di Valeria Di Corrado
Il Tempo, 2 agosto 2020
Il procuratore della Corte dei conti del Lazio: "Non ha più senso la nostra presenza". "Lo svuotamento della giurisdizione contabile proprio nel momento in cui giungeranno molti miliardi di euro costituisce una decisione illogica che potrebbe portare a vedere nei prossimi anni il paesaggio del nostro paese costellato da opere pubbliche inutili, quali cattedrali nel deserto, autostrade verso il nulla, ospedali o reparti inutilizzabili, ecc.".
di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2020
L'articolo 104 della Carta, che parla di "membri in carica per quattro anni", smonta la tesi di Magistratura democratica e di Nello Rossi. Via chat - che sono tanto di moda tra le toghe - invio un messaggio a Piercamillo Davigo. "Vuole fare un'intervista sul suo futuro al Csm?". Mi risponde di no, ma l'avevo previsto. Non c'è bisogno di spiegare chi sia Davigo.
agenzianova.com, 2 agosto 2020
L'informativa dell'assessore all'Istruzione sulla ripresa dell'anno scolastico e dei servizi educativi e la relazione del Garante regionale dei detenuti sulla situazione delle carceri piemontesi sono tra gli argomenti all'ordine del giorno del Consiglio regionale del Piemonte, convocato dal presidente martedì 4 agosto (dalle ore 10 alle 18).
di Toti Bellone
Gazzetta del Mezzogiorno, 2 agosto 2020
Dall'attività di panificazione, al teatro e alla pittura, nel segno della riabilitazione. Ogni ambiente del carcere è pulito e sanificato e tutte le attività avvengono nel rispetto delle misure anticontagio. In confronto al mandamentale reso famoso dalla rocambolesca fuga del bandito sardo Graziano Mesina e del giudiziario di san Francesco, il supercarcere di borgo san Nicola fa la parte dell'albergo che si contrappone alla locanda d'altri tempi. Te ne accorgi già dalla strada che si percorre per raggiungerlo: asfaltata a dovere e nel primo tratto dotata anche di marciapiedi su entrambi i lati.
Nell'immensa costruzione realizzata più di vent'anni fa anche per consentire lo svolgimento dei grandi processi di mala nell'attigua aula bunker, ci entriamo al seguito degli animatori del laboratorio teatrale Ama, l'Accademia mediterranea dell'attore, che per l'occasione mette in scena tre rappresentazioni de "Le pupe di pane". Un lavoro su come nei decenni scorsi, le massaie dei paesi pugliesi preparavano il pane. "Il pane lo fanno qui anche i detenuti - ci dice Franco Ungaro, il direttore dell'Ama. Alla fine delle rappresentazioni, ci doneranno una treccina che è proprio a forma di pupa".
Nella fortezza nata per ospitare 600 detenuti con l'opportunità di allargare la forbice sino a mille, tanti quanti ce ne sono oggi, quello del fornaio non è l'unico lavoro. Come ci racconta il coordinatore del personale educativo, Fabio Zacheo, lo è anche servire i pasti trasportati di cella in cella sui veloci carrelli di metallo. Ce lo dice per pura cortesia, perché glielo domandiamo a bruciapelo, mentre percorriamo un lungo corridoio, poco prima di mezzogiorno, allorché ci imbattiamo in due giovani impegnati giusto in tale servizio.
In quel corridoio ci siamo finiti dopo averne attraversati altri due dello stesso tipo e dopo aver notato una mezza dozzina di controllori.
Lungo il percorso, due cose ci impressionano favorevolmente. La pulizia che molti anni prima non avevamo riscontrato nel giudiziario di san Francesco, dov'eravamo entrati con una commissione regionale capeggiata dal mai dimenticato assessore Emanuele Capozza, ed una serie di grandi dipinti dai colori sgargianti. In uno riconosciamo Villa Sticchi di santa Cesarea.
