di Pietro Di Muccio De Quattro
Il Dubbio, 8 agosto 2020
La lentezza è di per sé un'ingiustizia. Non è solo questione di efficienza giudiziaria, ma riguarda le libertà personali e i beni. Se volessimo esagerare, diremmo che è un paradosso davvero grande l'accostamento ormai frequente dell'ingiustizia alla giustizia.
Stiamo parlando della giustizia specificamente intesa come processo giudiziario. Affermare che la giustizia dev'essere giusta e che persiste una giustizia ingiusta non costituisce tuttavia un paradosso vero e proprio, qualcosa di contrario all'opinione o al modo comune di pensare.
Non è una stranezza inaspettata la giustizia ingiusta, ma una constatazione sulla bocca di tutti, eccetto i magistrati che certamente rendono giustizia senza intenzioni ingiuste e senza volontà di farne apparire ingiusti i risultati. Un fatto è che i custodi della legge sono gli unici irresponsabili della lentezza con la quale l'applicano. Un secondo fatto è che la lentezza della giustizia è causata soprattutto da chi deve o ricorrevi o subirla. Un terzo fatto è che son troppi i casi in cui la lentezza della giustizia fa comodo a molti.
Un quarto fatto è che una giustizia lenta è di per sé un'ingiustizia, a prescindere da ogn'altra considerazione legale o fattuale, sebbene agli "utenti" (sic!) danneggiati dai ritardi siano contrapposti i beneficati, per i quali la disfunzione non esiste.
Pare inutile chiarire e ribadire che la lentezza della giustizia non è solo questione di efficienza giudiziaria, ma concerne la libertà individuale e i beni personali. (Efficienza ed efficacia per me pari sono: chi le vuol distinguere deponendo il rasoio di Ockam, impugni il vocabolario). Così il problema è sempre stato considerato dalle nazioni civili, cioè quelle che sanno contemperare il tempo e l'efficacia del processo.
Nel 1215 la "Magna Charta" sanzionò "quale rimedio definito e pratico", con la forma e la sostanza di un provvedimento tecnico, la clausola 29 sulla giustizia: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato del suo stato giuridico, delle sue libertà o libere usanze, messo fuori della legge, esiliato, molestato in nessun modo e noi non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese. Noi non venderemo, né rifiuteremo o differiremo a nessuno il diritto e la giustizia".
Pure nella Repubblica del Leone vigevano disposizioni dettate dalla serissima preoccupazione di conformare tempi e processi, specialmente per garantire la libertà dei cittadini. Infatti gli antichi dogi di Venezia, all'atto dell'elezione, assumevano una serie d'impegni, chiamati "promissioni", verso lo Stato e verso il popolo. Tra queste "promissioni" se ne ricorda una del 1275, dunque quasi coeva della "Magna Charta", che obbligava personalmente il doge "a vigilare affinché tutti i detenuti fossero giudicati entro il termine massimo di un mese dall'arresto".
Nel corso dei secoli, Britannici e Italiani hanno preso strade diverse. Come prova evidente della loro divaricazione, torna istruttivo un aneddoto di cui sono protagonisti due grandi processualisti. Ricordava Salvatore Satta nella prefazione alla quinta edizione del suo manuale: "Mi raccontava Calamandrei che una volta, recatosi in Inghilterra e sorpreso dall'empirismo processuale di quei giuristi (e, in perfetta corrispondenza, della totale ignoranza della nostra scienza) si mise ad esporre ad un altissimo giudice i nostri sistemi. Il buon uomo stette ad ascoltarlo interessato, poi gli chiese ingenuamente: ma con tutte queste belle cose, le vostre sentenze sono migliori delle nostre? Il discorso naturalmente non poté continuare".
L'aneddoto spinge a concludere sullo spunto iniziale. Esiste "l'effetto paradosso", il fenomeno per cui oltre una certa soglia l'intervento ottiene risultati opposti. Capita appunto in Italia, dove leggi, leggine, provvedimenti, circolari, ordini, emanati dal Parlamento, dal Ministero, dal Consiglio superiore della magistratura per accelerare la giustizia, e renderla giusta al meno in questo, finiscono immancabilmente per rallentarla o, al più, lasciarla com'è.
di Gianpaolo Plini
interris.it, 8 agosto 2020
L'intervista a Guido Chiaretti, presidente dell'Associazione Sesta Opera San Fedele Onlus di Milano che porta sostegno ai carcerati. Duecento volontari dell'Associazione Sesta Opera San Fedele Onlus di Milano ogni giorno portano il loro sostegno ai carcerati. Un universo particolare dove "c'è possibilità di resurrezione" secondo il presidente Guido Chiaretti.
