di Angela Stella
Il Dubbio, 4 agosto 2020
In carcere da 57 anni. Raffaele Cutolo, ex capo della Nuova Camorra Organizzata, sta morendo? E lo Stato lo lascerà morire in una condizione di umanità? Le domande sono lecite mettendo in fila una serie di elementi che ci illustra il suo avvocato Gaetano Aufiero, il quale proprio ieri ha presentato al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia una integrazione urgente all'istanza del 30 luglio in cui chiedeva un differimento della pena per motivi di salute per l'uomo detenuto in regime di 41bis a Parma.
Cutolo ha quasi 80 anni, è recluso da 57 anni, e fin dagli anni 90 è tra i sepolti vivi del regime di carcere duro. "Venerdì - ci racconta l'avvocato Aufiero - abbiamo saputo che il mio assistito è stato condotto in ospedale la sera precedente. Informalmente dall'ospedale ci hanno detto per un colpo di tosse ma sappiamo che invece la situazione è ben più grave". Innanzitutto un quadro clinico compromesso da tempo: lo scorso febbraio Cutolo infatti era stato ricoverato per una crisi respiratoria.
L'uomo assume circa quindici pillole al giorno, soffre di diabete, prostatite e artrite ed è fortemente ipovedente. Nonostante questo, le condizioni di "Don Raffaè", come cantò Fabrizio De André, il 10 giugno sono state considerate compatibili con la detenzione dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna che aveva respinto la precedente istanza di detenzione domiciliare per motivi di salute.
Il 22 giugno sua moglie Immacolata Iacone, come ha raccontato qualche giorno fa al Consiglio Direttivo di Nessuno Tocchi Caino, era stata a trovare il marito insieme alla loro figlia: "mio marito non è riuscito ad alzare gli occhi, a portare una bottiglia d'acqua alla bocca, a parlare, ad interagire con me e nostra figlia. Il carcere di Parma è un cimitero di vivi: stanno solo aspettando di farlo uscire morto da lì. Facciamo prima a mettere la sedia elettrica".
La testimonianza della donna è stata al termine così commentata dal segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D'Elia: "Da Caino che è stato, Cutolo è diventato vittima di uno Stato che ha abolito la pena di morte ma pratica la tortura e la pena fino alla morte. Nessun diritto, nessuna pietà per i nemici dello Stato. Non si fanno prigionieri, Cutolo deve morire in galera, come sono morti Riina e Provenzano".
Dopo l'episodio del 22 giugno "ho chiesto - prosegue Aufiero - all'avvocato Monica Moschioni di recarsi a trovare Cutolo per verificare effettivamente come fosse la situazione. La collega mi ha riferito che il colloquio è durato pochissimi minuti perché Cutolo, portato nella sala colloqui su una sedia a rotelle, è rimasto immobile, con il capo reclinato verso il petto, in silenzio e privo di reazioni a qualsivoglia sollecitazione".
Ciò appare, ci dice l'avvocato, "in netto contrasto sia con due rapporti del diario clinico dello stesso periodo in cui leggiamo che per la direzione sanitaria del carcere Cutolo è "vigile, orientato nel tempo e nello spazio e collaborante"; sia con una nota della Polizia Penitenziaria secondo cui il detenuto "è riuscito, pur con un eloquio essenziale" a rispondere sia alla moglie che alla figlia".
L'avvocato Aufiero non riesce a dare una spiegazione logica a queste opposte rappresentazioni della situazione di Cutolo che provengono dal carcere; inoltre non si comprende perché a Cutolo sia stato negato il permesso di essere visitato da un medico specialista in geriatria, individuato dalla difesa per constatare il suo stato di salute: "Dalla direzione del carcere mi è stato risposto che il diniego sussiste per 'ragioni di opportunità' ma non mi si spiega quali siano.
Avrei compreso il diniego se il medico da noi scelto fosse stato di Ottaviano, dove risiede la famiglia di Cutolo, ma si tratta di un geriatra in pensione della Asl di Parma che in passato è già entrato in carcere".
Chiediamo all'avvocato se questa situazione possa essere dettata dal fatto che Cutolo sia stato sotto i riflettori durante l'emergenza Covid e che una "scarcerazione", seppur per motivi di salute, possa minare la credibilità del Ministro Bonafede: "Quello che posso dire è che in 28 anni di professione questa è la prima volta che mi viene negata la possibilità di far entrare un medico di parte a visitare un mio assistito. So che il direttore del carcere di Parma conosce bene la legge e non è né un folle né uno stupido. Mi chiedo se il suo rifiuto sia dettato da un libero e autonomo convincimento o se abbia ricevuto indicazioni dall'alto, ad esempio dal Dap".
Sta di fatto che, date le nuove circostanze, l'avvocato Aufiero con l'istanza di ieri chiede che venga effettuata una perizia terza sul quadro clinico di Cutolo e ribadisce la sua richiesta, per motivi di salute, di detenzione domiciliare e in subordine di ricovero presso idonea struttura ospedaliera o presso centro clinico penitenziario: "Mi auguro che questa volta a valutare le carte ci sia un giudice che faccia il giudice"
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 4 agosto 2020
Quello che colpisce e indigna però è chi, di fronte a un corpo in fiamme, invece di correre ad aiutare, si è messo a registrare l'orrore. Primo agosto. A Ombriano, quartiere suburbano di Crema, poco lontano da un ristorante, una donna si cosparge di benzina e si dà fuoco. Un uomo che passa in auto, frena e corre cercando di aiutarla. Ma è tardi. La donna muore soffocata.
Quando il soccorritore, scoraggiato, sudato e nero di fumo, si rivolge verso il ristorante per chiedere che chiamino una ambulanza, si accorge che gli avventori stanno fermi in piedi a filmare con il cellulare la scena. A questo punto l'uomo scrive una lettera alla sindaca di Crema, Stefania Bonaldi e lei la rende pubblica. "Mentre passavo in auto con mia moglie, ho visto la donna bruciare, sono corso cercando di spegnere quello che potevo con un asciugamano da palestra. La signora bruciava e io ero l'unico che cercava di fare qualcosa. In compenso una ventina di persone con il telefonino, riprendeva la scena"... La sindaca commenta sbigottita "Ma cosa siamo diventati!". Non sappiamo perché la povera donna abbia voluto morire in questo modo orribile. La sua disperazione doveva essere grande, il suo dolore di vivere, senza rimedio.
Ma questo succede storicamente alle donne disperate: se la prendono con se stesse anziché con chi le fa stare male. Hanno introiettato con tanta costanza i sensi di colpa da trasformarsi spesso in aguzzine di sé stesse.
