di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 agosto 2020
Il ricorso degli avvocati Ghini e Di Credico è stato assegnato per la decisione alla Camera della Cedu con la richiesta all'Italia di informazioni fattuali. Continua la richiesta di spiegazioni da parte della Corte Europea dei Diritti Dell'Uomo (Cedu) nei confronti del governo italiano in merito alla vicenda del detenuto recluso al carcere di Venezia che, per il tramite degli avvocati difensori Roberto Ghini del foro di Modena e Pina Di Credico del foro di Reggio Emilia, aveva presentato alla Corte di Strasburgo l'articolo 39, ovvero la misura urgente e provvisoria. Procedura accolta dalla Cedu con tanto di domande poste allo Stato italiano e poi sospesa dopo che il Tribunale di sorveglianza ha fissato subito l'udienza e conclusa con la concessione della detenzione domiciliare.
Ricordiamo che parliamo del periodo a rischio di contagio da Covid 19 - non fronteggiato attraverso l'accesso a una misura alternativa alla detenzione nei confronti del recluso - e che alla Cedu si era rappresentata la configurazione della pena contraria al senso di umanità. Storia a lieto fine per il governo italiano? Nient'affatto. Andiamo con ordine facendo nuovamente un passo indietro. La Cedu con comunicazione del 22 maggio scorso ha informato la difesa di avere deciso di non indicare allo Stato italiano di adottare misure urgenti e provvisorie e contestualmente richiedeva alla difesa di depositare il ricorso entro il 2 giugno 2020.
Domiciliari concessi dopo il ricorso alla Cedu - "Sicuramente - spiegano gli avvocati Pina Di Credico e Roberto Ghini - ha avuto un peso nella decisione di non adottare una misura provvisoria, la circostanza che proprio durante questa procedura urgente (e probabilmente grazie all'intervento della Corte), con tempistiche alle quali raramente si è abituati, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha fissato immediatamente l'udienza nell'interesse del detenuto per il giorno 28 aprile 2020. Nel corso di tale udienza il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha applicato il beneficio della detenzione domiciliare ritenendo non sussistente la pericolosità sociale del detenuto per le stesse motivazioni addotte dalla difesa".
Quei 51 giorni in condizioni detentive inumane a degradanti - Ma è sorto un problema. Il tribunale di sorveglianza non si era però pronunciata sulla eccepita violazione dell'articolo 3 Cedu per essere stato il detenuto esposto per ben 51 lunghi giorni in condizioni detentive inumane a degradanti al rischio di contagio da Covid 19 con il rischio di morire. Come spiegano gli avvocati, tale situazione poteva essere evitata ponendo il detenuto sin dalla prima richiesta in detenzione domiciliare avendo dimostrato, la difesa, che ricorrevano tutti i presupposti come affermato dal Tribunale di Sorveglianza che ha escluso la sussistenza della pericolosità sociale.
Gli avvocati difensori, pertanto, hanno ritenuto opportuno depositare il ricorso alla Cedu il 27 maggio 2020, nonostante l'interruzione della procedura urgente, ritenendo che il detenuto avesse subito comunque un trattamento inumano e degradante durante l'attesa di ottenere la misura alternativa alla detenzione e ritenendo che lo Stato Italiano con il proprio comportamento avesse ostacolato il diritto al ricorso con informazioni in parte non perfettamente corrispondenti al vero.
"Si è ritenuto, inoltre - spiegano Ghini e Di Credico - che il governo Italiano avesse impiegato un tempo eccessivamente lungo, seppure sollecitato dalla Cedu, ad adottare una decisione in punto di legittimità della detenzione con ulteriore violazione dell'art. 5 Cedu". Ma accade una singolare coincidenza. Pochi giorni dopo la presentazione del ricorso dinanzi la Cedu, viene notificato alla difesa un ricorso per Cassazione del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Venezia con cui si impugnava la decisione del Tribunale di Sorveglianza. A oggi la Corte di Cassazione non ha fissato alcuna udienza.
Il ricorso dinanzi la Cedu è stato assegnato per la decisione alla Camera - Ma veniamo al dunque. "In questi giorni - annunciano gli avvocati Ghini e Di Credico - si è appreso che il ricorso dinanzi la Cedu è stato assegnato per la decisione alla Camera e che il Presidente ha comunicato il ricorso al governo italiano con la richiesta di informazioni fattuali".
Gli avvocati evidenziano che si tratta allo stato "di un ulteriore risultato degno di attenzione se si considera che alla Camera, composta da 7 giudici, vengono assegnati solo i ricorsi che sollevano una nuova questione relativa all'interpretazione ovvero all'applicazione della Convenzione e non i ricorsi che affrontano questioni già note come accade per il Comitato".
Ciò a ulteriore conferma del fatto che la questione dell'esposizione a contagio da Covid 19 di un detenuto è del tutto nuova. "È senza precedenti - sottolineano gli avvocati Ghiri e Di Credico - e merita sicuramente un vaglio approfondito sia relativamente al divieto di trattamento inumano e degradante che sotto il profilo della celerità della decisione che un Tribunale deve rispettare quando si verte in materia di libertà di una persona oltretutto esposta al rischio di contagio da virus mortale".
di Manuela Marziani
Il Giorno, 8 agosto 2020
I reclusi di Torre del Gallo impareranno la professione di addestratore e a prendersi cura degli animali. Sono entrati nelle strutture per anziani, negli ospedali e ora anche in carcere. Alcuni cani del canile di Voghera varcheranno il cancello di Torre del Gallo per aiutare i detenuti ad avere relazioni e imparare una professione da svolgere quando non saranno più reclusi. Parte il prossimo mese un progetto innovativo voluto dal garante provinciale dei detenuti Vanna Jahier e dal direttore generale di Ats Mara Azzi e realizzato con la collaborazione del direttore del carcere Stefania D'Agostino e il centro cinofilo Il Biancospino.
