di Serena Console
Il Manifesto, 11 agosto 2020
I primi risultati della legge sulla sicurezza nazionale voluta da Pechino. Fermati giornalisti, attivisti e un magnate dell'editoria locale con l'accusa di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. Pechino lancia un messaggio chiaro anche agli Usa. Il depotenziamento dell'assetto democratico di Hong Kong sembra essere determinante per l'efficacia della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. A confermarlo è la serie di arresti che ha animato la giornata di ieri nell'ex colonia britannica: attivisti politici, giornalisti e un magnate dell'informazione sono finiti nel mirino della polizia con l'accusa di aver violato la controversa norma entrata in vigore il 1° luglio scorso.
Il primo fermo è stato quello di Jimmy Lai, editore della testata Apple Daily sotto la holding Next Digital. Considerato il 'Rupert Murdoch' d'Asia, attraverso il suo giornale Lai ha sempre denunciato l'erosione della democrazia portata avanti da Pechino, raccontando le vicende del governo centrale e dei legislatori filo-cinesi. Insieme a lui, sono stati fermati anche i suoi due figli e altre quattro persone ai vertici dell'azienda giornalistica con l'accusa di collusione con forze straniere e cospirazione per commettere frodi.
Il tycoon sapeva di essere una voce scomoda: nei vari incontri con gli esponenti dell'amministrazione americana, tra cui il Segretario di Stato Mike Pompeo, chiedeva da tempo un intervento concreto per fermare la repressione cinese. L'attività editoriale, avviata poco prima che la Cina riprendesse il controllo di Hong Kong nel 1997, ha superato anche i boicottaggi pubblicitari e le pressioni esercitate dai politici vicini a Pechino. Lai, con la linea graffiante del suo tabloid, aveva attirato le antipatie del Partito comunista, soprattutto per alcuni report che avrebbero mostrato le sue presunte donazioni ai gruppi pro-democratici impegnati nelle proteste del 2014.
Il messaggio che ieri il governo ha voluto mandare agli organi di informazione di Hong Kong è stato chiaro quando 200 poliziotti hanno perquisito la redazione dell'Apple Daily alla ricerca di documenti non specificati. Un'azione che è stata fortemente criticata a livello internazionale, a cui si è aggiunta la voce di Bruxelles.
Ma gli agenti del Dipartimento per la sicurezza nazionale, nel pomeriggio, sono stati occupati con l'arresto di Wilson Li, giornalista freelance dell'emittente ITV ed ex esponente del gruppo pro-democratico Scholarism, e dell'attivista Andy Li. In serata, è seguito l'arresto di Agnes Chow, il volto più noto dell'ormai smantellato gruppo politico Demosisto. La giovane attivista, il giorno prima, aveva denunciato su Facebook di essere stata pedinata da sconosciuti.
Gli abitanti di Hong Kong, che attendono ancora di conoscere l'esito dell'attuale legislatura - in standby dopo la decisione della governatrice Carrie Lam di posticipare le elezioni - hanno il timore di perdere il sostegno internazionale. Il ministero degli Esteri cinese ieri ha sanzionato 11 cittadini americani, tra cui i senatori Marco Rubio e Ted Cruz, il direttore esecutivo di Human Rights Watch, Kenneth Roth, e il presidente di Freedom House, Michael Abramowitz. L'azione cinese arriva dopo le sanzioni inflitte venerdì dagli Stati uniti alla leader di Hong Kong e ad altri dieci funzionari della città, per il loro ruolo nella repressione delle libertà.
Ancora non si sa cosa comporti realmente la controversa norma voluta da Pechino, ma le vicende di ieri diranno se gli arrestati saranno estradati in Cina. Se tutto questo fosse successo qualche anno fa, gli hongkonghesi sarebbero scesi in strada per protestare contro il colpo inferto alla democrazia e alla libertà di stampa. Ma con la nuova legge sulla sicurezza nazionale, i cittadini dell'ex colonia britannica sono costretti a silenziare qualsiasi voce di dissenso.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 11 agosto 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 10 agosto 2020 n. 23742. Se il giudice della cognizione non stabilisce un termine di pagamento per la provvisionale, stabilita in favore della parte civile - al cui pagamento è subordinata la concessione della sospensione condizionale della pena - questo coincide con la data del passaggio in giudicato della sentenza. La Corte di cassazione, con la sentenza 23742, accoglie il ricorso del pubblico ministero, contro la scelta del tribunale di respingere la sua richiesta di revoca della sospensione condizionale.
