di Liana Milella
La Repubblica, 1 agosto 2020
Con un durissimo editoriale di Nello Rossi, direttore della rivista online Questione Giustizia, la corrente di sinistra dei giudici si schiera contro il leader di Autonomia e indipendenza. Una toga da sempre rossa, che per giunta si chiama Nello Rossi, contro il collega più sarcastico d'Italia, Piercamillo Davigo. Un ex procuratore aggiunto di Roma, già in pensione, contro l'ex pm di Mani pulite. Ma soprattutto una colonna di Magistratura democratica, le toghe rosse appunto, contro il fondatore della corrente Autonomia e indipendenza. Il direttore di Questione giustizia, la rivista online di Md, contro il collega che ha sbancato il botteghino dei voti quando si è candidato prima all'Anm, era marzo 2016 e prese 1.041 voti, e poi al Csm, 2.522 voti a luglio 2018.
Ma l'orologio del tempo, secondo Rossi, sarebbe destinato a segnare proprio la sua permanenza a palazzo dei Marescialli. Perché Davigo, a Candia Lomellina, è nato il 20 ottobre 1950. Settant'anni dopo, secondo le sciagurate regole sull'anzianità volute e fate votare dall'ex premier Renzi, il 20 ottobre di quest'anno va in pensione. E secondo Rossi deve anche lasciare il Csm.
Lui, Davigo, ha sempre sostenuto il contrario. Ma adesso il lungo editoriale di Rossi aprirà un dibattito all'interno del Csm e una controversia tra le due correnti - Md e A&I - che in questi mesi più volte si sono trovate assieme su nomine e scelte da prendere. Un fatto è certo: un articolo da 20mila battute, che apre la storica rivista di Md, sarà destinato a pesare sull'affaire Davigo. Appena reduce, peraltro, dall'aver vinto la battaglia contro Palamara sulla richiesta di astensione nella sezione disciplinare che giudicherà l'ex pm di Roma sotto accusa a Perugia per corruzione.
"Sta per nascere un caso Davigo al Csm?" - È sotto questo titolo che Rossi apre la querelle su Davigo. Che si apre con due lunghi interrogativi e si conclude con una sentenza. Garbato certo, ma pur sempre un benservito. Ecco le domande: "Davvero si pensa che Piercamillo Davigo possa rimanere in carica al Consiglio Superiore anche quando non sarà più magistrato?" E ancora: "L'ibrido di un 'non più magistrato' che continua a esercitare le funzioni di componente togato dell'organo di governo autonomo della magistratura non risulterebbe giuridicamente insostenibile e foriero di squilibri e contraddizioni nella vita dell'istituzione consiliare?".
Dopo otto cartelle, affollate di riferimenti giuridici, la risposta è netta: "Si tratta di prendere atto che tra membri togati e membri laici non esiste lo spazio per il tertium genus dell'eletto non più magistrato, metà pensionato e metà consigliere, ormai svincolato dalle regole applicabili ai magistrati in servizio ma investito dei compiti propri del governo autonomo della magistratura". Con un contentino per l'ex pm di Milano che suona così: "Non sono in discussione né il rispetto per la persona di Davigo, per la sua storia professionale ed umana e per il consenso raccolto tra i magistrati, né il dissenso netto, spesso nettissimo, verso molte delle sue posizioni sui temi della giustizia penale e dell'assetto del giudiziario. Nonostante la ferocia dei tempi ci ostiniamo a credere che rispetto personale e dissenso ideale possano e debbano stare insieme. Ma la loro convivenza non può che essere assicurata dall'osservanza dei principi e delle regole propri dell'amministrazione della giurisdizione".
Perché Davigo dovrebbe lasciare - L'assunto di Nello Rossi è netto: "Chi è eletto al Consiglio da tutti magistrati in servizio deve essere a sua volta un magistrato in servizio". A suo dire ciò deriva dalla legge del 24 marzo 1958 (la 195) che ha istituito il Csm, in cui si legge che "non sono eleggibili i magistrati che al momento della convocazione delle elezioni, non esercitino funzioni giudiziarie". Legge che fissa la distinzione, per la provenienza delle 16 toghe (diventeranno 20 con la prossima legge sul Csm), tra magistrati "che esercitano le funzioni" di legittimità, di pubblico ministero e di giudice presso gli uffici di merito". Chiosa Rossi: "Il possesso - effettivo ed attuale - dello status di magistrato nell'esercizio delle funzioni è dunque un requisito indispensabile perché sussista la capacità elettorale passiva; e ciò in coerenza con le disposizioni costituzionali che regolano la provvista dei membri togati del Consiglio Superiore".
Rossi prosegue con dubbi che in realtà presenta come certezze: "Ora è possibile, o meglio è concepibile, che il venir meno dello status che (solo) ha consentito l'elezione al Consiglio del componente togato sia considerato irrilevante ai fini della permanenza in carica di chi non è più magistrato? Ed è concepibile che - una volta cessata l'appartenenza all'ordine giudiziario su cui si radica l'elettorato passivo e su cui poggia la rappresentatività stessa del componente togato - chi non appartiene più alla magistratura possa continuare ad esercitare le funzioni di amministrazione della giurisdizione e quelle di giudice disciplinare?". È evidente che la risposta è no. Tant'è che la conclusione di Rossi è netta: "La cessazione dello status di magistrato - sia essa l'effetto di una scelta volontaria, come nel caso delle dimissioni dalla magistratura, di una situazione di natura oggettiva come avviene per il collocamento in quiescenza o di una sentenza penale di condanna - determina la perdita del requisito, indispensabile, della capacità elettorale passiva e produce di conseguenza l'automatica decadenza dalla carica di consigliere superiore".
Davigo e il caso Palamara - Ma, secondo Rossi, il pensionamento di Davigo s'intreccerebbe anche con il caso Palamara, sotto giudizio disciplinare al Csm, e con Davigo tra i suoi "giudici" visto che la sezione disciplinare ha rigettato la richiesta di una sua astensione presentata dallo stesso Palamara.
