adnkronos.com, 7 agosto 2020
"Nonostante lo sforzo compiuto apprezzabile, mi aspetto e sono fiducioso che il testo venga migliorato dal dibattito parlamentare". Lo afferma il consigliere togato del Csm, Antonio D'Amato, di Magistratura Indipendente, in vista della riforma della giustizia aggiungendo: "C'era proprio tutta questa fretta di fare un ddl di iniziativa governativa che, così come congegnato, non raggiunge gli obiettivi prefissati? Si sarebbe potuto dare luogo a una riforma più ampia: non vorrei che dietro a questa fretta ci sia solo un'esigenza punitiva senza guardare al complessivo miglioramento del sistema giudiziario".
Nella bozza allo studio del governo, secondo il consigliere togato, ci sono luci e ombre. Tra le "novità più importanti e interessanti, che i magistrati aspettavano da tempo - osserva D'Amato - c'è l'accesso diretto dei laureati al concorso" che segna il ritorno al sistema antecedente alla riforma del 2005/2006. In tal modo, sottolinea D'Amato, da un lato si accorciano i tempi per l'accesso alla professione e dall'altro si evita che i giovani laureati gravino economicamente a lungo sulle famiglie aprendo il più possibile la professione a tutti i ceti sociali.
"È inoltre apprezzabile - continua D'Amato - che possa essere la Scuola superiore della magistratura ad organizzare, anche in sede decentrata, i corsi di preparazione al concorso, con costi auspicabilmente più contenuti per i partecipanti". Anche se andrà verificata la capienza del numero di ammessi, secondo D'Amato si tratta di una innovazione importante perché "oggi la preparazione al concorso della magistratura è monopolio di scuole private". Una battaglia di Mi contenuta nel testo è poi "l'introduzione della riabilitazione. La riabilitazione incentiva l'incolpato a non incorrere più nell'illecito e quindi a comportamenti che, da sbagliati, possono diventare virtuosi".
Giusto quindi, secondo D'Amato, "introdurre nel sistema un meccanismo che consenta, a certe condizioni, di cancellare le conseguenze, sin qui di fatto perpetue, di un errore commesso, laddove esso rimanga un fatto isolato, in una carriera che non abbia subito altri incidenti". Tuttavia, spiega, "stona che fatti già accertati in sede di giudizio disciplinare siano poi nuovamente oggetto di valutazione ai fini del conseguimento della successiva valutazione quadriennale di professionalità".
Altro tema di indubbia valenza è "'l'avanzamento' del ruolo degli avvocati: le modifiche sono solo parzialmente innovative, in quanto - di fatto - alcune sono già previste nei regolamenti dei consigli giudiziari, come l'invio preventivo degli elenchi dei magistrati in valutazione al Consiglio dell'ordine o lo stesso diritto di tribuna".
"Quest'ultimo è un tema però da sempre divisivo nella magistratura - continua D'Amato - Fermi il confronto e il dialogo, doverosi sui temi dell'organizzazione giudiziaria, vi è stata in prevalenza sempre una netta contrarietà a questa proposta di riforma che non chiarisce fino in fondo le finalità perseguite. Non è comprensibile attraverso quale percorso il governo reputi che il 'passivo' diritto di tribuna consentito ai membri laici possa correggere alcune criticità, posto che le condotte dei magistrati sono già passibili di segnalazioni da parte dei consigli dell'ordine degli avvocati".
Non mancano altri rilievi. Riguardo al Csm, "l'iniziativa legislativa del governo risente dell'esigenza di allontanare il Csm dall'influenza dei gruppi correntizi", osserva D'Amato secondo il quale però "l'iniziativa del governo sembra dettata da un'esigenza di carattere punitivo". A non convincere D'Amato è il sistema elettorale scelto per il Csm: "Se l'obiettivo principale era affrancare il Csm dalle influenze dei gruppi associativi sarebbe stato preferibile prevedere un sistema elettorale diverso da quello del doppio turno".