"Sono di un detenuto ucraino tornato libero tre o quattro anni fa", ci risponde Zacheo. E quando insistiamo con le domande ed in particolare con "per quale reato era detenuto?", così taglia corto: "Credo per immigrazione clandestina". Avremmo voluto fotografarli, quei dipinti, ma il cellulare ci è stato requisito all'ingresso, dopo il deposito del tesserino professionale, la compilazione di una sorta di questionario ed il rilevamento anti Covid della temperatura.
Per un attimo dimentichiamo di trovarci in un carcere, anzi un supercarcere, visto che c'è anche una "sezione sicurezza". A farci tornare alla realtà, è la vista di alcuni detenuti, molti dei quali a torso nudo, che in un ampio cortile camminano avanti e indietro, probabilmente ognuno impegnato con i propri pensieri. Rivolti alla famiglia, ai figli, alla libertà, che qualcuno sicuramente non riavrà mai perché condannato a "fine pena mai". Per noi è una scena già vista. Nel san Francesco ricavato da un antico convento, dove lo spazio era molto più ristretto, ma non al punto da non farci riconoscere e salutare un conoscente. Un dee jay rimasto impigliato nella rete della droga, dalla quale è poi riuscito a liberarsi definitivamente.
Per tornare ai detenuti, uno, del Brindisino, lo troviamo fra gli spettatori del lavoro teatrale al quale ci accingiamo ad assistere. Senza sapere con chi abbiamo a che fare - un altro ristretto, una guardia carceraria, un educatore? - azzardiamo la domanda la cui risposta è, appunto "fine pena mai", con l'aggiunta di un "ma lui continua a dire di non aver ucciso nessuno, ed in attesa di tempi migliori, se ne sta quasi sempre a studiare in biblioteca". Magari vorrà prendere il diploma o addirittura laurearsi, sussurriamo sottovoce; ma quello non può più sentirci. Il teatro ha alzato il sipario.
Il lavoro, interpretato da cinque attrici, scorre sicuro ed in mezz'ora si chiude con successo. Almeno nella sezione maschile dove ci troviamo. Ma a tarda sera apprendiamo che in quella femminile è andata ancora meglio. Non poteva essere diversamente: donne che si rivolgono a donne. Durante la mezz'ora, con un occhio seguiamo il mimo ed i dialoghi e con l'altro i detenuti, una ventina, che vi assistono. Il più magnetico è proprio l'ergastolano. A guardarlo stentiamo a credere, per via della grave accusa di cui è gravato, che possa avere la serenità d'animo di assistere all'evento. Ma evidentemente, la forza per farlo gli deriva proprio dalla convinzione di considerarsi innocente.
Dietro di noi, che siamo in prima fila, un volto ci appare conosciuto. Ma sì, è quello dell'onorevole Lorenzo Ria, già presidente della Provincia di Lecce. "Pupe di pane" è solo per i giornalisti ed i detenuti. Che ci farà qui? Forse, in qualità di politico, è in veste di osservatore? "Sono un volontario della Caritas di Campi Salentina - ci illumina quando riusciamo a parlargli. Con altri come me ci vengo due volte a settimana". Caspita - ci viene spontaneo replicare.
È un bell'impegno". E pensando più a noi stessi che ad altri, aggiungiamo: "Non tutti hanno il coraggio di farlo". Ai detenuti, Ria e gli altri volontari, Caritas diocesana compresa, sono di grande aiuto. All'inevitabile conforto umano, aggiungono il disbrigo di pratiche burocratiche: dalla richiesta di prodotti per l'igiene personale, alla sistemazione in alloggi.
Ingresso, corridoi, spazi per l'ora d'aria, il salone dove si tiene la rappresentazione teatrale. Altro non abbiamo potuto vedere, nel supercarcere di borgo san Nicola.
