di Marta Serafini
Corriere della Sera, 8 agosto 2020
Si è spenta a 64 anni, l'attivista milanese, nota per il suo impegno a sostegno delle donne afghane e curde. L'addio delle compagne "Sei stata capace di creare ponti, oltre ogni confine". "Sei stata capace di accogliere e sollecitare il bello, di tessere reti e creare ponti, oltre ogni confine e durata nel tempo. Hai raccolto sogni adolescenti e li hai trasformati in realtà, con spontaneità e vicinanza, schiettezza e sensibilità. In tante abbiamo affidato a te le nostre difficoltà se non, talvolta, un pezzo di vita, e tu le hai fatte tue, mostrando una cura e un'umanità che raramente si incontrano".
È mancata oggi a Milano Cristina Cattafesta, 64 anni. Pacifista, femminista e attivista è stata tra le fondatrici della Casa delle Donne Maltrattate di Milano e, nel 2004, del Cisda (Coordinamento Italiano a sostegno delle donne afghane). Impegnata da sempre per la parità di genere, ha fatto conoscere in Italia la battaglia di attiviste afghane come Malalai Joya e Selay Ghaffar e ha dato sostegno e voce alle realtà più martoriate dell'Afghanistan e del Kurdistan, anche quando l'attenzione mediatica su queste regioni è calata.
Cattafesta era stata arrestata dalle autorità turche nel luglio 2018 mentre si trovava in missione per monitorare le elezioni nella regione del Kurdistan turco.Rilasciata dopo 15 giorni, aveva spiegato di essere stata trattenuta in un "palazzo di lacrime", insieme ad altre donne di cui aveva raccolto le testimonianze, pur essendo lei stessa prigioniera.
Sulla pagina Facebook del Cisda le sue compagne hanno scritto: "Oggi Cristina ci ha lasciate. Dopo una malattia dolorosa, intensa e rapida, tanto da non consentirci di realizzare cosa stesse accadendo. Né, per tante, di abbracciarti, un'ultima volta. E, nel dolore, ci siamo rifugiate nelle numerose immagini dei momenti che ciascuna di noi ha condiviso con te, tra decenni di attività politica in Italia, appuntamenti in giro per l'Europa e dozzine di delegazioni nel paese dove tu, per prima tra noi, hai lasciato il cuore.
L'Afghanistan. Immagini, sempre, di sorrisi e complicità, rassicuranti e divertenti, nonostante le difficoltà di certi impegni, che ci hanno legate profondamente. Come compagne, come amiche. Siamo unite dall'importanza che ha la storia di ogni persona. Ci lasci, in un tempo sospeso, con un'eredità collettiva immensa: ci impegneremo a custodirla, strette intorno alla tua presenza indelebile, alla tua mancanza incolmabile. Abbracciamo forte le sorelle e il compagno Edoardo".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 8 agosto 2020
Il fatto avvenuto in Louisiana: l'afroamericano 23 anni fa è stato arrestato per furto, durissima la sentenza poi confermata dall'Alta Corte. Una storia da film, di quelle con avvocati battaglieri, impegnati per i diritti civili e imputati condannati ingiustamente che riescono a dimostrare le storture del sistema giudiziario statunitense. Nella realtà però la stragrande maggioranza delle volte le cose vanno decisamente peggio e non c'è scampo da detenzioni spropositate e giurie spesso composte da soli bianchi.
È quello che è successo a Fair Wayne Bryant, un uomo afroamericano di 62 anni, condannato in Lousiana nel 1997 per un tentativo di furto con scasso semplice. Aveva tentato di rubare due decespugliatori da un negozio, la pena è stata enorme: ergastolo. Attraverso il suo avvocato, Peggy Sullivan, nel 2018 ha fatto appello al Second Circuit Court chiedendo l'annullamento della sentenza in quanto "eccessiva e incostituzionalmente dura".
Due giorni fa però la Suprema Corte dello stato ha respinto la richiesta del condannato e confermato la pena del carcere a vita. Il verdetto è stato di 5 voti a favore contro 1. L'unica dissenziente è stata la giudice capo Bernette Johnson, che ha motivato la sua decisione scrivendo nero su bianco: "la condanna inflitta è eccessiva e sproporzionata rispetto al reato commesso dall'imputato".
