Quando la legge ti spinge nel baratro:economia è in crisi,ma se non paghi l'Iva vai dritto in galera
di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 agosto 2020
Il bilancio della giustizia nel distretto di Napoli, per il primo trimestre del 2020 è un bilancio particolare, diverso rispetto ai periodici monitoraggi distrettuali che il ministero della Giustizia realizza per analizzare le performance di Tribunali e Corti di Appello. È unico se si considera che tiene conto anche del primo mese di lockdown. Raccoglie i dati sull'attività giudiziaria dal primo gennaio al 31 marzo scorsi.
E le somme rivelano gli alti numeri della giustizia, le dimensioni dei suoi carichi, in un certo senso anche le ragioni dei suoi affanni. Numeri di fronte ai quali appare sempre più utile e necessaria una riforma del sistema giustizia pensata non soltanto per tamponare emergenze del momento o far breccia nell'opinione pubblica e sulla sua emotività. La riforma di cui si parla è una riforma che dovrebbe andare nel senso del recupero della efficienza e della tempestività della risposta giudiziaria, della semplificazione.
Se si considerano i numeri dell'ultimo report trimestrale, colpisce che, tra i casi giudiziari pendenti in primo e in secondo grado, ci sono tra Napoli e provincia circa 100mila storie sospese. Sono tante, tantissime. Troppe, se si vuole una giustizia più giusta, più celere, più efficace. Nel primo trimestre 2020, nel settore penale, in Corte di Appello a Napoli si sono contati 55.549 processi pendenti con una variazione negli ultimi due anni del 16,3%, mentre in Tribunale sono stati 44.443 i processi pendenti a fronte dei 41.375 registrati al 31 dicembre 2017 e dunque con una variazione del 7,4% con riferimento all'ultimo biennio. Sono davvero tutti processi necessari?
Sono davvero tutti casi che non si sarebbero potuti eventualmente sanzionare con procedure e tempi diversi da quelli della giustizia penale? Sono interrogativi leciti. Perché c'è un così ampio ricorso alla giustizia penale? Giriamo la domanda a Pasquale Troncone, docente di Diritto penale all'università di Napoli Federico II. "Si pensa sempre che la faccia feroce del diritto penale riesca a dissuadere dal compiere illeciti", spiega.
Anche fattispecie che fino ad alcuni anni fa rientravano nella sfera delle condotte punibili con sanzioni amministrative sono passate dall'area della rilevanza tributaria, per esempio, a quella penale. "Ma si tratta di interventi che rischiano di rivelarsi inutili - sottolinea Troncone - Penso agli articoli 10bis e 10ter del decreto 74 del 2000 che puniscono con la reclusione da sei mesi a due anni gli imprenditori che non riescono a pagare l'Iva o la ritenuta d'acconto regolarmente denunciata.
Considerando il particolare momento di difficoltà economica, è facile immaginare che potrebbero essere moltissimi gli imprenditori in crisi di liquidità, soprattutto tra i piccoli imprenditori che sono poi quelli che più caratterizzano il tessuto economico del nostro territorio". Le prospettive non sono incoraggianti. "Se questi piccoli imprenditori spariranno dal mercato cederemo la nostra economia, fortemente legata al territorio, all'economia del digitale e dei colossi stranieri. Non credo che sia un disegno, ma questi sono gli effetti del decreto 74 del 2000".
Per Troncone, dunque, "bisognerebbe ripensare a questo intervento legislativo". E non solo. "La parte speciale della legislazione penale è sovrabbondante, si pensi alle fattispecie indicate nel Testo unico della finanza, alle norme del codice civile che prevedono il falso in bilancio o la corruzione tra privati (reato, quest'ultimo, che il legislatore ha arbitrariamente sganciato dalla corruzione pubblica diversamente da quanto previsto dagli obblighi internazionali).
In un momento come questo, inoltre, il fatto che l'entrata in vigore del Codice della crisi di impresa e dell'insolvenza sia stato rimandato è una contraddizione profonda. Per come è stato pensato il nuovo Codice avrebbe evitato il fallimento di molte aziende in difficoltà economica".
