palermotoday.it, 13 agosto 2020
Sono 35, a oggi, i suicidi nelle carceri italiane. Sono morti violente, dove difficilmente se ne ricostruiscono le esatte dinamiche. I compagni di cella non si accorgono di nulla, queste persone si muovono come i fantasmi, non fanno rumore, come la loro morte che non sente nessuno, tranne i propri cari, un silenzio spettrale. Sono morti scomodi, non li piangerà la società, anzi, un pensiero in meno, una bocca da sfamare in meno a spese dello Stato.
I familiari, invano cercheranno di capire perché il padre, il figlio, ha deciso di cedere, forse la ricerca di quella libertà tanto sognata. Scegliere la morte per essere liberi per oltrepassare le sbarre del carcere. I 'buoni" tireranno un sospiro di sollievo, ne leggeranno le sue malefatte e lo malediranno. Si fanno le campagne contro i Garanti regionali e nazionale, mentre a Palermo il comitato Esistono i Diritti si batte ormai da tempo per istituirne la figura dell'area metropolitana". Lo dice Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia e co-presidente del Comitato Esistono i Diritti.
di Marianna La Barbera
palermolive.it, 13 agosto 2020
Era in carcere con l'accusa di violenza domestica. Emanuele Riggio, 46 anni, è stato trovato impiccato nella sua cella. Due mesi fa era stato arrestato con l'accusa di stalking e maltrattamenti in famiglia. Era finito in galera agli inizi del mese di giugno con l'accusa di percosse e minacce, atti persecutori e maltrattamenti in famiglia. Uno scenario di violenza domestica contrassegnato da conflitti quotidiani, al quale si era aggiunta anche una denuncia per stalking da parte della moglie: a seguito delle indagini, ad Emanuele Riggio era stato contestato anche il tentato omicidio di quest'ultima.
Accuse pesanti - avrebbe cercato di strangolare la consorte con una corda - che lo avevano spedito dritto alla Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo, ma le indagini non si erano ancora concluse: gli investigatori, infatti, volevano capire di più ascoltando alcuni testi.
Riggio ha deciso di porre fine alla sua vita all'interno della cella dove era rinchiuso, secondo un tragico cliché, quello dell'impiccagione, ormai drammaticamente noto agli agenti penitenziari, alle prese con emergenze continue legate anche alla "storica" carenza di organici. La notizia è stata data dal Giornale di Sicilia e non si tratta, purtroppo, di un caso isolato, come suggeriscono i fatti di cronaca degli ultimi anni.
Nella stessa Casa Circondariale, nel settembre del 2015, una detenuta straniera, entrata in carcere per spaccio di droga, si suicidò; nel giugno del 2016, a togliersi la vita fu un altro ristretto, Carlo Gregoli, in cella con l'accusa di avere freddato, in via Falsomiele, il vicino di casa Vincenzo Bontà e il giardiniere Giuseppe Vela. Nel 2018, un giovane di trentasette anni ricorse allo stesso estremo gesto dopo essere stato trasferito presso un altro reparto della struttura detentiva, a soli due mesi dalla fine della pena.
"Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri - sosteneva Voltaire - poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione": un concetto estremamente attuale, più volte ribadito dagli stessi sindacati della Polizia Penitenziaria, che sottolineano la condizione di malessere generale che riguarda sia i detenuti che il personale.
primalariviera.it, 13 agosto 2020
Non ci sono più posti letto disponibili, soprattutto per gli arrestati provenienti dalla libertà che devono essere necessariamente sottoposti a domiciliazione fiduciaria per evitare un eventuale contagio tra i detenuti. "Il carcere di Sanremo è ormai al collasso, non resta che riaprire il Forte di Santa Tecla e richiamare i pensionati in servizio".
È la provocazione del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, attraverso il segretario Guido Pregnolato che ha commentato così l'emergenza sovraffollamento del carcere di Valle Armea.
Cinque anni fa l'Amministrazione Penitenziaria ha deciso di chiudere il carcere di Savona, una decisione scellerata che ha inciso negativamente sugli istituti della provincia di Imperia, già di per sé sovraffollati e adesso, in piena emergenza coronavirus. Non ci sono più posti letto disponibili, soprattutto per gli arrestati provenienti dalla libertà che devono essere necessariamente sottoposti a domiciliazione fiduciaria, misura importantissima per evitare un eventuale contagio tra la popolazione detenuta.
È evidente che le rivolte penitenziarie avvenute nel mese di marzo, non hanno insegnato nulla - prosegue Pregnolato - Auspichiamo un intervento immediato delle Istituzioni e della politica, affinché si trovi una pronta soluzione alle criticità del penitenziario matuziano. A raccogliere l'allarme del Sappe è il capogruppo della Lega, Avv. Daniele Ventimiglia che dichiara: "massima solidarietà agli agenti di Valle Armea costretti a turni di lavoro massacranti.
