di Angela Stella
Il Riformista, 11 agosto 2020
Perché Raffaele Cutolo è ancora ristretto al 41bis? È quanto si chiede il suo legale Gaetano Aufi ero che il 10 agosto ha inviato una istanza al ministro Bonafede per chiedere la revoca del regime di carcere duro. È venuta meno la capacità del condannato di mantenere collegamenti con qualsivoglia associazione criminale e/o di rivestire ruoli all'interno delle stesse.
Di conseguenza, non sussistono più i gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica giustificativi del mantenimento del regime detentivo speciale che, allo stato, in considerazione delle condizioni di salute del condannato, è inutilmente afflittivo. E perché, si chiede sempre il legale, il Tribunale di Sorveglianza di Roma dopo dieci mesi dal reclamo difensivo ancora non fissa l'udienza per stabilire se sussistano le condizioni per trattenere al 41bis Cutolo?
Il decreto di proroga del 41bis veniva emesso dal ministro della Giustizia l'11 settembre 2019; contro tale decisione il difensore ha proposto reclamo il 2 ottobre. Ebbene, ad oggi - ci dice Aufiero - a distanza di oltre 10 mesi dalla proposizione del reclamo e di 11 mesi dall'esecuzione del decreto, l'atto di impugnazione non è stato ancora fatto oggetto di discussione in quanto, nonostante l'inoltro di ben due solleciti, il Tribunale di Sorveglianza di Roma non ha ancora provveduto alla fissazione della relativa udienza, così di fatto impedendo al condannato l'esercizio del suo legittimo diritto all'impugnazione del gravoso provvedimento eseguito nei suoi confronti.
L'ordinamento penitenziario prevede, sia pure in termini meramente ordinatori, il termine di 10 giorni per la decisione del reclamo da parte del Tribunale di Sorveglianza, per non vanificare la portata dell'eventuale rimedio giurisdizionale che deve intervenire su un provvedimento avente la durata di due anni. Inoltre le condizioni di salute di Cutolo meritano maggiore attenzione, anche giudiziaria, e non consentono di aspettare tempo ulteriore.
Come vi abbiamo infatti raccontato qualche giorno fa, l'uomo è ancora ricoverato nell'ospedale di Parma per un quadro clinico compromesso sotto diversi punti di vista. Inoltre lo scorso 7 agosto sua moglie Immacolata Iacone è andata a trovarlo ma ha trovato davanti a sé una persona con la mente quasi completamente offuscata: ha confuso la donna con la propria cognata, moglie di suo fratello, deceduta 8 anni fa; ha affermato di aver sposato la propria moglie ad Ottaviano, laddove invece le nozze furono celebrate presso il Carcere dell'Asinara; non ricordava che il fratello di sua moglie fosse stato ucciso.
Tali evidenti vuoti di memoria e disordini mentali rappresentano, secondo il legale e secondo il Primario del reparto dove Cutolo è ricoverato, sintomi inconfutabili di demenza senile. Pertanto in una seconda istanza, sempre del 10 agosto, l'avvocato Aufiero torna a chiedere una perizia medico legale sul suo assistito e il differimento della pena per motivi di salute.
Si vuole lasciar morire Cutolo al 41bis? Ci si vuole accanire contro di lui come avvenuto con Provenzano? Il dubbio viene se la moglie racconta che durante il suo colloquio in ospedale non ha potuto toccare il marito allettato perché tra di loro sono state frapposte delle sedie ad impedire alcun contatto.
di Bruno Mellano
atnews.it, 11 agosto 2020
Martedì 4 agosto nel corso di una relazione straordinaria all'Assemblea del Consiglio regionale ho potuto richiamare l'attenzione della Regione Piemonte su alcune situazioni urgenti, meritevoli di approfondimento ma soprattutto di una iniziativa politica ed amministrativa.
La perdurante "non corrispondenza" dei posti di detenzione con il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane si riverbera anche sulle 13 carceri per adulti del Piemonte.
I dati nazionali che, prima dell'inizio della pandemia avevamo raggiunto i 61 mila detenuti, per una capienza ordinaria che era, sulla carta, di 51 mila posti, ma che, sfrondata dei posti non disponibili per ragioni temporanee, scendeva a 47 mila, quindi con una differenza di ben 14 mila posti a livello italiano.
Il 29 febbraio nelle carceri piemontesi vi erano collocati 4.553 detenuti, pari ad un tasso del 121% di sovraffollamento, essendo i posti realmente disponibili - secondo il calcolo fatto dal mio Ufficio - appena 3.783, sottraendo alla capienza i posti non disponibili per ragioni temporanee: si tratta quindi un 770 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari.
Pur avendo registrato nelle settimane dell'emergenza Covid una diminuzione dei detenuti presenti nelle carceri piemontesi, il 2 agosto erano comunque presenti 4.202 detenuti e l'Amministrazione penitenziaria ha dichiarato che, nelle 13 carceri del Piemonte, al 3 agosto 248 camere di pernottamento non erano utilizzabili per motivi temporanei legati a lavori di ristrutturazione ordinaria o straordinaria da effettuare, e che a queste celle non utilizzabili corrispondevano ben 510 posti non disponibili, pari alla capienza di un carcere medio-grande.
Le iniziative annunciate anche dagli ultimi Governi hanno rilanciato un piano di interventi sull'edilizia penitenziaria che toccherà anche la Regione Piemonte: è prevista la costruzione di un nuovo padiglione detentivo nell'ambito del carcere di Asti e la trasformazione in struttura penitenziaria di un'ex caserma abbandonata a Casale Monferrato.
Dal gennaio 2016 risulta però da recuperare al pieno utilizzo il carcere di Alba, dove è ancora al punto di partenza un restauro legato al rifacimento dell'impianto idraulico per l'acqua potabile e per il riscaldamento a 5 anni dalla chiusura per epidemia da legionellosi: al momento non si hanno ancora notizie certe nemmeno sull'avviso pubblico per indire la gara d'appalto volta ad assegnare i lavori. Al 3 agosto ad Alba erano 91 camere soggette a lavori e ben 196 posti temporaneamente non disponibili.