Un "non più magistrato ma ancora consigliere togato", si chiede Rossi, potrebbe giudicarlo ed emettere una sentenza? La risposta del direttore di Questione giustizia è un "no" bello tondo. Perché, scrive Rossi, "un ex magistrato - e tale è, a tutti gli effetti, chi viene collocato in quiescenza - non è più soggetto alla giurisdizione disciplinare. La giustizia disciplinare può essere esercitata esclusivamente nei confronti dei magistrati in servizio, siano essi esercenti funzioni giudiziarie o collocati temporaneamente fuori ruolo". E quindi, conclude Rossi, "il componente del Consiglio superiore 'pensionato' si troverebbe in una posizione del tutto anomala ed eccentrica sia rispetto ai consiglieri togati del Consiglio, sia rispetto alla generalità dei magistrati". I quali, se fanno parte del Csm, "incorrono di diritto nella decadenza dalla carica se riportano una sanzione disciplinare più grave dell'ammonimento". Ma Davigo, ormai in pensione, non sarebbe più "processabile" disciplinarmente.
di Andrea Capocci
Il Manifesto, 1 agosto 2020
Scienziati e giornalisti chiedono al governo che siano resi tutti pubblici, non solo gli aggregati. Le regioni li hanno ma non li comunicano. E la privacy non c'entra. Ogni venerdì, l'Istituto Superiore di Sanità comunica il valore del coefficiente Rt. Il numero, ormai lo abbiamo capito, sintetizza la situazione dell'epidemia in Italia: se è più piccolo di 1, la diffusione del virus rallenta; se è più grande, accelera. Un indice così importante, sulla base del quale potremmo persino ritrovarci in un nuovo lockdown, dovrebbe essere basato su dati pubblici in modo che chi ne abbia le competenze possa confermare o smentire il valore calcolato.
Ma non si può: i dati necessari per calcolarlo non sono pubblici. Per calcolare Rt serve, infatti, la data di insorgenza dei sintomi per ogni nuovo caso di Covid-19 e nelle tabelle della protezione civile - le uniche rese pubbliche quotidianamente - questo dato non c'è. Non è l'unico che manca. Dei casi positivi non conosciamo il sesso, l'età, il luogo di residenza, quello del contagio. Informazioni preziose per capire, ad esempio, l'andamento del contagio tra i giovani in vista della riapertura delle scuole, oppure il rischio di contrarre il virus all'aperto.
Alcune regioni comunicano questi dati in maniera sommaria, magari a voce, in una conferenza stampa. Ma comunicazioni come queste non permettono di fare analisi statistiche. E così bisogna accontentarsi delle conclusioni ufficiali.
Il tema di una maggiore trasparenza dei dati è stato sollevato più volte durante la pandemia. Lo ha fatto, in tempi recenti, anche l'Accademia dei Lincei, la più prestigiosa società scientifica italiana, in un documento in cui si legge: "Tutti i dati sull'epidemia devono essere resi pubblici, ovviamente nel rispetto della privacy". "Non è ammissibile perciò - proseguono gli Accademici - che il pubblico abbia accesso solo alle conclusioni e non ai dati originali". In ballo c'è la questione della riproducibilità delle scoperte, uno dei pilastri del metodo scientifico. "Nel caso delle analisi epidemiologiche - continuano gli accademici - che hanno ricadute sulla vita della società, è opportuno e utile che gruppi diversi di scienziati arrivino a conclusioni sostanzialmente condivise. Nel caso di specie ciò è impossibile se è vero che un solo gruppo di scienziati è in possesso dei dati necessari per fare le analisi".
I dati che vengono comunicati ogni giorno non bastano ai tanti scienziati e semplici cittadini che vorrebbero capire qualcosa in più sull'epidemia. Il fisico Giorgio Parisi, che dell'accademia dei Lincei è presidente, spiega perché quelli comunicati dalla protezione civile non bastino: "Possibile che la domenica non muoia nessuno?", dice, riferendosi al fatto che, per ragioni organizzative, i dati nel fine settimana appaiono regolarmente sottostimati. "Inoltre - prosegue Parisi - sarebbe importante avere informazioni sui luoghi di contagio e sulle catene epidemiologiche: se si registrano 50 casi slegati tra loro, o se appartengono a un unico focolaio, dal punto di vista epidemiologico è una faccenda ben diversa. Questi dati le regioni li hanno, ma non vengono comunicati".
C'è chi ha provato a aumentare la trasparenza. Il deputato Riccardo Magi di +Europa ha proposto un emendamento al decreto "Rilancio". Poche righe: "I dati relativi all'andamento della situazione epidemiologica e al monitoraggio del rischio sanitario (...) sono pubblicati sul portale dati.gov.it, a fini di ricerca e analisi, in formato aperto e disaggregato". Il portale governativo appositamente creato per fornire dati aperti, attualmente, contiene oltre 34mila banche dati sugli argomenti più disparati: dalle ricette tipiche del trentino all'ampiezza delle spiagge. Ma alla richiesta di usarlo per divulgare i dati a disposizione dell'Istituto Superiore di Sanità, il governo ha dato parere contrario. "Ha citato il parere contrario del Garante per la privacy, ma è una questione di volontà politica - afferma Magi - Il modo per rendere anonimi i dati si sarebbe trovato. Ci voleva un minimo sforzo: l'Italia è stato il primo paese democratico colpito dalla pandemia, pubblicare subito i dati sarebbe stato utile per tutto il mondo".
L'ostacolo potrebbe venire dalle regioni stesse, che forniscono i dati all'origine? "So che hanno difficoltà a fornire al governo i 21 indicatori necessari per il monitoraggio. Forse sarebbe stato meglio chiedere meno indicatori ma più trasparenti".
Non tutte le regioni hanno comunicato i dati con la stessa regolarità. La giornalista scientifica Cristina Da Rold ha monitorato l'operato delle regioni in materia. "Da maggio in poi, le regioni si sono più o meno allineate. Ma nel momento più importante, tra marzo e aprile, tra l'una e l'altra c'era molta differenza. Alcune fino a fine aprile non avevano nemmeno una pagina dedicata alla pandemia".
