ansa.it, 4 agosto 2020
Un giornalista libico, Ismail Abuzreiba, è stato condannato a 15 anni di carcere da un tribunale militare di Bengasi. Lo ha reso noto l'Onu, chiedendone la "liberazione immediata". Le autorità nella parte orientale del paese, controllata da Khalifa Haftar, non hanno fornito dettagli sulle accuse ma, secondo i media locali, il giornalista è stato giudicato colpevole di essere in contatto con canali e agenzie vietate nella regione. Abuzreiba è detenuto da due anni. Unsmil, la missione Onu in Libia, si è detta "sconvolta" dopo l'annuncio della condanna a 15 anni, sottolineando che "la detenzione e il processo sembrano violare le leggi libiche e gli obblighi internazionali in materia di diritto a un processo equo e di libertà di opinione ed espressione".
Anche l'ambasciatore dell'Unione europea in Libia, Alan Bugeja, ha dichiarato di essere "estremamente preoccupato" per la sentenza della corte militare di Bengasi ed ha invitato le autorità a "rilasciarlo immediatamente" e "a garantire il rispetto dei suoi diritti fondamentali e la libertà di espressione". La Libia è al 164esimo posto su 180 nella classifica mondiale 2020 dell'indice di libertà di stampa pubblicato da Reporter senza frontiere. In Cirenaica, nei 14 mesi di offensiva di Haftar su Tripoli, il conflitto ha coinvolto anche i giornalisti, vittime di detenzioni arbitrarie e minacce, che in gran parte li hanno fatti fuggire dal Paese.
di Alice Facchini
redattoresociale.it, 4 agosto 2020
Ibrahim Heggi è il portavoce europeo del Movimento 6 Aprile: dopo 21 giorni di detenzione, nel 2008 si è trasferito a Milano, e oggi non può tornare nel suo paese perché sarebbe troppo pericoloso. "Stesso destino potrebbe capitare a Patrick dopo la liberazione".
"Molti prigionieri politici, dopo la liberazione, vengono lasciati espatriare, poi a processo vengono condannati con accuse talmente pesanti che non possono più tornare in Egitto. Di fatto, quindi, sono esiliati. È quello che probabilmente accadrebbe a Patrick se venisse rilasciato". Attivista per i diritti umani, 37 anni, una laurea in ingegneria meccanica, Ibrahim Heggi oggi vive a Milano e lavora come mediatore culturale. È il portavoce europeo del Movimento 6 Aprile, nato per sostenere gli operai di El-Mahalla El-Kubra nel grande sciopero generale del 2008 contro il governo Mubarak. Da allora il movimento lotta al fianco dei cittadini egiziani per chiedere maggiore libertà e tutela dei diritti: tra le altre cose il gruppo rivendica la liberazione dell'ennesimo prigioniero politico del regime, Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna detenuto dal 7 febbraio nel carcere di Tora del Cairo, con le accuse di terrorismo e sovversione.
"Anche io ho trascorso 21 giorni nelle carceri egiziane, dopo la grande manifestazione del 2008: sono stato minacciato, picchiato, torturato - racconta Ibrahim -. Ho vissuto un'esperienza devastante a livello psicologico, ma niente in confronto alle torture che avvengono oggi sotto il regime di Al-Sisi, che è molto più feroce. Rispetto a ora, il clima che c'era sotto Mubarak era più aperto e in un certo senso libero. Da quando è al potere Al-Sisi, tutti quelli che hanno qualcosa contro il regime militare devono pagare: islamisti, comunisti, nazionalisti, giornalisti, avvocati, ricercatori... non importa chi sia, chiunque parli di diritti umani viene massacrato".
