di Liana Milella
La Repubblica, 30 luglio 2020
Costa contro Pignatone. Il deputato di Fi contro l'ex procuratore di Roma sulla proposta di legge per le ingiuste detenzioni. "È contro le toghe" dice Pignatone. "È una legge di civiltà" per Costa. "Una persona è finita ingiustamente in galera. Lo Stato che fa? Paga e si volta dall'altra parte, in attesa del prossimo pagamento, o cerca di capire perché è stato, a torto, privato qualcuno della libertà?".
Parte da questo interrogativo la replica di Enrico Costa, deputato di Forza Italia e responsabile Giustizia del suo partito, all'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone che, dalle pagine dei commenti di Repubblica, ieri ha criticato la proposta di legge Costa sull'ingiusta detenzione. Su cui è d'accordo anche il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ma che, secondo Pignatone, rappresenta un errore perché "finisce per indicare all'opinione pubblica i magistrati come colpevoli di tutti i casi di ingiusta detenzione, cosa certamente non vera. E diventa un implicito segnale lanciato a pm e gip a non adottare misure cautelari".
Pignatone sostiene che, dopo tante leggi per aumentare le pene, adesso la sua proposta è contraddittoria perché fa apparire i magistrati come "negligenti, prevenuti e innamorati del tintinnio delle manette"...
"Vorrei innanzitutto spiegare cosa c'è nella mia legge. Qualora venga riconosciuta un'ingiusta detenzione e sia pagata dallo Stato una somma a titolo d'indennizzo, il fascicolo dev'essere inviato "al titolare dell'azione disciplinare per le valutazioni di competenza". Si prevede poi una sanzione disciplinare a carico "di chi abbia concorso, con negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all'adozione dei provvedimenti di restrizione della libertà personale", successivamente riconosciuta come ingiusta detenzione".
Beh, ammetterà che questo passaggio comporta nei fatti, come scrive Pignatone, una presunta colpevolezza del magistrato che ha ordinato le misure...
"Per capire il senso della mia proposta bisogna partire dai dati. Nel 2019 i casi d'ingiusta detenzione sono stati mille, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione di 44.894.510 milioni di euro. Rispetto all'anno precedente, è in deciso aumento il numero di casi (+105) e soprattutto la spesa (+33%). Il sito errorigiudiziari.com rivela che nel 2019 il record di casi indennizzati spetta a Napoli, con 129, seguita da Reggio Calabria con 120 e da Roma con 105, poi Catanzaro con 83, Bari con 78 e Catania con 75. Il record della somma spetta a Reggio Calabria con 9.836.000 euro, seguita da Roma con 4.897.000 e Catanzaro con 4.458.000".
E questo cosa significa? Che tutti questi magistrati sono colpevoli?
"Dal 1992, anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione nei registri conservati presso il ministero dell'Economia, al 31 dicembre 2019, si contano 28.702 casi: in media, 1.025 innocenti in custodia cautelare ogni anno. Il tutto, per una spesa che supera i 757 milioni di euro in indennizzi, per una media di poco superiore ai 27 milioni di euro l'anno".
E allora? Lei vuole mettere sotto processo disciplinare tutte le toghe che hanno firmato gli arresti?
"In un Paese civile ci si dovrebbe interrogare sulle ragioni di questi errori. Ci dovrebbe essere qualcuno che, di fronte a un'ingiusta detenzione riconosciuta e indennizzata, riprenda in mano i fascicoli del procedimento e approfondisca per capire se qualcuno ha sbagliato. Una persona è finita ingiustamente in galera. Lo Stato che fa? Paga e si volta dall'altra parte, in attesa del prossimo pagamento, o cerca di capire perché è stato, a torto, privato qualcuno della libertà?".
Ammetterà che in questa sua pretesa c'è in nuce un processo alla magistratura...
"Non voglio né intimidire alcuno, né soffocare la lotta alla criminalità, ma neanche dimenticare che, dietro un innocente in carcere ci sono famiglie distrutte, attività lavorative andate in frantumi, ferite che non si rimarginano. Spesso un arresto, che poi si riconosce essere ingiusto, è sbandierato in conferenze stampa dove suona solo la campana dell'accusa, con buona pace della presunzione d'innocenza...".
Ma questo è quello che dicono da anni i garantisti che vorrebbero cancellare con un colpo di spugna tutti i processi all'insegna dell'illegalità più diffusa...
"Io ho visto invece, in questi anni, inchieste con titoli altisonanti, magari poi smentiti dai fatti, foto sbattute in prima pagina, la sentenza mediatica pronunciata in 24 ore. Poi, quando arriva il processo vero e stabilisce che quella persona è innocente, possono essere passati anni: chi ha sbagliato è stato promosso a più alti incarichi, ma resta una persona in carne ed ossa cui è stata tolta non solo la libertà, ma anche la possibilità di recuperare la credibilità".
E quindi lei propone di trasformare pm e gip in potenziali colpevoli da mandare sotto ispezione e successivo accertamento disciplinare?
"Io pongo una questione e faccio una domanda: è giusto o sbagliato dire che occorre approfondire se un arresto ingiusto sia stato disposto per negligenza o superficialità? Ogni professionista che sbaglia finisce sotto i riflettori e paga. Di fronte ad oltre 28mila ingiuste detenzioni, non solo nessuno o quasi nessuno ha mai pagato, ma addirittura nessuno ha mai analizzato la natura di questi errori".
Ma si rende conto che lei sta chiedendo il processo sul processo?
