di Errico Novi
Il Dubbio, 11 agosto 2020
"Addio al protagonismo delle toghe": la riforma del Csm secondo Crimi e C.. Erano pronti a dirsi sì: il Movimento 5 Stelle da una parte, Nino Di Matteo dall'altra. Prima delle Politiche 2018 si dava per fatto il connubio. Poi è venuto il caso Giletti, la lite con Bonafede, le insinuazioni sgradevolissime sull'incarico da ministro dell'Interno sfumato in coincidenza con i ruggiti contrari dei mafiosi al 41 bis. Ora 5 Stelle e Di Matteo si trovano schierati su fronti opposti a proposito di riforma del Csm: i primi ovviamente stretti attorno alla legge delega del guardasigilli, il secondo contrariato dall'assenza di argini al fenomeno degli incarichi fuori ruolo attribuiti dal governo alle toghe. Ma si tratta di una contrapposizione emblematica, che corrisponde a un contrasto più generale: il partito di Bonafede, autore della riforma, è sempre più chiaramente il partito della linea dura sulle toghe.
A quattro giorni dal varo del ddl in Consiglio dei ministeri, continuano ad arrivare conferme della imprevista mutazione anti- toghe compiuta dal Movimento. Nelle ultime ore sono intervenuti il capo politico Vito Crimi, il neoeletto presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Mario Perantoni, la vicepresidente della stessa prima commissione Elvira Evangelista. È lei in particolare a soffermarsi sul potere taumaturgico di una riforma in grado di "gettare le basi di una nuova magistratura, che sia più equilibrata" e di tenere "il protagonismo fuori dalle porte della giustizia".
Non sono parole riducibili alla posizione della singola parlamentare. Anche se non ricorre quell'espressione davvero sorprendente, "protagonismo", concetti simili tornano anche nei comunicati di Crimi e Perantoni. Soprattutto torna l'enfasi sul divieto di rientro in magistratura di giudici e pm che scegliessero la politica. Il cosiddetto "stop alle porte girevoli". Al di là dei dettagli sul sorteggio o sulla distinzione fra chi al Csm svolge funzioni disciplinari e chi si occupa di nomine, il partito del ministro ha deciso di intestarsi l'asserita stroncatura del collateralismo, delle sovrapposizioni fra politica e giudici.
Comunque sia una posizione del genere segna una linea di separazione irreversibile fra i Cinque Stelle e l'ordine giudiziario. È un punto di non ritorno. Scritto, a ben guardare, nel dna del Movimento, antropologicamente contrapposto a qualsiasi élite.
L'ostilità è stata a lungo mascherata da un equivoco: le posizioni rigoriste, giustizialiste dei pentastellati in materia penale hanno fatto credere che potesse crearsi una saldatura, se non con tutta l'Anm, almeno con i settori più intransigenti, favorevoli al diritto penale totale, Davigo in primis. Equivoco alimentato da un paio di episodi. Prima le voci, evidentemente artefatte dal circuito mediatico, di un incarico a Piercamillo Davigo in un eventuale monocolore grillino, circolate ben prima delle Politiche 2018. Poi l'intervento di un magistrato che con l'ex pm di Mani pulite ha fondato e tuttora anima Autonomia e Indipendenza, ossia Sebastiano Ardita, alla convention su Casaleggio della primavera 2017. Non si trattò di un endorsement, né dalla stipula di un'alleanza. Solo di un contributo cortese, certo non da pm organico.
Fatto sta che tra le bizzarrie della discussione sulla magistratura c'è il nuovo ruolo di Bonafede e soprattutto del suo partito. Il ministro ha enfatizzato, subito dopo il via libera al suo ddl, il colpo inflitto alle degenerazioni del correntismo. A ruota sono venuti altri esponenti 5 Stelle, con Perantoni che ha celebrato la riforma mirata "a fare spazio ai candidati indipendenti" e all'"azzeramento delle correnti".
Azzeramento: espressioni che dalle parti del Pd non si sentirebbero mai. Nella linea del sottosegretario Andrea Giorgis e degli altri "delegati" sulla giustizia (che in futuro vedrà meno impegnato Walter Verini, divenuto, da responsabile di settore, tesoriere del partito) permane la difesa del pluralismo culturale. Si considera intangibile il diritto della magistratura associata a organizzarsi in correnti, a partecipare alle elezioni per il Csm, insomma a esistere.
E certamente la differenza dal M5S si percepirà in modo netto durante l'esame parlamentare. Soprattutto sul "sorteggio residuale" previsto per eleggere i togati. All'Anm non piace: "È una risposta demagogica", recita un comunicato diffuso lo scorso fine settimana dalla giunta di Luca Poniz. Che pure esprime "apprezzamento" per le diverse misure della legge delega evocative di "proposte" maturate nel "dibattito interno ai magistrati". Sul sorteggio ci sarà tensione. Non solo fra Anm e Parlamento, ma soprattutto fra Pd, più attento alle ragioni del pluralismo associativo, e Movimento 5 Stelle, che in realtà aveva sposato l'opzione sorteggio fin dall'inizio.
Nella versione della riforma proposta un anno fa da Bonafede a Salvini, c'era il sorteggio integrale dei candidabili. Non ci si poteva proporre come consiglieri superiori se non si faceva parte di una ristretta cerchia di magistrati estratti a sorte: 100 per ciascuno dei 19 collegi. Solo lo scorso autunno, mesi dopo la nascita del Conte 2, Bonafede ha iniziato a concedere le prime aperture: "Se si trova una soluzione altrettanto efficace per limitare il potere delle correnti, sono disponibile a discuterne". Da lì è iniziato il lungo confronto che ha portato all'uninominale a doppio turno, corretto in extremis con il sorteggio dei candidati mancanti qualora in un determinato collegio non ve ne fossero almeno 10 spontanei, oltre che rispettosi della parità di genere.