Ad avviso del tribunale, infatti, pur essendo il beneficio condizionato al pagamento in favore della parte civile, il giudice non aveva stabilito alcun termine per adempiere. Di conseguenza, ad avviso dei giudici di merito, si doveva applicare il termine di cinque anni previsto dall'articolo 163 del Codice penale, non ancora decorso.
La Cassazione, accogliendo il ricorso della pubblica accusa, dà atto del contrasto giurisprudenziale sul punto. C'è l'orientamento al quale aveva aderito la sentenza impugnata, che individua il termine da applicare nei cinque anni o due anni fissati dall'articolo 163 del Codice penale, a seconda che si tratti di una condanna relativa ad un delitto o una contravvenzione. Secondo un'altra tesi sarebbe il giudice dell'esecuzione a dover intervenire indicando la data mancante. La Suprema corte sceglie invece il principio secondo il quale, in caso di mancata indicazione da parte del giudice di cognizione, la dead line è quella del passaggio in giudicato della sentenza.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 11 agosto 2020
Nel 75° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ribadito che "l'Italia sostiene con forza l'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari". Gli ha fatto eco il presidente della Commissione Difesa della Camera, Gianluca Rizzo (M5S): "Faccio mie le parole del presidente della Repubblica per una politica che punti ad un mondo libero da armi nucleari". Massimo impegno istituzionale dunque, ma in quale direzione? Facciamo parlare i fatti.
L'Italia ha ratificato nel 1975 il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari (Tnp), che stabilisce: "Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente". Violando il Tnp, l'Italia ha concesso proprie basi per lo schieramento di armi nucleari Usa: attualmente bombe B61, il cui numero è stimato in alcune decine ma non è verificabile. Sono installate nelle basi di Aviano, insieme a caccia Usa F-16C/D, e a Ghedi-Torre dove Tornado PA-200 dell'Aeronautica italiana sono pronti all'attacco nucleare sotto comando Usa.
L'Italia - conferma la Nato - fa parte dei paesi che "forniscono all'Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l'assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo". La B61 sarà sostituita tra non molto dalla B61-12: una nuova bomba nucleare, con una potenza selezionabile al momento del lancio, che si dirige con precisione sull'obiettivo ed ha la capacità di penetrare nel sottosuolo per distruggere i bunker dei centri di comando.
Il programma del Pentagono prevede la costruzione di 500 B61-12, con una spesa di 10 miliardi di dollari. Il programma è nella fase finale: nei poligoni nel Nevada sono in corso test di lancio della nuova bomba (senza testata nucleare). Tra gli aerei che vengono certificati per il suo uso vi sono il Tornado PA-200 e il nuovo F-35A, in dotazione all'Aeronautica italiana. Non si sa quante B61-12 verranno schierate in Italia e altri paesi europei. Esse potrebbero essere più delle precedenti B-61 ed essere installate anche in altre basi. Quella di Ghedi, ristrutturata, può accogliere fino a 30 caccia F-35A con 60 B61-12. Alle nuove bombe si aggiungono le armi nucleari della Sesta Flotta di stanza in Italia, il cui tipo e numero sono segreti. Inoltre, stracciato il Trattato Inf, gli Usa stanno sviluppando missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, che, come gli euromissili degli anni Ottanta, potrebbero essere installati anche in basi italiane.