di Giacomo Di Gennaro e Andrea Procaccini*
Il Riformista, 8 agosto 2020
Un detenuto su tre attende il giudizio: senza una giustizia celere trasformare i reati in illeciti civili o amministrativi può essere inutile. Bisogna capire che la pena si può scontare anche fuori dalla cella. E poi serve una svolta culturale: in galera si va soltanto per fatti gravi.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 8 agosto 2020
Due fatti accomunano la condizione dei migranti a quella dei detenuti: che questi come quelli sono i deboli della società, e che gli uni e gli altri sono innocenti. Sono analogamente deboli perché identicamente sono sottoposti a una realtà che soverchia le loro ambizioni di vita: in un caso questa realtà è la fame, la guerra, la schiavitù; nell'altro caso è il potere dello Stato.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 agosto 2020
Il Consiglio dei ministri delibera il ddl: limiti ai gruppi Anm e agli "scivoli" post consiliatura. Il Partito democratico è tradizionalmente additato dagli avversari come organico a una parte della magistratura (e viceversa).
Il Movimento 5 Stelle passava come vessillifero delle toghe dure e pure Leu ha come prima linea del settore giustizia nientemeno che l'ex procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso. A parte Italia viva e Matteo Renzi, che ha spesso avuto un rapporto complicato con l'ordine giudiziario, l'attuale coalizione di maggioranza sarebbe insospettabile. La meno sospettabile, quanto meno, di poter assestare un colpo ai magistrati, e alle loro correnti.
In realtà la riforma del Csm finalmente venuta alla luce oggi in Consiglio dei ministri non è avara di novità. Innalza il numero dei consiglieri da 26 a 30 (20 togati più 10laici) per separare più agevolmente chi entra nella sezione disciplinare dai consiglieri destinati alle commissioni per gli incarichi e le incompatibilità (chi giudica non nomina). Modifica il sistema di voto in modo abbastanza plateale: dal collegio unico nazionale che spianava la strada ai big dell'Anm, si arriva a circoscrizioni elettorali che più piccole non si potrebbe, perché saranno uninominali, dunque tante quanti sono i togati da eleggere (19, visto che un componente magistrato, il presidente della Cassazione, continuerà a esserlo di diritto) e perciò più favorevoli a candidature espresse dal territorio.
Visto che non bastava a placare l'ansia da "spazza correnti" (la legge delega è già così ribattezzata, nella sgradevole assonanza con la "spazza corrotti"), si è innanzitutto previsto il sorteggio degli eventuali candidati mancanti, qualora non ce ne fossero dieci spontanei. Poi, una volta eletti con uninominale a doppio turno (possibilità di esprimere fino a quattro preferenze, con alternanza di genere obbligata, passa subito solo chi vince col 65 per cento, se no vanno in finale i primi quattro), i magistrati non potranno formare gruppi consiliari, né di corrente né di altra natura.
Nomine di procuratori capo e presidenti di Tribunale in rigoroso ordine cronologico (addio "pacchetti", soprattutto per la Cassazione), maggior peso all'anzianità, criteri stabiliti solo da norme aventi forza di legge e non più da regolamenti domestici di Palazzo dei Marescialli, divieto di ritorno in magistratura per le toghe reduci da mandati parlamentari o di governo.
Insomma, la lista è tale da aver richiesto 41 articoli stracarichi di commi. Però, non c'è la comunque utopistica rivoluzione. E anzi, non arrivano, per il solito braccino sul match point, volée facili facili come il diritto di voto al presidente dell'Ordine degli avvocati sulle valutazioni di professionalità dei magistrati espresse dai Consigli giudiziari.
E sulla separazione delle funzioni requirente e giudicante (di separare le carriere non se n'è manco voluto parlare) non ci si è spinti oltre un lieve ritocco verso l'altro degli intervalli minimi necessari per il cambio e una riduzione da 3 a 2 delle giravolte consentite nell'arco della carriera. Ma persino sul ruolo dell'avvocatura s'intravedono sprazzi di un visione comunque innovativa, innanzitutto nell'ammissione del Foro, e dell'accademia, nell'ufficio Studi e documentazione, dove si preparano le "schede" degli aspiranti procuratori capo. Non una cosetta marginale, insomma.
