di Bernardo Basilici Menini
La Stampa, 11 agosto 2020
Le reazioni dopo l'intervista de La Stampa. Lega e Fratelli d'Italia: "Da Roma ora servono segnali". Nel centrosinistra prevale la cautela: "Tema spigoloso". Stavolta a sollevare una bufera sui migranti non è un politico. Ma il questore della città. Le frasi pronunciate da Giuseppe De Matteis, ieri in un'intervista a La Stampa, sulla "violenza che molti stranieri rivolgono alla polizia", sulla "mancanza di rispetto per l'autorità" e sull'alto "tasso di delittuosità di alcune comunità di migranti", dividono e infiammano la politica. Perché per il centro-destra le sue parole suonano come la prova di posizioni sostenute da sempre. Per il centrosinistra, tormentato da sempre dai dilemmi, rappresentano un grattacapo: come ci si deve comportare di fronte a un vertice istituzionale che sostiene opinioni che nel dibattito politico vengono considerate oltranziste?
L'assessore regionale leghista alla sicurezza Fabrizio Ricca ci va a nozze. Dice è "inaccettabile non dare ascolto al grido dall'allarme del questore: Governo e politica non possono fare finta di non sentire". Per poi passare all'attacco: "Vediamo il risultato di una immigrazione fuori controllo sorretta da una ideologia sgangherata dell'accoglienza a tutti i costi voluta dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle". Condivide ogni parola del questore De Matteis un altro assessore regionale, Maurizio Marrone, Fratelli d'Italia.
"Alcune comunità immigrati, anche se meno numerose, sono maggiormente inserite nella criminalità organizzata. Dobbiamo renderci conto che non esistono solo le mafie italiane ma anche quelle straniere che vanno riconosciute e quindi combattute come tali". Inoltre, secondo Marrone, "è illusorio poter fronteggiare con la pura e semplice azione penale il comportamento di persone che provengono da paesi in cui il contesto e la Polizia hanno tratti decisamente più brutali dei nostri".
Fin qui tutto secondo copione. E la sinistra? Risponde con più imbarazzo. In parte perché il tradizionale rispetto istituzionale rende difficile entrate a gamba tesa. In parte perché si tocca un tema spigolosi sul piano elettorale e politico. C'è chi teme di sbagliare ad ogni mossa. Chi parla senza timore è il consigliere regionale di Luv Marco Grimaldi: "Il questore dovrebbe chiarire se ritiene la mafia nigeriana più arrogante di quella nostrana o se fa riferimento a profili etnici e culturali".
Aggiunge Grimaldi: "potrebbe essere utile che la questura avvii un confronto con mediatori culturali e le comunità di migranti in questione". Nel dibattito interviene anche Monica Cristina Gallo, garante del Comune di Torino per i detenuti, riconfermata nel ruolo nei giorni degli scandali sulle violenze nelle carceri Russo e Cotugno. Molte le sue segnalazioni sulle condizioni dei carcerati o dei migranti trattenuti nel Cpr di corso Brunelleschi.
"Senza mediatori, i migranti non capiscono che cosa succede intorno a loro quando vengono a contatto con gli istituti penitenziari. Ci presentano problemi linguistici e culturali". Al Cpr, invece, la situazione è ancora più complessa: "Si tratta di una detenzione amministrativa, non penale - continua Gallo - Le persone trattenute all'interno, in assenza di rimpatri. Oltretutto, malgrado la natura della permanenza non viene permesso alle associazioni di poter operare all'interno".
di Simone Gussoni
nursetimes.org, 11 agosto 2020
Il neo-dottore sta scontando una pena detentiva di dodici anni nella casa circondariale "Giuseppe Panzera" di Reggio Calabria. Ha sostenuto tutti gli esami a distanza. Un giovane detenuto, recluso nella casa circondariale "Panzera" di Reggio Calabria, ha coronato il sogno di conseguire la laurea in Infermieristica. Il neolaureato, 25enne, si chiama Francesco Leone e sta scontando una pena detentiva della durata di 12 anni per associazione mafiosa.
La laurea è stata rilasciata dal dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell'Università di Messina. L'uomo ha potuto usufruire dell'opportunità concessa ai detenuti che decidono di seguire un corso universitario. Grazie al supporto di educatori e del personale della polizia penitenziaria, ha potuto portare a termine l'intero percorso didattico.
Ha sostenuto tutti gli esami a distanza con un sistema di videoconferenza in collegamento con la commissione esaminatrice. La sua tesi è intitolata L'infermiere e la prevenzione delle infezioni correlate all'assistenza. Importante l'aiuto della professoressa Maria Caruso, relatrice dell'elaborato.
"Ho il dovere di ringraziare - ha dichiarato il neo-dottore - la direttrice della casa circondariale "Giuseppe Panzera" di Reggio Calabria, Carmela Longo, gli educatori e l'intero corpo di polizia penitenziaria, che mi hanno dato la possibilità di raggiungere questo importantissimo obiettivo, fondamentale per il mio futuro una volta che avrò pagato il mio debito con la giustizia. Un altro grazie va ai miei genitori, che nonostante tutto mi hanno dato ancora una volta fiducia, sostenendomi e accompagnandomi in questa straordinaria avventura, in attesa del giudizio di appello iniziato proprio il 28 marzo".
di Giovanna Del Giudice*
Il Manifesto, 11 agosto 2020
Nell'anniversario della morte di Elena Casetto, rimasta intrappolata durante un incendio nell'Ospedale giudiziario di Bergamo perché legata mani e piedi al letto. Si chiede l'abolizione della contenzione come pratica ospedaliera e di intervento. Un anno fa, il 13 agosto 2019, nel Servizio psichiatrico dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, moriva Elena Casetto, 19 anni, trovata carbonizzata nel suo letto legata mani e piedi, a seguito di un incendio scoppiato nel reparto, forse dalla sua stanza.
