di Simona Musco
Il Dubbio, 5 agosto 2020
Intervista Filippo Miraglia presidente di Arcs, ong dell'Arci. "Il governo sta facendo espulsioni di massa, che sono illegali. Consentire ai migranti di fare richiesta d'asilo è un dovere per lo Stato. Ma stanno facendo campagna elettorale per la destra, alimentando il razzismo". A dirlo al Dubbio è Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci e, dal 2016, presidente di Arcs, la ong dell'Arci che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.
Conte ha annunciato una stretta sugli sbarchi irregolari, affrontando la questione migranti anche in relazione al rischio di nuovi focolai, di fatto replicando le affermazioni più volte fatte da Salvini. Come commenta le sue affermazioni?
Come al solito, la paura di perdere consenso o di lasciare spazio alla destra su questo argomento fa fare degli scivoloni a tanti. Che l'immigrazione irregolare sia una cosa negativa è vero, il problema è la soluzione. Perché se l'unica soluzione, com'è stato finora, è impedire alla gente di spostarsi allora si consegnano i migranti nelle mani dei trafficanti. Se non si ha nessuna possibilità di muovermi, per cercare protezione o lavoro, è ovvio che ci si affiderà ai trafficanti.
Quali sono le soluzioni praticabili?
Nel caso specifico parliamo della Tunisia, un Paese piccolo, di pochi abitanti, con il quale basterebbe fare degli accordi per gli ingressi, con un decreto flussi che consente a qualche migliaio di tunisini di entrare per cercare lavoro, con il proprio passaporto. Ci sono fasce del mercato del lavoro che sono scoperte, nonostante la disoccupazione. Questo toglierebbe soldi ai trafficanti, mentre insistere per impedire la partenza o sui rimpatri equivale solo alimentare traffici di esseri umani, alimentando il razzismo. Continuare a ripetere che c'è un'invasione non fa altro che agevolare Salvini. Insomma, questo governo sta facendo campagna elettorale a Salvini, usando argomenti per i quali la gente si rivolge, naturalmente, alla destra. Se vuoi fermare l'immigrazione irregolare devi favorire quella regolare.
Dall'altra parte abbiamo il rinnovo degli accordi con la Libia, con i quali di fatto si finanzia una Guardia Costiera che, anziché salvare, spara sui migranti. Nessuna discontinuità con l'epoca Salvini?
Purtroppo completamente nessuna. Abbiamo apprezzato che alcuni parlamentari Pd ma anche del M5s abbiano chiesto una revisione di quell'accordo, noi ne abbiamo chiesto la cancellazione. È bene ricordare che quel memorandum della vergogna, sottoscritto dall'ex ministro Minniti, segue la stessa logica proibizionista di cui dicevo prima, finanziando i trafficanti con soldi del contribuente italiano ed europeo. Soldi che per altro, in gran parte, dovrebbero andare, come ha detto Di Maio, alla cooperazione e allo sviluppo. Ovvero dovrebbero servire, come si dice spesso in maniera ideologica, per aiutarli a casa loro e non costringerli ad emigrare. Nel caso della Tunisia, sappiamo che c'è una crisi fortissima che spinge la gente ad emigrare, ma parliamo di numeri ridicoli. Abbiamo sempre invitato a guardare i dati: in Europa siamo uno degli ultimi Paesi ad accogliere richiedenti asilo, ovvero quelle persone per le quali gli Stati dell'Ue sono obbligati a predisporre anche l'accoglienza e hanno quindi un costo sociale. L'Europa è poi una delle aree del mondo che ha meno arrivi da questo punto di vista: l'Unhcr ha calcolato che 80 milioni di persone sono obbligate a lasciare le loro case, ma nel nostro continente ne arriva un numero ridicolo, circa 600mila, a seconda degli anni. E in Italia meno di 15mila, considerando tutti gli sbarchi e non solo i richiedenti asilo. Noi facciamo le vittime e chiediamo la redistribuzione, ma se fosse fatta in maniera equilibrata e seria ce ne toccherebbero molti di più. Non è l'Europa che lascia da soli noi, ma noi che lasciamo sola l'Europa. E continuiamo a dire queste sciocchezze, che giustificano gli accordi con la Guardia Costiera libica, gli accordi con dittatori del centro Africa e anche pratiche che sono del tutto illegittime, come i rimpatri collettivi, che sono vietati. La domanda d'asilo è individuale e vanno vagliate tutte le posizioni. L'accesso al diritto d'asilo va garantito a tutti e le espulsioni di massa, come quelle che stiamo facendo in questi giorni con i tunisini, sono illegali. Non si può fare, soprattutto in uno dei Paesi che è agli ultimi posti per accoglienza. Certo, ormai anche 100 persone, con il clima di odio che c'è verso i migranti e il mondo della solidarietà, diventano tante.
I Decreti Sicurezza sono ancora in vigore, nonostante i rilievi del Colle e le sentenze della Consulta...
Su questo sono ottimista, perché abbiamo avuto un'interlocuzione stabile in questi mesi, in particolare con il viceministro dell'Interno Mauri. Non cambia il nostro giudizio sul fatto che il governo non sia stato in grado di modificare subito quelle due leggi propaganda. Abbiamo però letto il testo dell'accordo trovato nella maggioranza per modificarli e ci sembra comunque un passo avanti importante, perché reintrodurrebbe lo Sprar e una forma di protezione speciale che consente di applicare la Costituzione e le convenzioni internazionali, salvaguardando i diritti delle persone. E questo per noi rappresenta un fatto concreto, ma ovviamente aspettiamo che venga votato. Vogliamo anche ricordare che dopo l'intervento di Salvini le domande di asilo accolte sono passate dal 40 al 20%, producendo un numero altissimo di irregolari e disagio sociale, cosa che fa comodo ai razzisti.
Ultimo punto: le navi quarantena. Rappresentano una violazione dei diritti dei migranti?
Siamo alla follia. In Italia, nel sistema pubblico dell'ex Sprar, ci sono migliaia di posti disponibili, che costano meno e hanno un impatto basso. Non si capisce perché queste persone non vengano trasferite nelle case diffuse, in modo che vengano seguite dalle Asl, senza pesare sullo Stato con una spesa straordinaria. È un ulteriore teatrino per dire alle persone che li teniamo lontani, che bisogna tenerli lontani. Ma quello è territorio italiano e se fanno domanda d'asilo sono comunque a carico dell'Italia e, soprattutto, se ci sono casi di Covid così si rischia di creare focolai enormi. Distribuiti sui territori, invece, eventuali casi potrebbero essere isolati. Ma noi insistiamo a trovare soluzioni che rincorrendo le paure degli italiani finiscono per alimentarle, regalando un nuovo argomento alla destra. Questa soluzione produrrà solo disastri.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 5 agosto 2020
È sbagliato valutare le azioni di un'epoca dal punto di vista di un'epoca diversa. Ma neppure si possono rimuovere scelte ed episodi che fanno venire i brividi. "Si avrebbe torto giudicando le azioni di un'epoca dal punto di vista di un'epoca diversa", scrive Alexandre Dumas, mettendo in bocca la frase a D'Artagnan ne "I tre moschettieri".