Che il fuoco sia un modo di cancellare un corpo odiato ce lo dice la cronaca, e il passato è carico di notizie su donne bruciate vive, cominciando dalle streghe della Controriforma, alle Yazide di questi giorni: 19 donne che avevano rifiutato di diventare schiave sessuali e sono state messe al rogo dalla famigerata e impietosa Isis. Quello che colpisce e indigna però è chi, di fronte a un corpo in fiamme, invece di correre ad aiutare, si è messo a registrare l'orrore.
Non sono mai stata convinta delle teorie di radicale pessimismo di Baudrillard, ma in questo caso non si può non concordare con la sua idea che nell'era della comunicazione virtuale i fatti scompaiono cedendo il posto a una apparenza che è la mistificazione del vero.
Insomma non distinguiamo più la realtà dalla rappresentazione. E l'abitudine alla contraffazione sistematica del racconto pilotato dai media ci ha definitivamente allontanati dalla conoscenza del dolore. Per fortuna una persona c'è stata che ha reagito umanamente e su di lui e su coloro come lui si basa la speranza di un futuro non del tutto morto.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 agosto 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 30 luglio 2020 n. 23185. Il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali scatta a prescindere dal numero di lavoratori coinvolti. Partendo da questo presupposto è ininfluente il controllo a campione su 10 dipendenti su 200 dal quale è risultato che, per tutti i lavoratori controllati, erano state pagate le retribuzioni, circostanza che consente di affermare il reato. La Corte di cassazione, con la sentenza 23185, respinge il ricorso del legale rappresentante della società contro la condanna.
Ad avviso della difesa, infatti, il controllo limitato a soli 10 dipendenti non avrebbe consentito di provare il pagamento delle retribuzioni, anche per gli altri rimasti esclusi dalla verifica parziale. Per la Cassazione però non è così. I giudici chiariscono come prima cosa che il motivo non sarebbe trattabile, in quanto nuovo, ma detto questo lo considerano comunque non decisivo.
La prova dell'omissione stava, infatti, sia nella testimonianza dell'Ispettore dell'Inps sia nella trasmissione della documentazione all'ente di previdenza. Tuttavia, precisano i giudici di legittimità, anche se la Corte d'appello avesse considerato la verifica a campione non sufficiente, non essendo la testimonianza l'unica prova prodotta, questo non sarebbe stato comunque sufficiente ad incidere sulla decisione.
In caso di omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali, infatti, "è irrilevante il numero di lavoratori ai quali si riferisce la condotta omissiva, penalmente sanzionata, la quale si perfeziona nella entità della somma annualmente non versata, indipendentemente dal numero dei lavoratori cui l'omissione è riferita". In tal caso, precisa la Suprema corte, sarà al massimo, onere della difesa, e non dell'accusa come affermato dal ricorrente, provare il mancato pagamento delle retribuzioni ad alcuni lavoratori e "dedurre la specifica circostanza impeditiva del perfezionamento del reato".
di Marta Rizzo
La Repubblica, 4 agosto 2020
L'Associazione Antigone diffonde un e-book sulla Tortura nell'Italia di oggi. Lo fa per approfondire un reato in vigore in Italia solo dal 2017 e per il quale è necessario creare una cultura di formazione e informazione. La tortura, in Italia, è diventata reato solo tre anni fa. Fatti attualissimi e ammazzamenti del passato, più o meno recente, manifestano a gran voce la necessità di costruire una vera cultura a tutela delle persone abusate da parte delle forze dell'ordine, per necessità di giustizia e per tutelare chi gestisce l'ordine pubblico con rispetto della vita. Patrizio Gonnella, Presidente dell'Associazione Antigone, e Mauro Palma, Garante nazionale delle Persone Private delle Libertà Personali, chiariscono i rispettivi ruoli nella battaglia giuridica, empirica, sociale contro la tortura.
Tortura, un reato troppo recente in Italia. Nel 1989 l'Italia ratifica la Convenzione contro la tortura, già votata il 10 dicembre 1984 dall'Assemblea Generale dell'ONU. La Convenzione impone l'obbligo, per i Paesi aderenti, di inserire nei codici penali una norma specifica che individui e punisca il reato di tortura. L' Italia ha rimandato questa legge per quasi trent'anni. Fino a 3 anni fa, si è dovuto ricorrere a termini come 'lesioni', o "abuso di mezzi di correzione". E per questi reati, le pene non erano proporzionate ai fatti. Il 14 luglio del 2017, il Parlamento vota una norma che inserisce il reato di tortura, punibile dai 4 ai 10 anni, secondo l'articolo 613bis del Codice Penale (c.p.) L'e-book di Antigone ha lo scopo di valutare le possibilità di miglioramento di una legge che ha molti limiti, ma finalmente esiste.
Procedimenti penali in corso contro le torture nelle carceri d' Italia. Ad oggi, secondo i documenti forniti dall'Associazione Antigone, i procedimenti penali in cui i fatti sono compresi nel reato di tortura e che hanno a che fare con il contesto penitenziario, sono i seguenti:
1. Monza: nell'agosto 2019 si registra un'aggressione fisica subita da un detenuto da parte di più agenti di polizia penitenziaria. A fine settembre, Antigone presenta un esposto, che si affianca alla denuncia della vittima. Il magistrato acquisisce le videoregistrazioni relative al fatto. Nel febbraio 2020 è stato avviato il procedimento per tortura contro gli agenti. Le indagini sono attualmente in corso.
2. San Gimignano. A ottobre 2018 un detenuto tunisino avrebbe subito pestaggi brutali. La Procura di Siena, nell'ottobre del 2019, ha contestato il reato di tortura a 15 agenti di polizia penitenziaria della Casa di Reclusione. Nei confronti di 4 poliziotti, il Dap dispone la sospensione dal servizio. Al termine del periodo, i 4 rientrano in servizio. Antigone è nel procedimento perché a dicembre 2019 ha presentato un proprio esposto sui fatti. L'udienza preliminare è stata fissata il 23 aprile 2020, ma a causa dell'emergenza Covid 19 è rinviata al 10 settembre prossimo.
3. Torino. I fatti sono del 2017: decine di episodi di violenza denunciati dalla Garante comunale. Sono coinvolti 25 agenti e il comandante di Reparto e il direttore del carcere. Antigone presenta un suo esposto per le vicende della Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno", dopo quello presentato dal Garante nazionale. L'inchiesta è condotta dal Nic, gruppo investigativo della Polizia Penitenziaria. Le indagini sono in corso. Gli agenti sono indagati per tortura. Per altro titolo di reato sono indagati il direttore della Casa Circondariale, il Comandante di reparto, un leader sindacale. Il Dap, a fine luglio 2020, ha assunto nei confronti di tutti provvedimenti disciplinari. Direttore e comandante sono stati spostati in altro istituto.
