di Rossella Grasso
Il Riformista, 7 agosto 2020
Denys Sak, ingegnere nucleare ucraino di origini russe, detenuto a Regina Coeli, è certo che se l'Italia dovesse decidere per la sua estradizione, in Ucraina sarà sottoposto a processo iniquo, persecuzioni o ancora peggio potrebbe essere ucciso. È stato arrestato mentre era in transito nell'aeroporto di Fiumicino nel luglio 2019.
L'Ucraina ha chiesto la sua estradizione ma Sak chiede la protezione internazionale. Intanto il Tribunale ha dato assenso all'estradizione e il suo caso è finito in Cassazione. Sak preferisce stare in carcere in Italia, dove è recluso da un anno, piuttosto che finire 60 giorni (pena che dovrebbe scontare per il reato attribuitogli) nel carcere ucraino di Bakhmut, nel Donbass.
Qui imperversa ancora una sanguinaria guerra civile, a pochi chilometri dagli avamposti dei separatisti filorussi. "Ciò che è peggio è che Sak verrebbe subito riconosciuto come russofono all'interno di un sistema filoucraino", spiega Lucas Maria Carlodalatri, suo difensore, specializzato in diritto internazionale, su casi di estradizione e sulla tutela dei diritti umani. Per il lavoro che svolge, l'avvocato conosce bene situazioni carcerarie a livello internazionale, condizioni indescrivibili, molto al di sotto degli standard minimi.
"Spesso i miei clienti sono dirigenti aziendali, accusati nello stato d'origine di reati per fatti privi di rilevanza - spiega l'avvocato - Ci sono sempre altre motivazioni sottese. Gli stati di provenienza danno l'idea che questi imputati debbano essere riportati a casa e lì processati per altri motivi che vanno al di là della giustizia relativa a un reato".
E questo è quello che sarebbe successo anche a Sak, accusato in Ucraina di un reato poco chiaro, una sorta di "truffa" che sarebbe stata commessa ai danni dell'azienda energetica di cui era uno dei dirigenti. Una "truffa" che ammonterebbe a 10.000 euro, reato che in Italia apparterrebbe al codice civile, di cui Sak, ingegnere termoelettrico, privo di precedenti penali o comportamenti irresponsabili, che parla 5 lingue, si è sempre detto innocente.
Una cifra ridicola se si considera che aziende di questo tipo fatturano milioni di euro all'anno. L'azienda che avrebbe subito il danno si trova proprio nella zona del Donbass, annientata da quella guerra mai finita, e non si è mai presentata come parte lesa nel processo.
"Tutto lascia presumere che Sak sia ricercato più per un motivo etnico razziale che per questo presunto reato - dice Carlodalatri - Se dovesse finire in Ucraina verrebbe processato perché ucraino traditore dell'Ucraina, scappato in Russia. C'è scritto in più punti negli atti dell'indagine consegnati". Non a caso i guai di Sak sono iniziati proprio nel 2013 con l'inizio di quella guerra civile. Sak ha raccontato cosa è accaduto a un suo compagno di detenzione a Regina Coeli, Roberto Marsili.
"Quell'anno Sak nota strane commesse in azienda - racconta Marsili - rifiuta un riciclaggio da parte dei nuovi soci, una filiera di società cipriote che detengono affari con lo stato ucraino ai soli fini di finanziare armamenti in vista della guerra civile che stava per cominciare, Sak si rifiuta di firmare, lo prelevano a casa degli "emissari" dei nuovi soci, lo picchiano, lo vessano per circa 2 milioni di euro e lo obbligano a firmare". Così Sak mette al sicuro la sua famiglia e fugge in Russia perché per lui non ci sono autorità di cui si possa fidare.
Ha abbandonato società e patria, riscoprendosi un pittore quotato negli Emirati Arabi, coltivando la pittura che era solo una passione. E proprio durante un viaggio di lavoro è stato intercettato a Fiumicino e adesso rischia di tornare nel luogo da cui è fuggito, in quella striscia di terra dove l'Ocse ha riscontrato 300 violazioni al cessate il fuoco ogni 2 giorni, persecuzioni di singoli se non di interi gruppi sociali, processi iniqui contro gli oppositori, nonché difficili e pericolose condizioni di vita e violenza generalizzata nelle carceri.
Bakhmut è uno di questi, dove i diritti umani sono sconosciuti. A raccontarlo sono numerosi report di organizzazioni umanitarie e agenzie di stampa come Spektr.Press: le celle sono piccole e sovraffollate, non c'è presidio medico, le guardie sono sottodimensionate, i detenuti possono uscire dalle celle per soli 60 minuti al giorno in un regime di vita durissimo, senza luce e aria, gettati tra muffa e insetti, in condizioni igienico sanitarie precarie, hanno "diritto" a una sola doccia a settimana e non sono ammesse nemmeno le visite.