Parole d'oro. Come dimostrano anche le polemiche roventi sull'abbattimento delle statue di tanti uomini che a suo tempo pensavano fosse "normale", per quanto oggi la parola ci faccia orrore, avere degli schiavi. Basti rileggere quanto disse perfino Abramo Lincoln a Charleston, nell'Illinois, il 18 settembre 1858: "Non sono e non sono mai stato favorevole a promuovere in alcun modo l'uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; devo aggiungere che non sono mai stato favorevole a concedere il voto ai negri o a fare di loro dei giurati, né ad abilitarli a coprire cariche pubbliche, o a permetter loro matrimoni coi bianchi". Da brividi.
Vale anche, purtroppo, per la Chiesa. Sarebbe ingiusto, proprio perché moltissimi preti e frati e missionari hanno dato battaglia contro la schiavitù, a partire dal grande Bartolomé de Las Casas che arrivò a Santo Domingo da padrone di schiavi e dedicò la vita alla loro liberazione, rimuovere quelle parti della storia che ancora oggi fanno arrossire tanti cristiani impegnati nel volontariato. In particolare in Africa. Da dove, stando agli studi, sarebbero stati rapiti e smistati in Europa, nelle Americhe e nei paesi arabi almeno una ventina di milioni di africani. Almeno.
Certo, come rivendicò nel 1992 Giovanni Paolo II nell'indimenticabile visita di perdono a Goré, il porto senegalese da dove salpavano le navi negriere ("Uomini, donne e bambini sono stati vittime d'un vergognoso commercio cui hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede: come dimenticare le enormi sofferenze inflitte, disprezzando i diritti umani più elementari, alle popolazioni deportate dal continente africano?") la Chiesa condannò lo schiavismo già in una lettera del 1462 di Pio II come un crimine: "magnum scelus".
Ma si trattava di affermazioni di principio scontate e tradite. Il silenzio sul tema del Concilio di Trento, aperto nel 1545 quando già le rotte per l'America erano aperte da mezzo secolo e la tratta dei neri era già stata avviata dai cattolicissimi portoghesi (con tanto di battesimo ai rapiti somministrato a bordo), la dice lunga. Così come l'uso di 475 schiavi a bordo delle navi della flotta pontificia con base a Civitavecchia ancora nel 1726. Guai a giudicare col metro di oggi. Ma anche dimenticarcene è insopportabile.
di Sergio Segio
Il Manifesto, 5 agosto 2020
Le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient'altro che la punta dell'iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità. Ci risiamo! E vedremo quanto durerà stavolta l'attenzione dei media, lo stupore degli ingenui, l'indignazione degli smemorati. Forse un po' più del solito, poiché l'accorto magistrato è ricorso al sequestro dell'intera caserma dei carabinieri di Piacenza; il solo arresto dei suoi gestori non avrebbe prodotto la stessa visibilità.
Ma se è la prima volta che ciò succede, le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient'altro che la punta dell'iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità. Ai riflettori su Piacenza e alla pubblica esecrazione hanno certo contribuito i risvolti a luci rosse ma, più di tutto, la compresenza di droghe e di spaccio. Argomento così rodato e assorbente ma mandare presto in secondo piano pestaggi e arresti ingiustificati. La violenza istituzionale esercitata su stranieri e marginali pare, e non da oggi, essere considerata meno grave di quella, assai più raramente, esercitata nei riguardi di cittadini inseriti.
Del resto, vi è chi, in passato, non ha esitato a teorizzare che i "colletti bianchi" finiti in carcere ne abbiano a soffrire molto di più, non essendo quella prospettiva nell'ordine del previsto e del "naturale". Ci sarà pure un motivo se carcere e tortura sono storicamente - e impunemente - riservati a poveri, tossicodipendenti e ribelli.
Come ebbe a raccontare anni fa un commissario che, pur tardivamente, ruppe il muro dell'omertà, senza peraltro provocare alcuno scandalo o inchiesta: i compiti della squadra di torturatori della polizia, del quale ammetteva di aver fatto parte nella lotta al terrorismo, erano quelli di "applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili". Insomma, violenze e torture sui fermati erano la norma, ma in quel momento storico, secondo il funzionario semi-pentito, "dall'alto" arrivò l'autorizzazione a fare lo stesso nei confronti dei militanti armati.
In quegli stessi anni (primi 80) e luoghi (Veneto) di cui il commissario ha raccontato in un'intervista ("L'Espresso" del 9 aprile 2012), era presente un altro personaggio che, in qualche modo, ci riporta a Piacenza: Gianpaolo Ganzer, ufficiale dei carabinieri del nucleo di Dalla Chiesa, a capo dell'Anticrimine di Padova, poi a sua volta generale e comandante del ROS. Nel 2010, ancora in servizio (andrà in pensione nel 2012), con altri 13 carabinieri venne condannato a 14 anni "per aver costituito un'associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida" (condanna ridotta nel 2013 a 4 anni e 11 mesi, prescritta nel 2016).
In buona sostanza (e qui l'ambivalenza del termine è assai calzante), Ganzer avrebbe fatto in grande quel che i più ruspanti carabinieri piacentini facevano in piccolo. Sono passati pochi anni, ma quella vicenda pare archiviata nella memoria pubblica come tante altre simili, sia pur di minore eclatanza. Tutto dimenticato. O quasi. Tocca infatti ora convenire con un commento Twitter dell'avvocato Carlo Taormina: "In fin dei conti i carabinieri di Piacenza ripagavano i confidenti facendoli spacciare e malmenavano quelli che arrestavano. Routine! Ganzer fu assolto per ben di più". Anche l'avvocato è invecchiato, tanto da confondere prescrizione e assoluzione, ma il resto dell'affermazione è indiscutibile, a prescindere dal suo autore.