Ci sono troppe anomalie gestionali, non solo la questione del sovraffollamento, ma anche riguardo l'organico di polizia penitenziaria, ridotto ormai ai minimi termini. E non si può non sottolineare che all'interno delle nostre strutture carcerarie ormai oltre il 65% dei detenuti è straniero, di cui il 50% di questi è nordafricano. Sono consapevole che la mera solidarietà non basti più, sarà mia premura infatti, portare avanti le istanze della polizia penitenziaria sanremese, sia a livello regionale tramite il Presidente dell'Assemblea Legislativa ligure Alessandro Piana e a livello nazionale grazie all'On. Flavio Di Muro".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 13 agosto 2020
Anche in carcere possono nascere, sotto il segno dell'arte, relazioni importanti, in grado di aprire nuovi scenari, di far pensare a nuovi progetti di vita. È accaduto a Fabrizio Longo, insegnante di matematica e fisica alle soglie della pensione nella casa circondariale maschile di Venezia, e a un suo "alunno", Mauro, 57 anni, all'epoca in carcere per scontare una breve pena per vecchi reati legati all'uso di droga.
Tanto Fabrizio quanto Mauro non sono però soltanto un professore e un uomo con un passato problematico. Al primo il ruolo di insegnante va un po' stretto e da molti anni organizza in carcere, come volontario, laboratori artistico artigianali. "L'atmosfera laboratoriale - spiega -aiuta a relazionarsi con gli altri, ad abbassare le tensioni, favorisce il dialogo e la collaborazione tra appartenenti a diverse etnie".
Mauro, il maturo uditore dei corsi di Fabrizio, nella vita libera è Mabo, mascarer cioè creatore di maschere in cartapesta nonché apprezzato pittore. Allievo di Guerrino Boatto, maestro italiano dell'arte aerografa famoso in tutto il mondo per le sue opere iperrealiste, Mabo ha al suo attivo mostre di un certo successo: efficaci e apprezzati dalla critica i ritratti di homeless tratti da foto di Lee Jeffries, esposti nella sua ultima mostra, prima che arrivasse il conto in sospeso con la giustizia.
Fabrizio e Mabo hanno in comune l'amore per arte e artigianalità. "Il prof è uno che ci sa fare anche a livello psicologico. Ha capito che io potevo aiutarlo a creare nuovi interessi per gli ospiti", racconta Mauro in un'intervista a "Il Gazzettino". Prende corpo così il laboratorio "Maschere di libertà" in cui Mauro affianca Fabrizio nell'insegnamento, mettendo a disposizione la sua grande esperienza nella creazione di oggetti di cartapesta. "All'inizio hanno aderito solo tre detenuti stranieri - ricorda Fabrizio - ma dopo poco tempo siamo stati sommersi dalle richieste di iscrizione".
Intanto i due iniziano a pensare a un altro progetto che unisca talenti di entrambi. Nasce così la storia a fumetti "Il profumo di Venezia", illustrata da Mabo con testi di Fabrizio Longo. Realizzato a titolo gratuito con il solo contributo, per la stampa, del Comune di Venezia, il comic -book, che narra con toni rispettosamente ironici una contrastata storia d'amore tra una principessa e un pescatore, vuole essere anche un omaggio a Hugo Pratt. Nel frattempo Mauro-Mabo in febbraio ha terminato la pena, giusto in tempo per affrontare un nuovo isolamento, quello imposto dal lockdown che ha molto rallentato l'attività del suo laboratorio in via del Pireghetto, a Mestre.
"Mi piacerebbe - continua Fabrizio - organizzare per lui una mostra dei suoi lavori per dargli nuovi entusiasmi e farlo conoscere di più. Intanto insieme stiamo lavorando alla seconda puntata della storia dal titolo "Giacomino e Fosca alla Corte della Regina di Cipro", per ora con pochi fondi e, tra questi, una donazione che il Patriarca di Venezia ci ha destinato dopo una visita natalizia carcere in cui ha avuto modo di apprezzare i nostri lavori. Anche i laboratori Maschere di libertà riapriranno al maschile e al femminile non appena riprenderanno le attività interrotte durante il lockdown".
Ma c'è un altro progetto che sta particolarmente a cuore a Fabrizio Longo: "L'idea è quella di realizzare un punto vendita in cui possano essere occupati detenuti lavoranti all'esterno. Sarebbe importante, da una parte per far conoscere un'attività che insegna ai detenuti un lavoro artigianale e dall'altra per commercializzare i prodotti e offrire così un guadagno onesto a chi li realizza".
di Daniela Piana
Il Dubbio, 13 agosto 2020
Sono ormai mesi che ci misuriamo, in modo più o meno consapevole, più o meno condiviso e chiaramente articolato, con un grande dilemma: quali sono gli strumenti che ci permettono di rendere prevedibile, ovvero determinabile, e quindi, anche, governabile in modo lineare, il comportamento sociale?