4. Palermo. A gennaio 2020 Antigone viene a conoscenza di maltrattamenti verso un detenuto, il quale in Corte di Assise di Appello di Palermo, rende dichiarazioni spontanee, denunciando le violenze subite all'arrivo in carcere. La Corte, riscontrati i segni al volto e ascoltato il racconto, trasmette gli atti alla Procura. Antigone presenta un esposto contro gli agenti per tortura e contro i medici per non avere accertato le lesioni. Le indagini sono attualmente in corso.
5. Milano. A marzo 2020, durante l'emergenza sanitaria dovuta al diffondersi del Covid19, Antigone viene contattata da familiari di persone detenute nel Carcere di Opera, per le violenze, gli abusi e i maltrattamenti, subiti dai familiari in data il 9 marzo 2020, come punizione per la rivolta scoppiata nel I Reparto. Antigone presenta un esposto per tortura.
6. Melfi. A marzo 2020 Antigone viene contattata dai familiari di persone detenute nel carcere di Melfi, le quali denunciano gravi violenze, abusi e maltrattamenti subiti dai familiari nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020, come punizione alla protesta scoppiata il 9 marzo 2020 in seguito alle restrizioni per d'emergenza sanitaria. Le testimonianze parlano di detenuti denudati, picchiati e messi in isolamento. Molte delle vittime sarebbero poi state trasferite. Durante le traduzioni non sarebbe stato consentito loro di andare in bagno e avrebbero dovuto firmare dichiarazioni in cui attestavano di essere cadute accidentalmente. Ad aprile 2020 Antigone presenta un esposto contro polizia penitenziaria e medici per violenze e torture.
7. Santa Maria Capua Vetere. Nell'aprile 2020 Antigone viene contattata dai familiari di persone detenute nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere per abusi, violenze e torture subite dai familiari. Le violenze sarebbero avvenute il 6 aprile 2020 come ritorsione per la protesta del giorno precedente dopo la notizia secondo cui nell'istituto ci fosse una persona positiva al coronavirus. I medici avrebbero visitato solo alcune delle persone detenute poste in isolamento, non refertandone peraltro le lesioni. A fine aprile 2020 Antigone presenta un esposto per tortura e percosse contro gli agenti di polizia penitenziaria e per omissione di referto, falso e favoreggiamento contro i medici.
8. Pavia. A marzo 2020 Antigone è contattata dai familiari di alcuni detenuti nel carcere di Pavia che hanno denunciano violenze, abusi, e trasferimenti arbitrari subiti dai familiari a seguito delle proteste di qualche giorno prima. La polizia avrebbe usato violenza e colpito e insultato diversi detenuti, privandoli degli indumenti e lasciandoli senza cibo. Ai detenuti in trasferimento non sarebbe stato permesso di portare nulla dei propri effetti personali, né di avvisare i familiari. A fine aprile Antigone presenta un esposto contro la polizia penitenziaria per violenze tortura. Le indagini sono in corso.
"Nessun Paese è indenne dalla tortura". "La Tortura - dice il Presidente di Antigone, Patrizio Gonnella - non riguarda solo i Paesi in guerra e nessuno Stato è indenne da questo crimine contrario alla dignità umana. Per prevenire la tortura, chi governa deve essere costantemente vigile e consapevole del fatto che è necessaria una grande rete di prevenzione, da attuarsi attraverso l'informazione e la formazione del personale delle forze di Polizia, affinché tutti siano consapevoli che la connivenza con l'estorsione di confessioni, l'umiliazione, l'esaltazione del proprio ruolo di poliziotto, sono reati gravissimi. Va costruita una cultura della legalità, che diventi 'Sistema'. Senza dimenticare che tra le forze dell'ordine vi sono persone che lavorano in modo coerente con la loro funzione. Deve essere però chiaro a tutti che per fare carriera non si lavora sulla quantità degli arresti, ma sulla qualità del proprio lavoro. Inoltre, bisogna dare un messaggio forte: in ogni procedimento penale per tortura, in carcere o nelle caserme, lo Stato deve chiedere la propria costituzione di Parte Civile, dimostrando di essere dalla parte delle vittime, non dei carnefici".
"Reato insopportabile nella contemporaneità". "In Italia - conclude Gonnella - siamo arrivati con drammatico ritardo all'introduzione del reato di Tortura nel c.p. e abbiamo una legge non approvata all'unanimità: il che dimostra una non reale attenzione ai diritti umani. L'articolo 613bis del c.p, per quanto ancora involuto, viene applicato dai giudici. Ma bisogna costruire un'idonea giurisprudenza intorno a questo tema e una precisa comunicazione tra i cittadini. Alcuni casi di tortura arrivano più facilmente all'attenzione dei media. Questo perché ci sono inchieste con prove evidenti (come la recente vicenda della Caserma di Piacenza, o, anni fa, ad Asti, a Torino). Le intercettazioni alle volte sono prove nette e, quindi, la ricostruzione è facile e con una inevitabile ammissione di reato di tortura. Altre volte, sono i parenti delle vittime a portare avanti un faticoso percorso di ricostruzione della verità, per i propri cari morti ammazzati. Antigone si pone al centro di alcuni procedimenti penali contro la tortura perché crediamo nella giustizia, internazionale e interna, che è una garanzia per tutti. Le forze di Polizia stesse devono farsi portavoce di come la tortura sia un reato insopportabile nella contemporaneità".
Garante e Antigone: ponte tra istituzioni e società. "La figura del Garante nazionale delle Persone private delle Libertà Personali ha uno sguardo intrusivo - dice Mauro Palma, Garante nazionale - Possiamo cioè avere accesso a ogni documento. Per esempio, sto richiedendo, nei casi di segnalazioni di violenza e maltrattamenti, le videoregistrazioni di tutte le telecamere presenti all'interno degli istituti coinvolti. Dopo le visite e l'acquisizione di tutti i documenti, il Garante nazionale produce raccomandazioni: verificare quanto queste abbiano poi trovato realizzazione, è un'attività che gli osservatori di Antigone possono e devono svolgere, stabilendo così un rapporto tra Garante e società civile".
