della strage, la deposizione di corone in sala d'aspetto, da dove, non più tardi di giovedì scorso ha parlato il presidente della Repubblica, sulla lapide che ricorda le vittime. E poi il minuto di silenzio chiuso dal fragoroso e commosso applauso della gente presente: mille i posti a sedere disponibili in piazza e altrettanti in piedi.
Parcheggiato su un lato della piazza, l'autobus 37 che, la mattina del 2 agosto 1980, trasportò i morti e feriti. Dopo gli interventi in piazza Maggiore, si sono recati in stazione il presidente dell'Associazione tra le vittime, Paolo Bolognesi, la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, il sindaco di Bologna, Virginio Merola e il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini che hanno deposto corone sulla lapide delle vittime.
Casellati: "Basta segreti" - "Basta segreti su Bologna - ha commentato Casellati -. Diamo finalmente risposte ad una città che in questi quarant'anni non si è mai data per vinta, non ha mai smesso di farsi domande e di credere nella strada della giustizia. È tempo di aprire i fascicoli, di toglierli dai cassetti - ha detto ancora Casellati - Bologna non è più soltanto un caso giudiziario: è diventata un argomento storico! E la storia non si scrive con i segreti di Stato, con i silenzi o con gli "omissis". La storia si scrive con l'inchiostro indelebile della verità!". Casellati si è poi chiesta quale memoria vogliamo lasciare alle future generazioni rispondendo: "Non certo una memoria di depistaggi, una memoria di mandanti occulti o di interrogativi non risolti".
Bolognesi: "Finalmente la verità si avvicina" - "Sono passati 40 anni da quel torrido sabato di agosto e finalmente le speranze di ottenere una completa verità sull'episodio più atroce della storia del nostro Paese cominciano a realizzarsi", ha dichiarato Bolognesi nel corso del suo intervento sul palco. "Nel corso dell'ultimo anno, infatti - spiega Bolognesi - nuovi importanti tasselli si sono aggiunti. Il processo per concorso in strage contro il neofascista Gilberto Cavallini non ha portato solo alla sua condanna di primo grado come quarto esecutore materiale, insieme agli altri Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, ma ha anche fatto emergere preziosi elementi che collegano gli attentatori ai Servizi segreti italiani".
"I risultati della maxi-indagine sui mandanti confermano che quel vile attentato fu una bomba nera, pensata dai vertici della P2, eseguita dalla manovalanza fascista dei Nar, protetti da uomini della P2, inseriti nei punti nevralgici dei Servizi segreti", ha aggiunto Bolognesi. "Si voleva colpire Bologna la rossa. Ma nel loro progetto criminale di potere, esecutori e burattinai fecero un solo errore. Non tenere conto della reazione dei cittadini di Bologna".
Su Twitter è arrivato anche il messaggio del premier Giuseppe Conte: "40 anni dalla #StrageDiBologna. Siamo al fianco dei familiari, di chi crede nello Stato, dei magistrati impegnati a squarciare definitivamente il velo che ci separa dalla verità. Lo dobbiamo alle 85 vittime innocenti, lo dobbiamo a noi stessi".
di Alberto D'Argenio
La Repubblica, 3 agosto 2020
La svolta nel semestre tedesco, in sintonia con la Francia: per la prima volta un piano strategico. Nel budget 16 miliardi per sistemi militari e spazio. Sarà il semestre della Difesa europea, quello iniziato il primo luglio con la presidenza di turno tedesca dell'Unione. Su spinta di Germania e Francia, l'Europa per la prima volta si dota di un bilancio comune per le spese militari.
Tra la fine dell'estate e l'autunno, poi, Berlino lancerà lo Strategic Compass continentale con l'obiettivo di identificare entro un paio d'anni le minacce alla sicurezza europea e concentrare le risorse comuni e nazionali sulle spese necessarie a dare loro una risposta. A spingere Merkel e Macron verso una sovranità militare europea il temuto disimpegno dell'America trumpiana dalla Nato, concretizzato dal ritiro di 12 mila soldati dalle basi tedesche, tenendo però sempre conto che ciò che è utile alla costruzione di forze continentali è utile anche all'Alleanza atlantica che gli europei certo non vogliono smantellare.
Nel budget dell'Unione 2021-2027 approvato all'alba del 21 luglio dai leader europei insieme al Recovery Fund, compare una voce di bilancio inedita, specifica per le spese militari: 3 miliardi per la Difesa e 13 miliardi per lo Spazio. Un primo passo importante anche se gli stanziamenti sono dimezzati rispetto a quanto chiedeva la Francia, che puntava fino a 9 miliardi per la Difesa. Anche lo "Schengen militare" è stato corretto al ribasso. Meglio noto come "Mobilità militare" il progetto che dovrebbe facilitare il movimento delle forze armate all'interno dell'Unione è passato dai 6,5 miliardi di euro ipotizzati in un primo tempo a 1,5 miliardi di euro nel compromesso del vertice. Al Fondo europeo per la pace, lanciato dalla precedente Commissione per finanziare le missioni di sicurezza e di difesa comune, andranno 5 miliardi di euro in sette anni rispetto a una prima ipotesi che andava fino a 10,5 miliardi di euro.