Per quanto un diffuso e serpeggiante understatement emerso nel crollo delle grandi teorie - non delle grandi ideologie - sul funzionamento delle nostre società ci abbia accompagnato e ci abbia incoraggiati ad aderire ad un rassicurante evitamento delle grandi domande - "tanto, poi, non si trovano le risposte e quando le si trovano sono già oggetto di discussione e giammai di consenso, dunque inutili per prendere decisioni collettive" - questo pensiero minimo oggi ci aiuta assai poco.
La realtà dei fatti ci ha sbattuto in faccia, con una violenza inedita, dapprima la questione del "Cigno nero", poi la questione di come originare, di colpo nell'arco temporale di qualche giorno, un nomos sociale tutto nuovo, sospendendo e disapplicando i dispositivi di regolazione sociale cui eravamo abituati nel gestire le nostre vite quotidiane, gettandoci nello spaesamento di un mondo di regole artefatte, cogenti e strutturanti (cosi ci è parso, vedendoci camminare per strada, pochi e distanziati, vedendoci cedere il passo per non incrociarci nello spazio pubblico) per poi costringerci a cimentarci di nuovo con la questione dei limiti dello strumento del diritto positivo nell'orientare, no, anzi nel determinare, i comportamenti individuali.
Ben venga dunque la presentazione al pubblico della traduzione del volume di Christian List, Why Free Will is Real, avvenuta qualche giorno fa sulla Lettura. Ben venga perché con la categoria del free will ci portiamo dietro moltissime conseguenze che pesano come macigni e che al contempo ci costringono ad interrogarci su uno strumento, quello cardine della società moderna e democratica, con cui siamo propensi a regolare i comportamenti individuali: ossia lo strumento del diritto positivo.
Poniamoci alcune domane a mò di esempio. I cittadini italiani hanno seguito le regole del confinamento perché prevedevano le sanzioni previste dai Dpcm che si sono susseguiti, perché percepivano nel loro campo visivo quotidiano i segni palesi del controllo pubblico esercitato dalle forze dell'ordine - e quindi ne prevedevano in modo certo il potere sanzionatorio - o perché sulla base di informazioni e di valori interiorizzati hanno aderito ad una prospettiva di tutela collettiva?
Ancora: le vicende che hanno messo al centro del dibattito istituzionale la questione del rapporto fra magistratura e politica si leggono, interpretano ed esplicano nei termini di "non sufficientemente cogenti interazioni" fra le strategie individuali e le norme disciplinari, ovvero le loro applicazioni, oppure abbiamo bisogno di categorie che ci aiutino a rimettere al centro la autonomia del giudizio e, quindi, quell'insieme di norme e di valori che non sono posti nelle leggi e nelle regolazioni, ma che attengono alla integrità?
Sulla stessa falsariga: la recentissima vicenda dell'utilizzo distorto dei bonus ci parla di un comportamento che avrebbe dovuto essere prevenuto - ossia impedito - dalle norme che regolano l'erogazione dei bonus oppure di un self-restraint che sia interiorizzato dalle persone che svolgono funzioni pubbliche? Sarebbe troppo facile liquidare questi interrogativi come divertissement estivi di una vagante immaginazione filosofica, che forse può dare soddisfazione ad alcuni studiosi di eccellenza, come List, ma che poco ci aiuta nel governo e nella prospettazione della società di domani.
Troppo facile: e quando le cose sono troppo facili, forse non sono correttamente impostate. Più adeguato ci pare sia tempo interrogarci su cosa siamo intenzionati a chiedere allo strumento del diritto positivo - sottraendolo così allo spazio della autonomia del giudizio e dell'azione regolati da meccanismi self restraining di integrità e diciamolo dalla dimensione sociale della legalità, proprio nel momento in cui la questione della disciplina e della coniugazione di comportamenti individuali con l'integrità pubblica ci appare uno dei grandi temi su cui investire per il futuro.