Qualche minuto prima, Elena era stata scoperta dagli infermieri mentre tentava il suicidio. Fu allora "bloccata" (legata) al letto e lasciata sola nella stanza chiusa a chiave. Al suo dolore, alla sua richiesta di aiuto, l'istituzione rispose con un gesto violento, di negazione e di abbandono, togliendole dignità e rispetto. Quale sarà stata la sua rabbia, il senso di impotenza e di annientamento?
Ritorna il ricordo di Antonia Bernardini, morta la notte del 31 dicembre del 1974, dopo quattro giorni di agonia, per le ustioni riportate nell'incendio prodottosi nella stanza dove era legata da 43 giorni, nel manicomio criminale femminile di Pozzuoli. Dopo la morte di Antonia il manicomio criminale di Pozzuoli fu chiuso. Oggi, dopo la morte di Elena, chiediamo che nessuno più sia legato e che le istituzioni, le comunità, costruiscano città libere da contenzione. Nel primo anniversario della morte di Elena, il Comitato promotore di Bergamo libera da contenzione invia una lettera aperta alla stampa e alle istituzioni di Bergamo.
Nella lettera si ricorda la mobilitazione del 13 febbraio scorso, quando le forze componenti il Comitato (Forum delle Associazioni per la salute mentale di Bergamo, Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale della Lombardia, Campagna ...E tu slegalo subito, Conferenza nazionale Salute Mentale insieme a rappresentanti di associazioni, componenti del Comitato Nazionale di Bioetica, della Casa della Carità di Milano) si sono riunite a Bergamo per ricordare Elena e lanciare una iniziativa (allora prevista per il 2 aprile) dal titolo Città libere da contenzione. Insieme si può, chiedendo al Sindaco di Bergamo di diventare "garante" di questo processo.
Scrive il Comitato: "Da quel 13 febbraio sembra passato un tempo infinito. In questi mesi tante altre morti hanno devastato Bergamo. Il Covid 19 si é abbattuto sulla città. La comunità ha subito sofferenze indicibili, drammatiche perdite di donne e uomini, morti spesso senza la vicinanza di una persona cara. L'appuntamento del 2 aprile non ha avuto luogo. Ora la città con la forza e tenacia dei suoi cittadini si sta risollevando. Ma le ferite restano aperte, il dolore e la sofferenza rimangono. Come rimane il dolore per Elena che, ad un anno dalla sua morte, vogliamo non dimenticare. Elena che scriveva poesie, che voleva studiare a Londra, che chiedeva aiuto per il suo dolore.
E vogliamo farlo dicendo che nessuno sia più legato, che nessuno più muoia solo. Che la contenzione, pratica inumana, che toglie dignità, soggettività, storia e riduce l'altro/a a corpo da domare, sia abolita in tutti i servizi che assistono persone fragili, in modo da costruire Città libere da contenzione. Questo è il tempo. Il Paese sta ripensando, dopo l'epidemia del Covid, le proprie politiche sociali e sanitarie. La crisi ha evidenziato la centralità dei servizi territoriali, sociali e sanitari. Servizi aperti, radicati nei territori, che operano nelle case e nei luoghi della comunità, che mantengono un rapporto di continuità, di vicinanza, di supporto, perfino "di vigilanza" in particolare nelle situazioni di maggiore vulnerabilità e fragilità. Capaci di valorizzare le risorse, pure residue del soggetto, della famiglia, del vicinato, del contesto, prevenendo e riducendo l'istituzionalizzazione... anche per superare la contenzione, dobbiamo costruire percorsi di cambiamento culturale, organizzativo e gestionale nelle politiche sociali e sanitarie che mettano al centro le persone, i loro diritti, la loro dignità, coinvolgendo la comunità tutta. Perché nessuno più sia legato.
*Portavoce della campagna "E tu slegalo subito"
lionsamarantorugby.it, 11 agosto 2020
Doveroso continuare l'impagabile opera di Manrico Soriani. Decisivo il nulla osta firmato dal Direttore dell'istituto penitenziario de "Le Sughere" Carlo Alberto Mazzerbo: le "Pecore Nere", dopo il lockdown ed il periodo più critico dell'emergenza legata al Covid-19, hanno ripreso, da metà giugno, ad allenarsi.
Per tale squadra del tutto speciale, composta da detenuti del carcere labronico de 'Le Sughere', le sedute sono in programma una volta alla settimana, la domenica mattina, sul sintetico posto all'interno del carcere labronico. Già raggiunta una buona condizione fisico-atletica, sui livelli di quella evidenziata prima della sospensione dettata dalla pandemia, quando la rappresentativa de 'Le Sughere' stava disputando il suo primo campionato federale (aveva inanellato nel torneo amatoriale Old toscano, girone 2, un'eccellente striscia di tre vittorie ed un pareggio su quattro partite disputate).
