agenpress.it, 10 agosto 2020
Con la riforma del Csm "viene accentuato e posto un confine una volta per tutte tra politica e magistratura" ha detto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri, spiegando che non sarà possibile eleggere tra i membri laici "persone che ricoprono in quel momento o hanno ricoperto negli ultimi due anni ruoli di governo a livello nazionale o a livello regionale. Inoltre chi è stato membro del Consiglio superiore della magistratura", al termine del mandato "nel quattro anni successivi non può presentare domande per incarichi direttivi e semi-direttivi", per evitare "che il ruolo di membro del Consiglio superiore della magistratura possa rappresentare in qualche modo un vantaggio".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 10 agosto 2020
C'è un'emergenza doppia nella giustizia italiana. E sta nel fatto che essa violenta le libertà individuali mentre a patirne sono perlopiù i poveri. Non soltanto, ovviamente: ma di fatto è lì, dove c'è povertà, dove c'è emarginazione, dove c'è arretratezza culturale, è lì che più fortemente si scarica l'ingiustizia dell'ordinamento. E l'emergenza di questa doppia ingiustizia non è senza causa: ne ha una molto precisa e risiede nella speciale concezione dei diritti di libertà a destra e a sinistra, una concezione diversa ma che nei due casi conduce identicamente al sacrificio dei diritti dei più bisognosi, dei più deboli.
Il Dubbio, 10 agosto 2020
Il presidente dell'Ucpi nota un aspetto sottovalutato del sistema per eleggere togati: l'eliminazione del doppio canale requirenti-giudicanti. "Così rischiamo di avere un Csm composto solo da pm, come già avviene in Anm: sarebbe devastante".
di Andrea Reale*
Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2020
Le sirene della propaganda governativa talvolta raggiungono livelli quasi lirici, perché suggeriscono nomi evocativi a provvedimenti che hanno tutt'altro contenuto. Mi riferisco allo schema di disegno di legge, ribattezzato "Spazza-correnti", che il 3 agosto scorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha licenziato anche nella materia "ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità, di costituzione e funzionamento del Consiglio Superiore della magistratura".
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 10 agosto 2020
Alcuni punti fermi nella discussione esistono. Allinearli rapidamente può essere utile per tentare un passo in avanti. Ad esempio non ci voleva lo scandalo delle toghe per enfatizzare un dato noto da tempo, ossia che la lotta per le carriere è al calor bianco soprattutto tra i pubblici ministeri e soprattutto quando si aspira a posti di comando nelle procure della Repubblica.
A innescare la guerriglia e a dar fuoco alle polveri una pericolosa miscela che prende le mosse da improvvide riforme legislative (la brusca riduzione dell'età pensionabile a 70 anni e il rafforzamento, dal 2006, dei poteri dei capi degli uffici) e giunge sino alle opache commistioni - sempre più intime - tra non poche toghe e un certo giornalismo "da riporto" più che "da caccia". Il tutto reso più instabile e precario dalla disponibilità sempre più vasta che i Pm esercitano sulla polizia giudiziaria; una potestà che ha addirittura un fondamento costituzionale e che, per tale ragione, si ritiene intangibile.
Ci sarebbe altro, ma accontentiamoci di questo, per questa volta. Di tutte le criticità che affliggono settori esponenziali della magistratura inquirente quella delle relazioni tra Pm e polizia è la più difficile da affrontare. Invero in molti vorrebbero che non se parlasse affatto. È un intreccio inestricabile di norme, di prassi e di qualche devianza che affligge certo a macchia di leopardo la giustizia inquirente, ma che - come tutte le malattie pericolose - ha un alto tasso di contagiosità. È un connubio a geometria variabile quello tra Pm e polizia giudiziaria che, solitamente, vive sommerso, a pelo d'acqua, appena percepibile, ma che, tuttavia, è capace di ergersi possente e spietato quando occorre.
Un potere in apparenza mite, cresciuto e giustificato dalla retorica del "fare squadra" che un senso aveva nella Palermo degli anni '80 in cui toghe e divise corrotte occupavano i palazzi del potere, isolando gli onesti, ma che è privo di ogni giustificazione in questi decenni del nuovo secolo, quando 40 anni sono passati, e non invano per fortuna, da quella stagione buia. Si diceva della disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero.