Solo un difetto visivo che non ci possiamo concedere giustificherebbe dunque il passare a coté del procotollo recentemente sottoscritto dal Consiglio Nazionale Forense con il Ministero dell'Istruzione sul tema della cultura della legalità. Se si colgono nelle recenti esperienze fatte sul territorio italiano dagli Ordini forensi, in partenariato con le scuole, le radici di un modo di vedere la legalità nella sua dimensione sociale, che si nutre di un uso corretto delle parole per definire correttamente i comportamenti, dell'uso della prassi apprese in un percorso corale, come comportamenti che si rinforzano anche attraverso i meccanismi di controllo orizzontale - e non solo quelli verticali - come apprendimento di un diritto che ha le sue radici innanzitutto nella mente delle persone, prima che nei testi di legge, forse potremmo concederci un cauto, ma non freddo, positivo sentire, che vede nel diritto positivo una delle dimensioni della legalità, la quale sarebbe però incardinata nel senso dell'equità e della reciprocità, promosse attraverso due strumenti sui quali il Paese deve investire in modo sistematico: formazione e professionalità, interiorizzate, vissute, praticate dalle persone, governati e governanti. E deve farlo ora.
Avvenire, 13 agosto 2020
È emergenza coronavirus nella prigione di San Quintino in California: 2.200 tra detenuti e agenti sono risultati positivi negli ultimi due mesi e 25 persone sono morte. Dati allarmanti che riguardano due terzi di una popolazione carceraria di 3.260 persone.
San Quintino, dove il 42% dei detenuti era già "vulnerabile dal punto di vista medico" per l'età o per condizioni di salute preesistenti, era rimasto immune dal virus fino al trasferimento alla fine di maggio di 121 detenuti di un'altra prigione diventata uno dei primi focolai dell'infezione in California. Teoricamente tutti nuovi arrivati erano risultati negativi al tampone, alcuni però non erano stati testati da settimane. Il virus si è diffuso rapidamente non solo all'interno del carcere ma anche tra le famiglie dello staff. "Era impossibile non prenderselo", ha detto al Los Angeles Times Michael Kirkpatrick, un ex detenuto rilasciato e risultato positivo al virus, secondo cui nel suo braccio di 50 celle solo 5 non ospitavano prigionieri infetti.
di Angela Nocioni
Il Dubbio, 13 agosto 2020
Dal brasile al Guatemala dal Venezuela al Perù la linea è la stessa: sigillare le prigioni. Per trovare dati aggiornati e disaggregati sulle attuali condizioni di vita nelle carceri dei vari Paesi latinoamericani bisogna ricorrere alle ricerche sull'effetto della diffusione del Covid.
Impossibile confrontarli con cifre relative agli stessi istituti di pena in epoca pre-pandemia perché le indagini affidabili in materia scarseggiano. Ciò inquadra la questione fondamentale: la vita di chi sta dentro interessa solo se e quando minaccia quella di chi sta fuori. In caso di rivolta (le teste mozzate infilzate su bastoni che spuntano dai tetti di una prigione, incubo recente dell'immaginario brasiliano) o, come stavolta, in caso di grave epidemia.
Che il Brasile sia al terzo posto per popolazione carceraria, dopo Stati uniti e Cina, non è certo una notizia. Eppure il dato stranoto campeggiava ovunque nei mesi scorsi in titoli di tg dal tono sorpreso nel Brasile attonito di fronte all'espandersi rapido del contagio negato dal governo. Test e tamponi sono limitati ad alcuni dei casi conclamati.
Che per scongiurare la trasmissione del Covid-19 dalla popolazione carceraria a quella esterna non servisse a molto sigillare le prigioni impedendo visite di parenti e avvocati, sospendendo permessi, vietando l'ingresso di pacchi era anche immaginabile. A meno di voler seppellire lì dentro anche agenti, funzionari e tutti i lavoratori dell'indotto (terziarizzato ovunque e fuori controllo) che dalla prigione entra ed esce senza essere lì detenuto. Eppure la prima reazione isterica dell'intero mondo politico latinoamericano (ma non pare che in Europa sia andata poi molto meglio) è stato questo: chiudiamo tutto, così il virus non esce.
Ovviamente in prigioni che contengono mediamente almeno il doppio del numero delle persone previste dalla loro capacità massima - ad Haiti, in Guatemala, Salvador, Honduras e Bolivia si oscilla tra il triplo e il quadruplo del massimo numero di detenuti consentito senza contare i presenti non censiti che in Bolivia ad esempio sono tantissimi, gente che sta lì e nessuno lo sa - con poca aria, spesso senza acqua, spessissimo senza sapone e senza possibilità di cure mediche nemmeno basiche, il virus non ha avuto bisogno di molto tempo per diffondersi.
E rapidamente è colato anche oltre le sbarre. Infettando agenti, lavoratori dell'indotto carcerario, le loro famiglie e, da lì, il resto della popolazione. Ridurre prima possibile la popolazione carceraria - 1,9 milioni di persone nel continente - in un momento di pandemia era l'unica possibilità di limitare i danni. Ma i Paesi che l'hanno fatto sono stati pochi e l'hanno fatto troppo tardi.