Non manca il tempo per migliorare ulteriormente la forma: prima del mese di ottobre ben difficilmente si giocheranno gare ufficiali, con punti in palio. La storia di un pallone ovale da far rotolare all'interno dell'istituto penitenziario cittadino si è materializzata grazie all'opera dei Lions Amaranto e, soprattutto, grazie al vero promotore dell'iniziativa, Manrico Soriani, già tecnico delle giovanili Lions (nonché capitano dei Rinocerotti, la rappresentativa Old dei Lions stessi), scomparso prematuramente, ad appena 55 anni d'età, lo scorso 5 luglio. Il progetto del rugby in carcere è nato circa 6 anni fa - sabato 27 settembre 2014 per la precisione - quando 22 giocatori amaranto, accompagnati da Soriani, dal presidente dei Lions Mauro Fraddanni e dai rappresentanti del comitato toscano della Fir, Marco Bertocchi e Claudia Cavalieri, dettero vita, sul terreno di gioco situato all'interno della casa circondariale, ad un allenamento piuttosto sostenuto, con tanto di partitella in famiglia.
Fu grande l'entusiasmo mostrato dai circa cento detenuti presenti sugli spalti. Da quel giorno, grazie ai Lions, grazie all'Associazione Amatori Rugby, grazie all'opera di Manrico Soriani e degli altri due allenatori attivi a guidare la squadra, Michele Niccolai e Mario Lenzi, e grazie alla sensibilità ed alla concreta collaborazione della direzione e del personale de 'Le Sughere', sono scattati, 'veri' allenamenti per i detenuti. Ben presto è stata allestita una squadra di rugby composta, appunto, da atleti reclusi nel carcere livornese.
La formazione, con grande autoironia, è stata battezzata, dagli stessi detenuti, 'Pecore Nere'. L'intenzione di far disputare anche alcune gare amichevoli si è trasformata dopo alcuni mesi in realtà. Varie compagini di serie C si sono presentate all'interno dell'istituto carcerario, per giocare, contro tale formazione, partite ricche di significato. Cinque anni dopo il primo allenamento effettuato dai 22 atleti Lions di cui sopra, e più precisamente il 24 settembre 2019, nel corso della conferenza stampa svoltasi nella sala riunioni dell'istituto penitenziario di Livorno, ecco l'annuncio di una grande novità: grazie all'interessamento del Comitato Toscano della Fir, le 'Pecore Nere' possono partecipare all'imminente campionato federale 'Old'. All'incontro con i giornalisti, oltre ai tecnici Soriani e a Niccolai, parteciparono tra gli altri il direttore dell'istituto de 'Le Sughere' Mazzerbo, il delegato provinciale del Coni Gianni Giannone, il presidente del comitato toscano della Fir, Riccardo Bonaccorsi, il consigliere dello stesso comitato Luca Sardelli, l'assessore al sociale del comune di Livorno Andrea Raspanti, il garante dei detenuti Giovanni De Peppo, in rappresentanza dell'Associazione Amatori Rugby Toscana Arienno Marconi e, per i Lions, il consigliere Fabio Bizzi e l'addetto stampa Fabio Giorgi. I giocatori delle 'Pecore Nere' sono tesserati Associazione Amatori Rugby Toscana.
Nel campionato Old potrebbero militare solo atleti che hanno già compiuto 35 anni: prevista, per alcuni elementi della squadra dei detenuti, una deroga. Le partite, viste le dimensioni del campo, piuttosto ridotte, sono disputate con soli 13 elementi, senza flankers. Il 16 novembre 2019 iniziò l'avventura nel torneo 'Old'. Un'avventura entusiasmante, bloccata, bruscamente, dall'emergenza legata al Covid-19. Un'avventura, per fortuna, non conclusa in modo definitivo. A guidare gli allenamenti Michele Niccolai e Mario Lenzi.
È doveroso, per rispetto dell'impagabile opera di Soriani, dar continuità alla lodevole iniziativa di un pallone ovale da far viaggiare all'interno dell'istituto penitenziario labronico. Tutti i dettagli sul progetto delle 'Pecore Nere' hanno meritato un lungo paragrafo del libro 'Un ruggito lungo 20 anni, la storia dei Lions Amaranto', che uscirà nei prossimi giorni.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 agosto 2020
Le tappe che hanno portato alla realtà odierna sono rappresentative di due processi: la produzione di una condizione di marginalità sociale e la mobilitazione dell'ansia collettiva intorno a essa e contro di essa. Fino alla costruzione di un perfetto capro espiatorio: lo straniero untore.
A voler essere sofisticati, si può parlare di una profezia che si auto-adempie. O, ancora, del tristo risultato perseguito da apprendisti stregoni, per poi menarne scandalo e trarne una qualche moneta elettorale. La vicenda della ex caserma Serena di Treviso è davvero esemplare di cosa significhi l'imprenditoria politica della paura e dell'allarme sociale.
I dati: in quella struttura vivono da anni 281 stranieri; e vi operano 25 tra dipendenti e volontari; e, a meno di due mesi dai primi casi, 246 ospiti e 11 lavoratori sono risultati positivi al Covid 19. Di conseguenza, si comprende l'inquietudine per quello che è il più grande focolaio sul territorio nazionale. Meno, assai meno, è accettabile la speculazione che, intorno a tale situazione, viene alimentata da più soggetti, politici e mediatici. E, tra essi, i maggiori responsabili della condizione in cui si trova quell'assembramento di esseri umani, costretti all'interno di un edificio fatiscente.
Come si è giunti allo sviluppo di un focolaio pandemico che assume, allo stesso tempo, la fisionomia simbolica di un lazzaretto conficcato alla periferia di Treviso e quella di un avamposto dell'invasione straniera in Italia? Le tappe che hanno portato alla realtà odierna sono rappresentative di due processi: la produzione di una condizione di marginalità sociale e la mobilitazione dell'ansia collettiva intorno a essa e contro di essa. Fino alla costruzione di un perfetto capro espiatorio - lo straniero untore - sul quale proiettare pulsioni e paranoie.
