La Repubblica, 10 agosto 2020
Le sigle sindacali Sappe, Osapp e Sinappe comunicano che, come preannunciato, è stato depositato al tribunale civile di Parma il ricorso ex articolo 28 per l'accertamento della condotta antisindacale da parte della direzione degli istituti penitenziari di Parma e del Provveditorato Regionale dell'Emilia Romagna e Marche, contro l'illecita apertura del nuovo padiglione detentivo. La trattazione di tale ricorso è stata fissata per il giorno 3 settembre 2020, di fronte al giudice del lavoro. Continua, da parte delle sigle sindacali, il "percorso di lotta per il rispetto dei diritti soggettivi del personale di polizia penitenziaria e per il ripristino di corrette relazioni sindacali per la risoluzione degli annosi problemi della struttura penitenziaria di Parma".
di Fabio Marcelli
Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2020
Il 40esimo anniversario della strage di Bologna, il più grave atto di terrorismo mai verificatosi in Italia, ha riportato alla ribalta alcuni personaggi, peraltro da tempo morti e sepolti. Sulle loro responsabilità nell'organizzare e finanziare tale strage e nel tentare depistaggi volti a confondere le indagini e l'opinione pubblica, la magistratura ha acquisito delle certezze pressoché definitive.
Peccato però che, nel frattempo, tali personaggi siano tutti passati a peggior vita. Si tratta in primo luogo del "Venerabile" Licio Gelli, il capo indiscusso della Loggia P2, luogo principe del complotto antidemocratico che ha avuto come scenario il nostro Paese dagli anni Sessanta in poi, in diretto collegamento con l'Operazione Stay Behind e con Gladio, l'esercito parallelo anticomunista destinato a contrastare l'adozione da parte dell'Italia di una linea politica non subalterna in tutto e per tutto ai desiderata del capofila atlantico, gli Stati Uniti d'America.
Abbiamo poi Federico D'Amato, a lungo capo dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, uno dei gangli più delicati dell'amministrazione repressiva. Quindi l'editore della rivista di destra Il Borghese Mario Tedeschi e infine Umberto Ortolani, banchiere e tesoriere della Loggia citata. Ecco i quattro membri della Direzione strategica stragista (Dss) della quale facevano parte probabilmente anche altri personaggi, specie di Oltreoceano.
Un'inevitabile ricostruzione storica di questa e altre stragi evidenzia il dato che purtroppo la magistratura italiana e le forze dell'ordine non sono stati in grado di cogliere in tempi utili per permettere alla giustizia di avere il suo corso con la punizione dei colpevoli. Sono stati condannati solo taluni esecutori, criminali fascisti, manovalanza tutto sommato di basso livello. E' rimasto invece immune il disegno complessivo, caratterizzato da un attacco sistematico alla popolazione che attentati come quello di Bologna e altri dovevano terrorizzare, per avviare un processo di destabilizzazione della democrazia italiana, basato sulla diffusione di un clima di incertezza e paura.
Nessun dubbio si può avere sul fatto che tale destabilizzazione abbia avuto successo. Nel 1980 comincia un processo di declino della democrazia italiana che aveva raggiunto negli anni Settanta, grazie alla mobilitazione sociale nelle scuole, nei posti di lavoro e nei quartieri, livelli abbastanza elevati. Negli anni immediatamente successivi avemmo il craxismo e il Pentapartito e poi, a partire dai primi anni Novanta - inaugurati a loro volta dalle stragi di mafia e dall'uccisione dei giudici Falcone e Borsellino - il berlusconismo trionfante. Per non parlare del fatto che la totale sudditanza nei confronti degli Stati Uniti d'America sia sempre stata una cifra identificativa indispensabile di tutti i governi che si sono succeduti, sempre meno indipendenti nei confronti di Washington.
Da tale punto di vista può forse essere utile un parallelo coll'America Latina. In tale continente il terrorismo di Stato assunse i connotati dell'Operazione Condor, coordinamento tra i servizi segreti e le autorità di vari Paesi per liquidare fisicamente la sinistra. Ne risultarono decine di migliaia di vittime in molti Paesi. Un'operazione sulla quale proprio recentemente la magistratura italiana ha avuto il merito di svolgere importanti valutazioni, condannandone alcuni protagonisti.
In un intervento svoltosi all'Avana il 13 giugno 2005 il professor Luciano Vasapollo ebbe il merito di indicare le connessioni esistenti tra Operazione Condor e stragi italiane.
Lo strumento della strage è stato peraltro usato più volte nei confronti di Cuba, coi vari attentati organizzati dalla rete terroristica basata a Miami. Da un punto di vista storico complessivo tali connessioni hanno la loro radice nella pervicace e strenua volontà dell'imperialismo internazionale di impedire il libero sviluppo dei popoli e la loro emancipazione dal proprio potere. Proprio per questo si tratta di questioni di grande attualità, come la cronaca di questi giorni si incarica purtroppo di ribadire puntualmente.
di Marina Brudaglio
vanityfair.it, 10 agosto 2020
In Turchia a girare ci sono arrivati muniti solo di visto turistico, reflex e cavalletto in miniatura per evitare pedinamenti e requisizioni. Faranno ritorno in Italia con le schede di registrazione attaccate addosso e non prima di aver spedito i diversi hard disk con tutto il materiale raccolto: sono Fabio Colazzo, video operatore, e la giornalista Francesca Nava, ideatrice e co-regista del docu-film "Terroriste, Zerha e le altre".