Contro il ridimensionamento delle somme alcuni parlamentari ed ex ministri europei si erano mobilitati prima del vertice con un appello per evitare quello che hanno definito un "grave errore strategico". Se è vero che i tagli erano già stati proposti dalla presidenza finlandese, la crisi del Covid ha accelerato la tendenza.
"È profondamente sbagliato perché sappiamo che le minacce già esistenti non sono scomparse e anzi rischiano di aggravarsi" sottolinea Hélène Conway-Mouret, vicepresidente del Senato francese e tra le promotrici dell'appello sottoscritto in Italia anche da Laura Garavini, responsabile Pd alla commissione Difesa e dall'ex ministra Roberta Pinotti. "L'emergenza del Covid aumenterà l'instabilità alla periferia dell'Unione in Paesi con sistemi politici già fragili - spiega Conway-Mouret - e aggrava il confronto tra Stati Uniti e Cina, mentre le istituzioni di governance globale sono denigrate e messe da parte".
Anche se con stanziamenti inferiori a quello che speravano alcuni, l'Europa della Difesa entra finalmente nel vivo. Per accedere ai fondi, serviranno progetti industriali che comprendano almeno tre soggetti provenienti da tre partner Ue differenti. L'obiettivo di Bruxelles è il superamento della frammentazione delle forze armate del continente con lo sviluppo di una di capacità comuni armonizzate, senza doppioni e sprechi, alla ricerca di una autonomia strategica della Ue. Insomma, si parte da ricerca e competitività dell'industria europea per arrivare a forza armate dei vari stati membri perfettamente interconnesse e complementari tra loro. Appunto, la nascita della Difesa europea. Le incognite sono molte basta vedere gli ostacoli che ha dovuto superare il primo embrione di difesa europea, quello lanciato nel 2017 e ufficializzato con il trattato di Aix-la-Chapelle firmato da Merkel e Macron nel 2019.
Lo sviluppo di uno due progetti pilota (Fcas, Future Combat Air System), che in prospettiva vuole creare una piattaforma militare di comunicazione integrata, tra caccia, satelliti, missili e droni, al quale si è aggiunta la Spagna, è stato a lungo bloccato dalla rivalità tra i vari protagonisti industriali, tra cui il colosso francese Dassault e la componente militare di Airbus in cui i tedeschi hanno un peso rilevante. Ulteriore ritardo è stato causato dalle reticenze nel Bundestag ad approvare le varie tranche di finanziamento.
Alla difficoltà di trovare compromessi tra Parigi e Berlino - si pensi anche all'embargo deciso dalla Germania sulla vendita di armi verso l'Arabia saudita - si sono aggiunti i problemi legati all'altro progetto pilota dell'accordo franco-tedesco, lo sviluppo del "tank del futuro" oggetto di tensioni tra costruttori come il gruppo Rheinmetall e Knds, la joint venture tra il tedesco Krauss Maffei Wegmann e il francese Nexter. Intanto, fuori dallo schema franco-tedesco, avanza il progetto europeo rivale al Fcas, il Tempest a cui partecipano Regno Unito, Italia e Svezia. "Credo che sarebbe logico accordarsi per evitare che in futuro l'Europa si ritrovi con due piattaforme concorrenti", commenta la senatrice francese Conway-Mouret.
Nel nuovo piano europeo quello industriale sarà il primo passo verso la creazione di una vera sovranità militare continentale. Premessa fondamentale affinché questo accada, il salto politico con lo "Strategic Compass". Sarà lanciato a breve dal governo tedesco in quanto presidente di turno dell'Unione e coinvolgerà istituzioni e capitali per identificare tutti insieme le minacce e le sfide strategiche alle quali l'Unione dovrà dare risposta.
Ciò che ne conseguirà sarà la definizione della priorità dei progetti e delle iniziative sulle quali far convergere le risorse del nuovo bilancio per la Difesa Ue. Anche sullo "Strategic Compass" si addensano ombre. L'urgenza di creare "un'autonomia strategica europea", secondo le parole di Macron, potrebbe svanire in caso di un cambio alla Casa Bianca nel prossimo novembre. "La finestra di opportunità aperta con la presidenza di Trump potrebbe allora richiudersi", teme il senatore francese Jean-Marc Todeschini già sottosegretario alla Difesa.
Il salto politico finale sarebbe quello di una vera politica estera e di difesa comune, raggiungibile solo eliminando l'unanimità, e dunque il diritto di veto, sulle decisioni internazionali dei governi europei. In autunno partirà la Conferenza sul futuro dell'Ue con l'obiettivo di tracciare l'identikit delle riforme istituzionali con le quali rilanciare il progetto europeo. L'introduzione del voto a maggioranza in politica estera è tra le priorità dei governi e dei gruppi dell'Europarlamento favorevoli alla nascita di quell'Europa politica e geopolitica cara a Ursula von der Leyen e Macron. Ma resta l'incertezza sulla possibilità che la Conferenza sfoci in un vero e proprio processo di revisione dei trattati Ue che in molti vorrebbero completare entro il primo semestre del 2022, quando a guidare l'Europa ci sarà la presidenza di turno francese.
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