"Se lo Stato con una mano priva della libertà e con l'altra si scusa e risarcisce, qualcosa da verificare c'è. Poi si potrà ovviamente concludere che la verifica ha escluso ogni negligenza o che l'errore era inevitabile, ma almeno si è fatto un approfondimento. Oggi non si fa neanche questo. E se anche ci fossero gravi responsabilità, nessuno potrebbe venirle a conoscere e sanzionare. Un Paese civile non mette frettolosamente questi fascicoli in archivio, ma si organizza per evitare di ripetere gli stessi errori. Almeno quelli evitabili. Soprattutto quelli che privano della libertà personale una persona del tutto ingiustamente".
di Cesare Burdese
ilgiornaledellarchitettura.com, 30 luglio 2020
Conversazione a tutto campo con Pietro Buffa, provveditore dell'Amministrazione penitenziaria, sul ruolo dell'architettura per affermare il carcere della Carta costituzionale. Il nodo critico dell'agenda politica, mai in sincronia tra scelte e realizzazioni.
Il carcere è una costruzione filosofica e sociale, ma è anche una realtà fisica e umana, fatta di luoghi ed edifici, di norme e regole, di esseri umani e di relazioni sociali, di storie e rappresentazioni. In sostanza una microsocietà, la cui territorialità e governance sono condizionate, almeno in parte, dalla configurazione architettonica dell'edificio che la ospita.
Quindi, che ruolo affida all'architettura, per rispondere al mandato costituzionale riferito alla pena, ancorché carceraria?
Partirei dalla prima parte della domanda, laddove si parla del carcere come di una costruzione filosofica e sociale. Ritengo corretta una tale definizione anche se implica una distonia rispetto alla seconda parte del quesito. Il carcere è indubbiamente una microsocietà, ma non credo che sia tanto la concezione architettonica a condizionarla, quanto piuttosto la costruzione filosofica e sociale a determinare la forma del carcere. Ad esempio, gli istituti costruiti a cavallo degli anni 70 e 80 sono stati condizionati dall'emergenza terroristica, per cui sono monocellulari perché il bisogno del momento, rispetto alla reclusione dei terroristi, era quello dell'isolamento e della possibilità di limitare le comunicazioni e la socialità. Quando feci ingresso nel carcere di Torino non vi era nessuna area verde. Oggi vi si trova un numero esorbitante di alberi e di arbusti perché, nel frattempo alle originarie esigenze se ne sono sostituite altre.
Nella fase del concepimento di una prigione due logiche s'incontrano e, in una certa misura, si scontrano: quella dei progettisti e quella dell'amministrazione che lo dovrà governare. Da un lato gli architetti pensano l'edificio secondo i criteri abituali della loro professione (estetici, funzionali, tecnologici, rispettosi dei bisogni materiali e psicologici degli utilizzatori, ecc.). Dall'altro l'amministrazione impone un capitolato tecnico estremamente preciso e vincolante in termini di sicurezza. Sino a che punto si conciliano queste due logiche tra loro contrastanti?
Innanzi tutto bisognerebbe chiedersi se possono incontrarsi, prima ancora di dire su quale terreno lo possano fare. In questo momento non intravvedo un incontro sistematico tra architetti ed amministrazione; vedo piuttosto un'assenza di rapporto. Viceversa, come dicevo prima, la prassi è trasfondere in una progettazione in larga parte in mano agli apparati statali quello che, in un dato momento, è ciò si vuole ottenere dal carcere. Nei rarissimi casi degli anni'70 in cui alcuni architetti esterni hanno contribuito alla progettazione degli istituti, ciò è avvenuto sulla base di un'idealità che li accomunava con la politica. Ma quel capitolo si è chiuso, e i motivi non li saprei dire. Sta di fatto che oggi lo Stato, più che l'Amministrazione penitenziaria, fissa le priorità del momento, e demanda agli organi preposti la progettazione che, sostanzialmente, rispetta almeno nei capitolati quelle che sono le indicazioni ordinamentali rispetto agli spazi, alla funzionalità ecc.
Limitandoci al solo Occidente, dovunque, la gran parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere; la maggior parte di essi non viene riabilitata ma semplicemente repressa, e privata, insieme ai loro cari, di elementari diritti che le Carte costituzionali di ogni stato sanciscono. Quanto di tutto è imputabile alle negatività architettoniche insite nel carcere quale istituzione totale?
La domanda affonda le sue radici su una delle tante narrazioni che del carcere si fanno: una sorta di effetto ottico che è un gioco tra la verità e la verosimiglianza. Chiunque abbia potuto approfondire la statistica sa che con i numeri si può dire tutto e il contrario di tutto. Il nostro è un caso scuola. Sostenere che la pena carceraria abbia una sua inefficacia perché determina, questo è il termine chiave, una recidiva, e che la sua struttura fisica abbia un ruolo, pecca di almeno un errore di fondo. Qualunque visione deterministica si fonda sulla verosimiglianza piuttosto che sulla verità. È evidente che se analizzo il tasso di recidiva tra una popolazione condannata a misure alternative alla detenzione e lo comparo con quello riferito ad una popolazione condannata a pene detentive scopro, rispetto a quest'ultima, un tasso molto più importante. Ma ciò che i numeri tacciono è il fatto che stiamo parlando di due popolazioni completamente diverse, perché quello che fa stare le persone fuori, e riduce in qualche modo il tasso di recidiva, non è lo strumento penale che è stato utilizzato, ma il frutto della selezione per il quale quella misura è stata data, ed è una selezione sulle caratteristiche di affidabilità della persona, quando per affidabilità intendiamo normalità statistica rispetto al comportamento che ognuno dei consociati è tenuto ad avere. Allora a questo punto è da mettere in crisi l'affermazione che il carcere, nella sua forma, determini una mancata riabilitazione e, consequenzialmente alla domanda su quanto tutto ciò sia imputabile alle negatività architettoniche che conosciamo, tenderei a dire scarsamente imputabile perché è chiaro che una condizione di vita peggiorativa non può che stigmatizzare la persona; ma è la condizione sociale e psicologica dell'uomo in carcere, prima ancora della forma di quest'ultimo, ad indurre quel risultato.
