di Giancarlo Tommasone
stylo24.it, 6 agosto 2020
Il decreto che ha stabilito il prolungamento del regime di carcere duro, il cosiddetto 41bis, nei confronti del boss della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo (che la scorsa settimana ha lasciato il penitenziario di Parma per essere trasferito in una struttura sanitaria della città emiliana), è stato siglato l'undici settembre del 2019 (l'istruttoria era stata avviata il precedente 15 maggio).
I motivi che hanno portato il Ministero della Giustizia a estendere la misura per i successivi due anni nei confronti del padrino di Ottaviano (oggi 78enne e gravato da numerose patologie), sono riassumibili in tre punti: "Il gruppo di appartenenza è attualmente attivo e presente sul territorio e, in concreto, la potenzialità organizzativa del gruppo criminale non è venuta meno, né si sono acquisiti nuovi elementi da cui desumere una minore operatività dello stesso, anche in riferimento al ruolo e alla situazione personale del detenuto"; "non si sono verificate sopravvenienze da cui desumere un mutamento del ruolo della posizione del detenuto all'interno dell'organizzazione, né lo stesso ha operato condotte che si sono poste in conflitto con la sua appartenenza all'organizzazione"; "il decorso del tempo trascorso in detenzione non ha mutato il ruolo e la funzione del soggetto (Raffaele Cutolo, ndr) all'interno dell'organizzazione".
Inoltre, è riportato nero su bianco nel decreto a firma del ministro della Giustizia, "la Dda ha affermato che appare quasi superfluo rammentare - anche in questa sede come nei precedenti rinnovi - come da innumerevoli risultanze processuali, Raffaele Cutolo risulta essere elemento di spiccatissima pericolosità sociale.
Capo indiscusso del sodalizio criminoso denominato "Nuova camorra organizzata", Cutolo fu artefice della più vasta opera di proselitismo criminale, svolta dall'interno dell'ambito carcerario: come emerge da numerosissime e ormai storiche risultanze processuali, è proprio attraverso le direttive impartite dal carcere, che Cutolo (detenuto dal 25 marzo del 1971) ha costituito la sua organizzazione delinquenziale".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 6 agosto 2020
L'odissea del titolare di una farmacia, fatto fuori dal sistema pubblico per "calabresità". L'interdittiva antimafia continua a far discutere. È ciò anche se tale provvedimento amministrativo, come noto emesso dal prefetto in assenza di un giudicato penale ma solo sulla base del "sospetto", sia stato recentemente dichiarato esente da profili di illegittimità costituzionale.
Con la sentenza 57 dello scorso 26 marzo, la Consulta ha infatti stabilito che l'interdittiva antimafia "non viola il principio costituzionale della libertà di iniziativa economica privata perché, pur comportandone un grave sacrificio, essendo giustificato dall'estrema pericolosità del fenomeno mafioso e dal rischio di una lesione della concorrenza e della stessa dignità e libertà umana". Non è stato sufficiente, allora, al titolare di una farmacia essere assolto da tutte le imputazioni per poter riprendere la propria attività. L'ostacolo, al momento insormontabile, è rappresentato proprio dall'interdittiva antimafia.
Un caso esemplare - Questi i fatti. Il dottore G. G. rileva agli inizi degli anni 2000 la farmacia di piazza Caiazzo a Milano. La farmacia, aperta nel lontano 1907, è una delle più antiche in città ed è rifornita di farmaci anche difficilmente reperibili altrove. Per la sua vicinanza alla Stazione centrale è poi un punto di riferimento per le numerose comunità straniere presenti. A marzo del 2018 G. G., originario della provincia di Reggio Calabria ma ormai da tanti anni residente a Milano, viene arrestato con l'accusa di essere legato alla criminalità organizzata. Seconda la Procura di Milano, in particolare, la farmacia subirebbe il condizionamento del boss calabrese Giuseppe Strangio, che avrebbe infiltrato proprio personale al suo interno e impiegato anche soldi provento dallo spaccio di stupefacenti.