La più attiva è stata il Veneto. "È l'unica che aggiorna e condivide i dati due volte al giorno, con quelli disaggregati per singolo ospedale". La prima a creare una piattaforma con gli "open data", però, è stata la provincia di Bolzano. Dunque, fare meglio era possibile. "Si sarebbe dovuta imporre la pubblicazione dei dati come standard. Uno dei perni della comunicazione del rischio da parte delle istituzioni è la fiducia e la trasparenza ne è un fattore importante". Ma avere dati aperti sarebbe stato utile anche dal punto di vista dell'informazione. "Ad esempio, a un certo punto si è capito che c'era un problema nelle Rsa, soprattutto nella Lombardia. Con un sistema di open data sarebbe stato possibile avere questa informazione in tempo reale e si sarebbe potuto iniziare prima anche il lavoro di inchiesta".
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 1 agosto 2020
Durerà solo tre giorni, in occasione della festività islamica dell'Eid al-Adha. È cominciato ieri, venerdì 31 luglio, il cessate il fuoco annunciato da Suhail Shaheen, portavoce dell'ufficio politico dei Talebani a Doha, Qatar, e subito accolto dal presidente afghano Ashraf Ghani. Durerà tre giorni, in occasione della festività islamica dell'Eid al-Adha, e potrebbe condurre al negoziato tra i Talebani e il governo di Kabul, più volte rimandato anche se previsto dall'accordo firmato a Doha il 29 febbraio 2020 da mullah Baradar, a capo della delegazione talebana, e da Zalmay Khalilzad, il rappresentante speciale dell'amministrazione Trump.
Al cessate il fuoco si accompagna infatti la decisione del presidente Ghani di rilasciare 500 detenuti talebani, che si sommano ai circa 4.600 già liberati dalle carceri governative dallo scorso marzo. Questi ultimi fanno parte di una lista di 5,000 persone consegnata dagli studenti coranici ai rappresentanti istituzionali. I 500, la cui liberazione è stata annunciata ieri da Ghani, non sono invece inclusi nella lista, ma servono da "compensazione": Ghani ha infatti deciso di non liberare gli ultimi 400 detenuti della "lista talebana", perché responsabili di gravi crimini. Della loro sorte, ha detto, si occuperà un'apposita Loya Jirga, un'assemblea di notabili.
Un modo per scaricare su altri una scelta moralmente e politicamente difficile, simile a quella affrontata nel novembre 2019 quando Ghani aveva deciso di avallare lo scambio tra tre membri della sanguinaria rete Haqqani e due docenti occidentali sequestrati dai barbuti. Questa volta ha liberato 4.600 militanti, ma non i 400 detenuti di "alto profilo", in cambio di 1.005 detenuti governativi rilasciati dai Talebani. E in cambio, così spera, dell'avvio del negoziato, di cui è stato finora semplice spettatore, spesso critico, più raramente accomodante.
L'accordo tra Usa e Talebani firmato a Doha prevedeva che il dialogo intra-afghano iniziasse il 10 marzo, ma la fiducia tra il governo Ghani e i Talebani allora era ai minimi. Oggi, a mesi di distanza, le accuse reciproche continuano, ma aumentano le pressioni esterne, specialmente degli americani e dell'inviato Khalilzad, affinché i due attori comincino a parlarsi, evitando di compromettere la strategia elettorale del presidente Trump. Nei giorni scorsi proprio il portavoce dei Talebani Shaheen aveva chiarito la posizione della leadership: siamo pronti al dialogo, ma soltanto dopo la liberazione di tutti i 5.000 detenuti della lista. La mossa, scaltra ma rischiosa di Ghani, non è stata ancora commentata dai Talebani, che questa volta potrebbero dimostrare quella flessibilità finora negata: un recente messaggio del leader supremo, Haibatullah Akhundzada, aveva toni molto più "ecumenici" e rassicuranti del solito, a dispetto dell'intensità della violenza con cui gli studenti coranici continuano a colpire le forze di sicurezza afghane.
Non però quelle americane o straniere: lo esclude l'accordo di Doha, un accordo bilaterale che non dice nulla sul grado di violenza consentito ai Talebani contro le forze afghane. Il presidente Ghani, e ancor di più la popolazione, chiede che il cessate il fuoco di tre giorni venga prolungato, che diventi permanente, così da concedere respiro ai civili: secondo il rapporto di Unama, la missione dell'Onu a Kabul, reso pubblico il 27 luglio, nei primi sei mesi del 2020 si sarebbero registrati 1,282 morti e 2.176 feriti. Il 13% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. La diminuzione, sostiene l'Onu, va ricondotta alle ridotte attività militari degli eserciti stranieri e della branca locale dello Stato islamico. E 3.458 vittime rimangono comunque troppe per parlare di pace.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 agosto 2020
"Si richiedono per i prossimi tre mesi 5.400.000 mascherine normali, 100.000 mascherine di tipo N95, 3.600.000 guanti in lattice, 10.000.000 guanti in plastica, 450.000 litri di disinfettante per le mani, 1.000.000 litri di disinfettante per le superfici, 5000 scudi facciali, 5000 occhiali protettivi, 5000 camici protettivi, 300 sistemi di ventilazione dell'aria e 250 macchinari per la disinfestazione".
Questa è la prima di quattro lettere, trapelate e visionate da Amnesty International, che l'Organizzazione delle prigioni ha inviato a partire dal 25 marzo al ministero della Salute per sollecitare maggiori risorse e prodotti per contrastare la pandemia da Covid-19 nelle carceri iraniane e curare i detenuti contagiati. La lettera sottolinea anche l'urgente bisogno di fondi per acquistare apparecchiature mediche essenziali, come misuratori della pressione e dei livelli di glucosio, termometri, saturimetri, stetoscopi e defibrillatori.
Le successive lettere portano le date del 12 maggio, del 14 giugno e del 5 luglio. Nelle prime due si lamenta l'assenza di risposte e nell'ultima si sollecita un incontro urgentissimo. Anche questa è rimasta priva di riscontro. L'attuale direzione dell'Organizzazione delle prigioni fa dunque sul serio, al contrario del precedente direttore, Ashgar Jahangir, non a caso attuale consulente del ministero della Giustizia, che in passato aveva lodato "esemplari" iniziative adottate per proteggere la popolazione carceraria dalla pandemia e aveva proclamato l'assenza di decessi da Covid-19.
