Corriere del Veneto, 9 agosto 2020
Percorsi di inclusione sociale e di formazione per senza fissa dimora e progetti per detenuti. Il Comune mette in campo tre diversi iniziative nell'ambito del Sociale, grazie a finanziamenti del ministero dell'Interno e della Regione. I piani sono stati approvati dalla giunta di Francesco Rucco e arrivano a pochi giorni dalle dichiarazioni del sottosegretario all'Interno ed ex-primo cittadino di Vicenza, Achille Variati, che in un dibattito in Parlamento sulla sicurezza in centro - sollevato dall'onorevole Pierantonio Zanettin (Forza Italia) - ha parlato di "aumento delle problematiche a capo di persone senza fissa dimora", sottolineando che "i servizi sociali del Comune potrebbero assicurare un'opera di prevenzione significativa".
In questo filone rientra il progetto "Homeless, more skills", che con le cooperative Samarcanda e Cosmo e l'associazione Diakonia vede il Comune impegnato in diverse attività per i senzatetto: dai corsi di alfabetizzazione informatica nei centri di accoglienza, alla consulenza psicologica, dal supporto per i servizi del territorio e fino a percorsi professionalizzanti, con la previsione di veri e propri stage aziendali.
A questo progetto, se ne affiancano altri due che vedono il Comune diventa partner di altre realtà: il primo, promosso da Engim Veneto, è "Occupabilità e inclusione sociale attiva a Vicenza" per detenuti, mentre "Misure per la cittadinanza attiva e l'inclusione sociale", promosso da Diakonia è volto a favorire l'inclusione sociale sia di detenuti che di persone che scontano la pena fuori dal carcere.
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 9 agosto 2020
Il Viminale cerca strutture adeguate. Salvini scatenato: "15mila balordi portano il virus". Fino a due giorni fa, venerdì, erano 182 i migranti risultati positivi al Covid. Non pochi se si pensa che il totale dei contagi del giorno ammontava a 552. Non molti se invece si considera che stando ai dati forniti dal Viminale i migranti arrivati in Italia dal primo gennaio a ieri sono in tutto 14.832, il che significa che uno su 80 è risultato positivo al test. Numeri che dovrebbero tranquillizzare, anche perché si tratta di persone sotto controllo del servizio sanitario, ma che invece Matteo Salvini continua a usare strumentalmente in vista delle elezioni regionali di settembre. "Qua per andare in spiaggia si chiede la mascherina, a quelli che hanno fatto sbarcare a Lampedusa chi la chiede la mascherina? Hanno fatto sbarcare 15 mila balordi che sono in giro per l'Italia a fare casino e a portare virus e confusione" ha detto il leader della Lega a Tirrenia, in provincia di Pisa, dove si trovava ieri per un'iniziativa elettorale.
Naturalmente le cose sono molto diverse da come le racconta Salvini. Il che non significa che il rischio di una maggiore diffusione dei contagi non esista vista la concentrazione di migranti nei centri di accoglienza e sulle navi dove il governo ha deciso che venga trascorso il periodo di quarantena.
"I centri di accoglienza possono essere sovraffollati o possono non avere le mascherine, e questo ovviamente aumenta i rischi, se mal governati possono aumentare la trasmissione di malattie infettive, compreso il Covid", confermava ieri il direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive, Massimo Andreoni. Ricordando però come i centri dove vengono alloggiati i migranti non siano gli unici luoghi a rischio: "In questi giorni - ha proseguito Andreoni - abbiamo visto diverse situazioni, dalle spiagge ai luoghi della movida dove la presenza di un eventuale positivo può provocare diversi contagi. Bisogna evitare tutte le situazioni a rischio".
Restando ai migranti un caso eclatante è quello scoppiato nei giorni scorsi alla caserma Serena di Treviso, dove i profughi contagiati sono 246 su 281. Una situazione dovuta, secondo il direttore generale della Ulss 2 trevigiana Francesco Benazzi, proprio alla promiscuità.
"Positivi e non positivi non sarebbero stati posti in aree divise del centro", ha spiegato. "I migranti hanno rifiutato di farsi isolare, come hanno esplicitamente ammesso gli operatori presenti nella struttura". Tutto questo, ha poi proseguito Benazzi, "nonostante l'Ulss avesse dato ordine di creare un blocco in un'area isolata con docce e bagni". Per il direttore generale non si sarebbe infine riusciti a far utilizzare le mascherine ai migranti nelle aree esterne comuni e a obbligarli al distanziamento sociale.
In Sicilia dei 28 nuovi casi di contagio registrati nelle ultime 24 ore, 9 riguardano migranti. In Abruzzo, invece, sono stati trovati tutti negativi gli operatori del Cas di Civitella del Tronto dove nei giorni scorsi sono risultati contagiati 24 dei 50 migranti. Al momento dello sbarco a Lampedusa erano risultati tutti negativi al test, risultato smentito in seguito dai tamponi eseguiti una volta arrivati in Abruzzo.
Anche per questo al Viminale si starebbe pensando a un cambio di strategia sottoponendo i migranti che sbarcano a Lampedusa direttamente ai tamponi, vista la poca attendibilità dei test sierologici. Nel frattempo si cercano strutture adeguate dove far trascorre la quarantena, visto che navi e caserme - dalle quali comunque non si esce - potrebbero non bastare. E a proposito di navi domani potrebbe arrivarne un'altra in Calabria per posizionarsi lungo le coste meridionali della regione.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 9 agosto 2020
Ognuno degli eventi di cui si celebra il ricordo presenta spesso anche una quantità di risvolti carichi di interrogativi che rimandano a tenebrosi sfondi politici. È permesso - e per giunta proprio all'indomani della commemorazione della strage alla stazione di Bologna - dire che forse c'è qualcosa che non va nel modo in cui la Repubblica ha costruito la sua memoria e ne ricorda gli eventi cruciali?
Pensiamoci un attimo. È in sostanza, la nostra attuale, una memoria (e dunque un calendario commemorativo) costituita da quattro segmenti. 1) assassinii di singole personalità pubbliche (da Giorgio Ambrosoli ad Aldo Moro, da Walter Tobagi a Giovanni Falcone a tanti altri); 2) attentati di varia natura con decine di vittime (da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, a Ustica ai Georgofili, alla stazione di Bologna, appunto); 3) eventi catastrofici di varia natura (dal Vajont al terremoto dell'Irpinia, dell'Aquila, al ponte Morandi ecc.); 4) nodi inquietanti della nostra storia come il "piano Solo", la P2, "Gladio". Oggi come oggi, insomma, la memoria della Repubblica - quella che a scadenza fissa occupa le pagine dei giornali e impegna il discorso ufficiale, che suscita rievocazioni e ricostruzioni - è pressoché interamente costituita di eventi di segno negativo.