Di qui il riferimento alle due norme introdotte con il decreto del 2000: "Mi allarmano - spiega Troncone - Se un'azienda è in crisi di liquidità rischia in questo modo un'inchiesta penale dopo la denuncia all'Agenzia delle Entrate e il sequestro dei beni". Per questi casi, che riguardano l'omesso versamento di Iva o ritenuta d'acconto", Troncone spiega che si potrebbe utilizzare la leva amministrativa: "Ci sono forme di intervento alternativo a quello penale che consentirebbero anche di non appesantire il lavoro nei tribunali".
di Elisa Saccullo
Quotidiano di Sicilia, 14 agosto 2020
Iniziativa di solidarietà all'interno della Casa circondariale, organizzata in collaborazione con la Cisi. Uno dei primi eventi organizzati dopo la fase di emergenza legata al Coronavirus. Pizza, cultura e solidarietà. La Casa circondariale piazzese, in occasione della conclusione di un corso di formazione per pizzaiolo svolto all'interno dell'istituto a cura del Cisi di Enna, ha organizzato l'evento "Pizza galeotta - Metti una pizza a Piazza".
L'occasione è stata utile per fare gustare le pizze, realizzate dai detenuti allievi del corso con la guida dei maestri pizzaioli, a vari ospiti, tra i quali anche il sindaco della Città dei mosaici, Nino Cammarata. L'idea, messa a punto dalla direzione del carcere con il contributo della collaboratrice culturale Samantha Intelisano, ha previsto anche la consegna degli attestati, una degustazione, letture scelte a cura di Roberta Battista e musiche, il tutto ospitato nei locali della Biblioteca.
Si è trattato di uno dei primi eventi realizzati in un istituto penitenziario dopo la fase di maggiore emergenza legata al Covid-19. "La Biblioteca della Casa circondariale - ha sottolineato il direttore Antonio Gelardi - non vuole essere un on mero luogo di smistamento di libri, ma il centro di cultura dell'Istituto, luogo di riunioni e di diffusione del sapere. Un secondo appuntamento con le pizze realizzate dei detenuti è stato organizzato con i parenti di questi ultimi, per consentire un ulteriore incontro, pur nel rispetto delle misure precauzionali, in ore diverse da quelle dei normali colloqui.
di Fabrizio Di Vito
lanuova.net, 14 agosto 2020
Era stata senza dubbio una delle proteste più violente scoppiate quasi in contemporanea in decine di carceri italiane: fatti sui quali anche la magistratura sta cercando di fare chiarezza anche per quanto accaduto nei giorni successivi.
A Melfi, nel tardo pomeriggio dello scorso 8 marzo (il giorno in cui l'intero Paese era ufficialmente entrato nell'incubo pandemia da Covid-19), un centinaio di detenuti sottoposti al regime di alta sicurezza si erano asserragliati per ore nelle rotonde di tre piani dell'istituto, prendendo in ostaggio un ispettore e tre assistenti capo coordinatori di polizia penitenziaria e personale addetto all'infermeria per un totale di nove persone.
Una protesta andata avanti per ore, placata solo in piena notte, con ingenti danni causati dai detenuti che avevano praticamente distrutto qualsiasi cosa e bruciato materassi. Nessuno era però riuscire ad evadere dal carcere, come invece avvenuto nella vicina Foggia, l'altro carcere del Mezzogiorno dove la protesta era stata molto accesa. Disordini ufficialmente causati dalle restrizioni introdotte qualche giorno prima dal governo per contenere il rischio contagio in cella, ma sui quali sono in corso diverse inchieste per cercare di delinearne altri contorni. In ogni caso, della protesta andata in scena a Melfi si parla diffusamente nell'ultimo rapporto dell'associazione Antigone dedicato proprio al mondo carcerario italiano.
di Francesco Baraldi
Gazzetta di Modena, 14 agosto 2020
"Niente segni di violenza". Depositati dal medico legale i documenti conclusivi della perizia svolta sui 5 detenuti morti durante le ore della drammatica rivolta. Ormai a buon punto le indagini sulla ricostruzione della dinamica.
Proseguono nel consueto riserbo della Procura le indagini sui drammatici fatti dell'8 marzo scorso nel carcere di Sant'Anna, costati la vita a nove detenuti. Stamane il procuratore vicario Giuseppe Di Giorgio ha confermato che sono stati depositati i risultati della perizia medico legale, che confermano le ipotesi circolate nelle ore immediatamente successive alla rivolta e alla scoperta dei decessi. "La causa esclusiva del decesso è collegabile all'abuso di stupefacenti, verosimilmente quelli sottratti dalla farmacia interna del carcere - spiega Di Giorgio, che poi sottolinea - Non sono stati riscontrati segni di violenza sui corpi". La relazione conclusiva, svolta in forma garantita, è ora a disposizione delle parti coinvolte nell'inchiesta, che potranno presentare richieste di approfondimenti o integrazioni.