Faccio parte di quella cerchia di architetti che operano sostenendo che la giusta considerazione del rapporto fra spazio ed essere umano, con i suoi bisogni materiali e psicologico-relazionali, nell'edificio carcerario, possa consentire di passare da un'architettura "che mortifica ed annienta" a un'architettura "che valorizza e riabilita" e offrire opportunità e dignità, tanto ai fruitori del servizio penitenziario, quanto al servizio stesso. Fino a che punto può l'architettura, con i suoi valori estetici e sociali, contribuire a cambiare nel carcere il corso negativo delle cose?
La domanda utilizza alcune formule la cui risposta, negli anni 70 e 80, avrebbero visto mettere in crisi lo stesso quesito, probabilmente rimandandolo al mittente. Mi riferisco all'architettura che valorizza e riabilita. Ancor di più mi scuote l'affermazione per la quale l'architettura possa "contribuire a cambiare nel carcere il corso negativo delle cose". Il carcere rimane comunque privazione della libertà, e dimenticarlo può significare edulcorare questa dura realtà, seppure con tutte le nostre buone intenzioni. Ma, detto questo, non sono un estremista e intendo rispondere alla domanda concentrandomi sull'offerta, da parte dell'architetto, di opportunità e dignità. Questo riconduce il discorso ad una visione più pragmatica attraverso uno degli elementi in gioco, in questo caso l'elemento architettonico. Non si può certo dire che la forma entro la quale la relazione umana e penitenziaria si svolge non debba essere presa in considerazione e sia indifferente ma, dal mio punto di vista, non è l'elemento prioritario seppur importante. È giusto che debba avere una sua coerenza nel senso di creare spazi adeguati allo svolgimento di quelle sottolineate relazioni umane, ma in tal senso, ne è funzione non determinante.
Alcune carceri recentemente realizzate all'estero si possono definire opere di architettura e non semplice edilizia, in quanto sufficientemente risolte sia sul piano funzionale che su quello estetico, ma soprattutto attente ai bisogni materiali e immateriali dei loro utilizzatori, indipendentemente dal titolo di utilizzo. Come valuta tali realizzazioni, dal punto di vista della funzione riabilitativa della pena e dell'umanizzazione del carcere?
La funzione riabilitativa, dal mio punto di vista, è concettualmente un'anticaglia. È un concetto che è stato ampiamente messo in crisi non solo nel volgo comune ma anche dagli addetti al settore. Quando sono entrato nell'Amministrazione si parlava di rieducazione, poi di risocializzazione e poi di reinserimento, successivamente di riabilitazione e ora di risarcimento: tra la rieducazione e il risarcimento passa dentro un fiume d'idee, posizioni e pratiche molto diverse tra loro. Anche in questo caso la forma architettonica credo incida poco. Sul punto dell'umanizzazione, viceversa, le condizioni e le forme strutturali di un luogo sono invece importanti. L'ampiezza di uno spazio, la sua gradevolezza cromatica, le condizioni dell'illuminazione, il tipo di arredamento, l'adeguatezza degli ambienti in relazione alla loro funzione aiutano a creare una migliore vita all'interno di un carcere. Un luogo dove vivi da solo nella tua cella, dotata di una certa gradevolezza e riservatezza e con un bagno a disposizione è ben diversa, in termini di umanità, da un luogo degradato in cui tu sopravvivi con tante altre persone che non ti sei scelto e senza alcuna intimità, per inciso la condizione più frequente nel nostro panorama penitenziario. Sarei comunque un po' più "laico" nel definire un carcere un'opera di architettura: una simile affermazione, pochi anni fa, sarebbe stata violentemente cassata. Un carcere rimane un carcere. Credo che l'opera di architettura abbia a che fare con la bellezza e il benessere, deve colpire per uno o più dei suoi elementi caratteristici che ti devono stupire, ti devono dare sensazioni positive. Ma questa condizione è cosa ben diversa da un luogo ed una condizione dove la volitività è fortemente limitata dal nucleo centrale e dove l'adattamento è la regola per tutti e a tutti i costi, pena la disperazione e la follia.
Gian Paolo Nascetti già nel 1983, sulle pagine de "La nuova città", con riferimento allo stato delle nostre infrastrutture penitenziarie, parlava della consapevolezza, che ci deriva dall'analisi storica, che ogni progettualità architettonica sottende un modello di esecuzione penitenziaria, e di quanto essa ci induca a rilevare come il riferimento costante e puntuale del nostro ordinamento penitenziario ad una esecuzione personalizzata e ad una diversificazione del trattamento non possa che aver accentuato l'aporia tra finalità rieducativa e miseria della situazione edilizia penitenziaria esistente. Come valuta in quella prospettiva la realtà odierna?
La prospettiva che viveva Nascetti nel 1983 appartiene ad un momento storico che poi non ha più avuto seguito. Ne è venuta meno l'idealità, l'elemento culturale di fondo. Nel 1983 siamo a 8 anni dalla riforma penitenziaria, in un momento in cui l'ordinamento è già in crisi ma si cerca di mantenere e rilanciarne lo spirito. È chiaro che c'è un vivace dibattito nel quale rientrano anche ragionamenti di questo genere. In realtà la miseria della situazione edilizia era forse più grave all'epoca che oggi. Siamo negli anni della gestione Amato che ha avuto il grande merito, tra i tanti, d'istituire l'edilizia penitenziaria. All'epoca non si poteva parlare davvero di un'edilizia penitenziaria che era stata, in larga parte, frutto del riutilizzo di conventi, rocche, fortezze ecc. Se ciò è vero allora, probabilmente, si distorce la storia quando si sostiene l'accentuazione dell'aporia tra le finalità rieducative della pena e la miseria della situazione esistente. All'epoca si credeva ad una finalità rieducativa, e questo forse obnubilava il fatto che la miseria della situazione edilizia era davvero grave. Oggi forse non si crede più davvero alla finalità rieducativa, ma emerge invece la condizione edilizia e la sua precarietà, che è una precarietà tra le tante italiane, dalle scuole ai ponti che crollano. È una miseria generalizzata che, ovviamente non può non interessare anche questo settore.