Il sorteggio, in base all'ipotesi allo studio, è previsto se non si raggiunge il numero di candidature previste in ciascun collegio e se non sono garantite le quote rosa: "Non sarebbe allora stato preferibile scegliere tutti i candidati con il sistema del sorteggio?", si chiede D'Amato ricordando che il problema dei rapporti tra politica e magistratura non possono ridursi esclusivamente alla questione del Consiglio superiore: "C'è anche il tema dei rapporti tra politica, incarichi di governo e magistrati che vanno a ricoprire ruoli apicali ministeriali e inoltre quello delle elezioni dei consigli giudiziari che non vengono toccati dalla riforma benché siano il frutto di un sistema elettorale che vede contrapposte per liste le varie correnti".
D'Amato è critico anche sull'articolo che introduce modifiche in tema di aspettativa per infermità ma "nulla, nessuna apertura, in tema di vigente riduzione del trattamento retributivo in caso di malattia: restiamo l'unica categoria nel pubblico impiego a subire decurtazioni stipendiali importanti nel caso anche in cui si è colpiti da gravi patologie come il cancro".
di Gabriele Cuonzo
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2020
Un aspetto centrale della patologia della nostra Pa è l'inefficienza della giustizia civile incompatibile con le dimensioni e la qualità della nostra economia. Per completare tre gradi di giudizio ci vogliono otto-dieci anni (in Germania circa due anni e mezzo). Anche i nostri tribunali più efficienti, nei casi più complessi, non riescono a completare il primo grado in meno di tre-quattro anni, un'eternità in confronto a paesi concorrenti come Regno Unito, Germania, Olanda, Francia e persino Spagna.
di Alfonso Romano
La Città di Salerno, 7 agosto 2020
Confronto tra il Garante regionale dei detenuti e i direttori delle carceri campane dopo il suicidio in cella del rapper. "Mai più morti assurde in carcere come quella di Giovanni Jhonny Cirillo". Questo il grido d'allarme lanciato ieri a Napoli, nell'ufficio di Antonio Fullone, Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, dove si sono infatti riuniti i direttori delle carceri della Campania insieme ai garanti dei detenuti delle città di Salerno, Napoli, Caserta e Avellino, con la presenza dei responsabili del trattamento e della sanità penitenziaria regionale e del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello.
Una discussione scaturita proprio dopo la morte del 25enne scafatese, avvenuta il 26 luglio scorso nel carcere di Salerno, nata per definire le iniziative a contrasto dell'aumento sempre più esponenziale del rischio suicidi nei penitenziari campani, che ha evidenziato come ci sia il bisogno di creare una progettualità molto più larga di senso, andando anche oltre il semplice sostegno psicologico.
Un confronto nato anche dopo la recente pronuncia della Cassazione, che ha dato l'ok agli arresti domiciliari per chi soffre di problemi psichiatrici. Un provvedimento che sa quasi di beffa per quanto accaduto al rapper di Scafati. "Il pomeriggio nelle carceri è il momento di maggior preoccupazione per via delle segnalazioni negative che possono arrivare, con gli agenti della polizia penitenziaria costretti a dover gestire situazioni. L'anno scorso con oltre 170 tentativi di suicidio c'è stato un campanello di allarme importante - ha detto Ciambriello. Quello che è successo nell'ultimo mese ci obbliga a ragionare sulle nuove necessità delle utenze che vivono gli spazi penitenziari". Per il garante regionale dei detenuti, dunque, vanno ripensati gli istituti per evitare morti come quella di Giovanni Cirillo.
"Le questioni sovraffollamento e del supporto psichiatrico sono limitrofe ai problemi concreti che vivono gli uomini e le donne nelle carceri. Esiste una depressione generale che circonda i luoghi penitenziari, ed esiste la necessità di riempire questi di molte altre esperienze sociali ed aggregative - ha continuato Ciambriello.
C'è il bisogno di figure con diverse competenze, come sociologi e associazioni che sappiano instaurare dei rapporti umani oltre che meramente psichiatrici. Su questo un ruolo fondamentale lo fanno anche le attività degli enti locali e dei Piani di Zona che hanno il dovere di garantire una serie di figure. Ma anche gli spazi vanno liberati". Nel frattempo, sull'inchiesta aperta dopo la morte del 25enne rapper va avanti il lavoro del pm Carlo Rinaldi della Procura di Salerno. Non c'è ancora nessun iscritto nel registro degli indagati e gli inquirenti vogliono fare luce sui filmati dell'ultimo colloquio in carcere tra Cirillo e il suo avvocato.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2020
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 6 agosto 2020 n. 23602. Risponde del reato di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, il commercialista che fa da tramite per il suo cliente facendo un "regalo" di 4 mila euro a due finanzieri, per aggiustare un verbale di contestazione, relativo alla società del suo assistito, fatto nel corso di una verifica fiscale nello studio dell'imputato.
