di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 6 agosto 2020
Per i detenuti della Casa Circondariale di Melfi oggi è una giornata speciale e tutta dedicata allo sport. Inizia infatti il corso per arbitri di calcio a 5 organizzato dal Centro Sportivo Italiano del Comitato di Melfi, frutto del progetto "Valori oltre le sbarre". L'iniziativa, voluta dal presidente del Csi di Melfi Aldo Cilenti e accolta con favore dalla direzione del penitenziario, si è concretizzata grazie alla convenzione siglata tra la Presidenza nazionale del Csi e il Ministero della Giustizia.
"Questo importante progetto di carattere sociale - ha spiegato Cilenti - è solo il primo tassello di un'intensa collaborazione che vede impegnate la struttura carceraria e il Comitato melfitano, e tornerà utile ai detenuti che vi partecipano, una volta riacquistata la piena libertà". A tenere il corso saranno formatori altamente qualificati ed esperti del Csi, che da anni è impegnato nelle carceri italiane con attività sportive e formative. Partecipano al corso 10 detenuti che si alleneranno ogni mercoledì per tre mesi. Alla fine del corso è previsto un test di valutazione e il rilascio dell'attestato con il conseguimento della qualifica di "arbitro di calcio a 5" che potrà essere utilizzato nei comitati del Csi in Italia.
"C'è molto entusiasmo tra i detenuti - ha detto Marisa Di Pierro, comandante facente funzioni - la possibilità di partecipare a questo corso è vista come una occasione in più e una sorta di fiducia nei loro confronti". L'iniziativa, insieme ad altri corsi che si stanno tenendo nell'istituto, come il corso per conduttori cinofili, quello di lettura libera e di arte-terapia, sono la dimostrazione di come sia alto l'impegno e il valore della funzione rieducativa della struttura lucana.
Il Resto del Carlino, 6 agosto 2020
Questa sera alle 20.15 al Supercinema estivo di Modena (in viale Carlo Sigonio 386) viene presentato il film "Odissea Web", un progetto realizzato dal Teatro dei Venti durante il lockdown, nel corso delle prove da remoto con gli attori del carcere di Modena e di Castelfranco Emilia.
Nel febbraio 2020, a causa della pandemia di Covid-19, il Teatro dei Venti è stato infatti costretto a sospendere le attività formative e produttive che porta avanti da anni nella casa circondariale Sant'Anna di Modena e nella casa di reclusione di Castelfranco Emilia. Grazie alle donazioni di privati cittadini, sono stati consegnati ai due istituti quattro computer portatili permettendo così di far partire da remoto le prove dello spettacolo che avrebbe dovuto debuttare in forma di studio quest'anno al festival Trasparenze.
Questo film è un racconto di quelle giornate, oltre che l'ultimo evento di Trasparenze Festival a Modena. Il progetto vede la regia di Raffaele Manco e Stefano Tè, la sceneggiatura di Vittorio Continelli, Stefano Tè e Massimo Don e fotografia e montaggio di Raffaele Manco. L'ingresso alla proiezione è gratuito con prenotazione obbligatoria al numero 3456018277, oppure scrivendo a
di António Guterres*
Corriere della Sera, 6 agosto 2020
Settantacinque anni dopo Hiroshima e Nagasaki, il rischio non è scongiurato. Questo mese segna il 75esimo anniversario del bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki, quando il genere umano apprese sulla propria pelle la devastazione che una singola bomba atomica è in grado di scatenare. La hibakusha, la prolungata sofferenza causata ai sopravvissuti, dovrebbe rappresentare per noi lo stimolo quotidiano a eliminare tutte le armi nucleari. Tuttavia, malgrado essi abbiano condiviso le proprie storie in modo che l'orrore sperimentato da Hiroshima e Nagasaki non sia mai dimenticato, la minaccia nucleare sale, ancora una volta.