A parlarne si varcano i cancelli di un giardino proibito e si affonda lo sguardo sui pilastri sommersi dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura in Italia. Senza l'articolo 109 della Costituzione ("L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria") l'ordine giudiziario, la sua stessa rappresentazione iconografica, avrebbe in mano la bilancia, ma non la spada, ovvero il simbolo della sua capacità di recidere e colpire il male. Si badi bene: la giustizia penale in Italia non si limita a stabilire chi sia colpevole o innocente, come nel resto del mondo occidentale, ma dispone tra le proprie fila di un braccio operativo, di un'organizzazione praticamente illimitata, fondata sulla disponibilità che il pm ha di centinaia e centinaia di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria anche nel più minuto dei circondari di tribunale. Organizzazione che, come noto, ha un compito decisivo ovvero stabilire di cosa i giudici si possano e si debbano occupare.
Anche solo indicare a chi competa la qualifica di operatore di polizia giudiziaria è un compito immane: oltre alle tradizionali forze di polizia, ci stanno dentro gli ispettori dell'Inail, quelli dell'Inps, quelli delle Dogane, quelli dell'Ispettorato del lavoro, gli uomini della polizia provinciale, quelli della polizia locale in ciascun comune, quelli dell'Agenzia delle entrate e tanti altri ancora. Un esercito che, manovrando abilmente, può rappresentare una forza d'urto incontenibile e che ciascun Pm può adoperare a propria discrezione: a Piacenza, per dire, le indagini sui carabinieri sono state condivise tra Guardia di finanza e Polizia municipale.
In altri ordinamenti questa possente ed efficiente macchina da guerra viene tenuta meticolosamente distinta dai giudici. L'attività inquirente è concepita come un'attività amministrativa e non giurisdizionale e, quindi, soggiace naturalmente a un altro modello organizzativo. La pensava così anche Giovanni Falcone, come noto, che del processo accusatorio, quale strumento per battere le mafie, era un convinto e leale sostenitore. Il nocciolo della questione è che, distinta la bilancia dalla spada, il peso complessivo della corporazione svanirebbe o quasi, come in molti altri ordinamenti in cui la giustizia è un mero apparato di servizio e non la cruna dell'ago attraverso cui deve passare il cammello della moralità e della legalità di una Nazione.
Ciò che rende centrale nel nostro ordinamento la posizione del Pm nei ranghi della giurisdizione è proprio questa incondizionata disponibilità di uomini e mezzi con un budget, a sua volta, privo di limitazioni finanziarie e di rendicontazioni contabili. Un fatto impensabile altrove. E' l'ufficio del pubblico ministero che, per così dire, impugna la spada e - condividendo con i giudici l'appartenenza alla medesima corporazione - si pone, lui stesso e lui solo, alla ricerca dei colpevoli, senza incontrare alcun limite che non sia quello, fragile e indifeso, di incanalare le indagini all'interno di un fascicolo. Non importa, poi, quanto questo fascicolo sia smisurato e per quanto tempo resti aperto o che ci entri o ci esca con il sistema degli "stralci".
Non esiste, di fatti, alcun controllo su questo snodo del lavoro inquirente e ogni, pur recente, tentativo di porre un argine a queste prassi è naufragato a fronte di un'evidenza assoluta: per controllare l'ufficio del pm ci sarebbe in teoria la procura generale in ciascun distretto, ma i mezzi del primo surclassano quelli del secondo di innumerevoli volte. Il controllato è molto più efficiente e, quindi, molto più potente del controllore. Per cui partita chiusa; anzi mai disputata, se non in qualche rara occasione. È come far giocare Messi con il troppo cieco Mr. Magoo.
L'erezione di questo monolite, si badi bene, è un'operazione complessa, richiede intelligenza, alleanze e una capacità di reclutamento tanto feroce quanto efficiente. Soprattutto richiede consenso e parecchio, in modo tale che non trovino ostacoli negli edifici del potere le prassi di cooptazione con cui il pm si sceglie la propria polizia giudiziaria e, altrettante volte, la polizia giudiziaria individua il proprio pubblico ministero. Il decennio appena trascorso appare, a ogni evidenza, come il laboratorio ideale in cui questo inatteso Moloch ha preso vita tra le maglie sfilacciate del processo. Su come sia stato possibile ne riparleremo.