"Non concedere nulla all'impunità". "Un rapporto molto utile a noi - ha detto ancora Palma - per sapere se e come le cose siano cambiate dopo la nostra visita e il Rapporto su di essa inviato alle autorità responsabili; e molto utile, più in generale, per la costruzione di una rete di osservazione. Rete di osservazione che è l'ultimo tassello di un atteggiamento preventivo. Perché mentre guardiamo positivamente alla capacità di reagire, anche facendo ricorso a una fattispecie penale così forte come è la previsione dell'articolo 613bis del codice penale, dimostrando la volontà di non concedere nulla all'impunità, non dobbiamo perdere l'obiettivo di costruire un sistema dove non ci sia bisogno di ricorrere a tale fattispecie, perché siamo riusciti a prevenire simili comportamenti e a fare in modo che maltrattamenti e offese alla dignità delle persone ristrette non si verifichino".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 4 agosto 2020
Un progetto che punta a dare una nuova opportunità ai detenuti. Si chiama "In & Out" e con esso giunge alla sua fase operativa il protocollo d'intesa sottoscritto il 30 aprile dalla casa circondariale di Bergamo e dal Comune, insieme con Ambiti Distrettuali, Fondazioni, Caritas e da numerosi altri soggetti coinvolti in attività di risocializzazione di persone in esecuzione penale. Intento dell'accordo, portare a sintesi l'esperienza di tante realtà operanti nel settore per ottimizzarne i contributi e individuare un piano comune da realizzare grazie a un bando di 150 mila euro, frutto delle erogazioni di numerosi partner, a cui si aggiungono altri 30mila euro finanziati dalla Fondazione MIA (Congregazione della Misericordia Maggiore).
"Grazie a quest'importante esperienza messa in campo da soggetti pubblici e privati sarà possibile superare la frammentazione degli interventi - ha spiegato Marcella Messina, assessore alle politiche sociali del Comune di Bergamo e presidente del Consiglio di rappresentanza dei sindaci -, spesso causa d'inefficacia delle politiche a sostegno delle fasce più fragili, e raggiungere con maggiore determinazione ciò che ci siamo posti come obiettivo".
Quattro i settori d'intervento cui saranno destinate le azioni d'inclusione sociale dei detenuti: accoglienza e inserimento abitativo attraverso percorsi individuali protetti; accompagnamento e inserimento lavorativo; sostegno alle reti familiari e relazionali di persone in esecuzione penale che hanno figli minori; attività interne al carcere quali progetti socio-educativi, lavorativi, sportivi, culturali e musicali.
Capofila e cabina di regia del progetto sarà la Fondazione Opera Bonomelli insieme al Comitato Carcere e Territorio che si occuperà di raccogliere fondi. Diversi e complementari i contributi degli altri partner come l'associazione Diakomia che metterà a disposizione una rete di appartamenti "protetti" o come il centro servizi aziendali Coesi che individuerà percorsi di formazione sulla base dei bisogni espressi dal mondo del lavoro. Secondo Teresa Mazzotta, direttrice del carcere di Bergamo, "il protocollo d'intesa rappresenta il coronamento della collaborazione tra l'Istituto e i firmatari che, a vario titolo, operano nel settore dell'esecuzione penale per adulti. Si tratta di una vera e propria galassia di attori che, per la loro specificità, professionalità e competenza garantiscono importanti progetti rivolti alla rieducazione del condannato".
di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 4 agosto 2020
Abbiamo raggiunto il nuovo Garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani, insediato poco prima del lockdown, ponendo alla sua attenzione alcune delle questioni più urgenti nel panorama carcerario regionale.
D. Insediamento e lockdown, sicuramente la pandemia ha frenato l'attività del ruolo cui lei è stato chiamato. Con la ripartenza, quali sono le urgenze che pensa di dovere immediatamente affrontare?
R. La pandemia ha frenato la possibilità e l'opportunità di accesso alle carceri, questo certamente. In generale, più che frenare le attività la pandemia le ha orientate, ha dettato l'agenda. Appena nominato mi sono subito rapportato con i Garanti locali, che sono stati molto attivi durante tutto il periodo del lockdown. Con loro ho condiviso le problematiche presenti, carcere per carcere. Come la difficile riduzione delle presenze, fatta via via, misura per misura decisa sul caso singolo grazie all'azione dei magistrati di sorveglianza, visto che la misura generale predisposta dal Governo, parlo dell'art. 123 del DL 18/2020, non ha contribuito granché alla riduzione delle presenze in carcere.
Come anche il monitoraggio delle condizioni di salute in carcere durante la pandemia, perché non dimentichiamoci che in Toscana è andata bene, grazie al lavoro costante della Asl, del personale penitenziario e all'occhio vigile dei garanti, ma avrebbe potuto non andare così: l'ufficio del garante ha seguito passo passo l'attività di screening e ha sollecitato l'Assessorato alla salute perché si procedesse celermente.
Per la ripartenza: le urgenze sono molte. Prima di tutto il carcere dovrebbe ripartire riaprendosi all'esterno: dovete considerare che, mentre nel mondo esterno le attività sono in gran parte riprese, nel mondo penitenziario solo poche attività hanno ripreso il loro svolgimento come prima. Proprio in questi giorni ho inviato, insieme alla Conferenza toscana del Volontariato penitenziario (abbiamo avuto un incontro, via web, con le associazioni del volontariato penitenziario operanti in Toscana, che mi hanno dato un quadro delle loro attività e del loro grande lavoro) una sollecitazione al Provveditore perché s'impegni per riapertura di tutte le attività. A settembre vorrei confrontarmi, e mi auguro sia possibile farlo in presenza, anche con le altre associazioni che si occupano di carcere, con cui ritengo importante la collaborazione per far sì che la ripartenza sia anche un modo per capitalizzare i miglioramenti ottenuti in questo periodo, per quanto pochi possano sembrare; penso al tema delle videochiamate, su cui credo dovremo batterci insieme, associazioni e garanti, perché siano ripristinate e rese permanenti nei confronti di tutta la popolazione penitenziaria, atteso che hanno dimostrato la grande utilità nel superare l 'isolamento che la situazione pandemica rendeva inevitabile, nel consentire colloqui con la famiglia, nell'evitare spostamenti che non sarebbero stati possibili altrimenti, ed infine nel contribuire al mantenimento di un equilibrio psichico in un momento difficile per tutti, soprattutto per i reclusi più deboli.