G.G. è dunque accusato poi di non avere le autorizzazioni necessarie e di truffare con i rimborsi il servizio sanitario nazionale. Oltre al titolare, vengono arresti tutti i dipendenti. In totale sono undici. La farmacia viene posta sotto sequestro e i magistrati nominano al riguardo un curatore. L'Asl, informata dell'indagine, revoca immediatamente tutti i permessi. Le indagini vengono condotte con ampio utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali. A fine 2018 il gip scagiona Strangio dall'accusa di riciclaggio perché "il fatto non sussiste".
Passa qualche mese e fa lo stesso anche per tutte le altre imputazioni. La farmacia viene quindi dissequestrata, nonostante il parere contrario del Nas carabinieri di Milano che aveva condotto le indagini. La prima sorpresa di G. G, rientrato in possesso della struttura, è che molti farmaci sono stati mal conservati e lasciati scadere con conseguente danno economico ingente. Nonostante tutto, però, G.G., vuole ripartire.
La trafila davanti al Tar - Inizia allora a presentare una serie di istanze alla Prefettura di Milano affinché riveda l'interdittiva antimafia, emessa subito dopo il suo arresto, alla luce dell'assoluzione. Alle istanze, però, nessuno risponde. G.G. decide quindi di rivolgersi al Tribunale amministrativo regionale. La doccia fredda arriva nelle scorse settimane. "Le sopravvenute sentenze di assoluzione non sono idonee a modificare il quadro indiziario", scrivono i giudici amministrativi.
Perché nonostante la decisione dei giudici in ambito processuale, il collegio del Tar ritiene comunque che il titolare sia legato da rapporti parentali ad esponenti di spicco della criminalità calabrese. E che dunque perduri il pericolo di condizionamento mafioso dell'attività della farmacia. L'esercizio del servizio farmaceutico esporrebbe a rischi concreti l'ordine pubblico rendendo "recessive" le pur rilevanti ragioni imprenditoriali. Come se non bastasse, il Tar condanna G.G. anche al pagamento di 2000 euro di spese. Ad assistere G. G. l'Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm), i cui vertici hanno già dichiarato che presenteranno appello alla decisione del Tar.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 6 agosto 2020
A stabilirlo una ordinanza delle Sezioni Unite dello scorso 16 luglio. La sospensione cautelare per il magistrato può essere "sine die". Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione con una ordinanza del 16 luglio scorso. Il caso era stato sollevato dall'ex pm ed ex parlamentare di Forza Italia Alfonso Papa. Il magistrato era stato indagato, insieme a Luigi Bisignani, nel giugno 2011 con l'accusa di favoreggiamento, concussione e rivelazione di segreto d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta napoletana condotta dal pm Henry John Woodcock sull'associazione P4. Condannato in primo grado, alcune condotte erano state dichiarate prescritte in appello. Nel 2014 era stato nuovamente indagato per concussione sempre dalla Procura di Napoli. La Sezione disciplinare del Csm aveva subito disposto nei suoi confronti la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio ed il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura.
L'ex pm aveva chiesto, senza successo, alla Sezione disciplinare di voler dichiarare l'inefficacia della sospensione cautelare per decorrenza del termine di cinque anni di durata massima previsto dalla legge. La Corte di Cassazione, nel rigettare il ricorso di Papa avverso la pronuncia della Sezione disciplinare, ha affermato che "la specificità dello status di magistrato e delle funzioni dallo stesso esercitate giustifica ampiamente, anche nella fase cautelare, una disciplina più rigorosa rispetto a quella dettata per gli altri pubblici impiegati, essendo necessario tutelare soprattutto il dovere e l'immagine di imparzialità e la connessa esigenza di credibilità nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali".
Infatti, dopo aver evidenziato che la disciplina assicura che la sospensione cautelare obbligatoria sia mantenuta fin quanto permangano i presupposti della sospensione facoltativa, ha sottolineato che il magistrato era stato condannato in primo grado alla pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione e che tale condanna rafforzava le esigenze cautelari in quanto l'eventuale condanna definitiva per i gravi reati commessi avrebbe avuto valore di cosa giudicata nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e della sua attribuibilità all'incolpato'. Il tipo di reati per i quali Papa era stato condannato in primo grado comportava di per sé "la grave menomazione del prestigio dell'ordine giudiziario, legittimando la persistenza della misura cautelare della sospensione dalle funzioni". In conclusione, per i giudici di piazza Cavour, la Sezione disciplinare del Csm aveva congruamente motivato, senza incorrere in vizi logici e giuridici, "le ragioni del diniego della revoca della sospensione cautelare obbligatoria originariamente disposta".
