di Filippo Santelli
La Repubblica, 11 agosto 2020
Scarcerati a meno di due giorni dall'arresto, avvenuto in applicazione della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. L'Assemblea del popolo cinese proroga di un anno il Parlamento locale, dopo il rinvio del voto. Il magnate dell'editoria Jimmy Lai e la giovane attivista Agnes Chow sono stati rilasciati su cauzione. Meno di due giorni dopo il loro arresto per sospetta violazione della legge sulla sicurezza nazionale, due delle figure simbolo del campo democratico di Hong Kong tornano in libertà. Un piccolissimo segnale positivo per l'opposizione in città, visto che la norma introdotta da Pechino raccomanda di privilegiare la custodia in carcere e che qualche giorno fa la cauzione era stata negata a uno dei primi cittadini arrestati alla luce della nuova legge, un centauro che si era lanciato con la moto contro degli agenti di polizia.
Agnes Chow, 23 anni, in prima linea nelle battaglie studentesche per l'autodeterminazione di Hong Kong al fianco di Joshua Wong, è uscita dal commissariato di polizia poco prima della mezzanotte di martedì. L'accusa nei suoi confronti, secondo quanto lei stessa ha riferito, è di sospetta collusione con le forze straniere, per i messaggi pubblicati sui social dopo l'entrata in vigore della legge. Messaggi che in realtà appaiono generici inviti a supportare Hong Kong.
A notte inoltrata è stato liberato anche il 72enne Jimmy Lai, schierato con il suo quotidiano Apple Daily dalla parte dei democratici e contro il Partito comunista cinese. Lai è stato arrestato con le accuse di collusione con una forza straniera, invito alla secessione e frode, ma le procedure per la cauzione sarebbero sul punto di essere formalizzate, scrive lo stesso Apple Daily. Nelle ore precedenti erano già state liberate alcune delle persone fermate insieme a lui, tra cui il figlio Ian Lai e i dirigenti della sua azienda editoriale, Next Digital. Martedì, in una mobilitazione a difesa di Lai e della libertà di stampa, i cittadini di Hong Kong hanno acquistato in massa copie di Apple Daily e comprato azioni di Next Digital in Borsa, moltiplicandone il valore per dodici volte.
Intanto il comitato permanente dell'Assemblea nazionale del Popolo, il Parlamento cinese, ha stabilito che l'attuale Consiglio legislativo di Hong Kong, controllato da forze filo-Pechino, resterà in carica "come minimo" un altro anno. Il rinvio delle elezioni previste all'inizio di settembre aveva creato un vuoto normativo, visto che l'assemblea sarebbe decaduta alla fine del mese, al termine dei regolari quattro anni. Vuoto che le autorità di Pechino hanno colmato garantendosi almeno per altri 365 giorni istituzioni "amiche". Ufficialmente la decisione di posticipare di un anno il voto è dovuta a ragioni sanitarie, cioè la ripresa dell'epidemia in città, ma secondo il campo democratico è uno stratagemma del governo di Carrie Lam per evitare una disfatta alle urne.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 agosto 2020
Nonostante il Covid, le prigioni italiane sono ancora stracolme E nei primi sei mesi dell'anno 34 detenuti si sono tolti la vita. "Sofferenza" è la parola chiave del pre-rapporto di metà anno redatto dall'associazione Antigone sulle carceri. In primo luogo la sofferenza della malattia, quella caratterizzata dal Covid 19, per come è stata percepita dai detenuti osservando i bollettini provenienti dal mondo esterno.
dire.it, 11 agosto 2020
Rapporto Antigone: "un detenuto costa in media 150 euro al giorno circa, una persona in misura alternativa dieci volte di meno". Il 19,1% dei reclusi ha un residuo pena inferiore ad 1 anno; il 29,8% una condanna definitiva superiore ai 10 anni. Un investimento sulle pene alternative consentirebbe allo Stato di risparmiare almeno 500 milioni di euro.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2020
È stato presentato questa mattina il tradizionale Rapporto di metà anno dell'associazione Antigone, che fa il punto della situazione carceraria per il primo semestre dell'anno in corso. Il Rapporto, dal titolo "Salute, tecnologie, spazi, vita interna. Il carcere alla prova della fase 2", raccoglie i numeri più significativi in relazione all'andamento della popolazione carceraria da gennaio a giugno, nonché: 1. uno studio a campione effettuato da Antigone nelle scorse settimane sulla ripartenza dopo le misure di totale chiusura adottate dalle carceri; 2. un elenco dei procedimenti penali in corso dove si indaga per presunte torture avvenute in carcere; 3. la sintesi di un documento di proposte sul modello di vita interna elaborato dall'associazione e inviato ai vertici dell'Amministrazione Penitenziaria.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 11 agosto 2020
Uno dei 34 detenuti morti suicidi dall'inizio dell'anno. Una giustizia anonima e burocratizzata lo aveva messo dentro per avere violato le norme sulla detenzione domiciliare. Il suo malessere è stato trattato con quel manicheismo repressivo che non ammette pietà.