Ecco. Questa è la routine. Questo è "quello che fanno tutte le squadre mobili". Si eccepisce che il crimine non si può affrontare con i guanti bianchi. Più o meno lo stesso disse Vincenzo Muccioli ai tempi del processo per l'omicidio Maranzano, prima ucciso nella comunità di San Patrignano e poi scaricato tra l'immondizia a Napoli. La droga e il proibizionismo sono stati e continuano a essere la comoda coperta per mille nefandezze.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 5 agosto 2020
"Quante volte ho sentito ripetere: aiutiamoli a casa loro. Ebbene, se si vuole farlo seriamente, è venuto il momento di far seguire i fatti alle parole. Prima che quella 'casa' bruci. Per questo è fondamentale che l'Europa investa nella cooperazione con la Tunisia e più in generale con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Non sarebbe un atto di generosità ma un investimento a rendere sul piano della stabilità e della sicurezza. Un investimento sul futuro. L'Europa non deve finanziare gendarmi o carcerieri a garanzia della sicurezza delle sue frontiere esterne.
Se si vuole far desistere decine di migliaia di persone in fuga da guerre e dalla povertà assoluta, occorre offrire loro una speranza di vita, un futuro dignitoso. Per migliaia di disperati l'alternativa concessagli è morire in mare o essere rinchiusi in lager come quelli in Libia.
L'umanità sta affogando nel Mediterraneo. Nessuno sogna di fare il migrante, perché quello non è un sogno ma un incubo. Offriamo loro una valida ragione per restare. Perché di fronte alla disperazione di chi sa di non aver più nulla da perdere non esistono muri che tengano". A sostenerlo, in questa intervista al Il Riformista, è Abdessatar Ben Moussa, avvocato, presidente della Lega per i diritti umani, uno dei membri del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, insignito, nel 2015, del Premio Nobel per la Pace.
Dopo la sua missione a Tunisi, lo scorso 27 luglio, riferendo al Consiglio dei ministri, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ha definito la situazione in Tunisia come un "vulcano in eruzione". Siamo a questo punto e ciò sancisce il fallimento della "rivoluzione dei gelsomini" e del modello tunisino?
Non sarei così tranchant, anche se questo non significa sottovalutare un fatto allarmante e in continua crescita: da Paese di transito, la Tunisia si sta trasformando sempre più in un Paese di origine dei flussi migratori. Una cosa è certa: quello dei migranti non può essere ridotto a un problema di sicurezza e di attività di polizia. Un approccio di questo genere è destinato al fallimento. Noi abbiamo bisogno di investimenti che diano lavoro ai giovani tunisini, non solo di motovedette. Vede, la grande maggioranza del popolo tunisino continua a sostenere il processo democratico. Si tratta di un patrimonio di credibilità che non va disperso. Ma i rischi sono tanti, legati soprattutto alla situazione socio-economica. Ad aggravare ulteriormente una situazione già gravida di problemi, è l'instabilità politica e istituzionale: il duello interno tra islamici e laici ha portato tre settimane fa alle dimissioni del premier Elyes Fakhfakh, che ha lasciato il suo nuovo governo varato a febbraio. Se prevarranno logiche di fazione e interessi di parte, il destino della Tunisia è segnato. La speranza è che il premier incaricato Hichem Mechich riesca a dar vita ad un governo di coesione nazionale, senza la quale la Tunisia rischia di precipitare nel baratro. A quanti chiedono lavoro e libertà non si può, non si deve rispondere, con la repressione, riducendo il malessere sociale a un problema di ordine pubblico. La difesa dei diritti umani è importante ma lo è altrettanto il rafforzamento dei diritti sociali. La democrazia si rafforza se si coniuga alla crescita economica, alla giustizia sociale, a realizzare prospettive di lavoro per i giovani. Non è un caso che i terroristi dell'Isis abbiano puntato a colpire il turismo, una delle fonti di entrata più importanti per la Tunisia. Oggi i terroristi reclutano giovani emarginati non offrendo loro il miraggio del "Califfato" ma un salario per combattere la Jihad. Per questo è fondamentale che l'Europa investa nella cooperazione con la Tunisia e più in generale con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Per l'Europa non sarebbe un atto di generosità ma un investimento a rendere sul piano della stabilità e della sicurezza. Un investimento sul futuro. Un futuro condiviso
Resta comunque una crisi economica e un malessere sociale che la crisi pandemica ha ulteriormente aggravati...
Purtroppo è così. La crisi pandemica rischia di moltiplicare le disuguaglianze sociali e la distanza tra i Paesi ricchi e i Sud del mondo. Per quanto riguarda la Tunisia, quello compiuto in questi nove anni non è stato un percorso lineare, la transizione democratica è ancora in atto e non potrà dirsi conclusa se non affronta la grande questione che resta irrisolta ed anzi tende ad aggravarsi.
A cosa si riferisce?
Al malessere sociale. Il processo di democratizzazione non può dirsi realizzato se non hai un lavoro, se i giovani non possono costruire il loro futuro, avere una casa, diventare autonomi. In Tunisia, la rivoluzione del 2011 ha abbattuto un regime corrotto, la transizione ha consolidato le istituzioni, abbiamo una Costituzione tra le più avanzate in questa parte di mondo, ma non basta, non può bastare. Perché sul piano sociale il bilancio è negativo: il tasso di disoccupazione è aumentato del 15% a livello nazionale e raggiunto il 25% nelle regioni interne. Quello tunisino è un popolo giovane, e se ai giovani non dai una prospettiva concreta di realizzazione, il futuro è a rischio.
Per tornare all'oggi. Chi c'è dietro la "rotta tunisina"?
Vi sono organizzazioni criminali che hanno stabilito un patto d'azione con gruppi jihadisti che, dopo essere stati scacciati dalla Siria e dall'Iraq, hanno fatto del Nord Africa la loro nuova trincea, soprattutto ai confini tra Tunisia e Libia. Il loro obiettivo non è la conquista del potere ma destabilizzare i Paesi in cui s'insediano, cercando di controllare territori utilizzati per sviluppare i loro traffici criminali. E lo fanno sfruttando un malessere sociale che la crisi pandemica ha ulteriormente alimentato. La risposta vincente non può essere solo repressiva né, come purtroppo è accaduto, utilizzare la guerra al terrorismo per sospendere libertà fondamentali, individuali e collettive. La Tunisia è nel mirino di questi criminali perché ciò che non tollerano è il consolidamento dello Stato di diritto, l'opposto della dittatura della sharia che vorrebbero instaurare.
La tragedia senza fine in Siria, la guerra dimenticata in Yemen, il caos armato in Libia. Il Mediterraneo è in fiamme. In piedi resta, anche se con forti incrinature, solo la speranza tunisina. Cos'è che l'alimenta?