Prodotto dallo Studio Creative Nomads e distribuito in Italia da Fandango, il documentario testimonia la repressione del governo turco di Erdoğan, attraverso le storie di tre donne impegnate ed influenti, tutte incarcerate per aver sostenuto le istanze del popolo curdo: "Tre modi bellissimi di essere donna e attivista - racconta Marica Casalinuovo, altro volto della compartecipata regia insieme a Marella Bombino e Vicky Chinaglia - donne che senza mai conoscersi stavano contemporaneamente lottando sugli stessi fronti con armi diverse: Zehra Doğan con la sua arte tra le bombe, il medico Şebnem Korur Fincanci, con le sue documentazioni, e la scrittrice Asli Erdoğan, voce della coscienza di un popolo".
"Questo documentario è un piccolo miracolo e ne vado orgogliosa" esordisce Francesca Nava, in occasione della première tenutasi a Roma lo scorso luglio, in collaborazione con Cine Detour, presso lo spazio socio-culturale autogestito Casetta Rossa (Garbatella), omaggiato con un'opera realizzata in loco proprio da lei, Zehra Doğan, donna simbolo della causa curda nel mondo, artista e giornalista, fondatrice dell'agenzia di stampa femminista curda Jinha (oggi Jin News), che ha scontato 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di carcere per un quadro raffigurante le bandiere turche sulle macerie della città di Nusaybin (Turchia sud orientale).
Nel docu-film Zehra si racconta attraverso la voce di Kasia Smutniak, presente alla serata: "Questo progetto l'ho accolto sin dalle prime righe della proposta da parte della coproduttrice Marella Bombino", racconta l'attrice. "Ho provato immediata empatia con questo team di donne, quelle da raccontare e quelle che volevano raccontarle. C'è chi le storie le vive sulla propria pelle mettendo a repentaglio la vita, poi c'è chi rischia per divulgarle personalmente, economicamente, facendo viaggiare lettere proibite, come tanti anelli di una catena. Si dice che manchino i punti di riferimento oggigiorno ma non è vero, tutte queste donne lo sono, Zehra a maggior ragione è una donna di questi tempi, con cui è facile identificarsi, non devi per forza vivere le stesse atrocità per farti contagiare da quel coraggio per poi usarlo nella propria quotidianità".
E così, anche fuori prigione, l'arma di resistenza contro le ingiustizie resterà per Zehra l'unione solidale tra donne: "Nelle carceri turche", racconta l'artista alla platea, "le donne vengono picchiate, messe in isolamento, ferite e nemmeno visitate, ci sono anche tanti bambini che non sanno cosa siano gli animali, che non conoscono gli alberi e non sanno cosa voglia dire stare in un parco. E ci sono anziani accusati di terrorismo solo perché il curdo è l'unica lingua che conoscono".
E se il docu-film implicherebbe la conoscenza della causa del popolo curdo, vittima di una feroce repressione etnica, mentre lotta da secoli per la costituzione di uno Stato autonomo, è pur vero che siamo di fronte ad un format che ha la sagacia di non dare nulla per scontato. Il montaggio infatti, a cura di Serena Del Prete, miscela con maestria le riprese clandestine e le immagini shock di videomaker turchi e curdi con supporti grafici e infodata, oltre che con un'accattivante quanto funzionale illustrazione animata che aiuta a deglutire certe verità e riflette il senso dell'arte di Zehra Doğan.
In carcere Zehra continua a dipingere in ogni modo possibile, capelli che diventano pennelli e sangue mestruale, spezie, caffè, come colori per dipingere su tele improvvisate: "L'arte di Zehra è arte viva, di denuncia che oltre a raccontare momenti della realtà contemporanea si distingue per essere arte collettiva che va oltre l'autoreferenzialità", spiega Francesca Nava "Perché mette al centro i corpi delle donne sempre in relazione tra loro: corpi dilaniati, avvinghiati, frammentati, come se volesse cogliere l'istante esatto prima della loro ricomposizione. La sua arte ha parlato per lei al mondo intero e questo è stato un aspetto metaforico anche del nostro lavoro, l'averla cercata, l'aver scritto per lei, montare questo documentario senza mai averla avuta di fronte".
Giunta in Turchia infatti, Francesca dovrà rinunciare ad intervistare Zehra, in latitanza prima di essere arrestata definitivamente. La giornalista si dedicherà nel frattempo alle altre protagoniste come Şebnem Korur Fincanci, medico legale, Presidente della Human Rights Foundation in Turchia e coautrice del Protocollo di Istanbul, riferimento internazionale per indagini su torture e pene disumane. La partecipazione ad una campagna in favore della libertà di stampa le era già costata un arresto per propaganda terrorista nel 2016, la condanna a 2 anni e 6 mesi di carcere arriverà nel 2018 per aver firmato una petizione che chiedeva di porre fine al massacro del popolo curdo. Una vendetta, secondo la giurista per aver redatto il Rapporto Cizre, report di una strage di 143 persone civili, tra cui tanti bambini nel sud est turco a maggioranza curda.
Altra storia, stesso esito per Asli Erdoğan, oggi esiliata in Germania con rischio d'ergastolo e l'accusa di "agire per distruggere l'unità nazionale", la pluripremiata editorialista e attivista turca per i diritti umani, tradotta in 20 lingue, aveva già conosciuto il carcere dopo il fallito colpo di stato in Turchia per alcuni articoli scritti sul giornale pro-curdo Özgür Gündem.