Gruppi locali per i diritti umani hanno denunciato oltre 20 decessi per sospetto coronavirus nelle prigioni iraniane. Notizie ricevute da Amnesty International riferiscono di detenuti con sintomi da coronavirus non visitati per giorni, poi posti in quarantena o in isolamento senza accesso a cure mediche adeguate. Una prigioniera risultata positiva, Zeynab Jalalian, risulta scomparsa dal 25 giugno 2020. Era in sciopero dalla fame da sei giorni poiché le autorità avevano rifiutato di farla ricoverare fuori dalla prigione di Shahr-e Rey, nella capitale Teheran.
A un'altra detenuta, la difensora dei diritti umani Narges Mohammadi, così come ad altri prigionieri, non è stato reso noto l'esito del tampone. Tra la fine di febbraio e la fine di maggio, secondo fonti ufficiali, 128.000 prigionieri sono stati temporaneamente rilasciati e 10.000 sono stati graziati. Il 15 luglio è stata annunciata una nuova serie di rilasci. Da queste misure sono stati esclusi centinaia di prigionieri di coscienza: difensori dei diritti umani, cittadini stranieri o con doppio passaporto, ambientalisti, fedeli di religioni vietate e manifestanti arrestati arbitrariamente durante le proteste del novembre 2019.
La popolazione carceraria è, secondo dati ufficiali, di 211.000 persone, ben oltre la capienza massima dichiarata di 85.000. Dal mese di marzo, le agghiaccianti condizioni di prigionia e il timore della diffusione della pandemia hanno spinto molti detenuti a intraprendere proteste, scioperi della fame e tentativi di evasione. Le proteste sono state sedate con estrema violenza.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 1 agosto 2020
La ministra dell'Interno: "Coronavirus, non possiamo abbassare la guardia. Delicati i prossimi mesi per i contagi". Rimpatri dei tunisini anche con le navi e controlli intensificati per gli stranieri che giungono in Italia.
Nel momento di massimo allarme per gli sbarchi e la curva dei contagi che riprende a salire, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese annuncia nuove misure di contrasto e parla di "passi obbligati per gestire l'impatto di un flusso straordinario di sbarchi autonomi di migranti economici reso ancora più complesso dall'emergenza Covid-19".
Il suo messaggio è esplicito: "Garantiremo la tutela della salute pubblica delle nostre comunità locali, ma i migranti economici sappiano che non c'è alcuna possibilità di regolarizzazione per chi è giunto in Italia dopo l'8 marzo 2020".
Però continuano ad arrivare. Avremo un'estate con migliaia di sbarchi?
"In questo mese di luglio ha influito la crisi economica senza precedenti che sta producendo un numero eccezionale di partenze dalla Tunisia di chi tentano di proseguire il viaggio in Europa. Ho detto al ministro dell'Interno francese, Gérald Darmanin al Viminale, che la crisi tunisina non può essere gestita da un solo Paese per tutta l'Europa. E ho ottenuto dalla commissaria all'Immigrazione della Ue, Johansson, l'impegno ad andare quanto prima insieme in Tunisia perché una crisi economica con effetti migratori così rilevanti, si risolve soprattutto sull'altra sponda del Mediterraneo".
Intanto tra gli italiani monta la paura...
"Le comunità locali sono giustamente sensibili al tema della sicurezza sanitaria, con una particolare attenzione dei sindaci e dei presidenti di Regione rivolta ai migranti irregolari. Capisco le loro preoccupazioni anche se il problema dei controlli anti Covid-19 riguarda anche tutti gli stranieri che giungono in Italia, per lavoro o per motivi di studio o per turismo, in pullman, in treno e in aereo".
Cosa farete?
"Il governo non può permettersi di abbassare la guardia perché i dati epidemiologici, non solo
quelli relativi agli stranieri, ci dicono che dovremo usare molta cautela nei prossimi mesi".
I controlli su chi arriva sono affidabili?
"Tutti i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono sottoposti al test sierologico e poi al tampone. La quarantena è obbligatoria per tutti, ma prima di trovare posti dedicati il Viminale deve affrontare mille "no" che arrivano da comuni e Regioni".
Avevate promesso una nave da mille posti dove tenere chi deve stare in isolamento.
"La procedura di noleggio si è finalmente conclusa e dovrebbe essere operativa già domenica notte. Le prime gare erano andate deserte perché d'estate le navi sono impegnate per i collegamenti con le isole. Ora, con una nuova gara, stiamo lavorando per una seconda nave da posizionare davanti alle coste calabresi".
Dopo le fughe dai centri lei ha deciso di impiegare l'esercito. Basterà?
"I 400 militari destinati in Sicilia e quelli dislocati come rinforzo in Friuli Venezia Giulia svolgeranno un sevizio molto importante per rafforzare i controlli già assicurati dalle forze di polizia. A tutti questi uomini e a queste donne in divisa non mi stancherò mai di inviare un ringraziamento particolare a nome dell'amministrazione dell'Interno e di tutto il Paese".
Si parla di migliaia di persone in attesa di partire dalla Libia...
"In quel Paese c'è bisogno di stabilità e l'Italia non si deve tirare indietro perché solo in una cornice di sicurezza è possibile gestire il controllo delle frontiere e i flussi dell'immigrazione irregolare, sempre nel rispetto dei diritti umani e della salvaguardia delle vite in mare e in terra".
E l'Unione europea?
"Da molti mesi insisto in sede europea sulla necessità di attivare operazioni di evacuazione dei migranti presenti nei centri gestiti dal governo libico attraverso corridoi umanitari organizzati dalla Ue e gestiti dalle agenzie dell'Onu".
Nulla è però accaduto, intanto si è aperto il fronte tunisino...