La consapevolezza, frutto di ferite ancora aperte, che al dialogo non c'è alternativa. La convinzione che per difendere un bene comune ognuno doveva rinunciare a qualcosa, che nessuno era depositario di una verità assoluta. Nel 2013, con gli assassinii di leader politici della sinistra, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, siamo stati davvero sull'orlo del baratro. Ma, insieme, siamo riusciti ad evitare un bagno di sangue e a scommettere sulla possibilità di realizzare uno stato di diritto, plurale, del quale la nuova carta costituzionale è espressione. Nel far questo abbiamo recuperato il meglio della storia della Tunisia, il primo paese al mondo ad abolire la schiavitù, il primo paese arabo ad accettare e favorire l'emancipazione della donna. Se abbiamo evitato il baratro è anche perché la nostra rivoluzione democratica ha potuto far leva su una società civile matura e organizzata, su un sindacato forte e radicato, su associazioni di categoria, sul protagonismo delle donne, un universo plurale che ha segnato la transizione, dimostrando come sia possibile trovare dei punti di convergenza importanti tra forze di ispirazione laica e di sinistra e quelle espressione di un islam politico che rifugge da una concezione assolutista del potere.
Da avvocato e difensore dei diritti umani quale bilancio si sente di trarre, su questo delicatissimo campo, dei nove anni post-rivoluzione?
Un bilancio che presenta ancora zone d'ombra da superare se si vuole realizzare pienamente uno stato di diritto. La legislazione non è ancora conforme alla costituzione. Le leggi liberticide sono ancora in vigore in Tunisia. Mentre la costituzione prevede la presenza di un avvocato durante l'arresto di polizia, il codice di procedura penale non è stato ancora modificato. È, tuttavia, una garanzia fondamentale per prevenire la tortura e i maltrattamenti che persistono nelle stazioni di polizia, nelle stazioni della Guardia Nazionale e nelle carceri sovraffollate. Dico questo perché la rivoluzione del 2011, che è stata vincente perché è stata una rivoluzione di popolo, ci ha reso consapevoli che la democrazia non è si esaurisce con il voto. La democrazia è un sistema di regole condivise, un bilanciamento tra i poteri, è l'autonomia della magistratura dal potere politico, è libertà d'informazione, è l'affermarsi della giustizia sociale. Democrazia è regole e sostanza. Questo è il sogno che supporta il modello tunisino.
Un sogno realizzabile?
Abbattere un regime come quello di Ben Ali non è stato facile, il popolo tunisino ha pagato un prezzo altissimo e ancora oggi piange i martiri della libertà. Ma costruire un sistema democratico è ancora più difficile perché non può essere imposto dall'alto. Bisogna lavorare dentro la società, far crescere una cultura democratica che sia a garanzia del rispetto di ciò che si scrive nella carta costituzionale o nelle leggi. È cambiare mentalità consolidate. Non è facile, ma ci stiamo provando seriamente.
Cosa si sente di chiedere oggi all'Italia?
Di continuare sulla strada della cooperazione. Costruire opportunità di lavoro per i giovani tunisini è il modo migliore, più efficace per contenere i flussi migratori e contrastare l'azione dei trafficanti di esseri umani. Abbiamo bisogno di aiuti, non di ultimatum.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 5 agosto 2020
Le ondate migratorie incontrollate mettono a rischio i governi, e soprattutto indeboliscono la democrazia. Lo ha riconosciuto anche Papa Francesco, non si può accogliere tutti. Si può avere, però, una vera politica di inserimento e di integrazione.
I massicci arrivi dalla Tunisia e il voto parlamentare che ha mandato Matteo Salvini sotto processo hanno riconsegnato al tema dell'immigrazione clandestina un posto privilegiato sulla giostra politica italiana. Salvini punta a una assoluzione, ma ancor più a un dibattimento da usare come rampa di lancio per riconquistare l'antico consenso degli italiani.
Di Maio scommette, pensando anche alla leadership nel suo Movimento, che una iniziativa immediata e ferma nei confronti di Tunisi e dell'Europa possa convincere gli elettori più dei proclami spesso inesatti di Salvini o degli inattuabili blocchi navali predicati dalla Meloni. E intanto, tra confusioni e illusioni sul come contenere flussi migratori che ora creano anche un rischio sanitario, l'Italia balneare comincia ad avere paura dell'autunno, non sa bene cosa vuole fare con i denari del Recovery fund, si lacera sui miliardi pronta cassa del Mes, e vede crescere i contagi di un coronavirus che ci stringe a tenaglia dalla Catalogna ai Balcani.
Il tema delle migrazioni trans-mediterranee meriterebbe miglior sorte, e anche un approccio più serio che sappia contrapporre al clamore dei populismi e alle scadenze elettorali iniziative non propagandistiche. Anche se è noto a tutti che in Italia come ovunque nel mondo l'arrivo di numeri consistenti di migranti clandestini incide pesantemente sulle scelte degli elettori, favorendo di volta in volta la destra o l'estrema destra che sventolano la bandiera della fermezza.
E arrivano a minacciare valori e costumi propri della liberal-democrazia occidentale. Dopo le braccia aperte ai siriani nel 2016 Angela Merkel è sopravvissuta grazie a una leadership personale a prova di errore, ma l'eccezione della Cancelliera conferma la regola: le ondate migratorie incontrollate mettono a rischio i governi, e soprattutto indeboliscono la democrazia. Lo ha riconosciuto l'insospettabile Papa Francesco, non si può accogliere tutti.
Si può, però, avere una vera politica di inserimento e di integrazione. Si possono creare forme di immigrazione legale. Si può sconfiggere, anche a casa nostra, i complici dei trafficanti di esseri umani. Si possono contrastare, dicendo la verità, le strumentalizzazioni della destra e la passività della sinistra. Si deve ricordare che le gesta durissime del Salvini ministro non hanno avuto risultati che non fossero di tutta la sponda Nord del Mediterraneo in quel periodo, e che il ministro disertava regolarmente le riunioni europee sulle migrazioni salvo poi accusare a gran voce l'Europa di averci abbandonati.
Si può spiegare che il "blocco navale" è un atto di guerra, e funziona soltanto se si è pronti a sparare su chi vuole violarlo. Davvero la nostra Marina o altre Marine europee aprirebbero il fuoco contro i barconi? No, salverebbero i migranti in pericolo come impone il diritto del mare, moltiplicando così le partenze. Efficace per molti versi è stato il ministro Minniti sulla Libia, ma il Pd non ha voluto o saputo valorizzare quei progressi presso l'opinione pubblica.
E oggi il segretario Zingaretti, come la ministra Lamorgese, reclamano una evacuazione umanitaria dei campi di prigionia e di tortura che sappiamo esistere in Libia. Ma siamo consapevoli che per fare ciò, visti gli interessi in gioco, serve una massiccia operazione militare? Oppure crediamo di poter convincere l'Onu a impiegare i suoi Caschi Blu? La realtà è che l'unica via forse percorribile nella Tripolitania di oggi per far cessare lo scandalo di quei campi è di rivolgerci ai turchi e di pregarli di esercitare pressioni sui libici di Serraj che a loro tutto devono. Come del resto facciamo in campo energetico, e come dovremmo fare per le partenze dei migranti.