Una rete di accordi e strumenti legali è stata costruita per prevenire l'uso di queste armi distruttive e giungere a eliminarle del tutto. Tuttavia è da tempo iniziata l'erosione di questo quadro normativo, rimasto inattivo per decenni. La possibilità che le armi nucleari siano utilizzate - intenzionalmente, accidentalmente o in conseguenza di calcoli sbagliati - è pericolosamente elevata.
Alimentate da crescenti tensioni internazionali e dalla dissoluzione della fiducia reciproca, le relazioni tra Stati che possiedono armamenti nucleari stanno degenerando in confronti rischiosi e destabilizzanti. Mentre i governi fanno sempre maggiore affidamento sulle armi nucleari per la propria sicurezza, i politici attingono alla retorica per spiegarne il possibile uso e stanziano somme ingenti per perfezionarne il grado di letalità, denaro che sarebbe assai più utilmente speso per uno sviluppo pacifico e sostenibile.
Per decenni, i test nucleari hanno avuto orribili conseguenze umane e ambientali. Questa reliquia di un tempo che fu dovrebbe essere per sempre confinata nel passato. Ciò è possibile solamente attraverso un divieto legalmente vincolante e verificabile su tutti i test nucleari. Il Trattato sul divieto globale dei test nucleari ha provato la propria validità, ma ci sono Stati che devono ancora firmarlo o ratificarlo, pregiudicando in tal modo che esso dispieghi in pieno i propri effetti di elemento essenziale della disciplina complessiva per l'eliminazione delle armi nucleari.
Insieme al cambiamento climatico, gli armamenti nucleari costituiscono una minaccia esistenziale per le nostre società. La maggior parte delle circa 13.000 armi nucleari attualmente in stoccaggio negli arsenali globali sono enormemente più distruttive delle bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki. Qualsiasi loro utilizzo scatenerebbe un disastro umanitario di proporzioni inimmaginabili.
È ora di tornare alla consapevolezza condivisa che un conflitto nucleare non può essere vinto e non deve essere combattuto; all'intesa collettiva che dovremmo lavorare con l'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari; e allo spirito di cooperazione che favorisca il progresso storico verso la loro eliminazione. Stati Uniti e Russia, in qualità di possessori di quasi il 90 per cento delle armi nucleari, devono guidare questo processo. Il Trattato "New Start" contempla criteri verificabili. La sua proroga quinquennale consentirebbe di avere il tempo per negoziare nuovi accordi, tra l'altro includendo altri Paesi possessori di armi nucleari.
Il prossimo anno, le Nazioni Unite ospiteranno la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (Npt), uno degli accordi internazionali di sicurezza di maggior successo. Esso è il solo a prevedere impegni vincolanti adottati dalle cinque maggiori potenze nucleari per perseguire l'eliminazione delle armi nucleari e imporre obblighi verificabili di non acquistare o sviluppare tali armamenti. L'adesione pressoché universale all'accordo significa che la grande maggioranza della comunità internazionale sia vincolata da tali impegni. La Conferenza di revisione del Trattato Npt offre pertanto l'opportunità di contenere l'erosione dell'ordine nucleare internazionale.
Fortunatamente, la maggior parte degli Stati membri delle Nazioni Unite resta fedele all'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari. Lo dimostra il sostegno che 122 Paesi hanno dato all'adozione del Trattato sul divieto di armi nucleari. Essi si rendono conto che le conseguenze di qualunque utilizzo di armi nucleari sarebbe catastrofico. Non possiamo rischiare un'altra Hiroshima, un'altra Nagasaki o peggio. Riflettendo sulla sofferenza della hibakusha, facciamo che l'umanità colga in questa tragedia l'opportunità di ristabilire un fronte comune e di rafforzare il proprio impegno per un mondo libero da armi nucleari.