La giudice Johnson è l'unica donna e soprattutto l'unica nera della Corte, il resto sono tutti uomini bianchi. Negli Usa esistono tre tipi di ergastolani, quelli che non usciranno mai in libertà condizionale, coloro che invece potrebbero goderne e i cosiddetti "Virtual", persone formalmente non condannate all'ergastolo, ma a pena talmente alte (più di 50 anni), da essere equivalenti al carcere a vita. In questo sistema il 48,3% dei detenuti sono afroamericani, il 32,4% bianchi, e il 15,7% ispanici. La percentuale discriminatoria appare evidente se si considera che su una popolazione di circa 325 milioni di persone i neri sono il L'ergastolo a Bryant è dovuto ai suoi precedenti. Fu condannato nel 1979 per tentativo di rapina a mano armata, nel 1987 per possesso di oggetti rubati, per aver tentato di falsificare un assegno del valore di 150 dollari nel 1989 e per semplice furto con scasso di un'abitazione nel 1992, tutto prima del suo arresto del 1997 per il fallito tentativo di rubare i decespugliatori.
Reati di poco conto, per questo la giudice Johnson ha spiegato che "ciascuno di questi crimini è stato uno sforzo per rubare qualcosa. Tale piccolo furto è spesso determinato dalla povertà o dalla dipendenza. È crudele e insolito imporre una condanna all'ergastolo ai lavori forzati per questo". La giudice ha anche toccato un argomento sensibile, quello economico: "dalla condanna nel 1997, l'incarcerazione di Bryant è costata ai contribuenti della Louisiana 518.667 dollari. Arrestato a 38 anni ha già trascorso quasi 23 anni in prigione e ora ha più di 60 anni. Se vivrà altri 20 anni, i contribuenti della Louisiana avranno pagato quasi un milione di dollari per punire il signor Bryant". Tutto ciò per un furto fallito di due tagliaerba.
Associated Press, 8 agosto 2020
La Cina ha condannato a morte un quarto cittadino canadese per accuse di droga in meno di due anni, a seguito della crisi tra i due Paesi per l'arresto in Canada di una dirigente del gigante tecnologico cinese Huawei. Ye Jianhui è stato condannato a morte il 7 agosto 2020 dal Tribunale Intermedio Municipale di Foshan, nella provincia meridionale del Guangdong. Ye è stato giudicato colpevole di produzione e trasporto di droghe illegali, ha detto il Tribunale in una breve dichiarazione. Anche un altro imputato nel caso è stato condannato a morte, mentre altri quattro sono stati condannati a pene comprese tra sette anni e l'ergastolo. Le condanne a morte in Cina vengono automaticamente sottoposte alla più alta corte del Paese per la revisione.
Il Tribunale non ha fornito dettagli sulle accuse contro Ye e gli altri. Tuttavia, il sito web del giornale Yangcheng Evening News, con sede nella vicina metropoli di Guangzhou, ha reso noto che Ye e il co-imputato Lu Hanchang avevano cospirato con altri per produrre e trasportare droghe tra maggio 2015 e gennaio 2016. La polizia avrebbe sequestrato circa 218 kg di cristalli bianchi infusi con il Mdma (Ecstasy) in una stanza usata dai due, trovando altri 9,84 g di sostanza in sacchetti, all'interno di residenze usate da Lu e gli altri, ha detto il giornale.
I rapporti tra Canada e Cina si sono deteriorati a seguito dell'arresto da parte del Canada alla fine del 2018 di Meng Wanzhou, dirigente dell'azienda e figlia del fondatore di Huawei, all'aeroporto di Vancouver su richiesta degli Stati Uniti, che vogliono la sua estradizione poiché accusata di frode nei rapporti della società con l'Iran. Il suo arresto ha fatto infuriare Pechino, che parla di mossa politica volta a frenare l'ascesa della Cina come potenza tecnologica globale.
La condanna di Ye è arrivata il giorno dopo che il connazionale canadese Xu Weihong è stato condannato a morte dal Tribunale Intermedio Municipale di Guangzhou, sempre nella provincia di Guandong. Il canadese Robert Schellenberg è stato condannato a morte per traffico di droga in un nuovo improvviso processo, poco dopo l'arresto di Meng, infine un cittadino canadese identificato come Fan Wei è stato condannato a morte nell'aprile 2019 per il ruolo svolto in un caso di traffico internazionale di droga.