La Tunisia è una questione diversa, anche se non raggiungerà mai il potenziale destabilizzante della Libia. Quelli tunisini sono palesemente migranti economici, e non è soltanto un barboncino subito strumentalizzato a dircelo. Il Covid-19 ha dato il colpo di grazia a una congiuntura anche politica molto instabile, e chi può pagarsi il passaggio guarda una carta e prova a raggiungere Lampedusa. Ma con Tunisi l'Italia ha un accordo di rimpatrio, e bene fanno Lamorgese e Di Maio ad annunciarne la stretta applicazione.
Non basteranno gli aerei, però. E la minaccia di sospendere lo stanziamento di 6,5 milioni di aiuti già concordati va agitata presso il governo di Tunisi stando attenti a non stuzzicarne il nazionalismo, che potrebbe produrre effetti controproducenti. Anche qui ci vuole chiarezza: la crisi tunisina non passerà dall'oggi al domani, e potrebbe aprire nuove vie alle pressioni migratorie esterne.
L'Europa? Certo, anche all'Europa dobbiamo rivolgerci. Magari ricordando ad Angela Merkel, che non poco ci ha appoggiati in tema di Recovery fund, i tempi in cui il suo governo era favorevole a una revisione dei regolamenti di Dublino che tanto ci penalizzano. Niente illusioni, però. Dagli accordi per sostenere le economie più colpite dal virus l'Europa è uscita con nuovi orizzonti ma anche con accentuate debolezze derivanti dalla netta divisione tra franco-tedeschi e meridionali, "frugali" e Gruppo di Visegrad. Una equa e completa ripartizione di chi arriva in Italia non è all'ordine del giorno, per ora ci si dovrà accontentare delle accoglienze volontarie annunciate da gruppi di governi come già accaduto in passato. Perché i migranti, oltre alle nostre democrazie, possono travolgere anche l'Europa.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 5 agosto 2020
Il paese di Erdogan sempre più lontano dall'occidente, diritti civili e politici stuprati, in carcere anche gli adolescenti. Se devi dire delle carceri turche, uno non sa da dove cominciare, se dalle cose che accadono da decenni o se dalle inchieste più recenti.
Che magari da dove cominci sempre lì finisci: a denunciarne gli aspetti drammatici. Puoi partire a esempio dalla malagiustizia: nella top five dei paesi per ricorsi riguardanti violazioni dei diritti civili e politici stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo, l'Italia c'è ma siamo messi un filo meglio della Turchia (gli altri, nell'ordine sono: Ucraina, Russia, Ungheria, e appunto Turchia - ma ora la Romania ci ha scalzato). Se l'amministrazione della giustizia è "deformata", le carceri si riempiono. E non sono cose di cui andar fieri.
Oppure, puoi partire da un Rapporto di Amnesty del 2003: "Basta alla violenza sessuale nei confronti delle detenute", un dossier in cui si denunciano le terribili condizioni delle donne detenute nelle carceri in Turchia.? Il Rapporto si basa su interviste a oltre cento detenute a Diyarbakir, Mus, Mardin, Batman e Midyat. "Le vittime degli abusi - si legge - sono soprattutto le donne curde e coloro che hanno idee politiche inaccettabili, dal punto di vista delle autorità o dell'esercito. Vengono spesso denudate, bendate e perquisite da agenti di sesso maschile durante gli interrogatori che si svolgono nelle stazioni di polizia o in prigione. Sono inoltre costrette a sottoporsi a test della verginità, allo scopo di punirle e umiliarle".
Oppure, puoi partire dalle inchieste pubblicate nel 2018 dal centro di giornalismo investigativo tedesco "Correctiv", che parla dei cosiddetti "Black Sites Turckey", le "Guantanamo" di Erdogan dove vengono rinchiusi e torturati presunti terroristi e cospiratori. In particolare, a finire nella ragnatela dei servizi turchi sarebbero soprattutto i seguaci di Fethullah Gulen, il magnate predicatore islamico inizialmente vicino a Erdogan ma adesso in esilio negli Usa e che sarebbe l'organizzatore del tentato golpe del luglio 2016.
L'inchiesta sui Black Sites della Turchia, i "buchi neri" dove scompaiono le persone, è stata portata avanti sentendo testimoni, sopravvissuti, gente rilasciata ma subito dopo costretta a lasciare la Turchia, da nove testate internazionali, coordinate da "Correctiv", tra cui "Le Monde", "El País", "Haaretz", "Il Fatto Quotidiano". Il governo turco non ha mai risposto alle domande dei cronisti. L'unica risposta del presidente turco Erdogan è stata: "Ci dicono che usiamo torture, ma in realtà l'unica tolleranza zero che abbiamo è proprio contro le torture".
Oppure, puoi ricordare quello che diceva Dino Frisullo nel 1999, pochi anni prima di morire, dopo essere stato, l'anno prima, il primo e unico prigioniero politico europeo nelle carceri turche. Era stato arrestato dalla polizia turca a Diyarbakir il 21 marzo 1998.
"Ero andato lì - raccontava a "Caffè Europa" - con una delegazione di cento osservatori europei per seguire una manifestazione in occasione del Newroz, il capodanno curdo. C'erano 70mila persone. Sembrava tranquillo. Poi però la situazione è precipitata. Centinaia di feriti, una donna e un bambino finiti sotto i cingoli dei carri armati e ridotti in coma. Dino Frisullo venne arrestato. "Su di me lo stato turco decise di costruire il processo esemplare", diceva. Durò quaranta giorni, la sua incarcerazione. Un ricordo che rimase indelebile.
"C'erano ovunque per il carcere le tracce degli strumenti di tortura. Ho visto gli anelli di metallo sospesi a due metri e mezzo da terra a cui venivano appesi i prigionieri, le vasche in cui venivano immersi in acqua gelida, o nell'orina e gli escrementi, i fili elettrici. La cella di fronte alla mia è stata per decenni uno dei principali luoghi di tortura. Era divisa in veri e propri loculi. Ciascuno aveva un finestrino che dava sul corridoio: da lì i prigionieri ogni giorno dovevano esporre le mani e i piedi per la bastonatura".
Oppure, puoi riportare la relazione della delegazione italiana, guidata da Alessandro Margara, magistrato, già Presidente del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) e Giudice di sorveglianza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, che si recò a Istanbul dal 5 all'8 gennaio 2001, invitata dall'Associazione Turca per i Diritti Umani, visitando e incontrando associazioni dei familiari dei detenuti, avvocati, esponenti della società civile impegnati a vario titolo per il rispetto dei diritti umani.