Per ora si profila chiaro che coloro i quali - da qualche decennio e invano - reclamano la separazione delle carriere tra giudici e pm in nome della parità tra le parti del processo, trascurano quasi sempre un fattore decisivo della partita che vorrebbero giocare: la diretta disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pm. Una disponibilità che si è tentato inutilmente e blandamente di contenere da parte del potere politico e dei vertici delle forze di polizia (basta leggere la sentenza 229/2018 della Corte costituzionale) e su cui si fonda la complessiva potestas (più che l'ormai scarsa auctoritas) della magistratura italiana.
Non è detto che il potere politico nasca sempre e ovunque dalla canna dei fucili (Mao Tsé-Tung), ma ci sarà una ragione se Brenno, durante il sacco del 387 a.C., davanti ai Romani che protestavano per la bilancia truccata con cui si pesava l'oro del riscatto consumò il gesto di lanciarvi sopra la propria spada prima di pronunciare il celebre "vae victis". Ecco una spada che difende una bilancia truccata, pessimo monito per una protesta senza grandi speranze.
di Valentina Spagnolo
periodicoitalianomagazine.it, 10 agosto 2020
Sulla base del Libro Bianco 2020 si può giungere a una nuova norma maggiormente adeguata a quanto già predisposto scientificamente dalle ricerche su tale argomento, al fine di realizzare un modello detentivo che sia effettivamente riabilitativo.
Il Sole 24 Ore, 10 agosto 2020
Reati contro il patrimonio - Delitti contro il patrimonio mediante frode -Truffa - Vendita online - Condotta materiale - Elementi. Integra una condotta truffaldina la messa in vendita di un bene su un sito internet, accompagnata dalla mancata consegna del bene stesso all'acquirente e posta in essere da parte di chi falsamente si presenta come alienante con il solo proposito di indurre la controparte a versare una somma di denaro e a conseguire, quindi, un profitto.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 22 luglio 2020 n. 21932.
Reati contro il patrimonio - Delitti - Truffa - Elemento oggettivo (materiale) - Artifici o raggiri - Messa in vendita di bene su sito internet - Soggetto che si presenti falsamente come alienante - Mancata consegna all'acquirente dopo il versamento del prezzo - Truffa contrattuale - Sussistenza. Integra il delitto di truffa contrattuale, ai sensi dell'art. 640 cod. pen., la condotta di messa in vendita di un bene su un sito internet accompagnata dalla sua mancata consegna all'acquirente dopo il pagamento del prezzo, posta in essere da parte di chi falsamente si presenti come alienante ma abbia il solo proposito di indurre la controparte a versare una somma di denaro e di conseguire, quindi, un profitto ingiusto.
• Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 20 dicembre 2019 n. 51551.
Reato - Circostanze - Aggravanti comuni - Minorate difesa pubblica o privata - Truffa 'on - Line' - Minorata difesa con riferimento al luogo di commissione del delitto - Sussistenza dell'aggravante - Condizioni. In tema di truffa on-line, è configurabile l'aggravante della minorata difesa, con riferimento all'approfittamento delle condizioni di luogo, solo quando l'autore abbia tratto, consapevolmente e in concreto, specifici vantaggi dall'utilizzazione dello strumento della rete.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 6 settembre 2018 n. 40045.
Reato - Circostanze - Aggravanti comuni - Minorate difesa pubblica o privata - Truffa 'on line' - Minorata difesa con riferimento al 'luogo' di commissione del delitto - Sussistenza dell'aggravante - Ragioni.
Sussiste l'aggravante della minorata difesa, con riferimento alle circostanze di luogo, note all'autore del reato e delle quali egli, ai sensi dell'art. 61, n. 5, cod. pen., abbia approfittato, nell'ipotesi di truffa commessa attraverso la vendita di prodotti "on-line", poichè, in tal caso, la distanza tra il luogo ove si trova la vittima, che di norma paga in anticipo il prezzo del bene venduto, e quello in cui, invece, si trova l'agente, determina una posizione di maggior favore di quest'ultimo, consentendogli di schermare la sua identità, di non sottoporre il prodotto venduto ad alcun efficace controllo preventivo da parte dell'acquirente e di sottrarsi agevolmente alle conseguenze della propria condotta. (In applicazione di tale principio, la Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza del tribunale che aveva respinto l'appello avverso l'ordinanza di rigetto della richiesta cautelare ed aveva escluso l'aggravante della minorata difesa ritenendo che l'annuncio relativo alla vendita di beni, inserito in un sito internet, costituisse una modalità della condotta, e non una circostanza di luogo, in cui la distanza accomuna entrambe le parti, che ne accettano i rischi affidandosi alla buona fede dell'interlocutore).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 10 aprile 2017 n. 17937.