Tutti dicono di voler lasciare al Parlamento piena facoltà di svolgere le audizioni e di modificare eventualmente il testo del ddl. Bene. Quando toccherà all'Anm farsi audire, arriveranno le critiche già anticipate nella nota di sabato - e prima ancora, al Dubbio, da due leader dell'associazionismo giudiziario come Eugenio Albamonte e Antonio Sangermano.
Cosa farà il Pd? Darà ascolto a queste voci? Se sì, si radicalizzerà ancora di più la posizione "anti-correnti" dei 5 Stelle. Che diventeranno in maniera conclamata quello che in realtà sono già abbastanza chiaramente ora: un partito distante dalla magistratura organizzata. In sintonia forse con quei segmenti dell'ordine giudiziario radicalmente ostili alle correnti: nelle ultime settimane si sono raccolti attorno al blog "Uguale per tutti" (toghe.blogspost.com).
Ecco, con loro sì che il Movimento di Beppe Grillo potrà trovarsi in sintonia. Ma certo sarà tramontata per sempre la leggenda dei pentastellati avamposto di un assalto togato al potere. Sarà il contrario: si batteranno per spuntare gli artigli all'associazionismo giudiziario. Giustizialisti sì, ma non per questo pronti a consegnare le leve del comando all'Anm. Perché sempre di un'élite si tratta.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 11 agosto 2020
Giletti: se altri si fossero occupati delle scarcerazioni non avrei bisogno di protezione. "Cosa
provo? Profonda tristezza e senso di solitudine". Massimo Giletti è sotto scorta da due settimane. A fine maggio il boss di Cosa Nostra Filippo Graviano in carcere, lamenta che il giornalista gli sta "rompendo la m...". Da qui la decisione. "E se il Viminale mi ha assegnato la scorta vuol dire che nel mio programma Non è l'Arena abbiamo toccato qualcosa di grave e di molto pericoloso". A fine maggio il boss Filippo Graviano in carcere si lamenta di quel giornalista che gli sta "rompendo la m...". Ieri la notizia: da due settimane il conduttore di Non è l'Arena è sotto scorta.
Massimo Giletti come ha accolto la decisione?
"Profonda tristezza. Senso di solitudine. Se il Viminale mi assegna la scorta vuol dire che nel mio programma abbiamo toccato qualcosa di grave e molto pericoloso. Ma essere un unicum ti espone. Diventi obiettivo. È quello che faccio più fatica ad accettare".
A quali argomenti pericolosi si riferisce?
"Alle puntate che abbiamo dedicato alle scarcerazioni dei boss mafiosi dopo la rivolta nelle carceri".
È ancora convinto che le due cose siano legate?
"Erano anni che non c'erano rivolte nei padiglioni bassi. Stranamente dopo essere costate diverse vite e oltre 30 milioni di euro di danni, all'improvviso si sono fermate. Non vorrei che nel Paese
delle trattative ci sia stato un accordo".
I provvedimenti successivi?
"Non hanno risolto la situazione. Malgrado le nuove norme molti detenuti pericolosi non sono affatto tornati in carcere. E in ogni caso aver lasciato criminali come quelli sul territorio è stato un danno irreparabile. E il fatto che ora io sia un obiettivo significa che le nostre inchieste hanno colpito nel segno. Nonostante qualcuno abbia sostenuto il contrario".
C'è chi ha scritto che era diventato salviniano. È così?
"Ho fatto sempre la mia strada. Non ho mai pensato di dover piacere per forza a chi appartiene ai salotti bene di Roma e ti guarda un po' con la puzza sotto il naso perché non fai parte degli intellettuali di sinistra. Ma mi è sembrato un alibi banale per non occuparsi dei temi che avevamo sollevato. Se tutti se ne fossero occupati forse ora non avrei bisogno della scorta".
Parla di colleghi o di responsabili istituzionali?
"Dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ancora mi aspetto una presa di distanze da quelle parole di Filippo Graviano, intercettate dal Gom. Mentre a me e al magistrato Nino Di Matteo dava dei rompiscatole, lo lodava dicendo: "Fa il suo lavoro". E siccome non parliamo di un criminale qualsiasi ma dello stratega politico della mafia le sue parole hanno un peso ben preciso. Quindi non basta fare telefonate private di circostanza. Bisogna prendere una posizione pubblica. Ancora la aspetto. E però...".
E però?
"E però quando un criminale di spessore come Benedetto Capizzi si rammarica che se non ci fossimo stati noi sarebbe tornato a casa, ti fa male pensare che altri colleghi non hanno ripreso le nostre inchieste su quello che è successo davvero, il ruolo dell'ex capo del Dap, Francesco Basentini, il retroscena da noi svelato sulla sua nomina dopo la proposta fatta a Di Matteo".
Deluso da qualcuno?
"Marco Travaglio, giornalista che ho sempre stimato e difeso, ha definito il mio programma un covo di mitomani e siccome ho avuto ospiti come Catello Maresca, Di Matteo, Sebastiano Ardita, Luigi de Magistris, Antonio Ingroia e Sandra Amurri, mi sconforta. Proprio perche Il Fatto Quotidiano è il giornale simbolo dell'Antimafia".
Ci sarà stato anche qualcuno che le è stato di conforto. Chi?