Eppure, si tratta di un agglomerato di numerosi nuclei familiari, di persone che lavorano e che studiano e dove si trova un positivo livello di integrazione. Non "clandestini appena sbarcati", dunque, bensì stranieri faticosamente impegnati in un percorso di accesso al sistema di cittadinanza. Non troppo dissimile ma ancora più drammatica è la situazione dell'ex caserma Cavarzerani, nelle vicinanze di Udine: circa 500 stranieri, tra i quali molti arrivati da pochi giorni. In entrambi i casi, emerge il dato di una vasta aggregazione di individui, dove la promiscuità incentiva la diffusione del contagio; e rende pressoché impossibile l'adozione di adeguate misure precauzionali. A ciò si è arrivati attraverso una sequenza di scelte politiche dovute, in primo luogo, al governo Conte 1 e all'allora ministro dell'Interno Salvini.
Ecco i successivi passaggi: 1) smantellamento dello Sprar, ovvero del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, consistente nella distribuzione degli stranieri per famiglie o piccoli gruppi all'interno di comunità capaci di accoglierli e incentivate a farlo;
2) drastica riduzione degli investimenti economici in quella strategia, che ha portato all'impoverimento delle politiche di accoglienza e al licenziamento di centinaia di operatori (risorsa essenziale per il complessivo sistema di welfare italiano);
3) ridimensionamento, fino alla cancellazione, dei corsi per l'apprendimento della lingua italiana e di quelli di formazione professionale;
4) mancata realizzazione di strutture per "l'isolamento fiduciario" nel periodo della quarantena, secondo quanto previsto dal decreto del ministero della Salute di metà marzo.
Ecco, è questo meccanismo in quattro tempi che produce lo stato di emergenza e un diffuso panico morale. E proprio considerando la dinamica che ha portato alla creazione di quei due focolai pandemici, si nota come il rapporto causa-effetto non si fondi su una comprovata equazione "straniero uguale contagio" bensì sul travisamento intenzionale dei dati di realtà. E su una fallimentare politica migratoria, voluta innanzitutto dal ministro Salvini e non radicalmente modificata dal successivo governo giallo-rosso.
Ciò ha creato, negli ultimi tre anni, le condizioni più favorevoli al manifestarsi della xenofobia. Che non è un sinonimo di razzismo e non è destinata a tradursi fatalmente in razzismo ma esprime sentimenti di diffidenza e di angoscia nei confronti dello straniero e di ciò che appare sconosciuto. La politica dei grandi centri diaccoglienza - dell'addensamento di migranti e profughi in luoghi congestionati, dell'impoverimento delle misure di inclusione - è la causa prima della diffusione del contagio. E ne sono conseguenza l'incapacità di adottare efficaci misure di quarantena, la riluttanza di una parte degli stranieri a farle proprie, il sottrarsi al monitoraggio e il rifugiarsi in uno stato di semi-clandestinità. Insomma, chi oggi grida all'incendio ha svolto fino a ieri un'alacre attività di piromane e non sembra intenzionato a smetterla. Il forte romanzo di Gesualdo Bufalino trattava di altro (pur se vi si trovavano morbo e quarantena), ma quel titolo - Diceria dell'Untore - sembra pensato proprio per qualche leader sovranista, imbolsito e appannato.
di Riccardo Noury
lanuovaecologia.it, 11 agosto 2020
Contro Patrick Zaki il regime egiziano ha riproposto il "set" di accuse rivolte ad avvocati, giornalisti, blogger e difensori dei diritti umani. L'appello di Amnesty per la sua scarcerazione. Dal mensile di luglio-agosto - Mentre scrivo questo articolo, Patrick Zaki è entrato nel quinto mese di detenzione preventiva. Per la procedura penale in vigore in Egitto potrebbe restarci per altri 19 mesi. Patrick è stato arrestato la notte tra il 7 e l'8 febbraio all'aeroporto del Cairo, proveniente da Bologna, dove da settembre stava frequentando con successo un master in studi di genere.
Dopo un periodo di sparizione forzata di circa un giorno, durante il quale è stato bendato e torturato nel corso degli interrogatori, Patrick è comparso negli uffici della procura della città di Mansoura. È stato poi posto in detenzione preventiva, indagato per cinque diversi capi d'accusa contenuti in un mandato di cattura emesso nel settembre 2019, quando era già in Italia: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo. Si tratta dello stesso "set" di accuse formulato nei confronti di tantissimi altri detenuti: attivisti per i diritti umani, avvocati, giornalisti, blogger, esponenti dell'opposizione politica, difensori dei diritti umani.
Per i reati che gli sono contestati, Patrick rischia l'ergastolo, che in Egitto è automaticamente commutato in 25 anni di carcere. Di Patrick, dopo che il 9 marzo è stato visitato dai genitori per l'ultima volta, non si hanno notizie dirette. Le udienze per il rinnovo dei termini di detenzione preventiva si tengono a porte chiuse, in assenza dell'imputato e degli avvocati cui viene notificato l'esito soltanto giorni dopo. La sua storia, così come quella di tanti altri rappresentanti della "meglio gioventù" egiziana, sa di persecuzione politica. Il verbale d'arresto è stato completamente falsificato e fabbricato.