Truffa online - Vendita su web - Vendita di computer e i-Pad - Consegna di beni difformi - Pagamento con carta di credito - Aggravante della minorata difesa - Configurabilità - Esclusione. Nella truffa commessa attraverso la vendita di prodotti online è configurabile l'aggravante di cui all'articolo 640, comma 2, numero 2-bis, del Cp, con riferimento al luogo del commesso reato, in quanto il luogo fisico di consumazione della truffa (individuabile nel luogo in cui l'agente consegue l'indebito profitto) in tal caso possiede la caratteristica peculiare costituita dalla distanza che esso ha rispetto al luogo ove si trova l'acquirente che del prodotto venduto, secondo la prassi tipica di simili transazioni, ha pagato anticipatamente il prezzo. Proprio tale distanza tra il luogo di commissione del reato da parte dell'agente e il luogo dove si trova l'acquirente è l'elemento che pone l'autore della truffa in una posizione di forza e di maggior favore rispetto alla vittima, consentendogli di schermare la sua identità, di non sottoporre il prodotto venduto ad alcun controllo preventivo da parte dell'acquirente e di sottrarsi comodamente alle conseguenze dell'azione: vantaggi, che non potrebbe sfruttare a suo favore, con altrettanta facilità, se la vendita avvenisse de visu.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 10 aprile 2017 n. 17937.
Reato - Circostanze - Aggravanti comuni - Minorate difesa pubblica o privata - Truffa 'on - line' - Minorata difesa con riferimento al 'luogo' di commissione del delitto - Sussistenza dell'aggravante - Ragioni.
Sussiste l'aggravante della minorata difesa, con riferimento alle circostanze di luogo, note all'autore del reato e delle quali egli, ai sensi dell'art. 61, n. 5, cod. pen., abbia approfittato, nell'ipotesi di truffa commessa attraverso la vendita di prodotti "on-line", poichè, in tal caso, la distanza tra il luogo ove si trova la vittima e quello in cui, invece, si trova l'agente determina una posizione di maggior favore di quest'ultimo, che può facilmente schermare la sua identità, fuggire e non sottoporre il prodotto venduto ad alcun efficace controllo preventivo da parte dell'acquirente.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 14 ottobre 2016 n. 43706.
lavocedibagheria.it, 10 agosto 2020
Sei persone con problemi giudiziari avranno un'altra possibilità per inserirsi nella società civile e lavorativa. È stata infatti firmata nei giorni scorsi la convenzione tra A.M.B. Spa e la cooperativa Centro Aurora onlus per l'utilizzo di 6 persone sottoposte a restrizioni di libertà per effetto di provvedimenti del giudice penale.
A darne notizia è il presidente di AMB Vito Matranga. Le unità saranno applicate allo spazzamento delle vie cittadini ed impegnati in progetti di pubblica utilità. "L'attività si inserisce nel progetto "Working freedom 4" di cui all'avviso 10/2016 per l'inserimento socio lavorativo di soggetti in esecuzione di pena.
Il CDA di AMB promuove la funzione riabilitativa della pena utilizzando il personale ristretto per fini di ripagamento della società - dice il presidente AMB". L'amministrazione comunale con una nota ringrazia AMB e il Centro studi Aurora ed è certa che questa esperienza possa essere di aiuto anche alle 6 persone sottoposte a restrizioni di libertà affinché comprendano l'utilità del lavoro e si riabilitino.
di Paolo Comi
Il Riformista, 10 agosto 2020
È rivolta fra i prefetti contro la (non) gestione del Viminale da parte di Luciana Lamorgese. A un anno esatto dal suo insediamento, il giudizio nei confronti dell'ex collega, Lamorgese proviene dalla carriera prefettizia, è impietoso. L'accusa principale rivolta dai prefetti alla ministra è quella di non prestare attenzione ai territori maggiormente esposti dal fenomeno migratorio, lasciando le prefetture competenti senza guida. I dati riservati che Il Riformista ha potuto consultare raccontano di scoperture dell'organico dei funzionari spesso superiori al 50 per cento.
La Prefettura di Agrigento, ad esempio, provincia nel cui territorio ricade l'isola di Lampedusa il cui hot spot è al collasso da settimane, è priva sia del dirigente dell'Area immigrazione (preposto alla gestione degli sbarchi) e sia del dirigente dell'Area economico-finanziaria (preposto alla gestione dei contratti per le strutture di accoglienza).