"Mi ha fatto piacere ricevere la telefonata del mio vecchio maestro, Giovanni Minoli".
Anche il presidente della Federazione nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, le ha offerto solidarietà a dispetto di chi gli chiedeva di tacere...
"Mi fa piacere la solidarietà. Ringrazio. Ma gli chiederei la gentilezza e il coraggio, visto il ruolo che ha, di dire chi lo ha chiesto. Sarebbe opportuno tirar via i sepolcri imbiancati".
La scorta non è arrivata dopo le parole del boss, ma dopo la loro pubblicazione. Cosa ne pensa?
"È un altro tassello misterioso. Non posso pensare che le istituzioni non sappiano quello che avviene se non lo leggono su un libro o su un giornale. C'è qualcuno che ha tenuto tutto nel cassetto. Se avrà voglia, un giorno me lo spiegherà".
A fine settembre riparte il suo programma su "La7", tornerà su quei temi?
"Molta gente semplice mi dice "vai avanti". Una nonnetta, giorni fa, in un paesino vicino a Marsala, mi ha chiamato, ha tirato fuori un barattolo di melanzane sott'olio e offrendomelo ha detto a suo nipote: "Questo è un uomo vero". Credo sia un dovere fare luce su verità in ombra. Mi costerà. Ma non posso tirarmi indietro".
di Giuseppe Belcastro*
Il Dubbio, 11 agosto 2020
Il diritto alla dignità di un 80enne malato non può cedere alle esigenze di esecuzione della pena. Almeno ad articolo 27 invariato. solo due alternative: cambiare Costituzione. O Paese. Scrivere di carcere è diventato assai difficile. Il rischio di essere fraintesi - in certa misura fisiologico su temi così delicati - è oggi una quasi matematica certezza.
Ci sarebbe da chiedersi cosa sia cambiato nella terra di Beccaria, perché sia diventato così complicato ragionare su temi cruciali del vivere collettivo; se non fosse che anche le possibili risposte corrono sul crinale del misunderstanding epistemologico.
Proviamoci lo stesso però, partendo da un esempio, come ce ne sono tanti. Raffaele Cutolo ha commesso efferati delitti; ha meritato diversi ergastoli; li sta scontando da lunghissimo tempo (dei suoi 79 anni, ne ha trascorsi in detenzione circa 55 e 25 di questi al regime del 41bis o carcere duro, come lo chiama più spesso chi di carcere sa poco o nulla). Raffaele Cutolo, come tutti i detenuti, è un uomo: la loro dignità e il loro diritto alla salute non possono essere conculcati a nessun costo e per nessuna ragione, perché essi restano uomini e non sono la somma dei delitti che hanno commesso.
Entrambi gli assunti sono incontestabili: se non li si può condividere integralmente è pressoché inutile proseguire nella lettura. Meglio una birra fresca, lo sguardo fisso all'orizzonte. Se invece si è scelto di andare avanti, si converrà che la questione attinge la ragione stessa del carcere come reazione all'illecito e che la partita si gioca proprio sull'equilibrio tra quei due cardini del sistema. In altre parole, ciò che definisce la giustezza della sanzione è l'equilibrio tra la necessità di far sì che essa sia proficua e l'impedire, al contempo, che annichilisca il punito.
Che poi sono due prospettive diverse per rispondere alla stessa domanda: perché gli individui vanno in carcere? A ben vedere la questione è tutta lì; basta accordarsi sul perché si finisce in carcere e il gioco è fatto. Però, nell'accordarsi, sarà bene tenere a mente innanzitutto che il rischio più grave nell'operare scelte così è quello di indulgere alla tentazione di vellicare gli istinti bassi di una collettività nutrita a fandonie e urla da certe stampa e politica, non sempre acculturate in materia e a volte nemmeno in buona fede. Ma sarà pure bene tenere a mente che i Padri costituenti la scelta in realtà l'han già fatta: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato." (Art. 27 della Costituzione). Dunque, se ci si vuole discostare da questa visione, sarà bene operare per cambiare la Carta. Oppure emigrare.
Posto però che le modifiche alla Carta sul punto richiedono risorse politiche (e, prima, culturali) che non si scorgono all'orizzonte e ipotizzando pure che nessuno voglia lasciare il Belpaese, non resta, per il momento, che attraccare sul molo solido e sicuro dell'articolo 27. Adesso torniamo all'esempio, fissando preliminarmente tre punti.
Primo punto. Quale potenziale rieducativo può esprimere una pena eseguita quasi ininterrottamente per tempi lunghissimi (nell'esempio in discorso 55 anni) e senza la prospettiva nemmeno teorica di una risocializzazione del reo? Una pena così, non solo non rieduca, ma deresponsabilizza, perché sterilizza in radice ogni pulsione redimente, cancellando, subito e per sempre, la prospettiva anche solo teorica del rientro in società.
Secondo punto. Cosa hanno a che vedere l'esecuzione della pena e la sua funzione rieducativa con la sospensione delle regole ordinarie del trattamento penitenziario (leggi: 41- bis)? Nulla. Lo scopo della sospensione trattamentale - sarà bene informarne lo stuolo di non sempre consapevoli sostenitori - è quello di tutelare l'ordine pubblico e la sicurezza (qualunque cosa con ciò si voglia intendere) interrompendo i contatti del detenuto con la consorteria di riferimento.