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2020
Lo straining è una figura affine al mobbing dal quale si differenzia per l'assenza di condotte reiterate nel tempo da parte del datore di lavoro e per la conseguente mancanza di un intento vessatorio idoneo ad unificarle all'interno di un fenomeno comportamentale unitario. In proposito, ha precisato il Tribunale del Lavoro di Pavia con la recente sentenza n. 85/2020 che se la condotta nociva si realizza con una azione unica ed isolata, o comunque con più azioni prive del carattere della continuità, si è in presenza dello straining, comportamento che produce una modificazione in negativo, costante e permanente, della situazione lavorativa e, in genere, una situazione stressante, che, a sua volta, dando luogo a disturbi psico-somatici, psico-fisici o psichici, pur mancando del requisito della continuità nel tempo della condotta considerata, può essere sanzionato in sede civile al pari del mobbing.
La vicenda - Un dipendente comunale conveniva in giudizio il datore di lavoro lamentando un pluridecennale "calvario" lavorativo fonte di danni patrimoniali e non patrimoniali di cui chiedeva il risarcimento. Segnatamente il lavoratore asseriva che a seguito di rifiuto della concessione di alcuni permessi per pratiche edilizie e dopo aver denunciato alcune irregolarità, era divenuto per il datore di lavoro "un elemento scomodo, da ridimensionare e penalizzare". Il datore di lavoro si difendeva affermando la contraddittorietà della ricostruzione degli eventi fatta dal dipendente, allegando a conforto un compendio documentale.
La decisione - Investita della controversia, la sezione lavoro del tribunale di Pavia ha innanzitutto richiamato la vigente normativa sul rapporto di lavoro subordinato secondo cui il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. In tema vanno richiamate le figure del mobbing e dello straining.
Ebbene si parla di mobbing lavorativo qualora ricorrano insieme: una serie di comportamenti di carattere persecutorio - illeciti o anche leciti se considerati singolarmente - che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psicofisica o nella propria dignità; l'elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante tutti i comportamenti lesivi.
A ben vedere l'elemento qualificante della figura in esame va ricercato non tanto nella legittimità o illegittimità dei singoli atti, bensì nell'intento persecutorio che li unifica, che deve essere provato da chi assume di avere subito la condotta vessatoria e che spetta al giudice del merito accertare o escludere, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto. Simile, tuttavia distinta, dalla fattispecie appena esaminata è la figura dello straining.
In particolare, lo straining può essere definito come una "forma attenuata" di mobbing, nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie, come può accadere, ad esempio, in caso di singoli comportamenti quali il demansionamento, la dequalificazione, l'isolamento o la privazione degli strumenti di lavoro.
Segnatamente al fine di accertare la configurazione dello straining occorre valutare se la situazione di conflitto venutasi a creare fra le parti sia stata accentuata dal comportamento del lavoratore, dal momento che il contributo che questi abbia dato, con le proprie condotte, alla determinazione di una situazione di conflitto duratura nel tempo conduce ad escludere la possibilità di risarcimento. In altre parole, è la stessa condotta del lavoratore che può impedire l'individuazione di una condotta stressogena del datore di lavoro nei suoi confronti.