Ecco, il menù potrà non essere dai sapori accesissimi ma sarebbe sbagliato definirlo insipido. Però il destino del ddl delega, voluto con tenacia dal guardasigilli Alfonso Bonafede, non pare in discesa. Ci saranno accuse. Da parte dell'opposizione politica, già lanciata nel denunciare l'asserito gattopardismo sulle correnti. Ma anche l'opposizione "togata" non farà sconti: ieri la corrente ora maggioritaria in Anm, Area, ha di nuovo avanzatole riserve sul sistema elettorale già illustrate a questo giornale dal segretario Eugenio Albamonte.
Altri, come il leader del nascente polo moderato, Pasquale Grasso, vedono invece nell'uninominale a doppio turno un assist alla coalizione avversaria, potenzialmente formata da Area e Unicost. E Magistratura indipendente, caposaldo dello schieramento di Grasso, è così allarmata da un simile sospetto da preferire il sorteggio di tutti i candidabili.
Durante l'esame in Parlamento le critiche ci saranno, e ci saranno proprio perché Pd, M5S e Leu sono fatalmente esposti all'illazione del collateralismo. È la loro croce. Se solo saranno equilibrati, come hanno cercato finora con esiti ondivaghi, passeranno per collaborazionisti delle toghe. Se tentassero impennate, colpi d'ala, sarebbero destinati a dividersi.
Il ddl è appunto una legge quadro. Le norme su sistema di voto e composizione del Consiglio saranno introdotte da decreti legislativi a 60 giorni dall'entrata in vigore della delega. Il ministro ci crede. E gli si deve riconoscere la fermezza nell'intervenire su dettagli regolatori solo in apparenza secondari.
Oltre che sull'apertura dei ruoli tecnici agli avvocati, fortemente voluta anche dal sottosegretario Andrea Giorgis, anche sui fuori ruolo, che non potranno candidarsi a incarichi dirigenziali per due anni. E soprattutto sul ripristino del periodo naftalina imposto ai togati uscenti prima di poter a loro volta assumere ruoli direttivi (o anche fuori ruolo).
Ben quattro annidi "frugalità": una vera botta, considerato che l'originario limite della legge istitutiva del Csm (Dpr n. 916 del 1958) prevedeva uno stop di 2 anni, ridotti a uno nel 2014 e azero (sic!) da una misteriosa manina con la Manovra 2018. Secondo le toghe estranee all'associazionismo, l'assenza di decantazione favoriva, a fine consiliatura, campagne elettorali mirate da parte dei togati uscenti, ansiosi di scegliersi "delfini" che, una volta in plenum, favorissero la carriera del mentore. Non esistono statistiche, ma una ragione per cui quei due anni sabbatici erano spariti ci sarà. Perciò, dire che il ddl "Bonafede e altri" è una delicata carezza è roba buona solo per la propaganda.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 agosto 2020
Il Cdm approva la legge delega. Il ministro: "Sarebbe stata così anche senza il caso Palamara". Proteste contro il sorteggio per l'elezione. Il caso Palamara costerà molto alla magistratura. Lo dimostra la riforma del Csm firmata dal Guardasigilli Alfonso Bonafede.
regioni.it, 8 agosto 2020
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato, nella riunione del 6 agosto, il documento "Linee di indirizzo "Gestione Covid-19 all'interno degli istituti penitenziari".
Premesso che negli Istituti Penitenziari italiani al 31.12.2019 erano presenti 60.769 detenuti, molti dei quali con patologie croniche, alcuni anche in precarie condizioni di salute, e che le strutture penitenziarie soffrono di un indice di sovraffollamento di oltre il 20% della capienza regolare, con ambienti spesso in condizioni strutturali e igieniche precarie, si evidenzia la necessità che i Sistemi Sanitari Regionali gestiscano l'emergenza Covid-19 secondo quanto indicato dal Ministero della Salute e dalle strategie e/o procedure attuate dalle stesse Regioni, con gli stessi standard che vengono garantiti ai cittadini in libertà.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 8 agosto 2020
Le nuove regole sugli incarichi direttivi e le valutazioni di professionalità, introdotte sull'onda del "Caso Palamara", sono previste in una delega che il governo dovrà esercitare entro un anno dopo l'approvazione del parlamento. Sono tante le novità previste dal disegno di legge sulla giustizia approvato ieri sera in Consiglio dei ministri - 25 pagine per 41 articoli - ma solo alcune sono previste come direttamente operative quando (e se) il testo sarà approvato.