"Soltanto nello scorso anno sono state oltre cento le istanze accolte dalla Corte Europea per indagare su casi individuali di maltrattamenti e torture perpetrate su detenuti per ragioni politiche. A questo si aggiunge il conflitto tuttora in atto con la popolazione Kurda che sovente sfocia anche in sconfinamenti militari in territorio irakeno, nonostante la sospensione decretata dal PKK della lotta armata. Permangono poi: lo stato di emergenza determinato dalle leggi antiterrorismo del 1991, i continui attacchi alla libertà di stampa e di associazione, l'esistenza di tribunali speciali, la lunghezza della carcerazione preventiva, l'erogazione di condanne alla pena capitale.
La popolazione carceraria in Turchia ammontava fino a poco tempo fa a circa 75.000 detenuti, 13.000 dei quali accusati genericamente di terrorismo o comunque di reati associativi connessi alla propria militanza politica. L' 80% di questi è accusata di far parte dei movimenti indipendentisti kurdi. A seguito di un recente provvedimento di amnistia condizionale da cui erano esclusi gran parte dei detenuti politici, la popolazione carceraria si riduceva del 50% circa. Tre anni fa, in seguito alle pressioni esercitate da organismi internazionali, il governo turco dava il via a un piano di rimodernamento dell'edilizia carceraria: alle carceri di massima sicurezza di tipo ' È, sovraffollati ma che consentivano ai detenuti di condividere spazi comuni si volevano sostituire le carceri di tipo ' F', più piccole, in grado di ospitare circa 400 persone in celle singole o per 3 persone. Contro il trasferimento nei nuovi penitenziari iniziava il 20 ottobre uno sciopero della fame dei detenuti che rapidamente si estendeva a 41 carceri.
Nel tentativo di mediare e di sbloccare la situazione nasceva una trattativa fra il governo e i detenuti che vedeva protagonisti intellettuali, uomini di legge, soggetti della società civile turca. Il 19 dicembre, poche ore prima di un incontro fra i mediatori, latori di proposte del governo, e delegazioni dei detenuti, l'esercito irrompeva nelle carceri in sciopero con un'operazione beffardamente chiamata "Ritorno alla vita" che si concludeva con un tragico bilancio: 31 le morti accertate fra i detenuti, due fra i militari, 720 i feriti, alcuni dei quali molto gravi".
Poi, c'è il dramma dei detenuti- bambini in Turchia, di cui parla un report di "Osservatorio Iraq" del 2010: "Sono diverse centinaia i bambini e gli adolescenti arrestati, processati e condannati negli ultimi quattro anni in Turchia, in virtù degli emendamenti alla "Legge anti- terrorismo" (Tmy) approvati dal parlamento di Ankara nel 2006. La contestata norma ha esteso anche ai minori di 18 anni la possibilità di essere puniti per la semplice partecipazione a manifestazioni di protesta, per aver cantato slogan in lingua kurda o per il lancio di pietre contro le forze di polizia, assimilandoli di fatto a "membri di un'organizzazione terroristica".
Per lo più a fare le spese delle legge sono stati ragazzi kurdi, di età compresa tra i 15 e i 18 anni, ma spesso di soli 12 anni, che hanno subito condanne anche a diversi anni di detenzione. Per loro il trattamento è in tutto e per tutto assimilabile a quello destinato agli adulti: periodi di detenzione "cautelare" che possono arrivare fino a un anno; processi "farsa" celebrati davanti ai Tribunali penali speciali (invece che ai Tribunali minorili); reclusione in cella assieme agli adulti; violenze fisiche e psicologiche, maltrattamenti e, in alcuni casi, vere e proprie torture. Sotto la pressione della società civile turca e internazionale, nell'estate scorsa il governo di Ankara guidato dai filo- islamici del Partito di giustizia e sviluppo (Akp) ha deciso di emendare la legge, mitigandone alcuni aspetti.
Tutt'oggi, tuttavia, i minorenni incriminati in base alle vecchie norme e rimessi in libertà ammontano a poche decine. A limitare le scarcerazioni, sono alcune contestate norme del Codice penale turco (Tck) rimaste in vigore anche dopo la riforma della Tmy, ma anche la discrezionalità che abitualmente viene lasciata alla magistratura e la lentezza del sistema giudiziario turco. Le condanne - secondo l'organizzazione "Çocuk için adalet çagiricilari" (Coloro che chiedono giustizia per i bambini) - sono state in media di 4 o 5 anni di carcere, mentre l'età dei condannati in alcuni casi era di soli 13 anni.
Non essendovi ad Adana Tribunali minorili, tutti i condannati erano stati processati davanti alle Corti penali speciali. A Diyarbakir invece - stando a un rapporto dell'ong "Çocuk Için Adalet Girisimi" (Justice for Children Initiative) - nell'ottobre 2009 erano 159 i ragazzi di età compresa tra 15 e 17 anni in attesa di essere processati davanti ai Tribunali penali speciali, mentre altri 15, di età compresa tra i 12 e i 14 anni, aspettavano di essere giudicati dalle Corti penali minorili.
Un rapporto sul carcere di Diyarbakir, redatto dall'Associazione degli avvocati della stessa città, rilevava che nel cibo dato ai ragazzi erano stati trovati chiodi, aghi e insetti; che venivano garantiti solo dieci minuti di acqua calda al giorno e che i ragazzi dovevano lavarsi i vestiti a mano, e le loro celle erano piene di insetti e topi. Ad Adana sono state riscontrate anche prove di torture usate contro I bambini".
Poi uno dice, non è che puoi sempre parlare del passato, come se dovessi raccontare la trama di Fuga di mezzanotte, il film di Alan Parker del 1978, tratto da una storia vera, in cui si racconta il viaggio all'inferno di Billy Hayes, uno studente americano in vacanza in Turchia con la propria fidanzata che viene fermato da guardie turche all'aeroporto di Istanbul, ottobre 1970, mentre sta per imbarcarsi verso gli Stati uniti con addosso due chili di hashish. E qui comincia l'incubo, una condanna prima a quattro anni e poi all'ergastolo - tra pestaggi, torture, violenze, abusi - fino all'evasione di notte, il Midnight Express, come veniva chiamato nel gergo carcerario, che lo porterà prima in Grecia e poi finalmente a casa.
Così, decidi di dire dell'attualità. Allora ti guardi l'ultimo rapporto Amnesty (2019- 20): "Sono emerse nuove accuse attendibili di tortura e altri maltrattamenti. A Urfa, nella Turchia orientale, uomini e donne, arrestati a maggio in seguito a uno scontro armato tra le forze di sicurezza e l'ala armata del Pkk, hanno denunciato, tramite i loro avvocati, di essere stati torturati anche con scosse elettriche ai genitali. Gli avvocati hanno denunciato che alcuni ex funzionari del ministero degli Affari esteri, arrestati a maggio dalla direzione della pubblica sicurezza di Ankara, con l'accusa di "appartenenza a un'organizzazione terroristica, aggravata da falso e contraffazione a scopi terroristici", erano stati denudati e minacciati di essere stuprati con i manganelli. In entrambi i casi gli avvocati hanno denunciato che i loro assistiti non avevano avuto accesso a un consulto privato con un medico".