"Lunedì scorso ho incontrato a Tunisi il presidente della Repubblica Kais Saied e il presidente incaricato, il ministro dell'Interno Hichem Mechichi. Abbiamo concordato per agosto un incremento di rimpatri sui voli bisettimanali già riattivati lo scorso 16 luglio dopo lo stop imposto dal lockdown".
Rispetteranno il patto?
"Abbiamo sollecitato anche modalità più flessibili per il rimpatrio, un gesto simbolico da parte della Tunisia, magari anche con l'utilizzo di navi per effettuare un numero consistente di rimpatri".
E che cosa diamo in cambio? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio vuole bloccare i soldi per la cooperazione...
"Ho apprezzato le dichiarazioni di oggi del premier incaricato Mechichi che si è rivolto ai suoi concittadini auspicando che trovino opportunità economiche nel loro Paese senza mettere a rischio la propria vita con le traversate in mare. Per questo dobbiamo o aiutarli".
Avete raggiunto l'intesa sui decreti sicurezza. Reggerà fino a settembre?
"L'intesa è stata raggiunta. Ora inizia la fase del confronto con gli enti territoriali per valutare insieme i profili del nuovo sistema di accoglienza".
Si sente assediata?
"Io nell'emergenza cerco sempre di mantenere la calma per prendere decisioni che poi non abbiano effetti collaterali controproducenti. Qualcuno dice che sono sotto pressione ma chiunque sia passato al Viminale sa che ogni giorno qui bisogna affrontare problemi e trovare soluzioni. Per governare un tema complesso come l'immigrazione bisogna profondere energie e prospettare modelli di intervento tutti i giorni dell'anno. Non solo quando arriva l'estate e i telegiornali trasmettono le immagini dei barconi che spuntano nel mare di Lampedusa".
di Francesca Schianchi
La Stampa, 1 agosto 2020
Il capogruppo Pd: "Modifica dei dl Salvini dopo il confronto con i sindaci. Poi bisogna intervenire sulla legge Bossi-Fini: servono flussi regolari e accordi internazionali".
"I riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto". Per questo Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, si mostra soddisfatto dell'accordo raggiunto sui decreti sicurezza: "Grazie a quell'intesa cambiano radicalmente i decreti Salvini, strumenti inadeguati che hanno solo creato insicurezza e clandestinità".
Presidente, al momento non cambia nulla: di trasformare l'accordo in legge non se ne parla prima di settembre...
"Si sarà pronti quando sarà terminato un percorso di condivisione con enti locali e regioni. È una scelta giusta, perché dobbiamo fare in modo che le modifiche siano concordate con tutti, e in particolare chi come i sindaci hanno più sofferto dei decreti Salvini".
Per poi rinviare l'approvazione dopo il 20 settembre ed evitare che il tema migranti possa togliervi voti alle Regionali?
"No, non penso affatto che dobbiamo aver paura delle modifiche che vogliamo apportare. Era un errore fare propaganda contro le Ong e dobbiamo porre rimedio. Era un errore smantellare un sistema di accoglienza diffusa e dobbiamo porre rimedio. Sono modifiche utili all'Italia".
Mi scusi, ma l'origine del rapporto complicato con le Ong risale al periodo del governo Gentiloni, quando Minniti era ministro dell'Interno e lei delle Infrastrutture...
"Tutti sanno quanto in quel periodo ho posto il problema su alcuni accenti che mi sembravano sopra le righe. Ma nessuno è stato lasciato in mare quando ero responsabile dei soccorsi. Salvini ha usato le Ong e i migranti come fatto politico di propaganda. Questo governo e quello Gentiloni provano e hanno provato sinceramente a risolvere le cose".
Un anno fa saliva sulla Sea Watch. Poi è arrivato il vostro governo: vede molta discontinuità sul tema migranti?
"Allora l'uso dei migranti era politico ed era giusto indignarsi, anche a costo di salire su una nave. Ora c'è l'impegno del governo a modificare il memorandum sulla Libia e a trasferire i compiti della Guardia costiera libica alla Marina, tramite la missione Irini".
L'impegno è per l'anno prossimo, e nel frattempo avete rifinanziato la Guardia costiera libica che arriva a sparare ai migranti, com'è successo qualche giorno fa...
"Che la Guardia costiera sia da abbandonare il prima possibile siamo tutti d'accordo, ma la condizione della Libia richiede una presenza alternativa con la nuova missione Inni. Se mi si chiede di scegliere tra risolvere un problema aspettando tre mesi per farlo o lasciare il campo e le cose come stanno, scelgo sempre la prima opzione".
Qual è allora il tempo giusto perché le modifiche ai decreti sicurezza diventino legge?
"Il tempo è ora, appena finito îl confronto coi sindaci. E dovremo superare, come da programma, anche la Bossi-Fini, abbandonando l'idea che le migrazioni si gestiscano solo in emergenza: servono flussi regolari e accordi internazionali".
Non si potevano cambiare i decreti Salvini in questi 11 mesi di governo?
"Si poteva fare. Ma è meglio raggiungere un obiettivo insieme che da soli. C'è voluta una lunga discussione, e l'emergenza Covid ci si è messa di mezzo. Ma il risultato è ottimo, ora dobbiamo fare presto".
Intanto il ministro Di Maio reagisce con durezza all'aumento degli sbarchi dalla Tunisia: ha bloccato 6,5 milioni di fondi per la cooperazione allo sviluppo. Ha fatto bene?
"La cooperazione e lo sviluppo sono la chiave di tutto. Ma devono essere accompagnati da responsabilità ed impegno dei Paesi".
Lei si è sempre dichiarato a favore dello ius culturae: questa maggioranza si occuperà anche di una legge di questo tipo?
"Il percorso si era già avviato, poi il virus ha interrotto tutto. Ma mi auguro che il Parlamento torni a occuparsene".
Lo spera solo lei o è una priorità della maggioranza?
"I riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto. Io ho seminato per quattro anni prima di ottenere l'approvazione dell'assegno unico, una rivoluzione epocale che sostiene stabilmente tutti i bambini. Anche sullo ius culturae non mollo, nell'idea che ogni volta che abbiamo concesso più diritti a qualcuno siamo diventati più forti tutti. I cambiamenti avvengono con costanza e determinazione: sono sicuro che arriverà anche questo risultato".