La Corte di cassazione, con la sentenza 23602, respinge sul punto, il ricorso del professionista. Ad avviso della difesa il commercialista si era limitato a tentare di convincere i due militari, in virtù dei suoi buoni rapporti, all'epoca, con la Guardia di finanza. Lo scopo sarebbe stato quello di ottenere una preventiva operazione di ravvedimento operoso per evitare una denuncia penale, con successivo "regalo" per il piacere ottenuto. Inquadrata così la vicenda, il reato doveva essere derubricato nel meno grave traffico di influenze. Ma la Cassazione non è d'accordo.
Per la Cassazione, infatti, il traffico di influenze, anche secondo la legge 3/2019 la cosiddetta Spazzacorrotti, non è ipotizzabile nel caso sia stato accertato un rapporto alterato e non paritario tra il pubblico ufficiale e privato: circostanza che fa scattare appunto la corruzione. Il delitto di traffico di influenze (articolo 346-bis del Codice penale) si differenzia infatti dalla corruzione "per la connotazione causale del prezzo, finalizzato a retribuire soltanto l'opera di mediazione e non potendo, quindi, neppure in parte essere destinato all'agente pubblico". La Suprema corte accoglie invece il ricorso per quanto riguarda la possibilità di subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento dei 4 mila euro indebitamente percepiti dai pubblici ufficiali. Un riferimento, che non riguardava il reato contestato nel 2017, ma che è stato introdotto solo dalla Spazza-corrotti. Una norma non retroattiva.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2020
Non c'è incompatibilità per il giudice che partecipa al giudizio per applicare la confisca, pur avendo in precedenza adottato il sequestro. Il provvedimento ha, infatti, un carattere temporaneo e provvisorio o è destinato ad essere sostituito da una decisione finale e non è riferibile ad una fase precedente e autonoma del procedimento.
La Cassazione (sentenza 23605) respinge la richiesta di ricusazione del collegio della sezione Misure di prevenzione del Tribunale, lo stesso che aveva espresso un giudizio, anticipato nel merito, nel rigettare la richiesta di dissequestro dei beni avanzata dalla ricorrente. Un provvedimento - faceva notare la difesa - assunto de plano, senza procedere all'incidente di esecuzione. In più il collegio aveva anticipato una valutazione di merito, che legittimava i dubbi sulla sua imparzialità, imponendo un'astensione.
Ma il ricorso viene respinto. La Suprema corte ammette l'esistenza di un contrasto tra i giudici di legittimità sull'applicabilità al procedimento di prevenzione delle cause di incompatibilità previste dal Codice di rito penale. Nella giurisprudenza più recente prevale l'orientamento secondo il quale, le cause previste dal Codice di procedura penale per l'incompatibilità del giudice, soprattutto nel caso abbia anticipato un giudizio sull'imputazione (articolo 37, comma 1 lettera b) debbano valere anche nei procedimenti di prevenzione.
E questo in virtù della sua natura giurisdizionale e degli interessi di rilievo costituzionale in gioco, che impongono l'osservanza delle garanzie del giusto processo. Un orientamento che la Cassazione condivide, ad esempio nel caso in cui è stato considerato doveroso un passo indietro del presidente del collegio che doveva decidere sulla confisca quando, come gip, aveva applicato la custodia in carcere per gli stessi fatti alla base della misura di prevenzione (sentenza 41975/2019).
I giudici della sesta sezione non sono però d'accordo nell'estendere la causa di incompatibilità quando il giudice che decide della confisca è lo stesso che si è espresso sul sequestro. Nel procedimento di prevenzione, infatti, non c'è soluzione di continuità tra la fase cautelare, nella quale il giudice adotta il sequestro, e quella definitiva, in cui decide sulla confisca.