In ogni caso - si badi - le predette figure trovano entrambe rilevanza giuridica mediante l'articolo 2087 del codice civile, tanto che, da un lato, non incorre in violazione dell'articolo 112 Ccil giudice che qualifichi la fattispecie in termini di straining a fronte di una deduzione di mobbing, trattandosi semplicemente di differenti qualificazioni di tipo medico-legale utilizzate per identificare comportamenti ostili connotati da rilevanza giuridica alla luce del precetto normativo e, dall'altro lato, che, quale che sia la qualificazione giuridica assegnata ai comportamenti ascritti al datore di lavoro, incombe in ogni caso sul lavoratore l'onere di provare, oltre l'esistenza del danno, anche la nocività dell'ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l'una e l'altra. Di talché, solo a fronte di tale prova, sussiste per il datore di lavoro l'onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno lamentato dal lavoratore.
di Ambra Notari
redattoresociale.it, 6 agosto 2020
Garante delle persone private della libertà e Garante per l'infanzia dell'Emilia-Romagna insieme per chiedere una presa di coscienza per evitare nuovi casi di 'bambini dietro le sbarre': "Serve una rete di case protette sul territorio".
Nel 2019, in Emilia-Romagna, sono stati 15 i bambini tra 1 e 36 mesi rinchiusi in carcere con un loro genitore. Permanenze in genere brevi, di meno di una settimana. Ma c'è chi, ancora neonato, 'dietro le sbarre' ha passato qualche settimana. Un bimbo ci ha vissuto 10 mesi. In tutto si contano 450 giorni. È Marcello Marighelli, Garante regionale delle persone private della libertà personale a sottolineare questi numeri, raccolti nelle carceri emiliano-romagnoli ma riferiti agli istituti di Bologna e Forlì, perché elle altre strutture non si sono registrati casi.
"Sono numeri significativi - ammonisce Marighelli - sia in termini di presenze, sia in termini di giorni. La normativa è complessa: le madri detenute che scelgono di tenere i figli con sé devono essere accolte negli Icam o in case protette e, solo in via residuale e solo fino ai 3 anni, nella sezione nido del carcere. In regione non c'è nulla di tutto ciò, non è prevista nessuna di queste tre opzioni. Fino a oggi le case circondariali di Bologna e Forlì si sono adoperate per sopperire a queste presenze, ma questa situazione deve finire".
Per affrontare questa necessità, Marighelli e Clede Maria Garavini, la Garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza, hanno presentato in commissione la proposta di una nuova programmazione. La soluzione, secondo i garanti, sarebbe l'individuazione di una casa famiglia protetta, idonea sia a garantire il rispetto dei diritti dei minori, sia a rispondere alle esigenze della donna detenuta che, "toccata dalla legge penale, potrebbe avere lei in primis bisogno di un ambiente accogliente dove meglio potersi dedicare al bimbo e di un percorso di supporto alla genitorialità. Le donne detenute, in questo modo, avrebbero anche la possibilità - per loro e per i propri figli - di sottrarsi a un ambiente talvolta criminogeno", spiega Marighelli.
La casa famiglia auspicata è una casa protetta diffusa, una rete di case protette sparse sul territorio, da individuare tra quelle già esistenti destinate all'accoglienza mamma-bambino, naturalmente rispettose dei requisiti previsti dalla legge. "Una casa protetta ad hoc per le madri detenute, per fortuna, resterebbe vuota per gran parte dell'anno - spiegano i garanti -. Questo renderebbe difficile la gestione di tutti i professionisti che dovrebbero garantire supporto a madri e figli. Se, invece, puntiamo a strutture già esistenti, il problema non si porrebbe, e la qualità di educatori, luoghi e dotazioni sarebbe assicurata. Anzi, sia le donne sia i bambini si ritroverebbero a vivere in un sistema rodato, con evidente vantaggio per l'approccio a una quotidianità il più 'normale' possibile".
"È la scienza a dirci che un bambino non può stare in carcere - sottolinea Garavini - e lo ribadisce la Convenzione Onu. I bambini hanno diritto a una crescita sana, a sperimentare opportunità ricche e diverse. Hanno diritto di vivere all'interno di relazioni serene, in contesti educativi che sappiano rispondere in maniera adeguata ai loro bisogni.