Che cosa pensa in merito ai progetti di rifunzionalizzazione a carceri delle nostre caserme dismesse? Per fare solo qualche esempio, dalla Nino Bixio a Casale Monferrato, alla Barbetti a Grosseto, alla Cesare Battisti a Napoli?
È un'occasione. Se parli delle cose della giustizia e della condizione del carcere in Italia non puoi non tener conto che l'Amministrazione non ha in mano tutte le carte del processo. La variabile determinante riguarda la decisione di ampliare o meno la platea delle persone a cui dedicare la prigione: è una scelta che concerne la politica criminale e quella sociale. Perché prima di quello penale, esiste un problema sociale dalla portata molto più ampia della capacità risolutiva dell'Amministrazione penitenziaria e che continua a fornire uomini da restringere dietro alle mura di un carcere. Tengo a precisarlo perché spesso, quando si parla di sovraffollamento, si genera un corto circuito; come se il sovraffollamento fosse un problema creato dall'Amministrazione penitenziaria senza tener conto che essa ne è vittima. Basti vedere che cosa è successo in questo periodo contraddistinto dalla pandemia. È stato subito chiaro che il distanziamento sociale era uno dei rimedi più efficaci per limitare il diffondersi del virus. Ma come si può attuare in carcere? Una parte della nostra società ha detto che bisogna svuotare le carceri ma, ovviamente, l'altra parte ha detto esattamente il contrario. Per questi ultimi il rischio della delinquenza è maggiore del rischio della pandemia all'interno delle strutture penitenziarie, mentre i primi lo accettano tranquillamente per evitare quella che si prospettava come una vera e propria ecatombe. In Lombardia ho circa 4000/4500 celle e all'inizio della pandemia avevo 8000/8500 persone. È evidente che avrei dovuto ridurre della metà il numero degli ospiti per garantire loro un sistema efficace di prevenzione, ma così non è successo. Allora, in un simile contesto, qual è la priorità? Lo spazio, fare dello spazio, che se non riesci a limitare gli ingressi devi gestirli all'interno. Quindi, la conversione delle caserme rappresenta un'occasione perché è un sistema rapido che ti fa evitare tutta una fase procedurale di espropriazione di terreni e di ricorsi connessi.
In uno dei suoi ultimi libri, intitolato Umanizzare il carcere, Lei prende in considerazione la revisione normativa e gestionale finalizzata all'umanizzazione del sistema penitenziario italiano, messa in atto a seguito delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Come interpreterebbe lo stesso tema in chiave architettonica?
Proprio su questo, ultimamente, mi è stato dato l'incarico di ritornare con altri colleghi su una definizione di modello gestionale dei detenuti. Il dibattito si è poi concentrato sul fatto che le persone dovessero uscire fisicamente dalle proprie celle e vivere una vita diversa da quella che, ordinariamente, fino a quel momento si era condotta. Uno dei nuclei centrali del lavoro assegnato corrisponde alla domanda: uscire dalla cella perché e per dove? La prima risposta è relativamente semplice. La chiusura in una cella obbliga una persona in uno spazio ristrettissimo, mentre la sua chiusura all'interno del suo reparto la costringe in un luogo che ha almeno un corridoio che normalmente misura tra i venti e i cinquanta metri. La seconda risposta è molto più complicata perché, anche se abbiamo dato a questa persona cinquanta metri di corridoio in più il problema è che questo non è comunque umano, se a questo non viene connesso anche altro. Allora, una delle questioni che si sta dibattendo è: dove li portiamo e per fare che cosa? Gli istituti costruiti negli anni '90 avevano previsto spazi ai piani terra da utilizzare per il lavoro, lo studio ecc., salvo che poi vennero sacrificati per farli diventare spazi di servizio, cioè uffici, magazzini depositi ecc.; anche in una certa parte dedicati alle attività trattamentali, ma non sono mai stati sufficienti per accogliere tutti, con il risultato che, finiti gli spazi, sono state respinte le proposte di attività. Ecco che interpretare in chiave architettonica l'umanizzazione del carcere significa progettare spazi sufficienti per fare uscire tutte le persone dalle loro celle, al fine di portarle in queste aree. A questo punto terminerebbe il mandato architettonico e dovrebbe iniziare quello relazionale, quello fattivo, legato alle attività che queste persone dovrebbero porre in essere.
Nella Relazione al Ministro sugli interventi in atto e gli interventi da programmare a breve e medio termine della Commissione ministeriale per le questioni penitenziarie del 25.11.2013, si indicava "(...) la necessità di avviare un'ampia discussione basata sul principio di non doversi poi trovare a gestire strutture, una volta ultimate, che non permettano una concezione della detenzione non meramente reclusiva; al contrario si promuoverà un'ipotesi di sperimentazione di istituti basati su modelli radicalmente diversi di organizzazione della detenzione. In questo contesto appare essenziale adeguare le cognizioni progettuali dell'Amministrazione penitenziaria anche attraverso il confronto e il contributo del mondo della progettazione architettonica con l'obiettivo di recuperare anni di previsione di strutture non centrate sull'analisi dei bisogni, materiali e psicologici, dei suoi futuri utilizzatori e parimenti non attente agli sviluppi culturali dello stesso pensiero architettonico". Che cosa di tutto ciò è stato attuato?
