di Luigi Manconi
L'Espresso, 15 agosto 2020
La prima volta in cui Enrico "Chico" Forti appare sul grande schermo è nel 1990. Mike Bongiorno lo accoglie con cordialità nel suo Telemike, colpito dalla memoria pronta di questo giovane trentenne. Ex campione di windsurf, poi videomaker e produttore televisivo, senza apparente difficoltà vince il premio di 80 milioni di lire e lascia Trento per gli Stati Uniti.
Ma Mike Bongiorno non avrebbe certo immaginato che la storia pubblica di Forti dovesse ancora iniziare. A vedere le immagini della sua vita prima della condanna all'ergastolo negli Stati Uniti viene da pensare al Grande Gatsby: "Uno di quei rari sorrisi dotati di eterna rassicurazione, che s'incontrano quattro o cinque volte nella vita. Fronteggiava - o sembrava fronteggiare - l'intero mondo esteriore per un istante, e poi si concentrava su di te con un irresistibile pregiudizio a tuo favore". (Francis Scott Key Fitzgerald). Nel 1998 Chico Forti vive agiatamente a Miami da quasi dieci anni, sposato e con tre figli, lavora come produttore e intermediario immobiliare.
Proprio quest'ultima attività lo porterà a conoscere Anthony Pike, proprietario di un hotel di lusso a Ibiza, in via di fallimento. Tra i due si apre una trattativa, l'italiano intende rilevare l'immobile. Pyke chiede a Forti di pagargli il biglietto, per sé e per il figlio, dalla Malesia a Miami, così da poter firmare le ultime carte. A partire sarà però solo Dyle, il figlio.
Forti lo andrà a prendere all'aeroporto e, da qui in avanti le rispettive versioni (di Forti e dei suoi accusatori) si contraddicono. È il 16 febbraio del 1998 quando il corpo senza vita di Dyle Pike viene ritrovato tra le sterpaglie di un bosco. L'arma del delitto, una pistola calibro 22, non verrà mai recuperata. Forti sostiene di aver appreso l'accaduto solo tre giorni dopo e decide di recarsi al commissariato di polizia per offrire la propria testimonianza. I poliziotti lo ascoltano, già sospettandolo come principale indiziato: il movente sembra chiaro da subito. Forti avrebbe inteso truffare il padre che, secondo l'accusa, non sarebbe stato più in grado di intendere e di volere. Da qui uno scontro col figlio, che avrebbe avuto la peggio.
Mentre per il diritto penale italiano, durante l'interrogatorio "è vietato utilizzare metodi o tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti" dell'indiziato, negli Stati Uniti la possibilità di mentire, da parte delle forze di polizia, non è esclusa. Per l'ex capo della sezione omicidi di New York "l'utilizzo di false notizie per incastrare un presunto colpevole in 60 L'Espresso 15 agosto 2020 America è routine".
E, infatti, a Forti verrà fornita una falsa informazione, per la quale, a essere uccisi, sarebbero stati i entrambi i Pyke. Dopo 22 ore di interrogatorio senza avvocato, Chico Forti viene preso dal panico e pronuncerà quell'affermazione falsa che, presumibilmente, determinerà la sua condanna: nega di aver mai incontrato Dyle. Il tutto avviene senza che gli investigatori gli leggano "I diritti Miranda", ossia le prerogative a tutela del sospettato prima che gli venga posta qualsiasi tipo di domanda. Nonostante questo, il giorno seguente Forti, a mente fredda, torna al posto di polizia e ammette di aver incontrato il figlio di Anthony all'aeroporto.
Oltre al presunto movente e alla bugia su Dyle, tre mesi dopo le indagini i detective troveranno nell'auto di Forti, peraltro già controllata due volte, "qualche granello" di sabbia che, secondo alcuni periti, proverrebbe dallo stesso luogo dove venne trovato il cadavere. La vicenda giudiziaria di Forti si chiuderà con un processo della durata di 24 giorni, una giuria incerta che "pur di concludere" (dirà poi una delle giurate) decide per la condanna. Il 15 giugno del 2000 il presidente della giuria pronuncerà la sentenza: "La Corte non ha le prove che lei signor Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l'istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. La condanno all'ergastolo senza condizionale".
Da venti anni Chico Forti è detenuto negli Stati Uniti. Oggi si trova nel carcere di massima sicurezza vicino a Miami, il Dade Correctional Institution di Florida City. Tra i primi in Italia, oltre a parenti e amici, a denunciare la violazione dei diritti di Enrico Forti fu il magistrato Ferdinando Imposimato. È stato lui, infatti, nel 2012, a presentare un report al ministero degli Affari esteri che conteneva le motivazioni per la richiesta di revisione ed elencava le incongruenze del processo e le violazioni messe in atto dalle autorità americane.