Nella Casa Circondariale di Cuneo l'intero padiglione "ex-Giudiziario" è in attesa, da oltre 10 anni, della conclusione di un piano di recupero, ma anche metà del padiglione "Cerialdo" - che ospita il regime del 41bis - attende da anni il suo completo ripristino che ne permetta il riutilizzo funzionale. Al 3 agosto a Cuneo erano 98 camere non utilizzabili e ben 192 posti che risultano temporaneamente non disponibili. Un carcere come quello di Cuneo mezzo vuoto, nonostante sia il più vicino ad un presidio sanitario di livello e che, invece, avrebbe la vocazione per essere il più importante fra i presidi penitenziari piemontesi legati alla sanità.
Negli Istituti riunioni di Alessandria erano le 2 camere non utilizzabili per 10 posti alla Casa Circondariale don Soria e altre 28 camere per 55 posti alla Casa di Reclusione San Michele temporaneamente non disponibili. Nell'istituto di Biella da circa 5 anni è stata attivata una "Casa-Lavoro" per gli internati dopo la fine della pena detentiva e per il loro graduale reinserimento, trattandosi di persone sulle quali c'è ancora una valutazione di pericolosità sociale, ma la collocazione della struttura in una sezione della Casa Circondariale, cioè in un pezzo di carcere dove non c'è né la casa, né il lavoro, ma tantissime difficoltà gestionali e nessuna prospettiva concreta, pone seri dubbi sulla legittimità della situazione in uno dei carceri grandi e problematici del Piemonte. Da anni si è indicata a Roma la soluzione: i 50 posti oggi a Biella saranno suddivisi su Alba ed Alessandria, ma i lavori di manutenzione straordinaria sui due ambiti specifici non sono ancora neanche partiti.
A Vercelli, dopo un balletto burocratico-surreale, si sono confermati i fondi per gli interventi strutturali sul quinto piano del carcere, in una chiave di trattamento e di progettualità scolastico-formative, ma ora si tratta di far partire effettivamente i progetti di recupero. A Verbania invece i fondi per riadattare per l'uso un cortile interno al carcere sono ancora una volta sfumati: ora la ripresentazione di una specifica richiesta alla Cassa delle Ammende è la premessa per la ripartenza del countdown, sperando sia lo volta buona.
Alcune scelte, come quella di un costruire un nuovo padiglione penitenziario ad Asti o la trasformazione di una ex-caserma in struttura penitenziaria a Casale Monferrato oltre al fatto che sarebbe quanto mai opportuna una condivisione, almeno a livello di informativa, con gli enti territoriali, non sembrano essere di imminente realizzazione, mentre il recupero dei soli posti temporaneamente non disponibili ad Alba e a Cuneo corrisponderebbe alla capienza di due padiglioni dell'ultima generazione dell'edilizia penitenziaria.
Non si può, dunque, lasciar passare quest'estate per molti aspetti straordinaria senza avere almeno una prospettiva abbozzata per la risoluzione - in tempi ragionevoli - delle urgenze strutturali delle carceri piemontesi. Poi parleremo anche del trattamento e dell'efficacia dell'esecuzione penale in carcere, ma intanto rendiamo gli spazi più adeguati alle richieste di distanziamento sociale che la pandemia impone.
demospiemonte.it, 11 agosto 2020
"Al di là della diffusa consapevolezza delle responsabilità e delle difficoltà di gestione dell'Amministrazione Penitenziaria, credo sia doveroso che la Regione Piemonte, con gli Enti locali territoriali, rinnovi l'attenzione sul ruolo che essi hanno per la sanità, il lavoro, la formazione e le politiche sociali all'interno del carcere": è quanto sostiene DemoS-Piemonte attraverso una nota del Coordinamento Regionale. "Sarebbe davvero ingiustificato lasciare da sola l'Amministrazione Penitenziaria a gestire con grande difficoltà momenti di crisi, di sovraffollamento, di pandemia, di violenze tra detenuti e tra agenti e detenuti" aggiunge Democrazia Solidale.
Riferendo sull'emergenza Covid - in base ai dati diffusi dal Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano - dei circa 300 detenuti riscontrati positivi al Covid-19 nelle 190 carceri italiane, più di un terzo, oltre 110, sono stati riscontrati nelle 13 carceri del Piemonte tra Torino, Saluzzo e la Casa Circondariale Don Soria di Alessandria.
Nello stesso periodo anche operatori di Polizia Penitenziaria, collaboratori amministrativi ed educatori dell'Amministrazione sono risultati positivi e si è registrato un morto fra i medici dell'assistenza penitenziaria piemontese. Tra le maggiori criticità, sottolinea DemoS, permangono quelle legate al sovraffollamento: al 3 agosto nelle tredici carceri per adulti del Piemonte erano presenti 4.202 detenuti su una capienza effettiva di 3.783 posti, con un sovraffollamento pari al 111%. La situazione è ancora più grave se si considera che, per il mancato recupero e restauro degli ambienti, le carceri piemontesi potrebbero disporre complessivamente di ben 510 posti in più.
In particolare DemoS si sul trattamento dei detenuti malati psichici e sull'assenza nei reparti femminili della parte dedicata agli studi universitari: "ma più in generale è necessario fare di più sul trattamento sanitario". Per DemoS "la soluzione al sovraffollamento non è tanto costruire nuove carceri quanto utilizzare le misure alternative già esistenti, lasciando il carcere come extrema ratio".
di Claudia Osmetti
Libero, 11 agosto 2020
Le norme prevedono che, oltre i tre anni, i piccoli e le loro madri vengano messi in strutture a custodia attenuata. Quattro giorni in isolamento in un carcere bolognese, assieme alla mamma detenuta, e solo perché il sistema giustizia, checché ne dicano lor signori dalle manette facili, è un colabrodo. Spiegateglielo a questa bambina di quattro anni che di colpe non ne ha e figuriamoci di segnalazioni sulla fedina penale, spiegateglielo che dietro le sbarre, lei, non ci doveva proprio essere. Che è andata così e basta, che la causa di tutto è il coronavirus, che la rete che doveva proteggerla non c'era. Casa circondariale La Dozza, periferia nord-est della rossa Bologna.