La pena è una sanzione, ma come ci raccontano i dizionari, è anche sinonimo di sofferenza. Una sofferenza che ha portato il povero Jhonny Cirillo, giovane rapper venticinquenne di Scafati, a suicidarsi nel carcere di Salerno. Jhonny è uno dei 34 detenuti suicida dall'inizio dell'anno. Una percentuale purtroppo in aumento rispetto all'anno scorso, segno che la pandemia ha aumentato il tasso di sofferenza.
Ogni suicidio è comunque segno di disperazione individuale. Per questo non vanno cercati i capri espiatori tra coloro che hanno mere funzioni di custodia. Non vanno colpevolizzati coloro che non avrebbero sorvegliato minuto per minuto l'aspirante suicida. Il compito delle istituzioni sociali, sanitarie e penitenziarie non è togliere al detenuto il lenzuolo o la cintura dell'accappatoio per evitare un'impiccagione, ma togliergli la voglia di suicidarsi, attraverso l'ascolto, la cura, il dialogo. Il sovraffollamento rende le persone detenute anonime.
La loro disperazione, la loro solitudine non è intercettata da operatori, medici, educatori. Così i detenuti restano soli con le loro paure e angosce. Jhonny non avrebbe dovuto stare in carcere. Aveva commesso piccoli reati. Una giustizia anonima e burocratizzata lo aveva messo dentro per avere violato le norme sulla detenzione domiciliare. Il suo malessere è stato trattato con quel manicheismo repressivo che non ammette pietà.
A Jhonny e alla sua famiglia è stato dedicato il rapporto estivo sulle carceri presentato da Antigone ieri. In sintesi alcuni numeri che qualificano la condizione d vita negli istituti penitenziari in questa estate 2020. Permane un preoccupante elevato tasso di sovraffollamento (numero di detenuti rispetto alla capienza regolamentare), pari al 106%, secondo i dati ufficiali, ma sicuramente più alto se si considerano reparti e sezioni chiusi per varie ragioni.
A fine luglio, le presenze in carcere erano 53.619, alcune migliaia in meno rispetto a febbraio 2020, ossia quando si è creata la necessità di ridurre gli spazi nelle carceri per evitare che queste si trasformassero, al pari delle residenze per anziani, in focolai pericolosi per la salute dello staff, dei detenuti e dell'intera comunità territoriale.
Si consideri che in 24 istituti il tasso di affollamento supera il 140% ed in 3 il 170% (Taranto, Larino e Latina). Ad oggi il numero totale dei detenuti contagiati è stato inferiore alle 300 unità. Fortunatamente, grazie all'impegno di tanti procuratori, magistrati di sorveglianza, direttori, medici c'è stato un calo della popolazione detenuta di circa 8 mila unità tra febbraio e maggio. Ciò ha consentito di evitare la deriva degli Usa, dove il numero totale dei detenuti contagiati è superiore addirittura a 100 mila e sono 805 i detenuti morti per Covid, un numero che corrisponde al totale dei morti che si ha in 5 anni negli istituti di pena italiani.
Il risultato italiano va capitalizzato, mantenendo alte le misure deflattive (lo ha ribadito in un documento recente la Conferenza Stato-Regioni) e preventive, nonché attraverso la messa a disposizione di mascherine, sapone, gel igienizzante e soprattutto adeguati spazi fisici. Un paio di dati vanno sottolineati, tra i tanti presenti in questo Rapporto di piena estate: il 52,6% dei detenuti - pari a ben 18.856 persone - condannati in via definitiva, deve scontare meno di tre anni di carcere, con conseguente possibilità di accesso a misure alternative.