*Segretario Generale delle Nazioni Unite
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 6 agosto 2020
L'allarme del Viminale. Fino a giugno i 9.300 ingressi rispetto ai 6.800 sbarchi certificati. Se luglio non fosse stato il mese dei flussi record dalla Tunisia a Lampedusa, il 2020 avrebbe potuto essere l'anno del sorpasso. Con l'affermazione della rotta balcanica su quella del Mediterraneo. È stato così fino a giugno con 9.300 ingressi in Europa attraverso la frontiera italo-slovena contro i 6.800 sbarchi sulle coste del Sud, adesso diventati 14.800. E tuttavia la rotta balcanica è stata la più attiva nel 2020 con un più 73 per cento rispetto all'anno scorso, facendo suonare un campanello d'allarme al Viminale. La ministra Lamorgese annuncia il rafforzamento dei contingenti militari, la ripresa dei pattugliamenti congiunti con la polizia slovena e droni per l'individuazione dei migranti.
Arrivi triplicati dunque: siriani, afghani, pakistani stipati nei cassoni dei camion, nascosti nei vani motore, provano a passare a piedi nei boschi dei valichi. Turchia, Grecia, Serbia, Bosnia, Slovenia fino all'Italia, lungo il confine che va da Trieste a Udine. Un itinerario oggi assediato dal Covid: "Non possiamo accogliere più nessuno, la situazione è ingestibile, non ci sono strutture per la quarantena. Se viaggiamo a mille immigranti irregolari al mese il rischio sanitario è rilevante", denuncia il governatore Fedriga al Comitato Schengen che ha annunciato una missione sul nuovo fronte caldo.
Non se ne parla più di tanto, ma basterebbero già i numeri ufficiali, quelli dell'agenzia europea Frontex, a confermare che in Italia (anche solo per transito verso il Nord Europa) nei primi sei mesi dell'anno sono arrivati più immigrati via terra che via mare. E se luglio è stato il mese dell'emergenza per Lampedusa, anche il Friuli Venezia Giulia fa contare numeri mai visti negli ultimi cinque anni: 2050 ingressi a giugno, con un'ulteriore impennata a luglio.
Numeri per difetto perché - a differenza degli sbarchi che il Viminale riesce a conteggiare con precisione - i migranti intercettati al confine italo-sloveno sono una parte minima rispetto a quelli che riescono a passare. E infatti i numeri riferiti ieri, al question time in Parlamento dal ministro Federico D'Incà, sono decisamente inferiori a quelli di Frontex con circa 2500 persone rintracciate, 620 delle quali (circa il 25 per cento) rimandate dall'altra parte in virtù del contestato accordo italo-sloveno sulle riammissioni sul quale il governo italiano punta moltissimo per i respingimenti immediati alla frontiera. Gli accordi prevedono infatti la possibilità di riconsegnare alla polizia slovena entro 24 ore i migranti trovati sul territorio italiano entro una fascia di 10 chilometri dal confine di stato.
"Respingimenti illegali", li bolla il deputato Riccardo Magi che in un'interrogazione ha dato voce alla denuncia degli avvocati dell'Asgi secondo i quali i migranti verrebbero rimandati indietro ignari di tutto e senza poter presentare domanda di protezione internazionale. Accuse che il Viminale respinge ricordando che la Slovenia è paese della Ue e che chi viene respinto può presentare lì richiesta di protezione.
di Brunella Giovara
La Repubblica, 6 agosto 2020
Tre casi Covid nell'ex caserma dell'esercito. Il Pd: "Il Friuli non può essere lasciato da solo a gestire i flussi dalla Slovenia. L'Ue ci aiuti". Questo posto è una polveriera, anche se il reggimento di artiglieria dell'Esercito se ne è andato da anni. Lunedì scorso fuoco e fiamme, 500 migranti chiusi nell'ex caserma come in galera hanno protestato e incendiato materassi, nell'unica zona rossa rimasta in Italia, decisa dal sindaco leghista Fontanini. Tre casi di positività al Covid, 500 in quarantena fino al 15 agosto, si poteva facilmente immaginare che sarebbe finita così, in una rivolta di disperati, afgani, pakistani, cingalesi, gente che arriva seguendo la rotta balcanica, e qui approda, con speranze zero.