"Più volte le forze dell'ordine davanti all'avanzata degli indipendentisti sono scappati lasciando al loro destino i detenuti chiusi nelle celle", racconta l'avvocato Carlodalatri, che ha studiato con grande attenzione cosa succede in quella zona. "La struttura è stata scelta come punto di base per il transito dei prigionieri filorussi da riconsegnare alle autorità russe - spiega l'avvocato - ed anche per i detenuti nazionalisti che vengono riconsegnati dalle autorità separatiste o della federazione russa creando molteplici occasioni di attrito.
In questo contesto il Signor Sak è doppiamente a rischio: agli occhi dei nazionalisti è un russofono ed agli occhi dei separatisti un imboscato". La richiesta di protezione internazionale è stata avviata tra le mille difficoltà che incontra un detenuto che non può recarsi in Questura per farsi identificare. Ma la pandemia ha bloccato l'iter mentre il processo è arrivato in Cassazione.
L'Italia sulla carta offre garanzie di protezione agli estradati come la visita del console che dovrebbe andare a controllare le loro condizioni. Ma contando che sono circa 500 le estradizioni all'anno risulta difficile credere che questo succeda davvero.
Davanti alla corte per i diritti umani ci sono altri 120 ricorsi identici contro l'Ucraina. "Il nostro Paese è sempre tra i primi firmatari di tante azioni per la tutela dei diritti umani a livello internazionale - conclude Carlodalatri. Eppure permette che uomini come Sak vengano rispediti nei loro paesi di origine, dove non ci sono diritti". Se Sak dovesse essere estradato potrebbe rimetterci la vita, con la connivenza dei giudici italiani.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 7 agosto 2020
Nella capitale devastata dalle esplosioni, i libanesi invocano la "rivoluzione". E il popolo dei volontari si arma di scope. Una città bombardata da sé stessa, un Paese devastato dai capi delle sue mafie politiche. Il Libano colpito dal "fuoco amico" dei suoi peggior nemici, i suoi stessi governanti. Questo dice la gente di Beirut, urla "vogliamo la rivoluzione, questo regime deve cadere, non un euro a questi corrotti". Questo chiedono nelle strade i ragazzi che a centinaia, come piccole formiche operaie, sono accorsi attorno al cratere del porto per ripulire, lavare, per confortare i sopravvissuti. Lavare il sangue, l'onore del Libano sporcato da mani libanesi. Ma soprattutto per preparare quella che arriverà inesorabile: una nuova pagina, ancora più poderosa, nella protesta di Beirut.
Alle 18,10 di martedì pomeriggio il Libano è precipitato in un girone ancora più profondo dell'inferno che frequenta da anni. E che ha un suo nome, una sua identità ben definita e caotica insieme: le "guerre libanesi". Il nuovo evento è l'esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio.
Arriviamo in città dall'aeroporto con Andrea Tenenti di Unifil, la missione Onu schierata nel Sud Libano e guidata dal generale Stefano Del Col. "Stavo guidando da Sud verso Beirut - dice -, quando mi hanno chiamato i miei figli da casa. Li ho rassicurati, credevo fosse un boom sonico di aerei israeliani, o magari un'esplosione minore. Non potevo fare altro, mentre correvo verso di loro: poi ho visto questo disastro. E ho capito: è l'11 settembre del Libano".
Passiamo da Ainmraysi, dove esplose la bomba di Hezbollah che uccise nel 2005 il primo ministro Rafiq Hariri. Avvicinandoci in auto al porto iniziamo a scorgere quello che tutto il mondo ha visto. Ma scendendo dall'auto, a terra, si avvertono i suoni, gli odori di una scena di guerra. Il crepitare dei vetri sotto i piedi, il "boom" delle lastre pericolanti che vengono fatte cadere giù dagli operai che ripuliscono i palazzi. Il tanfo fetido delle fogne esplose. Dal buco nero di un negozio sventrato arriva come una musica funebre e gelida: è il pianto ormai diventato mormorio della proprietaria, il verso cupo di un essere umano finito.
I ragazzi, i volontari sono sfiniti dal lavoro, si aggirano come squadre ormai allo sbando, con scope, pale, secchi. Quattro adolescenti palestinesi con le pettorine rosse si sono uniti a loro: "Siamo profughi del campo di Borj Al Barajine, ma oggi siamo tutti libanesi, vogliamo aiutare".
Ancora poco e compare la scena madre, il porto devastato. Il capannone, l'hangar 12 dove erano stipate le 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, non esiste più. Al suo posto si è allargato lo specchio d'acqua del porto. L'esplosione ha scavato una piccola baia, una mezzaluna di acqua di mare che arriva fin sotto i silos del grano. Mohammed, uno dei soldati che cintura l'area del porto, dice: "Mio padre lavorava ai silos, per fortuna martedì non c'era: in quei serbatoi passava l'80 per cento del grano che serve al Libano, adesso saremo senza grano, senza pane, il Libano è senza pane".