Posto che un detenuto costa in media circa 150 euro al giorno (costi che ovviamente comprendono la retribuzione dello staff e la manutenzione delle strutture), mentre una persona in misura alternativa costa allo Stato circa dieci volte di meno, attraverso progetti mirati e individuali di recupero sociale all'esterno si potrebbero risparmiare almeno 500 milioni di euro se solo la metà di queste persone potesse scontare all'esterno la propria pena. Inoltre è dimostrato che il tasso di recidiva si abbatte nelle persone che non scontano per intero la pena in carcere.
Un secondo dato riguarda il tema sensibile degli stranieri detenuti. Contro ogni stereotipo interpretativo, negli ultimi 12 anni la percentuale degli stranieri detenuti è scesa dal 37% all'attuale 32,7%. Un calo vistoso anche in termini assoluti: ci sono 4 mila stranieri in meno nelle prigioni italiane mentre è raddoppiata la popolazione straniera residente libera nel nostro Paese. Numeri che dovrebbero essere urlati contro i post xenofobi di politici privi di argomenti razionali.
di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 11 agosto 2020
Il rapporto di metà anno: tasso di affollamento sostanzialmente stabile. In un anno le presenze sono calate in media dell'11,7% ma il dato a livello regionale è molto disomogeneo tra le regioni. Si attenua l'effetto delle misure per contrastare il Covid-19 nelle carceri. È quanto emerge dal rapporto di metà anno dell'Associazione Antigone dal titolo "Il carcere alla prova della fase 2" presentato oggi in diretta Facebook. L'8 marzo entravano in vigore, con il decreto "Cura Italia", le prime misure atte a contenere i numeri della popolazione detenuta per contrastare la diffusione del coronavirus in carcere.
di Simona Olleni
agi.it, 11 agosto 2020
Il sovraffollamento carcerario è comunque sceso al 106% dopo le misure anti-Covid. Allarme per i suicidi, già 34 nel 2020. Le presenze in carcere, a fine luglio, si attestano a 53.619 unità, dopo le misure adottate in marzo con il decreto Cura Italia nella fase di emergenza Covid, e il tasso di affollamento ufficiale si ferma per ora al 106,1% (era del 119,4% un anno fa) ma in ben 24 istituti supera ancora il 140% e in 3 si supera il 170% (Taranto con il 177,8%, Larino con il 178,9%, Latina con il 197,4%).
di Guido Vitiello
Il Foglio, 11 agosto 2020
La pena carceraria ci identifica senza residui con il crimine e ci sequestra per intero. Cari piccoli ostaggi, il vostro sequestratore vi dà il benvenuto a bordo della Open Bars. Nulla a che fare con gli alcolici gratis, si tratta solo di sbarre aperte: ma attenti, non è un inno all'evasione o un'invocazione dell'amnistia (che pure sarebbe utile); piuttosto, prendetelo come un invito a ficcare il naso tra le sbarre del carcere come tra i tendaggi di un sipario, e a osservare a mente sgombra, prima che ci si accampino come nubi turrite le mille spiegazioni, razionalizzazioni e giustificazioni, la pièce che va in scena là dentro tutti i giorni, a beneficio di un pubblico fantasma. Si intitola "Umani in gabbia".
Vi piace? Non sono un critico teatrale, ma vi dirò: a me pare uno spettacolo degradante, grossolano e intimamente assurdo. Degradante, perché non rende migliori né gli attori-detenuti, né gli impresari-carcerieri né noialtri che passiamo distrattamente accanto a quei teatri dalle cortine blindate. Grossolano, perché c'è un divario abissale tra una scienza giuridica che si fa sempre più sottile e ricca di sfumature e una pena che è ferma al giardino zoologico.
Assurdo, infine, per la sproporzione intrinseca e vorrei dire metafisica tra il delitto, che riguarda sempre una provincia delimitata della nostra persona (i soldi, il lavoro, ecc.), e la pena carceraria, che ci identifica senza residui con il crimine e ci sequestra per intero, come io sto facendo con voi, piccoli ostaggi. Compito per casa: un libro di quattro studiosi, "Sulla pena. Al di là del carcere" (Liberilibri), introdotto da Giovanni Fiandaca. Sapete? Già da piccolo lo spettacolo degli umani in gabbia mi pareva così raccapricciante che avrei voluto far di tutto perché andasse in scena il meno possibile. Così sono diventato (scusate la parolaccia) garantista.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 agosto 2020
Intervista a Giorgio Spangher professore di Diritto penale della Sapienza. "Si sottovaluta un aspetto politico: la magistratura non è come appare ora. Sarà un'altra. Perché con un Csm piuttosto indebolito dai motivi che sappiamo, sarà l'Associazione a interloquire con il Parlamento sulla riforma. Ma lo farà a pieno titolo, con una compagine nuova, dopo il voto che a ottobre ne rinnoverà i vertici".