"Abbiamo iniziato a lavorare sulle traduzioni e il montaggio quando Zehra era ancora in carcere, poi ciò che ci ha veramente fatto arrivare a lei è stata la rete umana di contatti, attivisti, associazioni che hanno collaborato in maniera spontanea", racconta Serena Del Prete. "Casualità vuole che un ragazzo curdo che vive a Roma, nell'aiutarci riconosce Zehra, studiavano insieme. Un contatto tira l'altro e riusciamo a farle pervenire una lettera con delle domande in carcere". A distanza di molto tempo verrà recapitata allo Studio Creative Nomads la risposta dell'artista, 22 pagine scritte a mano dal carcere militare di Tarso che cambieranno radicalmente l'assetto dell'intero documentario, facendo da telaio alle altre storie: "Avevamo tra le mani un documento prezioso, intimo, divulgarlo diventava una missione, una spinta emotiva fortissima per tutto il team", dichiara Vicky Chinaglia, co-produttrice e Art Director di Creative Nomads, che ha seguito la parte grafica e artistica con l'illustratore Lorenzo Floriti e il dipartimento Creative Nomads Design.
"La lettera era scritta in turco quindi abbiamo pensato di restituirla con disegni animati. Dovevamo ricostruire il personaggio, il suo carattere, le atmosfere anche drammatiche del suo vissuto e senza averla mai conosciuta, la chiave per interpretarla ce l'ha data proprio quel respiro che Zehra trova nell'arte". "Siamo una piccola casa di produzione", dichiara Marella Bombino, socia fondatrice di Creative Nomads insieme a Vicky.
"E abbiamo sposato un progetto più grande di noi, l'abbiamo fatto col cuore, senza alcuna certezza di ritorni economici, mosse dalla gravità delle censure che avvengono dietro l'angolo di casa nostra e dall'urgenza di diffondere queste storie. Certo che ci siamo assunte dei rischi, molti collaboratori turchi e curdi non hanno voluto essere citati nei titoli di coda. Le paure ci sono ma è vero che il coraggio è contagioso ed ha prevalso".
Il documentario volge al termine e il retrogusto è un misto di commozione, amarezza e pungolo pungente, perché il sapore della complicità occidentale non tarda a toccare stomaco e coscienza: "Mentre ero ancora in carcere Banksy", racconta Zehra "mi dedica un'opera su un muro di Manhattan, la eco del mio messaggio si fa dirompente e una volta fuori prigione (febbraio 2019) gli Stati Uniti mi invitano ad esporre, ricevo anche un premio al coraggio come giornalista, i media mi offrono interviste, scrivono del governo turco come di un governo assassino.
Poi però, il visto dagli USA mi è stato negato due volte perché su di me pesa la condanna da terrorista. Ma perché tutto questo cerimoniale se poi non permettete che entri ufficialmente nei vostri paesi? Stessa cosa in Inghilterra dove ho vissuto sei mesi, affinchè io ottenga questo documento devono ancora fare indagini sul mio conto, sui processi aperti... rispetto all'Europa" continua "bisogna scindere, i popoli europei si battono per i diritti umani e sono molto solidali con il popolo curdo, gli Stati europei invece mostrano ambiguità: nel massacro di Nusaybin le armi erano svizzere, i carrarmati vengono venduti alla Turchia dalla Germania, gli elicotteri impiegati nel bombardamento di Afrin sono di produzione Italiana".
L'arte di Zehra che in Italia ha in serbo ben cinque progetti, continuerà la sua denuncia, così come il docu-film "Terroriste, Zehra e le altre" che tornerà nuovamente a Roma in settembre per poi raggiungere le città di Bologna, Brescia e Milano.
di Fabio Implicito
mitomorrow.it, 10 agosto 2020
I detenuti pronti ad incantare il pubblico con una rivisitazione di alcuni pezzi dei più grandi del teatro: tutti i dettagli dello spettacolo. "Il Nuovo Teatrino delle Meraviglie" approda nel palinsesto dell'Estate Sforzesca. Lo spettacolo organizzato dal Cetec (Centro Europeo Teatro e Carcere) Dentro/Fuori San Vittore, porterà in scena un curioso rifacimento di alcuni pezzi di Cervantes e Shakespeare. Ad interpretare il dramma detenute con permessi speciali, attori e anche un consigliere comunale.
Lo spettacolo. Riscritto dalla drammaturga e regista Donatella Massimilla, sulla base di "Intermezzi" di Miguel de Cervantes e "Sogno di una notte di mezz'estate" di William Shakespeare, in calendario il 13 agosto, la proposta si inserisce nel palinsesto de "I Talenti delle Donne" promosso dal Comune di Milano.
L'ambientazione è decisamente post lockdown. La narrazione comincia con l'arrivo a Milano di un gruppo di artisti smarriti e nomadi che vengono accolti dal Ghisa Furiere - interpretato dal consigliere Alessandro Giungi - al grido "distanziamento, distanziamento!".
Tuttavia non si perderanno d'animo e reinventeranno fantasmi, voci e visioni, in una città che, spiega la regista, "non ha paura di accogliere i sopravvissuti anche se dei diversi si ha sempre, in fondo in fondo, un malcelato timore".