Il documento consegnato dalla polizia alla procura afferma che è stato arrestato a un posto di blocco della polizia nella sua città natale di Mansoura, mentre l'arresto è avvenuto all'aeroporto del Cairo il giorno prima. Patrick si trova nella sezione del centro penitenziario di Tora riservata ai detenuti politici. Qui il sovraffollamento e le pessime condizioni igienico-sanitarie hanno favorito l'ingresso della pandemia da Covid-19.
Sebbene il governo neghi, le organizzazioni locali per i diritti umani hanno già denunciato la morte di un impiegato della struttura, che chissà se e quante altre persone abbia contagiato. Considerato che essendo affetto da asma bronchiale è un soggetto a rischio, Amnesty International, Università di Bologna, Comune di Bologna e Regione Emilia-Romagna continuano a sollecitare un intervento della Farnesina affinché le autorità giudiziarie del Cairo dispongano il rilascio di Patrick per motivi di salute.
*Portavoce Amnesty International Italia
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 11 agosto 2020
La popolazione carceraria è la quarta metropoli del Paese: una cifra quadruplicata negli ultimi quarant'anni. "Ehi boss, mi levo la maglietta". "Ehi boss, sto togliendo il cappellino".
Giocavamo così, se si può dire, nell'ora d'aria al passeggio delle carceri speciali rivolgendoci alle guardie sulle garitte - io e Valerio, mi pare fossimo a Badu e Carros o a Rebibbia, che ci piccavamo di ricordare tutte le migliori battute dei film e siccome che non ce li facevano vedere provavamo a mantenerne il ricordo.
Queste erano in Nick Mano fredda, una delle più belle interpretazioni di Paul Newman - e la scena, che si ripeteva, era di detenuti legati uno all'altro, la chain gang, che lavoravano a pulire strade o campi sotto un sole cocente, e sudavano come bestie, sorvegliati da guardie con il fucile sempre pronto a sparare, e ogni piccola mossa del corpo che facevano, ogni scarto dei gesti oltre quelli del lavoro, dovevano prima comunicarla al boss, lo sceriffo che sovrintendeva.
Noi non lavoravamo, ma eravamo lo stesso come bestie guardate a vista. Oppure, sempre da quel film lì, quando venivano a buttarci giù dalle brande di notte per la "perquisa" e mettere tutto sottosopra con sadismo, e noi provavamo a dire di no, ci stava da dio la battuta al capoguardia: "Dire che è il tuo lavoro, non lo farà migliore, boss".
Il carcere è nel nostro immaginario, conficcato ben bene. Per quelli della mia età, c'era anche Quella sporca ultima meta - e quell'epica partita a football americano contro le guardie, con Burt Reynolds, un tempo glorioso quarterback e ora, per avere truccato partite, finito con la feccia in carcere, ma capace di riscattarsi e riscattare i suoi compagni contro i progetti di un perfido direttore. E poi sarebbero venuti Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà, Il miglio verde. E tant'altro ancora. Quando sono entrato in carcere, pensavo di sapere tutto del carcere - lo avevo visto al cinema.
È quello che dice anche Angela Davis, nel suo libro sull'abolizione del carcere "Aboliamo le prigioni?", quando racconta: "Nel 1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano in precedenza - vale a dire prima di finire in prigione loro stesse - come derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo".
Figurarsi adesso - e poi con le serie tv di successo, come Prison Break, cinque stagioni, o The orange is the new black, sette stagioni, sulle carceri femminili. Eppure - credetemi sulla parola - del carcere non sai nulla, finché non ci finisci dentro.
Perciò, nel nostro immaginario il carcere esiste, fin nei dettagli, e nello stesso tempo è la cosa più rimossa che c'è; è il luogo di cui abbiamo più fotogrammi immagazzinati ma anche il più invisibile; è lo spazio di cui crediamo di conoscere perfettamente le regole - quelle imposte dallo stato, quelle vigenti tra i detenuti - ma che diamo per scontato sia senza diritto comune, sottratto al diritto comune, con leggi sue proprie. Il carcere è il fenomeno più incredibile di presenza/ assenza nei nostri pensieri - come se una metà del cervello ne sapesse perfettamente l'esistenza e l'altra metà non volesse saperne proprio nulla. Sappiamo, ma non vediamo.
Questa scontatezza del carcere fa somigliare il "processo" della colpa e della pena - commetti un reato, sei giudicato, finisci in carcere - come una cosa naturale, come un ciclo delle stagioni: se ora è estate, dopo viene l'autunno, un percorso obbligato. E se è scontato, se è obbligato, se tutti lo sanno - allora io sono esentato dalla responsabilità di interrogarmi. Se prendo la marmellata che mi è stata vietata, sarò punito - e tutti i miei pensieri ruoteranno intorno quest'unica domanda: come posso prendere la marmellata senza finire in prigione? Non mi chiederò mai se la prigione sia il "posto giusto" per avere preso la marmellata vietata.
Angela Davis in prigione finì lei stessa per la sua militanza politica, all'inizio degli anni Settanta, e da allora è un'attivista contro il carcere come "unica soluzione". Soprattutto negli Stati uniti. Scrive la Davis: "Più di due milioni di persone negli Stati uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per immigrati. La gravità di queste cifre è resa ancora più evidente se si considera che complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5 percento del totale mondiale, mentre gli Stati uniti possono vantare più del 20 percento della popolazione carceraria" (i dati sono di una decina d'anni fa, ma niente fa credere che si siano modificati).