Una volta libero, Ibrahim ha lasciato l'Egitto, prendendo la via dell'esilio volontario. "Ricordo che mio padre mi disse: 'Stai andando avanti in modo sbagliato: se vuoi davvero cambiare il mondo devi andare via da questo paese". Così ha fatto le valigie e si è trasferito in Italia, dove viveva già sua sorella. Da allora è tornato in Egitto solo una volta, nell'agosto del 2011, per seguire da vicino il fermento rivoluzionario di piazza Tahrir. "Avevo deciso che era arrivato il momento di tornare - spiega -. Mi mancava la piazza, mi mancava quel pezzo nella vita. Eppure, subito mi sono reso conto che in quei tre anni la situazione era peggiorata ulteriormente: le violazioni dei diritti umani erano più gravi, la repressione più dura, e l'esercito sparava sui giovani per strada".
Così l'11 settembre 2011 Ibrahim torna in Italia, questa volta per non tornare più: "È da allora che non vedo i miei genitori - afferma -. La mia famiglia non è al sicuro, so di essere controllato anche a distanza e così sui social tengo sempre un basso profilo. Continuo a fare attivismo ma restando nell'ombra, non cerco visibilità". Ibrahim non ha capi di accusa pendenti su di sé, ma ha ricevuto consigli di amici e avvocati che gli hanno suggerito di non tornare. Soprattutto dopo l'omicidio di Giulio Regeni, dato che ha collaborato alle indagini.
"È la stessa cosa che potrebbe succedere a Patrick dopo la liberazione: il regime ha questa strategia - spiega -. Gli egiziani vengono arrestati, vivono un'esperienza molto traumatica in carcere, poi vengono liberati come se fosse un gesto di grazia del presidente. Quando sei fuori, cominci a ricevere messaggi più o meno diretti che ti 'invitano' ad andartene all'estero: spingono il tuo capo a licenziarti, montano campagne mediatiche contro di te, ti estromettono dal partito, danneggiano la tua attività economica... Insomma, ti fanno terra bruciata intorno. A volte ci sono anche attacchi fisici, pestaggi, o minacce telefoniche: 'O te ne vai o verrai ucciso'. Così finisci per espatriare, e intanto il processo giudiziario va avanti: dopo qualche mese arriva la condanna, di solito pesantissima, e così non puoi più tornare in patria".
È quello che è successo a Ahmed Samih, direttore dell'Andalus institute for tolerance and anti-violence studies, che nel 2012 durante un viaggio in Uganda è stato avvertito di non tornare in Egitto, perché avrebbe rischiato l'arresto. Nel 2016 è stata poi la volta del medico Taher Mokhtar, che dopo mesi di carcere è dovuto scappare in Libano e poi in Francia: su di lui pesa una condanna a 10 anni di detenzione. Sempre nello stesso anno è toccato anche a Ahmed Said, poeta e difensore dei diritti umani, che è uscito dal carcere con un'amnistia presidenziale e si è trasferito in Germania. Da allora non è potuto tornare più, ma ha continuato a essere molto attivo sui social. Presto però sono arrivate le ripercussioni: hanno arrestato sua madre e l'hanno rilasciata solo dopo qualche giorno, dopo che Ahmed ha smesso di pubblicare contenuti scomodi in rete.
"Di storie come queste ce ne sono ahimè tantissime, e Patrick Zaki potrebbe diventare l'ennesimo - conclude Ibrahim -. Comunque, noi egiziani che viviamo all'estero continuiamo a lottare, come possiamo, anche da lontano: per gli italiani razzisti io sono uno straniero che dovrebbe tornare a casa sua, per gli egiziani invece sono una spia degli italiani che racconta la repressione del regime. Io mi sento solo un cittadino internazionale, che difende i diritti umani al di là dei confini e delle nazioni".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 4 agosto 2020
Nuova polemica tra alleati di governo, Crimi: "Proporre lo Ius culturae è inopportuno". Orfini: "I 5S sono sconcertanti". In circa 200, quasi tutti tunisini, sono approdati a Lampedusa su otto barchini tra domenica notte e l'alba di ieri, inclusi i 65 segnalati da Alarm phone.