"Ho pensato molto durante la pandemia, che ci ha colpito tutti, dentro e fuori, alla necessità di tornare in scena non solo con monologhi ma ancor più con un gruppo di teatro numeroso fatto di famiglia d'arte congiunta, stile "Fraternal Compagnia" - ha raccontato Donatella Massimila. Per ritrovare, forse, il senso smarrito di un teatro del cambiamento, interrotto in carcere a causa del Covid-19 da febbraio e solo ora autorizzato a riprendere il suo significativo cammino".
targatocn.it, 10 agosto 2020
Dopo la donazione del 19 giugno 2020 di 700 mascherine chirurgiche sabato 8 agosto 2020, un'altra donazione consegnata dai volontari della Crivop Italia Odv, questa volta di bottiglie di acqua da 0,50 cl, ricevuta dalla Carpenteria Metallica "Sellitto" di Cantalupo (Al) per i ristretti indigenti della Casa Circondariale di Cuneo. La Crivop, Organizzazione di Volontariato Penitenziario, è stata costituita a Messina dal Fondatore Michele Recupero il 1 dicembre 2008.
Negli anni ha acquisito professionalità nelle attività di volontariato, grazie anche ai Corsi Base di Formazione Penitenziaria che il fondatore ha tenuto dal 2012 in diverse città d'Italia. L'Organizzazione operante a Torino dal 2016 ha portato sostegno morale e materiale a centinaia di detenuti e internati di vari istituti penitenziari nel territorio italiano, a molti ristretti sottoposti alla detenzione domiciliare ed a tante famiglie di detenuti, favorendo la riabilitazione e il reinserimento nella società attraverso un percorso di cambiamento, umano e relazionale.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 10 agosto 2020
Lo Stato sembra talvolta un ospite, che si muove in punta di piedi a casa sua. Ma in una Beirut distrutta è impossibile fingere: bisogna ricostruire. Il Libano si è sempre mosso tra realtà complessa e sogno che talvolta è diventato incubo: così fu durante la guerra civile (1975-1990), che ridusse Beirut a campo di battaglia o, ora, con l'esplosione che ha distrutto la capitale, cuore e anima del Paese. Interpreti principali del sogno, da secoli, sono stati i maroniti, fieri cattolici abitanti della montagna, amici della Francia, che si dicono figli dei fenici, diversi dagli arabi.
Il sogno si realizzò dopo la Prima guerra mondiale e le stragi dei cristiani nell'impero ottomano: un Libano dove i cristiani non fossero minoranza come in tutti i Paesi arabi (qui erano la metà). Per realizzarlo c'era bisogno della Francia, potenza mandataria. Nel 1920, l'alto commissario francese, generale Gouraud, proclamò la Repubblica del Libano sullo scalone dell'Hotel des Pins (dove si è recato Macron durante la sua visita), accanto al patriarca maronita e ai leader sunniti. Il Libano si reggeva sull'alleanza tra la borghesia sunnita e cristiana. La Siria lo considerava (ancora è così) parte della sua terra, tanto da non inviare un ambasciatore a Beirut. Più volte, è entrata con le truppe ed è un attore "interno" della politica in Libano. Eppure, qui si è sempre respirata aria di libertà a differenza dei Paesi arabi. Niente censura. Vita libera, case da gioco, spazio di respiro e divertimento per un mondo arabo conformista e compresso a casa propria.
Dall'indipendenza, nel 1943, il genio del Paese è la convivenza tra le comunità religiose. Ben diciotto (l'ebraica è finita anche se è stata recentemente restaurata la sinagoga): dodici cristiane (prevalgono i maroniti), sei musulmane.
Il primo ministro è sunnita e il presidente maronita. Il Libano fino agli anni Settanta era definito la Svizzera del Medio Oriente: paradiso fiscale e terra del buon vivere. Era le Liban du rêve! Ma non si è costruito uno Stato sociale, mentre i clan all'interno delle confessioni rafforzavano il loro potere, fino a formare milizie. Dal 1933 non si fa un censimento, che ora mostrerebbe i cristiani in minoranza turbando gli equilibri istituzionali. Nel 1948 arrivarono i palestinesi, ora 455.000, che abitano il Paese - nei campi, divenuti ormai veri quartieri - senza alcun riconoscimento. Popolo fantasma, ma con i propri armati, all'origine della guerra civile scoppiata nel 1975.
In una guerra di quindici anni, con cambi di alleanze, l'ingresso delle truppe israeliane e poi con l'insediamento dei siriani, il sogno di convivenza va in pezzi. Non solo per le tante milizie, ma perché i poteri clanici, legati a interessi affaristici e famiglie si dividono e ricompongono. Irrompono sullo scenario gli sciiti, sottoproletariato dimenticato e disprezzato: manovali, contadini, camerieri delle ricche famiglie maronite e sunnite... L'imam Moussa Sadr, ucciso in Libia da Gheddafi nel 1978, fonda un movimento di riscatto sciita. Con la vittoria di Khomeini si sviluppa una "teologia della liberazione" islamica.
Nel 1982 nasce Hezbollah, che si fa carico delle istanze di riscatto degli sciiti, ormai la componente più numerosa e forza militare più potente dell'esercito nazionale: uno Stato nello Stato, verso cui vanno i sospetti per l'esplosione al porto.