Lunedì scorso arriva una donna straniera. Cos'abbia commesso per finire al fresco non si sa, non importa nemmeno: non cambia di una virgola quanto successo. Al suo fianco c'è una bimba, ha solo quattro anni. Forse la tiene per mano, forse ce l'ha in braccio. Varcano assieme i cancelli e già c'è da rabbrividire. Però questo è un periodo particolare un po' per tutti. L'emergenza sanitaria, la pandemia mondiale, il Covid-19: anche nei penitenziari (giustamente) si sono alzate le norme di prevenzione al contagio.
Per la donna e la sua bambina significa che non possono dormire in una cella comune. Assegnazione letti in camerata, nisba. Non possono avere contatti con le altre ospiti della struttura. Sono in isolamento totale. In quarantena preventiva. Al massimo hanno a disposizione un'ora d'aria al giorno, da sole, lontano da tutti. Fa pure caldo, è quasi Ferragosto, c'è un'afa che strozza. Loro passano quattro lunghi giorni in queste condizioni e, signori, non è facile per nessuno. Ma per una bambina che dovrebbe saltare e giocare e ridere con i suoi amichetti è anche peggio. Che vita è? Che responsabilità ha?
Viene "liberata" giovedì, dopo che si celebra l'udienza di convalida per il processo della madre. Ma nel frattempo la frittata. Un frugoletto da asilo per l'infanzia messo in isolamento come un pericoloso criminale.
Chi glieli restituisce, adesso, quei quattro giorni? Le norme penitenziarie parlano chiare: i bimbi possono stare in carcere al seguito delle loro madri solo fino al compimento del terzo anni di età, dopodiché sono previsti gli Istituti a custodia attenuata per le mamme detenute (al secolo gli Icam) o le case famiglia. In sostanza, nell'isolamento della piccola, non c'è niente che quadra. Primo, lei in carcere non ci doveva manco mettere piede. Secondo, gli Icam che avrebbero risolto la sua situazione sono le mosche bianche del sistema carcerario: a trovarne uno. "In Emilia Romagna non è presente alcuna delle strutture individuate dalla legge", spiega al quotidiano Il Dubbio il garante regionale Marcello Marighelli. La disposizione c'è, insomma, per salvarsi la faccia (e magari pure la coscienza), ma la sua attuazione pratica è alquanto labile. In compenso le madri detenute non sono così rare: su un totale di 2.248 donne imprigionate al 31 luglio passato (dati AgenPress) quelle con la prole al seguito sono 31, 15 straniere e 16 italiane. I bimbi senza libertà (è brutto ma è così) sono 33.
Trentatré ragazzini che stanno "pagando" gli sbagli dei loro genitori. Se è giustizia questa. Otto sono a Torino, sei a Rebibbia, sette a Lauro. "I numeri sono altalenanti, purtroppo una mappatura è molto difficile perché spesso queste donne restano negli istituti penitenziari per poco tempo", racconta Alessio Scandurra, coordinatore dell'osservatorio Antigone, l'associazione che monitora il mondo carcerario. "La legge che consente a madre e bambino di stare assieme è stata pensata per non spezzare questo legame affettivo, ed è una buona legge perché pensa a delle soluzioni alternative rispetto alla detenzione. Purtroppo, però, finisce col portare alcuni bambini in carcere". Secondo Scandurra gli inghippi sono due: da una parte mancano le strutture accreditate (di case famiglia ce ne sono solo due in tutto il Paese, di Icam cinque), dall'altro "alcune realtà deficitano del network di assistenza, che è quella rete che si attiva quando un bambino ha bisogno per trovare una sistemazione fuori dalle celle".
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 11 agosto 2020
"Salvatore era troppo debole. Non è riuscito a resistere alle botte. Forse ha preso qualcosa. Solo Dio lo sa". Due detenuti raccontano le ultime ore di vita di Salvatore "Sasà" Cuono Piscitelli, il quarantenne fragile morto ad Ascoli Piceno dopo le rivolte che a marzo hanno devastato decine di carceri.
E' la loro verità, affidata a due lettere, in attesa che qualcuno li convochi (le due procure competenti o l'avvocata della nipote di Sasà) e vada a cercare riscontri oggettivi o smentite. L'uomo era rinchiuso nella casa di reclusione di Modena, messa a ferro e fuoco, saccheggiata, devastata. Con altri 40 carcerati è stato caricato su un autobus diretto nella città marchigiana. Qualche ora dopo è morto. Anche per lui - come per gli altri 12 deceduti - le autorità carcerarie parlano di overdose di metadone e psicofarmaci. Ma le accuse dei due compagni di galera e di viaggio ora rilanciano pesanti interrogativi. E' vero o no che tutti i reclusi dell'istituto modenese sono stati sottoposti a visita medica prima di essere trasferiti in altri penitenziari? Dal carcere e da Roma dicono di sì. Dal fronte dei detenuti arriva invece un no. Per i familiari di Sasà il dubbio è atroce: una diagnosi tempestiva e la somministrazione di un farmaco salvavita avrebbero evitato che lui morisse? E gli altri?
A Modena, l'8 marzo, il carcere viene espugnato da decine di detenuti. La situazione è faticosamente riportata sotto controllo. Sono ore ad altissima tensione, seguite da fasi concitate. "A me dispiace molto per quello che è successo - dice la lettera del primo recluso, da depurare da errori di grammatica e ortografia. Io non centravo niente. Ho avuto paura.... Ci hanno messo in una saletta dove non c'erano le telecamere. Amatavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni... A me e a una altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole". Una controparte dell'istituto semidistrutto -continua - "quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola. Ha detto che non picchiava nessuno. Poi non l'ha mantenuta". I pestaggi - sempre stando al detenuto, terrorizzato dalla paura di subire ritorsioni, sostiene - sarebbero cominciati dentro e continuati durante il viaggio verso Ascoli Piceno e una volta giunti a destinazione. Sasà - scrive ancora il testimone - "era troppo debole, forse ha preso qualcosa". E' stato "trascinato" fino a una cella e "buttato dentro come un sacco di patate". L'infermiere di turno "non ti lasciava parlare con nessuno". E "anche qua - prosegue - veniva la squadra. Comi aprivi la bocca per chiedere qualcosa, prendevi delle botte. Venivano a picchiare con il passamontagna, per non farsi riconoscere".