Saranno gli istruttori del centro di addestramento di Casteggio, infatti, ad entrare in carcere per insegnare ai detenuti ad occuparsi dei cani e ad addestrarli. "L'obiettivo, quando avranno terminato il loro periodo detentivo, è quello di dare agli ormai ex detenuti un titolo professionale - ha spiegato Vanna Jahier - perché possano trovare lavoro come operatori di pet therapy o addestratori". Per realizzare il progetto, con l'aiuto di Ubi banca, sono state acquistate da un'azienda di Reggio Emilia quattro cucce dotate di pannelli solari per i rigori invernali e realizzata una recinzione di 12 metri per lasciare liberi i cani e farli seguire corsi di agilità.
Il primo impegno di spesa è di 30mila euro, ai quali se ne dovranno aggiungere altri per la scuola di formazione. "Il dottor Giorgio Oldani della clinica veterinaria Sant'Anna - ha aggiunto il garante provinciale dei detenuti, che proprio in questi giorni ha lasciato l'incarico per la fatica che comporta seguire tre istituti e 1.600 detenuti alcuni dei quali protetti e della sezione di alta sicurezza, ma vorrebbe continuare ad occuparsi della casa circondariale di Pavia - individuerà tra gli ospiti del canile di Voghera i cani con attitudini alla pet therapy, li sottoporrà alle vaccinazioni e poi li porterà in carcere per far cominciare loro, che non hanno un padrone e una famiglia, una nuova vita".
E anche per i detenuti il rapporto può essere positivo. "L'animale non ha un atteggiamento giudicante - ha sottolineato il direttore generale di Ats, Mara Azzi - quindi i detenuti che sono stati giudicati e rischiano di esserlo ancora possono costruire con un cane un rapporto importante. Nel contempo i cani che in canile hanno rapporti spersonalizzanti, possono avere un padrone al quale legarsi. Insomma, con questo progetto si favorisce il benessere del detenuto e dell'animale". E, nel caso in cui il detenuto durante la sua libertà abbia avuto un cane, potrà portarlo con sé in carcere. "Molti - ha concluso Vanna Jahier - hanno parenti lontani e nessuno che possa prendersi cura dei loro animali".
di Antonella Petris
meteoweb.eu, 8 agosto 2020
Sarà realizzato un laboratorio di sartoria per realizzare 5500 mascherine personalizzate all'interno della sezione femminile del carcere di Messina "Gazzi". Sarà realizzato un laboratorio di sartoria per realizzare 5500 mascherine personalizzate all'interno della sezione femminile del carcere di Messina "Gazzi".
Il progetto, nato con l'obiettivo di avviare percorsi di inclusione e di formazione al lavoro per le detenute nelle case circondariali italiane, è realizzato nell'ambito del programma "Si Sostiene in carcere 2019/2021" e del protocollo sottoscritto con il Dap e il Ministero Giustizia dal Soroptimist International d'Italia, l'associazione di donne di elevata qualificazione professionale impegnate nel sostegno all'avanzamento della condizione femminile nella nostra società.
In programma l'allestimento di un piccolo laboratorio di sartoria e la fornitura di macchine da cucire, materiali e ogni altra attrezzatura utile per un corso che prevede anche lezioni a distanza. Il percorso di tutoraggio è affidato all'associazione D'aRteventi, che già opera con le detenute, scelta su indicazione della Direzione del carcere per meglio organizzare localmente il corso e monitorarlo in collaborazione con le educatrici e la polizia penitenziaria.
"Questa di Messina rappresenta una tappa importante dei nostri progetti di inclusione sociale dopo il successo del Regalo Solidale con 100 club aderenti, 3450 borse realizzate, quasi 26mila euro messi a disposizione delle sartorie sociali delle carceri milanesi di Bollate e San Vittore. La nostra attenzione si è concentrata proprio sull'empowerment e sulla valorizzazione delle potenzialità lavorative che possono aprirsi attraverso un'attività sartoriale", ha dichiarato Mariolina Coppola, presidente nazionale Soroptimist.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 agosto 2020
Solo un intellettuale folle, uno che ha toccato il carcere da dentro, pur avendone da sempre conoscenza per cultura e propensione all'ascolto, avrebbe potuto scrivere un romanzo di vita e di morte, che prende il lettore e lo fa prigioniero, lasciandogli poche speranze di avere la sua uscita di sicurezza. Chiarendo che di lì non si esce.
Loris Cereda c'è riuscito. Direttore da sempre di aziende farmaceutiche, è finito a Bollate nel 2011, quando contro ogni previsione e a capo di una lista civica aveva sconfitto la sinistra del governo locale ed era diventato sindaco di Buccinasco, quella cittadina appiccicata a Milano che gli amici di Travaglio chiamano la "Platì del nord".
Perché lì ci sono le famiglie Barbaro e Papalia. Diverse generazioni con diverse storie. E già il giovane sindaco era stato preso di mira perché un giorno aveva ricevuto nel suo ufficio, senza segreti e sotto gli occhi di tutti, uno di quei giovani con il cognome sbagliato. Era uno decisamente molto scorretto, politicamente, quel sindaco. Poi qualcuno aveva cominciato ad andare dai carabinieri, un po' con la logica del "cercate cercate, qualcosa salterà fuori".