Non si tratta di ricordare le vicende degli ultimi decenni, tra violenze, assassinii, cambi di governo. La guerra in Siria ha portato un milione di profughi, accolti con generosità in un Paese di quattro milioni di abitanti. La convivenza tra comunità è spesso scaduta in connivenza affaristica, minata dalla crisi della "lira libanese". In un regime clanico e affaristico, s'è radicata la compatta testuggine di Hezbollah, che controlla quartieri, la regione Sud, ha sacrificato tanti uomini nella difesa di Assad in Siria. L'islamismo, come ideologia della liberazione, come fu il marxismo, ha derive terroristiche e criminali. Lo Stato in Libano sembra talvolta un ospite, che si muove in punta di piedi a casa sua. La terribile esplosione ha travolto il modus vivendi, per cui si fa finta, ci si ignora, si spartiscono spazi. Ormai, in una Beirut distrutta, è impossibile fingere. Bisogna ricostruire.
Le forze sane sembrano i giovani e i meno giovani, liberatisi dalle differenze confessionali e claniche: chiedono un rinnovamento. Si sono stretti attorno a Macron, primo leader europeo a visitare subito il Libano. L'Europa deve giocare un proprio ruolo, come ha mostrato Charles Michel nella sua visita. La presenza dei militari italiani nella forza Onu deve essere la premessa per una politica italiana nel Paese, come ha dichiarato il ministro Guerini.
L'alternativa è il fiume di petrodollari da Arabia Saudita ed Emirati: una ricostruzione affaristica (senza rispetto nemmeno per l'antica architettura) e per nulla democratica, che userà i clan libanesi arricchendoli e soffocando il rinnovamento della società civile, unica parte sana. Di Maio ha parlato del Libano come "seconda casa" per l'Italia. Ci vuole almeno una grande iniziativa italo-franco-tedesca. Perdere il Libano, con la crisi libica e le fragilità della Tunisia, è rassegnarsi a un Mediterraneo diverso, certamente peggiore.
di Paolo Di Falco e Andrea Leone
Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2020
Suicidarsi a 14 anni, quando hai tutta una vita ancora davanti, quando non hai avuto ancora la possibilità di vedere i tuoi sogni realizzati è una delle tragedie più terribili nella nostra società. Suicidarsi a 14 anni perché ti senti respinto da ogni Paese in cui metti piede e cominci a pensare che il problema sei tu perché sei nato con un passaporto sbagliato è davvero un dramma dei nostri tempi, a cui non facciamo nemmeno caso per la nostra continua fretta, la nostra frenesia che non ci dà nemmeno il tempo per fermarci e riflettere.
È il caso di Ali Ghezawi, un adolescente siriano che sognava di diventare un cardiologo. Un sogno che era scaturito dalla lettura del libro Anatomy, tra le cui pagine resterà un segnalibro giallo a pagina 623. Ali parlava bene l'inglese e altre 5 lingue, ed era scappato insieme alla sua famiglia dalla Siria: dopo gli anni trascorsi in un campo in Libano, finalmente erano riusciti ad ottenere un permesso di soggiorno in Spagna, dove ad attenderli non era una vita migliore, ma una stanza, senza neanche una finestra, all'interno della quale dovevano convivere ben 8 persone. Si può questa chiamare vita?
Mossi dalla speranza di un posto migliore e di condizioni di vita più adeguate, la famiglia arrivò nei Paesi Bassi, ma fu costretta a ritornare in Spagna, dove questa volta ad attenderli non c'era una stanzetta, bensì l'asfalto della strada. Successivamente si spostò di nuovo nei Paesi Bassi, il Paese in cui Ali si sentiva al sicuro e di cui condivideva la cultura, ma l'odissea dei Ghezawi non finì; così, dopo un fallito tentativo di suicidio nel 2019, alla notizia di non poter più restare nei Paesi Bassi Ali ha deciso di abbandonare quella vita che per lui aveva già riservato troppa sofferenza, troppe atrocità sulle spalle di un adolescente.
"Vogliamo raccontare questa storia per dimostrare che i bambini rifugiati come Ali non hanno una casa sicura in Europa. Ed è tutt'altro che solo. Le procedure di asilo non solo richiedono molto tempo, ma ci sono così tante differenze nell'accoglienza per paese. La Spagna è stata un'esperienza terribile per Ali. Lo ha portato a una decisione disumana. Il suo sogno di vivere nei Paesi Bassi è andato in pezzi. La vita è diventata un incubo".
Queste le parole dei genitori di Ali, di fronte alle quali non si può non provare un sentimento di rabbia misto a vergogna. Rabbia per la morte di un adolescente la cui unica colpa era quella di essere nato dalla parte sbagliata del globo, vergogna per una burocrazia che non guarda in faccia nessuno, non guarda in faccia la tua vita, le tue emozioni. Come si può assegnare una piccola stanzetta ad una famiglia di ben 8 persone? Come si può restare indifferenti di fronte a questa storia? Mentre le nostre vite continueranno a scorrere come nulla fosse, il cuore di Ali ha cessato di battere perché troppo stanco di continuare a sopportare, di continuare a essere rifiutato. Un sogno spezzato che non potrà più essere realizzato, un segnalibro che rimarrà per sempre a pagina 623.
In un clima sempre crescente di razzismo all'interno della nostra Italia, in cui, pensate un po', un bambino di 8 anni cerca di fermare il papà che picchiava un senegalese, la cui unica colpa era stata quella di sedersi con un telo sotto un gazebo dove l'uomo aveva preso posto con il figlio. È davvero questa la nostra Italia? Davvero un bambino di 8 anni deve dire al padre "Papà, qui c'è posto per tutti" per far cessare la violenza che si prospetta dinnanzi ai suoi occhi innocenti? "Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini".