Il modo di correre ai ripari è stato di due tipi. Quello cileno: Santiago ha fatto fare test a campione e, una volta (fine aprile) stabilito che almeno 800 persone tra reclusi e personale penitenziario era stato colpito, ha deciso di concedere i domiciliari in un primo momento a 1600 condannati per piccoli reati non violenti e poi ha scarcerato, per decisione di singoli giudici, poco meno del 10% delle 13 mila persone in prigione preventiva in attesa del primo grado di giudizio (fonte Avvocati d'ufficio).
Quello brasiliano: limitare allo 0,4% i test sierologici del virus, cosicché i detenuti infetti risultano magicamente essere pochissimi. Il Consiglio nazionale di giustizia del Brasile, organo con il ruolo di indicare politiche in materia carceraria, ha chiesto di liberare i detenuti in prigione preventiva non accusati di reati violenti. Ne sono stati carcerati 30.000 (in una popolazione carceraria di 746.000 persone).
In Argentina, in Perù e in Honduras le remore alle scarcerazioni hanno avuto la meglio: meno del' 1% dei detenuti è stato liberato a causa dell'emergenza sanitaria nelle carceri. In Colombia 566 in un totale di 130mila. In Bolivia 2 detenuti scarcerati, due di numero. Su 16mila.
La notizia della rapidità del contagio e le restrizioni ulteriori imposte dalla decisione di sigillare le carceri hanno scatenato una serie di proteste dei detenuti in Colombia, in Venezuela, in Argentina e in Perù. Di queste sommosse nulla si è riusciti a sapere perché le prigioni interessate sono state ovunque sostanzialmente isolate da cordoni che hanno reso inaccessibili i paraggi. I morti ufficiali nelle rivolte erano 54 a fine marzo, appena iniziata la pandemia. È ragionevole supporre che siano stati molti di più. Centinaia i feriti.
In Brasile il governo Bolsonaro ha reagito ferocemente alle prime scarcerazioni causa Covid e ha cercato, per ora senza successo, di reintrodurre l'utilizzo di container metallici all'esterno delle prigioni per far posto ai reclusi. Si tratta di scatole con tetti a pareti che diventano roventi al sole, bandite dal Brasile dieci anni fa quando uno scandalo (all'epoca del governo Lula) rivelò le condizioni inumane nelle quali erano stipate dentro queste scatole incandescenti migliaia di persone senza accesso ad acqua e con pochissima aria per respirare.
In Ecuador, Guatemala e Salvador i dati sulle condizioni attuali di vita dei carcerati sono quasi inesistenti e le poche frammentarie notizie che ci sono i governi si rifiutano di confermarle o di smentirle. In Salvador sarebbero in procinto di liberare 577 detenuti oltre i 70 anni su un totale di 39000. In Guatemala sono state annunciate scarcerazioni, ma non sono state confermate. In Ecuador i giudici hanno snellito le procedure per scarcerazioni express ma il governo ha annunciato che l'indulto, se ci sarà, riguarderà "pochissime persone".
di Gianandrea Gaiani
lanuovabq.it, 13 agosto 2020
Riprenderanno a breve i colloqui fra il governo di Kabul e i Talebani, dopo la scarcerazione degli ultimi jihadisti ancora in carcere. Ma soprattutto a cambiare le carte in tavola sono le trattative riservate fra l'amministrazione statunitense e i Talebani, per riportare i soldati a casa il prima possibile.
Potrebbero riprendere molto presto in Afghanistan i colloqui sugli accordi di pace tra Talebani e il governo di Kabul, dopo che l'esecutivo del presidente Ashraf Ghani ha annunciato la liberazione degli ultimi 400 ribelli detenuti. La decisione di liberare i miliziani, che si aggiungono ai quasi 5mila già liberati negli ultimi mesi scioglie definitivamente lo spinoso nodo delle scarcerazioni, uno dei punti chiave degli accordi che gli Stati Uniti e i Talebani hanno siglato il 29 febbraio a Doha, in Qatar, secondo il quale Washington avrebbe ritirato le sue truppe in cambio dell'impegno dei guerriglieri a negoziare con il governo di Kabul.
La Loya Jirga, la grande assemblea del popolo afghano, aveva approvato nei giorni scorsi la scarcerazione degli ultimi detenuti talebani per "spianare la strada ai negoziati di pace" ed evitare ulteriore "spargimento di sangue". Il portavoce talebano Suhail Shaheen ha dichiarato che "La nostra posizione è chiara. Non appena le scarcerazioni saranno concluse, saremo pronti per iniziare i colloqui intra-afghani, quindi entro una settimana". Soddisfazione per il positivo sviluppo è stata espressa anche da Washington: "Una storica opportunità per la pace è ora possibile", ha commentato l'inviato speciale degli Usa nel Paese, Zalmay Khalilzad.