Anche il secondo detenuto-testimone parla della fine di Sasà, in un italiano stentato, ma non per questo meno esplicito. Lui e Salvatore hanno viaggiato da Modena a Ascoli a bordo dello stesso bus. Il compagno "era malissimo" e "anche lo hanno picchiato" sul pullman. All'arrivo "lui non riusciva a camminare... era nella cella 52, nessuno lo ha aiutato".
Ma come è stato possibile? Come mai non ci si è accorti per tempo dei reclusi in condizioni fisiche critiche? La direttrice pro tempore del carcere Modena, Maria Martone, in un'intervista aveva garantito: "Prima di essere trasferiti, tutti i detenuti erano stati visitati presso il presidio sanitario allestito nel piazzale".
Il rappresentante del governo, il sottosegretario all'istruzione Giuseppe De Cristoforo, aveva dato la stessa rassicurazione replicando all'unica interpellanza urgente presentata per chiedere notizie e verità sui 13 reclusi morti prima e dopo le rivolte (cinque nel penitenziario emiliano, altri tre durante o dopo il trasporto verso altri istituti, uno dalla Dozza di Bologna, tre nel penitenziario di Rieti): "Da quanto emerge dalla relazione del personale sanitario della casa circondariale di Modena - parole sue - i detenuti, prima del trasferimento, sono stati sottoposti a controllo medico da parte del personale sanitario del carcere o dei medici del 118".
Però pure dalla denuncia del secondo detenuto testimone, rispetto alla verifica delle condizioni fisiche di sfollati e trasportati, emerge un quadro diverso. A una domanda specifica risponde che no, non tutti i carcerati sono stati sottoposti a visita medica prima della partenza per altri istituti, come invece sarebbe stato d'obbligo. Non solo. Neppure tutte le donne detenute - entrate a contatto con gli uomini del reparto riservato ai lavoratori esterni - sarebbero state visitate prima del trasloco forzato da Modena. La donna interpellata dal magazine Carte Bollate, dettagliata nel raccontare quelle drammatiche ore, non fa il minimo cenno a controlli medici.
Fonti carcerarie intanto smentiscono decisamente pestaggi e abusi. Confermano le visite mediche, "fatte a tutti, magari in modo diverso dal solito e per questo non percepite come tali dai detenuti". Ricordano la drammaticità della situazione e l'urgenza di provvedere ai trasferimenti da Modena, iniziati "quando ancora non era stato accertato quel che era successo all'interno e in particolare la sottrazione di metadone e psicofarmaci dalla cassaforte"
E chiedono di soppesare e filtrare le denunce dei detenuti: "Coloro che hanno partecipato alle rivolte e ai saccheggi sono finiti sotto inchiesta e potrebbero avere interesse a spostare l'attenzione su altro, per sminuire le proprie responsabilità. I primi trasferiti sono le persone più coinvolte nei disordini. L'istituto era devastato, inagibile. Abbiamo dovuto muoverci in fretta, dopo aver temuto un bilancio ancora più pesante, per la furia e le violenze del gruppo di detenuti più aggressivi e pronti a tutto".
Un documento ufficiale sembra però smontare queste indicazioni ufficiose, le rassicurazioni della direttrice Martone e anche l'intervento del sottosegretario De Cristofaro. L'allora capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, nell'informativa integrativa girata il 23 marzo alla presidenza della Camera scrive, a proposito della fase post rivolta di Modena: "Le singole formazioni (di agenti della polpenitenziaria, ndr) riuscivano a fiaccare la resistenza aggressiva e violenta dei ribelli, immobilizzare i più facinorosi, condurli all'esterno e a collocarli immediatamente sui mezzi di trasporto preventivamente predisposti". Non si fa alcun cenno a visite mediche o a controlli sanitari. Zero.
Sulle ultime ore di vita di Salvatore c'è qualche precisazione, ufficiosa, sempre da fonti interne. Sasà e i compagni di viaggio "sono giunti nel carcere di Ascoli nella notte tra l'8 e 9 marzo, alle 2.30, mentre a Modena si accertava il maxi furto di sostanze, non noto all'ora della partenza di lui e del suo gruppo. All'ingresso, visitato dal medico di turno, l'uomo non presentava sintomi da intossicazione da farmaci e oppioidi e non aveva segni di botte né lesioni esterne.
Nemmeno gli altri detenuti avevano ferite o tracce di pestaggi. Nessuno è stato picchiato, né nel penitenziario modenese né in quello marchigiano. Alle 13.30 del giorno 9 - sempre stando alle ricostruzioni ufficiose - il personale lo ha portato nell'infermeria del carcere, perché stava male. Alle 15, peggiorato, è stato trasferito in ospedale. Alle 17.30 purtroppo è stato constatato il decesso".
Chi mente e chi dice il vero? I numeri potrebbero aiutare a inquadrare gli aspetti sanitari della questione, tutt'altro che secondari. Dopo le devastazioni, dopo il furto di metadone e psicofarmaci, cinque detenuti sono morti all'interno del carcere di Modena. Per alcuni, un gruppo relativamente ristretto, è stato disposto il ricovero in ospedale. Per centinaia di altri (nell'ordine di 400-450) si è reso necessario il trasferimento in istituti sicuri, non danneggiati.
I medici presenti avevano l'onere e il dovere di visitare tutti gli "sfollati". Ma quanti dottori sono stati attivati e in quale arco temporale?". La dottoressa di turno interno l'8 marzo, Maria Manfredonia, era scossa (e a distanza di tempo sceglie di non dire nulla) perché ha vissuto un drammatico pomeriggio. Ha visitato lo stesso? Oltre al responsabile dei servizi sanitari - Stefano Petrella, come la collega rimasto per un po' bloccato all'interno dell'istituto e poi rilasciato - secondo un lancio d'Ansa il 9 marzo erano operativi due medici del "servizio territoriale dell'emergenza" (il 118) e un coordinatore, tre infermieri di supporto alla squadra.
Nei tendoni allestiti nel piazzale si alternavano anche addetti della Croce rossa e della Protezione civile, un contingente non meglio precisato. Quanti detenuti ha visitato ciascun medico? Quanti minuti ha potuto dedicare a ogni recluso, per accertarsi che stesse bene e fosse nelle condizioni di viaggiare? Chi ha firmato il nulla osta sanitario per il trasferimento in un altro carcere di Sasà e dei tre compagni che non ce l'hanno fatta? I medici o la direzione hanno provveduto a caricare farmaci salvavita sui mezzi di trasporto usati per le traduzioni? Se no, perché?