Terzo punto. Alla domanda se il diritto alla salute sia recessivo rispetto alle esigenze che l'esecuzione della pena e la sospensione trattamentale mirano a tutelare, la risposta è no. Checché ne pensino coloro che, con giugulari gonfie o penne leziose e fintamente ironiche, quotidianamente invocano l'inasprimento del "carcere duro" e l'innalzamento scriteriato delle pene, il diritto alla salute resta prioritario e i diritti vanno sempre garantiti, persino a coloro che hanno avuto sprezzo di quelli altrui.
Ora, se per davvero Cutolo (e il discorso è identico quale che sia il nome del detenuto) è oramai un inerte ottantenne, ridotto su una sedia a rotelle e privo di reazioni, affetto da plurime e invalidanti patologie e incapace persino di portare una bottiglietta d'acqua alla bocca, e se non risultano contatti attuali con consorterie criminali, consegue che né le ragioni della pena, né quelle del trattamento di rigore hanno più la possibilità di essere onestamente invocate per mantenerlo in detenzione carceraria a dispetto della condizione di salute o addirittura per rifiutare l'accesso in carcere del medico di fiducia dei suoi familiari.
Ciò che distingue lo Stato dal criminale è proprio la capacità di rispettare il diritto, che del primo è l'essenza, togliendo al reo solo ciò che gli va tolto (la libertà) e mai, proprio mai, ciò che gli appartiene ineluttabilmente e che nessuno quindi, men che mai lo Stato, ha il diritto di togliergli (la dignità). Esiste ancora una differenza tra il carnefice, la vittima e lo Stato. Chi deve lo affermi con chiarezza. Oppure emigri.
*Avvocato, consigliere della Camera penale di Roma
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 agosto 2020
Sanzioni più pesanti e colpito anche l'insider secondario. Tutto per scongiurare la procedura d'infrazione aperta dalla Commissione europea circa un anno fa per il mancato recepimento della direttiva Mad II sulle misure penali per abusi di mercato. Il Governo scopre le carte e riforma uno dei più "classici" reati finanziari.
Nella legge Europea, ora all'esame del Parlamento, dopo l'approvazione in Consiglio dei ministri, si colpisce la condotta di chi utilizza l'informazione privilegiata di cui è entrato in possesso senza le distinzioni che tuttora il Tuf prevede, per effetto delle quali l'insider secondario può essere considerato penalmente responsabile solo a titolo di concorso nel reato proprio di abuso di informazioni privilegiate o di favoreggiamento; sino a oggi infatti la condotta è sanzionabile solo sul piano amministrativo.
Ora la legge europea introduce una pena pesante, sia pure un po' più lieve rispetto a quella dell'insider primario, di chi cioè utilizza informazioni privilegiate infrangendo gli obblighi di fedeltà e riservatezza impostigli dalla particolare posizione rivestita. Così la pena detentiva viene determinata tra un minimo di un anno e 6 mesi e un massimo di dieci anni, e la multa compresa tra un minimo di 20mila euro e un massimo di due milioni e 500mila euro.
Ma l'intervento normativo stabilisce una stretta sul versante penale anche per una serie di condotte che fino ad ora sono state affrontate in maniera troppo blanda e poco in linea con la direttiva. Si tratta della punibilità solo a titolo di contravvenzione, decisa solo due anni fa dal decreto legislativo 107/18, per abuso di informazioni privilegiate oltre che delle condotte che hanno per oggetto strumenti finanziari negoziati su sistemi multilaterali di negoziazione(Mtf) anche di altri Paesi dell'Unione europea, anche delle condotte relative a strumenti finanziari negoziati su sistemi organizzati di negoziazione (Otf) e delle condotte relative a strumenti finanziari non quotati in sede di negoziazione, ma i cui prezzi dipendono da quelli di strumenti ammessi alla negoziazione. In questo catalogo rientrano infine anche le operazioni effettuate su strumenti finanziari fuori da sedi di negoziazione (Otc). Una scelta, quella del legislatore italiano che viene ora considerata non in sintonia con la direttiva che impedisce una differenziazione della qualificazione del reato a seconda della sede di negoziazione degli strumenti finanziari. Così le sanzioni penali, da uno a sei anni, già previste dagli articoli 184 e 185 del Tuf devono essere estese a tutti i casi di negoziazione.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 agosto 2020
Il Tribunale di Milano: niente asilo, però dopo i casi di Regeni e Zaki il giovane che arrivò in Italia con una borsa di studio non va rimpatriato, avrà la protezione umanitaria. "Dall'aprile 2017 il presidente egiziano al-Sisi ha mantenuto uno stato di emergenza nazionale" nel quale, con "il presunto fine di combattere il terrorismo", le polizia e la National Security Agency "effettuano abitualmente sparizioni forzate sistematiche e torture": e "la sorte di Giulio Regeni, con la sostanziale impossibilità di far luce su un omicidio tanto efferato, nonché il recente caso della detenzione di Patrick Zaki, confermano la situazione di assoluta criticità dello Stato egiziano nel riconoscimento e nella tutela dei diritti fondamentali di chiunque, cittadino o no, si trovi sul suo territorio".
Per queste ragioni, in due decisioni parallele, la sezione immigrazione del Tribunale civile di Milano ravvisa nell'Egitto - partner dell'Italia nella vendita di armi o nell'estrazione di petrolio - un Paese invece non sicuro per rimpatriarvi non solo un dissidente renitente alla leva, al quale riconosce lo status di rifugiato; ma anche un altro giovane senza invece particolari connotazioni che ne giustifichino l'asilo politico, al quale nel contempo concede però la residuale e ormai rara (dopo i decreti Salvini del 2018) "protezione umanitaria" per "particolare vulnerabilità", proprio perché "in caso di rientro in Egitto, concreto e diffuso è il rischio di una ingiustificata e gravissima limitazione della propria libertà e dei propri diritti fondamentali".