Tutte questo in carcere non si trova: la madre detenuta non è nelle condizioni di essere serena, propositiva, di accogliere e sostenere la crescita. Gli ambienti sono limitati e limitanti, non attrezzati. Il bambino diventa vittima dello stato di detenzione del genitore, la condanna del genitore diventa la condanna del bambino, poi identificato come 'figlio del detenuto', con tutto quello che ne segue in termini di evoluzione e possibilità". Per questo la casa protetta è la soluzione: un ambiente a dimensione familiare, il nido, la scuola, i giochi, l'attività fisica, sportiva e ricreativa. E poi programmi di sostegno alla genitorialità: "Un investimento forte sul bambino permette di trasformare la vita dei genitori: il figlio diventa fonte di ripresa".
Secondo i garanti i tempi sono maturi per una scelta in questo senso: "Negli ultimi anni è aumentata molto la consapevolezza - spiega Marighelli. Vanno registrati anche le disposizioni e i patti nazionali e internazionali: non è possibile rimandare oltre. Al momento registriamo una buona rispondenza nelle sedi istituzionali". Anche Garavini parla di comprensione immediata e condivisa a livello politico: "Questo è un tema su cui siamo pressoché certi potremo incontrare l'appoggio di tutti: la tutela del minore è impegno prioritario. Un bambino in carcere non è ammissibile, nemmeno per un giorno".
Oltre all'individuazione di una casa protetta (quindi accoglienza extracarceraria), la nuova programmazione condivisa dai garanti prevede, a partire dall'anno in corso e per tutto il 2021, azioni di monitoraggio per assicurare la piena attuazione della normativa europea in materia di relazioni tra genitori detenuti e figli (di qualsiasi età), che garantisce regolarità e stabilità nei contatti anche telefonici e telematici tra figli e genitori detenuti: "Vogliamo dare un contributo reale al benessere delle bambine, dei bambini e degli adulti che vivono le loro relazioni affettive nel corso di una pena o di una misura cautelare".
Fra le altre proposte, i garanti risollecitano esperienze formative per gli operatori di polizia penitenziaria che si occupano degli incontri in presenza fra genitori e figli. "Percorsi di sensibilizzazione ancor prima che di formazione", specifica Garavini.
"Le misure proposte non eliminerebbero il fenomeno - conclude Marighelli - ma se ci fosse un'alternativa valida avremmo sicuramente maggiori garanzie. Non possiamo più accettare situazione come quella che pochi giorni ha visto protagonista una bambina di 4 anni, in carcere per 4 giorni con la madre, in emergenza sanitaria - il riferimento è alla vicenda raccontata da Redattore Sociale lo scorso giovedì -. Non sappiamo cosa sia successo, spesso capita che una misura domiciliare non possa essere presa in considerazione perché, nei fatti, un domicilio non c'è. Se ci fosse stata una casa protetta le cose sarebbero andate diversamente, e la piccola avrebbe evitato di passare 4 giorni in una camera detentiva".
di Sara Strippoli
La Repubblica, 6 agosto 2020
Il Garante regionale dei detenuti: "In un anno 75 infortuni con motivazioni lunari". Da gennaio 2018 a fine settembre dello stesso anno sono stati registrati 166 strani incidenti all'interno del carcere di Torino, infortuni etichettati come accidentali che destano molto sospetti.
Ancor di più visto che 75 si sono verificati all'interno di un solo padiglione. Lo ha comunicato ieri mattina in aula al Consiglio regionale il garante dei detenuti Bruno Mellano, che ha citato una relazione del garante nazionale e presentato una documentata analisi della situazione nelle carceri del Piemonte.
Dopo i fatti riscontrati al carcere Lorusso-Cutugno, una vicenda che ha portato a indagare 25 persone e a rimuovere il direttore del carcere Domenico Minervini, quei fatti devono essere riletti con grandissima attenzione: "Leggendo il resoconto di quegli incidenti emerge che si tratta di infortuni raccontati con motivazioni che potrei definire lunari - dice Mellano - denti rotti mangiando una insalata, tumefazioni al naso causate da collanine appuntite, cadute dallo sgabello mentre si gioca al solitario. Tutti episodi che lasciano perplessi".