Innanzi tutto chiariamo che questa relazione è frutto di una commissione in cui c'erano degli architetti ed esprime il loro comprensibile punto di vista. Bisogna contestualizzare il momento e l'ambito. Non è un caso che sia il 2013, e non è un caso che in quel momento la politica s'indirizzasse verso alcuni obiettivi, tanto è vero che la commissione è frutto di un atto politico, di una volontà politica, come reazione alla sentenza Torreggiani. Allora cosa è stato attuato? Sono stati fatti dei tentativi, ma nel frattempo è cambiato il momento politico; e torniamo all'inizio della nostra conversazione. Le decisioni politiche si modificano repentinamente, molto più dei tentativi operativi e gestionali. Questo vuol dire giocare sempre perennemente in contropiede; ovvero, è difficile rendere coesi scelte e realizzazioni, E ciò, purtroppo, fa sempre riferimento al pendolarismo dell'agenda politica rispetto al carcere, che dovrebbe vedere una sincronia sino ad oggi mai realizzata.
di Martina Blasi
epale.ec.europa.eu, 30 luglio 2020
"Il nostro mondo non è capace di guardarsi dentro, ma solo di pensare a come esistere oggi, dove la legge della bellezza effimera è l'unica protagonista e dove un'opera d'arte come un essere umano può essere accantonata strappandole anche il gusto di ascoltare il suo nome". (Aniello Intartaglia, fotografo, riflessioni in occasione della mostra "Diffidenza" interamente dedicata al tema del carcere, realizzata sulle rovine del carcere di Procida).
La citazione, tratta da una riflessione di Aniello Intraglia, fotografo, che ha raccontato attraverso le immagini il disorientamento dell'uomo davanti alla realtà carceraria, mi fa pensare al caffè virtuale preso con Giuseppe Medile, detto Pino, detenuto presso Rebibbia, attualmente in detenzione domiciliare in quanto considerato un soggetto a rischio nell'emergenza covid-19.
Diffidenza, smarrimento, rimozione. I detenuti, simboli viventi di problematiche sociali, si ritrovano a vivere insieme in carceri costruite ai confini della città, persone emarginate da un sistema sociale che tende a promuovere la criminalità per poi nascondere il problema.
Il 16 luglio in "Un caffè con ... Erasmus e dintorni" Giuseppe Medile si è reso disponibile a fare un'intervista e a parlare di sé insieme con Maria Teresa Caccavale, la docente che fin da subito ha notato in lui un'attitudine al dialogo, alla scrittura e quindi allo studio e che lo ha coinvolto in numerosi progetti di scrittura a partire da un manoscritto autobiografico che Pino scrive a Rebibbia, dove sconta una lunga pena, e nel quale racconta la sua escalation nel mondo della malavita, la latitanza in Brasile, l'atroce realtà delle carceri sudamericane. Grazie all'impegno di Maria Teresa e delle docenti Cecilia Bernabei e Adele Costanzo, il libro è stato pubblicato con il titolo "I giocattoli di Dio" dalla casa editrice Chi Più Ne Art.
Durante la sua detenzione Pino scopre il valore della cultura, studia, consegue il diploma Tecnico e si iscrive alla facoltà di Psicologia, ma soprattutto continua a dedicarsi alla scrittura, infatti è autore anche di numerose poesie e di alcuni dei testi narrativi raccolti nell'antologia "Lenta cavalca nel tempo la prossima ora", opera dei detenuti che frequentano la scuola della sezione carceraria di Rebibbia.
"Pino ha la capacità di mettersi in gioco" racconta Maria Teresa e Pino infatti si mette subito in gioco anche durante l'intervista, parla senza filtri e si racconta come se fosse veramente davanti ad un caffè con quattro amici, così l'atmosfera si riempie subito di semplicità e spontaneità e ci dimentichiamo di essere a distanza. Del resto prima dell'intervista ci ha raccontato che la tecnologia in carcere è estremamente limitata, il divario digitale enorme, e adesso non gli sembra possibile essere in diretta con uno smartphone!
Gli chiediamo se sente la responsabilità di essere un role model, ovvero un esempio positivo per altre persone che come lui si trovano in regime detentivo e che possono, seguendo il suo esempio, decidere di seguire la scuola in carcere, risponde con un messaggio ai giovani, anche se non ha fiducia di essere ascoltato: "Sono nato in una borgata, c'era povertà in casa mia e nel rione nel quale abitavo, non ho potuto studiare e la strada mi ha portato in carcere varie volte, [...] poi ho conosciuto Teresa e mi sono segnato a scuola, ma inizialmente era per passare il tempo, perché passavo il tempo a giocare a carte, ma poi mi sono accorto che mi piaceva studiare ed ero anche incentivato dai professori che mi dicevano che avevo delle qualità [...] Se la cultura l'avessi conosciuta in tempi remoti forse avrei preso altre direttive. Purtroppo, quando entri una volta e una seconda volta in carcere, poi non hai più possibilità di riemergere nella società. [...] Ora voglio dire ai giovani che non sono nessuno, sono un fallito, non fate come me perché se nella vita risolvi i tuoi problemi con il crimine non c'è nulla da fare, finisci in carcere e tutto quello che hai fatto ti viene gettato addosso come il fango".
La sua storia ci ricorda che in carcere non devono venire meno i diritti costituzionali e l'articolo 27 della nostra Costituzione dice che la detenzione deve tendere alla rieducazione del condannato. La persona, sebbene con tutte le limitazioni imposte dal carcere, deve essere responsabile della propria giornata, mentre, ci ricorda Maria Teresa Caccavale, l'insieme di regole dettagliate e ferree che scandiscono la vita e le attività dei reclusi, portano il soggetto a sentirsi non un adulto quale è, ma un bambino soggetto a premi o sanzioni a seconda del rispetto o della disobbedienza alle regole poste.
Pino Medile in carcere usa la scrittura per manifestare liberamente il proprio pensiero, ma anche per dare un senso al tempo della detenzione. Sul tema interviene così Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, durante il convegno "La scuola dell'inclusione non ha confini. L'istruzione per adulti e la scuola in carcere, risorse da valorizzare nel quadro europeo", organizzato dal CeSPI il 19 dicembre 2019 presso la Biblioteca del Senato di Roma: "Dobbiamo ricostruire la modalità per dare senso a quel tempo, altrimenti anche i corsi di istruzione diventano dei riempitivi. La questione della significatività del tempo si pone oggi molto più forte che in passato, in quanto un anno di sottrazione di tempo oggi contiene un'esperienza vitale enorme. Il tempo carcerario deve essere accelerato altrimenti queste persone non sono reinseribili perché il punto base è la comprensione del presente. Il presente ha delle sue forme, dei suoi strumenti e noi dobbiamo rendere l'individuo in grado di comprendere il presente, perché un individuo che non è in grado di comprendere il presente non è in grado di inserirsi in esso e quindi è destinato alla serialità dei suoi ritorni all'interno del carcere".