A partire dai primi due interrogatori che non vennero registrati, ma che, solo cinque mesi dopo, furono trascritti "sulla base dei ricordi" dei poliziotti. Il fermo di Forti, inoltre, avvenne in violazione dell'accordo di Vienna, segnalava Imposimato, poiché le autorità consolari italiane non vennero mai avvisate: come conferma un documento di scuse per "l'involontaria" omissione, recapitato dalla polizia al nostro consolato. A essere ignorata è stata anche la regola chiamata "Double Jeopardy" per la quale, se un imputato è stato assolto da un'accusa in un precedente processo (truffa), la stessa accusa non può essere usata come materia in un altro giudizio.
di Livio Zanotti
articolo21.org, 15 agosto 2020
L'ex presidente e senatore Alvaro Uribe, l'uomo più potente e più odiato della politica colombiana, è stato l'unico a mostrare sorpresa quando l'hanno arrestato nei giorni scorsi. Senatore, eletto due volte alla massima magistratura dello stato, godeva dell'aura di aver governato il paese nel decennio più fortunato per l'economia nazionale (e dell'intera America Latina), grazie al boom dei prezzi internazionali delle materie prime, su cui si fonda il suo export. Le voci sul coinvolgimento personale e di parte della famiglia nel terrorismo dei gruppi paramilitari sanguinosamente attivi negli anni tra la fine del Novecento e il primo decennio del Duemila, erano nondimeno da lungo tempo diffuse e insistenti.
Per ascoltarle esemplificate in circostanze molteplici e determinate non prive di dettagli (nei trasferimenti dalla capitale all'allora provincia di residenza -Antioquia-, si raccontava che lasciasse la custodia ufficiale del DAS, il dipartimento di sicurezza dei servizi segreti, per affidarsi ai suoi paramilitari) era sufficiente trattenersi la sera nei caffè alla moda di Bogotà frequentati dalla sinistra mondana così come in certi ambienti di Medellin più che vicini all'estrema destra spesso legata al narcotraffico. Non mancano neppure ricostruzioni che vi fanno risalire la successiva fondazione del Centro Democratico, base politica e parlamentare dell'attuale presidente Ivan Duque, erede di Uribe e ora suo massimo difensore.
Ma prima di lui, nessun capo di stato aveva subito l'affronto delle manette. Il problema è che l'establishment è lo Stato e lo Stato è l'establishment, commentava lucidamente già molti anni addietro il diplomatico, senatore e acuto osservatore Plinio Apuleio Mendoza, che pure ne era parte. La guerriglia delle FARC era ancora potentissima; il suo capo, Manuel Marulanda, detto Tiro Fijo per il fiuto politico oltre che per la precisione con cui maneggiava il fucile, un mito. La regola era: non fidarsi di nessuno. La pace con le FARC ha cambiato il clima, sebbe non quanto si sperava. La Corte Suprema ha quindi ritenuto che Uribe non potesse attendere in totale libertà il processo in cui è accusato di aver favorito l'attività e forse la nascita di un gruppo armato di mercenari al proprio servizio.
Poiché potrebbe aver già comprato con lusinghe e minacce alcuni testimoni in un altro procedimento giudiziario. Quello che l'oppone a un senatore della sinistra in uno scambio di accuse di connivenza con la violenza organizzata che per decenni ha lacerato il paese, causando decine di migliaia di morti e 4 milioni di profughi (tra l'altro Uribe è chiamato in causa insieme a numerosi altri latifondisti anche per l'appropriazione indebita di terre e altri beni forzosamente abbandonati dai fuggiaschi). Nè i giudici della Suprema sembrano finora intimoriti dalla reazione dei partigiani di Uribe guidati dal presidente Duque, che minacciano una riforma della giustizia capace di circoscriverne le prerogative.
Ritengono di aver garantito l'ex capo di stato permettendogli la detenzione domiciliaria nell'immensa residenza di Monteria, nei pressi della capitale cerealicola nel nord della Colombia caraibica. In cui certamente non gli verranno meno le possibilità di continuare a esercitare pienamente o in parte la propria influenza. Hanno spiegato il compromesso giustificandolo con i tempi giudiziari che si annunciano lunghi e dalle conclusioni incerte. Ciò che in uno sguardo allargato all'intero subcontinente, non impedisce di osservare come anche la giustizia colombiana appaia adesso aggiungersi al protagonismo che negli ultimi anni vede il potere giudiziario affrontare se non opporsi a quello politico.