È proprio verso questa categoria dei "più deboli" che deve essere incentrato il nostro impegno alla ripresa post-epidemica, quando non sarà più possibile a nessuno trincerarsi dietro la necessità contingente per non perseguire obbiettivi più nobili. I bisogni e gli interventi da fare saranno tanti, e per realizzarli v'è necessità di consapevolezza, di impegno e di consenso politico. Il carcere è un tema che piace poco alla maggioranza delle persone, ma io chiederò ai consiglieri che verranno eletti di essere presenti nel carcere della loro zona elettorale, perché tutti possano rendersi conto di persona e si sentano coinvolti ed impegnati. L'impegno di rappresentanza politica deve essere svolto anche a favore dei reclusi, anche se sappiamo che nella maggioranza dei casi i detenuti non votano e quindi non vengono considerati un elettorato a cui rivolgersi. Vorrei che facessero, insieme a me, delle visite in carcere e che se ne occupassero come una parte integrante del loro territorio. E poi dovremo occuparci della salute mentale, della detenzione femminile, dell'affettività dei detenuti, del lavoro, di tutti quegli aspetti che qualificano la vita come tale e che spesso ai detenuti sono negati e dei quali parliamo nelle righe seguenti.
D. Fra le varie, complesse criticità cui lei è chiamato a occuparsi, il problema dei 3 suicidi e un morto avvenuti in poco meno di tre mesi nelle carceri toscane, richiede senz'altro un ulteriore sforzo per fronteggiare un malessere che sta diventando esplosivo, come hanno dimostrato le rivolte che per fortuna hanno avuto ricadute minime, rispetto alle carceri nazionali, in Toscana. Qual è il suo progetto su questo tema?
R. Credo che quanto è accaduto sia gravissimo. Come sapete i tre suicidi avevano manifestato disagi psichici. Il tema del disagio psichico è dilagante in carcere: a quelli che vi entrano già con problematiche manifeste, si aggiungono quelli che sviluppano i sintomi durante la detenzione come "effetti collaterali" dell'essere reclusi. Credo sia necessario riflettere ed incidere in modo organico sulla problematica attraverso provvedimenti normativi cogenti, poiché sembra che tutti accettino il suicidio quasi come componente eventuale della vita carceraria, tanto che aldilà del dibattito che ne segue negli ambienti specializzati, alla gente non fa né caldo né freddo. Inoltre, atteso che tutti i soggetti vittime di suicidio hanno manifestato direttamente o indirettamente problemi psichici, bisogna che il sistema carcerario, fino a quando drammaticamente esisterà anche nei loro confronti, si atteggi in maniera del tutto diversa, diagnosticando tempestivamente il problema e gestendolo come fase clinica, e curandolo per come merita. In questa logica di sicuro è importante garantire il servizio medico e psichiatrico in carcere, ma soprattutto cercare il più possibile di andare verso misure esterne, seguendo la direzione indicata dalla Corte Costituzionale con la Sentenza 99 dello scorso anno. Va da sé, come abbiamo detto, che, inoltre, per evitare o almeno contenere gli "effetti collaterali" della detenzione, bisogna rendere il carcere più vivibile soprattutto nei confronti dei soggetti più fragili; le relazioni con i propri cari sono determinanti, le videochiamate durante il lockdown hanno cambiato la vita di molte persone che da anni vivevano nell'isolamento affettivo; e poi gli incontri dal vivo: lo scorso febbraio il Consiglio regionale della Toscana ha approvato la proposta di legge al Parlamento (grazie al mio predecessore Franco Corleone) per permettere incontri intimi, cioè senza sorveglianza, in apposite unità abitative da realizzare in carcere; mi auguro che il Parlamento provveda presto e che la legge passi, sarebbe un grande gesto di civiltà. Noi nel frattempo lavoreremo per dare suggerimenti operativi.
D. Problemi strutturali annosi, come la seconda cucina a Sollicciano o il centro clinico del Don Bosco a Pisa, che, secondo gli operatori e le associazioni, sta andando in malora, al carcere minorile di Firenze, il cui pian terreno è ancora tutto da rifare, sono moltissimi i problemi strutturali che attendono risposta. Quali sono le risposte che intende dare? E quali sono le risorse spendibili?
R. I problemi strutturali sono tali, purtroppo, anche nel senso che sono sempre presenti, e questo dovrebbe cambiare. La loro risoluzione dipende dagli interventi pianificati dal MIT che ha uno specifico Piano per gli interventi sugli istituti penitenziari. Ho intenzione di incontrare il Provveditore alle Opere Pubbliche della Toscana per avere un aggiornamento in merito ai lavori programmati. La risposta che intendo dare è di monitorare e stimolare l'azione del Provveditorato.
D. La deriva dell'istituzione carcere, da sistema rieducativo e di "cura" a luogo di pena e punizione, è tema sollevato da molte associazioni e specialisti del tema. Quale potrebbe essere una risposta concreta che conduca a limitare l'aspetto punitivo incentivando invece quello che potremmo chiamare il profilo non tanto rieducativo, ma almeno di utilità del carcere nella reintroduzione del detenuto nella società, con qualche speranza di combattere le recidive sempre più alte?
R. Il tema riflette una esigenza tanto diffusa quanto inattuata, poiché dei detenuti importa poco alla maggioranza delle persone. Soprattutto il tema è figlio di una concezione vecchia della pena come retribuzione e del carcere come momento esecutivo di essa. Ma per quanto la necessità di superare questo assunto sia intuitiva esso è difficile da estirpare sia perché attuato in tutto il mondo, sia perché la sua sostituzione con strumenti diversi è impegnativa e meno accettata di quanto non sia la facile e diffusa reazione ... "buttiamo via le chiavi". Siamo in un momento difficile in cui il tema della sicurezza si pone come predominante. Dovremmo invece cercare di far passare il messaggio che il carcere è popolato in gran parte da quella che Sandro Margara chiamava "detenzione sociale", poveracci, miseria economica e culturale. Dovremo lavorare concretamente per costruire delle alternative al ritorno nel circuito dell'illegalità. In questo difficile cammino è necessaria una maturazione culturale ed una determinazione politica che oggi non c'è in nessuno degli attori principali. Basterebbe che questa classe politica anche senza slanci culturali, facesse un po' di conti, e capisse che se non si recuperano alla vita civile, i detenuti escono dal carcere peggiori di come sono entrati, ed i danari spesi per la loro detenzione son danari buttati via!
Mi sono domandato in questi giorni a cosa servono 10-12 anni di carcere inflitti ai giovani che hanno determinato la strage di Corinaldo, ovvero le severe condanne che subiranno gli organizzatori, ovvero ancora quelle che seguiranno le violenze e le devastazioni di oggi a Ponza effettuate da giovani senza cultura, senza formazione sociale, senza responsabilità, figli di una "devianza del benessere", propria di generazioni che non hanno conosciuto né la guerra, né l'emigrazione, né il lavoro dei campi o delle fabbriche del primo 900, se lo stato non sarà fortemente impegnato al loro recupero. La domanda è diversa e si sintetizza: serve il carcere o serve qualcosa di diverso? Bisogna aver chiaro che queste situazioni non sono casuali e che la segregazione sociale, non è lo strumento per riparare ai danni che questa società ha determinato. Ma far capire queste cose alla politica è come predicare la calma al vento.