Pino conferma e racconta che il tempo in carcere cammina diversamente dal tempo esterno. In questo periodo di arresti domiciliari può uscire per due ore al giorno, ma il tempo all'esterno scorre così veloce che sente di non fare in tempo ad uscire, che già deve rientrare a casa. Dice:" Lo studio aiuta perché non pensi che sei in carcere, ma quando finiscono gli studi allora è un dramma, perché finisce anche il rapporto con i docenti, i docenti che spesso ti ascoltano anche dopo le lezioni, gli confidi le tue pene, a volte assorbono la tua sofferenza e quando vanno via ti ritrovi solo, devi tornare in cella, è come se tu non avessi più famiglia, la scuola è la famiglia".
La scuola è fatta di relazioni, "La scuola, luogo di maggiore respiro del pensiero e di relazioni più aperte ed umane, è anche il luogo nel quale la sofferenza può emergere con più evidenza, trovando le sue parole e immagini, trovando modo di prendere figura e rappresentazione nelle figure e nelle rappresentazioni della cultura, della scienza e dell'arte" in Imparare dentro. La scuola in carcere a cura di A. Arizza, C. Cosenza e A. La Fortuna, Quaderni spiegazzati del Centro Ricerca, Sperimentazione e Sviluppo della Lombardia.
Significativo e centrale è dunque il ruolo del docente, come spiega Maria Teresa: "È un rapporto importante. il docente è qualcuno che viene da fuori, che non viene percepito dai detenuti come parte del sistema carcere. È una persona che non li giudica che non porta con sé i pregiudizi della società. Si crea un rapporto di fiducia e il docente in carcere sente questa responsabilità [...] il docente spesso va oltre il proprio ruolo perché un percorso rieducativo deve comprendere tutti gli attori coinvolti, il docente, l'educatore, lo psicologo, questo è fondamentale affinché il percorso di rieducazione sia proficuo"
Il docente è un ponte di comunicazione con il mondo esterno, un mondo percepito lontano e nel quale il soggetto recluso, qualora venisse scarcerato e ritornasse a far parte della vita civile quotidiana, non è detto che riesca a ricostruirsi un ruolo proprio a causa di quella frattura enorme che divide la realtà esterna dal pianeta carcere, come spesso si sente dire. Le parole di Pino sono, ancora una volta, chiarificatrici: "è un'altra dimensione, come se sei sulla luna e poi, se esci dal carcere, torni sulla terra. Sulla luna hai le tue abitudini per sopravvivere, sulla terra tutto ciò che hai cercato di costruire in anni di detenzione non conta niente, non conti niente, nessuno sa chi sei e se lo sanno ti mettono da parte".
Le sfide della scuola in carcere sono numerose, come affrontarle? Credo che parlare, saper ascoltare e fare tesoro delle storie altrui, possa essere un buon punto di partenza, come dimostrano le tante e varie storie dei Role models Erasmus+. Senza dimenticare il tema della responsabilità del soggetto recluso verso gli offesi, i danneggiati, i feriti, compito questo di un modello diverso di giustizia che vede ancora una volta nel legame con la società una possibile chiave di svolta.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 30 luglio 2020
Il nostro Paese, per l'insopportabile durata del processo penale, ma non solo, si distingue in peggio nella geografia della civiltà avanzata; purtroppo si avverte una incapacità totale a risalire la china. Occorre riconoscere che lo sfascio è al traguardo.
La complessità visibile del disastro giudiziario va valutata senza perdere di vista il cambiamento della società, non solo industrializzata ma globalizzata in un quadro di rapporti prevalentemente finanziari, dove la gente, polso della democrazia, ha percepito la fragilità del potere politico/amministrativo sui temi della criminalità economica, nel clima sfrenato dei consumi e dei flussi migratori sfuggiti alle regole.
Il cambiamento storico ha colto impreparato il nostro Paese. Non si è trovato di meglio che mettere a conflitto politica e giustizia, ingessando le disfunzioni del servizio giudiziario, che, peraltro, dovrebbe rappresentare l'immagine della giustizia come effettiva garanzia dello Stato di diritto; il quale è un ordinamento originario che, attraverso la Costituzione, si pone come instauratore di sé stesso, e perviene alla propria attuazione nella sintonia con ii diritto oggettivo.
Il legislatore non ha forse avvertito, culturalmente, che la società stava cambiando ed ha, imprudentemente, mescolato inquisitorio e accusatorio, conservando un modello garantistico burocratico piuttosto che sostanziale e non cogliendo la necessità di una diversa cultura delle garanzie, fondata sulla effettiva oralità e immediatezza della formazione probatoria. Senza dire dei maxiprocessi, vera e propria piaga, molto meglio punire subito qualcuno piuttosto che investigare su tutti finendo per non punire nessuno.
La nostra giustizia sembra modellata più sull'idea di una paziente attesa della prescrizione che sul principio costituzionalizzato di ragionevole durata in vista di una decisione giusta. È chiaro che il rimedio non può cercarsi nel sacrificio delle garanzie, che però non devono prestarsi alla pretestuosità, Ad ogni modo, per non perdersi e capire, sembra necessario distinguere fra giudice e pubblico ministero, figure che nel linguaggio corrente sono talvolta accomunate, al punto che tutti i magistrati sono chiamati giudici. Una netta distinzione, visiva e critica, dovrebbe separare il magistrato che accusa da quello che giudica.
Il pm è la giustizia attiva, quella cioè che si muove e si sente, che tocca le corde sensibili della gente, il giudice è l'organo che deve giudicare le persone emettendo le sentenze; potrebbe dirsi la giustizia passiva, nella disgregazione del complessivo apparato giudiziario, dove aspetta per farsi sentire. È sconfortante l'incapacità politica nel fallimento della giustizia.