Oltre alla questione centrale della perdita di vite umane, vi è poi quella relativa alla rivolta vera e propria. La Procura e la Squadra Mobile, delegata all'indagine, è alle prese con una difficile ricostruzione di quanto avvenuto nelle celle, nei corridoi e negli spazi comuni del Sant'Anna in quell'interminabile pomeriggio di passione. "La ricostruzione dei disordini è complessa - ha aggiunto il magistrato - soprattutto per la non semplice attribuzione delle responsabilità individuali. È ancora in corso ma è ormai a buon punto". Ricordiamo che a seguito dei fatti di Modena morirono 9 detenuti: la procura modenese indaga sulle sorti di solo 5 di loro, ovvero quelli receduti all'interno del carcere.
Altre 4 persone, infatti, morirono nelle ore seguenti dopo il trasporto verso altri penitenziari, visto che la struttura modenese era ormai inagibile: delle loro vicende si occupano le procure del territorio dove si è verificata la morte. Un caso in particolare, quello di Salvatore Piscitelli deceduto dopo il trasporto nel penitenziario di Ascoli - sta creando dibattito e polemiche.
Nelle scorse ore, infatti, l'agenzia di stampa AGI ha reso noto il contenuto di alcune lettere firmate dai compagni di carcere e di viaggio di Piscitelli, i quali hanno denunciato presunti pestaggi commessi dalle forze dell'ordine, ma soprattutto la presunta assenza di assistenza medica nei confronti dell'uomo che presentava già i primi sintomi dell'intossicazione che gli sarebbe costata la vita.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 14 agosto 2020
Quindici imprenditori agricoli iscritti al corso sulle fattorie sociali, organizzato da Impresa Verde Verona srl, ente di formazione della Coldiretti provinciale, hanno assistito lunedì 10 agosto a una lezione all'interno della casa circondariale di Verona Montorio.
Una scelta solo apparentemente insolita, in quanto nelle carceri sono in aumento le iniziative di agricoltura sociale, settore che, si ritiene, possa offrire sbocchi occupazionali importanti e aprire nuove strade, anche per suoi risvolti in ambiti quali quello dell'ecosostenibilità e del turismo. Oggi la lavorazione della terra, nella sua accezione più attuale di agricoltura multifunzionale - che comprende rispetto dell'ambiente, tutela della biodiversità, gestione sostenibile delle risorse del territorio - richiede il coinvolgimento, in termini di formazione, di tutte le realtà interessate a progetti in questo settore. Di qui l'importanza, per gli allievi del corso, di conoscere le specifiche esigenze e opportunità del carcere e individuare, insieme alla direzione, possibili progetti di inserimento lavorativo dei detenuti.
"Produrre in questo settore - ha precisato Chiara Recchia, responsabile di donne impresa di Coldiretti Verona che coordina i progetti delle fattorie didattiche e sociali - non vuol dire soltanto portare cibo sulle tavole, ma rispondere anche a precise esigenze della società a più livelli". Sono 9mila le fattorie inserite nella rete sociale di Coldiretti e sempre più numerosi - tra orti sociali, corsi, coltivazioni sperimentali - i progetti attuati negli istituti penitenziari di tutta Italia.
palermotoday.it, 14 agosto 2020
I rappresentanti del partito di Marco Pannella si recheranno domani mattina in visita nell'istituto penitenziario palermitano. Domani, venerdì 14 agosto, a partire dalle ore 10, una delegazione dei consiglieri generali del Partito Radicale, composta da Donatella Corleo e Gianmarco Ciccarelli, effettuerà una visita all'interno dell'Ucciardone di Palermo.
"La visita - si legge in una nota - rientra nella tradizionale iniziativa del Ferragosto in carcere, che vedrà i rappresentanti del partito di Marco Pannella in visita nei penitenziari di Cagliari Uta, Palermo Ucciardone, Tolmezzo (Udine), Bologna e Napoli Poggioreale.