Così Loris Cereda è stato ammanettato di colpo una mattina, con impiego di forze ed elicotteri, un paese intero messo a soqquadro, come se si fosse trattato di un capomafia. Invece la 'ndrangheta non c'entrava niente. Ma c'entravano molto i rischi che si corrono ad amministrare la cosa pubblica. E infine è stato condannato per fatti molto presunti e molto politici e mai del tutto chiariti. Tiene molto al suo ruolo di "pregiudicato".
Non ha scritto un saggio e neanche una lagna o una protesta, ma un romanzo un po' agghiacciante. Il libro (L'Educatore, Ex Cogita, 170 pagine, 16 euro) è nato in gran parte in carcere. Il primo pugno nello stomaco te lo dà prima ancora di introdurti alla storia di Claudio Bassetti, un tizio neanche tanto simpatico, che di mestiere fa l'educatore nel carcere più aperto d'Italia e che, a quanto dice lo scrittore, non c'entra niente con quello che lui ha incontrato a apprezzato da detenuto a Bollate.
L'autore racconta sulla base della sua esperienza personale: quando era primo cittadino era stato ammanettato di colpo, come se fosse un capo mafia. Invece la 'ndrangheta non c'entrava niente... di suicidio, e con lucida precisione certosina ti spiega come si fa a morire in carcere, pur in un Paese dove la pena capitale è stata da tempo abolita.
"L'impiccagione alla branda del letto a castello con il lenzuolo legato a cappio, il taglio longitudinale delle vene eseguito con il filtro della sigaretta, scaldato e poi compresso per farne una lama sottilissima, il soffocamento, con il sacchetto di plastica dopo essersi tramortiti con dosi massicce di ansiolitici raccolti giorno dopo giorno dall'infermeria e conservati sfidando le notti insonni: sono tutti strumenti di morte molto più diffusi delle camere a gas, delle sedie elettriche e delle iniezioni letali".
Claudio Bassetti è un po' come si immagina debba essere il bravo educatore, quello disponibile, che capisce il detenuto, quello che non lo identifica con il reato. Ma è anche un uomo molto solo, senza amici, che ha una relazione sentimentale con una donna che vive con un altro uomo, e non riesce a corteggiarne in modo adeguato un'altra che forse gli piace più della prima ma che, quando capisce, chiarisce che no, non ha intenzione.
Una vita sempre uguale, in cui i colloqui tra l'educatore e i detenuti parlano sempre dei comportamenti. Ogni carcerato sa che il suo futuro dipende dalla relazione che l'educatore farà al direttore e in seguito quest'ultimo al magistrato che deciderà su misure alternative, liberazione anticipata e ogni provvedimento che avrà il sapore della libertà. La vita a Bollate è un po' come ce la si immagina: celle aperte, corsi di ogni tipo, anche di scrittura, filosofia finalizzata al famoso recupero del detenuto secondo il dettato costituzionale.
Un luogo, sul piano teorico, di non violenza. Un paio di volte il racconto è attraversato dal fantasma di Marco Pannella, quando si apprende che è malato, e quando muore, e i detenuti delle carceri di tutta Italia battono per tutta la notte con le pentole sulle inferriate delle celle e piangono colui che li aveva aiutati di più, che aveva creduto nel loro essere persone e non bestie feroci. Anche i più feroci, quelli che avevano sparato e ucciso. Anche loro avevano pianto, quella notte. Il paradosso di questa storia di vita e di morte è che la violenza, quella che sarà determinante per il resto dei suoi giorni, Claudio Bassetti la incontra fuori dal carcere.
Quando l'uomo della sua donna, quello ufficiale, la riduce una maschera di sangue e lividi e sarà lui a portarla all'ospedale. Lui che forse non ne è neanche innamorato, ma che nella quotidianità del carcere ha costruito minuto dopo minuto il suo mondo di dignità, di regole e di giustizia. Ma è giusto quel che un uomo ha fatto colpendo una donna?
E quella donna, si domanda Bassetti, avrà mai una vera giustizia? La risposta è no, e lui lo sa, è obbligato a saperlo. È così - forse anche con la memoria a quel che gli diceva il detenuto Amedeo (intellettuale e farmaceutico, in cui è facile riconoscere l'Autore), quando contrapponeva il comportamento trasgressivo alla non accettazione di una legge sbagliata - che l'Educatore diventa il Vendicatore. Ed entrerà di colpo nella sua seconda vita, quella dall'altra parte. Quella in cui sarà il suo comportamento a esser giudicato, esaminato, vivisezionato.
Quella in cui le sue relazioni con i detenuti saranno nella cella con i letti a castello, nella quotidianità del cucinare, del leggere, dello scrivere, dell'andare a rapporto con un altro educatore. Quella in cui ogni giorno ci sono in gioco la vita e la morte, fino a quel corpo semi appeso e il suo tragico "c'eri cascato, eh?".
L'Educatore ha ricevuto nel 2017 il premio "Bormio conica" per gli inediti, all'interno della Milanesiana ed è stato selezionato quest'anno, dopo la pubblicazione, al concorso Masterbook per gli studenti dello Iulm. È in vendita online e nelle librerie. Non è un libro da ombrellone, ma magari anche sì.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 8 agosto 2020
Tra i materiali recuperati nei magazzini della casa circondariale di Pistoia e ora conservati nell'archivio storico appena completato, ci sono documenti che raccontano il carcere del passato ma descrivono anche, con rara autenticità, i cambiamenti del costume e del pensiero nel corso dell'intero secolo XIX. Tra questi, la lettera di conferimento del premio natalità di 1.000 lire a un agente per il suo quinto figlio durante il ventennio fascista o i disegni del trasferimento dei detenuti - durante i bombardamenti del 1943 - dal carcere alle Ville Sbertoli, unici luoghi dotati di sbarre poiché adibiti a manicomio.