I silos sono stati mangiati a metà dall'esplosione, ma le strutture in cemento sono ancora in piedi. "Hanno protetto una piccola area verso Sud, in cui i danni sono relativamente minori", dice Tenenti, "per 180 gradi l'esplosione si è allargata verso il mare" ma per il resto è stata come una bomba atomica. A fianco dell'Hangar 12, ormeggiata una banchina, c'era la nave del Bangladesh con i soldati dell'Unifil: "Ci sono 23 feriti, 2 gravi, li abbiamo evacuati, la nave è semi-distrutta, le porte blindate piegate come cartone".
Il conto dei morti ieri sera era arrivato a 172, più di 5300 feriti, decine di dispersi, corpi ancora da ritrovare. È morto l'architetto Jean Marc Bonfils, uno degli autori della nuova architettura, dei nuovi palazzi della Beirut ricostruita dopo la guerra civile.
Altro passaggio, negli ospedali che tutti erano già in tilt da tempo: il Coronavirus ha stremato un Paese in crisi economica, in cui la sanità era già appesa al filo. Al Rosary Hospital cattolico non si entra, è tutto devastato: una monaca è morta, un'infermiera ha le gambe rotte, i letti rovesciati nelle corsie, con i malati trasferiti adesso non si immagina dove.
Al St George è enormemente peggio: i morti sono 17, fra cui 12 pazienti, 4 monache e un infermiere. Una suora filippina dice: "Li abbiamo tutti trasferiti nel cortile dove già erano per il momento le vittime del Coronavirus". Quel recinto è vittima di una maledizione doppia che guardiamo da lontano, neppure ci avviciniamo.
Ritorniamo a Gemmayze. Qui ci sono le decine di volontari che hanno circondato il presidente Macron, che gli hanno fatto trovare scritte tipo "Non dare un euro al governo libanese". Che hanno urlato "Rivoluzione, rivoluzione contro un regime che deve cadere". È uno dei quartieri cristiani della capitale: si aggrappano alla Francia, all'Europa perché li liberi da chi non ha saputo fermare questo disastro.
Amin, un ingegnere, fa vedere una notizia sul telefonino: l'ambasciatrice del Libano in Giordania, Tracy Chamoun si è dimessa in diretta mentre la intervistavano in tv. Protestava, dicendo che la bomba è colpa della corruzione, delle autorità libanesi. Insomma, la bomba è di Stato, e lei prova a tirarsene fuori.
Adesso i capi del Libano, tutti, hanno ancora più paura. Per provare a incanalare contro qualcuno la rabbia popolare, hanno appoggiato la scelta del procuratore generale Ghassan Aouidat che ha messo agli arresti domiciliari 16 dirigenti del porto e delle dogane. Ci sono il vecchio direttore delle dogane, Shafiq Merhi, l'attuale direttore Badri Daher e il direttore del porto di Beirut Hassan Quraitem. Arresti domiciliari e conti bancari bloccati. "Ma tutti sanno che Merhi era uno di quelli che ha tempestato di lettere i giudici", dice uno dei ragazzi della rivoluzione al banco che distribuisce acqua e panini ai volontari. "Guarda, lo ricordano i giornali". C'è scritto che nel maggio del 2016 Merhi scrisse ai giudici per dire che "visto il serio pericolo di questo materiale depositato nell'hangar, in una condizione inappropriata, vi invitiamo a ordinare agli agenti marittimi di re-esportare il materiale immediatamente".
Il nitrato d'ammonio era arrivato su una nave russa che era entrata in avaria mentre era in rotta per il Mozambico. Era il 2013 e da allora questo dramma libanese si è avvitato su sé stesso. Il comandante russo se ne va, l'equipaggio viene bloccato a bordo ma poi liberato. La nave senza manutenzione sembra sul punto di affondare e allora decidono di trasferire il carico negli hangar. Dal 2014 al 2017 sarebbero state inviate almeno 6 lettere alla magistratura perché ordinassero a qualcuno di intervenire. Nulla.
Qualcuno dei ragazzi si è segnato le parole che Macron, il presidente della Francia ex potenza coloniale in Libano, ha risposto alla folla che lo acclamava chiedendogli di affondare il "pouvoir", il potere libanese. "Io non sono qui per aiutare loro: io voglio aiutare voi". Il capo di uno stato straniero contro una cupola politica straniera. In Libano la bomba del secolo ha messo in moto qualcosa che nessuno capisce dove potrà portare il Paese. E forse il Mediterraneo.
di Gianfranco Capitta
Il Manifesto, 7 agosto 2020
"La vita mancata", a Volterra il primo quadro del progetto della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo. Il teatro e il carcere sono andati stringendo negli ultimi trent'anni un rapporto sempre più stretto, e incredibilmente coinvolgente. Soprattutto in Italia, anche se non si può dimenticare che Samuel Beckett in persona allestì il suo Aspettando Godot con Rick Cluchey nel penitenziario di San Quintino.