L'Italia, ufficialmente Stato non-nucleare, svolge così la sempre più pericolosa funzione di base avanzata della strategia nucleare Usa/Nato contro la Russia e altri paesi. Quale membro del Consiglio Nord Atlantico, l'Italia ha respinto nel 2017 il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari. Nello stesso anno oltre 240 parlamentari italiani - in maggior parte del Pd e M5S, gli attuali partiti di governo - si sono impegnati, firmando l'Appello Ican, a promuovere l'adesione dell'Italia al Trattato Onu. In prima fila l'attuale presidente della Commissione Difesa, Gianluca Rizzo, e l'attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Tre anni dopo, alla prova dei fatti, il loro solenne impegno si rivela un espediente demagogico per raccogliere voti. Per attuare in Italia "una politica che punti ad un mondo libero da armi nucleari", come declama Gianluca Rizzo, non c'è che un modo: liberare l'Italia dalle armi nucleari, come prescrive il Tnp, e aderire al Trattato Onu, attuando quanto stabilisce: "Ciascuno Stato che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi". I firmatari dell'Impegno Ican richiedano quindi agli Stati uniti di rimuovere qualsiasi arma nucleare dall'Italia. Se in Parlamento c'è qualcuno che voglia un mondo libero da armi nucleari, lo dimostri non a parole ma con i fatti.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 11 agosto 2020
Il Libano oggi non ha più un vero governo e probabilmente non ha mai avuto davvero uno stato: l'interrogativo è se questa crisi avrà uno sbocco politico o sarà l'ennesima delusione delle piazze arabe, un'altra tardiva primavera soffocata dentro una calda estate.
Con la drammatica esplosione del 4 agosto al porto di Beirut che ormai conta più di 200 morti, è andata in pezzi una città e una grande finzione. Da ieri il Libano, con le dimissioni dell'esecutivo guidato da Diab - a dire il vero l'ultimo dei premier arrivati, in carica solo dal gennaio scorso e capro espiatorio di tutte le malefatte precedenti - non ha più un governo, che forse latitava da troppo tempo e probabilmente non ha mai avuto davvero uno Stato. A questo punto l'interrogativo che si pone è se questa crisi avrà uno sbocco politico o sarà l'ennesima delusione delle piazze arabe, un'altra tardiva primavera soffocata dentro una calda estate. La questione di fondo è se il movimento che nelle strade chiede insistentemente la liquidazione di una intera classe politica inetta e corrotta abbia davvero in mano qualche idea concreta e condivisa per sostituirla.
Dicono che nelle piazze è scesa quella che comunemente viene chiamata la società civile, quella parte sana della nazione che punta a un totale rinnovamento dopo essersi liberata dalle divisioni confessionali e di clan. Ed è indubbiamente questo il Paese che la settimana scorsa ha accolto con entusiasmo la visita del presidente francese Macron, il quale ha organizzato con le Nazioni unite la videoconferenza che ha portato la comunità internazionale a sottoscrivere per il Libano aiuti del valore di oltre 250 milioni di euro. Sono i giovani che galvanizzati dalla visita del presidente francese e sull'onda di una collera che dura dal 2019 hanno assaltato i palazzi del potere dove il Gran Serraglio in queste ore concitate sta decidendo, dopo le dimissioni, la sorte non solo del governo possibile - arrivano addirittura voci di un incredibile incarico ad Hariri - ma del futuro prossimo del Libano, elezioni comprese.
Elezioni che comunque se si svolgessero con l'attuale legge elettorale, basata sulla composizione confessionale uscita dagli accordi di Taif del 1989, (parzialmente riformata) difficilmente darebbero risultati così diversi dai precedenti. A Taif fu modificato l'articolo 24 della Costituzione per istituire la parità parlamentare tra cristiani e musulmani e fissare in 128 il numero dei deputati. Ma anche questa intesa mostra crepe evidenti, ha cristallizzato il potere non solo con divisioni settarie ma tra clan e famiglie che in buona parte dipendono da sponsor esterni.
Il problema è che il Libano, con 18 comunità religiose tra cristiani e musulmani, vive uno straordinario e formidabile equivoco: chi sono e quanti sono i libanesi? Nessuno lo sa. Cento anni fa, proprio a Sanremo, la Società delle Nazioni affidò la Grande Siria, comprese le cinque province che oggi costituiscono il Libano, al controllo della Francia. All'indipendenza si arrivò nel 1943 quando la Francia era occupata dalla Germania nazista con una spartizione del potere basata sul censimento del 1933, l'ultimo in assoluto che si è mai svolto in Libano. Da allora i libanesi non si sono mai più contati.