L'8 agosto Washington aveva comunicato ufficialmente che le sue forze in Afghanistan scenderanno sotto la soglia dei 5mila militari (la più bassa da quando nel 2001 iniziarono le operazioni nel paese asiatico) entro la fine di novembre, cioè entro la data del voto per le elezioni alla Casa Bianca. Lo ha annunciato il segretario alla Difesa Mark Esper, in un'intervista a Fox News spiegando che il Pentagono deve ancora informare i membri del Congresso sul piano e che vuole comunque assicurarsi che "gli Usa non siano minacciati dai terroristi che escono dall'Afghanistan".
Per il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini "l'annuncio della nuova riduzione di militari americani è in linea con quanto concordato alla Nato, anche nei giorni scorsi, tra i paesi contributori, tra cui l'Italia. Gli Stati Uniti continueranno ad assicurare il supporto strategico e il personale necessario all'intera operazione. La decisione si inquadra nell'evoluzione dell'operazione Nato Resolute Support, che prevede la progressiva riduzione delle capacità presenti in Afghanistan, condizionata allo sviluppo del negoziato interno al paese". L'Italia, che sta avvicendando il proprio contingente con il cambio avvenuto ieri a Herat tra i militari della brigata Ariete guidato dal generale Enrico Barduani e gli alpini della brigata Julia al comando del generale Alberto Vezzoli, ha al momento una presenza in Afghanistan progressivamente vicina ai 650 effettivi previsti fino a giugno 2021, quando dovrebbe completarsi il ritiro dell'intero contingente italiano.
Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avuto il 5 agosto un colloquio in videoconferenza con il vice capo dei Talebani dell'Afghanistan, Mullah Abdul Ghani Baradar. Lo ha annunciato il portavoce del gruppo estremista islamico, Suhail Shaheen, che ha diffuso una foto del segretario di Stato Usa mentre parla in videoconferenza con Baradar.
Un annuncio che potrebbe aver provocato qualche imbarazzo a Washington considerato che il dipartimento di Stato non aveva fatto cenno al colloquio di Pompeo col numero 2 dei Talebani, il secondo in un mese. Secondo quanto riferito dal portavoce dei talebani, i due hanno discusso dell'avvio dei colloqui intra-afgani e dell'attuale processo politico dopo il cessate il fuoco di tre giorni annunciato dai talebani per la festa dell'Eid al Adha, oltre che del rilascio dei prigionieri da parte del governo di Kabul. In precedenza l'inviato speciale Usa per l'Afghanistan, Zalmay Khalilzad, si era recato in Qatar, Pakistan, Afghanistan, Norvegia e Bulgaria per aggiornare alleati Nato e partner sul processo di pace in Afghanistan.
Il mese scorso, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione del numero di militari in Afghanistan a 8.600 da circa 12mila, in base all'accordo di Doha. Un rapporto del Pentagono diffuso a luglio mette però in dubbio l'impegno degli insorti jihadisti a porre fine alle violenze e a tagliare completamente i legami con i gruppi terroristici come al-Qaeda. Al tempo stesso, un numero troppo ridotto di truppe Usa e Nato in Afghanistan non permetterebbe di disporre di capacità tattiche e operative utili a sostenere in combattimento le truppe di Kabul in caso di necessità.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 13 agosto 2020
Senza governo. Senza pace. E con il rischio che il Paese dei Cedri possa trasformarsi una "nuova Siria". Il Libano è in pieno caos: politico, istituzionale, sociale. E c'è chi teme, in una Beirut dove la tensione resta altissima, che il caos possa essere l'avvisaglia di qualcosa di ancor più grave: una guerra civile. Ieri sera, il primo ministro libanese, Hassan Diab, ha annunciato in diretta tv le dimissioni del suo governo a seguito della devastante esplosione che la scorsa settimana ha colpito il porto di Beirut e della violenta reazione popolare.
Il disastro - almeno 220 i morti, oltre 7mila i feriti, 4.200 edifici distrutti, 300mila gli sfollati - avvenuto martedì scorso a Beirut "è il risultato di una corruzione cronica" in Libano, che ha impedito una gestione efficace del Paese, ha detto. E poi, l'ammissione più grave: "Ogni singolo ministro di questo governo si è impegnato a fondo, non abbiamo altri interessi oltre a quello di salvaguardare lo Stato", ha detto Diab nel suo discorso alla nazione. "Chiediamo un'indagine rapida che accerti le responsabilità e vogliamo un piano di salvataggio nazionale che veda la partecipazione dei libanesi. Ecco perché annuncio le dimissioni di questo governo. Possa Dio proteggere il Libano". Ma la piazza non si accontenta. "Il governo che si dimette non ci basta, perché vogliamo che i responsabili dell'esplosione e di tutto quello che è successo da 30 anni a questa parte siano ritenuti responsabili", dice un giovane. "Solo allora - aggiunge- saremo soddisfatti".