Sono quelle che riguardano essenzialmente la riforma del Consiglio superiore della magistratura, dopo che la consiliatura in corso è stata travolta dal caso Palamara. Invece le norme che incidono sulle valutazioni di professionalità dei magistrati, sul modo in cui dovranno essere fatte le nomine per gli ambitissimi incarichi direttivi e semi direttivi, sul funzionamento dei consigli giudiziari, sono previste nel Capo I del testo di legge e dunque rientrano in una serie di deleghe che il parlamento dovrà affidare al governo. Significa che richiederanno tempi ancora più lunghi (12-14 mesi dopo l'approvazione della legge). C'è il rischio di uno sfasamento tra l'entrata in carica del primo Csm eletto secondo le nuove regole - l'attuale scade nel 2022 - e l'effettiva applicabilità dei criteri "moralizzatori".
Il testo di legge vede la luce dopo un iter lunghissimo. il ministro Bonafede ne aveva annunciato il varo addirittura per la fine del 2019. A febbraio 2020, invece, il Consiglio dei ministri aveva fatto partire solo una parte della riforma della giustizia, quella che dovrebbe abbreviare la durata del processo penale (attualmente è in commissione alla camera), stralciando le nuove regole sul Csm. La cui esigenza è tornata di attualità al riesplodere del caso Palamara. Molti sforzi, allora, sono dedicati alla ricerca di un percorso più trasparente per gli avanzamenti in carriera dei magistrati. Avanzamenti che sono diventati il cruccio e il chiodo fisso di buona parte della categoria da quando è stata abolito l'avanzamento solo per età.
Una delle novità più importanti (nella delega) riguarda però l'inizio, l'ingresso in magistratura, quello che adesso avviene trascorsi diversi anni dal termine degli studi. È previsto invece che in futuro i laureati in giurisprudenza possano immediatamente accedere al concorso, cominciando il tirocinio obbligatorio anche prima della laurea e dopo l'ultimo esame. In più, i costosi e non troppo trasparenti corsi privati per preparare il concorso dovrebbero essere sostituiti da corsi organizzati nelle città dalla scuola superiore della magistratura, anche con borse di studio.
Il testo contiene novità un tempo tabù per la sinistra: un cuneo nell'obbligatorietà dell'azione penale, una sostanziale separazione delle carriere - possibili solo due passaggi da giudice a pm o viceversa - e un ostacolo netto, quasi insuperabile per il magistrato che intende tentare con la politica. Sono previsti infatti criteri più rigorosi di ineleggibilità, limiti al ritorno nelle funzioni per chi si candida e non viene eletto, un divieto assoluto di tornare nelle funzioni giurisdizionali per chi svolge almeno un anno di mandato non solo in parlamento ma anche in un consiglio regionale o alla guida di un medio comune. Queste cautele non valgono per i magistrati di Cassazione, della Corte dei conti o del Consiglio di stato. Occhi puntati sul meccanismo elettorale per la componente togata del Csm. Già molto criticato - ieri dalla corrente di sinistra delle toghe, Area - perché a dispetto di una certa farraginosità non garantisce una corretta rappresentatività
di Rossella Strianese
ottopagine.it, 8 agosto 2020
Molte le donne, con figli, che hanno scontato la pena e non sanno dove andare. Il Garante per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania Samuele Ciambriello, comunica che la Regione Campania, l'assessorato alle politiche sociali, di concerto con l'ufficio del Garante, con il Provveditorato regionale, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna e Dipartimento Giustizia minorile e di comunità della Campania, hanno portato a termine la procedura per l'assegnazione di una somma pari a 300.000.00 euro concessi da Cassa delle Ammende - Ministero della giustizia, utili alla realizzazione di una progettualità rivolta all'accoglienza di detenuti, detenute, detenute madri con figli e giovani adulti dai 18 ai 25 anni, senza fissa dimora per un totale di 65 detenuti.