Più di tutto, è le celle che avremmo voluto visitare. Per cancellare, finalmente, l'immagine di quanto visto al san Francesco. Una grande stanza al pianoterra, che a considerare i letti a castello, doveva aver ospitato quindici, di più, venti detenuti. Un dettaglio, al cospetto delle sue quattro mura, che grondavano umidità come fosse sudore, all'ombra di un piccolo quadrato piastrellato sul quale campeggiava, sorretto da un treppiede di ferro, un grosso tegame per cuocere il sugo.
di Virginia Grozio
Il Gazzettino, 2 agosto 2020
Lo ha chiesto la Lega lamentando problemi strutturali e di sicurezza. Aree dismesse, problemi strutturali e di sicurezza, grandi difficoltà logistiche. E tanto altro ancora. Questo è il bilancio della visita di ieri effettuata alla Casa di reclusione femminile della Giudecca dall'Unione sindacati di polizia penitenziaria del Triveneto e da una delegazione di deputati veneziani della Lega, composta da Giorgia Andreuzza, Alex Bazzaro e Sergio Vallotto.
"Il carcere femminile di Venezia Giudecca ha fatto il suo tempo. È ora di pensare una buona volta ad una struttura idonea, funzionale ed in terraferma. Investire massicciamente su un edificio vecchio e con limiti evidenti sul piano della sicurezza e della logistica è anacronistico e oltremodo dispendioso per i cittadini", hanno dichiarato i deputati della Lega.
Il sopralluogo è stato finalizzato alla verifica delle condizioni di igiene, salubrità e sicurezza degli ambienti e luoghi di lavoro del personale all'interno della struttura. Le criticità del carcere femminile della Giudecca emerse sono molte e su diversi fronti. Nell'antico edificio vi sono zone pericolanti, aree non utilizzate, parti recintate, cavi a vista ed è stata anche riscontrata la presenza di topi, malgrado le operazioni di derattizzazione.
I fatiscenti ambienti del carcere risultano essere inadatti al lavoro degli agenti della polizia penitenziaria, ogni giorno impegnati in lunghi turni a contatto con persone dalle situazioni estremamente complicate. Inoltre la collocazione dell'antico stabile veneziano, in passato sede di un convento, rende davvero difficoltoso il raggiungimento del luogo di lavoro. A causa della mancanza di spazi in caserma, alcuni agenti sono costretti a lavorare da pendolari.
"Le postazioni destinate per i posti di lavoro degli agenti, non sono conformi a quelle previste dalla legge 81/2008. La soluzione è pensare a una location diversa sia per gli ospiti, sia per gli agenti. Per coloro che vi lavorano, la struttura è diventata una sede di passaggio dove non si ci ferma perché non sussistono le condizioni abitative e lavorative", ha dichiarato Leonardo Angiulli, Segretario Generale Uil-Pa Polizia Penitenziaria del Triveneto.
"Alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno vi lavorano occorre garantire sicurezza", hanno sottolineato gli esponenti leghisti. Per poi aggiungere: "C'è un evidente problema per l'incolumità del personale, con le detenute a contatto diretto con le donne della polizia carceraria. Per il personale della polizia carceraria, inoltre, raggiungere il luogo di lavoro è a dir poco difficoltoso, tant'è che molte candidate al ruolo optano per altre sedi.
È ora di adottare provvedimenti concreti. L'acqua alta ha evidenziato le difficoltà di mantenere in laguna un edificio storico e sottoposto a vincoli della Sovraintendenza. Già nel 2012 la Lega si era battuta per lo spostamento in terraferma della struttura penitenziaria, ma l'amministrazione di sinistra bocciò la proposta. Questi sono i risultati".
Corriere Adriatico, 2 agosto 2020
Giovedì scorso ha perso la vita un giovane che si trovava detenuto in carcere a Fermo. Si è tolto la vita a soli 23 anni. "Circa il 50% delle morti in carcere (in totale rappresentano una media di circa 160 all'anno) avvengono per suicidio - sottolinea Renzo Interlenghi, candidato sindaco del centrosinistra #FermoFutura intervenendo sulla questione - a dimostrazione che il sistema penitenziario non è in grado di fornire risposte adeguate a soggetti che non hanno bisogno della detenzione per potersi riabilitare, poiché spesso, invece, hanno bisogno di strutture socio sanitarie che li aiuti, innanzitutto, a sopravvivere al senso di abbandono i cui si sentono.