Sui migranti vi aspettate aiuto dall'Europa?
"L'Europa deve fare su questo tema lo stesso salto di qualità che ha fatto sull'emergenza Covid. Deve pensare a un piano di aiuti alle economie dei Paesi della sponda del Mediterraneo in cambio dei diritti umani. Questa è la politica alta che deve fare l'Europa, non si tratta dì cose da terzomondisti, definizione di cui peraltro non mi vergogno".
Sull'economia parla di salto di qualità della Ue: sapremo spendere bene quei fondi?
"Non si possono spendere per regali come Quota 100, che va eliminata. Ora mi aspetto uno scatto in avanti del governo nelle proposte".
Il Mes va preso?
"I miliardi del Recovery Fund arriveranno solo l'anno prossimo, prendere il Mes mi sembra una questione di buon senso. Se qualcuno pensa che ci siano ancora condizionalità, sia compito di Palazzo Chigi chiarire una volta per tutte".
Le previsioni di calo del Pil sono drammatiche, cosa farete per invertire la rotta?
"Sono molto preoccupato per l'autunno, temo per la coesione sociale del Paese. Il vero banco di prova per il governo sarà la riapertura della scuola, che più di tutto è il pilastro della società. Solo attraverso la scuola ridaremo speranza ai cittadini".
di Carlo Crosato
Il Dubbio, 1 agosto 2020
"Il colore dell'inferno", saggio di Curi. In uno scenario in cui la retorica securitaria impera e trova sosta solo nella monotona soluzione carceraria, alla barbara invocazione di "gettar via le chiavi", una riflessione sulla prigione e, in generale, sul sistema penale risulta già di per sé preziosa.
Se poi una simile riflessione procede da un lungo lavoro di ruminazione filosofica e tende non solo a una riforma presuntamente umanitaria della pena ma a un sovvertimento della razionalità con cui si intendono le relazioni sociali, anche quelle con gli individui fragili e rei di aver sbagliato, allora essa giunge come una insperata boccata di aria fresca dove le scorie intellettuali rendevano l'ambiente invivibile. E quello che il sistema penale occidentale, soprattutto nella sua connotazione punitiva e carceraria, richiede è davvero un ripensamento radicale.
Sono assai note le ricerche che negli anni Settanta Foucault ha dedicato a questa realtà, interrogandosi sul suo profondo significato, ricercando la provenienza storica e portando alla luce la vera natura della punizione carceraria: essa, si può riassumere, si colloca al margine della dimensione sociale reputata normale e retta, ma instaura con essa uno stretto rapporto di interscambio. Una specie di catena di montaggio collega il dentro del carcere rispetto al fuori, alla città, alla libertà; o, viceversa, il dentro della società con quel fuori dove vengono esclusi i rifiuti umani. Al punto che non esistono davvero un dentro e un fuori; esiste bensì un complesso sistema che normalizza dentro il carcere ciò che poi si potrà operare fuori dalle sue mura: quella della sicurezza, quindi, è una mera illusione, rivelandosi piuttosto il movente grazie a cui si procurano le condizioni per un potere erosivo nei confronti dello stato di diritto.
Ancora più in profondità si spinge Umberto Curi nel suo Il colore dell'inferno: una profondità che gli viene aperta dalla sua capacità di sondare un passato che non è solo quello cronologico della genealogia, bensì quello mitologico, che struttura in maniera inconsapevole ma pervicace il nostro pensiero. È lì che ci si può collocare, per interrogare il significato della punizione, il tipo di relazioni che essa conforma, il modello di società da cui essa può essere accolta con più o meno coerenza. In un serrato, ma accessibile, confronto con questi significati, Curi si pone delle domande che oggi non possono davvero più essere evitate se si vuol uscire dai paradossi che inquinano il nostro vivere collettivo. Fra tutte: il sistema penale moderno è uscito dalla logica della vendetta? Perché una società che si ritiene avanzata sente l'esigenza di infliggere una sofferenza a un proprio membro al fine di rispondere alla sofferenza che egli ha provocato?
Non solo, come ci ha dimostrato Foucault nei decenni scorsi, la pena carceraria si rivela nociva anche per i membri dell'intero sistema sociale che la invoca. Sotto la lente di ingrandimento di Umberto Curi essa si dimostra irrazionale, incapace di produrre gli effetti che intende perseguire: un germe di irrazionalità all'interno di un sistema giuridico che si vorrebbe invece razionale e conseguente. Se interrogati sul senso della pena, spesso si fa appello alla categoria del merito: il reo merita la pena perché trasgressore di una specie di contratto, proprio come nell'antico rapporto fra un debitore e il suo creditore per cui quest'ultimo poteva rifarsi sul corpo del debitore insolvente. La possibilità di infliggere un dolore rappresentava allora un godimento che retribuiva il creditore pur non risarcendolo della perdita, precisamente come fa oggi la privazione della libertà o della vita. Lo squilibrio provocato dalla trasgressione rimane invece intatto: dove risiederebbe quindi la razionalità della pena?
Vi sarebbe infatti un barlume di razionalità se la pena riuscisse a cancellare il reato, a far come se non ci fosse mai stato e a reintegrare l'ordine universale. Si tratta di una pretesa dalla chiara origine mitico- religiosa, che tuttavia la religione cristiana ha abbandonato in favore della prospettiva della misericordia, mentre viene assunta con tutti i suoi paradossi da una illusoria concezione rieducativa della pena, che fa dello Stato il depositario di valori, obiettivi e universali cui ricondurre il reo.
Uscendo da un dibattito tutto giocato dentro simili paradossi, l'analisi di Curi permette di prendere coscienza che il nostro di- ritto replica, solo ammodernandola e ricoprendola di una patina quasi umana, la logica della vendetta, ossia una logica capace di offrire un fugace e superficiale appagamento, ma del tutto impotente rispetto a quel senso di giustizia e di buona relazione che si muove nel profondo del vivere civile.