Ma non solo. Vi è un secondo aspetto caratterizzante: ognuno degli eventi suddetti di cui si celebra il ricordo presenta, quale più quale meno, anche una quantità di particolari inquietanti, di molteplici dubbi irrisolti, di risvolti carichi di interrogativi senza risposta, i quali rimandano tutti immancabilmente a tenebrosi sfondi politici nonché a inadempienze clamorose o a insospettabili complicità (in realtà sospettate quasi sempre fin dal primo momento) da parte dei più importanti e delicati apparati pubblici. Sicché è ovvio che nel momento in cui li si commemora anche tutto ciò venga puntualmente ricordato con il giusto rilievo. Quasi sempre accompagnandolo con la richiesta di scuse ai parenti delle vittime e alla promessa di profondere ogni impegno per "far intera luce" su quanto è deplorevolmente accaduto.
Grazie a un massiccio investimento commemorativo, è di fatto in questi eventi e in nessun altro che la Repubblica riconosce la sua memoria, e quindi è virtualmente ad essi che affida il suo profilo identitario. Che non basta certo il ricordo del remoto, sempre più remoto, 25 aprile a mutare di segno.
Se le cose stanno così mi chiedo che cosa mai potrà pensare del suo Paese, quale immagine potrà ricavarne, un giovane italiano che oggi giunge all'età della ragione. Egli sarà inevitabilmente convinto, temo, di essere nato in una sorta di nazione maledetta, un sorta di terra elettiva dell'illegalità e della violenza o nel caso migliore dell'inettitudine e dell'inefficienza, un luogo dove non è mai accaduto altro che malefatte e nefandezze, dove lo Stato ha quasi sempre protetto i golpisti, i bancarottieri, i terroristi, i ladri, i mafiosi, gli imbroglioni e i delinquenti di ogni tipo, e dove chi ha cercato di opporsi a tale andazzo ha fatto nove volte su dieci una brutta fine.
Tale è il messaggio che in questi decenni abbiamo tutti contribuito a costruire e diffondere, perlopiù inconsapevolmente. Tale è soprattutto il messaggio che trasmette il nostro modo di commemorare ciò che pure è doveroso commemorare: un modo algido e convenzionale nella sua ripetitività. Basterebbe che almeno per una volta, ad esempio, per una sola volta, invece di ripetere l'eterno "bisogna far luce" qualcuno potesse dire "su questo abbiamo fatto luce!", basterebbe ciò, io credo, per cambiare tutto.
Ma una simile rottura non c'è mai stata, e dal momento che la memoria ufficiale della Repubblica e i suoi riti commemorativi non ricordano mai un evento con il segno più, non evocano mai un successo, qualcosa che dunque sia in grado d'ispirare alcunché di buono e di grande, abbiamo costruito di fatto una vera e propria pedagogia del negativo. Una pedagogia del negativo destinata inevitabilmente a dare scacco matto a qualsiasi buon proposito di educazione civica, di ammaestramento all'osservanza delle leggi, a qualsiasi eventuale orgoglio di appartenenza nazionale.
Sul terreno della memoria mi sembra che si sia prodotta, tra l'altro, una frattura generazionale che forse spiega molte cose della nostra situazione attuale. Mentre infatti le prime generazioni della Repubblica - diciamo quelle nate tra gli anni 40 e i 60 del secolo scorso - si formarono in un'atmosfera memoriale che ancora faceva posto a valori identitari antichi ma anche nuovi di segno positivo (non ultimi quelli dell'epopea della ricostruzione postbellica, che epopea fu davvero, oggi possiamo dirlo), quelle successive - ormai necessariamente immemori di ciò che era prima di loro - hanno sempre più risentito invece del clima che dicevo all'inizio.
Di una memoria commemorativa repubblicana stando alla quale sono stati più o meno sempre gli "altri", i "cattivi", ad avere avuto la meglio, mentre "noi" - gli italiani "buoni" e il nostro Stato, la nostra democrazia - siamo invece sempre stati un campionario di errori e di difetti, non siamo mai riusciti a riportare una vera vittoria che fosse una e a combinare qualcosa d'importante. Ma quale voglia di fare, d'impegnarsi, quale senso della collettività e del Paese, torno a chiedermi, può mai avere chi da quando ha l'età della ragione ha respirato quest'aria?
Forse la decadenza italiana inizia anche da qui, dalla memoria. Anche da che cosa e da come si ricorda. Siamo stati forse vittime di un abbaglio quando abbiamo creduto che ricordare e illustrare di continuo il male servisse a generare il bene. Invece è probabilmente vero l'opposto: che così si finisce solo per generare non altro male, forse, ma qualcosa di peggio: l'indifferenza e l'impotenza da cui troppo spesso siamo avvolti.
Corriere del Veneto, 9 agosto 2020
Si è ravvivata la polemica sulla localizzazione del Tribunale circondariale di Rovigo. Vi sono state prese di posizioni diverse di personaggi, tutti del capoluogo, ed un inspiegabile silenzio da parte di "voci" di rappresentanti di alcuni dei 51 Comuni polesani e dei 32 padovani che fanno parte di tale circondario: il problema è anche loro, non è solo una "questione rodigina".
Il Tribunale di Rovigo è stato istituito all'inizio dell'ottocento e nel capoluogo vi erano otto avvocati; amministravano la Giustizia nella nostra provincia undici Preture e gli avvocati erano circa una ventina (ora sono oltre cinquecento). A seguito di riforme varie la situazione è radicalmente mutata e dal 24 dicembre 2014 tutto si è concentrato in Rovigo, ma evidentemente "l'orologio mentale" di più di qualcuno è fermo agli anni passati ed altri oltretutto considerano la sede della Giustizia come una sorta di incentivo per le attività commerciali. Si sostiene, invero, che non si deve spostare di molto il Tribunale perché ne avrebbe danno lo shopping e la vendita di caffè o di panini.
Non mi risulta che imputati o testimoni, dopo aver svolto il proprio ruolo processuale, abbiano intenzione di dedicarsi ad acquisti. A parte tale rilievo, mi par del tutto fuori luogo sottovalutare, con i succitati "condizionamenti", l'esigenza fondamentale di avere una sede unica per tutte le attività giudiziarie, ora sparse in edifici diversi, nonché adeguate aule, stanze per magistrati, per l'attesa di avvocati e testimoni.
Si dice che il processo è già una pena: essa è più dura se - come spesso accade - si deve restare a lungo in piedi, in attesa del proprio turno avanti alla porta della stanzetta di un giudice o partecipare ad un processo senza che vi sia posto per tutti per appoggiare il proprio fascicolo. "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur" (mentre Roma discute, Sagunto è espugnata): adattando la frase di Tito Livio, vien da auspicare che, mentre a Rovigo si discute, Roma prenda un'autonoma decisione.
di Susanna Turco
L'Espresso, 9 agosto 2020
Difendevano la capitana Rackete, ma non hanno ancora abolito i decreti Salvini. Andavano sulla Sea Watch 3, ora non riescono a portare gente in piazza. E la missione in Libia va avanti come prima. Discontinuità col governo grillino-leghista: nessuna. Tutto cominciò a settembre, quando Zingaretti giurava: "È tempo dello ius soli".