A aprile di quest'anno Erdogan vara un'amnistia per ridurre l'affollamento delle carceri (sono 300mila i detenuti in Turchia, su una popolazione totale di 80 milioni, in 375 carceri, la cui capienza massima non supera le 120mila unità) temendo l'esplosione di un'epidemia. "L'idea è un rilascio temporaneo, fino a quando l'epidemia sarà più o meno domata, di 90mila detenuti: prigionieri in carceri di minima sicurezza, sopra i 65 anni, malati, donne incinte o con figli con meno di sei anni. Chi resta fuori? I condannati per stupro, omicidio di primo grado, droga e - soprattutto - terrorismo. Una categoria che in Turchia ha le maglie larghe. Sono giornalisti, deputati del partito di sinistra pro- curdo Hdp, attivisti, scrittori, avvocati". (da "il manifesto", Chiara Cruciati).
Già, gli avvocati. Dai dati emerge che tra i malcapitati coinvolti nella più vasta repressione attuata del Paese, arrestati con accuse di terrorismo, 605 sono avvocati, di cui 345 condannati arbitrariamente per un totale di 2145 anni di prigione. Oltre 1500 gli indagati.
"Anni di carcerazione preventiva subita senza avere delle accuse precise da cui difendersi, condanne pesantissime inflitte al termine di processi sommari, svolti al di fuori di ogni regola dello stato di diritto", denuncia il coordinamento delle Commissioni Diritti umani e Rapporti Internazionali del Consiglio Nazionale Forense italiano. Erdogan in persona avrebbe sollecitato il disegno di legge che prevede l'istituzione di Ordini alternativi a quelli esistenti contro il quale si sono animate proteste dei togati in tutto il paese. Il testo, presentato in Parlamento lo scorso 30 giugno, prevede che il governo assuma il controllo dell'elezione degli organi dirigenti dei vari organismi professionali. "In questo modo Erdogan - sostiene Mehmet Durakoglu, presidente dell'Ordine forense di Istanbul - vuole punire la nostra categoria che ha sempre rappresentato i valori laici della democrazia".
Sembra non cambi niente. In un reportage di Nicolas Cheviron, su "Internazionale" del novembre 2016, si leggeva: "Negli ultimi dieci anni sono state chiuse 187 carceri e sono state inaugurate altre 118 strutture più grandi nelle periferie delle grandi città. Questi trasferimenti hanno permesso di ospitare più detenuti, passando dai 114mila del 2010 ai 189mila dell'ottobre del 2016, come rivelano i dati dell'istituto di statistica turco e della direzione delle prigioni turche (Cte). Dice Burcu Çelik Özkan, una deputata del Partito democratico del popolo (Hdp, filocurdo): "Chiaramente per le autorità turche il carcere è un modo per gestire i problemi politici e sociali".
E Mustafa Eren, del Centro di ricerca sulle prigioni turche: "In Turchia c'è stata una pianificazione. Non si costruiscono nuove prigioni per rispondere a un aumento del numero di detenuti, ma il contrario". In dieci anni la Turchia è diventata il primo paese per numero di carcerati in Europa (Russia esclusa), staccando Inghilterra e Galles (85mila detenuti) e Polonia (71mila). La Germania, che ha una popolazione di 80 milioni di abitanti, pochi milioni in più della Turchia, nel 2015 contava appena 62mila detenuti. Su scala mondiale il paese guidato da Erdog? an si trova al nono posto, superato solo da paesi più popolosi (Stati Uniti, Cina, Russia, Brasile, India, Messico, Iran) e dalla Thailandia". Così è.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 5 agosto 2020
Diffuso il filmato della bodycam, si vede l'uomo chiedere agli agenti di non ucciderlo. E Amnesty accusa: 125 casi di abusi sui manifestanti. Amnesty International Usa ha divulgato un rapporto dove si denunciano 125 casi di violenza da parte delle forze di polizia verso manifestanti, medici, giornalisti e osservatori legali, avvenuti in 40 stati e nel Distretto di Columbia, nel periodo tra maggio e giugno, dopo l'uccisione di George Floyd. L'organizzazione ha dichiarato che "ancora e ancora, le forze dell'ordine hanno usato la forza fisica, le sostanze chimiche urticanti, proiettili di gomma, arresti e detenzioni arbitrarie come prima risorsa contro manifestazioni in gran parte pacifiche" e per "imporre il coprifuoco".
Amnesty International ha specificato che tra il 26 maggio e il 5 giugno sono stati documentati 89 casi di "uso non necessario" di gas lacrimogeni in 34 stati, e 21 incidenti relativi a un "uso illegale" di spray urticante in 15 stati e Washington DC da parte della polizia statale e locale, delle truppe della Guardia nazionale e dei funzionari federali. Il rapporto rivela "una preoccupante mancanza di progressi" dalle proteste equivalenti del 2014 a Ferguson. "Solo 3 stati, California, Washington e Missouri, hanno fatto passi importanti e progressivi", si legge nel rapporto.
A poche ore dalla diffusione del rapporto, sono trapelate, per la prima volta, due video registrati dalle bodycam della polizia, e che mostrano l'omicidio di George Floyd dal punto di vista degli agenti. In entrambi i video si sente Floyd chiedere aiuto e chiamare sua madre per diversi minuti; in un video, l'ex agente Thomas Lane si approccia a Floyd cercando di tirarlo fuori a forza dall'auto, puntandogli contro una pistola. Più tardi nel video, Floyd cade a terra mentre gli agenti lo guidano verso un'auto della squadra. "Smetti di cadere", gli dice uno degli agenti.
Non appena Floyd cade sul marciapiede, il video mostra le mani guantate dell'ex ufficiale Derek Chauvin su di lui, e il suo ginocchio sul collo di Floyd. "Per favore, non riesco a respirare - dice a quel punto Floyd - Per favore, amico". L'agente risponde: "Rilassati. Puoi respirare bene, stai parlando bene ora". Ma Floyd insiste: "Non riesco a respirare". Mentre la gente si raduna, il video della bodycam mostra Kueng prendere il polso di Floyd. Ora c'è un'indagine sulla diffusione dei filmati delle bodycam, in quanto finora il tribunale aveva permesso la visione dei filmati solo a persone autorizzate, anche se le descrizioni dei contenuti erano state divulgate. Il video della bodycam dell'agente Kueng non è stato pubblicato.