Alla Prefettura di Crotone, altro territorio in prima linea per l'emergenza migranti, la scopertura è circa del 70 per cento (sono presenti, oltre al prefetto, soltanto due dirigenti sui sei previsti dalla pianta organica). Per quanto riguarda la gestione contrattuale delle navi da quarantena, i traghetti privati usati per isolare i migranti arrivati in Italia via mare, la confusione è totale. Istituite dal governo il 12 aprile con un decreto della Protezione civile dopo che era stato dichiarato lo stato di emergenza sanitaria, non è chiaro quale sarà il loro destino.
Secondo il decreto, sui traghetti dovevano essere trasferite tutte le persone soccorse dalle imbarcazioni delle ong. Tuttavia negli ultimi mesi sono stati collocati su queste navi anche migranti che erano arrivati a terra direttamente con delle imbarcazioni partite dalla Tunisia o dalla Libia. Non sono, poi, chiari i protocolli seguiti a bordo delle navi da quarantena, a differenza dei centri a terra dove le normative (i "capitolati hotspot") regolamentano le varie fasi dell'accoglienza. Il 20 maggio scorso, un ragazzo tunisino di 28 anni si era tuffato in mare da una di queste navi per raggiungere la costa ed era morto.
La nave Ocean Viking dell'ong Sos Meditérranée era rimasta bloccata per dieci giorni in mare prima di ricevere dalle Autorità italiane l'autorizzazione ad attraccare a Porto Empedocle, da dove i migranti erano stati trasferiti sulla Moby Zazà. Per il nolo di questa nave, di proprietà della Compagnia italiana di navigazione, è stata prevista la somma di circa un milione di euro. La sorveglianza sanitaria a bordo è affidata agli operatori della Croce rossa italiana (Cri). Il Ministero dell'Interno, per sopperire alla scopertura della Prefettura di Agrigento, ha aggregato un funzionario da Messina con il compito di gestire tutte le operazioni. "Le navi non sono ospedali, sono traghetti passeggeri, attrezzati per ospitare circa 250 persone", spiega la responsabile immigrazione della Croce rossa (Cri) Francesca Basile. "Dal 15 maggio la Moby Zazà ha ospitato 680 persone", continua Basile, che assicura che sulla nave medici, infermieri e operatori culturali sono protetti da dispositivi di sicurezza e seguono tutti i protocolli sanitari per garantire la salute delle persone.
Alla scopertura in periferia, si contrappone un "overbooking" nella Capitale: su un totale di 1041 dirigenti in servizio rispetto ai 1411 previsti, ben 361 sono in servizio a Roma. "L'errata gestione tecnica del fenomeno migratorio sta contribuendo ad alimentare una già generale situazione d'insicurezza collettiva", dice un prefetto che vuole rimanere anonimo. "L'incremento degli arrivi, unito all'emergenza Covid-19, rischia di generare un circolo vizioso a cui l'opinione pubblica non può che assistere passivamente con buon gioco di chi continua a soffiare sul fuoco", aggiunge. "E pensare che il Viminale è guidato da circa un anno da parte di chi ha (o dovrebbe) avere una piena conoscenza della complessa "macchina" amministrativa e che evidentemente ha concentrato le proprie attenzioni su altro, nonostante le numerose e continue sollecitazioni", conclude il prefetto. Ieri, nel frattempo, Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del Viminale, è stato nominato nuovo prefetto di Roma. Il suo posto è stato preso da Bruno Frattasi. Bruno Corda è invece il nuovo direttore agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati. Piantedosi è stato capo di gabinetto anche con Matteo Salvini e con lui ha gestito la vicenda delle navi Diciotti e Gregoretti.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 10 agosto 2020
Più libertari che liberal, molti giovani israeliani hanno sostenuto Netanyahu. Ora una parte sembra aver cambiato idea. Il premier li chiama "smolanim", parola che voleva dire "di sinistra" ma che oggi viene caricata di un significato dispregiativo.
C'è il "muro delle mamme" che indossano i gilet gialli da guidatrici coscienziose per evitare la collisione dei loro figli con la polizia in assetto anti-sommossa. C'è il "nonno" da seguire perché di nottate agli incroci di Gerusalemme ne ha passate troppe da solo. Ci sono i veterani delle tante guerre di Israele e delle manifestazioni in piazza Rabin a Tel Aviv, quelli che il premier Benjamin Netanyahu e la destra chiamano gli "smolanim": parola che in ebraico significa di sinistra, come una constatazione, e che in questi anni è diventata una contestazione dispregiativa dell'ideologia che ha fondato Israele e ora sta per sinistrorsi, anarchici, vandali.