Le risposte dovrebbe già conoscerle da mesi l'assessore regionale emiliano alle Politiche per la salute Raffaele Donini, travolto dall'emergenza Covid, oberato dalle incombenze legate alla pandemia e su questi morti defilato, zitto. Eppure è lui ad avere la competenza sulla sanità penitenziaria, sulla medicina d'emergenza e sul trattamento delle tossicodipendenze, controlli compresi e con tutte le implicazioni del caso.
Interpellato telefonicamente e per email, a inizio luglio, ha ammesso candidamente: "So poco, non molto di più di quello che ho letto sui giornali". Per dare chiarimenti sui "suoi" detenuti di Modena e Bologna morti a inizio marzo - dieci "eventi critici" degni di approfondimenti e valutazioni, al di là della particolarità della situazione - ha delegato lo staff. Dopo più di quattro settimane, e una serie di solleciti, non è ancora arrivata alcuna informazione.
Dopo quasi 5 mesi dai decessi l'Ausl di Modena manda una (non) risposta, generica, vaga: "L'attività del Servizio di medicina penitenziaria, espletata presso il presidio interno alla casa circondariale Modena "Sant'Anna", ha come obiettivo la tutela della salute dei detenuti, attraverso l'offerta di assistenza sanitaria H24 e di programmi specifici di prevenzione e cura. I medici del Servizio assicurano dunque l'assistenza primaria ai detenuti, relazionandosi con gli specialisti in caso di necessità, e operando secondo le procedure indicate dai protocolli sanitari, regionali e ministeriali, in particolare per quanto riguarda la gestione delle terapie, lo svolgimento di visite mediche, il rilascio del nulla osta sanitario per ogni uscita o trasferimento dalla casa circondariale, la conservazione in sicurezza del metadone.
I fatti che sono accaduti al "Sant'Anna" sono gravi, perché è grave quando persone perdono la vita in circostanze che sono ancora da chiarire. E per questo c'è una indagine giudiziaria in corso, che va rispettata in attesa di conoscerne l'esito. Ed è evidente che prima di allora, nessun commento nel merito potrà essere formulato.". L'Ausl di Bologna non si palesa, nemmeno per dire cose scontate e sganciate dai fatti concreti, come fa l'azienda gemella.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 11 agosto 2020
In un due lettere, di cui l'Agi è in possesso, danno la loro versione, negata dalla Polizia penitenziaria. Al di là delle presunte violenze, sono tanti i dubbi su come siano morte 13 persone, di cui 9 a Modena, 1 a Bologna e 3 a Rieti. Alcuni, come Salvatore Piscitelli, decedute nel trasferimento da un carcere all'altro.
L'8 e il 9 marzo, mentre gli italiani iniziano la fase più dura della pandemia chiudendosi in casa, una settantina di carceri da nord a sud viene attraversata dalle violente proteste dei detenuti innescate dal divieto di colloquio coi familiari per evitare che il contagio dilaghi tra le mura. Nella bolgia degli istituti incendiati e devastati perdono la vita 13 persone, nove nel carcere di Modena di cui quattro durante il trasporto da qui ad altri istituti, uno alla 'Dozza' di Bologna e tre nella prigione di Rieti. La maggior parte di loro sono giovani e tossicodipendenti che stavano scontando condanne per reati legati alla droga, stipati in celle di pochi metri.
Dai primi riscontri emerge che il loro decesso sarebbe dovuto all'ingestione di metadone e psicofarmaci saccheggiati dalle infermerie. È questa l'ipotesi su cui si concentrano le indagini per 'omicidio colposo' e 'morte in conseguenza di altro reato' delle procure che hanno disposto gli esami tossicologici i cui primi esiti confermano l'assunzione delle sostanze, letali se prese in grande quantità. Ma gli avvocati dei morti, che portano avanti le istanze delle famiglie, le associazioni attive nel mondo delle carceri e alcuni testimoni ritengono che non basti l'overdose a spiegare quanto accaduto.
I testimoni, "spogliati e picchiati, il nostro amico morto non è stato curato" - In particolare, due detenuti denunciano di avere subito "abusi" nel carcere di Modena e che le persone decedute nel trasporto verso altri penitenziari subito dopo la rivolta non sarebbero state visitate dai medici prima di essere trasferite altrove, nonostante stessero male. E' una scenario, tutto da verificare e nell'ambito di una vicenda che apre molti altri interrogativi, raccontato in due lettere, di cui l'AGI è in possesso, firmate dai compagni di viaggio di Salvatore 'Sasà' Piscitelli, uno dei 13 morti, secondo i primi riscontri, a causa dell'abbuffata di medicinali.
Entrambe le persone che riferiscono di essere state vittime di violenze gratuite hanno viaggiato da Modena ad Ascoli assieme a Piscitelli, il quarantenne per il quale i suoi compagni di teatro di Bollate, dove era recluso prima di Modena, avevano chiesto in una lettera resa pubblica a giugno di sapere la "verità" sulla sua scomparsa. Preferiscono restare anonime "per timore di ritorsioni".
E' domenica 8 marzo quando inizia a ribollire il carcere di Modena coi detenuti che protestano anche per le restrizioni ai colloqui coi familiari. "A me dispiace molto per quello che è successo - è scritto nella prima delle due lettere - Io non c'entravo niente. Ho avuto paura...Ci hanno messo in una saletta dove non c'erano le telecamere. Amatavano (ammazzavano?, ndr) la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un'altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole. Un rappresentante delle forze dell'ordine, quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola che non picchiava nessuno. Poi non l'ha mantenuta".
I pestaggi, stando a questa testimonianza, sarebbero proseguiti durante il viaggio verso Ascoli dove "Sasà è stato trascinato fino alla sua cella e "buttato dentro come un sacco di patate. Era debole, forse aveva preso qualcosa". "E anche qua - dice - veniva la squadra. Come aprivi bocca per chiedere qualcosa, prendevi delle botte. Ci mettevano con la faccia al muro. Venivano a picchiare col passamontagna, per non far riconoscere le facce". Il secondo detenuto conferma che "Sasà stava malissimo e sul bus lo hanno picchiato, quando è arrivato non riusciva a camminare. Era nella cella 52, ho visto che nessuno lo ha aiutato". Sostiene inoltre che nessuno dei compagni di viaggio sia stato visitato dai medici, come sarebbe stato obbligatorio per il 'nulla osta' per il trasferimento.