A finire in carcere, in maniera sproporzionata, sono le minoranze etniche - neri, ispanici soprattutto - in un circolo vizioso senza possibilità di scarto che inizia dall'abbandono di interi quartieri, privi di scolarizzazione adeguata, di assistenza sanitaria, di possibilità di occupazione, e dove il percorso di un giovane porta quasi ineluttabilmente a delinquere. Oppure, come alternativa, a entrare nell'esercito.
È Loïc Wacquant, in "Punire i poveri", che spiega bene questo meccanismo infernale tra ghetto e prigione: "Alla fine degli anni Settanta, la prigione è improvvisamente tornata alla ribalta per offrirsi come la soluzione al tempo stesso semplice e universale a tutti i problemi sociali più urgenti. Problemi tra i quali figurava, al primo posto, l'evidente incapacità del ghetto nero nel contenere al proprio interno una popolazione in sovrannumero, priva di onore e considerata ora non solo come deviante e a rischio, ma anche come estremamente pericolosa per via delle violente rivolte che, da Watts a Detroit, hanno dilaniato le città statunitensi a metà degli anni Sessanta.
Mentre le mura del ghetto tremano e rischiano di crollare, quelle delle prigioni si allungano, si allargano e si rinforzano. In breve tempo, il ghetto nero, trasformato in strumento di pura esclusione a causa della contrazione simultanea della sfera del lavoro salariato e dell'assistenza sociale, e ulteriormente destabilizzato dalla maggiore penetrazione del dispositivo penale dello Stato, si è trovato legato al sistema carcerario da una triplice relazione di equivalenza funzionale, di omologia strutturale e di sincretismo culturale, cosicché essi costituiscono attualmente un unico e solo continuum carcerario in cui è rinchiusa una nutrita schiera di giovani uomini (e, sempre più spesso, di donne) neri che percorrono un circuito delimitato da questi due poli, secondo un ciclo autoalimentato di marginalità sociale e legale dalle conseguenze personali e collettive devastanti".
Insomma, il carcere come una risposta alle questioni sociali - esso stesso quasi come un "orribile welfare" proprio quando il welfare comincia a essere smantellato. È l'indurimento delle pratiche di polizia per le strade, dei procedimenti giudiziari e delle pene, e della detenzione che costruisce questo "modello", a partire dagli anni Ottanta: "Quando Reagan inaugura la sua presidenza, la polizia procede a circa 10,4 milioni di arresti a due terzi dei quali (69%) segue la carcerazione; quindici anni dopo, il numero di arresti annuale arriva a 15,2 milioni e quasi tutti (94%) approdano al carcere giudiziario.
L'iperinflazione carceraria americana è difatti alimentata dall'incremento concomitante di due fattori: la durata della detenzione e il numero di condannati alla reclusione. Il prolungamento delle pene riflette l'irrigidimento della politica giudiziaria negli Stati Uniti: moltiplicazione dei reati che portano alla carcerazione, aumento della durata delle pene inflitte sia per i crimini non violenti (taccheggio, furto d'auto, possesso di droga) che per quelli violenti, abolizione della riduzione di pena per alcuni reati (stupefacenti, offese al buon costume) e perpetuità automatica al terzo crimine ("Three Strikes and You're Out"), inasprimento generalizzato delle sanzioni in caso di recidiva, applicazione del codice penale degli adulti ai minori di sedici anni e limitazione, se non soppressione, della libertà vigilata.
È nel 1973, all'indomani della rivolta di Attica nel corso della quale quarantatré persone tra prigionieri e guardie carcerarie tenute in ostaggio furono massacrate nell'assalto lanciato dalle truppe, che la popolazione carceraria degli Stati Uniti raggiunge il livello più basso dal dopoguerra. Il ribaltamento della demografia carceraria statunitense dopo il 1973 si rivelerà tanto brusco quanto stupefacente. Contro tutte le aspettative, la popolazione penitenziaria del paese comincia ad aumentare vertiginosamente: essa raddoppia in dieci anni e quadruplica in venti. Partito da meno di 380.000 nel 1975, il numero delle persone dietro le sbarre sfiora 500.000 nel 1980 e supera il milione nel 1990. Continua a crescere con un ritmo infernale dell' 8% in media - ossia, 2000 detenuti in più ogni settimana - durante gli anni Novanta, al punto che, al 30 giugno 2000, l'America contava ufficialmente 1.931.850 detenuti. Se fosse una città, il sistema carcerario statunitense sarebbe la quarta più grande metropoli del paese, dietro Chicago" - è ancora Wacquant, che parla.
È quello che Angela Davis chiama il "complesso carcerario-industriale", di cui è esemplare la California: "Tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu aperta nessuna prigione e neppure durante il decennio successivo.
Tra il 1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena: c'erano voluti più di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono aggiunti altri dodici, tra cui due penitenziari femminili". Osservando la carta della California e la posizione delle prigioni, queste hanno lentamente e letteralmente invaso gli spazi, come se, dice la geografa Ruth Gilmore, l'espansione delle prigioni fosse "una soluzione geografica a problemi socio-economici".
Certo, spesso queste nuove prigioni non sono state "imposte" ma sono state costruite con il consenso dell'opinione pubblica - la gente voleva credere che altre prigioni avrebbero ridotto il crimine e che avrebbero fornito posti di lavoro e sviluppo per le comunità locali. Eppure, quando è iniziato il boom della costruzione delle carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione dei dati sulla criminalità. Il punto è che non si può non mettere in correlazione la de- industrializzazione e la reclusione di massa. Paradossalmente, per alcune comunità locali, il carcere avrebbe rappresentato un volano di "sviluppo". Non solo, ma la "privatizzazione" della gestione delle prigioni ha significato anche l'ingresso massiccio di aziende che sfruttano il lavoro carcerario - a un costo significativamente più basso.