Pesano poi le differenze tra il procedimento penale, luogo di più elevato tasso di garanzia, e il procedimento nel quale si applicano le misure di prevenzione che segue un modello diverso sia sul piano funzionale sia strutturale, essendo caratterizzato da una maggiore elasticità. In particolare, in sede di prevenzione non c'è separazione di funzione tra il giudice della fase cautelare e quello decisione di primo grado.
Una differenza impensabile nel giudizio penale che dà la misura di come il legislatore, abbia diversamente considerato la necessità di tutelare l'apparenza di imparzialità. La via è stata quella di affidare - in caso di prevenzione - al contraddittorio e allo sviluppo successivo del procedimento la capacità persuasiva utile a smentire, potenzialmente, la prima valutazione fatta dal collegio in sede cautelare.
zoom24.it, 7 agosto 2020
Convenzione stipulata tra la Caritas Diocesana, la Direzione della Casa Circondariale e l'Ente Scuola Edile. Si è svolto nella sala polivalente della Casa Circondariale di Vibo Valentia l'incontro per la presentazione di un progetto rivolto a 10 detenuti ristretti nella Casa circondariale vibonese.
A seguito di convenzione stipulata tra la Caritas Diocesana sede di Vibo Valentia, finanziatrice del progetto, nella persona del vice direttore Antonio Morelli, la Direzione della Casa Circondariale, nelle persone del direttore Angela Marcello e del Comandante Domenico Montauro, e l'Ente Scuola Edile province di Cz, Kr e VV, nella persona di Giuseppe Caputo (presidente) e di Enzo Scalese (vice presidente), i detenuti saranno impegnati in un percorso di formazione, che offrirà loro l'opportunità di acquisire un titolo spendibile nel mondo del lavoro.
In un periodo di emergenza come quello appena trascorso, Paolo Blandino (direttore dell'Ente Scuola Edile) e la Responsabile dell'Area Trattamentale, Chiara La Cava, hanno continuato ad operare in sinergia per la concretizzazione del progetto a favore dei detenuti. Il progetto è stato fortemente voluto dal vice direttore della Caritas, Antonio Morelli, che ormai da anni offre supporto umano alla popolazione ristretta nel carcere di Vibo Valentia, e ha trovato la piena disponibilità del direttore del penitenziario.
Intento della Caritas, afferma Morelli, è "spianare la strada, offrire opportunità concrete". Il presidente dell'Ente Scuola, Giuseppe Caputo, nel porgere i saluti e nel ringraziare i soggetti coinvolti nel progetto, ha rimarcato il ruolo chiave ricoperto dall'Ente Scuola nel settore edile e l'importanza di coniugare le attività lavorative con la sicurezza.
È intervenuto successivamente il direttore dell'Ente Scuola di Catanzaro-Crotone e Vibo Valentia, Paolo Blandino, che ha illustrato ai presenti i contenuti del progetto formative che consentirà ai partecipanti di acquisire le nozioni di base fondamentali per l'accesso ai cantieri edili e le abilità necessarie per l'attività di montaggio, smontaggio e trasformazione dei ponteggi. Sarà un percorso formativo di 52 ore che verrà erogato presso la casa circondariale di Vibo Valentia nel mese di settembre e che rappresenta un importante biglietto da visita spendibile dai partecipanti, una volta ritornati in libertà, per poter rientrare con più facilità nel mondo del lavoro.
dalsociale24.it, 7 agosto 2020
Un progetto di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Together let's Help the Community. Insieme aiutiamo la comunità. Questo il significato dell'acronimo della coop Thc. Aiutare gli ultimi, gli emarginati. Come i detenuti. Per questo è nato il programma Percorsi in Carcere. Sostenere percorsi formativi e lavorativi per i detenuti.
Questo lo scopo della cooperativa sociale di Roma. Il progetto si svolge presso la casa circondariale di Massa Marittima, in provincia di Grosseto, dove si trova un apiario composto da 22 arnie con famiglie di ape Ligustica.