Mi sto candidando a sindaco della città di Fermo per il centrosinistra, ma sono innanzitutto un avvocato che, quindi, ha un osservatorio privilegiato su determinate problematiche. Durante il lockdown, come coordinatore della Protezione civile e con la collaborazione del sindaco di Monte Vidon Combatte, abbiamo donato mascherine ai detenuti perché, per affrontare determinati problemi è necessario unire le forze e fare quadrato. Questi gesti, però, non bastano perché chi sta dentro vive in un'altra dimensione e, spesso, quella dimensione produce crisi di rigetto che si materializzano in gesti insani che lasciano un vuoto, nelle famiglie, nelle amicizie (anche carcerarie) e nella società.
Gli operatori penitenziari fanno il massimo e questo lo comprese l'allora ministro alla Giustizia Oliviero Diliberto che dette dignità al corpo della Polizia penitenziaria ma è il sistema penitenziario che deve essere riformato. Manifesto, pertanto, la mia più sincera solidarietà alla famiglia del giovane che è venuto a mancare - la conclusione di Interlenghi - affinché non si senta sola e possa avvertire la presenza della persona e della istituzione che andrò a rappresentare".
di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 2 agosto 2020
L'ondata Covid, in qualche maniera, non ha devastato le prigioni toscane come è accaduto in altri istituti sul suolo nazionale, spiega il radicale Massimo Lensi, fra i fondatori di Progetto Firenze, esperto delle problematiche carcerarie esistenti in Italia.
di Dianele Iacopini
di redattoresociale.it, 2 agosto 2020
Sergio Santoro (Associazione nazionale funzionari del trattamento): "La nostra figura è sempre più marginalizzata. Chiediamo un incontro al ministro Bonafede". "Da diversi anni si assiste ad un processo di marginalizzazione dei funzionari dell'area educativa - esecuzione penale per adulti - nei processi gestionali degli Istituti penitenziari, nonostante la previsione di centralità del ruolo di questo funzionario disegnata dal quadro normativo e dalle circolari sulle aree educative al fine dare applicazione al principio costituzionale dell'art. 27 della Carta Fondamentale dello Stato". A dirlo è l'Associazione nazionale Funzionari del trattamento (Anft) che sul tema ha chiesto un incontro al ministro Alfonso Bonafede.
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 2 agosto 2020
Nel piano del ministro condiviso con Lamorgese per fermare gli arrivi dei tunisini rimpatri con le navi e sequestro dei gommoni. Ma il Pd vuole nuovi accordi con la Libia. Non ha preso un colpo di sole, Luigi Di Maio. Né ha ripreso a flirtare con Matteo Salvini: anzi semmai è l'esatto contrario. Il pugno duro sui migranti sfoderato dal capo della Farnesina - che, a costo di sfiorare l'incidente diplomatico con la collega Lamorgese, ha minacciato di bloccare i fondi della cooperazione se il governo tunisino non aiuterà l'Italia a fermare le partenze all'origine - è tutto un gioco delle parti interno all'esecutivo giallorosso.
Obiettivo: smontare la propaganda del leader leghista, che sulla nuova emergenza in Sicilia ormai punta per riguadagnare il consenso perduto. Suonando lo spartito che i due architravi della maggioranza, M5S e Pd, sentono più congeniale. In una studiata divisione dei compiti che, stavolta, non prevede improvvisazioni. Nel silenzio voluto del premier Giuseppe Conte. Il quale, sebbene coinvolto in tutti i passaggi (almeno due i vertici riservati tenuti in settimana con i ministri dell'Interno e degli Esteri) ha deciso di girare al largo dello scoglio su cui già i gialloverdi rischiarono di incagliarsi. Facendo però trapelare che "la linea di Di Maio è quella di tutto il governo".