E parliamo di aziende di prima grandezza - che traggono profitti enormi non solo dalla fornitura alle carceri. All'inizio del XXI secolo, le numerose società per la gestione di prigioni private operanti negli Usa possedevano e amministravano strutture che ospitavano 91.828 detenuti. Il Texas e l'Oklahoma vantavano il maggior numero di detenuti in prigioni private, ma il New Mexico ospitava il 44 percento della sua popolazione carceraria in strutture private, e stati come il Montana, l'Alaska e il Wyoming avevano "ceduto" oltre il 25 percento della loro popolazione carceraria. È un "fenomeno" che è andato crescendo e allargandosi, dagli Stati uniti all'Australia, ma anche in Turchia.
Che il carcere sia, negli Stati uniti, anche una "questione razziale" lo si capisce - oltre che dai numeri di proporzione tra bianchi, neri e ispanici incarcerati che corrispondono in modo rovesciato alla presenza in società - proprio dal "lavoro forzato". Perché la sua istituzione ripercorre passo passo quella della schiavitù - e per molti versi ne fu una versione peggiorativa. Negli Stati del Sud un nero in prigione era una rarità prima della Liberazione, divennero la normalità dopo: chi visitava le prigioni del Mississippi negli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento trovava "i prigionieri che mangiavano e dormivano sulla nuda terra, senza coperte né materassi e spesso senza vestiti... i detenuti morivano di sfinimento, polmonite, malaria, congelamento..." (da David Oshinsky, Worse than Slavery). Prima, come schiavo il nero era comunque un bene in cui si era investito e che andava mantenuto perché producesse, dopo era manodopera intercambiabile in un mercato, quello del carcere, abbondante.
Considerare scontato il carcere non ci fa neppure interrogare se possano esistere possibilità alternative - ci sembra impossibile, proprio come ci sembrerebbe impossibile invertire un fatto della natura. Anche per la pena di morte, l'alternativa che viene prospettata è quella del carcere a vita, in alternativa. Ricordava Jack Abbott, nel suo "Nel ventre della bestia", come fosse stato proprio Gary Gilmore, che aveva passato più di metà della sua vita in carcere, a chiedere - dopo la sentenza del 1976 che lo condannava per due omicidi - di essere giustiziato, finendo con l'essere il primo dopo dieci anni che la pena di morte era stata sospesa. Fu fucilato nel 1977.
Abbott pensava a un senso di "espiazione" - ma è difficile definire "vita" un ergastolo senza alcuna possibilità di remissione in condizioni di assoluto isolamento per decenni e decenni. Eppure, proprio come l'indurimento delle pene e la "rapidità" dei procedimenti contro lo spaccio di droga sono stati tra i "volani" più significativi dell'aumento della popolazione carceraria - e di tutta la crescita del complesso carcerario- industriale - forse abolendone alcuni meccanismi obbligati, ci sarebbero già significative riduzioni e delle alternative. E lo stesso varrebbe per la prostituzione, a esempio. Il primo passo è riconoscere che non esiste un'unica modalità della pena. E non pensare a "soluzioni" che siano "il carcere in altra forma", come gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Il primo passo è rompere il legame tra delitto e castigo.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 11 agosto 2020
Regolarizzazione flop. Tre imprenditori arrestati a Spinazzola per aver impiegato manodopera a 3,80 euro l'ora. Intanto a fare domanda di emersione nelle campagne solo circa 22mila lavoratori stranieri, il governo ne stimava 200mila. Hanno tenuto d'occhio l'azienda agricola con i droni, ieri i carabinieri e l'Ispettorato del lavoro hanno arrestato in flagranza, e messo poi ai domiciliari, tre imprenditori di Spinazzola (sul versante occidentale delle Murge Pugliesi), proprietari dell'impresa di famiglia, con l'accusa di sfruttamento della manodopera più 73mila euro di sanzioni amministrative. I militari li hanno scoperti perché fin dall'alba si registrava un intenso via vai di braccianti a bordo di mezzi di fortuna. Al momento dell'ispezione erano presenti una decina di lavoratori fra italiani e africani. Le condizioni che dovevano sopportare erano brutali: 9 ore al giorno sui campi o nelle serre col caldo di agosto, una paga oraria di 3,80 euro invece dei 9,60 previsti dal contratto nazionale.
Per nascondere la sproporzione fra orari e salari, veniva alterato il Lul, cioè vecchio libro paga, dove erano registrate 15 giornate invece delle 30 effettivamente prestate ogni mese. I braccianti venivano reclutati fra coloro che avevano maggiore bisogno, ad esempio perché con il permesso di soggiorno in scadenza. Alcuni vivevano sul posto, in un locale di 20 metri quadrati: un cubo di cemento, senza riparo dal sole, senza elettricità e senza servizi igienici. Le prestazioni erano monitorare con un sistema di telecamere installate dai datori di lavoro. L'agosto scorso nel barese vennero arrestati due titolari di un allevamento di ovini e suini a Poggiorsini: pagavano 70 centesimi l'ora (il contratto collettivo prevede almeno 10 euro) due immigrati che lavoravano per 12 ore al giorno senza riposi né ferie. Otto giorni fa, ancora a Spinazzola, altri arresti per gli stessi abusi.