Se la storia si ripete - come alla storia accade peraltro di fare - tra una quindicina di giorni, in un afoso pomeriggio di metà agosto, Nicola Zingaretti, segretario del Pd, si troverà a riproporre di botto l'introduzione dello ius soli in Italia. Così, in controtendenza. Un ballon d'essai che precipita nel nulla.
Proprio come fece, inopinatamente, il 18 novembre scorso, in una domenica d'Assemblea dem al Fico di Bologna, giusto quando cominciava l'avventura per la rielezione alla regione di Stefano Bonaccini, con una scelta che risulto subito incomprensibile ai più: "Lo ius culturae e lo ius soli son una scelta di campo del Pd", tuonò il segretario dem in quella occasione. Fu una netta presa di posizione, forse l'ultima o la penultima, da parte sua.
Una dichiarazione che orrorificò l'alleato di governo grillino, Luigi Di Maio, e divise persino gli stessi dem. "Sono sconcertato", ebbe a dire il ministro degli Esteri, in vena di benaltrismo ("con tutti i problemi che ci sono, col maltempo, gli 11 mila lavoratori di Taranto, si tira fuori quel tema, che non è mai stato discusso nell'accordo di governo"), ma non piacque per tempismo nemmeno a Bonaccini stesso: "Le due priorità di questo momento sono un grande piano di prevenzione contro il dissesto idrogeologico e cambiare la plastic tax", disse il governatore emiliano-romagnolo, allora uscente e appena all'inizio della battaglia elettorale che avrebbe vinto con la Lega solo a fine gennaio. Zingaretti, comunque, aveva detto una cosa di sinistra: come nel Pd ormai non se ne vedono ormai più, da un pezzo.
Se c'è, nel magma grigio, una conseguenza evidente dell'avvento del Conte due, è proprio questa: la sparizione di un convincente lacerto di sinistra nella linea del Partito democratico e dintorni. Intendiamoci: qualcuno è rimasto, ma sembra la particella di sodio della pubblicità dell'acqua minerale. Persino sul fronte migranti, che era l'ultimo orizzonte rimasto, ormai la differenza è ormai ridotta a zero, tra Conte 1 e Conte 2. Lo dice un europarlamentare anomalo come l'ex medico di Lampedusa Pietro Bartolo, ma lo dice anche Amnesty International Italia, presentando il suo ultimo rapporto. Sui migranti non ci sono in sostanza differenze: "L'avvicendamento tra due coalizioni di governo, nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati", ha detto il presidente di Amnesty Italia, Emanuele Russo, presentando a giugno l'ultimo rapporto 2019-2020. Le navi delle Ong sono spesso ostacolate o bloccate nei porti oppure hanno avuto "ingiustificati ritardi nelle autorizzazioni all'approdo", le autorità italiane hanno continuato a supportare le autorità marittime libiche, secondo la criminale ipocrisia dei cosiddetti respingimenti mascherati.
Grazie al Covid abbiamo da aprile persino vigente un decreto che definisce l'Italia "porto non sicuro" per navi battenti bandiera straniera che salvano migranti nel Mediterraneo. Mentre per quel che riguarda l'interno, il decreto che ha abolito lo status di protezione umanitaria ha fatalmente aumentato l'illegalità: ad almeno 24 mila persone è stato negato uno status legale, e le nuove norme hanno avuto anche conseguenze disastrose sulle opportunità di integrazione per i richiedenti asilo, che - smantellata la rete delle strutture di accoglienza dei comuni - sono rimasti detenuti nei centri per il rimpatrio.
Nulla, del resto, in quest'anno è cambiato, rispetto all'anno del governo giallo-verde. Prorogato il Memorandum Italia-Libia firmato nel 2017 sotto il governo Gentiloni, rifinanziata insieme con le altre missioni internazionali quella in Libia (con la solita ventina di voti contrari). Ancora intoccati - si dice a settembre - i decreti sicurezza che si proclamava voler far sparire nei primi cento giorni, o quanto meno modificare secondo i rilievi puntualmente apposti dal Quirinale già al momento della firma. Insomma se c'è ancora qualcosa di sinistra, nei partiti di governo, è difficile vederlo.
Ricostruire la storia di questa sparizione, la sparizione della sagoma della sinistra dall'orizzonte della politica italiana, è facile e doloroso. Misurare un'estate con l'altra è un buon punto di partenza. Tanto per cominciare si può accostare la reazione del Pd al governo rispetto all'uccisione, il 28 luglio, da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, di tre migranti al porto libico di Khoms: tentavano la fuga, dopo essere stati intercettati col gommone per non essere riportati nei lager, cosiddetti centri di detenzione. Parole spese dai membri del governo sull'accaduto: zero.
Eppure, solo tredici mesi fa, alla fine di giugno 2019, alcuni parlamentari del Pd, tra cui il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, insieme coi colleghi dem Davide Faraone, Matteo Orfini, Giuditta Pini, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana e Riccardo Magi di +Europa, erano scesi a Lampedusa e poi in barca avevano raggiunto la Sea Watch3, per stare a fianco dei 42 migranti bloccati da due settimane sul limitare delle acque territoriali italiane. "I diritti delle persone prima di tutto", diceva Delrio.
Mentre il segretario Nicola Zingaretti parlava contro Salvini di una "macabra sceneggiata" e scriveva al premier Conte, che ancora non era il suo premier, chiedendo un incontro: "Non possiamo stare a guardare questo teatrino osceno".
Erano i giorni della capitana Carola Rackete portata in trionfo, e del Viminale cattivo di Matteo Salvini: giorni manichei, e quindi in fondo facili. Con il senno del poi soprattutto. Tutto, allora, era cominciato con il rifiuto della capitana di portare i migranti soccorsi a Tripoli, porto di sbarco indicato dalla cosiddetta guardia costiera libica. Quella che nel frattempo continua a essere pagata e formata coi soldi italiani e alla quale s'affida il perverso compito di non rispettare i diritti umani al posto nostro.
Ricordate la gente in piazza a protestare, o anche solo quella barca, coi parlamentari a bordo? La propaganda para-salviniana ne aveva fatto persino una versione fake, con gli onorevoli intenti a consumare, grazie a un fotomontaggio, un lauto pasto a base di piatti di pesce. Un atto di partecipazione e di testimonianza che in questi tempi non si è potuto ripetere. Niente Ong, niente parlamentari slanciati a controllare. Al massimo, in barca, si sono visti Maria Elena Boschi, Gennaro Migliore e altri parlamentari di Italia Viva in gita verso Ischia. Al massimo, ma in pochi, si son trovati in piazza a Roma a Piazza Santi Apostoli, chiamati dall'appello di Luigi Manconi per fermare i finanziamenti a Tripoli, qualche centinaio di persone e qualche parlamentare a disagio di chi appartiene a un partito che il rifinanziamento l'ha appena votato in Parlamento. "Verrà considerato come uno dei momenti più bui della storia del nostro Paese e del Pd", ha sibilato Matteo Orfini, ex giovane turco, uno dei più attenti alla questione.