Nel 1948 arrivarono i palestinesi, dopo la Nakba, la catastrofe della sconfitta con Israele, che oggi sono 450mila: la guerra civile del 1975-1990 inizia proprio quando il 12 aprile 1975 i falangisti cristiani attaccarono, per rappresaglia, un autobus palestinese facendo 27 morti. Poi è venuta la guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele e dopo il conflitto civile siriano il Libano è stato inondato da oltre un milione di profughi. Chiedersi chi è libanese oggi e quanti sono i libanesi non è un esercizio retorico ma sostanziale. Se vi vuole dare a uno Stato la possibilità di sopravvivere e di ricostruirlo bisogna almeno sapere per chi: o forse ci si vuole continuare a illudere che possono reggere accordi di 30 anni fa dopo quanto è intervenuto a stravolgere il Medio Oriente?
Ma è questa la finzione che fa comodo anche agli attuali sponsor - i "donatori" - della ricostruzione del Libano: quella di uno Stato virtuale e per lo più assente dove mettere ai posti di comando gli uomini a loro graditi. Vale per l'Iran che sostiene il partito sciita Hezbollah, per i sauditi, i loro grandi rivali, che manovrano come pupazzi le famiglie sunnite, per i cristiani che si atteggiano a portabandiera della "civiltà" appoggiandosi alla Francia o agli Stati Uniti, ma non disdegnando intese con sunniti ed Hezbollah. Mentre Israele, che pattuglia il Libano dall'alto e bombarda in Siria, ha gioco facile a tenere il Paese sotto scacco con l'obiettivo ultimo di eliminare Hezbollah.
Gli israeliani hanno davanti la loro grande opportunità per dimostrare, sulle rovine di Beirut, che il vero nemico del Libano non sono loro, che lo hanno occupato e distrutto, ma gli Hezbollah, il paravento di ogni colpa. Quando persino i media delle fazioni opposte al movimento sciita riconoscono che i fallimenti del Paese non sono certo dovuti solo a Hezbollah ma alla compartecipazione di tutte le fazioni del Paese dei Cedri. Quindi dimentichiamoci alla svelta di Sabra e Chatila, del massacro nel 1982 di palestinesi e sciiti libanesi compiuto dai falangisti cristiani con l'appoggio dell'esercito israeliano, e passiamo oltre: è il momento di costruire o ricostruire con i soldi della comunità internazionale, dei sauditi, degli Emirati un nuovo Stato fantoccio dove far trascorrere le vacanze sulla Corniche ai ricchi arabi del Golfo. Cosa del resto già accaduta. A meno che i libanesi stessi, quelli nelle piazze, abbiamo idee contrarie, migliori e vincenti.
Il Mattino, 11 agosto 2020
Un laboratorio di sartoria per realizzare mascherine personalizzate all'interno della sezione femminile del carcere di Messina "Gazzi". Il progetto, nato con l'obiettivo di avviare percorsi di inclusione e di formazione al lavoro per le detenute nelle case circondariali italiane, è realizzato nell'ambito del programma "Si Sostiene in carcere 2019/2021" e del protocollo sottoscritto con il DAP e il Ministero Giustizia dal Soroptimist International d'Italia.
In programma l'allestimento di un piccolo laboratorio di sartoria e la fornitura di macchine da cucire, materiali e ogni altra attrezzatura utile per un corso che prevede anche lezioni a distanza. Il percorso di tutoraggio è affidato all'associazione D'aRteventi, che già opera con le detenute, scelta su indicazione della Direzione del carcere per meglio organizzare localmente il corso e monitorarlo in collaborazione con le educatrici e la polizia penitenziaria. "Questa di Messina rappresenta una tappa importante dei nostri progetti di inclusione sociale dopo il successo del Regalo Solidale con 100 club aderenti, 3450 borse realizzate, quasi 26mila euro messi a disposizione delle sartorie sociali delle carceri milanesi di Bollate e San Vittore. La nostra attenzione si è concentrata proprio sull'empowerment e sulla valorizzazione delle potenzialità lavorative che possono aprirsi attraverso un'attività sartoriale", ha dichiarato Mariolina Coppola, presidente nazionale Soroptimist.