Di sicuro episodi che necessitano di una verifica, assicura Mellano. Nella fotografia presentata in aula anche i dati sulla positività al Covid-19 registrata nelle carceri del Piemonte: più di un terzo dei detenuti che sono risultati positivi in tutta Italia sono in carcere in Piemonte, 287 in tutto il Paese, 107 nelle tredici carceri della nostra regione, 78 a Torino, 25 a Saluzzo e 4 nella Casa Circondariale di Alessandria. La giornata in cui si è registrato il picco di persone positive al coronavirus ha fissato il numero a quota 161 contagiati, in Piemonte si è superata quota 60.
Per il Pd un segnale che l'assessore alla sanità regionale Luigi Icardi e il resto della giunta "devono fare di più per la salute dei detenuti e di chi lavora in carcere", commentano il capogruppo Dem Raffaele Gallo e la consigliere Monica Canalis.
Problematica anche la situazione della carenza di posti in seguito ai cantieri aperti: la relazione di Mellano rivela che da una verifica aggiornata a lunedì, sono 248 le camere e 510 i posti non disponibili nelle carceri del Piemonte. La sintesi del garante coinvolge la Regione: "C'è urgente necessità di un ruolo maggiormente dinamico dell'ente rispetto alla situazione della sanità penitenziaria".
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 6 agosto 2020
Il lungo silenzio sulle violenze nel carcere di Ivrea, denunciate ormai da più di cinque anni, e sempre archiviate dalla Procura, ora si trasforma in un caso alla luce dell'inchiesta torinese nata dalla relazione della garante Monica Gallo e arrivata a configurare il reato di tortura.
È stato il Garante regionale Bruno Mellano a risollevare l'attenzione su quattro episodi che hanno una tortuosa storia giudiziaria e per i quali garante e associazione Antigone hanno chiesto che sia la procura generale di Torino ad avocare i fascicoli.
I maltrattamenti dei detenuti all'interno della "cella liscia", quella che dalle guardie penitenziarie veniva chiamato "l'acquario": una stanza al piano terra del carcere che avrebbe dovuto essere la sala d'attesa dell'infermeria e dove, invece, i detenuti venivano chiusi anche per ore, senza che nessuno potesse vedere all'interno, mentre erano sottoposti a trattamenti "di contenimento".
Le segnalazioni riportavano tre pestaggi specifici e quella che è stata battezzata la "repressione di ottobre" per i fatti avvenuti nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016. Testimonianze molto dure nelle quali si raccontava di almeno due detenuti vittime delle guardie carcerarie, trattenuti prima in una delle celle del carcere e poi nel cosiddetto "acquario", la stanza che veniva usata, illecitamente, come "cella di contenimento".
La Garante nazionale, Emilia Rossi, dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime in una relazione ufficiale: "Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell'idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato".
Il racconto è riportato anche dall'associazione Antigone e dalla pagina web infout.org, sulla quale gli altri detenuti scrissero: "Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone".
Dopo anni di richieste di giustizia alla procura di Ivrea, che invece ha risposto con quattro richieste di archiviazione, è stato il gip Stefania Cugge a rimandare indietro i fascicoli chiedendo di svolgere le indagini ulteriori per individuare i responsabili dei pestaggi.
A febbraio di quest'anno, quando a Torino è scoppiato il caso Vallette, l'avvocata della garante, Maria Luisa Rossetti, ha chiesto aiuto alla procura generale depositando un'istanza di avocazione. Fino a ora non sono arrivate risposte e intanto la procura di Ivrea ha chiesto nuovamente l'archiviazione che il gip aveva respinto.
di Alina D'Aniello
informareonline.com, 6 agosto 2020
L'intervento di Emanuela Belcuore. Una figura, quella del garante, che assume particolare rilevanza in un momento storico, e più in generale in una società, dove nella normativa giudiziaria circa la detenzione, c'è un'incompatibilità tra la limitazione della libertà personale e la tutela dei diritti fondamentali, spesso subordinati alla prima.
Una figura oggi rivestita da Emanuela Belcuore, recentemente nominata garante dei diritti delle persone detenute della provincia di Caserta, che conta quattro istituti di pena. Un compito gravoso, specie se si guarda alla recente emergenza sanitaria, che ha visto numerose rivolte all'interno delle carceri. Tra i suoi progetti, oltre quello di svolgere una funzione di presidio su tutte le forme di privazione della libertà e di garantire che sia osservata la normativa vigente, il tema del lavoro e dell'affettività.