"Il prossimo passo è un governo di salvezza nazionale, che non abbia niente a che fare con la classe politica che ha portato il Libano in queste condizioni disperate, con un mandato speciale per affrontare la crisi umanitaria ed economica", dice a Il Riformista Nadim Khoury, direttore esecutivo della Arab Reform Initiative. "Dovrebbe avere un mandato limitato a due o tre anni, e il suo compito sarebbe quello di preparare le elezioni sulla base di una nuova legge elettorale". "L'attuale classe politica ovviamente non lo accetterà - aggiunge. Per questo è necessario uno sforzo popolare per rimuovere la "legittimità" dall'ordine attuale fino a quando non si renderanno conto che non possono più governare perché nessuno li ascolta".
Commentando le dimissioni del governo, il direttore del Carnegie Middle East Centre, Maha Yahya, rimarca: "I partiti politici sono i garanti dello status quo perché per molto tempo le istituzioni statali sono state la loro gallina dalle uova d'oro. Ora quella gallina è morta e lo Stato è in bancarotta. Ma non hanno altro modo per continuare a offrire favori ai loro elettori". Gli economisti stimano che la ricostruzione di Beirut spazzerà via il 25% del Pil nazionale.
E la panacea di tutti i mali non sembra essere il ritorno al voto. Il problema è che grazie al sistema elettorale basato su quote settarie, i capi delle comunità sono capaci di influenzare i loro elettori. Sciiti, sunniti, cristiani, drusi e tutte le 17 confessioni riconosciute nella Costituzione hanno poca libertà di manovra: di fatto sono costretti a eleggere gli stessi capi-famiglia che negli anni sono diventati capi-mafia, impegnati nel depredare il Libano delle sue ricchezze.
In tutta la parte del Paese che si oppone al ruolo crescente di Hezbollah, aumenta l'ostilità per il ruolo sempre più influente che stanno conquistando gli sciiti guidati da Hassan Nasrallah, legati all'Iran. Il fatto che le 2750 tonnellate di nitrato di ammonio depositate al porto fossero in qualche modo sotto il controllo della sicurezza di Hezbollah fa circolare in Libano mille supposizioni sul ruolo dell'ala militare del "partito di Allah" nel custodire quell'enorme deposito di esplosivo.
O come minimo di non aver gestito correttamente l'affare assieme agli alleati cristiano-maroniti del partito di Aoun. Lo spettro politico libanese quindi sta tornando a dividersi pericolosamente fra i partiti collegati all'Iran (Hezbollah e il movimento del cristiano Aoun) e quelli legati all'Occidente, in particolare a Francia e Stati Uniti, come i sunniti di Saad Hariri e i cristiani di Geagea e Gemayel. Con la possibilità che ripartano violenti i contrasti settari che non sono mai stati scongiurati.
Ma le elezioni parlamentari anticipate consentirebbero di cambiare la situazione e di offrire finalmente al popolo libanese una prospettiva di uscita dalla crisi? Per gli analisti politici non ci sono dubbi sulla risposta. "È una trappola", dicono a Il Riformista Karim Bitar, direttore dell'Istituto di Scienze Politiche della Saint Joseph University, e Joseph Bahout, che ha appena assunto la direzione dell'Issam Fares Institute dell'American University of Beirut (Aub).
"Questa richiesta fatta da alcuni attori del movimento di protesta rischia di rivoltarsi contro di loro", avverte Bahout. "I partiti tradizionali dell'establishment godono di un pubblico prigioniero, nutrito dal culto delle personalità dei signori della guerra. Secondo un sondaggio condotto prima del disastro, il 45% degli elettori ha dichiarato che avrebbe votato per le stesse persone del 2018. Solo un quarto di loro ha detto di essere pronto a cambiare", ricorda Karim Bitar.
"Oggi, il cambiamento potrebbe avvantaggiare alcuni partiti come il Kataëb e l'FL, e figure indipendenti, che beneficerebbero dell'erosione della popolarità del Movimento Patriottico Libero (il cui fondatore è l'attuale capo di Stato libanese, Michel Aoun, ndr) - rimarca Bitar - ma non fino al punto di ribaltare gli equilibri in parlamento". Sulla stessa lunghezza d'onda è il direttore dell'Issam Fares Institute. "Il clima attuale non si presta a un dibattito elettorale - avverte Bahout - che per sua natura divide il Libano. Di cosa parleremo quando il paese sarà in piena crisi e non riusciremo nemmeno a concordare l'ammontare delle perdite? La prima priorità è avere un governo che possa fermare il deterioramento economico e negoziare con il Fmi per far uscire il paese dall'impasse. Solo dopo l'inizio di questo processo si può prevedere un dialogo nazionale su una legge elettorale e la ricostruzione del patto politico".