La Polizia penitenziaria, nessuna violenza gratuita, situazione era devastante
La parte del racconto sui pestaggi viene negata da Gennarino De Fazio, segretario nazionale Uilpa della polizia penitenziaria, che invita a riflettere invece su altre possibili mancanze nella gestione della protesta. "Mi sento di escludere che ci sia stata violenza senza motivo. Parliamo di un istituto penitenziario incendiato e devastato, sono stati divelti cancelli e tentata un'evasione di massa.
Immagino ci siano state delle perquisizioni accurate perché alcuni avevano armi rudimentali od oggetti da taglio e che quindi si sia dovuto ricorrere anche al denudamento di qualche detenuto. Teniamo presente che parliamo di un carcere col 152% di sovraffollamento, la capienza regolamentare è di 369 detenuti, ce n'erano 560 in quel momento. Solo questa segna il livello di accuratezza della gestione all'interno del penitenziario. In quel contesto, se c'è stata violenza la possiamo definire 'legittima' perché serviva per ripristinare l'ordine, evitare evasioni ed eventuali soprusi di detenuti sui loro compagni".
De Fazio sottolinea altri aspetti della vicenda: "Il fatto che i detenuti siano arrivati così facilmente alle infermerie degli istituti e si siano approvvigionati di metadone con così tanta facilità dimostra che qualcosa è mancato. Si aveva l'obbligo di rendere più sicure le infermerie? Non impedire la commissione di un reato, per il nostro codice penale, equivale a cagionarlo. Non è possibile che siano morte in questo modo 13 persone". "Segnaleremo queste testimonianze alla magistratura - dice la direttrice del carcere di Modena, Maria Martone - è giusto che si accerti quello che è successo, non abbiamo nulla da nascondere".
Gli avvocati delle famiglie: troppo facile l'accesso all'infermeria - Sui fatti di Modena la Procura ha aperto un'inchiesta complicata dalla morte improvvisa, l'11 luglio scorso, del procuratore capo Paolo Giovagnoli. Alcune famiglie dei reclusi hanno deciso di affidarsi ai legali che già assistevano i loro congiunti in questa indagine.
Luca Sebastiani, avvocato di Hafedh Chouchane, racconta la difficoltà a comunicare il decesso ai parenti del suo assistito: "Se non fosse stato per me, la sua famiglia tunisina, mamma e fratelli, non avrebbe saputo della sua morte. Ho impiegato diversi giorni a rintracciarli attraverso il consolato. La sua morte mi ha sconvolto, era un ragazzo di 36 anni, sempre sorridente, ne ho un bel ricordo. Avrebbe beneficiato a breve della liberazione anticipata, avevo appena depositato l'istanza. Nel giro di un paio di settimane sarebbe uscito, pensava al futuro, a un lavoro. Non aveva un'indole violenta, mi è sembrato strano sia finito in episodi turbolenti".
Tommaso Creola, legale di Artur Luzy, moldavo di 31 anni, in carcere per rapina, spiega di avere aiutato i familiari a recuperare la salma del giovane: "Non so se siano state commesse delle negligenze nella gestione della rivolta, a Modena di solito lavorano bene, era una situazione molto particolare. La magistratura darà delle risposte".
Lorenzo Bergomi, legale di Ahmali Arial, marocchino di 36 anni, riferisce "di avere avuto un contatto coi familiari interessati al recupero della salma, poi più nulla". Afferma "che a molti che si dice abbiano partecipato alla rivolta ora vengono negati i benefici, anche se non sono indagati e non hanno procedimenti disciplinari in corso.
Uno di loro è stato riportato in carcere mentre stava scontando la pena ai domiciliari per il sospetto che abbia partecipato perché nella sua cella con altre 3 persone è stato trovato un coltello rudimentale e si trovava nella zona dove hanno sfondato il cancello. 'Lo abbiamo fatto perché bruciava tutto', mi ha assicurato, negando che il coltello fosse suo.".
L'informativa in Parlamento non fa cenno alle cure mediche - Un aspetto da chiarire è quello delle visite mediche. In un'informativa inviata al Parlamento, Franco Basentini, all'epoca capo del Dipartimento amministrazione giustizia, scrive che gli I agenti "riuscivano a fiaccare la resistenza aggressiva e violenta dei ribelli, immobilizzare i più facinorosi, condurli all'esterno e collocarli immediatamente sui mezzi di trasporto preventivamente predisposti".
Non si fa cenno in questo passaggio ad alcuna visita medica. I familiari di Piscitelli, in particolare una giovane nipote che ha chiesto ai pm tramite l'avvocato Antonella Calcaterra di sapere come abbia perso lo zio, pensano che forse si sarebbe potuto salvare se fosse stato visitato prima di essere portato nelle Marche. Non è chiaro nemmeno dove sia morto: fonti interne al carcere affermano che sia spento nell'ospedale di Ascoli, al cui ingresso non avrebbe presentato segni di intossicazione né lesioni compatibili con violenze, a differenza del detenuto che parla di un decesso in cella preceduto da un forte malessere.
A Bologna la Procura chiede di archiviare - Nella protesta al carcere di Bologna del 9 e 10 marzo è morta una persona, Kedri Haitem, 29 anni, tunisino. La Procura ha chiesto nei giorni scorsi l'archiviazione del fascicolo aperto a carico di ignoti con l'ipotesi di 'morte in conseguenza di altro reato'. Secondo il pm Manuela Cavallo, "la ricostruzione dei fatti più plausibile è che la persona deceduta, già destinataria di farmaci per il controllo dell'ansia e degli stati di agitazione, abbia assunto volontariamente sostanze prelevate abusivamente dalla farmacia del carcere due giorni prima durante la rivolta dei detenuti e che sia morto per overdose".