Martedì ancora qualche fiammata, poi è intervenuta la prefettura che ha portato l'imam sul posto, a calmare gli animi, a mediare. Ieri, calma assoluta, le pattuglie della polizia, i volontari della protezione civile fermi sotto la scritta Caserma A. Cavarzerani, e il tricolore che sventola fiacco. "Gestiamo la situazione con tutte le forze possibili", dice il questore di Udine, Manuela De Bernardin Stadoan, una che è andata a vedere di persona - non è comune - che cosa stava succedendo dietro al muraglione. Spiega che "a luglio si sono intensificati i rintracci", le segnalazioni di gruppi di migranti sulle provinciali, uomini giovani, poche donne, ragazzini. La rotta balcanica sputa sulla frontiera centinaia di futuri richiedenti asilo, la Slovenia è a due passi, i controlli sono stati rafforzati sui valichi secondari, strade di montagna, o di pianura, "il ministero ha già mandato e sta ancora mandando rinforzi", dice il questore. Nessuno però si illude che serva a qualcosa.
Ieri, un gruppetto trovato a Cormons. Mercoledì otto del Bangladesh intercettati dai carabinieri a Pozzuolo, periferia di Udine. "Ricordo quando il governatore Fedriga minacciò di costruire un muro lungo tutto il confine, l'abbiamo a lungo canzonato...". Cristiano Schaurli è il segretario regionale del Pd, e sa che il confine gigantesco da Trieste all'Austria "non è militarizzabile", giacché non siamo in guerra, quindi "i migranti continueranno ad arrivare, la rotta balcanica ha avuto in questi ultimi 4 mesi più afflusso che quella via mare. L'Europa dovrebbe occuparsi del problema, il Friuli non può essere lasciato solo a gestire i flussi", alla maniera leghista, poi.
Anche il salviniano Fedriga sa benissimo che l'idea del muro è umoristica, roba da vendere agli elettori. Però la rivolta dei 500 "è benzina per il fuoco della Lega", dice Schaurli, e in questa che è pur sempre la terra di Pasolini e di padre Turoldo (uno che diceva "prima gli esseri umani") la gente non vuole più vedere gli immigrati, nascono comitati anti caserma, ci si lamenta che le case si stanno deprezzando e via così. Si possono ricordare alcuni precedenti, esperimenti che la Lega più destra ha fatto qui, come il no agli atleti africani alla mezza maratona di Trieste, aprile 2019, o quella volta che il Comune di Codroipo vietò l'uso di bambole di colore negli asili nido. Ma la deriva fascista e pure nazista adesso è più concreta, plateale, esibita.
L'altro giorno a Trieste 14 giovani di CasaPound hanno fatto irruzione nel Consiglio regionale - non si sa come si possa entrare così in un palazzo delle istituzioni, ma è stato molto facile - e qui hanno letto un proclama dove si chiedeva di "fare qualcosa" contro i migranti e "la distruzione della società occidentale". Ed ecco farsi avanti il consigliere leghista Calligaris, che affronta i CasaPound, e cosa gli dice? "Potevate chiedere un incontro, vi spiegavamo che nessuno qui può bloccare la rotta balcanica perché non abbiamo la competenza".