Ma per la piazza in rivolta il tempo dell'attesa è scaduto. Lo lasciano intendere i manifestanti che, a migliaia, a partire dalle 17:00, si sono radunati davanti alla statua dell'emigrato libanese, di fronte al porto, all'uscita nord di Beirut per dar vita a una dimostrazione di protesta che ha come slogan: "Seppellire prima le autorità". E anche il giorno dopo le dimissioni del governo, la parola che più riecheggia in piazza è Thawra (Rivoluzione).
di Fausto Biloslavo
Il Giornale, 13 agosto 2020
Liberato ieri Claudio Locatelli: "Ammassati in cella, arresti brutali". Gli Usa: libertà un diritto. Fuori la situazione è esplosiva racconta Claudio Locatelli, il giornalista combattente appena liberato dalle galere bielorusse, al telefono con il Giornale dall'ambasciata italiana a Minsk.
Il giovane free lance padovano era stato arrestato domenica sera durante la prima notte di proteste per le contestate elezioni che hanno confermato al potere il padre-padrone del paese, Aleksander Lukashenko. Non posso parlare molto, ma stavo riportando quello che accadeva con il mio cellulare e mi hanno brutalmente arrestato distruggendo il telefonino spiega Locatelli, diventato giornalista combattente in Siria, quando ha imbracciato le armi al fianco dei curdi contro le bandiere nere dell'Isis per liberare Raqqa, la capitale del Califfato.
La polizia militare mi ha ammassato in una cella con altri stranieri per 60 ore. Finalmente sono libero, dopo tre giorni senza cibo e con pochissima acqua. Ne ho viste tante, ma è stata davvero brutta. Adesso sto bene spiega al Giornale. Fra i compagni di cella stranieri c'erano anche tre giornalisti russi, che sono stati liberati rivela Locatelli. In un video postato sulla sua pagina Facebook descrive la disavventura e ringrazia l'ambasciata italiana che ha fatto un gran bel lavoro arrivando alla mia liberazione dopo un enorme sforzo. E denuncia: La situazione è altamente drammatica.
Locatelli era giunto in Bielorussia il 4 agosto per partecipare, assieme a tre amici, alla corsa dei bisonti, una competizione sportiva estrema. Domenica, dopo le elezioni considerate dall'Unione europea nè libere, né giuste sono scoppiate le proteste in tutto il paese. Come free lance unisco l'utile al dilettevole spiega Locatelli. L'ambasciatore italiano a Minsk, Mario Baldi, conferma che domenica sera si è trovato nel mezzo delle proteste. Stava solo scattando qualche foto quando è stato arrestato con l'accusa di partecipazione a una manifestazione non autorizzata.
I bielorussi avrebbero potuto tenerlo dietro le sbarre per 15 giorni, ma la nostra diplomazia è riuscita a farlo liberare portandolo in ambasciata. Domani (oggi per chi legge nda) dovrei prendere il primo volo per Milano - chiarisce al telefono Locatelli - e una volta a casa potrò raccontare quello che è accaduto e la situazione.
La copertina della sua pagina Facebook è dedicata a Lorenzo Orsetti, il volontario italiano nei ranghi dei curdi del Ypg ucciso nell'ultima sacca dell'Isis a Baghuz nel 2019. Due anni prima il giornalista combattente aveva partecipato ai duri scontri contro le bandiere nere scrivendo Nessuna resa, un libro sull'assedio di Raqqa e il pericolo ancora presente dell'Isis. Oltre a Locatelli sono stati arrestati 55 giornalisti, non solo locali, ma anche russi. Fra gli stranieri dietro le sbarre ci sono pure tre studenti polacchi e un cittadino svizzero.
Niente in confronto ai 7mila arresti dall'inizio della rivolta. La repressione si sta facendo sempre più dura e ha già provocato un morto e 250 feriti sollevando le proteste dell'Onu. A Brest le forze di sicurezza hanno sparato colpi di arma da fuoco e non proiettili di gomma. Nella capitale, Minsk, sono scese in strada le donne vestite di bianco con in mano un fiore.
La catena umana di circa 200 coraggiose bielorusse gridava "Vergogna!" per denunciare la violenza della polizia contro i manifestanti. Il capo dello Stato francese, Emmanuel Macron, ha parlato al telefono con il presidente russo Vladimir Putin esprimendo preoccupazione per le violenze. Domani si riuniranno i ministri egli Esteri della Ue, che potrebbero imporre sanzioni a Lukashenko. E il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha difeso i manifestanti sostenendo che gli Usa "hanno a cuore il popolo bielorusso" e vogliono che siano garantite "le libertà che chiede in piazza.