I 173 registri, selezionati durante un'attività di scarto d'archivio, costituiscono un piccolo patrimonio storico e culturale che, al momento, non potrà essere versato nell'Archivio di Stato cittadino per la mancanza di spazi e resterà a tempo indeterminato nell'istituto penitenziario.
Una "ospitalità" gradita alla Direzione e soprattutto ai dipendenti che hanno effettuato, insieme gli esperti del Ministero dei Beni culturali, la descrizione delle serie archivistiche di rilevanza storica dal 1901 al 1990. "Un'iniziativa faticosa e appassionante, - racconta Rosa Cirone, presidente della Commissione Sorveglianza e scarto degli archivi, su delega della direttrice Loredana Stefanelli - a cui abbiamo cominciato a pensare durante l'attività di selezione per lo scarto di materiali, giacenti negli scaffali da tempo immemorabile. Al termine, abbiamo chiesto alla Direzione Generale Archivi del Ministero per i beni e le attività culturali (Mibac), di poter provvedere noi personale della casa circondariale a inventariare i documenti di rilevanza storica e culturale".
È stato così che Rosa Cirone, funzionaria in servizio nel carcere di Pistoia e appassionata di storia, insieme ad alcuni collaboratori ha inventariato secondo rigorosi criteri metodologici il materiale. "I tempi del trasferimento si annunciano lunghi - commenta Rosa Cirone.
Nel frattempo avremo la massima cura del materiale che potrà essere consultato in sede da studenti ricercatori. Inoltre, abbiamo allo studio proposte culturali aperte al territorio per far conoscere e valorizzare questo patrimonio. Iniziative che continueranno di concerto con l'Archivio di Stato, anche dopo il trasferimento nei nuovi locali del materiale".
Il Manifesto, 8 agosto 2020
Verrebbe da dire: attenti a quei a quei tre. Il patto siglato giovedì a Tripoli tra Malta, Libia e Turchia rischia di essere qualcosa di diverso e di più dell'ennesimo accordo per fermare i migranti nel Paese nordafricano impedendogli di arrivare in Europa. Di fronte al premier libico Fayez al Serraj, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavasoglu e quello maltese Evarist Bartolo hanno deciso di fornire aiuti sotto forma di mezzi e finanziamenti alla cosiddetta Guardia costiera libica, rafforzando allo stesso tempo i confini meridionali del Paese dal quale transitano i migranti. "L'immigrazione clandestina non rappresenta una minaccia solo per l'Ue ma anche per la Libia" è stato spiegato a giustificazione del sostegno promesso. L'accordo non sì ferma però alla sola repressione dei migranti, ma mente in discussione anche un'iniziativa europea come la nuova missione Irini che ha lo scopo di fermare il contrabbando di armi verso la Libia, già contestata da Ankara e Tripoli, secondo le quali favorirebbe il generale Khalifa Haftar a cui i rifornimenti arrivano principalmente per via aerea e terrestre, e ora anche dalla Valletta.
Non è certo una novità che Malta spinga perché la Libia moltiplichi gli sforzi per fermare i migranti. Nei mesi scorsi ha chiesto infatti all'Unione europea di investire cento milioni di dollari in aiuti umanitari al Paese nordafricano in modo da rallentare le partenze. Ma soprattutto avrebbe stretto un accordo per permettere a Tripoli di intercettare i barconi con i migranti prima del loro arrivo in acque maltesi. A rivelarlo è stato a novembre dell'anno scorso il Sunday Times of Malta, secondo il quale l'accordo prevedrebbe che le forze armate maltesi, delle quali fa parte anche la Marina, forniscano indicazioni circa la posizione dei barconi in modo da permettere alla Guardia costiera di Tripoli di intervenire bloccandoli.
C'è poi il memorandum siglato da Tripoli con la Valletta, e reso noto nei mesi scorsi da Avvenire, che prevede la creazione di centrali operative comuni tra i due Paesi per coordinare la ricerca dei barconi favorendo così il loro ritorno in Libia dove i migranti vengono internati nei centri di detenzione gestiti dal governo. Giovedì il ministro maltese Bartolo ha affermato che la Guardia costiera libica, la stessa che meno di due settimane fa ha sparato e ucciso tre migranti che tentavano di fuggire, avrebbe "salvato" e riportato sulle sue coste 6.265 uomini, donne e bambini che tentavano di attraversare il Mediterraneo.
L'accordo prevede inoltre il ritorno delle compagnie maltesi e turche in Libia e il ripristino dei collegamenti aerei Libia, Malta e la Turchia.
Per Ankara il vantaggio è invece doppio. Non solo può contare su un alleato interno all'Unione europea in un momento in cui i rapporti con Bruxelles sono a dir poco tesi, ma soprattutto rafforza ancora di più il suo controllo sulle due principali rotte, quella balcanica e quella del Mediterraneo centrale, attraverso le quali i migranti tentano di arrivare in Europa.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 8 agosto 2020
I test sierologici si sono rivelati inaffidabili, il ministero cambia il protocollo medico. Per la quarantena in arrivo una seconda nave in Calabria, pronta la tendopoli in Sicilia. La caserma Serena a Treviso più che un focolaio è un rogo: 246 contagiati su 281. Ancora migranti positivi in fuga, questa volta dal centro di Ferrandina a Matera, ospiti e operatori di una struttura a Pergusa blindati dentro dopo sei tamponi positivi, il governatore dell'Abruzzo Marsilio che presenta un esposto-denuncia in procura, quello della Basilicata Bardi che chiude le porte ai richiedenti asilo. E i numeri che certificano la nuova impennata di contagi, un terzo dei quali riconducibili a focolai in centri di accoglienza, con gli amministratori di centrodestra pronti a cavalcare l'emergenza.