La sua recente nomina arriva immediatamente dopo la questione delle carceri durante il lockdown. Quali sono i progetti in cantiere e come intende muoversi nei prossimi mesi?
"I progetti che ho in cantiere sono due. In primis, mi concentrerò sul tema del l lavoro, creando una cordata di imprenditori che offrano un impiego ai detenuti in carcere, operazione che avverrà tramite delle cooperative. Il fatto che queste persone siano state private della loro libertà non li rende privi di dignità, restituibile solo attraverso il lavoro.
È importante, dunque, abbattere il pregiudizio e non nascondere la polvere sotto il tappeto. Ne approfitto per fare un appello a tutti gli imprenditori, in modo tale che possano contribuire alla creazione dei corsi di formazione in carcere, costituendo un ponte tra esterno ed interno. Inoltre, il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale nella riabilitazione dopo il carcere, che scoraggia il ritorno a delinquere. Un altro aspetto su cui mi concentrerò è quello dell'affettività, predisponendo delle zone in cui i detenuti e le detenute possano incontrarsi con i propri congiunti. Anche in questo caso, l'essere privati della propria liberà non comporta il non avere diritto ad un'intimità con la propria famiglia".
Come stanno funzionando le strutture - come le case lavoro - preposte alla riabilitazione del detenuto?
"In Campania l'unica casa lavoro che abbiamo si trova ad Aversa, dove paradossalmente non c'è lavoro. Ci sono ettari di terra che potrebbero essere coltivati, creando cooperative. Purtroppo però, questo non viene fatto, evidenziando un problema culturale non indifferente. Il vero lavoro deve venire dall'esterno e dalla buona volontà degli imprenditori. Sottolineo nuovamente la necessità di fare una rete, perché la singola azienda non basta".
Di recente sono stati pubblicati i dati relativi alla popolazione detenuta, dove è stato evidenziato un calo di presenze, indice che potrebbe rivelare un cambiamento importante. Cosa ci può dire circa questi numeri e sul problema del sovraffollamento?
"Per quanto riguarda le carceri del casertano, ora non c'è più quest'emergenza: ad Arienzo, ad esempio sono 46 detenuti, ad Aversa 124, Carinola ve ne sono circa 400, mentre Santa Maria Capua Vetere neanche 900, numeri legati ad una struttura decisamente più ampia. Questo grazie al decreto svuota-carceri approvato durante l'emergenza sanitaria da Coronavirus. Inoltre, è importante sottolineare il fatto che in questo periodo ci sono stati meno arresti, data "l'impossibilità" delle persone a delinquere. Dunque, ci sono stati meno ingressi, a fronte delle uscite. Circa le carceri del napoletano, invece, come Poggioreale, c'è sicuramente un problema di sovraffollamento".
La tematica della tutela diritti dei detenuti sembra sempre passare in secondo piano, o meglio, messa volutamente da parte. A che punto è il dibattito sulla questione?
"Grazie al coronavirus si è sicuramente accesa una luce ad occhio di bue sulla faccenda. Tuttavia, credo che ci sia ancora molta strada da fare perché si possa parlare di tutela dei diritti dei detenuti. Il problema, come dicevo anche prima, è culturale ed è legato a doppio filo al pregiudizio. Facilitare ed incentivare l'ingresso dei detenuti nella società civile abbassa la recidiva. Questa però, dovrebbe essere una prerogativa dell'intera comunità, che continua a vedere il detenuto come un elemento "lontano" dalla sua vita".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 6 agosto 2020
Il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia, questo pomeriggio ha visitato la casa circondariale di Foggia. Si tratta della quarta tappa - dopo quelle a Siracusa, Torino e quella sarda di Cagliari e Nuoro - del viaggio che porterà il numero uno del Dap in tutti gli istituti italiani.
Nel carcere foggiano Petralia è stato accolto dal provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria per la Puglia e la Basilicata, Giuseppe Martone, dal direttore della casa circondariale, Giulia Magliulo, e dal comandante di reparto, Giuseppe Telesca. Insieme a loro ha visitato alcune sezioni detentive, in particolare quelle interessate dalla rivolta del 9 marzo scorso.