Da noi è Armando Punzo che da più di trent'anni guida quell'esperienza particolare, mantenendo il luogo e il perno del suo fare teatro tra i bastioni della Fortezza medicea di Volterra, che conserva la sua imponenza temibile anche ora che non ospita più reparti di alta sicurezza. Poi ci sono moltissime altre esperienze che in tutta Italia coniugano teatro e carcere, alcune anche di notevole livello (Gianfranco Pedullà, per fare un solo nome), ma certo la perseveranza e la fama, anche internazionale, consentono alla Compagnia della Fortezza e a Punzo possibilità espressive da fare invidia a molte istituzioni stabili "di fuori" che agiscono in libertà fin troppo incondizionata.
Tutto questo viene in mente ora, a vedere l'ultima creazione della compagnia volterrana. Un vero kolossal con un ensemble numerosissimo (forse il triplo degli spettatori falcidiati invece dalle misure anti Covid, e perciò ridotti a 25 per recita), e immagini fantastiche, degne davvero di un kolossal di quelli cinematografici. Lo spettacolo visto in carcere nei giorni scorsi ha per titolo Naturae, La vita mancata, 1° quadro. Il secondo quadro, Naturae, La valle dell'innocenza avrà luogo il prossimo sabato 8 e domenica 9, con doppia rappresentazione alle 17,30 e alle 21,30 in un luogo quasi altrettanto eclatante, il Padiglione Nervi della ex Salina di Stato giù a valle di Volterra, dove il sale costituirà un altro mirabolante elemento teatrale (prenotazione obbligatoria sul sito compagniadellafortezza.org).
Il completamento definitivo del progetto è previsto per l'estate del prossimo anno. A questo progetto colossale Punzo è arrivato per tappe successive, che lo hanno in qualche modo liberato (e allo stesso tempo messo nella condizione) dal confronto con la scrittura dei "patriarchi" della pagina letteraria. Dopo le perlustrazioni elaborate, tra i molti, su Brecht, Pasolini, Genet, gli ultimi quattro anni la compagnia della Fortezza li ha dedicati, due ciascuno, a Shakespeare e Genet, presi a padri fondatori del teatro l'uno e della scrittura l'altro. Ma seguendo un filo coerente, l'artista grida ora di essere consapevole di poter sfidare il racconto della Genesi: il bene si rovescia nel male e tutto da cercare, lontano dalla morale dominante, è l'uomo nuovo, la vera missione umana e umanitaria.
Detto così può sembrare un espediente retorico, invece Punzo, forse anche perché ormai, o finalmente, affrancato dalla gabbia, pesante per quanto aurea, di quelle scritture, può dar corpo in tutta libertà alle visioni maturate con i suoi compagni di lavoro. E lo spettacolo è davvero stupefacente. Con degli aiuti fondamentali, da citare non per puro dovere di locandina: Andrea Salvadori che suona dal vivo una partitura polistrumentale su cui vivono le immagini, Alessandro Marzetti per le scenografie che sospendono la vista e il respiro, Emanuela Dall'Aglio per i costumi mirabolanti, antichi o futuribili, destinati a rimanere nell'inconscio dello spettatore. Mentre Cinzia De Felice riesce a tenere le molte fila dell'insieme. E poi ci sono loro, quella settantina di detenuti/attori (quattro sole presenze femminili esterne) che danno corpo e visionarietà a quella difficile sfida alla morale corrente.
Gli attori appaiono consapevoli del grande rito che vanno a officiare, quelli tesi nei loro corpi torniti e palestrati sotto candidi strati di biacca o lucidati di nero, e quelli intenti alle arti manuali della tornitura e levigatura di statue. Antiche mitologie rivivono nel tentativo di fuga liberatoria dell'uomo tenuto imprigionato da fili robusti che pure paiono semplice garza. Enormi prelati cappelluti di rosso infuocato, piccoli pupazzetti ai piedi degli spettatori, e perfino la mela tentatrice dell'Eden che pure chiede il permesso di agire e indicare il "peccato". Dal torace ferito di un uomo escono rivoli di sangue precisi come corde di filo animato. La vittima sorride, sotto il suo ombrellino anch'esso rosso come il sangue.
Dei velieri sono copricapo di altri uomini dai preziosi mantelli: i volti dei detenuti/attori trasfigurano in quelli di mistici sacerdoti tra passato e futuro. Insomma una grande festa per l'occhio, dove cuore e mente si affannano a trovare il bandolo della missione quasi impossibile. Rovesciare i valori? Ogni spettatore, nel carosello della memoria, potrà dedicarsi a verificare quella ricerca.
tiburno.tv, 7 agosto 2020
I giudici amministrativi respingono il ricorso della Asl e condividono la tesi di Alessandro Palombi: la rete non garantisce sicurezza. Per lo stesso motivo la Roma 5 ha presentato un esposto e la Procura lo indaga per abuso d'ufficio. È alta un metro e mezzo e senza cordolo, ribattezzata la "rete da pollaio".