"In questo ampio progetto era doveroso coinvolgere anche una struttura del Sud. A Messina abbiamo apprezzato le attività messe in campo negli ultimi tre anni dai nostri club, come la cura del verde, il cake design, il laboratorio di scrittura e per questo abbiamo deciso di varare il corso di taglio e cucito per offrire alle detenute opportunità formative ed occupazionali una volta uscite dalla struttura - ha aggiunto Paola Pizzaferri, coordinatrice nazionale del "Si Sostiene in carcere". Fondamentale è stato poi il riscontro avuto dalla direttrice Angela Sciavicco che ha molto apprezzato la proposta e si è detta entusiasta e onorata di collaborare".
di Fabrizio Dragosei
Corirere della Sera, 11 agosto 2020
Migliaia di arresti e feriti. Il presidente: "Proteste manovrate da fuori". La Germania: sanzioni. L'esito delle urne è un rotondo 80 a 10, come si prevedeva fin dall'inizio; ma l'opposizione non ci sta. Continua a scendere in piazza, ha presentato un ricorso ufficiale alla commissione elettorale e chiede che nel Paese che fa da cuscinetto fra la Russia e l'Occidente si torni a votare. Aleksandr Lukashenko, il signore e padrone della Bielorussia da 26 anni, risponde con la polizia in assetto anti-sommossa e denuncia interferenze esterne. Non solo russe, ma anche ucraine, ceche e polacche: "Dirigono il quartier generale dove queste pecore non sanno cosa gli stanno facendo fare", ha spiegato parlando del suo popolo. Lui pensava di aver organizzato "un giorno di festa" in occasione della sua sesta rielezione alla presidenza, "e invece questi vogliono rovinare tutto".
Già nella notte di domenica c'erano stati i primi scontri, dopo che la commissione elettorale aveva fatto capire chiaramente quale sarebbe stato il risultato finale dei conteggi, con oltre l'80 per cento per il "babbo", come Lukashenko ama essere chiamato dai suoi. Dimostranti sono scesi in piazza nel centro di Minsk e di altre città, nonostante i massicci presidi delle forze dell'ordine. Nella capitale hanno tentato di dare l'assalto ai palazzi del potere, secondo la versione della polizia. L'opposizione e anche diverse capitali europee che hanno protestato, parlano invece di pacifici assembramenti sciolti con brutalità. A un certo punto un uomo è stato investito da un camion militare e subito trasportato in ospedale. Gli altri manifestanti hanno detto che era rimasto ucciso, mentre il ministro della Sanità ha dichiarato che è ancora ricoverato e che ha riportato "diversi traumi". Ieri sera di nuovo agenti nelle strade, stazioni della metropolitana chiuse e gente che tentava di raggiungere le strade del centro cittadino a Minsk per riunirsi.
Anche questa volta Lukashenko contava di riportare una tranquilla vittoria "bulgara" dopo aver messo in galera o costretto all'estero i suoi principali contendenti. Ma all'ultimo momento tre donne, legate ad altrettanti candidati fatti fuori dalla competizione elettorale, sono riuscite a coalizzare le forze d'opposizione dietro a una di loro, Svetlana Tikhanovskaya, la moglie di un blogger imprigionato. Secondo gli osservatori dell'opposizione, la donna avrebbe riportato ben più del 10 per cento attribuitole dalle autorità. Anzi, in molti collegi avrebbe stravinto. Ieri Svetlana ha presentato un ricorso ufficiale: "Non siamo affatto d'accordo con i risultati ufficiali. Anzi, noi abbiamo informazioni assolutamente opposte. Abbiamo i protocolli ufficiali di molti seggi nei quali i voti a mio favore sono molte volte superiori a quelli di qualsiasi altro candidato", ha detto. A questo punto sarebbe assai facile verificare. Ma non è detto che verrà fatto.