Cosa fare. Il cammino sarà lungo e forse senza meta, perciò bisogna operare per come si può nella situazione data, iniziando dalla formazione e dalla cultura che alla fine è alla base di tutto, perché è metodo di comprensione. Solo esemplificativamente, in Toscana abbiamo l'esperienza del Polo universitario penitenziario, una bella opportunità che ha permesso a molti detenuti di laurearsi, cosa che prima di entrare in carcere non avrebbero mai pensato. E poi serve il lavoro, dobbiamo sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla Legge Smuraglia, una legge di vent'anni fa non abbastanza utilizzata, e le cui opportunità devono essere rese ancor più appetibili attraverso una globalizzazione dei benefici. Mi adopererò alla ripresa perché la Regione Toscana si faccia promotrice di una iniziativa legislativa di supporto. Un altro punto decisivo per migliorare le opportunità di reinserimento e ridurre la recidiva è avere una casa, o almeno un posto in cui stare. Dovremo aumentare l'offerta in questo senso, e potremmo farlo anche utilizzando la progettazione sui fondi della Cassa delle Ammende.
D. Rems, ovvero psichiatria e carcere. Continua il doppio binario dell'imputabilità del codice Rocco: assolti per vizio mentale, costretti però a misure restrittive. Una contraddizione che porta fatalmente le nuove Rems a somigliare a piccoli Opg. Come si potrebbe fare per prospettare un percorso di cura reale per questi soggetti, che in concreto li porti a essere considerati pazienti e non detenuti?
R. L'esperienza delle Rems è molto positiva: i soggetti che vi entrano in gran parte escono verso programmi di riabilitazione sul territorio, il lavoro fatto all'interno dagli psichiatri è un vero lavoro di cura che niente ha a che vedere con l'OPG. Anche alla pandemia le Rems hanno retto bene, con esperienze di crescita all'interno delle strutture. I problemi non stanno nelle Rems, ma intorno ad esse. Per esempio il numero enorme e crescente delle misure di sicurezza provvisorie, che in alcune strutture occupano la metà dei posti disponibili e che creano liste d'attesa lunghissime. La prima cosa che ci dovremmo domandare è: perché così tante misure provvisorie? Ci sono in realtà dubbi anche sul loro conteggio effettivo.
Ma la questione di fondo è: perché i gip ordinano così tante misure provvisorie? Misure detentive intendo. Sappiamo che la riforma per il superamento degli Opg non ha voluto sostituire l'Opg con le Rems, ma con un sistema di misure e servizi sul territorio, tra cui le Rems, che devono essere, come dice la Legge 81/2014 l'extrema ratio. Né deve trarre in inganno la questione di costituzionalità recentemente sollevata dal Tribunale di Tivoli, essendo limitata a problema della competenza a decidere "dove" collocare una persona autore di reato con problemi psichiatrici, mentre il tema principale resta invece la tutela della salute di persone per definizione malate, come la Corte Costituzionale ci ha insegnato con la sua giurisprudenza sulle misure di sicurezza.
In Toscana c'è stata l'inaugurazione della nuova Rems di Empoli il 24 luglio scorso. Ha 9 posti letto, con previsione di espansione a 20, che si aggiungono a quelli già presenti a Volterra. La pluralità di strutture permetterà di gestire la complessità dei problemi e le molteplici fattispecie cliniche e terapie, attraverso un confronto utile tra strutture differenti, che potranno sviluppare prassi diverse.
di Cristiano Cupelli*
Il Dubbio, 4 agosto 2020
Dopo l'assoluzione di Marco Cappato e Mina Welby per il caso di Davide Trentini. L'assoluzione dal reato di istigazione e aiuto al suicidio pronunciata nei giorni scorsi dalla Corte di Assise di Massa nei riguardi di Marco Cappato e Mina Welby - accusati di avere accompagnato a morire, in una clinica svizzera, Davide Trentini, affetto da sclerosi multipla a decorso cronico progressivo, ormai invalido e con necessità di assistenza continua - spinge a riflettere su come il dibattito odierno sull'autodeterminazione individuale in ambito terapeutico si sia spostato dal versante del rifiuto di cure vitali ai nuovi spazi di liceità di talune condotte di agevolazione al suicidio, così come riconosciuti dalla Corte costituzionale nella doppia pronuncia (ordinanza n. 207 del 2018 e sentenza n. 242 del 2019) con la quale è stata dichiarata la parziale illegittimità dell'art. 580 c. p., per violazione degli artt. 2, 13 e 32, co. 2, Cost.
Come si ricorderà, la sentenza n. 242 - originata, nell'ambito della ben nota storia di Fabiano Antoniani, dai dubbi di legittimità sollevati, con ordinanza 14 febbraio 2018, dai giudici della Corte di Assise di Milano nel processo a carico sempre di Marco Cappato - ha escluso "la punibilità di chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente".
Al fine di scongiurare il rischio di abusi per la vita di persone in situazioni di estrema vulnerabilità, la Corte ha altresì individuato alcune garanzie procedimentali legittimanti la decisione di alcuni pazienti di liberarsi dalle proprie sofferenze attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte (delineando, sul fronte penalistico, un meccanismo di esclusione della responsabilità penale fondato su una giustificazione procedurale); la verifica di tali condizioni è stata affidata, "in attesa della declinazione che potrà darne il legislatore", a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale, cui spetterà vagliare anche "le relative modalità di esecuzione, le quali dovranno essere evidentemente tali da evitare abusi in danno di persone vulnerabili, da garantire la dignità del paziente e da evitare al medesimo sofferenze".
L'inevitabile residuare di significative incertezze - nonostante le sentenze assolutorie dapprima della Corte di Assise di Milano e ora di quella di Massa - conferma l'indifferibilità di un intervento del legislatore, chiamato a portare a compimento il percorso aperto in sede giurisprudenziale. Non va dimenticato come la prima decisione assunta dalla Corte costituzionale nel 2018 fu quella di rinviare la trattazione, mossa dal proposito di consentire al Parlamento, in nome dell'invocato "spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale", l'esercizio delle proprie prerogative.