Beninteso, in situazioni concrete ben diverse tra loro: non c'è un solo dato, ancorché minimo, capace di sostenere un parallelo tra Uribe e Lula, tra la Suprema Corte di Bogotà e l'ex giudice di Curitiba ed ex ministro di Bolsonaro, Sergio Moro. Ma il protagonismo dei tribunali, comunque lo si voglia leggere, è indiscutibile. Più difficile, invece, dire oggi se rispetto ai populismi sudamericani (veri o presunti dalla superficialità eurocentrica) sia una manifestazione che con Weber richiama il sistema istituzionale colombiano più alla razionalità o più a un carisma alternativo. Èun fatto che la Corte indaga ancora sullo spionaggio illegale dell'esercito su esponenti dell'attuale governo di Duque e forse sullo stesso Presidente, riceve quotidianamente le denunce di violazioni dei diritti umani da parte dell'opposizione: ha cioè molte questioni di cui render conto all'opinione pubblica.
agenzianova.com, 15 agosto 2020
Il Dipartimento penitenziario nazionale del Brasile (Depen) ha autorizzato la realizzazione di visite virtuali per i detenuti nelle carceri federali del paese. La misura è stata disposta per garantire il diritto dei detenuti a incontrare i propri congiunti e per contenere la diffusione del coronavirus negli istituti penitenziari del Brasile. La decisione, presa in accordo con l'Ufficio del difensore pubblico federale, è stata pubblicata sull'edizione odierna della Gazzetta ufficiale. Il documento stabilisce anche le regole per i colloqui tra i difensori e i propri legali che saranno limitate a quattro finestre giornaliere di 30 minuti ciascuna, salvo casi urgenti.
Alle amministrazioni dei penitenziari viene richiesto di aumentare la frequenza di pulizia dei luoghi destinati agli incontri. L'ordinanza stabilisce inoltre che i penitenziari debbano adottare le misure necessarie per promuovere il massimo isolamento dei detenuti di età superiore ai 60 anni o con malattie croniche, soprattutto nei movimenti interni agli istituti. In tutto, il Depen gestisce cinque carceri federali: Catanduvas, nello stato di Paraná, Campo Grande, in Mato Grosso do Sul, Porto Velho, in Rondonia, Mossoró, nel Rio Grande do Norte e Brasilia, nel Distretto Federale.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 15 agosto 2020
Botte, privazione del sonno, mancanza di acqua e cibo. Poi urla, minacce di ogni tipo, compreso per le ragazze (l'immancabile) stupro 'punitivo'. In una parola: torture. Il quadro che emerge in Bielorussia, man mano che i primi fermati nel corso delle proteste vengono rilasciati per scadenza dei termini, è pesantissimo. Le violenze sono documentate in modo inequivocabile. Dal centro per i diritti umani Viasna, dai media indipendenti come Tut.by e Meduza, dal canale Telegram dell'opposizione Nexta e da singoli testimoni oculari sui social. Accuse rilanciate da Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l'Europa orientale e l'Asia centrale.
"I centri di detenzione sono diventati camere di tortura, dove i manifestanti sono costretti a giacere per terra mentre la polizia li prende a calci e li picchia con i manganelli" ha denunciato Struthers. Uno, in particolare, il Centro di Isolamento di via Akrestsin a Minsk, è diventata la prigione degli orrori. È qui che sono state inviate la maggior parte delle 6.700 persone fermate nel corso degli scontri. Ed è qui che alle 22.30 del 13 agosto i primi liberati hanno iniziato rivelare la dimensione della loro ordalia. "Mi hanno picchiata, umiliata, mi hanno tolto le mutandine, mi hanno detto che mi avrebbero violentata e che nemmeno mia madre mi avrebbe riconosciuta alla fine del trattamento..." racconta una ragazza in lacrime, scossa fino allo spasmo.
La sua testimonianza circola su Twitter insieme a tante altre. Chi è lì, in via Akrestsin, descrive scene inimmaginabili, giovani sotto shock che piangono senza riuscire a parlare, feriti che zoppicano. Alcuni escono dalla prigione solo per essere caricati sulle ambulanze e portati direttamente in ospedale. In altri video si sentono distintamente urla e pianti provenire dalle prigioni avviluppate nell'oscurità. Perché le torture non avvengono solo a Minsk. Ma ovunque siano stati portati i manifestanti dopo che il sistema penitenziario è stato travolto dai numeri. Tanto che persino capire dove siano stati richiusi parenti e amici diventa arduo.