Metà delle imbarcazioni hanno raggiunto la costa in modo autonomo, gli altri sono stati agganciati dalle motovedette. I migranti sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola, dove gli ospiti sono risaliti a 910, a fronte dei 95 posti previsti. In 3 hanno provato la fuga ma sono stati ripresi. Il sindaco Totò Martello nel Cpa ne contava 1.050: "Se non c'è il maltempo, l'emergenza non l'arresta nessuno - ha commentato ieri -. Il governo deve intervenire, l'Europa è assente. È brutto che tutto il peso dell'immigrazione debba ricadere sulla popolazione".
I trasferimenti non riescono a tenere il ritmo degli sbarchi così il Viminale ha inviato Azzurra, la nave per la quarantena noleggiata dal ministero con una procedura lampo. L'arrivo è previsto per stamattina, dopo aver superato ieri i controlli a Porto Empedocle, dove la gestione dell'accoglienza resta difficile. Ieri mattina nel comune dell'agrigentino si è diffusa la notizia di una seconda fuga dal centro: circa 50 persone su 370 (la capienza è di 100), anche in questo caso soprattutto tunisini, hanno scavalcato la recensione per dileguarsi.
Partite le ricerche, in serata ne mancavano ancora 25. La tensione era altissima al punto che i migranti hanno protestato con il lancio di oggetti verso i carabinieri. "Qualcuno non ha mai visto la tensostruttura di Porto Empedocle e non ha dunque la piena consapevolezza di come non si possano tenere centinaia di persone sotto il sole siciliano. A Lampedusa non ci sono rivolte. Cosa che invece accade a Porto Empedocle", ha spiegato la sindaca Ida Carmina.
Nel pomeriggio la prefettura ha cercato di ridimensionare l'accaduto: "Non risultano migranti fuggiti, c'è stata una protesta perché fa molto caldo, hanno rifiutato il cibo. Sono stati fatti uscire sul piazzale antistante la struttura, seduti a terra nel recinto vigilati dalle forze dell'ordine". Altri quattro sono scappati dal centro di accoglienza di Bisconte a Messina.
Stamattina i migranti di Porto Empedocle verranno trasferiti, probabilmente verso Caltanissetta. Mentre Azzurra, del gruppo Grandi navi veloci, arriva a Lampedusa: il mega traghetto può accogliere 700 migranti più il personale di bordo, forze di polizia e Croce rossa. La nave servirà ad allentare la tensione nell'hotspot. Spetterà alla Capitaneria di porto stabilire se rimarrà in rada o se tornerà verso le coste siciliane. I numeri dicono che comunque non basta. È stata avviata una nuova gara per il reperimento di una seconda nave, che potrebbe ugualmente andare in Sicilia.
Il governo ha predisposto anche un'altra soluzione. Tra Vizzini e Militello in provincia di Catania, la Croce rossa sta costruendo, su disposizione del Viminale, una struttura d'emergenza per i migranti in quarantena. Il centro è stato sistemato all'interno di un deposito in disuso dell'Aeronautica militare, in contrada Salonia. E un altro sarebbe in via di realizzazione, ma non in Sicilia. "Pensare che si possa creare una tensostruttura o una tendopoli con centinaia di migranti in un sito Unesco è un controsenso" il commento dell'assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza.
Ancora sul fronte migranti, prosegue la polemica tra alleati di governo. La scorsa settimana il capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio, aveva dichiarato: "Sullo ius culturae non mollo, sono sicuro che arriverà anche questo risultato". Ieri il ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, ha liquidato l'idea: "Come M5S siamo concentrati sul rilancio economico".
Più drastico il reggente Vito Crimi: "La proposta del Pd è inopportuna e intempestiva". Ma il dem Matteo Orfini ha replicato: "Delrio non ha detto nulla di sconvolgente. È la reazione dei 5s a essere sconcertante. Le Camere possano fare più cose insieme. Credo si debba procedere su questo".