Già all'epoca, dettando le coordinate di razionalità dell'auspicato intervento legislativo, la Corte aveva intrapreso una preziosa opera di bilanciamento di interessi e beni contrapposti (autodeterminazione individuale da una parte e protezione della vita dall'altra) che ora il legislatore è chiamato a completare; è questo il significato dell'auspicio conclusivo contenuto nella sentenza n. 242 a che "la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore, conformemente ai principi precedentemente annunciati".
Seppure i segnali non siano incoraggianti, una ripresa del cammino parlamentare appare ineludibile e non potrà che muovere dal contributo offerto dai giudici costituzionali, a partire dalle condizioni in presenza delle quali ritenere lecita l'assistenza al suicidio e dal loro grado di vincolatività. Sul fronte penalistico, in particolare, la valutazione andrà estesa alla "soluzione tecnica" da prediligere per concretizzare l'esigenza di adeguamento costituzionale: esclusione della tipicità ovvero, come pare preferibile, scriminante procedurale?
Nel primo caso, intervenendo direttamente sull'articolo 580 c. p.; nel secondo, coerentemente col percorso argomentativo seguito dalla Corte, operando nel corpo della legge n. 219 del 2017 (in particolare sull'art. 2): ciò che è certo è che occorrerà meglio tipizzare condizioni e presupposti di liceità e individuare adeguati rimedi per scongiurare eccessi di burocratizzazione che possano spersonalizzare e ridurre a mere formalità le procedure da seguire per legittimare agevolazioni al suicidio. Oltre a garantire un effettivo potenziamento del sistema di cure palliative, non si potrà non affrontare poi il tema dei "casi analoghi" diversi da quelli sottratti dalla Corte costituzionale alla punibilità ex art. 580 c. p.; fra questi, anche l'ipotesi di chi - come Davide Trentini - versi in condizioni di malattia grave e irreversibile (sovrapponibili a quelle di Antoniani), ma non sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (come il respiratore artificiale) in quanto supportato unicamente da presidi farmacologici. Occorrerà chiarire se davvero, come ritenuto dai giudici di Massa, possa accedersi a un'interpretazione estensiva di quei "trattamenti di sostegno vitale" evocati dalla Corte costituzionale tale da ricomprendervi anche le terapie farmacologiche antidolorifiche e antispastiche.
L'auspicio è che il legislatore vinca la tentazione di tergiversare ulteriormente accontentandosi delle decisioni dei giudici e superi la ritrosia sin qui manifestata nell'affrontare una questione tanto fondamentale quanto percepita, a livello politico, come elettoralmente non redditizia.
*Professore di Diritto penale, Università Tor Vergata
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 4 agosto 2020
Il Covid, l'estate, la voglia di muoversi per andare in vacanza e l'improvvisazione della politica. Tutto concorre a creare "confusione", la vicenda dei treni ne è un fulgido esempio.
Amici in vacanza in Campania mi dicono che a Capri, contro le trasgressioni alle regole anti-coronavirus, sono intervenuti persino i cani poliziotto nelle aree delle varie tumultuose movide.
In rete trovo conferma della notizia, solo che le operazioni - condotte dai Carabinieri in effetti con un certo dispiegamento di mezzi, dell'aria e del mare, e di uomini accompagnati dai fedeli segugi a quattro zampe - erano dirette a intercettare traffici di droga. Qualcosa è stato trovato, compresi - a quanto leggo - guidatori di imbarcazioni in "stato di ebbrezza". Siamo tutti più o meno stressati dal caldo e dalle notizie sul virus e a volte facciamo confusione. Ma come non confondersi per come stanno andando le cose?
Confusione, antica parola latina, dal significato chiaro: se le cose si fondono insieme non si distinguono più le une dalle altre, e "il discernimento pare impossibile", scrive il bel sito Una parola al giorno: quindi non si tratta di "un semplice sbalestramento perché ho preso una botta in testa, anzi è estremamente specifico e complesso: lo stato confusionale è un'impossibilità di organizzare la massa variegata di stimoli che si ricevono". I fatti si accavallano sotto i nostri stanchi occhi, le informazioni si contraddicono da un medium all'altro. Anche voi state pensando alla faccenda dei treni di questi giorni?
Dunque - a quanto, forse, ho capito - c'era una volta un decreto governativo che impone in tutti i luoghi chiusi, compresi mezzi di trasporto, distanziamento e mascherine. Il famoso metro, più o meno "statico" (per citare una delle cangianti invenzioni normative diffuse dal ministero dell'istruzione). Il decreto però, come quasi tutte le italiche leggi, prevede "deroghe". Quindi l'affollamento dei treni era perfettamente legale. Ma il ministro della sanità, dopo severi rimbrotti del Comitato tecnico scientifico, e telefonate forse burrascose con la collega dei Trasporti, emette l'ordinanza: immediato dietrofront, sui treni distanziamento obbligatorio! Non è nemmeno chiaro, altresì, quanto può ordinare l'ordinanza, e le Regioni del Nord - quantomeno sui trasporti pubblici locali - si guardano dall'applicarla.
Trenitalia si affanna a promettere rimborsi dei biglietti e viaggi alternativi ai malcapitati che si accalcano nelle stazioni. Italo invece sopprime addirittura numerosi convogli. Ma come, verrebbe da pensare, se i posti diminuiscono obbligatoriamente per difendersi dal virus, e un sacco di gente vorrebbe andare in vacanza, i treni, semmai, dovrebbero poter essere moltiplicati! I capi dell'azienda si difendono dicendo che sarebbero stati "illegali".
L'osservatore incredulo si domanda: ma era proprio impossibile trovare una soluzione un po' diversa? Che so, concordare un periodo di qualche giorno per tornare alla "normalità" del distanziamento, lasciando magari ai cittadini la scelta di rinunciare al viaggio (ma con rimborso del biglietto) e non creare, o almeno limitare, questa specie di pandemonio? Lo "stato di emergenza", appena prorogato, forse non prevede l'uso del buonsenso.
L'ottimo Sabino Cassese si affanna a ripetere - ieri sulle pagine del Corriere della sera - che le riforme più urgenti, e persino poco costose, sarebbero quelle in grado di rimettere un pochino in funzione il variopinto apparato tardo bizantino dello Stato. Anche lui, però, ha ceduto alla tentazione di confondersi con i Salvini e i Bocelli anti-mascherine in un convegno al Senato un tantino confuso. Si temeva una cupa deriva autoritaria della cara Repubblica verso lo "stato di eccezione". Siamo invece precipitati in un originale "stato di confusione", temo permanente.
di Rossella Avella
interris.it, 4 agosto 2020
In mostra nel carcere opere degli ospiti di Rebibbia "Chi è in una condizione carceraria anche così dura non può non avere una prospettiva". "I colori dolenti" è il nome della mostra che si terrà nel nuovo complesso del carcere di Rebibbia. I protagonisti sono proprio i nove detenuti oggi artisti e pittori della sezione alta sicurezza Francesco, Vincenzo, Luca (1) e Luca (2), Giuseppe, Ivano, Luigi, Santo e Mario. Insieme, questa mattina, hanno per la prima volta presenziato all'esposizione dei loro lavori nella sala teatro del penitenziario romano.