Mettendo in luce la logica intima della pena, la proposta cautamente, ma acutamente, elaborata da Curi muove verso una definizione riparativa della giustizia: una prospettiva che superi la logica del castigo, e che rimetta in primo piano le figure in carne e ossa del reo e della vittima, considerandole come membri di una comunità, e impegnando il colpevole nella profonda e volontaria ricerca di soluzioni al conflitto, allo scopo di favorire la riparazione del danno e la riconciliazione delle parti. Si tratta di una proposta impegnativa e, per i meno ottimisti, perfino utopica; e tuttavia non mancano esempi e sperimentazioni in questo senso, volti cioè alla ricostruzione delle relazioni, al reinserimento anche di quegli individui più fragili che nel sistema attuale subiscono solo emarginazione, sospetto e odio, rimanendo incastrati in una coazione a ripetere i loro errori.
Il Messaggero, 1 agosto 2020
L'Arabia Saudita si conferma essere per le donne il peggior posto dove vivere. Oggi compie in carcere 31 anni Loujan. Un compleanno amaro, doloroso. Questa giovane donna è stata arrestata nel 2018 con l'accusa di sovvertire il sistema per difendere i diritti delle donne in Arabia Saudita. Da allora la sua famiglia, a più riprese, ha denunciato anche le torture alle quali Lou è stata sottoposta dalla polizia. Le è stato praticato persino il watherboarding. Sul suo caso Amnesty International tiene acceso i riflettori nonostante il regno saudita voglia far calare sulla questione il silenzio internazionale.
I guai sono iniziati con la battaglia di Loujain al-Hatlhoul per poter guidare una macchina. Nel 2014 divenne virale un filmato fatto infrangendo tutti i divieti anche se aprì la strada a spiragli di libertà per il mondo femminile e a un movimento che poi ha portato a togliere i divieti per le donne di guidare la macchina. Inutile dire che il video fu condiviso e visto da milioni di donne nel mondo arabo. Tuttavia Lou fu punita con l'arresto.
Nata a Gedda e in possesso di una patente degli Emirati arabi uniti, guidò da Abu Dhabi fino al confine con l'Arabia Saudita. Il video, caricato su You Tube, ebbe una valanga di visualizzazioni e di commenti, divisi tra sostenitori e critici. L'anno prima, con il marito accanto, l'attore saudita Fahd al-Butayri, si era filmata mentre tornava a casa a Riad, sempre guidando. Quella volta il suo caso finì dinanzi ad un tribunale militare in quanto rientrava sotto la nuova legge antiterrorismo, trattandosi di un fatto che danneggiava la reputazione del Paese.
Nel novembre 2015, dopo la concessione alle donne del diritto di voto da parte della monarchia saudita, Loujain decise di candidarsi alle elezioni locali, ma il suo nome non fu mai incluso nelle liste, nonostante l'ammissione ufficiale della sua candidatura. Lo stesso anno Lou venne stata inserita al terzo posto della classifica delle 100 donne arabe più potenti.
In realtà Loujain aveva rilanciato una battaglia cominciata dalle sue compatriote nel 1990, quando a decine si misero al volante per protesta e per questo furono imprigionate per 24 ore, alcune di loro persero passaporto e lavoro. Nel 2008, dopo una petizione presentata al re Abdullah, una delle sue promotrici, l'attivista Wajeha al-Huwaider si era filmata al volante mentre guidava all'interno di un complesso residenziale.
Nel 2011 fu lanciata la campagna Women2Drive, un vero e proprio appello all'azione. Su Facebook, l'iniziativa guadagnò consensi. La lotta ha portato all'emanazione - il 26 settembre 2017 - da parte del principe ereditario Moḥammed bin Salman, di un decreto reale che stabiliva il rilascio delle prime patenti di guida femminili da giugno 2018. L'Arabia Saudita resta al 141mo posto su 149 dell'ultimo 'Global Gender Gap Report' del Forum economico mondiale come peggior posto per le donne nel quale vivere. Le donne vengono considerate eterne minorenni, pertanto sottoposte al controllo di un "guardiano", un uomo della famiglia, che supervisiona tutti gli aspetti principali della vita e ha potere sulle decisioni più importanti come lavorare, studiare, sposarsi, divorziare. Il 4 giugno 2017 Loujain è stata arrestata per la seconda volta in Arabia saudita. La ragione per l'arresto non è mai stata chiarita e non le è stato concesso di avere un avvocato o di contattare la sua famiglia.
Quando Riyad annunciò la fine dell'anacronistico divieto di guida per le donne, Loujain ricevette una telefonata in cui le autorità le impedivano di commentare la notizia o parlarne sui social. Nel 2018 la giovane donna è stata prelevata dai servizi di sicurezza - assieme al marito - e portata a Riad, dove è stata incarcerata e poi rilasciata. Da allora non è mai più uscita dal carcere. Tre mesi dopo l'arresto Loujain è stata trasferita in un carcere a Gedda, sua città natale, e finalmente i genitori sono riusciti a vederla.
"Tremava costantemente, non riusciva a stare seduta o a tenere qualcosa in mano" ha scritto Alia, riferendo che l'attivista ha raccontato in lacrime ai genitori delle torture subite. "È stata picchiata, affogata con il waterboarding, sottoposta a scariche elettriche, minacciata di stupro. Il tutto alla presenza di un consigliere reale, Saud al-Qahtani" ha denunciato la sorella di Loujain. Amnesty International, spinge le istituzioni di alcuni Paesi occidentale a chiedere a Riyad maggiore trasparenza e di aprire i propri centri di detenzione a ispezioni internazionali.
Il rapporto denuncia la situazione drammatica di una decina di esponenti di spicco del movimento femminista nel regno - tra cui Loujain - trasferite in prigione senza avere mai ricevuto la notifica formale di alcun capo di imputazione, senza aver avuto la possibilità di contattare un avvocato.