La Repubblica, 8 agosto 2020
Amici e associazioni non si arrendono per lo studente dell'Alma Mater: "Liberatelo". La sua sagoma anche al cinema in piazza a Bologna. "Sei mesi di detenzione su accuse del tutto infondate sono un periodo di tempo inaccettabile, rinnoviamo gli appelli alla scarcerazione rivolti al Governo che lo tiene in carcere e anche al Governo dell'Italia, Paese di cui Patrick sempre più sta diventando parte, cittadino onorario e soggetto di tante iniziative di solidarietà". Così Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, lancia la nuova campagna social per chiedere la scarcerazione del ricercatore egiziano che dall'8 febbraio è formalmente in stato di arresto, e in cella, in Egitto con accuse che annoverano anche la propaganda sovversiva.
Patrick stava frequentando un master europeo in Studi di genere all'Università di Bologna. Domani, a sei mesi dall'arresto formale del 29enne, Amnesty International lancerà un "tweet storm" con l'hashtag #freepatrickzaki per tenere alta l'attenzione sul caso e tornare chiedere libertà. Era il 7 febbraio quando, appena atterrato al cairo per passare qualche giorno con la famiglia, Patrick Zaki venne arrestato e, due giorni dopo, condotto nel carcere di Mansoura - sua città natale - con le accuse di fomentare le manifestazioni e il rovesciamento del governo, pubblicare notizie false sui social minando l'ordine pubblico, promuovere l'uso della violenza e istigare al terrorismo. Accuse che ha sempre respinto.
Oggi, sei mesi dopo, il 28enne è ancora in carcere, e pochissimo si sa riguardo le sue sorti. Quasi un mese dopo l'arresto, è stato condotto a quello di Tora, al Cairo, dove sono detenuti centinaia di attivisti su cui pendono le sue stesse accuse. Si sa che c'è stata una pandemia, entrata anche negli istituti penitenziari e che ci sono state, e continuano a esserci, decine di proteste, lettere, sit-in, manifestazioni in tutto il mondo per chiedere la sua liberazione. Zaki ha scritto una lettera per rassicurare sulle sue condizioni di salute, e lo scorso 27 luglio, inaspettatamente, è apparso in tribunale, cosa che non accadeva dal giorno del suo arresto (l'hanno visto i suoi legali, la sua famiglia no, non è stata ammessa). In mezzo, gli appelli dei suoi amici, le richieste di Amnesty e le dichiarazioni dei politici italiani; i murales sparsi per l'italia - il più noto, l'abbraccio di Regeni a Zaky, "stavolta andrà tutto bene" - la cittadinanza onoraria a Bari e, ancora prima, Bologna.
Bologna, la sagoma di Zaky in biblioteca: "Ti aspettiamo in Salaborsa"
Bologna, la sua città adottiva. Era l'agosto 2019 quando Zaky ì arrivò sotto le due torri per frequentare il master "Gemma" dell'Erasmus Mundus, in studi di genere e delle donne. Bologna non smette di chiedere libertà per il suo studente. L'artista e attivista Gianluca Costantini ha realizzato il disegno che ritrae Zaky tra il filo spinato, soggetto dell'enorme manifesto affisso prima sul cartellone pubblicitario che ricopre la facciata di palazzo dei Notai, poi sui ponteggi del cantire della Garisenda. È sempre Costantini l'autore delle sagome del ragazzo sparse nele biblioteche universitarie e anche in piazza Maggiore, dove c'è il del cinema ogni sera.
"Patrick, voglio ascoltare le tue storie e raccontarti le mie. Devi averne molte da raccontare. Anche se ora sei da solo in prigione, non hai mai abbandonato la tua lotta, così noi non abbiamo lasciato che il fuoco si spegnesse": inizia così la lettera che Shilpi Gupta, laureata al master Gemma e dottoranda dello stesso master, ma all'università di Granada, ha scritto. "Caro Patrick, ti aspettiamo. Tua mamma vuole cucinare con te, tuo padre muore dalla voglia di guardarsi con te un film sul divano, i tuoi amici non vedono l'ora di fare serata con te. Ci manchi tanto, Patrick. Ps: racconto sempre di te al mio bambino di sette mesi. Ascolta la tua storia, e i suoi occhi brillano per il tuo coraggio".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 agosto 2020
Il Garante dei detenuti all'incontro con i vertici delle forze dell'ordine. "Queste vicende possono ingenerare una cultura della contrapposizione che, nell'impropria generalizzazione che essa comporta, può costituire un elemento di lacerazione nel contesto sociale".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 7 agosto 2020
Si parla e si scrive di "umanizzazione del carcere", di "giustizia mite"; si riflette sul senso costituzionale della pena che apre a possibilità di futuro, anzi probabilmente dovrebbe lavorare per il futuro e poi si incontra la realtà quotidiana fatta di tante inutili afflizioni prive di senso.