Come sempre, la visita del capo Dap ha avuto poi il suo momento centrale nel lungo incontro con il personale di Polizia Penitenziaria e del comparto funzioni centrali in servizio all'interno dell'istituto, con il quale si è soffermato ad analizzare i principali problemi da risolvere relativi alla struttura e alle risorse disponibili.
Lasciato il carcere e accompagnato dal direttore del Gruppo Operativo Mobile, Mauro D'Amico, e dal comandante pro-tempore del Nucleo Investigativo Regionale di Bari, Roberto Mango, Petralia si è successivamente diretto in Prefettura per un incontro con il Prefetto della Provincia di Foggia, Raffaele Grassi. A lui e a tutta la polizia giudiziaria provinciale, il capo del Dap ha voluto rivolgere il ringraziamento a nome di tutta l'Amministrazione Penitenziaria per l'assistenza prestata in occasione della rivolta del 9 marzo scorso e per la preziosa collaborazione nella cattura di tutti i 72 detenuti evasi dall'istituto.
estense.com, 6 agosto 2020
Sabato 12 settembre a Ferrara visita guidata alle coltivazioni dell'Arginone. Interno Verde apre al pubblico il Galeorto, l'orto coltivato dai detenuti. "Sarà un momento importante per promuovere i valori di scambio e condivisione che guidano l'intera organizzazione del festival.
Un'occasione per coltivare solidarietà verso realtà che spesso vengono trascurate. L'associazione Ilturco è felice di poter continuare la positiva collaborazione con la Casa Circondariale di Ferrara iniziata nel 2018 e proporre al pubblico ferrarese e di altre province un'esperienza di indubbio valore formativo", raccontano gli organizzatori.
L'eccezionale apertura dell'orto si terrà sabato 12 settembre, dalle 10 alle 11.30, in occasione della quinta edizione del festival dedicato ai giardini segreti del capoluogo estense, che aprirà eccezionalmente al pubblico 70 spazi verdi di grande fascino e interesse. La visita all'interno dell'istituto penitenziario sarà curata dall'associazione Viale K, che si occupa di coordinare il progetto educativo: i partecipanti verranno accompagnati in un itinerario guidato dal personale della Casa Circondariale attraverso le varie aree coltivate dai detenuti, che racconteranno la loro esperienza lavorativa e formativa.
"L'idea di coinvolgere uno spazio così particolare, e rendere accessibile un luogo per definizione inaccessibile, è nata per invitare le persone a conoscere una realtà spesso poco considerata e oggetto di pregiudizio. Interno Verde si propone come un festival di relazioni: l'obiettivo è quello di promuovere, attraverso l'interesse trasversale che la cura del giardino è capace di suscitare, una socialità spontanea e vicina, un'atmosfera inclusiva.
In quest'ottica l'apertura del GaleOrto ci sembra possa rappresentare un messaggio importante. Ringraziamo già da ora sia la direzione della Casa Circondariale che il personale della polizia penitenziaria e le educatrici, per la grande disponibilità che anche quest'anno hanno dimostrato accogliendo con entusiasmo la proposta di far parte della manifestazione", concludono i soci de Ilturco.
Per scoprire le coltivazioni nascoste tra le mura di cinta che circondano la struttura di via Arginone, e assaggiare le verdure che crescono protette tra le torrette di guardia e il filo spinato, è necessario prenotare la propria partecipazione, che dovrà essere effettuata entro lunedì 24 agosto, comunicando via mail all'indirizzo
Lo stesso indirizzo mail sarà a disposizione per dubbi o domande inerenti l'iniziativa. Interno Verde è patrocinato dal Mibac, da Ibc Emilia-Romagna, dal Comune e dall'Università degli Studi di Ferrara, dall'Associazione Nazionale Pubblici Giardini, con l'adesione dell'Associazione Italiana Architettura del Paesaggio. Per informazioni e iscrizioni: www.internoverde.it.