Questa bellissima frase del teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer fa riflettere su uno degli aspetti più negativi di questi due episodi: una società così "occupata" da trascurare la crescita dei bambini. Tuttavia, se nell'ultimo caso quel bambino diventa "un eroe moderno", inusuale per questi tempi, Ali è l'ennesima testimonianza di "vittima moderna", facile da rintracciare nella tragicità odierna.
Una delle cose più belle della gioventù è avere una vita intera davanti da poter impreziosire con progetti, sogni e obiettivi. Una delle più brutte è rendersi conto che molti di questi sogni si andranno a frantumare come le onde sugli scogli man mano che si cresce. La cosa più importante è trovare la forza e il coraggio per continuare a rincorrere le aspirazioni più grandi. Ad Ali è mancata questa forza mentale, forse perché prosciugata dalle falle della società nella quale sognava di avere un ruolo e di poterlo sfruttare per il bene altrui. Sì, perché questa società, nella quale senza accorgercene abbiamo tutti un peso, poggia i suoi pilastri sulla mentalità odierna e sui bisogni di chi un lavoro, una casa, una famiglia già ce l'ha. In poche parole, siamo una società egoista. Siamo diventati incapaci di andare avanti insieme a chi ci sta accanto. Forse è la paura, il disinteresse o come già detto la frenesia, fatto sta che non ci voltiamo mai indietro per tendere la mano a chi ci sta a fianco.
di Milena Castigli
interris.it, 10 agosto 2020
Giudice, oggi Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Roma, per 17 anni PM per il Tribunale dei Minori. In passato, capo di gabinetto del Ministro Mara Carfagna, vice capo vicario del Dap con il ministro Severino e capo del Dipartimento degli Affari di Giustizia con il ministro Cancellieri. Tutto questo e molto altro - è infatti madre di tre figli - è Simonetta Matone.
Giudice Matone, quanto ha inciso il coronavirus nello svolgimento del suo ruolo quale Sostituto Procuratore Generale presso la corte di appello di Roma?
"Il coronavirus ha inciso solo relativamente sulla mia attività lavorativa. Anche se a scartamento ridotto, in procura generale tutti hanno continuato a lavorare. Durante la pandemia, la giustizia (almeno quella penale) non si è fermata".
Qual è il problema principale della giustizia penale?
"Il problema centrale della giustizia penale è il carico mostruoso di processi arretrati. Solo la Corte di Appello di Roma ne ha 46mila. Anche con sforzi immani, sono processi destinati inevitabilmente alla prescrizione. Purtroppo, manca il personale: non solo giudici e magistrati, ma che il personale esecutivo ed amministrativo che ha un sovraccarico di lavoro enorme. Purtroppo, siamo in perenne situazione di emergenza da almeno 30 anni".
Ha lavorato 17 anni alla Procura per i Minorenni. Cosa pensa della criminalità giovanile?
"In genere, questi ragazzi hanno avuto delle storie personali fortemente segnate: abusi, violenze, famiglie sfasciate, microcriminalità etc. Siamo in presenza di situazioni che hanno una spiegazione: nessun ragazzo diventa un delinquente da adulto all'improvviso, ma c'è sempre qualcuno che lo spinge su questa strada. Una storia difficile che - pur non giustificando - spiega le ragioni alla base delle scelte sbagliate di tanti ragazzi. O "baby criminali", come vengono spesso erroneamente definiti. Però i ragazzi non sono mai dei delinquenti 'nati', lo diventano a causa delle cattive influenze".
Ambiente, società, scuola o famiglia. Quale istituzione educativa ha fallito con questi ragazzi?
"Principalmente la famiglia d'origine è alla base delle scelte e del tipo di vita che condurrà un giovane, in un verso o in un altro. Non è solo la società o l'ambiente circostante a incidere. Ciò che fa la differenza è la famiglia d'origine. Quale famiglia ha avuto il ragazzo alle spalle? Quale educazione, quali valori sono stati insegnati? Quante e quali violenze ha vissuto? Se la famiglia è assente o è malata, i figli quasi certamente seguiranno quell'esempio e faranno scelte sbagliate".
Che peso ha la scuola nel prevenire i fenomeni di criminalità giovanile?
"La scuola può fare molto ma non tutto. Ci vorrebbero insegnanti non solo preparati dal punto di vista culturale, ma anche con un grande carisma, in grado di attrarre i giovani fuori dalla spirale delinquenziale. Cosa che non sempre accade. La scuola è importantissima e può ispirare il buono e al bello. Ma non può fare i miracoli, specie se la famiglia è inadatta al suo ruolo e educa i figli a dei disvalori. Quella tra famiglia e scuola è dunque una lotta impari".
Le cronache degli ultimi anni presentano un numero crescente di genitori che uccidono i propri figli. Cosa ne pensa?
"Questo è un fenomeno nuovo e purtroppo in crescita negli ultimi anni. Vale a dire persone - in genere uomini - che non sopportano la rottura del rapporto e uccidono il partner o, peggio, uccidono i figli per vendetta. È una cosa spaventosa. Penso però che parlarne troppo, enfatizzando la notizia, sia un errore. Perché spinge all'emulazione i soggetti psicolabili. E questo spiegherebbe almeno in parte l'aumento improvviso di questo genere di delitti".
Qual è il ruolo della giustizia in una società sempre più indirizzata alla vendetta personale?