Vladimir Putin, che Lukashenko in queste ultime settimane ha attaccato frontalmente, si è affrettato a congratularsi con il presidente. La Russia tenta di fare la faccia feroce con Minsk, ma non ha alternative al "babbo". L'Europa fa sentire la sua voce ma alla fine, si sa, è difficile che prenda iniziative. Gli Stati Uniti stanno da mesi tentando di ricucire i rapporti con la Bielorussia, e hanno appena nominato dopo anni un nuovo ambasciatore. Julie Fisher, in attesa dell'ok del Senato, ha detto la settimana scorsa che lo scopo degli Usa è quello di "appoggiare gli sforzi della Bielorussia per proteggere la propria sovranità e indipendenza di fronte alle pressioni politiche esterne". Neanche una parola su diritti umani o libere elezioni. Ieri sera però la portavoce della Casa Bianca ha parlato di voto "compromesso". La Polonia ha chiesto una riunione straordinaria del vertice Ue, mentre la Germania invoca il ripristino delle sanzioni: "Non si può parare di vere elezioni", ha detto il ministro degli Esteri Heiko Maas.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 11 agosto 2020
Maxi-operazione: in manette Jimmy Lai e i figli. Poi tocca a una giovane attivista. "Collusione con potenze ed elementi stranieri" è l'accusa che ha portato in carcere a Hong Kong Jimmy Lai, 72 anni, proprietario di due giornali schierati contro il governo e critici del partito comunista di Pechino: il quotidiano Apple Daily e la rivista Next Magazine.
Jimmy Lai è finora l'esponente più importante tra le decine di arrestati in base alla nuova legge sulla sicurezza nazionale cinese entrata in vigore a Hong Kong l'1 luglio. Con l'editore sono finiti in prigione i suoi due figli e quattro dirigenti del gruppo Next Digital. La retata è proseguita con la cattura di Agnes Chow, una giovane attivista democratica vicina a Joshua Wong. Il prossimo nella lista sembra inevitabilmente lui.
Jimmy Lai è stato prelevato a casa al mattino, poi scortato in manette nella redazione di Apple Daily, mentre i cronisti filmavano e diffondevano in diretta la scena. Impressionante: più di 200 agenti a caccia di documenti tra le scrivanie dei cronisti, in uno show di forza che è un ulteriore monito. Quando un giornalista ha chiesto a un agente qual era il motivo della perquisizione, un ufficiale lo ha preso a spintoni e ha gridato ai colleghi: "Ricordate la sua faccia, se insiste, arrestate anche lui".
Pompeo a Washington, mentre Hong Kong era scossa dalle proteste del fronte democratico. Ora Pechino ha deciso di chiudere la partita con l'opposizione e le sue figure simbolo. Lai è accusato di collusione con lo straniero, anche se quegli incontri sono precedenti alla legge di sicurezza nazionale. Ma questa è teoria, per l'arresto basta ipotizzare che i contatti siano proseguiti. L'editore ha anche passaporto britannico. Nonostante la paura, c'è stato un sussulto di solidarietà popolare: una corsa ad acquistare azioni del gruppo editoriale, che nel pomeriggio alla Borsa di Hong Kong sono schizzate in alto guadagnando il 187%.
Qualche analista però sospetta che dietro ci siano anche manovre oscure. La retata è anche un segnale agli Stati Uniti, che si sono impegnati in una campagna punitiva nei confronti del governo di Hong Kong. Dopo l'imposizione della legge cinese il presidente Trump ha ritirato lo status commerciale speciale per l'ex colonia britannica; la scorsa settimana ha messo in una lista nera 11 dirigenti politici hongkonghesi e cinesi, tra i quali la governatrice Carrie Lam, per aver soppresso il dissenso. Pechino ieri ha reagito mettendo nella sua lista nera 11 americani, tra cui i senatori Rubio, Cruz e Cotton e il direttore di Human Rights Watch.
A questo punto è chiaro che il Partito-Stato non si fermerà nell'azione di normalizzazione del suo territorio ad amministrazione speciale, nonostante lo sdegno internazionale, nonostante il trattato firmato con Londra per la restituzione del 1997 contenesse l'impegno a mantenere la formula "Un Paese due sistemi" fino al 2047. Pechino risponde che è stato proprio per salvare la sovranità di "Un Paese" di fronte alla rivolta che è stato necessario introdurre la legge che impedisce la sovversione (equivalente di opposizione anti-comunista).