Nel giorno del grande sbarco, con 250 migranti approdati a Lampedusa nell'arco di 24 ore e il sindaco Martello pronto ad ammutinarsi se non verrà dichiarato lo stato d'emergenza, è l'ex capo politico dei 5S a prendersi la scena. Artefice di una strategia che gli serve, innanzitutto, per riconquistare il grosso del Movimento tendente sull'immigrazione a destra, ma costretto a ingoiare la revisione dei decreti Sicurezza, malvista pure da Alessandro Di Battista ("Forse alcuni li vogliono modificare per dare soldi alle cooperative più che diritti ai popoli" tuona in tv l'aspirante capo politico). E però anche per rintuzzare l'assalto di Lega e Fratelli d'Italia, schierati contro "un governo incapace e pericoloso" che "vuole tenere i clandestini in Italia".
In stretto contatto con il segretario del Pd Nicola Zingaretti, col quale Di Maio tiene ormai un filo diretto. Come diretto è pure il filo intrecciato con Lamorgese. Appena incrinato dalla sortita, non concordata, sul blocco dei 6,5 milioni destinati alla Tunisia: minacciato negli stessi minuti in cui l'inquilina del Viminale affrontava il nodo degli sbarchi con l'omologo francese Darmanin. Una sbavatura vissuta come scorrettezza istituzionale. Che il giorno dopo obbliga il titolare degli Esteri a una rapida correzione di rotta.
E così, mentre Zingaretti lanciava il suo ultimatum sul memorandum con la Libia - "Va riscritto e in tempi brevi" perché "c'è un tema di diritti umani da risolvere" spingendo "l'Europa a promuovere corridoi umanitari, quote di accoglienza, a chiamare l'Onu" - Luigi Di Maio dettava su Fb il suo programma per "fronteggiare il fenomeno migratorio", analizzato "nel dettaglio con il ministero dell'Interno". Una sottolineatura non casuale. "Abbiamo le idee chiare, non servono slogan o urla, ma bisogna agire con determinazione" scandisce il capo della Farnesina.
"Per questo stiamo già lavorando a un piano specifico che prevede di fermare le partenze dal paese d'origine" mediante "un nuovo accordo di cooperazione migratoria: sequestrare e mettere fuori uso i gommoni; rimpatri più veloci, anche via nave e non solo in aereo; riattivare la redistribuzione dei migranti in tutta Europa; fermare i fondi per la cooperazione se non c'è collaborazione con l'Italia". Toni più sfumati rispetto a quelli perentori di 24 ore prima. E anche la Ue "deve rispondere concretamente. Non c'è tempo da perdere", l'esortazione finale. Che consente a Di Maio di chiudere l'incidente con il Viminale.
Il Pd è con lui. Guerini, responsabile della Difesa, è pronto a schierare l'esercito per impedire la fuga dei migranti in arrivo. La prima nave quarantena ancorerà a Lampedusa in serata. Tappe di un disegno condiviso. "Ha fatto bene Di Maio a invocare la linea dura", approva il responsabile Sicurezza del Nazareno, Carmelo Miceli.
"Il tema non è chiudere i porti, ma fermare i barchini, i trafficanti di uomini che speculano sulla disperazione. Noi non siamo per l'accoglienza indiscriminata, chi non ha diritto di restare in Italia va rimpatriato subito e gli altri redistribuiti nei in Europa". Musica per le orecchie del ministro degli Esteri. Che già prepara l'ultimo colpo a sorpresa: una missione in Tunisia con Lamorgese, la commissaria Ue Johansson e l'Alto rappresentante per gli affari esteri Borrell. Il sigillo del suo ingresso tra i grandi d'Europa.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 2 agosto 2020
Il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise. Sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio "nel nome della tolleranza" il "diritto a non tollerare gli intolleranti". È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles. Ma il problema va ben oltre i tradizionali schieramenti ideologici e lo sciocchezzaio di giornata e richiama una grande questione: quale è il rapporto tra l'affermazione della più ampia libertà di opinione e la tutela della dignità e della reputazione di individui, gruppi e minoranze?