È quella installata nel parcheggio dell'ospedale "Santissimo Salvatore" trasformato dall'Asl Roma 5 in area verde per l'ora d'aria dei 40 detenuti nelle Rems, le due Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza dove sono detenuti pazienti psichiatrici. Una trasformazione vietata per ragioni di sicurezza dal sindaco di Palombara Sabina Alessandro Palombi (Fratelli d'Italia) con l'ordinanza numero 36 firmata il 5 maggio scorso contro la quale l'Azienda Sanitaria si era appellata al Tar del Lazio per l'annullamento dopo la sospensione.
Ieri, mercoledì 5 agosto, i giudici della Sezione Seconda Bis, con l'ordinanza 5088 hanno respinto la richiesta di sospensione in quanto "il Comune - scrive il Tar - ha richiesto all'Asl di innalzare il livello di sicurezza dei lavori di delimitazione dell'area esterna alla struttura che ospita i pazienti Rems e che pertanto tale area potrebbe essere utilizzata una volta dotata delle idonee misure di sicurezza, assunte dall'Asl medesima, atte a garantire l'incolumità pubblica".
L' "incidente diplomatico" tra Azienda sanitaria e amministrazione comunale di Palombara Sabina si era consumato in piena emergenza Covid-19 e aveva visto anche l'intervento su Tiburno.Tv del Garante dei Detenuti del Lazio Stefano Anastasìa. Giovedì 25 marzo la Polizia locale notò gli operai di una ditta appaltatrice nel parcheggio e l'indomani il dirigente all'Urbanistica Paolo Caracciolo ordinò la sospensione dei lavori perché non autorizzati. Scartabellando, i vigili urbani scoprirono che si trattava di un intervento di perimetrazione disposto dal Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Giuseppe Nicolò per far fronte alle misure di straordinaria limitazione imposte ai detenuti delle Rems nell'ottica di prevenzione del contagio da Coronavirus.
Detenuti che non possono più godere del cosiddetto "Giardino d'inverno", lo spazio al terzo piano dell'ospedale senza pareti dedicato alla ricreazione. Gli stessi vigili notarono che il 13 marzo la Asl aveva presentato tramite Cila (Comunicazione inizio lavori asseverata) un progetto per costruire un muro di recinzione alto un metro e mezzo con relativa palizzata.
Opere che necessitano anche dei pareri del Genio civile trattandosi di zona sottoposta a vincolo idrogeologico. Mentre il 26 marzo - all'indomani del blitz della Polizia locale - i tecnici della Roma 5 avevano protocollato una Scia, Segnalazione certificata di inizio attività. Insomma, un titolo utile per la "rete da pollaio" installata.
A quel punto il sindaco Palombi in una nota al Direttore generale dell'Asl Giorgio Giulio Santonocito evidenziando il proprio dovere di garantire la tutela dell'incolumità pubblica suggerì al manager di realizzare la recinzione prevista nel progetto presentato tramite Cila dopo aver ottenuto il parere del Genio Civile. Avvenne però che ad aprile la Polizia locale per un paio di volte sorprese detenuti e personale assembrati nel cortile dell'ospedale e subito dopo scattò l'ordinanza di divieto dell'ora d'aria almeno fino a quando non fosse stata realizzata una recinzione sicura.
La stessa ordinanza del 5 maggio al sindaco Alessandro Palombi è costato un avviso di conclusione delle indagini preliminari per abuso d'ufficio notificatogli a luglio. Il fascicolo era stato aperto a seguito all'esposto presentato dal Direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 5 Giuseppe Nicolò.
Secondo il Procuratore Francesco Menditto, il sindaco Palombi ha utilizzato il suo potere non tanto per richiedere alla Asl di dotare la struttura di miglioramenti interni ed esterni bensì per realizzare intenzionali vessazioni e procurare ingiusti danni, ostacolando le attività delle Rems e dei pazienti. Il primo cittadino, candidato alle elezioni del 20 settembre prossimo, avrebbe violato l'articolo 97 della Costituzione perché le motivazioni a sostegno dell'ordinanza sarebbero non solo carenti ma addirittura strumentali. Sempre secondo il Procuratore il sindaco avrebbe violato pure l'articolo 54 del Decreto Legislativo 267/2000 per aver adottato il provvedimento contingibile e urgente, quando in realtà la presenza dei pazienti non comportava alcun pericolo per la sicurezza urbana e l'incolumità pubblica.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 agosto 2020
Il Decreto legge n. 34 del 19 maggio 2020, entrato in vigore come legge 77/2020 e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 18 luglio, stabilisce all'art. 17 bis la proroga della sospensione dell'esecuzione degli sgomberi sul territorio nazionale sino al 31 dicembre 2020. Ma questo evidentemente non vale per i rom, dato che - come riferito il 23 luglio da Marco Cardilli, vice capo del Gabinetto della sindaca Virginia Raggi e come denunciato dall'Associazione 21 luglio - dopo l'allarme lanciato il 2 giugno da un servizio de "Le Iene" su un presunto business di smaltimento di rifiuti tossici, "l'area verrà definitivamente liberata da persone in data 11 agosto p.v."