Il Viminale rafforza il suo piano: arriva una seconda nave per la quarantena che dalla prossima settimana stazionerà davanti alle coste della Calabria e si mette a punto la prima delle due tendopoli da 300 posti, quella di Vizzini, nel Catanese, pronta ad essere utilizzata (solo per i 14 giorni necessari) se le navi quarantena fossero piene. Potrebbe accadere già dai prossimi giorni: la Azzurra (che ieri ha preso a bordo altri 350 migranti dall'hotspot di Lampedusa) è già alla sua capienza massima di 700, 12 dei quali risultati positivi e isolati in un ponte "zona rossa". Per le prossime due settimane la nave non potrà più ospitare nessuno, il mare mosso per ora ha fermato gli sbarchi ma se dovessero arrivare di nuovo a centinaia potrebbero essere dirottati nella tendopoli.
Ma soprattutto si punta a cambiare il protocollo sanitario, prevedendo con una apposita convenzione con la Regione siciliana, tamponi subito per tutti i migranti che sbarcano e non soltanto i test sierologici che si sono dimostrati poco affidabili anche perché hanno un periodo finestra di dieci giorni. Decine di migranti provenienti dall'hotspot di Lampedusa con un certificato di negatività al test sierologico sono poi risultati positivi al tampone nelle strutture di accoglienza delle diverse regioni d'Italia in cui nel frattempo erano stati redistribuiti moltiplicando i contagi tra gli ospiti dei centri.
È così che si sono accesi tanti nuovi focolai che hanno fatto schizzare l'Rt (l'indice di contagio) in regioni come la Sicilia, la Basilicata, l'Abruzzo fino a qualche settimana fa con pochissimi casi e che ora temono anche un danno di immagine per quel che resta della stagione turistica. Oltre alla paura che il contagio esca da quei centri da cui in tanti riescono a fuggire creando allarme nella popolazione. "Da quei centri non deve uscire nessuno. Tamponeremo gli ospiti ogni settimana", assicura il governatore veneto Zaia.
I test sierologici, dunque, non bastano ma l'effettuazione dei tamponi è a carico del servizio sanitario locale e le Asl dei porti di sbarco dovrebbero sopportarne tutto il peso. A Lampedusa la Regione siciliana ha fatto arrivare un'attrezzatura per analizzare i tamponi in loco e la strada individuata dal Viminale è quella di utilizzarla per testare con sicurezza lo stato di salute di tutti i migranti prima di redistribuirli.
"Stiamo lavorando per cercare strutture sicure per la quarantena da dove i migranti non possono allontanarsi. Dalle navi e dalle tendopoli, che non saranno assolutamente utilizzate per accoglienza stanziale, non esce nessuno - spiegano al Viminale - Non è facile trovare altri siti anche perché molti amministratori locali oppongono un rifiuto alle richieste di mettere a disposizione strutture giudicate adeguate".
La Sicilia, chiamata a sostenere il peso maggiore, chiede un protocollo sanitario. "Questo caos - dice l'assessore alla Salute Razza- è frutto delle indecisioni di chi a Roma sarebbe chiamato a decidere, ma che ad oggi non ha ancora definito un protocollo sanitario per la gestione dei migranti. La Regione sta agendo ben oltre le proprie competenze ma la situazione è insostenibile". Non esistono vere e proprie linee guide per la gestione dell'accoglienza. Nei centri ad ogni nuovo positivo si ricomincia la quarantena. Dall'Arci arriva una proposta: utilizzare i 5.000 posti vuoti nel circuito dell'accoglienza diffusa. "Mandare le persone nei grandi centri significa creare nuovi focolai - osserva Filippo Miraglia - in appartamenti con poche persone, seguiti da operatori specializzati e mediatori, la gestione sarebbe molto più controllata".
di Francesco Damato
Il Dubbio, 8 agosto 2020
Proroga causa Covid per il rinnovo delle cariche degli 007. Ed è polemica su Conte. Una volta, parlandone con Aldo Moro, che ne aveva un rispetto quasi sacrale, tanto da difendere apertamente come ministro degli Esteri un capo che era finito nei guai, notai che ad ogni mio accenno ai "Servizi", come ci eravamo ormai abituati anche noi giornalisti a chiamarli quasi per ridurne l'aspetto inquietante e ingentilirli, lui ci aggiungeva l'aggettivo che avevo omesso: segreti.
Egli credeva così tanto a quell'aggettivo, ed evidentemente alle sue implicazioni, che da presidente del Consiglio al suo vice Pietro Nenni, convinto che si potesse e dovesse fare un'inchiesta parlamentare sui servizi segreti, appunto, di fronte alle polemiche su un colpo di Stato che sarebbe stato tramato nell'estate del 1964, durante la crisi del suo primo governo di centro- sinistra, gli spiegò pacatamente che i socialisti non potevano "scivolare su un ossimoro". A un Nenni scettico egli spiegò che l'ossimoro consisteva nel fare un'inchiesta su qualcosa che è istituzionalmente segreto.
Quando da un'inchiesta parlamentare, in aggiunta peraltro al processo che stava maturando su quei fatti del 1964 raccontati da Lino Iannuzzi sull'Espresso di Eugenio Scalfari, si decise di scendere ad un'inchiesta amministrativa, Moro trasecolò davanti al ministro socialdemocratico della Difesa Roberto Tremelloni che parlava delle spese dei servizi segreti su cui rafforzare il controllo della Corte dei Conti.