I due casi - Il primo dei due casi dipendeva dall'attendibilità del richiedente asilo, assistito dall'avvocato Livio Neri e non creduto nel 2018 dalla Commissione Territoriale sul rischio di essere al rientro perseguitato in quanto scrutatore al voto del 2012 e figlio di membri (nonché lui stesso simpatizzante) della "Fratellanza Musulmana", dichiarata illegale in Egitto nel 2013 perché equiparata a una organizzazione terroristica: qui i giudici Caccialanza-Masetti Zannini-Canali si determinano a dare l'asilo politico al giovane che si è "volontariamente sottratto al servizio di leva obbligatorio avendo precedentemente manifestato la propria opposizione al governo" sia di Mubarak sia ora di al-Sisi.
Un giovane operaio - Più generale l'impatto potenziale del secondo caso, un giovane operaio (assistito dall'avvocato Silvana Guglielmo) al quale viene negato l'asilo politico in assenza di specifiche dissidenze o persecuzioni religiose. Del giovane, arrivato con una borsa di studio nel 2011, i giudici Caccialanza-Canali-Flamini prendono però in considerazione "i timori di trattamenti vessatori": "Io ho paura a rientrare in Egitto perché quando uno parla di politica e religione viene preso dalla polizia. Ho amici spariti perché hanno messo un post su Facebook... Uno può anche sparire senza motivo, fermato dalla polizia e portato in centrale solo perché non gli piaci. Non c'è legge lì".
Su questi temi il Tribunale - attingendo dai materiali di agenzie Onu, Ong locali e diplomazie internazionali raccolti secondo standard Ue nelle schede "C.O.I. Country Origin Information" recepite dalla legge italiana - osserva ad esempio che "secondo il rapporto 2019 del gruppo del Consiglio Onu per i diritti umani sulle sparizioni forzate, attualmente sono sotto analisi centinaia di casi", così come "nel 2017 il report del Comitato Onu contro la tortura ha concluso che è praticata sistematicamente".
Caso per caso - Su questa base, comparando "caso per caso" (come vuole la Cassazione) "la vita del richiedente in Italia con la situazione personale vissuta prima della partenza e alla quale si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio", i giudici gli concedono la residuale protezione umanitaria, "non occorrendo, per vedere compressi i propri diritti fondamentali, essere un reale oppositore delle forze che dominano la scena politica e sociale egiziana".
di Pasquale Troncone*
Il Riformista, 11 agosto 2020
Se si analizzano le fonti del diritto penale degli ultimi venti anni, lo stato dei Tribunali e delle carceri, si comprende come il sistema democratico italiano collida con la cultura della punizione espressa dalla Costituzione. La classe politica contrasta iniziative di tipo clemenziale, come amnistia e indulto, e depenalizzanti per ridurre le innumerevoli ipotesi di reato, mai praticate e a volte impraticabili, che costituiscono l'apparato punitivo.
È difficile intuire la logica per cui, ad esempio, si abrogano le due ipotesi di delitto di trattamento illecito di dati personali per sostituirle con ben sette fattispecie, compresa quella dell'articolo 612- ter del codice penale. C'è una "finta" riduzione del quantitativo delle norme penali com'è accaduto con la depenalizzazione realizzata attraverso i decreti legislativi 7 e 8 del 2016. Si tratta di scelte legislative che sembrano enfatizzare gli aspetti repressivi, ma che, in realtà, si perdono nella palude della inoperatività.
L'apparente eliminazione di un reato finisce per dare vita a una diversa incolpazione in un diverso procedimento, amministrativo secondo i canoni della legge 689 del 1981, o civile, come nel caso dell'ingiuria depenalizzata nel 2016. In altri termini, fattispecie incriminatrici, decriminalizzazione o depenalizzazione spariscono dal settore dell'ordinamento penale per trasfigurarsi nell'ambito di un settore diverso.
Queste scelte rappresentano un oggettivo alleggerimento dell'ordinamento nel suo complesso? I due scenari rappresentati, clemenza e depenalizzazione, non sono praticabili perché non convenienti elettoralmente e, dunque, non in sintonia con le attuali scelte del Governo e del Parlamento. Tuttavia, in questa stagione di penalità a ogni costo compaiono scelte normative che, sfuggendo all'attenzione della classe politica, si pongono in aperta controtendenza con lo sventolato rigore punitivo.
Gli effetti elusivi dell'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova e l'esclusione della punibilità per la "particolare tenuità del fatto" stabilita all'articolo 131bis del codice penale si presentano come soluzioni antitetiche alle tesi coltivate per affermare la "certezza della pena". La messa alla prova è la dimostrazione di un sistema che fa la faccia feroce ma cede il suo rigore attraverso una serie di tecnicalità elusive della responsabilità penale: una sorta di depenalizzazione ad personam.
L'articolo 131bis, che esclude la punibilità, è invece l'espediente per cancellare dal mondo del processo fatti che, pur rivestendo una indiscutibile illiceità penale, si appalesano di quasi nullo allarme sociale: una sorta di decriminalizzazione di fatti per la loro minima rilevanza che, tuttavia, continuano ad essere reato e ad essere sottoposti al giudice del dibattimento. Tuttavia, continua a permanere nel nostro sistema la norma dell'articolo 626 che punisce i furti di minima entità e addirittura il raspollamento o la spigolatura dei fondi dopo la mietitura.