Giusto un anno fa, il voto finale fu il 5 agosto, il Senato diede l'ultimo via libera al decreto sicurezza-bis, quello che criminalizza il soccorso in mare e aumenta in maniera esponenziale (fino a un milione) le multe per le Ong. Il Pd in Aula mostrava cartelli politicamente garruli, rispetto al grigiore colposo di oggi: "La disumanità non può diventare legge". Ma può restare legge, come poi è successo? Nicola Zingaretti tuonava: "Adesso l'Italia è più insicura. Grazie agli schiavi Cinque Stelle la situazione nelle città rimarrà la stessa, anzi peggiorerà". Interessante, a ripercorrere i dibattiti parlamentari di quel periodo, è l'insistere con le accuse ai grillini di essere schiavi, lacché, succubi della volontà di Salvini.
"Si traducono in legge i suoi tweet", s'indignava per esempio Pietro Grasso, ex presidente del Senato. Ironico il punto di caduta finale, per un'area politica che di lì a pochissimo avrebbe finito per essere a sua volta succube di quei grillini che aveva accusato essere tanto servili. A fine luglio, il 24 durante il voto finale alla Camera, il presidente di Montecitorio Roberto Fico aveva graziosamente dato testimonianza delle sue difficoltà di coscienza uscendo dall'Aula (con lui in 17), mentre il capogruppo dem Delrio assicurava: "Il decreto sicurezza non fa che accrescere l'insicurezza dei cittadini, ma il Pd è all'opera per costruire una grande alternativa nel Paese e mandarli a casa", diceva alludendo al terzetto Salvini, Di Maio e Conte.
Operazione che, di lì a quaranta giorni, il Pd potrà dire riuscita per un terzo: a casa giusto Matteo Salvini. Gli altri due, saldamente al governo. Quanto alla "grande alternativa" è presto detto. Il governo Conte bis, giurando il 5 settembre, si dava delle priorità abbastanza chiare, riportate dalle cronache di quei giorni in maniera piuttosto univoca. Punto primo: ottenere più soldi dall'Europa, obiettivo che si potrebbe dire bipartisan, trasversale a qualsiasi maggioranza. Punto secondo: tagliare i parlamentari, priorità carissima ai Cinque Stelle, giunta a dama entro il mese di ottobre. Punto terzo: decreti sicurezza da abrogare, o almeno modificare, parola d'ordine alla quale il Pd s'era aggrappato per dimostrare il famoso cambio di rotta da affidare senz'altro al buon senso della prefetta Luciana Lamorgese, già capo di gabinetto di Angelino Alfano al Viminale. Zingaretti ne era convinto e lo sarebbe stato per ancora un paio di mesi. "Bisognerà affrontare in fretta il tema perché non ci si trovi in situazioni imbarazzanti. Certi casi non si possono ripetere con il nuovo governo", giurava nella sua prima intervista dopo l'accordo con M5S. Eppure, esclusi gli eccessi anche mediatici dell'era salviniana, quei decreti sono rimasti tal quali. Il primo tentativo di cambiarli, bloccato a fine ottobre; il secondo promesso dalla ministra Lamorgese "per gennaio"; l'ultimo, per ora in bozza, di un mese fa.
La pratica è quella raccontata dalle cronache di questi giorni: la vergognosa ipocrisia dei respingimenti nascosti, la strategia silenziosa adottata da Italia e Malta per ridurre i flussi migratori in partenza dalla Libia, il patto tacito che in pratica - come denuncia fra gli altri Sea Watch - di fronte alla presenza segnalata di gommoni o barche, prevede non l'immediato intervento (come impone la legge del mare) ma l'attiva e operante attesa dell'intervento dei libici - nel 2020 secondo l'agenzia dell'Onu per le migrazioni, la cosiddetta guardia costiera libica ne ha riportati indietro 6500 contro i 4500 del 2019. Una realpolitik perversa, fatta di violazione di diritti umani per procura.
Il 9 settembre 2019, quando tutto questo ancora non era compiuto, Dario Franceschini, neoministro della Cultura, celebrava l'inizio del nuovo governo alla serata finale della Mostra del cinema, davanti al relitto del terribile naufragio del 2015 a Lampedusa in cui morirono mille persone, recuperato da Renzi e portato fino a Venezia. Giurava Franceschini: "Dopo mesi di odio e dolore tornano civiltà e umanità".
Ecco, l'odio magari s'è diluito. L'umanità, però, non sembra tornata più di tanto. Già all'indomani del giuramento, del resto, la Sea Eye con a bordo otto persone s'era vista negare il porto proprio dall'Italia, alla faccia del cambio di governo. Eppure la sinistra di Leu poteva ancora tuonare: "Non si deve mettere in discussione il principio che il salvataggio debba essere tempestivo ed efficace", giurava Nicola Fratoianni, aggiungendo che senza un deciso cambio di atteggiamento, "tornerò a bordo delle navi". Già si capiva come sarebbe finita.
L'ultima apertura di credito è di fine settembre 2019, con l'accordo a La Valletta tra Italia, Germania, Francia e Malta per a redistribuzione dei migranti, con tanti plausi a Lamorgese. Poi basta. Pochi giorni dopo, il tentativo di rilanciare lo ius culturae, si arena di fronte al primo "abbiamo altre priorità" di Luigi Di Maio (il secondo arriverà a novembre, come abbiamo detto), ma anche di una parte del Pd. "Siamo molto convinti di farlo subito", dice invece Delrio. Non accade nulla.
In compenso, giusto per chiarire che tira l'aria opposta, il 24 ottobre, il Parlamento europeo boccia la risoluzione che invitava gli stati membri a tenere aperti i porti alle navi Ong che salvano i migranti, grazie al voto decisivo dei Cinque Stelle che si astengono e consentono la bocciatura. In fondo, in piena coerenza con ciò che ha sempre predicato il Movimento fondato da Grillo, che sul fronte migranti ha sempre ospitato in sé un'ala di sinistra, salvo poi decidere invariabilmente verso destra. Sin dai tempi in cui si trattava di votare sull'abolizione del reato di immigrazione clandestina, alla quale base grillina era favorevole, ma i vertici no: e quindi era stato un no.
A fine ottobre, dopo un paio di mesi di governo, già la spinta propulsiva per cambiare qualcosa sembra terminata. Tre giorni prima della scadenza del Memorandum, il ministro Di Maio annuncia che l'intesa resterà in vigore per altri tre anni ma che il governo "sta lavorando per modificarla in meglio". È il preannuncio dell'ennesimo quasi niente partorito dalla montagna. Poche ore prima, Zingaretti aveva chiesto - manco a dirlo - "modifiche radicali".