Quest'anno il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ha autorizzato il Partito Radicale a recarsi in visita in soli cinque istituti di pena su tutto il territorio nazionale, con delegazioni composte al massimo da due persone".
"Il carcere palermitano dell'Ucciardone è l'unico dei 23 penitenziari siciliani che visiteremo nell'ambito del Ferragosto in carcere radicale, che quest'anno si svolge in forma ridotta - dicono in coro Donatella Corleo e Gianmarco Ciccarelli, membri del Consiglio generale del Partito Radicale.
Verificheremo le condizioni di detenzione ed effettueremo una prima valutazione dell'impatto del Covid-19 sulla realtà penitenziaria. Rivolgiamo un appello a tutti i parlamentari nazionali e regionali, che non hanno bisogno di autorizzazione per visitare le carceri, ad esercitare le loro prerogative recandosi in visita negli istituti di pena in questa caldissima e per molti versi anomala estate del 2020".
di Pasquale Porciello
Il Manifesto, 14 agosto 2020
I militari potranno ora reprimere libertà di parola, stampa e assemblea, irrompere senza mandato in abitazioni private, arrestare arbitrariamente chiunque sia ritenuto pericolo pubblico. Votano sì tutti i parlamentari, tranne uno. E i casi di Covid-19 aumentano ancora. Stato di emergenza, o forse sarebbe più corretto dire Stato di polizia. Con il voto di ieri il parlamento libanese accorda poteri straordinari all'esercito, che può ora liberamente reprimere libertà di parola, stampa e assemblea, irrompere senza mandato in abitazioni private, arrestare arbitrariamente chiunque sia ritenuto pericolo pubblico. Magistratura scalzata, procedimenti giudiziari portati direttamente davanti alle corti militari, esercito a capo di tutte le forze di sicurezza.
Il decreto ministeriale emanato dal premier ora dimissionario Diab all'indomani dell'esplosione al porto di Beirut (causa di circa 200 vittime, 6mila feriti e danni incalcolabili) e entrato in vigore il 7 agosto, è stato riconfermato fino al 21. In Libano è necessaria un'autorizzazione parlamentare per lo stato di emergenza che ha durata massima una settimana, poi bisogna rivotare.
Le misure straordinarie prese fino al 7 sono tecnicamente illegali secondo Wissam el-Lahham, professore di diritto all'università Saint Joseph. Non era ancora chiaro neanche ai parlamentari se lo stato di emergenza fosse iniziato con l'annuncio di Diab o se sia cominciato ieri. L'approssimazione non è certo materia di scandalo in Libano.
Fatto sta che ora le misure sono ufficiali e spaventano le associazioni umanitarie come l'Osservatorio per i Diritti umani o Legal Agenda, che hanno già denunciato l'uso eccessivo della forza e di armi illegali da parte della polizia durante le proteste dei giorni scorsi, supportate da referti medici e video che circolano da giorni sui social. Pratiche usuali in Libano su cui già esiste un'ampia letteratura.
Dei 119 parlamentari riuniti eccezionalmente nella sede blindata dell'Unesco, solo Osama Saad (Organizzazione popolare nasserista) ha votato contro e denunciato la "militarizzazione dello Stato". La risposta dalla terza carica dello Stato e leader di Amal Berri ha sottolineato come l'esercito, nonostante avesse potuto, "non abbia adottato misure di cui il popolo ha paura o soppresso i media e abbia permesso le proteste", ma ha omesso che proprio la Guardia del Parlamento, in teoria al servizio dello Stato, ma formata da ex miliziani di Amal e da persone vicine a Berri - tanto che l'analista politico al-Amin ha parlato in passato di guardia personale di Berri pagata dallo Stato - è stata il corpo più violento negli scontri di questi giorni, come conferma la nostra intervista a Marwan Hamdan dell'8 agosto e numerose testimonianze. Se da un lato l'evento eccezionale del 4 agosto richiede un intervento eccezionale, non bisogna dimenticare che in Libano è in atto una rivolta popolare da ottobre. Lo stato di emergenza potrebbe essere l'occasione per arrestare sommariamente centinaia di attivisti che si sono esposti in questi mesi, dando il via libera a pratiche già largamente utilizzate.