La sera del 10 marzo il ragazzo tunisino al compagno di cella confida che "durante la rivolta ha assunto farmaci", dice che è stanco e che vuole dormire e a lungo. Alle 12.40 altri detenuti entrano nella cella per parlargli. Il compagno prova a svegliarlo ma si accorge che non respira più. Solo a quel punto, secondo questo testimone, viene perquisita la cella e sotto il materasso del ragazzo morto vengono trovate 103 pasticche e 6 siringhe.
L'unica parte offesa nel procedimento, il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, ha chiesto copia degli atti e non ha ancora comunicato se farà opposizione all'archiviazione. Sulla ribellione di Bologna, l'Agi ha raccolto le parole di un uomo nel frattempo uscito di prigione e ospite di una comunità di recupero: "I detenuti albanesi - dice il testimone - hanno fatto partire tutto in modo strumentale, gli altri africani gli sono andati dietro distruggendo tutto e minacciando di morte chi non avesse partecipato. Altri si sono chiusi nelle celle sbarrandole coi letti, intanto alcuni hanno assalito l'infermeria prendendo tutto quello che c'era".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 agosto 2020
La drammatica missiva del detenuto sepolto vivo in un istituto di pena sardo dal 1983. Gli ritirano il computer che lo hanno aiutato con gli studi universitari, per accumulare un patrimonio culturale che lo ha fatto chiudere con il passato. Così come, tempo prima ha dovuto subire un torto riconosciuto in seguito dal magistrato di sorveglianza. In sostanza - dopo anni di 41bis - lui è da tempo in regime AS1, non ha la censura e quando ha fatto il piego di libri per spedire appunto i libri o i giornali, in maniera non corretta gli hanno applicato la procedura del pacco.
Quindi ispezione, magazzino e gli inevitabili tempi lungi. Ma il piego di libri è corrispondenza, non un pacco. Parliamo di Pasquale De Feo, nato in provincia di Salerno, il 27 gennaio 1961, recluso dal 20 agosto 1983 quando aveva appena 22 anni. Sta scontando la pena dell'ergastolo ostativo in un carcere della Sardegna, sepolto vivo fra sbarre e cemento. Ha scritto una lettera all'ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci che prontamente l'ha rigirata a Il Dubbio affinché il mondo esterno capisca quanto sia complicato vivere la quotidianità in carcere. Piccole cose, per noi insignificanti, ma che tra le quattro mura diventano fastidiosissime e creano angoscia.
"Io credo che la galera - spiega a Il Dubbio Carmelo Musumeci - così com'è, sia un'istituzione criminogena e oltre a farti perdere la libertà, la gestione della tua vita e spesso anche dei tuoi pensieri, ti spoglia della tua identità. Il carcere ti disinsegna a vivere.
Quasi sempre rappresenta uno strumento di straordinaria ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona umana: dietro la vuota retorica di risocializzazione, di rieducazione, si nasconde in realtà una vita non degna di essere vissuta". Carmelo continua a sostenere che, nella maggioranza dei casi, in carcere il Diritto e i diritti dei detenuti sono calpestati e la legge è solo un'arma del potere, ad uso e abuso di tante 'mele marce'. "In più di un quarto di secolo di prigione - continua Musumeci - ne ho viste di tutti i colori e adesso che per fortuna sono libero (o quasi) sono comunque informato tramite le lettere dei miei ex compagni e capisco che le cose, invece di migliorare, sono peggiorate".
Qui di seguito la lettera di Pasquale De Feo, direttamente dal carcere sardo di Massama, ad Oristano.
"Caro Carmelo, lo sai anche tu, le lettere che ricevi in carcere sono gocce di vita e in trentasette anni di carcere mi hanno aiutato a sentirmi ancora umano. Adesso in questo lager vogliono farmi accettare che la corrispondenza, sia in arrivo che in partenza, tramite le buste A4 e A5 devono essere considerati come pacchi postali. Come sai, la procedura per spedire o ricevere un pacco è diversa, costosa e complicata, sia per gli agenti che per i detenuti. Senza contare che le spedizioni postali "piego di libri" (contenente libri, riviste, carte processuali ecc.) si affrancano con euro 1,28 centesimi ed è un servizio delle poste per consentire alla cultura di avere più facile diffusione. Perché in questo carcere i detenuti non ne possono usufruire? Mi hanno ordinato di spedire e ricevere la corrispondenza "Piego di libri" come se fossero dei pacchi. Io mi sono rifiutato e ho inoltrato reclamo al Magistrato di sorveglianza. Il Magistrato di sorveglianza mi ha dato ragione. Dopo appena mezzora che mi avevano consegnato le buste, mi hanno fatto una perquisizione in cella e in un libro hanno trovato un cd regolarmente allegato, come capita in tanti libri, e con questa scusa mi hanno ritirato il computer.
Devi sapere che qui qualsiasi cosa arrivi da fuori passa sotto lo scanner (come quelli dell'aeroporto), se dentro una busta di corrispondenza risulta qualcosa che non è cartaceo, viene chiamato il recluso e gli dicono che bisogna aprire la busta perché c'è un oggetto non consentito. A tutti noi reclusi è capitato qualche volta, anche a me.
Lo scanner è computerizzato, pertanto tutto viene registrato nel suo hard disk. Basterebbe controllare il computer dello scanner, per appurare che l'addetto al servizio sapeva del cd del libro, ma ora l'hanno usato come pretesto per ritirarmi il computer. Ti puoi immaginare come mi sento. Il computer lo uso per i miei studi universitari, per cercare di alimentare la mia conoscenza, consentendomi con il patrimonio culturale accumulato di poter dare una svolta alla mia vita e chiudere con il passato".
di Antonio Mariozzi
Corriere della Sera, 11 agosto 2020
Firmato un protocollo di intesa tra Autostrade per l'Italia, il Comune di Cassino e il ministero della Giustizia volto a formare e reimpiegare una selezione di detenuti del penitenziario comunale nella riqualifica delle strade cittadine. Lo rende noto Autostrade per l'Italia, che metterà a disposizione, a titolo gratuito, le proprie maestranze per la formazione tecnica del personale e fornirà i materiali, i macchinari e le attrezzature necessarie allo svolgimento del lavoro.