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 11 agosto 2020
In queste settimane sospese, tutte le persone cercano una normalità che si erano illuse di aver ritrovato, e lo fanno con la paura del futuro. Per questo ci vogliono istituzioni robuste. Le persone cercano, in queste settimane sospese, una normalità che si erano illuse di aver ritrovato. Ma lo fanno con la paura di quello che le attende, nel lavoro o a scuola, e di quello che potrà accadere in un autunno che non è più una stagione, ma una minaccia.
Faccio un solo esempio: lo smart working è sicuramente uno strumento importante per assicurare la tenuta delle strutture produttive in tempi di distanziamento sociale. Eppure questa condizione comporta una nuova solitudine, anche in termini di diritti, del lavoratore isolato da una dimensione sociale che appare peraltro necessaria anche per la qualità e la creatività del lavoro.
E credo che a nessuno sfugga, se ha occhi per vedere, l'effetto di desertificazione urbana che questa condizione produce. In Italia sono migliaia gli esercizi commerciali, bar, ristoranti, negozi che hanno chiuso. Dietro quelle saracinesche vuote c'è la fine delle speranze di persone che hanno investito per anni nel loro lavoro, c'è il deprezzamento del valore degli immobili, c'è l'inaridirsi di un panorama urbano che si fa grigio come il colore delle lamiere che segnalano la fine di una storia economica e sociale.
Chi ha amministrato qualsiasi comunità sa benissimo che c'è un solo rimedio al rischio del degrado: portare nei quartieri vita e luce, funzioni e servizi, attività e cultura. La prima cosa che oggi la democrazia deve fare, condizione della sua stessa sopravvivenza, è assicurare sicurezza sociale. La sicurezza generata nei cittadini dalle istituzioni, dalla competenza, dal rigore, dalla chiarezza di un indirizzo generale, di un disegno per il Paese. Ma questo richiederebbe un sistema politico e istituzionale equilibrato, fondato sulla coesistenza, tra governo e parlamento, di funzioni di decisione e controllo che oggi sono confuse in un pasticciato caos in cui coesistono stati d'emergenza e consociativismo. Ci vogliono governi scelti dai cittadini e non frutto di inopinati giri di valzer come quelli che hanno accompagnato le ultime legislature.
La Seconda Repubblica non è mai cominciata. Essa dovrebbe essere frutto di un disegno d'insieme di revisione costituzionale e non di strappi in singoli punti, magari determinati da esigenze elettorali del momento. L'emergenza sociale richiede come non mai una politica alta, capace di decidere, non refrattaria ai controlli puntuali delle istituzioni.
La fragilità del sistema ha conseguenze anche sulla scelta di impegno delle risorse disponibili. Come ha scritto Ferruccio de Bortoli su queste colonne, l'accensione di ulteriore deficit per cento miliardi non è un'occasione che l'Italia possa sprecare. È un carico sulle spalle delle generazioni future che merita di essere impegnato non con una miriade di interventi a pioggia, scelta tipica della politica fragile e impegnata a sopravvivere, ma con scelte strutturali capaci di mettere mano ai ritardi storici di un Paese grande e fragile: il Sud, la scuola, la stabilità dei lavori, le infrastrutture materiali e tecnologiche, la riconversione ambientale dell'economia.
E bisogna farlo assicurando ai cittadini la necessaria semplicità. Esiste una singolare distorsione: la politica di oggi è semplificata fino a diventare grottesca. E invece il cittadino che si avvicina alle decisioni pubbliche è costantemente respinto da norme incomprensibili e contraddittorie. Bisognerebbe fare esattamente il contrario: la politica dovrebbe recuperare la complessità di una dimensione strategica che oggi è perduta e lo sforzo di chi governa e decide dovrebbe rendere la vita pubblica semplice, trasparente, accessibile, inclusiva.