Che naturalmente non arriveranno. Con il 2020, il Pd sembra rinunciare a tutto. L'ultimo sussulto riguarda sempre il Memorandum: a fine febbraio, il 22, una singolare assemblea nazionale dem indetta a Roma, all'Auditorium della Conciliazione, praticamente già in Era Covid, il partito vota all'unanimità un ordine del giorno nel quale, fra l'altro, si dice chiaramente che "la guarda costiera libica non esiste", "è stato dimostrato come in realtà si tratti di milizie armate, spesso in lotta fra loro e molto spesso coinvolte in prima persona nel traffico di migranti e nella gestione di lager", quelli descritti nel "rapporto firmato dal segretario generale delle Nazioni unite Guterres in cui si legge che i centri di accoglienza sono in realtà veri e propri lager, in cui migranti e rifugiati hanno continuato a essere sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura". Parole di un qualche peso, per un partito di governo.
E una netta presa di posizione - sia pur nella forma indicibilmente aleatoria di un ordine del giorno e all'interno di una Assemblea che aveva per il resto come momento saliente l'elezione di Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, a presidente del partito - che è tornata all'onore delle cronache in questi giorni, con gli articoli di denuncia di Roberto Saviano e centinaia di proteste dentro al partito, dopo che il 16 luglio è arrivato il sì (401 sì, 23 contrari) al rifinanziamento delle missioni militari italiane all'estero e ai fondi per l'addestramento e l'appoggio alla cosiddetta guardia costiera libica (obiettivo per il quale l'Italia ha destinato, dal 2017 a oggi, 22 milioni di euro, secondo i dati di Oxfam).
Polemiche alle quali Zingaretti ha risposto in maniera singolare, come muovendo da una distanza siderale rispetto alla realtà, sia governativa che parlamentare, del suo partito: "Il governo e i gruppi parlamentari, che certamente partono dagli stessi presupposti del Pd, hanno ritenuto nella loro responsabilità di interpretare al meglio idee e valori del Pd con la risoluzione approvata dalla maggioranza in Parlamento", ha scritto su Facebook. Un tratto surreale, pirandelliano, peraltro duplicato poi negli avvertimenti rivolti ai ministri dem.
"Sleeping Nicola", l'ha soprannominato il Foglio. Mentre una linea dem latita, l'unico altro punto di riferimento capace di esprimere un punto di vista è rimasto Marco Minniti, l'ex ministro degli Interni che nei giorni scorsi è arrivato a realizzare i sogni più sfrenati di tutti i sovranisti d'Italia, affermando che "c'è una evidente correlazione tra immigrazione e Covid", proprio mentre Salvini ricominciava a soffiare sul fuoco del pericolo straniero e Giorgia Meloni, leader di Fdi, accusava addirittura il governo di "furia immigrazionista".
Il ministro dell'Interno che mise in piedi la politica di deciso contenimento degli arrivi dell'era Gentiloni, l'uomo che Franz Timmermans a gennaio arrivò a proporre come inviato speciale "plenipotenziario" dell'Europa in Libia, è rimasto in quasi la sola voce da interrogare, nell'area, l'unico che abbia da dire qualcosa. Mentre, curiosità nella curiosità, gli unici a essersi ritagliati un ruolo - almeno da un punto di vista mediatico - che rappresenti un qualche obiettivo di sinistra (tipo difendere i braccianti, Bellanova docet) sono quelli che nel centrosinistra sono da sempre i più a destra di tutti: i renziani.
di Diodato Pirone
Il Mattino, 9 agosto 2020
Allarme dei costituzionalisti: va coinvolto il Parlamento. Ma insomma, alla luce delle novità emerse dopo la pubblica diffusione dei verbali dei Comitato Tecnico Scientifico, governo Conte ha abusato o no dei suoi poteri? La Costituzione è stata rispettata? Fra í costituzionalisti anche culturalmente orientati nell'area della maggioranza di governo si avverte non da ieri una forte preoccupazione. Fra i primi a lanciare l'allarme Giovanni Guzzetta, che insegna diritto Costituzionale a Tor Vergata.
"Che ci siano state delle forzature nella gestione giuridica della pandemia emerge dai fatti - attacca Guzzetta - Durante tutta l'emergenza il governo ha dato una interpretazione discutibile della Costituzione, usando strumenti che definirei impropri come le secretazioni di atti amministrativi e i Dcpm". Per Guzzetta anche la discrepanza emersa fra il parere del Comitato Scientifico favorevole a nuove zone rosse in Lombardia e le decisioni diverse del governo che preferì giorni dopo chiudere la Lombardia e 14 altre province più che un profilo penale fa emergere un tema di legittimità delle decisioni politiche nato perché i meccanismi costituzionali non sono stati seguiti. Anche Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte Costituzionale, e il giurista Enzo Cheli, ex presidente dell'Autorità delle Comunicazioni, sia pure con toni diversi affermano un concetto analogo: il Parlamento è stato tenuto ai margini delta partita e questo non è encomiabile.
"Direi che non dobbiamo assuefarci all'uso ripetuto di strumenti non espressamente previsti dalla Costituzione come i Decreti del presidente del Consiglio che non possono essere verificati dalla Camere, dalla Consulta e neanche dal Colle". sottolinea Mirabelli. "Leggo molte critiche strumentali al governo che non tengono conto della gravità del problema che ha dovuto affrontare - spiega Enzo Cheli - Tuttavia non posso non rilevare che tutta l'attività del governo ha finito per rendere abbastanza marginale il ruolo del Parlamento.
Il che è sbagliato anche perché il coinvolgimento delle forze parlamentari anche d'opposizione se fatto con schiettezza - aiuta anche il governo. Finita la fase di emergenza più stretta, l'esecutivo farebbe bene a smettere di usare l'artiglieria pesante come Dpcm e stato d'emergenza e tornare alle regole ordinarie della legislazione coinvolgendo quanto più possibile l'opposizione". Per il giovane costituzionalista Salvatore Curreri, che insegna alla Kore di Enna: "Occorre saper distinguere fra scelte determinate da una situazione obiettivamente difficile e altre interpretazioni della Costituzione che invece non convincono.
Ad esempio tenere segreti i verbali del Cts, ovvero atti amministrativi, non solo è ai limiti della legittimità Costituzione ma mi pare anche una scelta politicamente poco lungimirante che si ritorce contro il governo bombardato da mille polemiche". Tutti i giuristi mettono in evidenza che l'epidemia è stato l'ennesimo stress test (il copyright è di Mirabelli) per le nostre regole costituzionali che ne sono uscite piuttosto malconce.
"Non c'è una regola costituzionale che sia stata seguita nella sua interezza - si accalora Guzzetta. Invece dei decreti legge sono stati usati i Dpcm; lo stato d'emergenza consentiva al ministro della Salute di superare i poteri delle Regioni e invece questo potere non è stato usato anche a costo di creare molta confusione fra gli italiani sulle regole da seguire; persino i decreti legge sono stati di fatto votati solo da una Camera mentre l'altra si è limitata ad accettare quanto deciso a Montecitorio o a Palazzo Madama".