Sul versante sanitario la situazione non migliora: il ministro della salute ha annunciato la possibilità di nuovi lockdown per l'aumento dei casi di Covid (ieri 298 e tre morti). Giornata ricca di eventi quella di ieri: appuntato il giudice militare Fadi Sawan per l'inchiesta sull'esplosione al porto su suggerimento della ministra della giustizia Najem del governo Diab. Avrà il supporto dell'Fbi e di 22 investigatori francesi. E poi la pace storica tra Emirati e Israele, mediata da Trump, proprio alla vigilia dell'arrivo del sottosegretario di Stato per gli Affari politici David Hale, ex ambasciatore in Libano. Un clima generale in cui Hezballah è sempre più isolato. Lo stato di polizia è solo l'ennesima conferma che in Libano si fanno gli interessi di tutti, tranne che del popolo.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 14 agosto 2020
Nauseati dalla repressione, uomini delle forze speciali hanno gettato la divisa nei cassonetti e preso le distanze dai loro colleghi che stanno eseguendo gli arresti e i pestaggi. Attese sanzioni Ue.
Aleksandr Lukashenko, il padre e padrone della Bielorussia è seriamente preoccupato per gli ultimi avvenimenti nel suo Paese. Mentre per il quinto giorno migliaia di manifestanti occupano pacificamente le vie della città, sono altri i fatti che sembrano più gravi per le autorità.
Le dimissioni di alcuni agenti di polizia, le immagini di ex membri delle truppe speciali che gettano la divisa nella spazzatura ma soprattutto la preoccupazione di Mosca che denuncia "interferenze esterne". E questo tipo di linea del Cremlino ha costituito in altre circostanze (vedi la Crimea) la premessa di un "approfondito interessamento", più o meno diretto. Una seria "preoccupazione" è stata espressa nel pomeriggio dalla portavoce del ministero degli esteri russo. Qualcuno, è la tesi di Mosca, sta cercando di destabilizzare il paese.
Forse proprio di fronte alla pressione che arriva tanto dalla Russia quanto dall'Unione Europea che potrebbe imporre nuove sanzioni nelle prossime settimane, sembra che il presidente bielorusso abbia deciso di tenere un po' a freno i responsabili della repressione di questi giorni. Una nuova catena umana per le strade di Minsk non è stata interrotta con brutalità dalle forze dell'ordine, mentre alcuni dei manifestanti arrestati sono stati rilasciati. Alcuni agenti in servizio hanno presentato le dimissioni in dissenso con le direttive ricevute dall'alto. Un capitano, Yegor Emelianov di Novo Polozk, è stato convocato nella sua ex stazione di polizia dove è stato fermato e messo sotto accusa per una violazione amministrativa.
Su internet sono poi comparsi numerosi video di ex spetsnaz, gli uomini delle truppe speciali, che nauseati per la repressione, gettano la divisa nei cassonetti e prendono le distanze dai loro colleghi che stanno eseguendo gli arresti e i pestaggi. Un altro agente, Ivan Kolos, non si è dimesso ma ha scritto di non essere più disposto a obbedire a questo tipo di ordini e ha lanciato un appello ai suoi colleghi: "Abbiamo giurato di difendere il popolo bielorusso ma invece stiamo difendendo gli interessi di una persona che ha preso il potere con la forza ed ora non ha il coraggio di porre fine agli spargimenti di sangue consegnando il potere al popolo". Ivan ha aggiunto che da ora prenderà ordini solo dalla Tikhanovskaya che considera il presidente legittimo del paese e ha invitato i suoi colleghi a fare altrettanto.
bresciaoggi.it, 14 agosto 2020
Più che mai quest'anno Armando Punzo per la Compagnia della Fortezza, composta dai reclusi del carcere di Volterra, ha creato, partendo dal mondo di Shakespeare per ricordarne i 400 anni dalla morte, uno spettacolo metaforico sulle incertezze della vita, sulla possibilità di essere travolti da una tempesta, poi di salvarsi naufraghi e pian piano di ricominciare una vita nuova, che pare alludere direttamente alle esperienze dei suoi attori, tutti detenuti con un passato pesante, un qualcosa che ha stravolto le loro vite, che ora, anche grazie al teatro, cominciano a guardare nuovamente avanti, a pensare a un futuro. Il titolo del lavoro è appunto Dopo la tempesta - L'opera segreta di Shakespeare alla Fortezza Medicea che in versione modificata, andrà anche in giro.