Può essere considerata una norma attuale quella che punisce un soggetto che va a raccogliere le spighe di grano lasciate nei campi e non trebbiate? Occorre, dunque, ripristinare una penalità coerente con il canone di legalità sancito dalla Costituzione. Da qui il superamento dell'idea carcerocentrica del diritto penale. Occorre, allora, pensare alla restrizione della libertà personale da declinare in forme prescrittive e temporaneamente inabilitative, ma espiate fuori dal contesto carcerario, nella consapevolezza che l'affidamento in prova al servizio sociale registra una recidiva su numeri bassissimi, diversamente da coloro che espiano la loro pena interamente in carcere che continua a mostrare punte di recidiva davvero allarmanti.
Occorre allungare lo sguardo su soluzioni legislative che assicurino questa terna: l'accertamento della responsabilità, assistita da tutte le garanzie della persona; l'effettiva esecuzione della pena; la rieducazione del condannato attraverso esperienze pedagogico-dimostrative. Il primo capitolo da affrontare è quello delle misure alternative alla detenzione disciplinate dalla legge 354 del 1975, erroneamente qualificate come benefici penitenziari. In questo settore potrebbero essere resi più flessibili i presupposti sulla base dei quali scattano le misure alternative alla detenzione in carcere, primo fra tutti la misura della pena da espiare.
In secondo luogo, l'esistenza di un apparato giurisdizionale, quello della sorveglianza, ha frammentato il processo penale, separando illegittimamente e irragionevolmente la fase della cognizione da quella della esecuzione. Per cui l'impegno costituzionale alla rieducazione diventa appannaggio del Tribunale di sorveglianza e non, prima ancora, del giudice della cognizione. Andrebbe superato questo processo bifasico privo di una razionale base legale e riportare la fase dell'esecuzione nell'alveo operativo dello stesso giudice che scrutina la pena.
Potrebbe essere a questo punto immaginata una soluzione che blocchi il procedimento in uno dei diversi gradi di giudizio in cui l'imputato accetta di espiare una pena in libertà ma governata da serie e adeguate prescrizioni quotidiane: un esempio del genere era già parte del patrimonio della legge italiana previsto al comma 5bis dell'articolo 73 del Testo unico sulla droga.
Altra ipotesi praticabile nella prospettiva delineata è l'ampliamento dell'operatività della sospensione condizionale della pena accompagnata dalla sottoposizione a una prova del condannato e non sospendere la pena senza alcuna ragione per poi dimenticarsene. Potrebbe essere immaginata la prova dei lavori di pubblica utilità, pur di lanciare un segnale conformativo alla collettività e non eludere ancora una volta una pena di misura cospicua quale quella fino ai due anni di detenzione.
ul piano processuale si potrebbe, ad esempio, incentivare il ricorso ai riti alternativi e comunque ampliare i margini di applicabilità di quelli esistenti. Anche in questo modo si eviterebbe di mettere di nuovo mano alla prescrizione la cui eliminazione è la violazione del principio di certezza del diritto e l'anticamera della barbarie normativa.
*Docente di Diritto penale all'università Federico II di Napoli
Il Gazzettino, 11 agosto 2020
Il carcere di via Due Palazzi è il settimo istituto di reclusione per percentuale di stranieri dietro le sbarre. Il 67,4 per cento dei detenuti non è nato in Italia. Prima di Padova solo Torino, Milano, Roma Regina Coeli, Firenze, Roma Rebibbia e Aosta. È quanto emerge dal rapporto di metà anno sulle carceri dell'associazione Antigone, la quale rileva che il reale tasso di affollamento nazionale è superiore a quello ufficiale in quanto alcune migliaia di posti letto non sono attualmente disponibili a causa della chiusura dei relativi reparti.
Per evitare il rischio che le carceri "possano trasformarsi nelle nuove Rsa" e che "a settembre diventino nuovi focolai" bisogna andare avanti con "politiche dirette a ridurre la popolazione detenuta", ha sottolineato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella: in particolare, per "assicurare il distanziamento fisico", la soluzione proposta da Antigone sta nel ricorso alle misure alternative.
Sulla questione padovana interviene anche Gianpietro Pegoraro, coordinatore regionale Funzione pubblica Cgil penitenziari: "La situazione esposta da Antigone rispecchia quella che è la realtà, però c'è molto da dire, in particolare per quanto riguarda i detenuti: ce ne sono moltissimi di cui non conosciamo né le origini né i problemi, in particolare quelli psicologici. E c'è da ricordare che la maggior parte delle aggressioni subìte dagli agenti della penitenziaria è avvenuto proprio per mano di persone con malattie psichiatriche".
Pegoraro parla anche della gestione del carcere: "Dovrebbe essere rivista tutta l'organizzazione del lavoro. C'è un'iniziativa a tal proposito da parte di Cgil che punta a differenziare ulteriormente i detenuti. In particolare, ad esempio, a Padova c'è una sezione fatta dall'Asl per i tossicodipendenti". "I numeri delle aggressioni - continua Pegoraro - sono destinati ad aumentare se non si trova una soluzione politica, avremo sempre gli stessi problemi".
Per quanto riguarda, infine, la questione suicidi dei poliziotti penitenziari, il coordinatore ricorda che a Padova, da inizio anno, si è registrato un caso: "Occorre fare opera di educazione al personale, dire agli agenti che ci sono strutture apposite, e invitarli a usarle, non basta metterle a disposizione. Bisogna invitarli a frequentarle".
lavocedigenova.it, 11 agosto 2020
Lorenzo (Sappe): "Se anche Marassi è in over flow avendo superato la soglia dei 700 detenuti su una capienza di 511 posti letto, è dovuto all'effetto chiusura del carcere di Savona". "Dovremmo proporre una lista d'attesa per i detenuti che devono scontare la pena nelle carceri liguri, con c'è altra soluzione", riferisce la segreteria regionale del Sappe. "Dopo il sold out dei penitenziari del ponente ligure, com'era prevedibile, anche i posti letto del carcere di Marassi sono terminati.