Però li ha subito superati a destra, aggiungendo "io sono uno di quelli che gli sparerebbe, a quella gente lì. Tranquillamente". Poi si è scusato, ed è stato subito perdonato da Fedriga. E che dire del coordinatore della protezione di Grado, tale Felluga, che ha scritto su Facebook "non preoccupatevi, stiamo organizzando gli squadroni della morte e nel giro di due giorni riportiamo la normalità". Come si riporta la normalità, in un centro di accoglienza da 300 posti, che oggi ospita 500 persone? "Quattro taniche di benzina e si accende il forno crematorio, così non rompono più", più chiaro di così.
di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 6 agosto 2020
La città è sinonimo universale di tormento senza soluzione. La capitale si riconosce nel fragore. E tutto quello che accade qui è una replica, segue uno schema. Sono luoghi comuni, al punto che anche chi non ci ha mai messo piede li conosce: c'è la città che non dorme mai e quella che mai ha pace (e mai l'avrà). La seconda è Beirut. Poi hanno distrutto Sarajevo, Falluja, Aleppo, ma il sinonimo universale del tormento senza soluzione è rimasto quel nome: Beirut.
Mentre scrivo queste righe ho in sottofondo la voce di Fairouz, "nostra ambasciatrice presso le stelle", che da decenni si leva dolente dalle ricorrenti macerie. La più straziante delle sue canzoni è questa Li Beirùt: "La città è fatta delle anime della gente, di vino e sudore, pane e gelsomini, perché allora il suo sapore è diventato quello del fuoco e del fumo?". È una domanda retorica, piove come cenere sui detriti ogni volta che ingombrano le strade. Per conoscere la risposta bisogna aver respirato l'odore della distruzione che mischia il metallo e la carne, camminato sulle rovine con chi le ha portate dentro di sé, amato in modo oscuro la notte dietro le quinte degli edifici diroccati più che nei bunker trasformati in discoteche. E, sopra tutto, issato la bandiera dell'impermanenza sotto quel cielo di ogni cosa e persona.
Il 14 febbraio del 2005, quando un ordigno sul lungomare fece saltare in aria il convoglio dell'ex premier Rafiq al-Hariri, ero in un negozio a poco più di un chilometro di distanza, all'inizio del quartiere cristiano di Gemmayzeh. Un tuono assordante, mentre le vetrine vibravano.
Da giorni i jet israeliani sorvolavano la città a bassa quota infrangendo il muro del suono per impaurire la popolazione. Uscii in strada guardando verso l'alto, ma un vecchio sul marciapiede, seduto su una seggiola scassata, mi indicò il cuore della città. Disse una sola parola: "Ainfijar!", esplosione. Più ancora che un rumore, aveva riconosciuto un destino.
In Occidente si racconta una Beirut prima e dopo la guerra civile come affiancando due ritratti di una donna che è stata bellissima, poi sfregiata da un incidente e da una serie di interventi che, anziché curarla, hanno fatto rivivere il trauma. "La Parigi del Medio Oriente", per giunta con le palme sul porto dove si cullavano gli yacht dei bancarottieri, le notti da espatriati in hotel, con le odalische sotto il baldacchino erano cartoline infradiciate, alla deriva sull'acqua.
Tanti saluti all'"età dell'oro" li ha scritti la siriana Ghada Samman nel suo romanzo Beirut Nightmares: "La bella vita che così tanti associano a quella Beirut riguardò una esigua minoranza degli abitanti, mentre la stragrande maggioranza soffriva la fame, l'ignoranza, le malattie, la povertà. Poi venne una guerra sporca, ma fece seguito a una sporca pace".
Nel fragore e nel pericolo la città ha riconosciuto la propria vocazione, ha livellato le sorti personali, elevato l'esistenza quotidiana a un grado di suspense impensabile e, per quanto possa essere difficile comprenderlo, irrinunciabile. Si è creata una sorta di dipendenza, come agli individui capita con l'alcol o la droga. Il lutto collettivo è un fiume carsico che attraversa silenziosamente il sottosuolo e a intervalli affiora con un'esplosione.
Non prevedibile, eppure attesa. Esiste una branca della criminologia chiamata vittimologia che studia la predisposizione di alcuni individui a subire offese a ripetizione. In parte diventa una loro seconda natura, in parte un'etichetta sulla quale gli altri infieriscono. Scomparse dal cartellone mondiale le guerre di teatro è rimasto il teatro della guerra: Beirut.