"Dove si trovano le persone detenute è una bella domanda: noi stessi non sappiamo esattamente dove vengono portate" dice Valentin Stefanovich, attivista per i diritti umani di Viasna, a Meduza. "Nel centro di via Akrestsin, come sappiamo dalle persone che sono già state rilasciate, ci sono 30, 40, 50 e anche 60 persone in celle progettate per quattro o otto persone" ha detto Valdis Fugash, rappresentate di Human Constanta, un'altra ong attiva in Bielorussia. La ricerca dei propri cari passa allora per le chat Telegram, nel caos più totale e nella reticenza delle autorità. Tanto la situazione è sfuggita di mano che il ministro dell'Interno Yury Karayev è apparso in tv per gettare acqua sul fuoco. "Mi scuso per le ferite riportate dalle persone che durante le proteste che si sono trovate in mezzo" ha detto. Difficile che basti.
Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2020
Rilasciati mille manifestanti: denunciati maltrattamenti in carcere. A cinque giorni dalle elezioni che hanno scatenato le proteste in tutto il Paese, si continua a manifestare contro il regime del presidente Lukashenko. Il portavoce del governo tedesco: "Per Berlino servono sanzioni verso chi è responsabile di violare i diritti umani".
La presidente della Commissione: "Dimostriamo forte sostegno per i diritti delle persone". Al termine di un lungo vertice tra i ministri degli Esteri dell'Unione europea, si è arrivati a un accordo politico per imporre sanzioni contro i responsabili delle violenze nei confronti dei manifestanti e dei presunti brogli elettorali in Bielorussia. Lo riferiscono fonti diplomatiche europee precisando che ora sarà necessario mettere nero su bianco, attraverso il lavoro tecnico, la decisione politica dei capi delle diplomazie europee, mentre l'adozione formale avverrà nelle prossime settimane.
Così Bruxelles si schiera contro la gestione delle elezioni e delle successive manifestazioni da parte delle autorità guidate dal presidente Aleksandr Lukashenko, riconfermato per il sesto mandato consecutivo a capo del Paese, che hanno portato a oltre 7mila arresti in soli cinque giorni di proteste.
A niente è quindi servito l'annuncio del governo del rilascio di oltre mille manifestanti. La conferma era arrivata dalla presidente del Senato Natalya Kochanova che ha anche comunicato la richiesta del presidente dell'apertura di un'indagine "su tutti gli arresti".
Dopo le denunce di maltrattamenti, con ferite e lividi sul corpo, e quelle che circolano sui media locali e sui social riguardo alle condizioni nelle celle, con poco spazio e niente cibo, il ministro degli Interni, Yury Karayev, si è scusato con la popolazione sulla tv di Stato per l'arresto di cittadini innocenti. Secondo i media locali molte persone sono state portate subito in ospedale dopo il rilascio. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e la cancelliera tedesca Angela Merkel erano state le prime leader europee a schierarsi apertamente a favore delle sanzioni contro la Bielorussia.
A cinque giorni dalle elezioni che hanno fatto infuriare il popolo bielorusso, si continua a protestare. Centinaia di persone, medici e gruppi di donne, hanno formato catene umane a Minsk in segno di protesta contro il sesto mandato di Lukashenko: con una scena che si era ripetuta già ieri, con lunghe marce per le strade della capitale. Inoltre a protestare hanno iniziato pure i militari: in alcuni video postati sui social si sono ripresi mentre buttavano nell'immondizia le divise. E alla rivolta si è aggiunta pure la classe operaia: i lavoratori della BelAZ di Zhodino, potente società specializzata nella produzione di mezzi pesanti utilizzati nel settore edile, hanno marciato in segno di protesta.
La leader dell'opposizione che ha sfidato il presidente Lukashenko alle ultime elezioni continua a parlare alle masse dal suo esilio in Lituania, dove ha ripiegato dopo la contestata sconfitta elettorale: "Chiedo a tutti i sindaci delle città di agire come organizzatori di assemblee pacifiche di massa dal 15 al 16 agosto - ha detto Svetlana Tikhanovskaya nel suo ultimo videomessaggio - Abbiamo sempre detto che la nostra posizione dovrebbe essere sostenuta solo da metodi legali e non violenti, le autorità invece hanno trasformato le proteste pacifiche dei cittadini in uno spargimento di sangue". La leader si è poi rivolta proprio alle autorità bielorusse chiedendo di fermare le violenze e "di avviare un dialogo".
E a questo obiettivo devono contribuire anche i Paesi europei, spiega l'ormai ex candidata alla presidenza che ha proposto di istituire un Consiglio di coordinamento per garantire il passaggio di potere in Bielorussia: "Dati gli eventi che si stanno verificando nel Paese e la necessità di adottare misure urgenti per ripristinare lo stato di diritto in Bielorussia, io, Svetlana Tikhanovskaya, sto avviando l'istituzione di un Consiglio di coordinamento per garantire la transizione del potere", ha detto in una dichiarazione citata da Interfax in cui chiede appunto ai Paesi europei di mediare affinché si apra un dialogo con le autorità bielorusse. Da parte sua, il governo ha fatto sapere di essere pronto per colloqui "costruttivi e obiettivi" con l'estero sulle sue controverse elezioni presidenziali e sui disordini post-voto. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Vladimir Makei, in una conversazione telefonica con la controparte svizzera, Ignazio Cassis.