Per mettere sotto inchiesta parlamentare i servizi segreti i democristiani e i socialisti dovettero mandare via Moro da Palazzo Chigi, nell'estate del 1968, l'anno anche della contestazione giovanile, e inventarsi un'edizione "più incisiva e coraggiosa" del centro-sinistra, sempre col trattino.
E Moro, finito in minoranza nella sua Dc, dopo averla guidata da segretario fra il 1959 e il 1963, per ritorsione - secondo i suoi avversari- o per lungimiranza - secondo i suoi estimatori- si inventò la cosiddetta e famosa "strategia dell'attenzione" verso i comunisti. Che erano destinati all'opposizione anche della nuova edizione del centro- sinistra, pur depurata della formula originaria della "delimitazione della maggioranza".
Mentre Moro parlava tuttavia di "strategia dell'attenzione" nasceva in qualche anfratto dei servizi segreti la "strategia della tensione". Che era supportata da ambienti internazionali non esclusivamente americani o israeliani, che avevano colorato a lungo le uniche correnti di quei servizi, prima che subentrasse con Enrico Mattei alla presidenza dell'Eni anche una corrente un po' filo-araba. La "strategia della tensione" doveva servire, fra attentati, depistaggi e altro, a fermare quella che veniva considerata una corsa a sinistra degli equilibri politici italiani, scomoda anche ai sovietici per i cambiamenti che avrebbe potuto provocare nel Pci e per l'allontanamento dal mondo "bipolare" uscito dai trattati di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale.
Lo stesso Moro in quelle condizioni finì per rimetterci la vita con un sequestro che nelle motivazioni delle brigate rosse doveva servire a salvare l'anima del Pci interrompendone l'imborghesimento, come lo chiamavano i terroristi convinti che la Resistenza con la fine della seconda guerra mondiale fosse stata solo un'avventura interrotta, o deviata. Eppure - pensate un po'- l'esordio dei servizi segreti nelle incursioni nelle vicende politiche della Repubblica era avvenuto agli inizi degli anni Sessanta per spostare gli equilibri dal centro, dove li aveva fermamente collocati Alcide De Gasperi, a sinistra.
Per quanto insultati da Ugo La Malfa come "miserabbbili", con tre b di accento o tono siciliano, molti videro o avvertirono soldi dei servizi segreti per piegare le ultime resistenze di Randolfo Pacciardi al centro- sinistra e far vincere un decisivo congresso del Partito Repubblicano ai sostenitori della svolta in direzione dei socialisti. Erano dei servizi segreti i fascicoli a carico di tutti gli oppositori reali o solo potenziali a quella svolta: fascicoli che si moltiplicarono a tal punto da indurre ad un certo punto il governo a disporne la distruzione, compreso quello - per esempio- dedicato con pruriginosa attenzione ad una relazione extra- coniugale dell'ex presidente del Consiglio ed ex ministro democristiano dell'Interno Mario Scelba.
Che si arrese alla svolta non per questo, cioè sotto ricatto, ma per la capacità che ebbe Moro di arrivarvi a tappe, con prudenza certosina. Alla fine di una riunione della direzione democristiana dedicata proprio alla preparazione dell'intesa con i socialisti Moro lesse un documento da lui stesso predisposto annunciandone l'approvazione "con le consuete riserve dell'onorevole Scelba". Che obbiettò di essere invece favorevole al testo.
Ma Moro lo pregò di non smentirlo perché quell'astensione gli serviva nel negoziato col Psi. Cui, a governo ormai formato e riuscito a sopravvivere alla prima crisi, quella appunto del 1964, propose la nomina a ministro di Scelba, che aveva rifiutato l'incarico di presidente del Consiglio fattagli dal capo dello Stato Antonio Segni per interrompere l'alleanza con i socialisti e tornare al centrismo, anche a costo di elezioni anticipate. Nenni non ne volle sapere e Moro, per ripararvi, promosse l'elezione di Scelba a presidente del Consiglio Nazionale della Dc.
Vennero poi i tempi, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica, di incursioni ancora più pesanti dei servizi segreti, o della loro parte "deviata", nelle vicende politiche d'Italia. Se ne sta occupando un processo d'appello a Palermo sulla "trattativa", riconosciuta da una sentenza di primo grado, fra pezzi dello Stato e la mafia finalizzata a farla recedere dalla stagione delle stragi.
Nacquero anche fra le pieghe dei servizi segreti i guai del mitico magistrato antimafia Giovanni Falcone. Che, già osteggiato da non pochi colleghi e dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, fra gli altri, che lo accusava pubblicamente di coprire nelle sue indagini i livelli cosiddetti politici di "Cosa nostra", egli si trovò ad un certo punto a che fare con un pentito convinto di avere buone informazioni sul ruolo che uomini dell'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, se non lui direttamente, avrebbero avuto addirittura nell'assassinio, nel 1980, del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello dell'attuale capo dello Stato.
Insospettito dalle contraddizioni del pentito, Falcone si fece consegnare dal direttore del penitenziario in cui era rinchiuso l'elenco delle persone che erano andate a parlargli negli ultimi tempi. E scoprì alcune visite rimaste, diciamo così, anonime, senza l'indicazione delle persone. Ciò avveniva quando queste appartenevano ai servizi segreti.
Falcone avvertì puzza di bruciato e, anziché credere al pentito, lo incriminò per calunnia. Da allora la sua permanenza a Palermo si fece impossibile. Egli fu costretto a cambiare aria con l'aiuto dell'allora capo dello Stato Francesco Cossiga, di Andreotti a Palazzo Chigi e di Giuliano Vassalli e poi Claudio Martelli guardasigilli, trasferendosi a Roma come direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Ma non riuscì lo stesso a scampare alla morte con la strage di Capaci del 1992, cui seguì quella che costò la vita al collega e sodale Paolo Borsellino.