Il ragazzo tra le macerie citato in tutti i reportage di ieri che accusa "una maledizione" sulla sua terra sconta la giovane età e confonde ciò che è ancora esterno, esorcizzabile, con ciò che è entrato dentro, scorre nelle vene. Tutto quello che accade a Beirut è una replica, segue uno schema. Prendete il miglior romanzo recente che vi sia stato ambientato, Il gioco di De Niro, di Rawi Hage, leggete queste righe: "Le bombe piovevano come rovesci monsonici nell'India lontana.
Io ero disperato e smanioso, avevo bisogno di un lavoro migliore e di soldi. Lavoravo al porto, manovravo l'argano. Scaricavamo le armi dalle navi" e più in là: "Una bomba è caduta nella via accanto. Ho sentito le urla, ormai doveva esserci un fiume di sangue. Ho aspettato; la regola era aspettare la seconda".
Era già tutto letteralmente scritto: le armi al porto, la doppia esplosione. Come fosse già accaduto, perché lo era e, quel che è più terribile, lo sarà di nuovo. Le verità non sono sepolte, galleggiano. Nella sera di San Valentino del 2005 mentre i professionisti del depistaggio raccontavano favole evocando perfino "il cartello dei diamanti" i vecchi sulle seggiole scassate si facevano solo due domande: "A chi giova?" e "Chi può farlo?". Ripondendosi: "Siria" e "Hezbollah", anticipando 15 anni di commissioni d'inchiesta internazionali. Conoscono le risposte anche stavolta. E la prossima.
di Pasquale Porciello
Il Manifesto, 6 agosto 2020
Rabbia e incredulità il giorno dopo l'esplosione che ha sfigurato la capitale libanese. 140 le vittime, ma si scava ancora. Primi arresti per lo stoccaggio del nitrato di ammonio nel porto.
Martedì 4 agosto, ore 18:08. Una prima esplosione. Pochi istanti. Un'altra. Un'onda d'urto spaventosa, avvertita fino in Siria, a Cipro, a 200km. Un deposito contenente 2750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate dal 2014 nel capannone 12 al porto di Beirut, dopo il sequestro nel 2013 della nave moldava Rhosus, saltato in aria in circostanze ancora da definire.
Badri Daher, direttore dell'ufficio doganale, ha dichiarato che il deposito di nitrato non era sotto la sua responsabilità, ma sotto quella di Hassan Koraytem, capo del porto e direttamente sottomesso al ministero dei Trasporti e dei lavori pubblici. Daher ha aggiunto che dal 2014 a oggi abbiamo allertato sei volte la magistratura, che non è intervenuta". Dal canto suo Koraytem si è mostrato sorpreso che "non ci si sia sbarazzati del materiale nonostante la corrispondenza tra magistratura e dogana. (...) Noi abbiamo seguito le istruzioni dei magistrati. Ci hanno chiesto da poco, dopo anni, di colmare una fessura nella porta del capannone per evitare un possibile deterioramento e noi lo abbiamo fatto".
Il giorno dopo l'esplosione che ha devastato Beirut le strade sono affollate di volontari, di gente che, ancora in stato confusionale, comincia a rimuovere vetri e detriti, che sono ovunque. Le auto parcheggiate hanno le lamiere ammaccate e i vetri frantumati, come dopo un incidente. Si calcola sommariamente che siano 300mila gli sfollati, ma i danni sono incalcolabili. La croce rossa ha installato delle tende per i primi soccorsi. Le operazioni sono andate avanti instancabilmente da martedì sera. Si estraggono ancora persone dalle macerie e si spera siano vive, ma sono ancora molti i dispersi.