Una passione che parte da lontano - I nove animano il laboratorio artistico di Rebibbia nato nel 2015 su richiesta di alcuni degli stessi detenuti. "Agli inizi - racconta Francesco - non avevamo materiali e mancavano le tele. Disegnavamo su quello che ci capitava come i pacchetti di sigarette". "Qui ho toccato i pennelli per la prima volta - aggiunge Vincenzo. Con noi c'era un compagno di cella che sapeva dipingere. Poi è tornato in libertà. Gli abbiamo di fatto rubato il mestiere. Quello che oggi abbiamo esposto è frutto soprattutto dei nostri sbagli, non solo in senso metaforico. La pittura ci permette di raccontare quello che non riusciamo a esprimere con le parole".
Il significato del nome della mostra - È proprio Vincenzo, in carcere da 17 anni, a spiegare all'Ansa: "L'idea è nata dopo lo spettacolo teatrale che abbiamo messo in scena nel 2009. Era l'Inferno di Dante e ci colpirono i passaggi in cui il Sommo Poeta scrive "Per me si va nella città dolente" e "lasciate ogni speranza oh voi che entrate!" Noi non siamo stati d'accordo: qui a Rebibbia la speranza non ce la toglie nessuno. I "colori dolenti" sono le nostre esperienze personali, certo, ma non per questo perdiamo la speranza di vita".
Le prospettive di chi vive il carcere - Dei quadri esposti questa mattina a Rebibbia, il critico d'arte Claudio Strinati ha scritto in una lettera letta in teatro: "Chi è in una condizione carceraria anche così dura non può non avere una prospettiva, come ogni altro essere vivente. Questa prospettiva è presente nelle opere che vediamo oggi nella mostra".
"La crescita artistica dei detenuti - spiega Alessandro Reale, direttore del laboratorio artistico -, è sempre stata costante e lo testimoniano i tanti lavori eseguiti che segnalano oltre alla perseveranza nel frequentare il corso".
La realizzazione delle tele - Le tele nate nel laboratorio sono state tutte realizzate con la tecnica ad olio. La mostra è stata introdotta da un video, realizzato dal sostituto commissario di polizia penitenziaria Luigi Giannelli, che entra nelle celle di alta sicurezza e fa parlare i protagonisti. Presenti all'iniziativa, la direttrice del carcere, Rossella Santoro, la senatrice Valeria Fedeli, Luigi Ardini commissario capo comandante, Angela Salvio, magistrato di sorveglianza, Antonella Rasola, direttrice sezione alta sicurezza, e Paolo Masini, presidente BPA - Mamma Roma e i suoi figli migliori, che ha consegnato un premio ai detenuti.
toscanaoggi.it, 4 agosto 2020
Silvana Giambastiani (Gruppo Volontari Carcere di Lucca) racconta la nuova iniziativa messa in campo da detenuti ed ex-detenuti con l'orto della Casa San Francesco. Prodotti coltivati, messi a dimora anche durante il lockdown, ora vengono infatti donati a una mensa per i poveri.
"Il gruppo volontari carcere è un'associazione che da oltre trenta anni si dedica alla accoglienza, presso la Casa san Francesco, di persone detenute, ammesse a misure alternative, o comunque di persone, uscite dal carcere e in difficoltà".
Già nel mese di marzo, nel periodo di confinamento a casa, causa pandemia, la Casa san Francesco aveva raccontato sulle pagine del settimanale diocesano di Lucca le proprie attività quotidiane, "nel trascorrere Lento delle ore, scandito dalle occupazioni di casa, del pollaio, dell'orto e dalle Lunghe chiacchierate degli ospiti con l'educatore Massimiliano Andreoni" scrive ancora Giambastiani che racconta: "come per ciascuno di noi, attenuatesi le misure di sicurezza sanitaria, anche nella casa si è respirato il lento ritorno a una quasi normalità. Forse il "restate a casa" forzato dagli accadimenti ci ha fatto sperimentare, fortunatamente per poco, quale pena ci sia nell'essere reclusi".
"L'impegno degli ospiti della Casa nell'orto, dei mesi scorsi, ha dato oggi i suoi frutti. Possiamo ammirare a fianco della Casa san Francesco, posta nella comunità di san Pietro a Vico, un orto-giardino, curato e rigoglioso. Si un orto-giardino perché accanto alle verdure sono disposti filari di fiori, (le zinie), dei giganteschi girasoli e uno spaventapasseri che i bambini che passano dalla strada si fermano a guardare, con stupore. La vita delle persone ospiti, segnata da esperienze dolorose, si prospetta ancora molto difficile per la mancanza del lavoro, (mancanza che colpisce oggi anche molte nostre famiglie, purtroppo), e dunque del futuro. Ma anche laddove c'è poco c'è comunque spazio per il dono"
Infatti spiega ancora: "Ancorché piccolo il dono è capace di moltiplicarsi, di dare dignità a chi dona anche il poco. e di dare senso di gratitudine a chi riceve. È così che è nata l'idea di offrire i prodotti dell'orto coltivato dagli ospiti della casa, da Mose in primis, per 'la mensa di solidarietà' che vede impegnate varie Caritas parrocchiali, tra cui quelle della comunità parrocchiale Santa Gemma. La mensa provvede a procurare, anche attraverso benefattori, e a cucinare cibo, per persone di Lucca e dintorni, tutte le domeniche sera. In più occasioni quanto rimaneva dalla mensa, non consumato, veniva portato alla Casa san Francesco. È nata dunque spontanea l'idea di donare le verdure dell'orto della Casa San Francesco alla "mensa di solidarietà" nello spirito che donare si può, sempre, anche nel poco, con gioia" conclude Silvana Giambastiani.
- Libia. Giornalista condannato a 15 anni di carcere, l'Onu chiede il rilascio
- Egitto. "Io, esiliato dopo il carcere e le torture, oggi aspetto Patrick"
- Migranti. La nave quarantena arriva a Lampedusa. A Porto Empedocle esplode la rivolta
- Migranti. Conte: "Non tolleriamo ingressi irregolari"
- Omotransfobia, la legge in aula alla Camera dopo vent'anni di tentativi mancati