Giornata di tragedie nel Mediterraneo. Almeno 7 migranti (5 donne) sono morti davanti alle coste marocchine, nei pressi di Tarfaya, cercando di raggiungere le Canarie. Tre corpi senza vita sono stati trovati su una spiaggia nella zona di Ghot Romman a Tajoura, a est della capitale libica Tripoli. Quattro i cadaveri recuperati nelle acque turche al largo di Foca, in provincia di Smirne, dopo che un'imbarcazione di fortuna con a bordo nove migranti si è ribaltata nell'Egeo.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 4 agosto 2020
A Lampedusa barchini e una nave per la quarantena. Il presidente del consiglio ribadisce la linea già tracciata dalla ministra dell'interno Luciana Lamorgese. Nella notte arrivati in 200. Arrivano anche le unità per la quarantena. "Non possiamo tollerare che si entri in Italia in modo irregolare": il premier Giuseppe Conte ribadisce la linea già annunciata alcuni giorni fa in materia di immigrazione dalla ministra dell'interno Luciana Lamorgese.
E annuncia l'aumento dei rimpatri rapidi verso la Tunisia e il rafforzamento delle misure di contenimento. Le parole del governo arrivano nel giorno in cui l'isola di Lampedusa assiste a nuovi sbarchi nella notte e attende l'arrivo della nave da mille posti che ospiterà gli stranieri in quarantena dando respiro all'hotspot dell'isola.
Le parole di Conte - "Non possiamo tollerare che si entri in Italia in modo irregolare. Tanto più non possiamo tollerare che in questo momento in cui la comunità internazionale intera ha fatto tantissimi sacrifici, questo risultati siano vanificati" ha detto Conte nel Foggiano a margine di un incontro sulla legalità. "Addirittura ci sono migranti che tentato di sfuggire alla sorveglianza sanitaria. Non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo essere duri e inflessibili", aggiunge il premier. "Stiamo collaborando con le autorità tunisine. È quella la strada. Io stesso ho scritto una lettera al presidente tunisino e sono contento che abbia fatto visita ai porti per rafforzare la sorveglianza costiera".
Nella notte arrivati in 200 - Intanto a Lampedusa gli arrivi proseguono: nella notte si sono succeduti otto sbarchi per un totale di 200 persone; alcune imbarcazioni sono approdate autonomamente, altre hanno avuto bisogno dell'aiuto della Guardia costiera. Nel centro di accoglienza si trovano adesso 1050 stranieri fronte di una capienza dieci volte inferiore.
Due navi per la quarantena - La situazione dovrebbe migliorare a partire da domani. nella notte è previsto infatti l'arrivo a Lampedusa di una nave da adibire a quarantena. Lo ha confermato l'assessore alla sanità della Regione Sicilia Ruggero Razza: "Mi è stato confermato dal Dipartimento dell'immigrazione - ha detto - che questa notte verrà portata una nave, vedremo come questo protocollo affidato alla Croce rossa potrà realizzarsi".
Una seconda nave, sempre destinata a ospitare migranti per il periodo di quarantena è attraccata a Porto Empedocle. Si tratta della "Azzurra" appartenente alla compagnia Grandi navi veloci. Proprio a Porto Empedocle oggi si è registrata un'altra fuga di migranti: circa 50 di loro hanno lasciato la tensostruttura che funziona da centro di accoglienza. Le ricerche sono scattate immediatamente ma nel frattempo una parte dei fuggitivi è rientrata spontaneamente.
di Monica Rubino
La Repubblica, 4 agosto 2020
Nel 1999 la prima iniziativa del parlamentare Ppi Paolo Palma. Che cosa prevede il ddl Zan, le obiezioni di una parte del mondo femminista e l'opposizione della destra e del Family day.
La legge contro l'omofobia è approdata oggi nell'aula della Camera per la discussione generale ma è solo l'ultimo di una serie di sforzi andati a vuoto nell'arco di un ventennio per arginare le discriminazioni e le violenze fondate su sesso e orientamento sessuale.