A far notare la fine de facto del bicamerismo, pure salvato dagli italiani con il voto di massa M favore del "no" al referendum del dicembre 2016 sull'abolizione del Senato, è stato nei giorni scorsi il costituzionalista e deputato Pd, Stefano Ceccanti. "Dovremmo fermare la macchina e fare un pit stop costituzionale perché al di là degli errori e della pessima interpretazione del governo Conte. l'Italia ha un problema di regole costituzionali che non funzionano più da decenni. È ora di cambiarle".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 9 agosto 2020
Migliaia di persone sono scese in piazza a Beirut per protestare contro il governo dopo l'esplosione che, il 4 agosto, ha devastato la città, causando oltre 140 morti e migliaia di feriti. Assaltato il ministero degli Esteri. Una tv parla di un morto tra i militari.
"Thawra" grida la folla in Piazza dei Martiri. "Thawra", la canta, ne fa un inno, una speranza, l'unica che rimane dopo il collasso economico, la crisi dei partiti al potere e adesso la tragica esplosione nel porto martedì scorso. "Thawra" in arabo significa rivoluzione ed è esattamente ciò che sta avvenendo a Beirut. Una rivoluzione contro il governo e i partiti tradizionali. Ma con una connotazione specificamente libanese, che vede la nascita di un fronte popolare cristiano-sunnita contro le milizie sciite dell'Hezbollah (il "Partito di Dio") sostenute dall'Iran e dal regime siriano. Improvvisamente sono scardinati gli equilibri che nel 1990 avevano permesso di superare 15 anni di guerra civile costati oltre 200.000 morti. Per il Libano si apre un periodo di grave incertezza, che potrebbe portare alla reazione armata delle milizie sciite e ad eventuali bagni di sangue.
Nuove vittime - "Non abbiamo più nulla da perdere. Rivoluzione, impicchiamo questi politici corrotti. Rivoluzione, buttiamo giù tutto", inneggiano in decine di migliaia cercando di coprirsi naso e bocca dalla pioggia di lacrimogeni sparati da esercito e polizia. Quanti sono? I manifestanti parlano di mezzo milione, la polizia li riduce a 15.000. L'esercito regolare reagisce comunque in forze. Si odono anche alcuni spari. Corriamo mischiati tra la gente. Vediamo passare alcune barelle con delle vittime (in serata gli ospedali segnalano circa 120 feriti e almeno un paio di morti). "Attenti sparano, sparano!", urlano calpestando le schegge di vetro, cemento e metallo cadute a terra dai piani alti a causa dell'esplosione al porto. Sporcano le strade, scricchiolano sotto le suole, mucchi di detriti non raccolti che adesso coniugano materialmente quella tragedia alla volontà di riscatto popolare.
Il ministero occupato - Ma il dispiegamento dell'esercito non basta. Gruppi di giovani armati di bastoni, con in testa gli elmetti dei lavoratori edili o i caschi di moto, avanzano egualmente, sfidano il gas mettendosi le magliette sulla bocca. Quando proprio va male si strofinano sul naso cipolla e limone. Ancora spari, boati forti. Col sole che tramonta dopo le diciassette riescono ad irrompere nell'edificio del ministero degli Esteri guidati da alcune decine di ex militari che da mesi chiedevano l'aumento delle loro pensioni.
"Un colpo gravissimo per il prestigio e il potere del presidente Michel Aoun. Gli Esteri sono simbolicamente il cuore della sua autorità. Cristiano, ha voluto rompere il vecchio fronte maronita filo-occidentale per allearsi con gli sciiti dell'Hezbollah pro-ayatollah a Teheran e con il regime di Bashar Assad a Damasco", spiegano i commentatori del quotidiano della minoranza cristiana L'Orient-le Jour. Il ministero è occupato in forze. Nella portineria piovono documenti di ogni tipo gettati dagli uffici ai piani alti; vengono dati alle fiamme i dossier.
Il tabù di Hezbollah - A quel punto avviene qualche cosa di impensabile solo sino a poco fa. I manifestanti girano brandendo l'effige di Hassan Nasrallah impiccato ad una piccola forca di legno che si portano in spalle. S'infrange un tabù. Non era mai avvenuto dalle manifestazioni iniziate lo scorso 17 ottobre che venisse attaccato direttamente il massimo esponente politico dell'Hezbollah. "Basta con l'Iran. Basta con le milizie sciite armate che impongono il loro volere sulla società civile. Ci riprendiamo il nostro Libano. Non siamo una colonia di Teheran, vogliamo tornare ad essere un libero Stato indipendente che si autodetermina", grida tra i tanti Lili Franje, una settantenne dell'intellighenzia cristiana che è venuta a manifestare vestita come se fosse ad una festa.
Resta solo la rivoluzione - Ride e piange. Le si affianca Mohammad al Jadduah, imam sunnita di Baalbek. "Siamo assieme nel chiedere che questo governo si dimetta", spiega. E con loro c'è la 47enne Rolla Stephan, sofisticata e dai modi gentili come può essere la buona borghesia maronita della capitale. "Con mio marito avevamo cinque compagnie commerciali e una edile. In tutto oltre 900 dipendenti. La crisi economica ci aveva portato via quasi tutto nell'ultimo anno. E ora l'esplosione ha distrutto casa nostra e gli ultimi uffici. Siamo diventati nullatenenti. Ci resta solo la rivoluzione", dice come se stare in piazza indossando la maschera antigas e gli occhiali protettivi contro le schegge fosse la scelta più logica possibile.
Lo scontro violento - Verso le 18 il premier Hassan Diab alla radio cerca di calmare le folle. Torna a promettere un'inchiesta indipendente sulle cause dell'esplosione e si spinge a garantire "libere elezioni entro due mesi". Ma pare fiato sprecato. "Troppo tardi! Vi impiccheremo tutti, dimettetevi", replicano da Piazza dei Martiri. Quindi è la volta del ministero dell'Economia. L'odiatissimo centro delle misure, che negli ultimi mesi hanno ridotto a un decimo il valore della Lira libanese, viene occupato con la forza. Seguono le sedi delle istituzioni bancarie più prestigiose e quelle del ministero dell'Ambiente. "Al parlamento. Prendiamo il parlamento", si eccitano a vicenda gruppi di ragazzi con le pietre in mano. Lo sbarramento dei lacrimogeni si fa più fitto. C'è chi sviene sopraffatto, soffocato dalle nuvole bianche che s'infilano nelle vie minori. Ma l'esercito fa barriera. Ora combatte su due fronti e riesce ad evitare che alcuni giovani sciiti di Hezbollah puntino i fucili sulla folla. Ieri sera lo scontro stava continuando a tratti ancora molto violento.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 9 agosto 2020
Assaltati cinque ministeri, la guerriglia con i militari, il ritratto di Nasrallah bruciato, un morto e almeno 730 feriti. Nella città piegata dalle esplosioni è stato un giorno di rivolta contro "i clan al governo". E ora il premier dice: voto anticipato. La capitale, il cuore del Libano, brucia. Il popolo contro lo Stato a Beirut. Una rivoluzione che esplode e diventa violenta per disperazione.