A Parma diverse persone chiuse in Alta Sicurezza condannate al fine pena mai e chiuse ormai da 25, 30 40 anni, sono costrette a condividere celle (e francamente chiamarle "camere di pernottamento" mi sembra un'inutile ipocrisia) minime poste all'ultimo piano sotto un tetto liscio in cemento che, nella calura estiva, si scaldano fino a superare i 40 gradi.
di Raffaele Marino*
Il Riformista, 7 agosto 2020
Abuso edilizio e diffamazione ingolfano le aule dei tribunali: perché non depenalizzarli? Bisogna rafforzare le autorità amministrative e accontentarsi della riparazione del danno in sede civile.
Il dibattito che si è acceso sulla necessità di una nuova depenalizzazione, sottintende in realtà la necessità di smaltire l'enorme arretrato che si è aggravato dopo la sostanziale chiusura dei tribunali per l'epidemia da Covid-19. In realtà si tratta di mali antichi ed endemici che si trascinano da decenni. Quando sono entrato in magistratura si ebbe la prima depenalizzazione con la legge 689 del 24 novembre 1981. Ricordo il commento di un autorevole procuratore dell'epoca: Hanno dato un giocattolo in mano ai pretori per farli divertire".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 7 agosto 2020
Deputati, senatori e Consiglieri regionali non hanno bisogno di autorizzazione per entrare. Usino le loro prerogative per essere presenti in tutti gli istituti di pena in questo momento così difficile e oscuro. La vita è ripresa ovunque tranne che nelle prigioni: colloqui limitati, pochissimi volontari, lavoro e studio azzerati. E dal Dap una stretta anche sul pannelliano "ferragosto in carcere".
Il Riformista, 7 agosto 2020
L'affondo delle Camere Penali. Apprendiamo dal difensore e da notizie diffuse dai media, che Raffaele Cutolo - a suo tempo capo della Nuova Camorra Organizzata - è in gravissime condizioni di salute e che non è stata autorizzata la visita del medico di fiducia, per non meglio specificate "ragioni di opportunità".
Contraddittorie le notizie che giungono dal carcere di Parma, da dove la moglie e la figlia, in visita al detenuto, hanno riferito che Cutolo "non è riuscito ad alzare gli occhi, a portare una bottiglia d'acqua alla bocca, a parlare, ad interagire", stato comatoso confermato anche dal difensore che descrive una persona immobile, condotta in sala colloqui con la sedia a rotelle, con il capo reclinato verso il petto, in silenzio e privo di reazioni di qualsiasi genere, mentre per la direzione sanitaria dell'istituto penitenziario, egli sarebbe "vigile, orientato nel tempo e nello spazio".
Certo è che il detenuto assume 15 pillole al giorno, soffre di diabete, prostatite, artrite ed è fortemente ipovedente. In questi giorni è stato condotto nuovamente in ospedale da dove non si riescono ad avere informazioni sul suo stato di salute. Le "ragioni di opportunità" evidentemente vengono prima del diritto alla salute, prima del diritto di una moglie e di una figlia di avere notizie del congiunto, prima dei principi costituzionali e di tutte le altre norme.
Eppure quella piccolissima parte della Riforma dell'Ordinamento Penitenziario, divenuta Legge aveva ribadito che "i detenuti e gli internati, possono richiedere di essere visitati a proprie spese da un esercente di una professione sanitaria di loro fiducia" ed aggiunto che "...con le medesime forme possono essere autorizzati trattamenti medici, chirurgici e terapeutici da effettuarsi a spese degli interessati da parte di sanitari e tecnici di fiducia nelle infermerie o nei reparti clinici e chirurgici all'interno degli istituti, previ accordi con l'azienda sanitaria competente e nel rispetto delle indicazioni organizzative fornite dalla stessa" (art. 11, comma 12, Ordinamento Penitenziario, così riformato dal D.Lvo 2 ottobre 2018, N.123).