Giorgio Spangher al Csm ci è stato, come laico. Si è trovato nella consiliatura più incandescente: "Quadriennio 2002- 2006. C'era Rognoni, c'erano Berlinguer, Menditto, Cesare Salvi. E soprattutto c'era il conflitto permanente con Berlusconi, che aveva disegnato ben altra riforma dell'ordinamento giudiziario.
In quella dialettica accesissima il Consiglio superiore fu a tutti gli effetti il polo politico, assai più dell'Anm. Oggi è il contrario", ricorda il professore di Diritto penale della Sapienza, "e per capire quale forza avrà la magistratura nel contestare gli aspetti sgraditi della legge delega, dovremo attendere l'esito delle elezioni di ottobre".
La linea dialogante dell'attuale giunta, presieduta da Poniz, non è il vero volto dell'Anm?
Adesso Poniz deve assumere una posizione meno sbilanciata. È una giunta in prorogatio, da molti mesi. Già un anno fa, dopo il caso Palamara, una parte delle correnti si pronunciò a favore del voto anticipato. La componente di cui Poniz è espressione, dunque innanzitutto Area ma anche Unicost, ritenne che i tempi non fossero maturi. Poi è arrivato il covid che ha fatto saltare le elezioni della scorsa primavera. Insomma, l'orologio della magistratura associata porta quasi un anno di ritardo, ma è chiaro che dalla loro consultazione associativa potrebbe uscire una maggioranza politica più chiara, rafforzata, che avrà dunque mandato per interloquire con il Parlamento e il governo con toni più risoluti, a cominciare dalla questione del sorteggio.
Insomma, non è il caso di dare per chiuso lo schema di riforma uscito venerdì dal Consiglio dei ministri: rischiamo di aver fatto i conti senza il titolare dell'osteria...
Anche se a mio giudizio non si verificherà un conflitto neppure lontanamente paragonabile a quello dei primi anni Duemila. Il caso Palamara suggerisce comunque di misurarsi con prudenza. Lo suggerisce ai magistrati, intendo, ma anche i partiti potrebbero non spingersi troppo oltre, per esempio sul sorteggio. D'altronde c'è un presidente della Repubblica che una riforma la considera necessaria, lo ha fatto intendere in più di un'occasione in cui è intervenuto da presidente del Csm. Anche per questo, il banco non è destinato a saltare.
Il presidente dell'Ucpi Caiazza dice: attenti, rischiamo di avere un Csm egemonizzato dalle Procure...
Da una parte dovremmo considerare quanto ricorda il presidente Caiazza: non ci sarà più il doppio canale riservato, uno per i requirenti e l'altro per i giudicanti. In tutti e 19 i collegi, in teoria, potrebbe vincere sempre un pm o sempre un giudice, certo. Però va anche detto che i magistrati giudicanti sono in maggioranza. Credo che il peso dei requirenti nel futuro Csm, ammesso che la riforma sarà in vigore alla scadenza del Consiglio attuale, dipenderà sempre dall'esito del voto per l'Anm. Se ne uscirà una maggioranza nitida, il peso generale delle correnti continuerà a farsi sentire anche nell'elezione dei togati. E in quel caso la tradizionale prevalenza di candidati pm potrebbe confermarsi.
Certo è difficile che si abbia una Anm condotta da una "maggioranza di tutti", come è avvenuto all'inizio del quadriennio ormai concluso...
Sì, all'epoca si decise di fare una turnazione: quattro correnti, tutte in maggioranza, un anno di presidenza a testa in modo da completare pacificamente il quadriennio. Adesso l'assetto pare sia molto più polarizzato, si avrà una maggioranza e un'opposizione.
Sulla separazione delle funzioni tra pm e giudice ci si è limitati a ridurre da 3 a 2 i passaggi consentiti: non è poco?