L'aria è irrespirabile. "Ho sentito un primo boato forte e mi sono affacciata alla finestra per capire cosa stesse succedendo. Pochi secondi e ne ho sentito un altro violentissimo e sono stata sbalzata all'indietro sul letto. Poi silenzio. Mi sono ripresa e mi sono pulita dai detriti. Ho visto che la porta era scardinata. La mia vicina di casa sanguinava. A quel punto ho sentito grida dalla strada, sirene di ambulanze. Ho guardato fuori dalla finestra e c'erano detriti ovunque, vetri rotti, auto sfasciate", racconta con la voce tremante Gabriella, cooperante italiana in Libano. "Ho pensato che si trattasse di un attentato. Ho provato a chiamare qualcuno, ma la linea era staccata. È stato un incubo. Sono viva per miracolo".
Chris Ibrahim, al momento dell'esplosione a Ashrafieh, un paio di km dal porto, racconta: "Eravamo in auto, in direzione mare. Ho sentito una prima esplosione e ho visto davanti a me una nube di fumo. Qualche istante e c'è stato un rumore come di risucchio e subito dopo un'altra esplosione, questa volta fortissima. Poi un momento di silenzio ed è cominciata una pioggia di metallo e vetro. Abbiamo invertito la rotta e siamo scappati in direzione opposta". La Croce Rossa Libanese parla di circa 140 morti, 5mila feriti e decine di dispersi. Numeri provvisori che continuano a salire.
La situazione negli ospedali ancora attivi è disastrosa. I feriti lievi vengono mandati via senza essere medicati: non c'è tempo, spazio, modo. A un paio di km in linea d'aria dal porto, l'ospedale Saint George a Geitawe è stato evacuato. Nell'esplosione sono morte 12 persone. Nelle vicinanze, l'Ospedale Libanese "non è più funzionale" dichiara il direttore Pierre Yared. Anch'esso è stato evacuato e i pazienti sono stati trasferiti. Altri presìdi hanno subito meno danni materiali, ma accetteranno nei prossimi giorni solo pazienti gravi.
Il sistema sanitario libanese è in gran parte privato, in seguito alle politiche neo-liberiste degli ultimi decenni. La crisi economica ha costretto nei mesi passati molti degli ospedali privati o a chiudere o a ridurre le prestazioni, a causa dei mancati finanziamenti statali. Il servizio sanitario pubblico, già provato dalla crisi, dalla mancanza di elettricità - che aveva già costretto il Rafiq Hariri a chiudere 2 delle sue 6 sale operatorie -, era già prossimo al collasso per l'emergenza covid. Il Libano è formalmente in un nuovo lockdown dal 30 luglio fino al 10 agosto. E ieri sera il ministero della Salute ha confermato negli ultimi due giorni 355 nuovi casi e 3 morti.
Alla fortissima crisi economica, sociale, sanitaria si deve aggiungere una crisi alimentare che si stima colpirà più della metà della popolazione entro la fine dell'anno. Negli ultimi mesi la moneta ha subito una svalutazione dell'80%. Il Paese dei Cedri risente inoltre dell'influenza della crisi siriana e della continua situazione di instabilità a sud con Israele. È stata giornata di lutto nazionale quella di ieri. Il presidente della Repubblica Aoun ha dichiarato lo stato di emergenza per 2 settimane alla fine di un consiglio straordinario nel quale ha inoltre confermato la volontà espressa dal premier in visita al porto martedì di "punire duramente i responsabili". E a tale proposito il governo ha messo agli arresti domiciliari tutti gli ufficiali coinvolti nell'operazione di stoccaggio e guardia del capannone 12 dal 2014 a oggi.
I commenti sui social vanno in una sola direzione: la responsabilità è dello stato! R.K. riassume così un sentimento diffuso: "Non mi importa cosa ci fosse nel deposito, armi, fuochi d'artificio, materiale chimico. Tutto ciò mostra solo una cosa: un governo inetto che non mi rappresenta in nessun modo. Chiunque parteggia ancora per questo o quel politico dovrebbe solo chiudere la bocca. Questo circo deve finire!". Si ha la sensazione che questa esplosione abbia segnato un punto di non ritorno e che presto, quando lo shock sarà passato, il circo dovrà in qualche modo finire e il popolo libanese pretenderà di farsi restituire la dignità che merita.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 6 agosto 2020
L'ex presidente della Colombia, Álvaro Uribe Vélez, che ha governato il paese dal 2002 al 2010, è stato posto agli arresti domiciliari. La decisione è stata presa da parte della Corte suprema che ha così colpito uno degli uomini tutt'ora più potenti del paese. L'arresto è arrivato ieri in seguito alle accuse di manomissione di prove, corruzione di testimoni e intralcio alla giustizia.