Se le ultime tre legislature hanno visto impegnati soprattutto militanti del mondo gay (da Franco Grillini a Sergio Lo Giudice, da Paola Concia fino all'attuale relatore del Pd Alessandro Zan), il primo tentativo fu affidato nel 1999 ad un relatore cattolico, il deputato del Ppi Paolo Palma, incaricato di tessere rapporti con la Cei per evitare una guerra di religione. Alla Camera erano state depositate due proposte di legge, una da Nichi Vendola, allora esponente del Prc, ed una da Antonio Soda, giurista dei Ds.
Nell'ottobre 1998 il governo D'Alema era nato con una rottura a sinistra proprio con il Prc e la maggioranza voleva "coprirsi" a sinistra mandando avanti temi sui diritti civili. Il primo luglio del '99 Palma presentò dunque il testo unificato in commissione. Come l'attuale testo Zan, si estendevano le sanzioni penali della legge Mancino ai comportamenti violenti o discriminatori motivati da ragioni di "orientamento sessuale".
In più vi erano norme sulla privacy e misure antidiscriminatorie sul lavoro e nella scuola. Il testo ebbe l'appoggio del governo e il sostegno della maggioranza (Ppi, Ds, Verdi, Socialisti) e del Prc. Ma la destra oppose un netto rifiuto, seguito a settembre da una bocciatura senza appello da parte della Cei. Successivamente il governo preannunciò un proprio ddl che bloccò l'iter della legge Palma. Ma, dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali del 2000, l'esecutivo D'Alema cadde. E la legge contro l'omofobia venne accantonata.
Che cosa prevede la legge Zan - Il testo Zan che arriva oggi nell'aula di Montecitorio si riallaccia, come accennato, alla legge Mancino che contrasta i reati di razzismo e prevede il carcere da uno ai quattro anni per chi istiga alla violenza omofobica intervenendo sull'articolo 604 bis del codice penale. C'è poi una parte non repressiva ma che mira a diffondere una cultura della tolleranza. In particolare viene istituita una data italiana, il giorno 17 maggio, quale "Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia" e un emendamento approvato in commissione Giustizia ha reso meno impegnativo il riferimento alle scuole.
Le critiche della destra e del Family day - Restano nettamente contrari al ddl Zan Lega e Fratelli d'Italia, mentre Forza Italia ha sin dall'inizio lasciato libertà di scelta ai propri parlamentari. Per rispondere alle accuse di Lega e FdI secondo cui la legge rappresenta "un bavaglio alla libertà d'espressione e di opinione" che apre la strada a "pericolose derive liberticide", Pd, M5S e Italia Viva, appoggiati anche da Forza Italia, hanno votato in commissione la cosiddetta "clausola salva idee", che esclude cioè dal reato di omotransfobia e misoginia affermazioni e frasi che rappresentino "la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio e alla violenza".
Il popolo del Family day leva gli scudi contro la legge. Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia onlus annunciano di aver "sporto una denuncia-querela contro l'onorevole Alessandro Zan per aver pronunciato le seguenti frasi a Verona: 'Piazze dell'odio, dell'esclusione, della violenza' riferite alle nostre pacifiche manifestazioni".
ilpost.it, 4 agosto 2020
L'Isis (o Stato Islamico) ha rivendicato un attacco compiuto nella notte tra domenica e lunedì in un carcere di Jalalabad, la capitale della provincia di Nangarhar, che si trova nell'est dell'Afghanistan. Gli scontri all'interno del carcere hanno provocato almeno 29 morti e diverse decine di feriti tra miliziani, detenuti, civili e guardie, ma secondo le autorità afghane il numero delle vittime potrebbe aumentare.