Il discorso relativo al Csm, certo non nel suo momento di massima forza politica, in parte riguarda anche il governo: sulla giustizia non ci si poteva aspettare un esito dirompente, considerato che sull'ordinamento in senso stretto è più conservativo il Movimento 5 Stelle, sulle correnti è meno tranchant il Pd, il cui peso non va dimenticato.
Nel ddl c'è il potere, che pure rafforza le Procure, di definire priorità fra i reati da perseguire:
l'obbligatorietà dell'azione penale non andrebbe superata con una modifica costituzionale?
Sul punto bisogna essere chiari. Attualmente la scelta dei reati da perseguire è per certi aspetti dettata, seppur in via indiretta, dalla legge ordinaria. Nel momento in cui esistono delitti per i quali sono consentite misure cautelari, già se ne determina un ordine di priorità. Inoltre, spesso è il pm a lasciare volontariamente su un binario morto diversi fascicoli. E qui siamo alla contestazione dell'Unione Camere penali: l'obbligatorietà, ricordano, è arbitrariamente aggirata dal singolo sostituto procuratore che, a ordinamento vigente, può decidere quali reati lasciar marcire nell'attesa della prescrizione.
Ed è meglio una decisione del procuratore capo che del suo sostituto?
Mi segua. Certamente è meglio sottrarre la scelta al singolo pm. Dopodiché una norma simile alla fine consisterà nella regolazione concordata di linee guida a livello distrettuale: non deciderà il capo della singola Procura. Il vertice dell'ufficio capoluogo di distretto si confronterà con i procuratori delle altre sedi e nel Consiglio giudiziario. Ci sarà plausibilmente un contributo del Consiglio superiore sul piano delle indicazioni generali. Io non vedo una clamorosa distorsione, quanto meno rispetto alla prassi: diciamo che viene normato un fenomeno già in atto. Andiamo verso una stagione di confronto serrato, ma non di rottura. Mi sento di pronosticarlo proprio per aver vissuto da consigliere Csm una fase in cui le rotture erano permanenti. E oggi quelle condizioni non esistono più.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 11 agosto 2020
La riforma del sistema di voto nasconde l'inghippo: conserva il correntismo. La delega alla riforma del Consiglio superiore della magistratura che il governo ha deciso di chiedere al Parlamento viene presentata dal ministro della Giustizia come la norma che porta alla dissoluzione del sistema correntizio che affligge da anni il sistema giudiziario e che è esploso con il caso Palamara. Ma è proprio così?
C'è una norma che vieta ai membri del Csm di organizzarsi per gruppi, ma si tratta solo di una petizione di principio, facilissima da aggirare. Invece il meccanismo di elezione dei togati nel Consiglio è il punto cruciale, visto che è l'organizzazione per correnti dell'elettorato la base del potere correntizio. Il numero dei consiglieri aumenta (chissà perché, visto che si fa tanta propaganda sulla riduzione dei parlamentari) e avviene sulla base di 19 collegi uninominali.
Potrebbe essere una misura che taglia le unghie al correntismo, se non fosse che il meccanismo è davvero molto strano: per essere eletto al primo turno nel suo collegio un magistrato deve ricevere almeno il 65 per cento dei voti, se nessuno raggiunge questa altissima percentuale si va al ballottaggio tra i quattro che hanno ottenuto più voti.
I sistemi uninominali normalmente o sono a turno unico, come in Gran Bretagna, e passa chi ha più voti, o a doppio turno come in Francia, e vanno al ballottaggio i due candidati più votati. A che cosa serve, dunque un sistema così "strano" se non a consentire alle correnti di "scambiarsi i collegi come figurine", come ha osservato un dirigente di Magistratura democratica?
Si discute molto dell'assegnazione per sorteggio alle diverse commissioni dei membri del Csm, ma non ci si occupa abbastanza del particolare sistema elettorale che sembra studiato apposta per far rientrare dalla finestra il correntismo spartitorio che si dice di far uscire dalla porta. La delega è lunga, deve essere discussa in Parlamento, il che permetterebbe, se si fosse trattato di un errore involontario, di correggerlo. Se invece si insisterà per mantenerlo sarà ragionevole sospettare che la foga anti-correntizia di Alfonso Bonafede è solo una foglia di fico.
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