"Tutto ciò è fantascientifico - commenta il segretario regionale del Sappe Lorenzo - chi gestisce le carceri ha disposto che bisogna evitare il sovraffollamento delle celle, altrimenti a seguito di reclami dei detenuti lo Stato incorre in alcune sanzioni e loro ottengono la liberazione anticipata o un rimborso economico. Se anche Marassi è in over flow avendo superato la soglia dei 700 detenuti su una capienza di 511 posti letto, è dovuto all'effetto chiusura del carcere di Savona.
Un esempio su tutti: oggi su 10 nuovi arrestati ben 8 provenivano dal territorio di Savona, non solo ma considerato il sovraffollamento di Marassi ben 6 sono stati dirottati verso altri penitenziari, in questo modo - continua il Sappe - non si fa altro che peggiorare la condizione detentiva di tutti gli istituti liguri. Mi appello al Ministro Bonafede che ben conscio di tale condizione dettata da Savona, non batte ciglia per rimediarvi.
Ed allora cosa fare? in alternativa alla riapertura del carcere di Savona le soluzioni potrebbero essere, dirottare i detenuti su Chiavari il quale gestisce solo 45 detenuti, mentre con una rivisitazione ne potrebbe ospitare almeno il doppio oppure istituire una lista d'attesa degli arrestati in modo tale da non incorrere nelle sanzioni della comunità europea o nelle proteste delle associazioni e movimenti per i diritti dei detenuti.
Nel frattempo la Polizia Penitenziaria della Liguria, in pieno periodo estivo è alle prese con i problemi, atavici, che affliggono le carceri liguri, cercando di arginare le proteste dei detenuti e gli eventi critici che si determinano in queste condizioni. Auspichiamo - conclude il segretario Lorenzo - che il Ministro della Giustizia Bonafede comprenda che l'assenza del carcere di Savona si ripercuote su tutta la Liguria. Il problema esiste, la soluzione?".
di Roberta Caiano
Il Riformista, 11 agosto 2020
Continua la battaglia per il diritto alla salute in carcere dei detenuti. L'ultimo caso arriva da Napoli direttamente dalle celle di Poggioreale dove un detenuto di 44 anni, Antonio Avitabile, tossisce sangue dalla bocca. Da due mesi in carcere e con una pena di 5 anni da scontare, la vicenda è stata segnalata sin da subito.
Il detenuto, infatti, in passato ha subito un'operazione per un tumore alle corde vocali e il timore è che questo possa portare ripercussioni in vista delle sue ultime condizioni instabili. Il suo avvocato, Michele Riggi, ha segnalato il suo caso per richiedere che venisse trattato in maniera approfondita.
Come ci spiega Riggi: "Il medico legale e i medici interni della struttura hanno attestato una displasia alle corde vocali e si sospetta sia arrivata fino ai polmoni e potrebbe compromettere gli altri organi. Tutti i cittadini hanno diritto alle cure e chiediamo che sia possibile anche per il mio assistito poter essere trattato come ogni altro cittadino che ha bisogno di cure urgenti".
Ma procediamo per gradi. Un mese fa l'uomo è stato portato all'Ospedale del Mare per effettuare una laringoscopia, mentre i primi giorni di agosto è stato sottoposto ad una gastroscopia. Ad oggi si attendono ancora dei risultati che sono stati segnalati come urgenti. Nel frattempo, si sono verificati una decina di episodi di perdita di sangue dalla bocca, tra cui l'ultimo avvenuto lo scorso sabato durante un colloquio tra l'avvocato e il detenuto.
"Mentre stavo avendo un colloquio con Avitabile, ha cominciato a tossire sangue e ho subito chiamato la polizia penitenziaria per testimoniare la presenza reale di questa emorragia - racconta Riggi - Ho sottoposto questo episodio al magistrato di sorveglianza, al direttore del carcere di Poggioreale e ai garanti dei detenuti, comunale e regionale, sollecitando l'urgenza di visite più specifiche".
Infatti la richiesta dell'avvocato è quella di avere al più presto la possibilità di far effettuare al suo assistito degli approfondimenti diagnostici strutturali come una total body per verificare l'entità del suo problema: "La Costituzione prevede che tutti i cittadini debbano essere curati e richiediamo che vengano fatti approfondimenti diagnostici strutturali in maniera specialistica per approfondire la sua diagnosi e capire cosa possa provocare questi episodi di emorragia", conclude il difensore.
Lo stesso Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello ha dichiarato al Riformista che ha personalmente inviato lettere e visitato il detenuto per accertarsi delle sue condizioni di salute: "Il detenuto è nell'ordinario Padiglione Napoli e ha rifiutato di andare al Padiglione San Paolo, una sorta di piccolo pronto soccorso per gli ammalati occupato da una sessantina di detenuti con problemi di salute. La direzione sanitaria del carcere parla di una fuoriuscita di sangue, sono state effettuate visite alla gola, all'esofago e visita otorinolaringoiatrica non ci sono questioni tumorali. Le visite specialistiche vengono effettuate all'esterno - continua il garante - La cosa che più mi premeva, infatti, è che venisse portato in ospedale per ulteriori accertamenti ed è stato effettivamente portato due volte all'Ospedale del Mare per delle visite".