"La giustizia ha un ruolo fondamentale per il benessere della società. La giustizia deve però essere certa, non esemplare. Deve cioè rappresentare un ruolo di garanzia, di equilibrio. La pena deve essere certa, ma misurata alla colpa. Altrimenti rischiamo di vivere come in un regime totalitario".
Oggi la giustizia è certa?
"Purtroppo no. Molti pensano di delinquere e poi di potersela cavare. E, a volte, hanno ragione. Lo dimostrano il 46 mila casi penali pendenti".
Quanto è importante secondo lei la fede nella vita delle persone e nella società?
"La fede è fondamentale. È la linfa vitale delle persone. Rappresenta inoltre la via di salvezza per una società scombinata come la nostra".
Ha conosciuto decine di storie terribili. Vuole raccontaci invece una storia a lieto fine?
"Una delle mie più grandi soddisfazioni professionali l'ho vissuta quando ho rivisto tre sorelle che da bambine - la vicenda risale al 1993 - avevano subito violenze da un gruppo di ragazzi, molti dei quali minorenni. Una storia terribile. Dopo molti anni, le giovani vittime sono venute a trovarmi durante un convegno. Tutte e tre erano riuscite a superare quei traumi e a costruirsi una vita normale, addirittura felice".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 10 agosto 2020
"Il Libano era un Paese fragile, sotto ogni punto di vista, già prima della tragedia di Beirut. Ma non intendo unirmi a chi sentenzia che sia un Paese finito. La comunità internazionale, e in essa l'Europa, ha il dovere, politico e non solo umanitario, di aiutare un popolo coraggioso, come è quello libanese, a risollevarsi. Dobbiamo fare di tutto perché il Libano non si aggiunga al lungo elenco degli Stati falliti in Medio Oriente e nel Nord Africa". A sostenerlo, nell'intervista a Il Riformista, è una donna che quella martoriata area del mondo ha conosciuto molto bene, prima da Commissaria europea per gli aiuti umanitari e successivamente da ministra degli Esteri: Emma Bonino, leader storica dei Radicali, oggi senatrice di +Europa. Libano e non solo. Un altro tema caldo è quello dei migranti e la risposta del Governo italiano. Il giudizio dell'ex titolare della Farnesina è netto: "Al di là dei toni più sobri, cosa comunque da rimarcare, della ministra Lamorgese, quanto a scelte e atteggiamenti non vedo differenze tra il Conte I e il Conte II".
Il Libano è sconvolto dalla tragedia consumatasi martedì pomeriggio nel cuore di Beirut: i morti ufficiali dell'esplosione sono almeno 157, 5mila i feriti, decine e decine – nessuno sa davvero quanti – i dispersi ancora sotto le macerie. 300.000 le persone rimaste, in pochi secondi, senza una casa. Un Paese in ginocchio.
Il Libano è un Paese fragilissimo, sul piano politico, con gli equilibri perennemente instabili tra le diverse comunità etnico-religiose, fragilissimo dal punto di vista economico, con una situazione anche pre-crisi Covid molto preoccupante, e, vista l'instabilità politica, con un accordo con il Fondo monetario internazionale bloccato. Su questa situazione già grave s'innesta la tragedia di martedì, che non si capisce se causata da incuria, negligenza, ma rimane il fatto che la pericolosità dello stoccaggio di queste 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio, era stata segnalata almeno cinque-sei volte dalle autorità portuali senza mai ricevere alcun riscontro. Nel 2013, la "Rhosus", una nave che batteva bandiera moldava e proveniva dalla Georgia, fece scalo a Beirut, in rotta verso il Mozambico: a bordo aveva 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio. Il carico fu sistemato nell'hangar numero 12, dedicato alle merci sequestrate. La nave finì per affondare. E sette anni dopo, l'hangar con il suo micidiale contenuto, esplode e determina una catastrofe. Leggo e sento di ipotesi le più varie: un attentato, il colore del fungo presuppone che ci sia del litio, dicono gli esperti, e quindi probabilmente un mix di queste tonnellate di nitrato d'ammonio più, forse, munizioni e bombe. Da qui la richiesta di una commissione d'inchiesta internazionale. Il Libano in più è un Paese fragilissimo perché è un Paese di quasi 7 milioni di abitanti che già ospitava circa 1,5 milioni di rifugiati siriani. Potete immaginare la situazione. Noi ci accorgiamo dei Paesi solo quando ci stanno grandi drammi o interessi in gioco, e quando tutto sembra fragile ma, insomma, tranquillo, ce ne occupiamo meno o li dimentichiamo proprio. Ovviamente, l'Europa si farà forte della robusta politica umanitaria decisa da Jacques Delors e dall'allora Commissario per le Relazioni con i Paesi del Sud del Mediterraneo, dell'America Latina e del Medio Oriente, Manuel Marìn, che io ho poi gestito, da Commissaria europea, per quattro anni. Quell'ufficio era ed è tutt'oggi l'European commission umanitarian office. Una politica robusta non solo in termini di finanziamenti ma anche di sostegno della Commissione europea. Quello che manca, come al solito, è la politica estera, quello che diciamo da sempre. Aiuti umanitari ce ne saranno ma temo senza una visione strategica che aiuti davvero il Libano a ricostruirsi e a rinnovarsi. Si cercherà di mettere la classica pezza per evitare che la crisi libanese deflagri al punto di coinvolgere i Paesi vicini o che possa produrre una implosione che avrebbe ugualmente gravissime conseguenze sul quadro regionale.