L'imponente ondata di arresti condotta nel maggio 2018 è stata giustificata dalla Casa reale da esigenze di sicurezza nazionale. Sulla base delle testimonianze indipendenti raccolte, è emerso che le attiviste sono state sottoposte a "raccapriccianti interrogatori" per poi subire in carcere "vessazioni atroci: frustate, stupri di gruppo, waterboarding, elettroshock" inflitti dagli agenti penitenziari. Amnesty insiste per avere urgentemente un'indagine indipendente.
di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 31 luglio 2020
La circolare di Via Arenula suggerisce la repressione come risposta al conflitto nelle carceri. Ma i fatti dicono che la forza non serve. Serve invece un modello di detenzione che guardi alla Costituzione. Ci sono in questo momento in Italia numerosi procedimenti penali in corso per il reato di tortura, introdotto nel codice penale italiano nel 2017, dopo anni di iniziative politiche e di campagne che hanno visto spesso Antigone tra i protagonisti.
di Cesare Burdese
Ristretti Orizzonti, 31 luglio 2020
Affrontare il tema della dimensione architettonica del carcere in Italia, significa descrivere la storia e la cronaca di un fallimento culturale che si è consumato, a livello teorico e pratico nel corso degli anni, a partire dal varo della riforma introdotta dal nuovo Ordinamento Penitenziario con la Legge n.354 del 1975 e che continua ad invalidare il monito costituzionale ed il dettato normativo in tema di pena detentiva. Con l'introduzione di quella riforma, nella dimensione architettonica del carcere non sono stati studiati ed adottati i presupposti operativi necessari per la sua applicazione, vale a dire una diversa e più moderna e coerente concezione edilizia ed architettonica degli istituti stessi ed una loro diversa collocazione urbanistica.
Il modo riformato di vedere e concepire la figura del detenuto: non più numero in una massa indifferenziata, non più soggetto passivo di un trattamento punitivo e repressivo, ma persona in senso proprio, partecipe e protagonista delle attività trattamentali, dirette non a "redimerlo" attraverso l'espiazione, ma alla sua auto-educazione, grazie al trattamento individualizzato, all'osservazione scientifica della personalità, al lavoro in équipe, avrebbero dovuto avviare sul piano teorico prima e pratico dopo, il concepimento e la realizzazione di Istituti completamente altri, rispetto a quelli del periodo antecedente. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Così non è stato. Nel corso di oltre quarant'anni si sono continuati a costruire in Italia carceri disumani ed alienanti, caratterizzate da spazi vitali che non lasciano spazio né alla libera espressione né ad attività organizzate, non funzionali ad un moderno trattamento carcerario, né per facilitare e stimolare contatti socializzanti tra la comunità esterna e la popolazione detenuta, così da porre al servizio del territorio la struttura penitenziaria e viceversa. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Non si è stati capaci, nelle progettazioni che periodicamente sono state elaborate, di andare oltre l'esclusivo utilitarismo, e questo a totale discapito di soluzioni architettoniche non in grado, nei confronti dell'utenza, di spalancare nuove possibilità di arricchire l'esperienza, di agire prevalentemente in modo da convalidare, rassicurare, incoraggiare, sostenere, favorire, essere creativi.
È mancato il ruolo dell'architettura nel suo significato umano fondamentale, l'edilizia ha avuto il sopravvento.
Gli edifici carcerari sono stati concepiti esclusivamente per soddisfare esigenze funzionali più riferiti alla sicurezza che non al trattamento, con il risultato di creare luoghi che negano esperienze, invalidano, rendono incerti, scoraggiano, minano, reprimono, e distruggono il corpo e lo spirito.
Non sono stati messi in conto i bisogni materiali, psicologici e relazionali dell'individuo a vario titolo fruitore del carcere. (Vedi C. Burdese, Linee guida e idee progettuali per la nuova Casa Circondariale di Bolzano, in Dentro le mura, fuori dal carcere, Caritas Diocesi Bolzano-Bressanone, 2014)
Parafrasando le parole sull'Architettura Moderna dell'architetto spagnolo Ignasi de Solà-Morales, ci si è limitati in buona sostanza a produrre una architettura fondata esclusivamente sul paradigma della razionalità tecnica, ignorando i sentimenti e le emozioni dell'architetto come interprete dei desideri e delle speranze della società.
Non si è sentita l'esigenza di avvalersi dell'architettura, che, in quanto arte a pieno titolo, è espressione dello spirito del tempo, manifestazione di aspirazioni e obiettivi di giustizia, uguaglianza e solidarietà, ricerca ancora, nelle agglomerazioni sociali costituite dalle città, di una felice armonia tra vita del singolo e della collettività.
Ci si è fermati agli imperativi della razionalità tecnica, dell'efficienza, della mediazione fra bisogni e risorse, all'analisi di questi bisogni e all'individuazione delle possibilità materiali di dare ad essi una risposta.
Se per spazio non si intende solo quello materiale, ma anche la dimensione umana e psicologica in cui i soggetti si muovono, allora non si può che concludere che la struttura stessa condiziona e determina comportamenti e scelte, contribuendo, inoltre, a far si che il recluso acquisisca o consolidi i valori ed i principi della sottocultura carceraria. La coesistenza forzata, la monotonia dei ritmi quotidiani, la mancanza di stimoli, la ristrettezza e lo squallore delle forme architettoniche, per non parlare alla necessità di adattarsi passivamente all'ambiente per poter sopravvivere, non possono non generare - da un lato - spinte violente e sopraffattive e - dall'altro - non possono non immiserire l'individuo, riducendolo - con il passare del tempo - dallo status di persona umana a quello di detenuto. Ed è in questo clima esistenziale che nascono e prosperano gruppi di potere, bande rivali, violenza e passività, in sostanza un nuovo tipo di devianza, diversa da quella originaria. Paradossalmente, il carcere - con tutto il suo apparato teso a garantire la sicurezza - genera al suo interno quella violenza che vorrebbe eliminare. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Dopo la "rinuncia" degli Stati Generali dell'esecuzione penale, tutti i governi che si sono succeduti, hanno dimostrato di non comprendere i termini della questione, procedendo al contrario come sempre ed in questo modo affossando ogni possibilità di riscatto costituzionale della dimensione architettonica del carcere.
- "L'emergenza Covid ha fatto esplodere tutta la brutalità insita nel carcere in sé"
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- Servono con urgenza istituzioni credibili
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