Per questo ci vogliono istituzioni robuste. La grandezza della democrazia è nell'equilibrio tra capacità di decisione dell'esecutivo e forza di controllo del Parlamento. Senza l'una e l'altra il rischio, in tempi di acuta crisi sociale, della crescita di moderne derive autoritarie è forte. Valga come augurio alla ragione la citazione del Riccardo III di Shakespeare da cui è tratto il titolo del libro di Steinbeck: "Ora l'inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell'oceano".
agenzianova.com, 11 agosto 2020
Almeno sei detenuti sono rimasti uccisi nel carcere centrale di Mogadiscio, in Somalia, a seguito di una rivolta all'interno dell'istituto. Lo rende noto la radio di Stato, secondo cui tra i prigionieri vi sarebbero anche sei feriti. Una fonte anonima tra le guardie carcerarie ha raccontato che gli ammutinati sono riusciti a sottrarre armi ai secondini in servizio oggi pomeriggio e a ucciderne tre. Le forze di sicurezza e le guardie carcerarie hanno risposto uccidendo sei aggressori e fermandone altri cinque. Secondo quanto riferito dalla radio di Stato sul suo sito web, "l'operazione per ristabilire l'ordine all'interno della prigione è stata completata".
di Benedetta Perilli
La Repubblica, 11 agosto 2020
Otto persone, 4 uomini e 4 donne, sono morte dopo l'assalto nella zona di Kouré. La procura antiterrorismo di Parigi apre un'inchiesta. Quattro uomini e quattro donne di età compresa tra i 25 e i 50 anni. Iniziano a definirsi i profili delle otto persone uccise in Niger, domenica, da un commando armato sopraggiunto in moto durante una visita turistica nella zona di Kouré. Sei di nazionalità francese, tutti dipendenti della Ong Acted, e due di nazionalità nigerina, un autista sempre in forza ad Acted e una guida, come già si era appreso nelle ore successive all'uccisione.
Ora però la Francia, che con il presidente Emmanuel Macron aveva immediatamente condannato l'attacco "codardo" promettendo di fare tutto per far luce sull'accaduto, accelera sulle indagini e prima indice un Consiglio di difesa che verrà presieduto domani dallo stesso Macron e poi, attraverso la procura nazionale antiterrorismo, apre un'inchiesta affidata alla Direzione generale della sicurezza interna per assassinio legato ad azione terroristica ed associazione a delinquere terroristica. Non solo, si intensificano anche le ricerche degli autori dell'uccisione con una collaborazione tra le forze armate nigerine e francesi.
Intanto l'avvocato di Acted ha informato che la Ong presenterà una denuncia per la morte dei suoi dipendenti. "Lo facciamo affinché siano chiarite le condizioni di quello che è accaduto, perché le famiglie conoscano cosa è successo, se è stato un attacco casuale, se è stato pianificato, se è qualcosa che può succedere di nuovo", ha spiegato Joseph Breham in una conferenza stampa. La stessa durante la quale il co-fondatore di Acted Frederic Roussel ha definito "deplorevole" che la comunità internazionale non garantisca la sicurezza dei lavoratori umanitari impegnati nelle zone a rischio. "Devono rendersi conto della contraddizione tra chiederci di sostenere queste popolazioni che vivono in modo drammatico e lasciarsi soli davanti a una violenza che ci vede i bersagli più facili", ha spiegato Roussel.
Dal 1993, quando è stata fondata con sede a Parigi, l'agenzia per la cooperazione tecnica e lo sviluppo opera in zone di conflitti o disastri naturali, ma anche in aree di povertà ed emergenza sanitaria. Secondo il rapporto annuale, l'Ong è presente in 37 paesi, con circa 6000 lavoratori al mondo, nel 2019 ha investito 316 milioni di euro per 419 progetti e nel solo Niger sono 158 i collaboratori.
I suoi cooperanti sono stati vittime più volte di esecuzioni e sequestri. L'ultimo attacco, prima di domenica, era avvenuto il 23 luglio ai danni di un impiegato nigeriano rapito e ucciso in Nigeria da gruppi jihadisti insieme ad altri quattro cooperanti. Il 13 settembre 2014 l'inglese David Haines era stato decapitato, 18 mesi dopo il suo sequestro avvenuto in Siria. Nel novembre 2013 sei lavoratori afgani erano stati uccisi a colpi di arma da fuoco.
Nel 2014 l'italo-svizzero Fedrico Motka era stato rilasciato dopo il sequestro avvenuto in Siria nel marzo 2013. Sempre nel 2013 il francese Charles Ballard fu rilasciato a Kabul dopo 71 giorni di prigionia e, sempre in Afghanistan, nel 2011 erano stati brevemente detenuti quattro volontari afgani.
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