L'area in questione è l'insediamento rom del Foro italico, un ex parcheggio di scambio realizzato per i mondiali di calcio del 1990 in cui l'anno successivo era stato collocato un gruppo di rom della Serbia sgomberato da Monte Antenne. Negli anni, il campo del Foro italico è diventato un vero e proprio insediamento formale: residenze anagrafiche, impianti idrici ed elettrici, scolarizzazione dei bambini. Nel 2008 è stato inserito nel "Piano nomadi" (sic) della giunta Alemanno. Prima che si spargesse la voce dello sgombero, nel campo vivevano 129 persone: metà famiglie serbe originarie e metà rom della Romania di più recente insediamento; 16 bambine e bambine erano iscritti alle scuole pubbliche della zona.
Di notifiche ufficiali di sgombero, i residenti non hanno avuto notizia. Ma la voce si è sparsa e buona parte di loro si è spostata in altre zone di Roma. Restano sì e no 30 persone, tra cui anziani, persone malate, donne incinte e bambini. Se non verrà sospeso, l'11 agosto avrà luogo uno sgombero doppiamente illegale: rispetto al diritto internazionale, che prevede notifiche tempestive e messa a disposizione di alloggi alternativi adeguati, e rispetto alla già citata sospensione degli sgomberi fino alla fine dell'anno. Associazione 21 luglio sta chiedendo che lo sgombero sia sospeso e si avvii un dialogo con i residenti per esaminare soluzioni diverse. Amnesty International ha messo in allarme i suoi osservatori sul rispetto dei diritti umani.
Gazzetta del Mezzogiorno, 7 agosto 2020
L'iniziativa ha coinvolto dieci studenti del Dipartimento di Storia Società e Studi sull'Uomo, selezionati con bando pubblico, di quattro volontari del progetto di servizio civile "UniSalento senza frontiere" e dei detenuti della sezione infermeria. I lavori sono iniziati il 2 luglio scorso, con incontri a cadenza settimanale, e il primo murales è già stato realizzato sulla parete del cortile interno della sezione infermeria della Casa Circondariale di Borgo San Nicola a Lecce.
È una sintesi rappresentativa delle emozioni dei detenuti: immagini, disegni e frasi elaborate dagli stessi durante il ciclo di incontri di "Arte in libertà... oltre le sbarre", il progetto di arte-terapia coordinato dall'Ufficio Integrazione Disabili dell'Università del Salento e promosso in collaborazione con la Casa Circondariale di Borgo San Nicola che intende offrire alla comunità detentiva un'opportunità formativa e di contatto con l'Università del Salento, favorendo anche un confronto diretto tra le due realtà. Ideato dagli studenti del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo, il progetto è iniziato a gennaio 2020 con alcuni laboratori di arte-terapia proprio mirati alla realizzazione di murales all'interno del carcere. Ha visto la partecipazione di dieci studenti del Dipartimento di Storia Società e Studi sull'Uomo, selezionati con bando pubblico, di quattro volontari del progetto di servizio civile "UniSalento senza frontiere" e dei detenuti della sezione infermeria.
Dopo i primi incontri in presenza il programma è stato interrotto a causa dell'emergenza Covid-19 per poi riprendere in modalità telematica. I ragazzi, infatti, hanno voluto inviare una lettera ai detenuti per raccontare la situazione che il mondo esterno stava vivendo a causa della pandemia, testi per leggere e viaggiare con le parole, e tutorial per lo svolgimento di attività creative negli spazi di detenzione (ad. es. realizzazione di pasta di sale, pittura, disegno).
Con la fine del lockdown e l'affievolirsi delle misure anti Covid-19 gli studenti sono ritornati in carcere e hanno iniziato a lavorare alla realizzazione del primo dei due murales guidati dalla volontaria di servizio civile Veronica Leo (studentessa dell'Accademia di Belle Arti di Lecce). Le immagini riprodotte sono l'elaborazione delle idee grafiche dei detenuti emerse nei mesi di laboratori. Così sarà anche per il secondo murales che sarà realizzato a settembre.
"Siamo a buon punto - dice il gruppo di lavoro - ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno incoraggiante del Rettore, Fabio Pollice, della fiducia accordataci dalla Direttrice del penitenziario, Rita Russo, al lavoro spesso invisibile dei professionisti dell'area trattamentale del carcere che hanno seguito il progetto, Cinzia Conte, Annamaria Corallo, Fabio Zacheo e alla disponibilità e collaborazione preziosa del personale di Polizia Penitenziaria.
radiosienatv.it, 7 agosto 2020
Presso la propria struttura, l'associazione, su segnalazione della Questura di Siena, ha accolto un detenuto di 60 anni, che aveva diritto ai domiciliari ma non aveva un posto dove poter alloggiare. L'Associazione Nuova Vita, impegnata a Siena nel sostegno a detenuti ed ex detenuti, porta avanti il suo progetto "Mai Soli", e lo fa anche in questi giorni, nei quali ha accolto presso la propria struttura, su segnalazione della Questura di Siena, un detenuto, un uomo di 60 anni, che aveva diritto ai domiciliari ma non aveva un posto dove poter alloggiare.