Intanto la Germania, presidente di turno dell'Unione europea, già giovedì ha convocato d'urgenza l'ambasciatore bielorusso per esprimere disapprovazione. Oggi il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert in conferenza stampa ha fatto sapere che Berlino sostiene le sanzioni alla Bielorussia: "Da parte nostra ci devono essere sanzioni verso chi è responsabile di violare i diritti umani", ha detto Seibert. "Il governo tedesco sta dalla parte di tutti coloro che manifestano pacificamente le loro volontà perché è loro diritto in una democrazia", ha aggiunto.
A nome della cancelliera Merkel, Seibert ha spiegato che "la violenza brutale contro dimostranti pacifici e soprattutto la carcerazione dei manifestanti" in Bielorussia non è accettabile. La cancelliera "è scossa dalle notizie dei maltrattamenti dei manifestanti imprigionati", ha aggiunto. Parole altrettanto dure in un tweet di Ursula von der Leyen: "Occorrono ulteriori sanzioni contro coloro che hanno violato i valori democratici o abusato dei diritti umani in Bielorussia. Sono fiduciosa che la discussione di oggi dei ministri degli Esteri dell'Ue dimostrerà il nostro forte sostegno per i diritti delle persone in Bielorussia, per i diritti fondamentali e per la democrazia".
di Giulia Pompili
Il Foglio, 15 agosto 2020
A Hong Kong il patto sociale si è rotto dopo una proposta di legge sull'estradizione. Ed è sull'estradizione, di nuovo, che si sta consumando l'ennesima guerra diplomatica tra Pechino e resto del mondo occidentale. Nel 2019 le proteste nell'ex colonia inglese cominciarono quando il governo locale propose una norma che avrebbe dato modo alla Cina di estradare da Hong Kong chi ritenesse in violazione della legge.
Dopo le manifestazioni era stata accantonata, ma la proposta è stata poi sostituita da un'altra legge, ben più ampia e articolata: quella sulla sicurezza nazionale imposta dal governo centrale cinese ed entrata in vigore il 30 giugno scorso. Da un mese e mezzo il sistema giuridico di Pechino improvvisamente è entrato a far parte della vita quotidiana di Hong Kong, e in risposta agli arresti, alle denunce per sedizione, al giro di vite contro le libertà garantite nell'ex colonia inglese, si sono mossi vari paesi. Il primo governo a sospendere il trattato d'estradizione con Hong Kong è stato quello del Regno Unito, seguito poi da Nuova Zelanda, Canada, Australia e ultima la Germania.
L'America di Donald Trump ha annunciato la stessa misura e la Francia ha fatto sapere che non ratificherà il trattato d'estradizione firmato tre anni fa. In risposta, il governo di Hong Kong ha deciso di sospendere la "collaborazione giudiziaria" con Germania e Francia. Il messaggio di certe azioni è chiaro: ci fidiamo del sistema giudiziario di Hong Kong, della Basic Law e delle garanzie di autonomia, ma ora che le mani di Pechino sono arrivate fino a lì non ci fidiamo più. Sebbene complicato, quello dell'estradizione è un tema importante anche politicamente, proprio perché Hong Kong ha sempre rappresentato l'avamposto d'occidente per fare affari con l'oriente.
Mentre i giornali internazionali se ne vanno, e le aziende cercano sedi altrove, i governi occidentali si muovono per mandare segnali contro Pechino: ogni azione di forza è un passo indietro verso la collaborazione. L'Italia è stata molto debole, all'inizio, nella risposta all'entrata in vigore della legge sulla sicurezza. Specialmente il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, l'uomo che ha posto la firma sulla Via della Seta con la Cina.
Poi, ultimamente, il governo ha cambiato posizione. Da qui a mandare segnali concreti, però, ce ne vuole. Perché il nostro paese (come soltanto Francia, Spagna, Portogallo, Romania, Bulgaria e Lituania in Europa) ha un trattato di estradizione direttamente con la Cina. È entrato in vigore nel dicembre del 2015 e da allora, secondo fonti del ministero della Giustizia, Pechino ha richiesto all'Italia una ventina di persone, e ne sono state consegnate solo tre o quattro che avevano compiuto reati finanziari.