C'è chi sostiene che la tragedia di Beirut segni la fine del Libano. È una profezia nefasta o un rischio reale?
Il rischio indubbiamente c'è, ma non sarei così catastrofista. Io ho sempre visto uno spirito libanese molto reattivo, capace di reagire. E poi dipenderà, vista la situazione, dal contributo di sostegno vero, sia dal punto vista istituzionale che da quello finanziario, da parte della comunità internazionale. Da soli non ce la fanno di sicuro: hanno 300mila persone senza casa, lo sforzo di ricostruzione sarà enorme. Perché, è bene sottolinearlo ancora, la tragedia di Beirut si innesta su una situazione di estrema fragilità dal punto di vista finanziario, economico, istituzionale e demografico.
Il Libano in ginocchio, la Siria devastata da una guerra senza fine, la tragedia umanitaria che sta flagellando lo Yemen, il caos armato in Libia, la Tunisia a rischio di implosione sociale. Il Sud del Mediterraneo rischia di essere un immenso cumulo di macerie?
La situazione è davvero complessa, e s'intrecciano molte cose: la guerra inter sunnita, la guerra tra sunniti e sciiti, la presenza di tribù locali molto forti, ed è tutta un'area che caduto il vecchio ordine dei dittatori e degli autocrati, ancora non ha trovato una sua strada, perché di nemici interni e di potenziali alleati esterni non proprio affidabili, quest'area ne ha moltissimi. Un vecchio ordine è caduto e il nuovo stenta ad apparire.
In questo scenario altamente instabile e denso di incognite, l'Italia sembra ridotta a un ruolo di comprimaria, in Libano come in Libia, solo per fare alcuni esempi di estrema attualità
In Libano abbiamo una presenza che ci è riconosciuta in termini di comando della missione Unifil II dell'Onu. Non solo riconosciuta, in termini formali, ma tutti ci sono molto riconoscenti per il modo di fare, per il modo di essere dei nostri militari. Ed è chiaro che l'Italia da sola non è che si possa far carico di Libia, Siria, Libano etc., quando poi altri sono più interventisti, penso alla Turchia di Erdogan piuttosto che la Russia di Putin. È tutto un groviglio di interessi, e l'Europa che non ha una politica estera, ma Paesi come la Francia particolarmente attiva nel Sahel, come in Niger o in Libano, o altri Paesi completamente indifferenti, come quelli del Nord e dell'Est Europa, che hanno altre priorità e preoccupazioni, per cui andiamo a ruota libera e spesso in concorrenza tra di noi: la concorrenza energetica, tra le altre, tra Italia e Francia non è certo un mistero per nessuno. E queste contraddizioni nostre, quelli che si ritengono più forti, come la Russia e la Turchia, le vedono e potendo le sfruttano.
Due atti di politica estera, per restare all'inquieto Mediterraneo, l'Italia li ha comunque compiuti nelle ultime settimane: il rifinanziamento della Guardia costiera libica e lo stop dei finanziamenti alla Tunisia per la cooperazione allo sviluppo, deciso dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Questo fondo di cui parla Di Maio dovrebbe aggirarsi attorno ai 6,5 milioni di euro, se non vado errata. Non mi pare sia una grande minaccia. La Tunisia ha i suoi problemi ma anche il suo orgoglio. Sulla Libia, che dire, in pochissimi ci abbiamo provato fino all'ultimo a chiedere che approvando tutte le altre missioni, nel decreto missioni fosse stralciata e discussa a parte la missione in Libia, perché io ritengo che comunque sia stata concepita anni fa, il mondo cambia e la Libia pure, e, a mio avviso, il nostro rapporto con la Libia necessitava di un reset, un ripensamento complessivo. Nessuno ha fatto una piega, Pd compreso, hanno approvato tutto come una lettera alla posta. Al Senato siamo rimasti in 14 a chiedere un ripensamento, ma non c'è stato verso. In Libia, dopo le dimissioni di Salamè, da mesi non c'è più un inviato delle Nazioni Unite. A parte la nostra preoccupazione ossessiva dei migranti, per il resto non vedo neanche una parvenza di volontà di ripensare e definire un disegno che prefiguri un rapporto strategico con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Si naviga a vista, e si naviga male.
Tanto male, mi riferisco al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica, da suscitare la rivolta e l'indignazione delle Ong e delle associazioni umanitarie, che hanno rimarcato come, su questi temi, non esista alcuna discontinuità tra il Conte I e il Conte II. È una forzatura?
Assolutamente no. Basta vedere le leggi: quelle erano e quelle sono. L'impianto resta lo stesso. Conte I, Conte II: stesse leggi, stesso comportamento. Una moderazione di linguaggio, questa sì, da parte della ministra Lamorgese, e di questo gliene va dato merito. Ora la ministra dell'Interno è al lavoro per cambiare i "decreti Salvini" ma tutto il resto è rinviato ad ottobre. E questa estate si salvi chi può, come può, se può. Di certo non c'è stato alcun cambio di direzione.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 9 agosto 2020
Sostanziale via libera al nuovo Csm, ma critiche sul sorteggio e sugli eccessi anti correnti. Anche Area positiva, Magistratura democratica invece è molto dura: "Non si stroncano i vizi del correntismo né le intese di potere". "Esprimiamo apprezzamento per il complessivo impianto e per molti degli interventi di riforma".