Si tratta della terza persona ospitata presso la struttura, la prima ancora in regime di detenzione. Le altre due sono persone che hanno scontato la propria pena e alle quali l'Associazione, oltre a fornire un alloggio, ha anche dato un aiuto per reinserirsi in ambito lavorativo. "Il nostro impegno - spiega Andrea Tanzini, presidente dell'Associazione Nuova Vita - è quello di dare una mano a chi nella propria vita ha sbagliato e ha avuto per questo problemi con la legge, perciò ci siamo messi subito a disposizione della Questura quando ci hanno segnalato la problematica di questa persona che necessitava di un luogo dove poter essere messa ai domiciliari".
"Siamo convinti - aggiunge Tanzini - che fornire aiuto a chi è stato o è ancora sottoposto a regime detentivo sia un modo per aiutare loro, ma anche tutta la società. In questo modo si può seguire il percorso di reinserimento sociale della persona, si può aiutare a ritrovare una strada che sembrava smarrita e questo fa sì che la persona avrà molte più probabilità di non tornare a delinquere e, di conseguenza, anche di non pesare più sul sistema giudiziario della nostra città e del nostro Paese".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 7 agosto 2020
"Non è mai troppo tardi per correggere gli errori". Con queste parole il presidente Xi Jinping ha messo fine alla drammatica vicenda che ha visto protagonista un carpentiere cinese, oggi 52enne, finito in carcere per ben 27 anni, condannato per un assassinio avvenuto nel 1993 del quale però non esistevano prove sufficienti per detenere l'uomo.
Zhang Yuhuan ha così scontato metà della sua vita, 9.778 giorni, ingiustamente in una cella. È l'errore riconosciuto dalla giustizia che molto probabilmente non risarcirà mai abbastanza l'uomo. In realtà la vicenda è importante per diversi aspetti. Il calvario di Zhang iniziò nell'ottobre 1993 quando i corpi di due ragazzi furono scoperti in un bacino idrico del villaggio a Jinxian, una contea di Nanchang, capitale del Jiangxi. Immediatamente i sospetti si appuntarono su Zhang, vicino di casa delle vittime. Nel gennaio 1995, un tribunale di Nanchang lo ha dichiarato colpevole condannandolo a morte, poi la pena è stata commutata in ergastolo dopo due anni. Zhang ha sempre urlato la sua innocenza sostenendo di essere stato torturato dalla polizia durante gli interrogatori. A marzo 2019, sotto la spinta di innumerevoli appelli pubblici l'Alta Corte ha riaperto il caso e a luglio scorso i procuratori provinciali hanno raccomandato l'assoluzione del sig. Zhang sulla base di prove insufficienti.
Implicitamente si è riconosciuto che le confessioni del condannato erano state estorte con la forza. Quella della tortura non è una pratica inusuale in Cina, già nel 2015 un rapporto di Amnesty International aveva messo in evidenza come su 127mila verdetti emessi in quell'anno ben 1898 potevano essere ricondotti a confessioni ottenute illecitamente, tra queste solo in 16 casi la Corte aveva deciso di non accogliere le dichiarazioni dell'imputato anche se ciò era dovuto solo all'emergere di altre prove. Si tratta di cifre ottenute tramite il lavoro di 40 avvocati, spesso i primi a subire le conseguenze delle loro denunce. Nel mirino delle autorità poi finiscono attivisti per i diritti umani, oppositori e i rappresentanti di minoranze etniche in lotta per il proprio riconoscimento.
Malgrado fin dal 2010 il sistema cinese abbia iniziato uno sforzo serio per sradicare l'uso delle confessioni forzate. Attualmente infatti, come nel caso Zhang, la condanna a morte deve essere approvata dalla Corte suprema cinese. Ma tali riforme sono ostacolate dal potere per due principali motivi. La polizia in molte province è sottoposta a forti pressioni da parte delle autorità centrali per risolvere i casi, inoltre spesso vengono detenuti imputati definiti "politicamente sensibili" come nel caso dei musulmani Uiguri. È molto probabile quindi che un possibile miglioramento della giustizia cinese riguarderà solo la criminalità comune lasciando fuori chi viene considerato una minaccia per il partito Comunista.
La Stampa, 7 agosto 2020
I manifestanti hanno vandalizzato alcuni negozi e lanciato pietre contro gli agenti. Arrestato il direttore del porto. Le forze dell'ordine libanesi hanno usato gas lacrimogeni per disperdere decine di manifestanti che protestavano dopo la gigantesca esplosione nel porto di Beirut, un episodio diventato il simbolo dell'incompetenza e corruzione delle autorità locali.