Contro le mafie dei capi-bastone settari (sunniti, sciiti, cristiani, drusi) che dopo la guerra civile 1975-1990 si sono impossessati del Paese, lo hanno diviso per quote, si sono spartiti gli incarichi del potere. E poi hanno bevuto il sangue, anno dopo anno, hanno disossato, hanno spremuto il Paese. Fino all'ultima goccia. In un crescendo drammatico, sino al tragico epilogo dell'esplosione involontaria ma colpevole, innescata da corruzione e incompetenza, che ha devastato il porto e mezza città il 4 agosto scorso.
Da ieri i palazzi del potere di Beirut sono in fiamme. Nel pomeriggio, dopo avere tentato per l'ennesima volta dall'ottobre 2019 di assaltare il Parlamento, la protesta, la "Rivoluzione" come si è ribattezzata da sola, ha cambiato velocemente obiettivi. Il Palazzo dei deputati era difeso dall'esercito e dai blindati. E allora sciami di dimostranti, non tutti violenti, molti (e con moltissime donne) soltanto disperati, hanno assaltato, devastato, occupato e abbandonato in macerie i ministeri degli Esteri, dell'Economia, dell'Ambiente, dell'Energia. Hanno devastato l'Associazione delle Banche del Libano, la cupola a cui tutti i capi della Nazione facevano riferimento, lo strumento della spartizione delle ricchezze del paese.
Le notizie, i numeri nella prima notte di Beirut, non raccontano la potenza del terremoto per lo Stato libanese. Per ora per fortuna soltano un morto, un poliziotto ucciso, 730 fra agenti, militari e manifestanti feriti, 8 ministeri e uffici governativi devastati. Fisicamente, la città non è tutta in fiamme: ma lo Stato libanese è in ginocchio.
Nel pomeriggio la polizia aveva scaricato centinaia di candelotti di gas sui manifestanti. Ore e ore di assalti e di ritirate. Fino a quando i manifestanti si sono divisi e hanno preso di mira i ministeri. I simboli del potere odiato sono bruciati subito: i ritratti ufficiali del presidente Michel Aoun, cristiano ma alleato degli sciiti di Hezbollah, sfasciati e calpestati. I pupazzi con il corpo del capo sciita Nasrallah impiccati a forche di cartone, gli identikit dei volti del potere dipinti sulle mura e cancellati con croci nere e le scritte "questi ladri devono morire, tutti".
Mentre scendevano a frotte lungo lo stradone che porta a piazza dei Martiri, i manifestanti (in maggioranza sunniti e cristiani) passavano a frotte davanti agli ingressi di Khandak Ghamik, la "trincea profonda", il quartierone sciita alle spalle del centro. Gli uomini del servizio d'ordine di Hezbollah con il cappellino giallo e quelli di Amal con il berretto verde erano in forze agli imbocchi delle loro strade.
Da una parte e dall'altra volavano gli insulti, soprattutto quando transitavano i rivoluzionari con le immagini di Nasrallah impiccato. Il grande timore è proprio questo: che la protesta per una scintilla si trasformi da politica in settaria, sunniti e cristiani contro gli sciiti. E sarebbe la fine di tutto.
Per ore, prima dell'impennata della violenza, centinaia di donne e di ragazzi si avvicinavano ai cordoni dell'esercito. E i militari in Libano sono più rispettati della polizia, considerata corrotta e violenta. "Voi, l'esercito in piazza contro di noi?", gridava Danielle, una donna cristiana, sessantenne: "Ma voi dovete difendere noi da quei ladri criminali: dovete aiutarci ad arrestarli, dobbiamo impiccarli, noi tutti insieme".
I militari rimanevano impassibili, i poliziotti rispondevano manganellando. I rivoluzionari, i descamisados hanno iniziato a spaccare le lastre del selciato, quelle di marmo che rivestivano le colonne dei palazzi del potere. Migliaia di sassi come proiettili contro la polizia.
"Siete immondizia, siete criminali", gridavano i cartelli meno aggressivi. "Lasciate il nostro Paese". Il primo ministro, Hassan Diab, un tecnocrate rispolverato per caso dal presidente Aoun dopo le poderose proteste dell'autunno, sperava di offrire qualcosa alla piazza dicendo che "l'unica soluzione sono elezioni anticipate". Hassan Aflak, un medico, risponde subito: "Ma se torniamo a votare, voi eleggerete lo stesso Parlamento, perché il popolo è ostaggio dei capi bastone, e voi truccherete il voto, farete vincere sempre voi stessi".
Martedì l'esplosione del porto, 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio che hanno fatto quasi 200 morti (con i dispersi ormai deceduti), 5,000 feriti e 100 mila senzatetto, è stata il detonatore finale di questa nuova crisi che arriva da lontano. C'è chi l'ha capito, anche nel "pouvoir", nelle stanze del potere, e ha iniziato velocemente a riposizionarsi, a fuggire.
I tre deputati del partito cristiano "Kataeb" si sono dimessi. Loro stanno all'opposizione dei cristiani di Aoun, alleati degli sciiti di Amal e di Hezbollah. "Abbiamo deciso di uscire da questo Parlamento, ci batteremo per il Paese che vogliamo, un Paese che non discrimina tra cittadini", ha detto il capo del partito Sami Gemayel. Parlava ai funerali del segretario del suo movimento, ucciso al porto. Gemayel è erede di un'altra dinastia settaria, figlio e fratello di presidenti, al momento fuori dal governo, per cui pronto a criticare il sistema di cui fa parte. Giovedì si era dimessa un'altra cristiana eccellente, Tracy Chamoun, ambasciatrice in Giordania e figlia del leader Dany Chamoun. Se non altro suo padre era morto assassinato dai siriani nel 1990.
"Sono tutti movimenti tattici della vecchia politica, da oggi tutto cambierà in Libano", dice Aiad Ahmer, 28 anni, architetto. È uno dei capi della rivolta, ha iniziato a lavorare da molti anni alla protesta. "Questa esplosione che arriva oggi viene innescata dalla bomba del porto di martedì, ma è figlia diretta delle proteste iniziate il 17 ottobre". Con il nome della "protesta di WhatsApp", esplosa dopo la tassa di pochi centesimi che il governo voleva imporre per ogni messaggino.