Mi chiederete a questo punto quale attualità possa avere questa rievocazione di fatti e uomini riconducibili ai servizi segreti in questo momento in cui altri sembrano essere i problemi sul tappeto del governo e della maggioranza: stato di emergenza virale appena prorogato mentre scoppiano polemiche sul confinamento disposto a marzo in tutta Italia, difformemente dalle indicazioni limitative del comitato tecnico-scientifico, crisi economica, utilizzo dei fondi europei per la ripresa, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, riforma del processo penale promessa in cambio della prescrizione breve ormai in vigore dall'inizio di quest'anno, riapertura delle scuole, riforma dello sport contestata al ministro del ramo dai compagni pentastellati di partito, rimpasto ministeriale negato a parole e perseguito dietro le quinte, nuova legge elettorale, referendum confermativo della riduzione di 345 seggi parlamentari e contemporanee elezioni regionali e amministrative d'autunno.
Purtroppo in questo groviglio di problemi si è inserito anche quello di una proroga degli incarichi ai vertici o piani alti dei servizi segreti, anche di quelli non rinnovabili per vecchie norme superate un po' alla chetichella con un articolo inserito in uno dei decreti legge dettati dall'emergenza virale. Sfuggita anche all'attenzione, a quanto sembra, del Quirinale fra la sorpresa di una parte della maggioranza - particolarmente il Pd, da cui sono giunte al governo richieste correttive, anzi soppressive, nel percorso parlamentare di quel decreto- questa storia ha procurato al presidente del Consiglio in persona un attacco molto circostanziato del quotidiano La Repubblica.
Il cui specialista Carlo Bonini, quasi completando o stringendo una stretta critica verso Conte cominciata col recente cambiamento della proprietà del giornale, ha usato parole ed espressioni pesanti, curiosamente rimaste senza risposta: compresa la rappresentazione di un presidente del Consiglio che si fa consigliare in una materia così delicata e minata da un generale "disinvolto nella vita privata". Che ha evidentemente un ruolo in "questa partita avvelenata - ha scritto Bonini- che divide il governo e ha il sentore fetido della cultura del ricatto".
Non è francamente questo ciò di cui Conte aveva ed avrebbe bisogno in un passaggio già così difficile della sua esperienza a Palazzo Chigi, pur confortato da un indice di gradimento personale abbastanza alto in tutti i sondaggi. Che purtroppo non bastano a risolvere i problemi di un presidente del Consiglio cui proprio, e sempre, su Repubblica il costituzionalista Michele Ainis ha appena rimproverato i troppi rinvii cui ricorre, sino a paragonarlo a "Fabio Massimo, il temporeggiatore". Fu un "dittatore" romano che un po' si illuse di poter sconfiggere Annibale temporeggiando, appunto.
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 8 agosto 2020
Quel che rende questo virus diverso da tutti gli altri è che attacca il pilastro delle società avanzate, il cemento dello stare insieme, il bastione del confronto umano: la socialità. Continuano a grandinare i dati dei contagiati e dei morti, triste contabilità di una pandemia che non conosce fine. Grandinano anche le polemiche sulla gestione dell'emergenza, su come il governo si è attivato, le manchevolezze, le mezze verità.
Forse dimenticando che è stato affrontato un morbo sconosciuto e potentissimo, e l'Italietta delle mille manchevolezze ha retto come e meglio di tanti altri Stati più importanti e potenti (chiedere a Donald Trump, Angela Merkel e Boris Johnson per chiarimenti). Però il punto - lo spiega bene su queste colonne Giorgio La Malfa - è che l'emergenza non può essere infinita, altrimenti diventa normalità. Un paradosso.
Con il Covid bisogna convivere: e la ricetta non è aumentare a dismisura le unità di terapia intensiva. Ma più a fondo c'è un'altra, formidabile questione che atterrisce perché se si radica costringerà il mondo intero a ristrutturarsi. Quel che rende questo virus diverso da tutti gli altri è che attacca il pilastro delle società avanzate, il cemento dello stare insieme, il bastione del confronto umano: la socialità. Non possiamo più stare gli uni accanto agli altri come prima, dobbiamo distanziarci per essere sani.
Tutto il contrario di quel che è successo nel corso dell'evoluzione, dai primati all'homo sapiens: tale anche perché capace di stare in compagnia dei suoi simili imprigionando fino a farlo scomparire l'impulso a sbarazzarsi del competitor. Tra "uniti" e "si vince" bisogna mettere un metro, forse due che è meglio. Ma se il senso di comunità, prima fisico poi inevitabilmente psicologico, cambia cosa dobbiamo mettere al suo posto? Se ai nostri ragazzi diciamo chela movida è un pericolo, quale alternativa gli forniamo: stare a casa da soli o a gruppetti?