Ed è abbastanza penosa, in tale contesto, la cerimonia che inaugura l'inizio dell'anno giudiziario. Fu introdotta nel 1865, ma già se ne avevano esempi nel Granducato di Toscana e poi nel Regno di Sardegna, il fascismo trasferì la cerimonia dalla Cassazione a Palazzo Venezia.
In realtà, lo stato della giustizia non parrebbe consono ad occasioni celebrative, meglio il decoroso silenzio e lo sforzo per cambiare. Bisogna, però, dire che sarebbe ingiusto considerare i magistrati responsabili di questo dissesto, al contrario ne sono le prime vittime, costretti ad un pesante lavoro su processi inutili, creati da un sistema sbagliato.
L'ho detto altre volte, ma giova ripeterlo, i magistrati sono anche essi vittime di un sistema giudiziario costruito ai limiti dell'anarchia; si è adottato il rito accusatorio, figlio della Magna Charta e della Common law, mantenendo tutti i pilastri del rito inquisitorio, figlio del Concilio Lateranense, un pasticcio che parla da sé.
Riformare la giustizia è una impresa quasi disperata in un contesto dove ogni cosa è soverchiata dall'incomprensione dei relativi problemi. Sarebbe logico, anzi parrebbe una strada obbligata, l'adeguamento totale al rito accusatorio, scelto da molti anni, ma disapplicato nei fatti, ed un ripensamento sulla obbligatorietà dell'azione penale che soffoca il Paese.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2020
Rispunta il sorteggio nel disegno di legge di riforma del Csm (41 articoli in tutto). Abbandonata come modalità assoluta di scelta dei consiglieri, l'estrazione a sorte torna dalla finestra nella procedura di indicazione delle candidature.
Detto infatti che è prevista l'istituzione di 19 collegi, i magistrati eleggibili possono presentare la loro candidatura nel collegio dove esercitano le funzioni giudiziarie. La candidatura è corredata della firma di almeno io e non più di 3o magistrati in servizio nel medesimo collegio. Ciascun magistrato può firmare per la presentazione di una sola candidatura. Per ampliare la platea dei soggetti eleggibili e permettere un canale di accesso alla candidatura diversa dalla presentazione, nella convinzione che l'autogoverno sia un dovere di tutti i magistrati, è imposto che in ogni collegio devono essere previste almeno io candidature; nel caso il numero non sia raggiunto con le candidature volontarie, scatterà l'integrazione con candidati estratti a sorte.
L'estrazione, in seduta pubblica, riguarderà un numero di magistrati pari al quadruplo di quelli necessari, i cui nominativi saranno inseriti in un elenco numerato progressivamente secondo l'ordine di estrazione. I magistrati estratti a sorte saranno candidati nel collegio, se non si dichiareranno indisponibili (nel termine di quarantotto ore dalla pubblicazione dell'esito dell'estrazione), seguendo l'ordine di estrazione.
Per consentire un'effettiva possibilità di equilibrata composizione di genere è previsto che le candidature devono rispettare una perfetta parità fra i generi. Anche per questo aspetto si è previsto che se le candidature volontarie non garantiranno questo risultato, si procederà all'individuazione, tramite estrazione, di un numero di magistrati del genere meno rappresentato pari a quello dei candidati del genere maggiormente rappresentato.
Ma a venire sorteggiati saranno anche i componenti della commissione deputata al conferimento degli incarichi direttivi sia per quanto riguarda i componenti togati sia per quelli eletti dal Parlamento. Nel medesimo articolo del disegno di legge (il n. 27) trova poi posto anche la formalizzazione del divieto all'istituzione di gruppi all'interno del Consiglio, sottolineando invece responsabilità e autonomia di ciascun consigliere.
Per quanto riguarda i componenti di nomina parlamentare, restano eleggibili deputati e senatori, mentre l'unico divieto interessa i componenti del Governo, in carica oppure nell'Esecutivo nei 2 anni precedenti. Il sistema elettorale è incardinato su un doppio turno.
Quattro le preferenze che potranno essere espresse, nel rispetto della parità di genere; sarà eletto al primo turno di votazione il candidato che ha ottenuto nel collegio almeno il 65% dei voti. Se nessun candidato ha ottenuto al primo turno la maggioranza, il secondo giorno successivo si procede al secondo turno di votazioni tra i 4 candidati che al primo turno hanno ottenuto il maggior numero di voti nel collegio. Per il conteggio della maggioranza necessaria per l'accesso al secondo turno, ai voti espressi nel primo turno di votazione peri candidati indicati al secondo posto sulla scheda si applica un coefficiente pari a 0,90; a quelli indicati al terzo posto si applica un coefficiente pari a 0,80; a quelli indicati al quarto posto si applica un coefficiente pari a 0,70.
Quanto alla procedura di conferimento degli incarichi di vertice degli uffici, riprende quota l'anzianità, visto che è previsto che non siano valutati gli aspiranti che, rispetto al più anziano, presentano, per le funzioni semi-direttive, un'anzianità di servizio inferiore di oltre 7 anni e, per le funzioni direttive, un'anzianità di servizio inferiore di oltre 5 anni.
di Andreina Baccaro
Corriere della Sera, 30 luglio 2020
Fra i documenti top secret quelli della commissione Moro: "Lì la verità". La difesa dell'ex Nar Gilberto Cavallini, condannato in primo grado all'ergastolo a gennaio per concorso nella strage del 2 agosto, chiama in causa direttamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla vigilia della sua visita in città per commemorare le vittime delle stragi di Ustica e della stazione.
Gli avvocati Gabriele Bordoni e Alessandro Pellegrini lanciano un appello affinché la prima carica dello Stato intervenga "per togliere il segreto sulle carte della commissione di inchiesta sul caso Moro". Per i due legali - e non solo per loro - in quelle carte e nel carteggio tra gli ufficiali dei servizi di Roma e di Beirut tra il 1979 e il 1980 ci sarebbe "la verità sulla strage". Diversa da quella scritta dalle sentenze passate in giudicato secondo le quali, appunto, gli esecutori materiali furono i Nar.