Questo caso è soltanto la punta dell'iceberg di una situazione drammatica in cui versa la struttura penitenziaria. L'avvocato del detenuto specifica che per il Decreto legislativo 230 del 1999 all'articolo 1 comma terzo le Asl competenti per il territorio dove esistono le strutture carcerarie, sono obbligate ad erigere la Carta dei servizi per i detenuti, un vademecum di diritti che viene comunicato al detenuto quando entra in carcere e ne denuncia la mancanza a Poggioreale. Samuele Ciambriello ci ha effettivamente confermato che "la carta dei servizi a Poggioreale è rilasciata dalla direzione sanitaria del carcere ma quest'anno non è stata aggiornata e in quanto garante confermo questa mancanza".
Ma ciò che più gli preme sottolineare sono i dati allarmanti per cui non può essere garantita un'assistenza sanitaria sufficiente per tutti all'esterno dell'istituto penitenziario: "Ci sono richieste oltre 3600 visite negli ospedali e nelle cliniche private, ma almeno 1052 volte non si riesce a garantire la visita per mancanza di agenti e mezzi - dice Ciambriello - C'è necessità di una scorta di almeno 3-4 agenti ogni 6 ore. Bisogna aumentare il numero del personale".
Per lui la panacea per migliorare le condizioni dei diritti alla salute dei detenuti è avere tempi certi e visite specialistiche: "I posti dedicati ai detenuti sono troppo pochi. Dodici all'ospedale Cardarelli, dieci al Cotugno e tre all'Ospedale San Paolo, per un totale di 35 posti riservati. Ce ne vorrebbero molti di più. Per i detenuti della Asl Napoli 1, che abbracciano le carceri di Poggioreale e Secondigliano, sono pochissimi - conclude il garante - All'ospedale San Pio di Benevento, ad esempio, non c'è nessun posto riservato. Mi auguro che venga dedicato un reparto detentivo anche all'Ospedale del Mare".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 11 agosto 2020
"Potranno scontare la pena fuori dal carcere". Trecentomila euro saranno destinati alla realizzazione di centri d'accoglienza per detenuti e detenute senza fissa dimora. "Un atto di civiltà e di sicurezza", commenta il garante per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania Samuele Ciambriello, annunciando la conclusione della procedura che consentirà al progetto di prendere corpo. È un'iniziativa che nasce dalla sinergia tra la Regione, l'assessorato alle Politiche sociali, di concerto con l'Ufficio del garante, con il Provveditorato regionale, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna e il dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità.
La procedura consente di assegnare la somma di 300mila euro, concessa dalla Cassa delle ammende del Ministero di Giustizia, per la realizzazione di una progettualità rivolta all'accoglienza di detenuti, detenute, detenute madri con figli e giovani adulti dai 18 ai 25 anni, senza fissa dimora. Totale: 65 detenuti. Il percorso, della durata di sei mesi, si inserisce nell'ambito del più ampio programma di intervento della Cassa delle ammende per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 negli istituti penitenziari e si rivolge a enti e associazioni del terzo settore che abbiano risposto agli obiettivi fissati dalla Cassa delle ammende. Cosa prevede il progetto?
Innanzitutto la collocazione dei detenuti coinvolti nel programma in unità abitative indipendenti o centri di accoglienza in ambito comunitario che rispettino i requisiti previsti dalla normativa. Inoltre, si prevedono interventi di sostegno economico e sociale per i destinatari delle misure, con particolare riferimento alle detenute madri che hanno figli minorenni, oltre che sostegno per esigenze di prima necessità. I fondi stanziati per l'esecuzione del programma saranno distribuiti in Campania tra otto associazioni: Migranti senza frontiere (Salerno), Cooperativa Sociale San Paolo (Salerno), Less Impresa Sociale (Napoli), Croce Rossa Italiana Comitato Napoli Nord (Arzano), Cooperativa Sociale L'Uomo e il legno (Melito di Napoli), Il Melograno (Benevento), Generazione Libera (Caserta), Tarita (Sant'Egidio del Monte Albino).
Il programma rappresenterà un'alternativa concreta per 65 tra detenuti e detenute senza fissa dimora, persone che avrebbero possibilità di scontare la pena fuori dal carcere ma non avendo un domicilio avrebbero rischiato di non poter accedere al beneficio di misure alternative. Il programma prevede anche un aiuto per le detenute madri che in Campania sono sette, con nove bambini in totale e in tenerissima età. Un caso, quello delle detenute madri, su cui da tempo garanti, esperti di medicina penitenziaria e associazioni come Antigone hanno puntato l'attenzione evidenziando quanto importante e necessario sia trovare un'alternativa per evitare che i bambini vivano in carcere i primi anni della loro vita.
Per il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, "l'intento è quello di garantire un alloggio, seppure transitorio, a detenuti senza fissa dimora, idonei ad una misura alternativa alla detenzione in carcere. Si tratta di garantire i diritti inalienabili che appartengono a tutti gli individui ma anche far fede alla promessa rieducativa sancita dalla Costituzione". Il tema si incrocia anche con le tematiche sulla sicurezza. "Soccorrere chi abbia scontato la propria pena assegnandogli un alloggio, significa anche rispondere all'esigenza di sicurezza sempre più presente nelle nostre città - spiega il garante Ciambriello - Un detenuto il cui percorso risocializzante non si sia compiuto rischia di ricadere in una recidiva che bisogna assolutamente evitare".
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