I manifestanti hanno vandalizzato alcuni negozi e lanciato pietre all'indirizzo gli agenti nell'area del parlamento, secondo quanto riferito dall'agenzia nazionale Nna. Alcuni manifestanti sono rimasti feriti durante le azioni della polizia. Sabato è prevista una grande manifestazione antigovernativa nel Paese del Cedri, da anni preda di una crisi economica senza precedenti.
Le indagini - Sono 16 le persone arrestate in relazione alle indagini sull'esplosione al porto di Beirut. Lo ha reso noto Fadi Akiki, commissario statale ad interim presso il tribunale militare. "Le indagini continuano a includere tutti gli altri sospetti, al fine di chiarire tutti i fatti relativi a questo disastro", ha aggiunto Akiki, spiegando che finora sono state interrogate 18 persone. Tra gli arrestati c'è anche il direttore del porto, Hassan Qureitem.
Un'italiana tra le vittime - C'è anche una italiana di 92 anni tra le 157 persone morte nella potentissima esplosione che martedì scorso ha devastato Beirut. E tra i 5mila feriti si registrano almeno dieci italiani. Un bilancio quello delle vittime di un disastro dalle cause ancora da chiarire che potrebbe purtroppo ancora salire. L'italiana morta era Maria Pia Livadiotti, nata a Beirut nel 1928 e iscritta al registro anagrafico di Roma dei cittadini residenti all'estero. A quanto si apprende dall'ambasciata, la 92enne è morta in casa, probabilmente a causa di un trauma cranico dovuto alla forza d'urto dell'esplosione, che ha seminato vittime a diversi chilometri di distanza dal luogo della deflagrazione. Sul suo corpo non vi erano segni di ferite da schegge o lamiere. Maria Pia Livadiotti era una delle più longeve italiane di Beirut e aveva quasi sempre vissuto nella capitale libanese. Era vedova di Lutfallah Abi Sleiman, già medico di fiducia dell'ambasciata d'Italia a Beirut. Il figlio della donna ha detto di esser stato anche lui lievemente ferito in strada, di aver trovato, al suo ritorno a casa, la madre riversa a terra e di aver capito che purtroppo era già morta. La storia dell'anziana italiana si mescola a quella delle oltre 150 persone che hanno perso la vita nella tragedia del 4 agosto. Tra loro spicca la triste vicenda di una donna siriana e dei suoi quattro figli, tutti morti poche ore prima di imbarcarsi su un aereo che li avrebbe portati in Germania, dove li attendeva il marito e il padre dei bambini. Era una delle innumerevoli famiglie di siriani che passano per Beirut in fuga dalla guerra in Siria.
agenzianova.com, 7 agosto 2020
I casi confermati di Covid-19 registrati nelle carceri dell'Ecuador sono quasi 800. Lo riferisce il direttore del Servizio nazionale di assistenza a persone adulte private della libertà (Snai), Edmundo Moncayo, evidenziando che negli ultimi giorni è stato intensificato il lavoro delle squadre del ministero della Salute impegnate nei penitenziari per adattare le infrastrutture e creare recinti epidemiologici per limitare i contatti e contenere i nuovi casi di contagio.
"Abbiamo progettato aree di isolamento per i detenuti infettati che dovranno osservare un periodo di isolamento preventivo obbligatorio tra 12 e 21 giorni per impedire al virus di diffondersi in tutti i padiglioni", ha detto Moncayo.
Il direttore dello Snai precisa che tra i detenuti contagiati dal covid-19 si registra un'alta percentuale di recuperati, come nel caso del carcere di Ambato, dove 450 detenuti sono già guariti. Lo Snai ha effettuato più di 3.000 test in carcere per verificare contagi e stato di salute di ciascun detenuto. Ci sono carceri in cui il virus non è arrivato, come quelli di Quevedo, Zaruma, Machala, Macas, Canar".
Nel carcere femminile Tomas Larrea di Portoiejo, nel dipartimento di Bahia, non ci sono nuovi casi dopo il focolaio registrato in precedenza", ha detto Moncayo. Lo Snai continua a rafforzare le misure di sicurezza nel sistema carcerario del Paese con azioni di osservazione e monitoraggio permanenti.
Il paese andino ha registrato nella giornata di mercoledì 903 nuovi casi positivi, che hanno spnto il totale dei contagiati da nuovo coronavirus a quota 88.866, con un numero di vittime pari a 5.847. La provincia più si conferma quella di Guayas, la regione costiera con capitale Guayaquil, con 17.669 casi di contagio accertati. Il ministero dela Salute ha precisato che a tutto il 5 agosto, 59.344 persone sono guarite e altre 11.824 sono state dimesse dall'ospedale. Rimangono nelle strutture di cura 830 persone con condizioni definite stabili e altre 378 con prognosi riservata.