Nelle campagne si continua a lavorare in nero: la regolarizzazione dei braccianti, voluta dal governo e in particolare dalla ministra Teresa Bellanova, avrebbe dovuto portare all'emersione dello sfruttamento ma è un flop. La scadenza per fare domanda è il 15 agosto. Gli ultimi dati ufficiali sono aggiornati al 31 luglio: le domande di regolarizzazione (nei settori dell'agricoltura, del lavoro domestico e dell'assistenza alla persona) ricevute dal Viminale sono state 159.991, di cui 11.397 in corso di lavorazione. L'87% è per colf e badanti (128.719), il 75% di quelle in lavorazione (8.598) riguarda gli stessi due settori. Il lavoro subordinato, invece, copre solo il 13% delle domande già perfezionate (19.875) e il 25% di quelle in lavorazione (2.799). La Lombardia ha il record di colf e badanti (36.283), la Campania per il settore agricolo (5.134). Rispetto al paese di provenienza del lavoratore, ai primi posti risultano l'Ucraina, il Bangladesh e il Marocco per colf e badanti; l'Albania, l'India e il Marocco per il settore agricolo e l'allevamento.
Presidio a Roma ieri di Usb e Movimento Migranti e rifugiati. Il sindacato spiega: "I ministeri competenti aveva stimato in 200mila il numero di lavoratori stranieri dell'agricoltura potenzialmente emergenti con il decreto. Invece appena il 5 o 6% dei braccianti senza permesso, forse anche meno, potrà usufruire del decreto, per tutti gli altri resta il super-sfruttamento".
Abdel El Mir lavora allo sportello del Movimento migranti di Napoli: "Da noi sono venuti in circa 1.500 tra lavoratori domestici e agricoli, quelli che hanno potuto fare richiesta solo 150. Molti imprenditori nascondono il loro reddito al fisco e di conseguenza non possono chiedere la regolarizzazione. Poi ci sono i truffatori, che offrono contratti falsi per 5mila euro, documenti che poi non superano i controlli. Il 25 agosto avremo un incontro con i rappresenti del governo. Chiederemo la proroga della scadenza e il permesso di lavoro di emergenza". Cioè una regolarizzazione non legata a specifici settori e neppure ai documenti, che consenta l'accesso alla Sanità in tempo di pandemia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 11 agosto 2020
Quella emessa ieri pomeriggio dal tribunale della città algerina di Sidi M'hamed è una sentenza vergognosa: una parodia della giustizia, come l'ha definita Amnesty International. Al giornalista Khaled Drareni sono stati inflitti tre anni di carcere e una multa equivalente a oltre 350 euro, unicamente per aver seguito le manifestazioni del movimento di protesta Hirak, iniziate nel febbraio 2019. I reati di cui è stato giudicato colpevole sono quelli di istigazione a manifestazione non autorizzata e minaccia all'unità nazionale.
Drareni, rappresentante di Reporter senza frontiere per l'Algeria, corrispondente da Algeri per l'emittente francese TV5 Monde e fondatore e direttore del portale Casbah Tribune, era in carcere dal 27 marzo. Si trova attualmente nella prigione di El Kolea. Il tribunale di Sidi M'hamed ha inoltre condannato a due anni di carcere l'attivista politico Samir Ben Larbi e il coordinatore nazionale delle famiglie degli scomparsi, Slimane Hamitouche, a causa dei contenuti delle loro pubblicazioni online e per aver preso parte alle proteste. Ben Larbi e Hamitouche, arrestati il 7 marzo, sono stati rilasciati il 2 luglio e attenderanno in libertà l'esito del processo d'appello.
La Repubblica, 11 agosto 2020
Yahaya Sharif-Aminu, 22 anni, a marzo ha composto una canzone in lode a un imam "superiore" al Profeta. Il tribunale della sharia ha emesso la sentenza, ora manca solamente la firma del governatore dello Stato di Kano. Non ha insultato il Profeta. Ha osannato un imam. Scatenando così la rabbia e l'indignazione dei suoi cittadini che si sono rivolti alla giustizia. E l'Alta Corte della sharia dello Stato nigeriano di Kano ha emesso una sentenza di morte per un giovane musicista gospel di 22 anni riconosciuto colpevole di blasfemia. Yahaya Sharif-Aminu a marzo ha composto una canzone, fatta circolare su WhatsApp ai suoi fan, in cui esprime ammirazione per un imam della confraternita musulmana di Tijaniya, originaria del Senegal. Le lodi cantate dal giovane lasciano intuire una considerazione che supera quella per il Profeta Maometto.
Dal 1999, anno dell'istituzione dell'Alta Corte della sharia, questa è la seconda condanna a morte. La prima è stata nel 2002: un uomo che ha ucciso una donna e i suoi due figli. Da quando è stata diffusa la canzone, il 22enne, popolare soprattutto all'interno della sua confraternita, si è dovuto nascondere per la rappresaglia della popolazione che ha bruciato la sua casa e quella della sua famiglia e ha manifestato giorno dopo giorno davanti al quartier generale della polizia perché venisse arrestato. Idris Ibrahim, a capo della protesta, ha detto alla Bbc che questa punizione "servirà da deterrente per chiunque pensi di poter insultare la nostra religione o il Profeta". Per l'esecuzione dell'impiccagione manca solo la firma del governatore di Kano. La legge della sharia viene applicata in 12 Stati della Nigeria su 36, e può giudicare solo i musulmani. Le punizioni vanno dal linciaggio all'amputazione, all'impiccagione.
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