Il percorso, della durata di sei mesi, si inserisce nell'ambito del più ampio "Programma di intervento della cassa delle ammende per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 negli istituti penitenziari" e si rivolge ad enti e associazioni del terzo settore che abbiano risposto agli obiettivi fissati dalla Cassa delle ammende: la collocazione in unità abitative indipendenti o di accoglienza in ambito comunitario, nel rispetto dei requisiti previsti dalla normativa vigente in materia; interventi di sostegno economico e sociale per i destinatari delle misure, con particolare riferimento alle detenute con prole minore di età; aiuto per il soddisfacimento dei bisogni primari. Le associazioni assegnatarie dei fondi per l'esecuzione del programma indicato in Campania sono:
1. Migranti senza frontiere (Salerno)
2. Cooperativa Sociale San Paolo (Salerno)
3. Less Impresa Sociale (Napoli)
4. Croce Rossa Italiana Comitato Napoli Nord (Arzano)
5. Cooperativa Sociale L'Uomo e il legno (Melito di Napoli)
6. Il Melograno (Benevento)
7. Generazione Libera (Caserta)
8. Tarita (Sant'Egidio del Monte Albino)
Per il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, "L'intento è quello di garantire un alloggio - seppur transitorio - a detenuti senza fissa dimora, idonei ad una misura alternativa alla detenzione in carcere. Si tratta di garantire i diritti inalienabili che appartengono a tutti gli individui ma anche far fede alla promessa rieducativa sancita dall'articolo 27 della nostra Costituzione". Il tema è molto attuale anche in riferimento al bisogno di sicurezza dei cittadini.
Difatti Ciambriello conclude: "Soccorrere chi abbia scontato la propria pena assegnandogli un alloggio, significa anche rispondere all'esigenza di sicurezza sempre più presente nelle nostre città: un detenuto il cui percorso risocializzante non si sia compiuto rischia di ricadere in una recidiva che bisogna assolutamente evitare".
di Vincenzo Comi*
Il Dubbio, 8 agosto 2020
Dai vertici del Tribunale un provvedimento che prevede attività a scartamento ridotto anche per settembre. Accedere alla cancelleria per consultare fascicoli o depositare istanze è ridotta a infastidita concessione degli uffici. Va tutelata la salute. Ma non a costo di sfregiare i diritti. Che senza avvocati non esistono.
Ripartono le crociere ma non riparte la giustizia penale, almeno a Roma. È del 4 agosto l'ultimo provvedimento del presidente del Tribunale di Roma che ratifica anche dal primo settembre una partenza a marce ridotte dei processi penali e di tutta l'organizzazione giudiziaria. Le udienze riprenderanno a singhiozzo, le cancellerie riceveranno gli avvocati solo su appuntamento, il deposito degli atti per tutti gli uffici avverrà presso un presidio, così detto punto unico. E intanto arrivano i rinvii delle udienze alla primavera 2021.
È fondamentale garantire la sicurezza sanitaria nei luoghi di lavoro ma è altrettanto necessario attivare tutti gli strumenti disponibili per far funzionare la giustizia penale, che rappresenta una funzione prioritaria per uno stato di diritto. Il processo penale involge diritti fondamentali dei cittadini. E questi diritti sono assicurati dalla presenza e dalla prestazione professionale degli avvocati. Solo un'idea populista di giustizia può identificare l'avvocato come un estraneo al sistema, come un ostacolo al funzionamento della macchina.
C'è un cartello affisso nei pressi di una scala del tribunale di Roma che ne riserva l'uso al personale interno, escludendo gli avvocati. Ed è capitato a qualcuno di essere ripreso da un solerte dipendente, salvo poi affiancarsi disinvoltamente al bar. L'accesso alle cancellerie per appuntamento fissato a discrezione del personale amministrativo senza limiti di tempo dalla richiesta costituisce una modalità di lavoro che condiziona - se non pregiudica - l'esercizio del diritto di difesa. Le informazioni sui procedimenti penali, il deposito delle istanze, la consultazione dei fascicoli non può essere rimessa alla discrezionalità delle cancellerie.
Va dato atto di tante ottime individualità, ma gli uffici devono essere a disposizione dei difensori come dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero. È una deriva pericolosa che si nasconde dietro provvedimenti che, nel nome di un'emergenza sanitaria, finiscono per tenere il difensore fuori dal tribunale e quindi dal processo. Perché il processo è anche preparazione della difesa. La tecnologia è preziosa se efficace e risolutiva, se il difensore può consultare da studio i fascicoli, se può avere copia immediata degli atti o delle sentenze, se può avere informazioni in tempo reale sullo stato del procedimento. Oggi siamo ben lontani da questa realtà, purtroppo. Serve coraggio, e un intervento che organizzi il funzionamento della giustizia penale in maniera efficace e con il riconoscimento di tutti i ruoli. Avviso ai naviganti: il difensore è una parte essenziale del processo che garantisce i diritti dei cittadini, per chi si fosse distratto durante il lockdown.
*Vice presidente della Camera Penale di Roma
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