Evidentemente la Legge non è uguale per tutti e "non è opportuno" che un ottantenne capo di un'associazione criminale, che non esiste più da almeno 40 anni, che è detenuto da 57, possa avere le cure di un medico di fiducia, mentre è "opportuno", che sul suo stato di salute vi sia il "silenzio di Stato", in attesa che la vendetta possa giungere a termine, con la morte del "nemico".
L'Unione delle Camere Penali Italiane, con il proprio Osservatorio Carcere, esprime, ancora una volta, la propria indignazione per una politica giudiziaria che pratica, di fatto, la lenta, ma inarrestabile, pena di morte.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 7 agosto 2020
Una giustizia obesa, che si muove lentamente, rappresenta un peso non più sopportabile per il nostro Paese. Ma il Legislatore, nonostante tale evidente menomazione, continua a ingrassare di nuove fattispecie un diritto penale ormai in agonia. Vi è una spasmodica ricerca di punizione, irrazionale, inutile e dannosa, che mira a un consenso popolare che cavalca l'onda della momentanea emotività.
Occorrerebbe, invece, una drastica "cura dimagrante", che privi di rilevanza penale tutte quelle condotte che possono essere valutate senza la necessità di indagini particolari. Un'ampia depenalizzazione è invocata, da tempo, dall'Unione delle Camere Penali Italiane che, anche su questo tema, ha dimostrato lucidità di pensiero, nonostante sia evidente che l'avvocatura, per un proprio interesse corporativo, dovrebbe augurarsi l'aumento delle condotte penalmente rilevanti.
La diminuzione dei reati consentirebbe di ottenere il massimo rendimento delle risorse umane e degli spazi deputati alla celebrazione del processo penale, permettendo di attuare i principi del giusto processo, dettati dall'articolo 111 della Costituzione, secondo i quali lo stesso deve avere una durata ragionevole, garantire il contraddittorio e i diritti della difesa. Oggi, invece, la durata non solo è "irragionevole", ma ignobilmente lunga, mentre il cittadino - imputato o persona offesa - ne paga le conseguenze e l'Italia viene additata, a livello internazionale, come inaffidabile. Le condotte depenalizzate potranno trovare una sanzione amministrativa che, con maggiore efficacia, saranno da deterrente per nuove azioni illecite.
Se è vero che gli illeciti penali devono confrontarsi costantemente con il momento storico e, in particolare, con il grado di civiltà di un Paese, con il cambiamento e l'evoluzione degli usi e costumi di una società, è altrettanto importante che si promuova immediatamente una corretta informazione sullo stato comatoso della nostra giustizia e si affidino all'accertamento penale le sole condotte che abbiano effettivamente una rilevanza particolare e che necessitano di indagini, non eseguibili in altre sedi. Si potrebbero fare molti esempi di delitti e contravvenzioni da abrogare, ma probabilmente quello più eclatante riguarda i reati urbanistici che, pur considerati giustamente gravi per l'impatto devastante sul territorio, potrebbero essere disciplinati in maniera diversa.
È del tutto irrazionale che il verbale per una costruzione ritenuta abusiva debba far nascere due procedimenti: uno penale, l'altro amministrativo. In entrambe le sedi si dovrà accertare se quanto contestato sia effettivamente illecito e disporre, eventualmente, la giusta sanzione, con tempi biblici in tutti e due i casi. Basterebbe, invece, la sola procedura amministrativa, in quanto l'indagine da svolgere è esclusivamente oggettiva, riguarda un luogo, un manufatto e l'esistenza o meno di titoli autorizzativi. Nulla di più. L'illecito potrà essere punito in tempi rapidi, anche con la confisca o l'abbattimento.
Si recupererebbero nel penale enormi risorse. Esistono in molte Procure della Repubblica, sezioni specializzate per i reati urbanistici, che gestiscono migliaia di procedimenti destinati al dibattimento, che a sua volta viene sommerso dai relativi fascicoli, la maggior parte dei quali, dopo anni, giungeranno in Corte di Appello e poi in Cassazione.
Per l'accertamento di una violazione urbanistica, in ambito penale, saranno dunque coinvolti un sostituto procuratore e probabilmente nove giudici e tre procuratori di udienza, oltre al personale delle varie segreterie e cancellerie e sperperate risorse economiche preziose. L'occhio vigile di un imprenditore comprenderebbe immediatamente l'inutilità di tali farraginose procedure, ma alla politica interessa solo una giustizia penale non in salute, ma "grassa" dei suoi innumerevoli reati.
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