Se ai lavoratori spieghiamo che lo smart working è la panacea, con cosa sostituiamo il senso unitario del lavoro e co-me organizziamo la difesa dei diritti, specie dei più deboli che magari restano soli non perché non hanno il pc ma perché trasformati nei nuovi paria della contagiosità? Se agli studenti e ai professori diciamo che distanziati è meglio, come si svilupperà l'identificazione gruppale e l'esperienza della trasmissione della conoscenza? Qualche bello spirito potrebbe dire che poiché il mood è quello del rinvio, rinviamo a settembre o dopo pure l'individuazione di modelli alternativi di socialità. Ma forse non ce lo possiamo permettere.
di Giordano Stabile
La Stampa, 8 agosto 2020
Parlamento assediato e tensione nella capitale. Il presidente Aoun ipotizza "un'interferenza esterna, faremo un'inchiesta". Dopo quattro giorni appare Nasrallah che si difende in tv: non c'erano armi nel deposito, il porto non lo controlliamo noi. In una Beirut ancora sanguinante, che continua a tirare fuori i suoi morti dalle macerie, il popolo della rivoluzione è tornato ad assediare il Parlamento, nel centro sfregiato della capitale. Una notte di scontri e lanci di lacrimogeni. A differenza dello scorso autunno, però, la classe politica ha capito che non potrà risolvere la crisi prendendo ancora tempo.
E ieri hanno parlato i due uomini del "compromesso storico" che regge il Paese dal 2016. Il presidente cristiano Michel Aoun e il leader degli sciiti Hassan Nasrallah. Poche battute, per respingere ogni responsabilità e dire no a un'indagine internazionale, chiesta giovedì anche da Emmanuel Macron. Il suo faccia a faccia con la gente nelle vie devastate del quartiere di Gemmayze è suonato come un monito e un allarme per un potere arroccato nei palazzi, che non può più permettersi di scendere nelle strade senza correre il rischio di essere linciato.
Aoun ha parlato davanti alla sua residenza sulla collina di Baabda, pressato dai reporter. Ha ribattuto che un'inchiesta esterna avrebbe come risultato di "diluire la verità" e sarebbe un attentato alla sovranità nazionale. Poi ha alluso a "interferenze straniere" e ribadito che l'indagine dovrà chiarire se lo scoppio è stato causato da "un razzo o una bomba" oppure è stato solo un incidente dovuto alla negligenza delle autorità portuali. "Venti dirigenti", ha specificato, sono già agli arresti. Ma l'accenno al razzo si iscrive nelle teorie complottiste che dilagano fra una popolazione sotto choc. Un video che mostrava l'arrivo di un missile sul porto è stato sbugiardato dai "debunker" sul Web. Una bufala con immagini manipolate, pure in maniera rozza. Le voci sulla presenza di "jet israeliani a bassa a quota" continuano però a circolare.
Giocano a favore di Hezbollah, ma Nasrallah non ha imboccato la strada delle speculazioni. In un discorso in tv di soli sette minuti il segretario generale del Partito di Dio ha tenuto soprattutto a precisare che i suoi uomini "non controllano il porto, e non sanno che cosa ci sia custodito". E che in ogni caso non c'erano "armi, esplosivo, e neppure nitrato d'ammonio" appartenenti al movimento sciita. Poi Nasrallah ha chiesto "un'inchiesta trasparente, giusta, indipendente", condotta dall'esercito e non da altri. Ha sottolineato come "tutte le parti politiche dicono che l'esercito libanese è l'unica istituzione che gode di piena fiducia: bene, che sia affidata a lui". Ha capito il clima: "La verità deve essere svelata o avremo una crisi del sistema e della stessa entità libanese". Non è il momento "per i regolamenti di conti: il Paese ha bisogno di calma e solidarietà", ha concluso.
È una linea difensiva, spia di uno stato di imbarazzo e difficoltà. Spazzati via i complottismi, resta da stabilire come una metropoli di oltre due milioni di abitanti abbia potuto convivere per quasi sette anni con una piccola bomba atomica pronta a esplodere. Le 2750 tonnellate di nitrato d'ammonio sono arrivate con il mercantile Rhosus, battente bandiera moldava, partito dal porto georgiano di Batumi nel settembre del 2013. Era diretto in Mozambico ma problemi tecnici lo costringono a far tappa a Beirut e a scaricare la sostanza pericolosa. Poi i creditori l'assediano, l'equipaggio rimane senza viveri, sbarca e viene arrestato, e alla fine il carico rimane lì fino all'esplosione del 4 agosto, nonostante sei allarmi lanciati dalle dogane. Una concatenazione di irresponsabilità che dicono tutto sullo stato di disfacimento dello Stato libanese. Va ricostruito, nelle infrastrutture e nella fiducia.
Dopo il blitz di Macron, la Francia guida la missione di soccorso internazionale, e ha già organizzato una conferenza di Paesi donatori. Si terrà domani, in videoconferenza. Parteciperanno anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il commissario agli aiuti Janez Lenarcic. L'inquilino dell'Eliseo ha poi parlato al telefono con Donald Trump. I due hanno concordato sulla necessità "di inviare aiuti immediati". Trump dovrà vincere le perplessità del segretario di Stato Mike Pompeo. Le immagini del cratere del porto spingono però alla solidarietà. Tutto intorno ci sono ancora i corpi sepolti dei dispersi. Ieri il bilancio delle vittime è salito a 158, nel calcolo del segretario della Croce rossa libanese George Kettaneh.
Alcuni cadaveri sono stati ripescati in mare, altri sotto metri di terra e detriti. Le speranze di trovare sopravvissuti sono a questo punto a zero. I soccorritori continuano, spinti anche dai famigliari degli scomparsi, madri in lacrime sulle televisioni nazionali, una disperazione che comincia ad assalire la gente, dopo l'adrenalina dello choc. L'altro antidoto è il lavoro collettivo nelle strade, un senso civico mostrato anche durante le prime manifestazioni lo scorso ottobre. Centinaia di cittadini spazzano, rimuovono, si aiutano. E su un punto, tutti concordano. Gli aiuti dovranno andare "alla società civile, non ai politici". Si moltiplicano le iniziative private, raccolte di fondi, come quella della stessa Croce rossa o di Impact Lebanon. La rinascita del Libano può partire da qui.
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