Certo l'estradizione in un paese autoritario non è facile: serve che il reato sia tale in entrambi i paesi (dunque è fatta salva la libertà d'espressione, per esempio) e che nel paese richiedente non sia punito dalla pena di morte. Non solo: quando la Cina, per esempio, emette un red notice, un avviso d'arresto sul database dell'Iterpol, e la persona ricercata viene fermata dalle Forze dell'ordine italiane, la prima cosa che si fa è capire se è un perseguitato politico o religioso, oppure se ha già fatto domanda di asilo. In quel caso il red notice viene ignorato.
Per Pechino però si tratta soprattutto di rafforzare le relazioni bilaterali, come nel caso della cooperazione di polizia: l'Italia è tra i pochissimi paesi al mondo che periodicamente ospita pattuglie cinesi sul suo territorio (una cooperazione che invece è stata interrotta in Francia): non vanno in giro ad arrestare la gente, e si occupano soprattutto per i turisti cinesi in Italia, ma è uno tra i tanti motivi per cui i dissidenti cinesi difficilmente scelgono il nostro paese per vivere.
Con Hong Kong, invece, l'Italia negozia già da qualche anno un trattato di estradizione a cui manca solo la ratifica (proprio come la Francia). E sembra che Forza Italia sia pronta a chiedere al governo di non ratificare quell'accordo, e forse anche di sospendere il trattato di estradizione con la Cina. Se ne è parlato, ha detto al Foglio Lucio Malan, senatore di Forza Italia e cochair dell'Inter-Parliamentary Alliance on China, ma non c'è stata ancora nessuna azione concreta.
E invece nel Partito democratico al governo, secondo quanto risulta al Foglio, non c'è ancora stata alcuna discussione su questo argomento: il segretario Nicola Zingaretti, che non ha mai avuto un rapporto particolarmente stretto con i rappresentanti di Pechino sin dai tempi del suo incontro con il Dalai Lama, sarebbe pure aperto alla possibilità.
Il problema è che una eventuale proposta del Parlamento di sospensione del trattato dovrebbe passare attraverso il parere della Farnesina, cioè il ministero italiano considerato più filo-cinese e dalla coppia Di Maio Di Stefano, il sottosegretario grillino che l'anno scorso andò a Hong Kong nel mezzo delle proteste senza parlare mai di autonomia.
Entrambi sono preoccupatissimi di perdere la faccia con Pechino, gli altri invece sono preoccupati di eventuali ritorsioni cinesi contro l'Italia considerata amica di tutti, quindi di nessuno. Il Pd insiste sulle azioni contro la Cina a livello europeo, ma è chiaro che su questa materia sono i singoli paesi a dover decidere.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 15 agosto 2020
Le debolezze del governo di Beirut lasciano campo libero ai gruppi settari. Gli sciiti sostenuti dall'Iran hanno la loro macchina del consenso. Reportage. Lo Stato di Hezbollah finisce qui, nel Sud del Libano, nel territorio di questo piccolo comune sciita. Lungo le dolci colline pietrose che scivolano verso la stradina di terra e i reticolati in basso. Quella stradina è il confine di Israele. Le serre e i campi dal disegno elegante, coltivati con ordine e dedizione dagli agricoltori israeliani di Avivim.
Sul cucuzzolo di questa collina di 911 metri c'è il "parco dell'Iran", un'area celebrativa finanziata da Teheran per ricordare le guerre contro Israele. Da qualche parte, tutto intorno, ci saranno i sensori di rilevamento e magari anche le armi pronte ad essere utilizzate in una nuova guerra con Israele. Così come a distanza si vedono le postazioni e le torri di comunicazione dell'esercito israeliano.
Da questa parte del confine, quella di Hezbollah, non ci sono però soltanto armi e miliziani armati. C'è un'organizzazione classificata terroristica da Stati Uniti e da molti altri governi, che parallelamente offre mille servizi ai suoi cittadini: il governo dei comuni, la sanità, la polizia, i vigili del fuoco. Il primo segnale è la sanità. A Bint Jbail, il capoluogo della contea, 14 mila cittadini e due ospedali: quello dello Stato libanese, e quello della "El Haya Sohia Islamyia", l'Organizzazione sanitaria islamica, la Ong medica di Hezbollah. L'ospedale è dedicato a "Salah Ghandour", c'è il suo ritratto all'esterno: era un miliziano di Hezbollah che si fece esplodere contro un gruppo di soldati israeliani. Un "martire" come li chiamano loro.
Mohammed Suleiman, 50 anni è il direttore dell'ospedale: ha studiato a Mosca per 20 anni, da 12 mesi è il coordinatore. "Il nostro impegno principale? Lo vede da solo, come in tutto il Libano in questi mesi è stato il Coronavirus, siamo diventati un centro di coordinamento per la provincia, abbiamo creato un primo centro di cura per i contagiati, fuori dall'ospedale per non contaminare nessuno, e se serve siamo pronti ad aprirne altri 2".