Le ragioni del disagio - Soprattutto ci sono i giovani che smolanim non si sono mai considerati perché non erano neppure nati quando l'ultimo primo ministro laburista (Ehud Barak) è stato al potere e sono cresciuti vedendo un solo uomo al comando (Netanyahu, 11 anni ininterrotti da capo del governo). In assenza di alternative hanno preferito diventare alternativi: poche rivendicazioni e non troppo politiche (quella per la legalizzazione della marijuana), più libertari che liberal. Eppure in questa estate di quarantena sono loro a riempire gli spazi svuotati dal distanziamento sociale, a colmare il buco dell'indifferenza che sembrava definire la generazione arrivata dopo tutto e la fine di tutto: i genitori hanno vissuto la speranza portata dagli accordi di Oslo, i figli solo il progressivo ammutolirsi della parola pace nelle campagne elettorali.
Le bandiere nere - Fino al movimento delle "bandiere nere" (dai vessilli sventolati ogni sera sopra ai cavalcavia delle autostrade) Netanyahu aveva attirato il sostegno di chi ha tra i 18 e i 24 anni (65 per cento di preferenze contro il 17 al centrista Benny Gantz). Questi neo-votanti gli hanno garantito di vincere o pareggiare le ultime elezioni, tre in meno di un anno. Adesso un sondaggio pubblicato dal quotidiano Yedioth Ahronoth, il più venduto nel Paese, rileva che il 78 per cento dei giovani (20-35 anni) accusa il governo di aver perso il contatto con la gente.
Gli errori di Netanyahu - L'aspetto più interessante è che dalle risposte ai ricercatori risulta evidente che questi ribelli non sono negazionisti del Covid-19, individualisti irresponsabili che pretendono un ritorno alla normalità forti di un sistema immunitario più fresco. Protestano perché secondo loro Bibi, com'è soprannominato il premier da amici e nemici, ha mal gestito l'emergenza sanitaria decidendo di riaprire la nazione in modo affrettato e disordinato dopo che la curva dei contagi si era appiattita - in queste settimane gli infettati raggiungono picchi da 2 mila nuovi casi al giorno. Chiedono riforme per contrastare la disparità economica, cominciano a chiedersi se non sia meglio mangiare insieme alla mensa comune dei kibbutz che restare fuori dai ristoranti troppo cari.
"Il re è nudo", perché immorale - La notte comincia con il rullo dei bonghi, danze, canti collettivi. "Il re è nudo" sta scritto sui cartelli, a spogliarsi sono anche i manifestanti. "Dov'è la morale? Dove sono i valori? Netanyahu non se ne andrà mai se non lo mandiamo via noi", commenta Maayan, grafica disoccupata. Alle 23 (quando la legge impone la fine agli schiamazzi) nella coreografia intervengono le squadre della polizia che vogliono sgomberare via Balfour, davanti alla residenza del primo ministro. Gli scontri, i getti degli idranti a colpire in faccia (sarebbe vietato), gli arresti. La festa che diventa violenza.
Lo choc degli scontri tra israeliani - Il "nonno" Amir Haskel di battaglie ne ha combattute molte, queste lo lasciano incredulo: israeliani che fronteggiano israeliani. È stato anche il suo arresto a richiamare in strada i ragazzi che hanno in media 40 anni meno di lui: le manette a un pilota decorato dell'aviazione sono un'immagine inaccettabile per un Paese dove l'etica del servizio in divisa resta ancora forte. Generale in pensione, per mesi si è piazzato su una sedia agli incroci più intasati di Gerusalemme in segno di protesta, umarell del cantiere democrazia. Non si sente capo-popolo, è convinto che sia stata la crisi causata dal Coronavirus a richiamare questi compagni di lotta inaspettati: "I giovani per loro natura non amano essere rinchiusi, che gli venga detto cosa fare o non fare", dice al quotidiano Haaretz. "Alla loro età avrebbero dovuto essere in giro per il mondo dopo gli anni di militare obbligatorio o in cerca di un impiego. Invece le frontiere sono chiuse e lavoro non ce n'è. Mentre il premier è sotto processo per corruzione e pensa ad altro".
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