La cooperativa ha concluso Undici giornate, progetto in collaborazione con undici aziende agricole del grossetano. Un pezzo del più ampio progetto Percorsi in carcere. Sospeso durante il lockdown, il percorso di formazione dei detenuti era ripreso qualche settimana fa. La coop sta lavorando ad un ampliamento del percorso, coinvolgendo un numero maggiore di reclusi nel piccolo penitenziario di Massa Marittima, con la possibilità di allargare il progetto ad altre carceri toscane.
Una cooperativa giovane, nata 4 anni fa, che ha subito deciso di investire nelle potenzialità sociali ed economiche del carcere. Lo scorso anno Thc ha rilevato le arnie e ha prodotto il miele. "Abbiamo testato sul campo le reali potenzialità. Poi abbiamo inserito altre undici aziende del territorio testando il legame tra carcere e territorio", racconta il presidente della cooperativa, Mirko Pascale.
Grazie a questo progetto le realtà imprenditoriali del territorio "hanno potuto constatare che era possibile avere manodopera qualificata dal carcere", racconta Pascale. Durante questo percorso "i detenuti hanno appreso molto, ma anche noi cooperatori. C'è stato un bello scambio". Per il prossimo futuro Thc punta ad avvicinare sempre più aziende al carcere che "può essere una risorsa a cui attingere. Vogliamo tessere questa rete creando un legame territoriale sempre maggiore. Entro tre anni - aggiunge Mirko Pascale - vogliamo portare il nostro progetto anche in altre carceri. Prima di tutto ci interessa il reinserimento sociale dei detenuti. Intendiamo infatti creare una rete sociale postuma, in modo da dare loro una seconda possibilità, accompagnandoli in questo processo".
Corriere del Veneto, 7 agosto 2020
La denuncia della Polizia penitenziaria: "Adesso non ci sono più filtri". Dal 31 luglio è stato sospeso nelle carceri il servizio di triage che era stato istituito all'inizio. Il caso del 28enne profugo arrestato e scoperto positivo al Covid-19 dopo il suo trasferimento nel carcere di Santa Bona riaccende la preoccupazione per la sicurezza degli agenti di polizia penitenziaria.
A riportare l'attenzione sulle difficoltà delle guardie nella gestione di detenuti e visitatori, è Leo Angiulli segretario regionale del Triveneto dell'Uspp (Unione sindacati di polizia penitenziaria) che denuncia: "Dal 31 luglio è stato sospeso nel carcere di Santa di Treviso e in tutte le carceri di Veneto, Friuli e Trentino, il servizio di triage Covid-19 che era stato istituito all'inizio dell'epidemia. Nonostante lo stato di emergenza sia stato prorogato dal governo fino al 15 ottobre, quel servizio per noi fondamentale è stato chiuso".
Il servizio, spiega il sindacato, prevedeva la presenza negli istituti di pena di un operatore socio sanitario, assunto dalla Protezione Civile, per gestire le operazioni di accoglimento dei nuovi detenuti e dei visitatori, come il controllo della temperatura e l'acquisizione di informazioni sullo stato di salute. "Faceva da filtro tra l'esterno e l'interno - continua Angiulli - garantendo alla polizia penitenziaria di non dover interagire con possibili asintomatici positivi.
Ora invece tutto questo non è possibile. E per noi è un problema, soprattutto per i famigliari che vengono in visita e arrivano da ogni parte d'Italia". La polizia penitenziaria denuncia la situazione perché: "È prerogativa dello Stato attivare le procedure per garantire la tutela dei lavoratori. I nostri agenti già lavorano, con i dispositivi di protezione, con tutti i nuovi entrati che, da protocollo sono tenuti in isolamento in un reparto apposito.
E nel carcere di Treviso si sono già avuti casi di positività tra i detenuti". Per questo l'Uspp chiede con forza: "È indispensabile che il servizio sia ripristinato con personale fornito dalla Protezione Civile o dall'azienda sanitaria. Non possono essere gli agenti penitenziari a farlo, perché hanno già un alto rischio per la loro normale attività".
Il Resto del Carlino, 7 agosto 2020
Il Garante regionale dei diritti, Andrea Nobili, ha fatto visita alla Casa di reclusione cittadina. Ripartono da Fermo le visite in carcere del garante regionale dei diritti, Andrea Nobili, che è stato ieri mattina nella casa di reclusione cittadina, dove una settimana fa è stato registrato il suicidio di un detenuto 23enne in misura cautelare.