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 5 agosto 2020
Bande criminali si combattono in città affrontandosi con kalashnikov, bazooka o granate. Già venti morti nel primo semestre. Il governo promette il dispiegamento di più poliziotti. Ma la popolazione chiede "più fatti per rendere il Paese di nuovo sicuro". L'ultima vittima innocente è una ragazza di 12 anni, uccisa sabato sera scorso da una pallottola vagante sparata da un killer e destinata a un criminale di una banda rivale. È avvenuto alla periferia della capitale, e la gente ne ha abbastanza. Nelle grandi città svedesi - soprattutto Stoccolma, Malmö e Göteborg - infuria da anni ormai ogni sera la guerra tra gang rivali.
Bande criminali svedesi o straniere si combattono in città affrontandosi in battaglie con armi da guerra, cioè kalashnikov, bazooka o granate, e la polizia pur avendo ricevuto nuovi poteri è semplicemente impreparata e priva delle armi necessarie a fermare il sanguinoso conflitto urbano. Risultato, molte zone di città svedesi, tradizionalmente frequentate da giovani e famiglie, sono divenute pericolosissime. Come il parcheggio dove la giovane è caduta assassinata per errore, ora pieno di fiori e candeline deposti dai suoi compagni di scuola e da semplici cittadini.
"Sono sotto shock e senza parole, posso solo essere vicino nel dolore ai familiari della povera giovane", ha dichiarato il ministro dell'Interno del governo a guida socialdemocratica, Mikael Damberg. "Prometto ai cittadini che rafforzeremo la polizia e puniremo i criminali con pene più severe", ha aggiunto il titolare del dicastero della Giustizia, Morgan Johansson.
Ma alla gente le parole non bastano. "Ci vogliono fatti per rendere di nuovo la Svezia sicura", chiedono le opposizioni, in particolare il forte partito sovranista SverigeDemokraterna (democratici di Svezia) guidato dal giovane Jimmie Akesson. E dopo il flop nella strategia anti-Covid col rifiuto di lockdown e oltre 5700 morti, e dopo anni di crisi dell'ordine pubblico a causa dell'enorme numero di migranti che rifiutano di integrarsi, il dramma della giovane assassinata è un nuovo colpo mortale all'efficienza e all'immagine del sistema-Paese Svezia, la società solidale inclusiva e competitiva creata decenni orsono dai padri della socialdemocrazia Tage Erlander e Olof Palme. Ancora non sono stati effettuati arresti di sospetti assassini, nota la radio pubblica.
L'assassinio della minorenne, di cui non vengono pubblicate le generalità per rispetto alla sfera privata, è avvenuto in un parcheggio di Botkyrka, meno di 20 chilometri dal centro di Stoccolma. La giovane era lì forse per comprare qualcosa alla stazione di servizio, o forse per vedere i suoi amici al McDonald o al PizzaHut vicini. "Era piena di vita, non la dimenticheremo", dicono alla tv svedese i suoi coetanei. Da un'auto poi partita a tutta velocità qualcuno ha sparato. Secondo le indagini la vittima predestinata era un gangster di un gruppo rivale, ma la pallottola ha colpito a morte la ragazza.
La guerra tra gang rivali con armi pesanti ha già causato venti morti nel primo semestre dell'anno in corso. La polizia ha registrato ben 163 sparatorie. L'anno scorso i morti erano stati 42, causati da ben 334 battaglie con armi da guerra in diversi centri urbani. Le gang continuano ad agire, appaiono potenti e invincibili, e la gente comune ha paura. Inevitabilmente la guerra urbana tra bande accende anche timori e diffidenze verso i numerosi migranti. Dalla decisione tedesca di aprire le frontiere ai flussi migratori (2015), nessun Paese dell'Unione europea ha visto arrivare tanti migranti per abitante come il prospero regno nordico. Molti sono maschi soli, adulti o minorenni, facile massa di reclutamento della malavita secondo i rapporti di polizia e Säpo, il servizio segreto.
di Simone Scaffidi
Il Manifesto, 5 agosto 2020
Prima nota ufficiale dopo le accuse della famiglia del volontario assassinato. Via l'immunità ai membri della Missione di verifica per agevolare le indagini. In una nota pubblicata sul sito ufficiale delle Nazioni unite, Farhan Haq, portavoce del segretario generale António Guterres, informa che l'Onu sta "cooperando pienamente con le autorità colombiane incaricate di determinare le cause della morte" di Mario Paciolla affinché "le circostanze vengano pienamente chiarite".
Tra le misure adottate per agevolare le indagini il portavoce ha indicato la revoca dell'immunitá ai funzionari della Missione di verifica in Colombia - che possono dunque da oggi essere sentiti sul caso del volontario italiano - e la disponibilitá nel fornire informazioni e rendere disponibili all'esame delle autoritá competenti gli effetti personali e le attrezzature di lavoro del loro collaboratore. Le Nazioni unite rompono così il silenzio all'indomani delle dichiarazioni della famiglia Paciolla-Motta riportate dall'edizione napoletana de La Repubblica ("l'Onu in realtà non mostra di essere minimamente collaborativa. Dall'inizio di questa tragica vicenda, dalla prima telefonata non è emerso alcun sentimento di vicinanza, umanitá, dolore, nei confronti di genitori che aspettavano un figlio da riabbracciare").
Il portavoce sottolinea inoltre la "stretta comunicazione con il governo italiano", che durante la commemorazione di Paciolla, attraverso le dichiarazioni del presidente della Camera Roberto Fico e il ministro degli Esteri Luigi di Maio, si è impegnato nella ricerca della veritá e della giustizia. E assicura "piena cooperazione con le autoritá italiane". La nota si chiude ribadendo la la volontá di non "commentare i dettagli del caso o speculare sull'esito dell'inchiesta, poiché sarebbe inappropriato farlo". Con queste parole viene riconfermata la linea del silenzio e della "discrezione" adottata fin qui dall'Onu. Mario Paciolla, 33 anni, era stato trovato senza vita lo scorso il 15 luglio a San Vicente del Caguán, in Colombia, dove lavorara dal 2018.
di Katya Maugeri e Sandro Libianchi*
sicilianetwork.info, 4 agosto 2020
La persona che fa uso stupefacenti è portata normalmente nella sua storia a commettere reati, proprio perché deve procacciarsi a tutti i costi il denaro per acquistare la sostanza. E finirà per spacciare per lo stesso motivo. Un quadro che delinea l'anticamera di un percorso giudiziario che diventerà, inevitabilmente, penitenziario in tempi successivi. Il 70-80% delle persone che consumano stupefacenti avrà nel corso della propria una vita almeno un episodio giudiziario al quale molto spesso ne conseguirà un altro di tipo penitenziario.
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