Alcuni miliziani dello Stato Islamico hanno aperto il fuoco contro le forze di sicurezza, dopo che, domenica sera, un attentatore suicida si era schiantato con la sua auto sull'ingresso del carcere, che ospita circa 1.500 detenuti, diverse centinaia dei quali sono sospettati di essere affiliati allo Stato Islamico. Finora sono stati uccisi tre assalitori, ha detto Attaullah Khogyani, un portavoce del governatore della provincia di Nangarhar, mentre alcuni detenuti sono evasi durante gli scontri. Lunedì mattina gli spari sono continuati a intermittenza.
L'attacco è avvenuto a un giorno di distanza da quando le autorità afghane avevano annunciato di aver ucciso un importante comandante dello Stato Islamico vicino a Jalalabad. Al Jazeera ha scritto che secondo un rapporto delle Nazioni Unite in Afghanistan ci sono ancora circa 2.200 miliziani affiliati allo Stato Islamico. Nonostante lo Stato Islamico abbia perso coesione, i miliziani sono ancora in grado di eseguire attacchi terroristici significativi. Gli attacchi dello Stato Islamico nella provincia di Nangarhar sono particolarmente frequenti. Uno dei maggiori attentati rivendicati di recente dallo Stato Islamico è quello dello scorso 12 maggio, quando un attentatore suicida aveva ucciso 32 persone al funerale di un poliziotto.
agenzianova.com, 4 agosto 2020
È di almeno dieci detenuti morti e sei agenti di pubblica sicurezza feriti il bilancio degli scontri registrati all'interno di un carcere nei pressi della città di Guayaquil, in Ecuador. Sulle cause, la prima ipotesi rilanciata dagli inquirenti è quella di uno scontro tra bande rivali per il controllo della prigione.
In un messaggio pubblicato sul proprio profilo twitter, a procura generale del paese andino ha riferito dell'avvio delle indagini del caso, con agenti della polizia che hanno acquisito le prove sul posto. Secondo quanto riferito da Patricio Carrillo, comandante generale della polizia nazionale, due delle vittime sono state trovate carbonizzate, ci sono circa venti altri detenuti feriti, di cui almeno tre in stato grave.
"La guerra tra bande richiede una revisione della gestione penitenziaria e dei procedimenti interni", ha scritto Carrillo su Twiter. Le autorità, riferisce il quotidiano "El Universo", hanno identificato attività di diverse bande criminali note in città per le loro attività di traffico degli stupefacenti, "Los Lagartos", "Los Choneros", "Los Rusos" e "Los Cubanos".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 3 agosto 2020
Riformare la giustizia civile per renderla più efficiente e ridurre i tempi dei processi, come raccomanda l'Unione europea. È un programma di cui si parla da anni, ma che ora ha la chance di diventare concreto, dato che le risorse del Recovery plan per la ripresa dell'Europa (il Next generation Eu) sono condizionate proprio all'elaborazione di un piano con le riforme che stanno a cuore a Bruxelles.
di Rita Tuccillo
interris.it, 3 agosto 2020
Sentiamo spesso parlare di crisi della giustizia, di collasso del sistema giudiziario. I problemi della giustizia italiana sono davvero molteplici, ma possono ricondursi ad uno prioritario: la insufficienza di risorse economiche e di personale. Solo nel 2019 presso il Tribunale civile di Roma sono stati iscritti oltre 126 mila nuovi procedimenti, per i quali il nostro codice di rito prevede lo svolgimento di almeno tre udienze, ovviamente in presenza. Ebbene in un sistema già in crisi, i calendari per lo svolgimento delle udienze e per la chiusura di un procedimento civile si allungano notevolmente, sino a, talvolta, pregiudicare l'efficacia del provvedimento pronunciato.
di Alessandro De Nicola
La Stampa, 3 agosto 2020
L'entrata nel linguaggio politico la brutta espressione "giustizia alla Palamara" popolarizzata dal leader della Lega Matteo Salvini. Con questa locuzione si intende in modo spregiativo far riferimento ad una magistratura traffichina (se non corrotta) e politicamente motivata, rifacendosi ai noti scandali che hanno visto coinvolto, tra gli altri, l'ex presidente dell'Anm.