Nell'ospedale di Hezbollah ci sono 2 sale operatorie, 42 letti, 3 di terapia intensiva. Ci lavorano a rotazione 90 medici, molti arrivano da Beirut: quasi tutti volontari, lavorano nel Sud come secondo impegno dopo quello nella capitale.
L'orgoglio dell'ospedale di Hezbollah è la macchina per la coronarografia e la sala operatoria per l'emodinamica, gestita dal dottor Hassan Skafi, il cardio-chirurgo: è l'unico centro in tutto il Sud, non c'è nulla del genere negli ospedali pubblici, con le offerte dei libanesi e i fondi degli iraniani, Hezbollah mantiene alto il suo livello di popolarità. Arrivando da Beirut, attraversando Tiro e Sidone e le campagne rigogliose (in Libano coltivano anche banane, i campi sono di un verde smeraldo fiammeggiante), abbiamo visto ovunque due segnali: le bandiere gialle, i poster con i volti dei "martiri" di Hezbollah.
E quelle verdi di Amal, l'altro movimento sciita, le foto del loro leader storico Nabih Berri, da 30 anni presidente del parlamento. Sono moltissime, insospettabile che Amal sia ancora così presente fra la popolazione. Ma uno scita che ci accompagna ammette chiaramente: "Con gli ospedali, con le scuole, con l'assistenza che fa anche grazie ai soldi che arrivano dall'Iran, Hezbollah sta mettendo da parte Amal, molto di più che con il suo stesso esercito e con la milizia".
Alla periferia di Beirut, nella sterminata area di Dahie, c'è un altro esempio dello "Stato" di Hezbollah. Questa è l'area bombardata con forza nel 2006 dagli israeliani perché nasconde i centri di comando militari di Hezbollah. Dahie è composta da 4 municipi: Gobeyri, Hadat, Hret Hreik e Borj al Barajneh. In quest'area immensa c'è di tutto, dall'aeroporto, ai campi profughi palestinesi di Chatila e di Borj. Hezbollah è in controllo totale, con Amal che fa da partito-ancella.
Il sindaco di Gobeyri si chiama Maan Mounri Khalial, 49 anni, laureato in informatica, eletto all'unanimità dal consiglio comunale di 21 consiglieri in cui Hezbollah ha la maggioranza assoluta. "Il 4 agosto quella enorme bomba al porto era tanto forte da sembrare molto più vicina. I pompieri hanno mandato subito delle motociclette per capire cosa fosse successo, e hanno scoperto che il disastro era al porto. Dalle 4 del mattino con 115 impiegati del comune eravamo tutti lì, abbiamo lavorato su turni fino al giorno 11 e adesso stiamo tentando di riprendere il lavoro bloccato qui da noi".
Hezbollah è un partito molto polarizzato nella vita politica libanese, per non parlare dello scontro con Israele: come governa un sindaco del gruppo? "I consiglieri con cui lavoro sono sostanzialmente espressione delle famiglie della città. Sono espressione di una comunità di 250 mila persone che chiede di essere amministrata, che chiede servizi. Io faccio questo, lavoro al meglio per i miei cittadini: il traffico, la polizia urbana, le strade da asfaltare, i campi profughi dei rifugiati palestinesi e anche siriani, i depuratori che non ci sono... non faccio politica a livello globale, amministro".
Un altro che "non fa politica" ma spegne incendi è Hussein Karim, 47 anni, il capo dei vigili del fuoco di tutta Dahie, naturalmente i pompieri di Hezbollah, perché ci sono anche quelli dello Stato libanese, molto più inefficienti. "Ho studiato da elettricista, poi da 27 anni sono diventato pompiere: con l'assenza dello Stato in questa parte della città abbiamo dovuto fare di tutto. Corsi di istruzione e aggiornamento, con istruttori da Francia e Gran Bretagna. Abbiamo comprato tutti i nostri camion dalla Iveco: il loro general manager per il Medio Oriente ha detto che l'allestimento che abbiamo chiesto è uno dei più razionali ed efficienti nella regione. Il 4 agosto? Siamo accorsi in forze: abbiamo mandato prima 2 motociclette-staffetta, lo facciamo sempre per capire dove sono gli incendi o magari le autobombe come quelle che faceva esplodere l'Isis". Sulla fiancata dei camion rosso-Ferrari c'è stilizzato il simbolo dei pompieri di Hezbollah. I pompieri, i medici, i sindaci di uno Stato che continua a crescere dentro lo stato libanese.