A Uribe viene contestato di "interferire" con l'inchiesta scaturita dopo la denuncia lanciata dal senatore Ivan Cepedo. Quest'ultimo aveva aveva dichiarato che Uribe era stato fondatore di un gruppo paramilitare di destra coinvolto nella guerra sporca contro l'Esercito rivoluzionario della Colombia (Farc).
Attualmente in Colombia è in corso un difficilissimo processo di pace, molti ex guerriglieri stanno cercando di rientrare nella vita civile ma in diverse zone le violenze e le uccisioni di attivisti per la terra continuano ad imperversare. Parte delle Farc hanno ripreso le armi, i narcos cercano di sfruttare la situazione e le bande paramilitari sono di nuovo in azione. Per questo la decisione dell'Alta Corte assume un significato particolare. Il suo presidente, Hector Javier Alarcon, ha annunciato che Uribe "sconterà la detenzione nella sua residenza. E da lì, può continuare la sua difesa con tutte le garanzie del giusto processo di legge". La sentenza che ordina la detenzione è la prima in assoluto in Colombia e potrebbe rappresentare un punto di svolta.
Non a caso Uribe ha reagito quasi incredulo: "la privazione della mia libertà provoca profonda tristezza per la mia famiglia e per i colombiani che credono ancora che ho fatto qualcosa di buono per il paese".
Inoltre l'ex presidente ha messo in dubbio l'indipendenza della Corte, una circostanza dovuta anche al fatto che l'arresto è arrivato dopo la denuncia per calunnia dello stesso Uribe contro Cepedo, accusa archiviata e trasformatasi in un vero e proprio boomerang. I giudici hanno indagato per nove mesi prima di dar corso alla propria decisione, molte prove sono state raccolte tramite intercettazioni telefoniche, ascolto di testimoni, esame di documenti, avvenute tra l'ex presidente e i suoi stretti alleati.
Tra questi c'è anche l'attuale presidente colombiano Ivan Duque, uomo di destra anch'esso e critico verso la Corte Suprema. Circostanza che potrebbe far presagire ad uno scontro istituzionale. L'arresto ha provocato reazioni contrastanti in tutto il paese, per molti Uribe è un salvatore della patria che ha combattuto i ribelli comunisti delle Farc, ma per il resto dei colombiani invece è il responsabile di numerose violazioni dei diritti umani verificatisi durante le sue due amministrazioni.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 5 agosto 2020
Vengono dei pensieri stralunati, sul progresso, per esempio. Per esempio: Raffaele Cutolo è stato trasferito, per la seconda volta quest'anno, in un reparto detentivo d'ospedale dal carcere di Parma dov'è attualmente recluso in regime di 41 bis. Non intendo dire niente su Cutolo, la sua carriera criminale, la storia d'Italia con cui è intrecciata.
agi.it, 5 agosto 2020
Nei 189 penitenziari italiani i reclusi sono 53.619, a fronte di una capienza regolamentare di 50.558 unità. Il dato è inferiore a quello pre-Covid: a fine di febbraio i detenuti erano ben 61.230. Torna a salire il numero dei detenuti reclusi nei 189 penitenziari italiani: alla data del 31 luglio scorso - sono i dati aggiornati dell'Amministrazione penitenziaria - i reclusi nelle carceri del Paese sono 53.619, a fronte di una capienza regolamentare di 50.558 unità.