"Ma non è così - dice oggi l'architetto - quella protesta non esplose per WhatsApp: erano i giorni in cui i boschi del Paese, migliaia di ettari, andavano in fumo e il governo senza mezzi era incapace di spegnerli. Non volavano elicotteri, i mezzi a terra erano fermi. Il governo paralizzato. Il 16 ottobre stavamo organizzando una manifestazione comune con i pompieri, per la settimana successiva. Poi arrivò anche la tassa di WhatsApp, e tutto si infiammò in un attimo". Di notte gli scontri rallentano, alcuni ministeri vengono liberati. L'ambasciata americana dichiara: "Difendiamo il diritto a protestare, ma senza violenza". Nessuno sembra farci caso. Il Libano ha preso una nuova strada. Sembra un incubo, tutti contro tutti, senza sapere dove si andrà a finire.
di Luana De Francisco
L'Espresso, 9 agosto 2020
La denuncia di un rapporto dell'Asgi: invece di combatterle, si favoriscono le pratiche più disumane. Così con soldi pubblici di un bando del ministero degli Esteri finanziamo i centri di detenzione in mano ai trafficanti. Le torture sono quotidiane, anche se noi non le vediamo. Dallo scempio ci separano chilometri di terra e di mare e l'indifferenza per i muri. Tutto invisibile e muto dietro quei recinti, lontano anni luce da una società, la nostra, ossessionata dalla xenofobia. Eppure, anche se di quegli abusi sappiamo così tanto, abbiamo deciso di aprire i cordoni della spesa e investire proprio là dove lo sguardo non arriva. Lo ha fatto il ministero degli Esteri, finanziando interventi destinati alle comunità libiche e ai centri di detenzione per migranti e rifugiati attraverso l'Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo.
Il progetto, inserito nel 2017 in un più ampio quadro di azioni per l'assistenza alle vittime di crisi umanitarie e la cooperazione con i Paesi interessati dal fenomeno migratorio, ha contato finora su uno stanziamento di sei milioni di euro. Tutti soldi ripartiti tra le nove organizzazioni non governative italiane che si sono aggiudicate i tre bandi pubblicati dall'Aics. Un'operazione forse ispirata da buone intenzioni.
In realtà, da subito una parte dell'opinione pubblica ha storto il naso di fronte a una mossa considerata piuttosto la legittimazione del funzionamento e dell'esistenza stessa di centri notoriamente gestiti nel disprezzo dei diritti umani. Si è guardato all'iniziativa con la stessa diffidenza riposta nel memorandum che, pochi mesi prima, aveva sancito l'impegno dell'Italia a garantire sostegno economico, politico e operativo alle autorità libiche, in cambio del contenimento dell'afflusso di migranti verso l'Europa.
Ora, a tirare le somme sull'apparente contraddittorietà di quei bandi è l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, con un rapporto che, nel confermare la funzionalità dei progetti a un piano di "esternalizzazione" delle frontiere, ne biasima l'inefficacia in termini di risposte durevole e sostenibili alle carenze strutturali dei centri, veri e propri luoghi di prigionia, dove gli stranieri intercettati dalla Guardia costiera libica, con mezzi e tecnologie forniti dall'Italia, vengono trasferiti e sottoposti a ogni forma di violenza e sfruttamento, in attesa di "rimozione".
"Ideati nella piena consapevolezza delle gravi e diffuse violazioni che si consumano nei centri e con l'obiettivo di ridurne l'entità, ma non di eliminarle del tutto - scrive il pool di studiosi che ha lavorato al report - i bandi hanno creato i presupposti per la realizzazione di progetti che hanno l'effetto, quantomeno politico, di perpetuare un sistema di detenzione di cittadini stranieri in condizioni inumane, al fine di impedire loro di raggiungere il territorio europeo e di esercitare il diritto di chiedere protezione internazionale".
Del resto, suona curioso puntare a "migliorare" le condizioni dei detenuti, senza un'attività di controllo esercitata in loco da personale italiano (espressamente vietato dall'Aics per ragioni di sicurezza) e senza che l'erogazione delle prestazioni sia condizionata all'impegno del governo di Tripoli a porre rimedio alle criticità. Come? Per esempio, suggerisce l'Asgi, con più investimenti per il mantenimento dei detenuti, cui spettano razioni alimentari da non più di un euro al giorno, l'ampliamento dei locali, "pericolosamente sovraffollati e con scarsa luce e ventilazione", e una vigilanza più stringente sugli abusi fisici commessi anche su donne, bambini e malati.
La verità, secondo i ricercatori, è un'altra. "L'inadeguatezza delle risorse stanziate, l'illegittima e arbitraria detenzione e l'assenza di meccanismi di prevenzione sugli abusi - osservano - non paiono ascrivibili a un'impossibilità oggettiva del governo libico, come asserito nei bandi, ma a una sua precisa scelta politica, e si pongono in contrasto con gli obblighi internazionali della Libia di proteggere i diritti fondamentali degli individui di cui ha assunto la custodia".
Intanto, l'Italia paga e lo fa anche a fronte dell'"approssimazione dei rendiconti contabili di alcune Ong" e nonostante le perplessità sul "corretto impiego del denaro pubblico" che la gestione dei centri, per lo più lasciata a milizie armate svincolate da supervisione giurisdizionale, non può non suscitare. Il rapporto ha esaminato i contributi apportati in particolare ai centri di Tajoura, Tarek al Sikka e Tarek al Matar, tutti nelle vicinanze di Tripoli. Nell'elenco figura, tra gli altri, Nasr di Zawiya, gestito dal clan cui afferisce il trafficante Bija e teatro delle violenze recentemente accertate da una sentenza del tribunale di Messina. Ci sono pure Al-Khoms e Souq al Khamis, che nel 2019 il segretario generale dell'Onu ha descritto come "agghiaccianti" e definito "paradisi per la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e le sparizioni forzate".
E allora, a giudicare dalla tipologia degli interventi, tra creazione di presidi medici e igienici, riabilitazione di sistemi idrici e supporto psico-sociale, e dalla quantità di beni inviati, tra forniture di generi alimentari, medicine, vestiario, coperte e giochi, quella italiana pare una gigantesca opera umanitaria. Assai diversa la conclusione dell'Asgi, critica con la logica stessa dei bandi. "Il rischio - ammonisce - è che, agevolando il funzionamento dei centri, si fornisca un contributo causale ad azioni illegittime, presenti e future, imputabili direttamente al governo libico o, comunque, ai gestori dei centri". Borhan Loukasi, il diciassettenne etiope che nell'abbraccio del marinaio siriano Alì è diventato l'icona della Pietà nel Mediterraneo, arrivava da uno di quei centri di tortura. La gamba gliela avevano spezzata là.
agenzianova.com, 9 agosto 2020
Il 75 per cento dei detenuti del carcere di Seagoville, in Texas, è risultato positivo al test del coronavirus. Lo riferisce oggi l'emittente "Cnn" citando i dati dell'Ufficio federale delle prigioni degli Stati Uniti. In particolare, sono risultati contagiati 1.333 detenuti su circa 1.750. Tre di essi sono deceduti a causa del Covid-19. Inoltre, sono stati infettati 28 dipendenti del carcere su 300. Raggiunti dalla "Cnn" al telefono, alcuni dei prigionieri hanno detto di temere per le proprie vite, dal momento che la struttura è sovraffollata e non è possibile rispettare il distanziamento fisico. Stando ai dati, il carcere di Seagoville, che si trova nell'area di Dallas, ha più casi di coronavirus dell'85 per cento delle contee degli Stati Uniti.
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