Nobili aveva fin da subito evidenziato la "necessità di continuare a controllare la situazione visto anche il periodo estivo che negli scorsi anni ha fatto emergere diverse problematiche negli istituti penitenziari, soprattutto per quanto riguarda la vivibilità dei luoghi". Secondo il garante Nobili, oltre all'emergenza epidemiologica che resta di complessa gestione all'interno delle carceri, "in tutti gli istituti permangono alcune criticità sul fronte delle tossicodipendenze e preoccupano le patologie di tipo psichiatrico", così come già segnalato nel "Report carceri 2019", presentato dal garante nel gennaio scorso e frutto di oltre 50 visite e 400 colloqui con i detenuti.
"Quella sanitaria è una situazione complessa - ribadisce Nobili - aggravata dalla crisi economica e c'è la necessità di rimodulare l'approccio, con interventi che devono essere di tipo differenziato. Come ho già avuto modo di dire, per i soggetti con problemi psichici e psichiatrici non si può pensare alla semplice restrizione nell'istituto penitenziario".
Anche Arjol Kondi, l'avvocato del giovane morto nel carcere di Fermo, ha avuto modo di sottolineare: "Un giovane ragazzo trovato senza vita. Si trovava in un luogo che per definizione deve ritenersi sicuro, consegnato allo Stato. Alla famiglia è stato detto che il giovane si è tolto la vita. Quanto vale la vita di una persona ristretta? Non si può morire in carcere. Non si deve morire in carcere! Il carcere priva la persona della sua libertà, ma ne deve garantire la sua dignità e vita".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 agosto 2020
È accaduto alla Dozza: in Emilia Romagna non ci sono Icam. Una bimba di 4 anni è stata in isolamento, assieme alla madre, nel carcere "La Dozza" di Bologna. Una vicenda che ha dell'incredibile, accaduta lunedì scorso e solo giovedì sono state entrambe scarcerate. Parliamo di una donna migrante che è entrata nel carcere assieme alla bimba piccola. Come prevedono le norme di prevenzione del contagio da Covid-19, i nuovi giunti devono essere messi preventivamente in quarantena. Così è stato anche per la madre e la bambina. Potevano uscire solo per l'ora d'aria, isolate ovviamente dalle altre detenute. Come detto, solo giovedì, dopo l'udienza di convalida sono state "liberate".
In realtà, sia la bimba che la madre, nemmeno sarebbero dovute entrare. Teoricamente i bimbi possono stare in carcere con le loro madri fino al compimento dei tre anni, dopodiché sono previste gli Icam (Istituti a Custodia Attenuata per detenuti Madri) o le case famiglia. Quest'ultime sono solo due nel territorio nazionale, una a Roma e l'altra a Milano. Gli Icam in tutta la regione dell'Emilia Romagna sono inesistenti. Un problema già evidenziato dal garante regionale per le persone private della libertà personale, Marcello Marighelli.
"In Emilia- Romagna non è presente alcuna delle strutture individuate dalla legge ed è necessario porre termine ad una situazione che non rispetta i diritti dei bambini e delle madri", ha affermato il garante. La soluzione sarebbe appunto quella di realizzare una casa- famiglia protetta che possa ospitare due o tre bambini con le loro madri per brevi periodi.
La differenza tra le due soluzioni è grande: le case famiglia sono luoghi dove i figli possono fare una vita normale. Il carcere è tale se le madri non possono uscirne e l'Icam è di fatto un carcere: sono escluse le divise o le celle chiuse, ci sono belle stanzette colorate e ci sono i giocattoli, ma la mamma non può portare il figlio all'asilo, mentre ad esempio ve lo può portare, talvolta, la madre che vive in una casa- famiglia. A Bologna però rimane soltanto il carcere per i bimbi e può accadere, come raccontato, che possono finire addirittura in isolamento visto il periodo Covid-19. Se ci fosse stata una casa famiglia, la piccola di 4 anni avrebbe evitato di passare quattro giorni in una cella, assieme alla madre e in isolamento precauzionale.
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