Ancora: la piena manifestazione del pensiero e della parola, deve arrivare fino a proteggere opinioni antidemocratiche, ignobili, che esprimono odio, disprezzo e discriminazione? Infine, tutte le parole sono innocenti oppure c'è un limite, superato il quale, diventano pietre? Qui pietre significa proprio materia contundente, capace di fare male e ledere corpo e anima.
La giurisprudenza sembra orientata oggi su una posizione così riassumibile: tutto sta nel rapporto tra parola e comportamento. Ovvero, le idee (le parole conseguenti) incontrano limiti - e dunque meritano sanzioni - quando determinano una situazione di pericolo concreto e attuale (non proiettato nel futuro) di condotte offensive: suscettibili, cioè, di ledere terzi. Se le parole, insomma, sono direttamente correlate ad atti e a comportamenti che abbiano conseguenze materiali su altri, allora limitarle e sanzionarle in caso di violazione, corrisponde a un diritto di legittima difesa esercitato dalla società.
Certo, esiste anche il rischio di "eccesso di legittima difesa", ma è proprio qui che va esercitata un'azione intelligente di bilanciamento tra due beni entrambi meritevoli di tutela: appunto, la più ampia libertà di parola e la protezione della dignità delle minoranze (in questo caso quella omosessuale e transessuale). Quell'opera di mediazione tra due diritti costituzionalmente riconosciuti è tutt'altro che facile e richiede molto equilibrio. Per questo, la soluzione approvata dalla commissione giustizia della Camera dei deputati appare saggia.
Sulla base di un emendamento proposto dal deputato di Forza Italia, Enrico Costa (eccolo, infine, un liberale coerente, accompagnato dalle sole Carfagna, Bartolozzi e Polverini), si è arrivati, grazie alla mediazione dei parlamentari del Pd, Alessandro Zan e Walter Verini, alla riformulazione dell'articolo 3. Oggi esso recita: "Ai sensi della presente legge, sono consentite la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte". Non è un dispositivo retorico.
È, piuttosto, la risposta efficace alle preoccupazioni in buona fede per esempio di chi, cattolico osservante, paventa che la propria convinzione sull'esclusività del matrimonio eterosessuale, possa ricadere sotto sanzione perché considerata come discriminatoria nei confronti di altre forme di sessualità o coppia o famiglia. La nuova formulazione dell'articolo 3, a mio avviso, già risponde positivamente ai timori di un giurista pacatamente critico come Filippo Vari che, su Avvenire (25 luglio del 2020), ha chiesto una più puntuale precisazione del "nesso tra atti discriminatori e violenza".
L'articolo in questione, evidentemente, non risolve una volta per tutte questioni che si manifestano su un terreno sdrucciolevole, ma credo si possa dire che sono stati indicati confini precisi e limiti nitidi. Si può legittimamente sospettare, dunque, che non tutte le resistenze che permangono nei confronti della legge, si debbano a una autentica preoccupazione per la libertà di opinione; e che, invece, possano dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel web.
Infine, è istruttivo ricordare, come suggerito dal parlamentare e giurista Stefano Ceccanti, un passaggio dei lavori preparatori della Costituente, che vide protagonista Palmiro Togliatti. Il leader comunista, la cui principale fonte di ispirazione non era esattamente John Stuart Mill, trattando di tali temi e in dialogo con Giuseppe Dossetti, sosteneva che il movimento anarchico andasse "combattuto sul terreno della competizione politica democratica, convincendo gli aderenti al movimento della falsità delle loro idee". Ma "non si potrà negargli il diritto di esistere e di svilupparsi". Quale lezione per tutti: i tiepidissimi liberali e i democratici autoritari.
- Crotone. Avviato servizio gratuito di supporto per detenuti e loro familiari
- Migranti. Sommersi e salvati, la piazza contro i soldi alla Libia
- Migranti. I decreti sicurezza dietro il focolaio dell'ex caserma di Treviso
- Migrante, rifugiato, rispetto: le parole tradite, le parole vuote
- "Nessuno nasce Caino", le voci dal carcere nel racconto di De Simone