di Matteo Bortolon
Il Manifesto, 15 agosto 2020
Il Libano è in fiamme da mesi. L'esplosione del 4 agosto si concretizzerà come il propellente per una rivolta sociale ancora più incontrollabile? Le immagini impressionanti della deflagrazione a Beirut hanno dato una impressione plastica di quella che senza dubbio è una catastrofe orribile: non solo per i morti ed i feriti, ma per i problemi che si prefigurano nella distruzione di buona parte della città, lasciando centinaia di migliaia di persone senza casa e saturando rapidamente le strutture sanitarie. In un paese in cui, nel generale disinteresse, da mesi bolliva un fremito di ribellione che il Libano non vedeva da molti anni per via di problemi economici e sociali. Dal 17 ottobre 2019 una fiumana di manifestanti ha iniziato a mobilitarsi insistentemente per cacciare tutti i partiti ed il governo in carica.
Il contesto successivo al periodo di guerra civile, un quindicennio (1975-90) da cui è emerso un paese rigidamente definito dalla segmentazione etnico-confessionale (sunniti, sciiti, drusi, cristiani...) sul piano politico, vede una economia orientata alla priorità di servizi, banche e turismo e immobiliare, con settori agricolo e manifatturiero estremamente deboli. Se il PIL da una crescita di oltre il 10% di dieci anni fa è crollato vicino allo zero, il paese deve importare massicciamente dall'estero: il saldo fra esportazioni e import non solo è negativo da molti anni, ma supera il 25% del Pil, mentre il deficit del bilancio statale (saldo entrate e uscite) si attesta su dieci punti.
Una situazione catastrofica; c'è da stupirsi della impennata della disoccupazione balzata oltre il 40%? Il Libano si piazza al 4° posto nella graduatoria mondiale delle peggiori forniture di elettricità, collocazione plasticamente confermata da reportage che testimoniano ore ed ore di black-out giornaliero, spengendo i semafori e lasciando gli ospedali a secco, obbligando a ritardare interventi operatori se non a chiudere interi settori delle strutture. Negli ultimi anni l'arrivo dei profughi siriani (ben sopra il milione in un paese di soli 6 mln!) hanno messo a durissima prova la tenuta del paese.
L'oligarchia libanese al potere ha deciso di imprimere una svolta sostanziale con la dollarizzazione della valuta, congelata in cambi fissi in misura molto superiore ad altri paesi che declinano in maniera meno rigorosa la parità del cambio. L'aggancio ad una valuta forte è il biglietto da visita dell'inserimento dell'economia nazionale nel contesto finanziario globale, favorendo i capitali esteri che possono lucrare sui tassi di interesse senza timori di svalutazioni e ben accolta dai capitali domestici (per poter prendere a prestito a tassi che non incorporino il rischio-cambio).
Ciò se da un lato ha danneggiato i settori produttivi del paese portandolo al mostruoso deficit commerciale già menzionato, ha permesso uno sviluppo abnorme dei servizi bancari: 142 istituti, secondo la Commissione governativa, con attività finanziarie pari a quattro volte il Pil dell'intero paese. Per nutrire tale livello di effervescenza la Banca Centrale non solo ha lottato con le unghie e coi denti per tenere il cambio fisso della lira libanese col dollaro (stabilita nel 1997) ma ha garantito altissimi livelli di remunerazione del capitale grazie... ai nuovi depositi. Diversi analisi parlano di uno schema Ponzi favorito dall'attuale governatore dell'istituto.
Maggiori profitti, più incertezza e instabilità: questa ferrea regolarità dell'economia finanziarizzata trova una ulteriore conferma; con la guerra in Siria e una minor dinamica della finanza internazionale il sistema ha iniziato a vacillare, sboccando in un debito pubblico alto (152% sul Pil, ma altre stime sono più alte di anche venti punti!) e nell'annuncio per bocca del Primo Ministro il 9 marzo che il Libano non riuscirà a pagare la obbligazione in scadenza di 1,2 mld di dollari. Come finirà?
agensir.it, 14 agosto 2020
"Apprezziamo lo sforzo che lo Stato ha fatto negli scorsi mesi per decongestionare le carceri, anche attraverso il ricorso alle comunità esterne. Un impegno che ci stimola nell'affrontare sempre meglio l'emergenza sanitaria e ancor più quella educativa".
di Gianpaolo Catanzariti e Riccardo Polidoro*
Il Riformista, 14 agosto 2020
Come lo scorso anno, le Camere penali hanno aderito al "Ferragosto in carcere" promosso dai radicali. Ma stavolta sono state ammesse visite ispettive solo in 5 carceri su 198. Lo scorso anno l'Unione delle Camere Penali e il suo Osservatorio sul Carcere avevano partecipato con straordinario entusiasmo alla iniziativa "Ferragosto in carcere", promossa dal Partito Radicale.
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