Il percorso prevede una prima fase di formazione teorica in aula, dove verranno fornite nozioni di sicurezza sul lavoro e saranno introdotte le tecniche del mestiere. La seconda parte prevede invece un periodo di esercitazione su strada dove, sotto la guida delle maestranze di Aspi, i detenuti potranno mettere in pratica quanto appreso durante le sessioni in aula. Alla fine dei due mesi e mezzo di formazione sarà rilasciato un attestato professionale grazie al quale le squadre potranno svolgere i primi interventi su strada nell'area metropolitana della città, come pulizia delle caditoie, riparazione delle buche a caldo e manutenzione della segnaletica orizzontale.
Per l'intera durata della convenzione - che prevede un periodo di 12 mesi, estensibile per un altro anno - Autostrade per l'Italia metterà a disposizione il proprio know-how, i propri tecnici caposquadra, i macchinari, i dispositivi di protezione individuale, le attrezzature e i materiali, mentre i cantieri saranno sotto la supervisione del Comune di Cassino. "Grazie a questo progetto - sottolinea Aspi nella nota - i detenuti impiegati avranno modo di rendersi utili alla comunità, di apprendere un nuovo mestiere e avere così l'opportunità concreta di un re-inserimento sociale".
cronacadiverona.com, 11 agosto 2020
Impresa Verde Srl, l'ente di formazione di Coldiretti, è stata accolta a Montorio. Lezione nel carcere di Montorio per una quindicina di imprenditori agricoli in procinto di aprire una fattoria sociale. Il gruppo, che sta frequentando il corso organizzato da Impresa Verde Verona srl, l'ente di formazione della Coldiretti provinciale, è stato accolto dalla direttrice Mariagrazia Bregoli per conoscere le attività agricole in essere nella casa circondariale e individuare lo sviluppo di possibili progetti di inserimento lavorativo dei detenuti.
"Oggi produrre in agricoltura non vuol dire soltanto portare il buon cibo sulle tavole degli italiani, ma rispondere a precise necessità della società in ambiti diversi. - precisa Chiara Recchia, responsabile Donne Impresa di Coldiretti Verona che porta avanti i progetti delle fattorie didattiche e sociali - Così, la didattica, il turismo in campagna, la vendita diretta, i servizi ambientali e di protezione civile diventano parte integrante dell'attività dell'agricoltore.
A queste si aggiunge naturalmente l'agricoltura sociale che declina in norme, procedure, studi e comunicazione ciò che è da sempre prerogativa del "lavoro dei campi": l'accoglienza.
Nella famiglia rurale, infatti, l'integrazione non è un fatto straordinario e prevede uno spazio occupazionale per tutti. Si tratta di un patrimonio di valori spontaneo che trova nell'ospitalità in campagna persone disabili, carcerati e malati psichici o emarginati. Il lavoro dei campi e l'impegno delle fasi di semina, raccolta e trasformazione dei prodotti coinvolge in eguale misura tutti, senza differenze".
Il Veneto - evidenzia Coldiretti - vanta la prima normativa regionale ispirata dalla nutrita presenza delle varie espressioni della multifunzionalità agricola.
35 sono le realtà iscritte ufficialmente all'elenco regionale di cui 8 veronesi, oltre agli agricoltori scaligeri che hanno frequentato e stanno frequentando corsi di formazione e sostenuto l'esame finale per intraprendere presto questo indirizzo aziendale perfezionandolo in base al progetto di sviluppo. La Regione Veneto ha inserito recentemente le aziende solidali nella programmazione sanitaria riconoscendone l'importanza strategica nel terzo settore assistenziale.
di Davide Varì
Il Riformista, 11 agosto 2020
Un agente di polizia tenta di immobilizzare un ragazzo di 21 anni di origine cubana stringendolo al collo. Una presa da wrestling immortalata in un video di poco meno di un minuto che in queste ore sta facendo molto discutere sui social. L'episodio è avvenuto a Vicenza, in piazza Castello nel tardo pomeriggio di lunedì 10 agosto.
La vicenda viene ricostruita dai media locali e ha già provocato la reazione dei centri sociali che domani, mercoledì 12 agosto, si sono dati appuntamento all'esterno del Tribunale della città venuta dove si terrà la direttissima di Denis Jasel Guerra Romero, arrestato successivamente dalla polizia per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, in attesa delle immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti in piazza Castello e capaci di risalire ai motivi dell'alterco tra il poliziotto e il 21enne incensurato (che lavora come operaio in una ditta del Vicentino), una volante della polizia era intervenuta per una lite tra due persone. Poco distante, su un muretto, erano seduti alcuni giovani che avrebbero iniziato a ridere tra loro perché "un passante ha pestato il piede a un mio amico e mi sono messo a ridere" spiega Denis attraverso il suo legale Chiara Bellini. Per la polizia invece il ragazzo stava deridendo l'operato degli agenti che si sono così avvicinati per chiedere i documenti. "Io non stavo ridendo di lui ma quello si avvicina, mi prende per un braccio e mi chiede di fargli vedere i documenti. Da lì in poi si può facilmente vedere nel video cosa succede" racconta il 21enne.
Nel video si vede l'agente immobilizzare con una presa a strozzo il ragazzo tra le urla dei presenti. C'è chi ricorda l'episodio di George Floyd, chi prova concretamente a separarli. I due finisco a terra, poi il 21enne riesce a liberarsi e a scappare via in bicicletta prima del fermo successivo di un'altra volante. Secondo la questura di Vicenza mentre i due agenti intervenivano per una lite segnalata tra due persone "c'era un gruppo di ragazzi che inveiva contro la polizia". "I miei uomini hanno detto a tutti di allontanarsi e di evitare di stare lì intorno - spiega il questore Antonino Messineo - ma questi continuavano a ridere e schernirli.
Hanno chiesto i documenti a uno di loro e si è rifiutato di darli, continuando a ridere in faccia ai poliziotti. A quel punto l'operatore l'ha preso per un braccio e poi nel modo in cui si vede nel video. La presa non è durata più di 4 secondi, perché poi sono finiti entrambi a terra. Dopo tutto questo il giovane è scappato ma è stato fermato da un'altra volante e arrestato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Il poliziotto, medicato in pronto soccorso, è stato dimesso con una prognosi di 3 giorni". Il video è diventato subito virale sui social network. "Tutto è criticabile, tutto può essere oggetto di approfondimento interno. E tutto sarà oggetto di verifica" assicura il questore.
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