Come il mago Prospero de La tempesta, Punzo in mezzo ai suoi attori si muove estraneo e complice assieme. Siamo nel grande spazio del cortile dell'ora d'aria del carcere, che come sempre è stato tutt'attorno e al centro addobbato con una scenografia esemplare firmata da Mazzetti, Bertoni e dallo stesso Punzo, tutta simboliche grandi e piccole croci di legno che si incastrano a formare un'intricata struttura in cui infilarsi come in una gabbia, su cui salire come verso il Golgota, mentre al centro è un grande letto, luogo di tradimenti e amori, da Otello e Desdemona a Romeo e Giulietta per riflettere sull'onesta e sulla fedeltà. Con loro tanti altri personaggi, identificabili magari da una battuta, da Riccardo III a Macbeth e Re Lear, una bianca figura gira trascinando un'alabarda come un fantasma dell'Amleto o magari Amleto stesso, così come Desdemona è legata al suo fatidico fazzoletto che recupera anche quando Prospero-Punzo glielo strappa dalle mani, quasi lei come tutti fossero prigionieri del loro personaggio, costretti su un'isola, dopo essere sopravvissuti a "tempeste che fanno naufragare".
La verità per tutti è che "la natura stessa guiderà a una seconda scelta", l'importante è che si sappia "rinunciare a una parte di sé stessi". Uno spettacolo raffinato, costruito nei particolari, con grandiosità e assieme attenzione all'azione dei singoli, che in questa inevitabile identificazione tra il gran mondo e l'umanità del Bardo e il caleidoscopio delle esistenze degli interpreti, vive di movimenti, di sorprese di bell'impatto visivo, di allusioni, di parole che acquistano una forza poetica e espressiva unica, momento evidente di libertà, di un riuscire a andar oltre in una situazione invece di costrizione, con la lunga fila di sbarre tutt'attorno allo spazio in cui attori e spettatori si trovano rinchiusi. Così gli applausi finali, calorosi, diventano anche un momento di liberazione.
livornotoday.it, 14 agosto 2020
Il servizio del The Guardian sulla colonia penitenziaria. Il prestigioso quotidiano inglese ha ripreso la notizia della chiusura del mattatoio locale portando alla ribalta le storie dei detenuti. Mazzerbo: "Qui nessuno si sente prigioniero".
Ci sono storie che meritano di essere raccontate. Come quella del "modello Gorgona", splendida isola carcere dell'Arcipelago Toscano che nella sua natura incontaminata offre ai detenuti che la popolano una seconda possibilità, senza sbarre. E insieme ai detenuti gli unici abitanti del piccolo paradiso sono sempre stati gli animali che, all'interno del programma di lavoro dei carcerati, venivano allevati e, infine, destinati al locale mattatoio. Anni di battaglie da parte di politici e associazioni ambientaliste - Lav in prima linea - hanno portato a inizio 2020 alla firma di un protocollo d'intesa tra il Comune di Livorno e la Casa Circondariale di Livorno, diretta da Carlo Mazzerbo, che ha salvato la vita agli oltre 500 animali dell'isola. Il macello, lo scorso giugno, è stato infatti definitivamente smantellato e gli animali, sull'Arca della Libertà, hanno guadagnato la terraferma e la libertà.
The Guardian: il quotidiano inglese racconta in un reportage "l'isola dei sogni" - Una storia da raccontare, dicevamo, che ha attirato l'attenzione anche del quotidiano The Guardian che in un articolo di Angela Giuffrida ha raccontato la vita a stretto contatto con la natura dei detenuti dell'ultima colonia penitenziaria della penisola. Il prestigioso quotidiano inglese ha pubblicato in data 6 agosto un reportage dalla Gorgona e ha portato alla ribalta le storie di Orazio, Andrea e degli altri detenuti e il loro rapporto con gli animali dell'isola che loro stessi hanno accompagnato fino alla libertà.
"Sì, sono in prigione, ma qui non sempre si sentono prigionieri - le parole di Carlo Mazzerbo al The Guardian. Lavorano e lo fanno con soddisfazione perché sanno che aiuta tutti. Il lavoro, d'altronde, dà loro determinati valori, compreso il rispetto delle regole di altri. La cosa più bella di Gorgona è questo aspetto umano. È unico. Lavorare in natura ripaga e dà forza".
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