"È una legge vergognosa e inqualificabile - attacca Bordoni - quella che permette che, caduto il segreto di Stato dopo 30 anni, rimanga il segreto amministrativo. Il presidente della Repubblica dovrebbe intervenire. Siamo pronti anche a ricorrere alla Consulta". I legali ricordano anche che "il ministro della Giustizia Alfonso Buonafede e altri esponenti del governo negli ultimi due anni sono venuti alle commemorazioni a dire che tutte le carte sono ormai disvelate ma non è così, ci hanno preso in giro".
Altre carte "classificate" sono contenute nel fascicolo d'indagine della Procura generale che ha chiesto il rinvio a giudizio, nell'ambito dell'inchiesta sui mandanti della strage, di Paolo Bellini, ex di Avanguardia nazionale, e di altre tre persone accusate di depistaggio, tra cui due ex ufficiali dei carabinieri. La difesa di Cavallini ha ottenuto dal gip il permesso di visionare il fascicolo ma non il faldone di carte "classificate" dai servizi segreti e chiedono di rimuovere questo diniego. Inoltre, mentre si attendono le motivazioni della condanna in primo grado di Cavallini, fanno sapere che in Appello impugneranno le ordinanze con cui la Corte d'Assise ha rigettato una serie di richieste della difesa, tra le quali quella di sentire come teste il terrorista filopalestinese Carlos, detenuto in Francia, che dice di conoscere retroscena sulla strage, e quella di eseguire il test del dna sui resti di sette vittime donne, per capire se il lembo di volto rinvenuto nella tomba di Maria Fresu appartenga a loro. La perizia medico-legale ha escluso che appartenesse all'unica vittima che sembra essere stata disintegrata dall'esplosione.
Bordoni e Pellegrini, inoltre, rifiutano l'ipotesi della Procura generale secondo cui il Venerabile maestro della P2 Licio Gelli finanziò la strage con 5 milioni di dollari sottratti dal crac del Banco Ambrosiano, di cui uno consegnato in contanti ai Nar il 31 luglio 1980. "È impensabile - dicono - che ci siano stati rapporti tra i Nar e Gelli, che depistò le indagini contro di loro", "si vogliono processare i morti" dicono.
Nelle carte della Procura generale c'è poi un'intercettazione ambientale in cui Carlo Maria Maggi, esponente di Ordine nuovo condannato per la strage di Brescia, dice alla moglie e al figlio parlando di Giusva Fioravanti: "Eh... intanto lui ha i soldi". Era la sera del 18 gennaio 1996. "Qua nei nostri ambienti - prosegue poi Maggi - erano in contatto con il padre di sto' aviere... e dicono che portava una bomba". Per l'accusa Maggi parlava di Paolo Bellini, che aveva il brevetto da aviatore. Gli avvocati di Cavallini precisano che "non sono dimostrati rapporti tra i Nar e il signor Bellini".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2020
La retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, va fatta considerando l'intera durata anche se relativa a fasi non omogenee. Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 23166) aderiscono all'indirizzo minoritario affermato in sede di legittimità.
Per il Supremo collegio l'unico - in linea con le indicazioni della Consulta e dei giudici di Strasburgo - che comporta il minor sacrificio della libertà personale. La Sezione remittente aveva chiesto lumi alle Sezioni unite, registrando il contrasto nei criteri di calcolo dei termini di custodia cautelare, che si crea quando, a causa della cosiddetta "contestazione a catena", bisogna retrodatare la decorrenza, come previsto dall'articolo 297, comma 3 del Codice di rito penale.
Secondo il disatteso indirizzo maggioritario, la retrodatazione andrebbe fatta frazionando l'intera durata della prima misura applicata, considerando nella seconda solo i periodi relativi a fasi omogenee. Solo così si potrebbe affermare lo sforamento del tempo massimo. Per i sostenitori di questa tesi, infatti, i termini di durata delle misure cautelari vanno ripartiti in base alle fasi dei procedimenti, con la conseguenza che non sarebbe possibile "sommare" periodi appartenenti a fasi disomogenee. In caso di contestazioni a catena, dunque, nella retrodatazione si dovrebbe tenere considerare solo del periodo di restrizione sofferto in base alla prima ordinanza nella stessa fase.
Per le Sezioni unite però seguendo questa via, non si scongiura il rischio di dilatare i tempi, anche a causa delle decisioni del pubblico ministero, il quale, pur conoscendo gli elementi alla base delle diverse ordinanze cautelari può non decidere per l'emissione simultanea. Del resto, ricorda il Supremo collegio, la Consulta (sentenza 408/2005) ha escluso che possa esistere uno spazio, offerto agli organi titolari del potere cautelare, di scegliere il momento dal quale far partire i termini di custodia in caso di più titoli e di fatti reato.
In favore dell'orientamento prescelto, secondo il quale va nel "conto" anche il presofferto nelle fasi non omogenee, depone anche il tenore letterale della norma. L'articolo 297, comma 3, non prevede, infatti, nessun frazionamento della custodia già subìta che segua criteri di omogeneità delle fasi. La norma impone, ai fini della valutazione della durata massima, il semplice riallineamento del termine di inizio dell'efficacia della seconda ordinanza con quello di esecuzione della prima.
È ancora la Consulta a suggerire la soluzione adottata, con le sentenze 233/2011 e 293/2013. Il giudice delle leggi, esprimendosi sulla retrodatazione ha chiarito che questa mira a scongiurare, in perfetta aderenza con i valori di certezza e di "durata minima", "che la rigorosa predeterminazione dei termini di durata massima delle misure cautelatri possa essere elusa tramite la diluizione nel tempo di più provvedimenti restrittivi nei confronti della stessa persona, impedendo così il decorso dei termini relativi a più titoli di custodia. Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza la scelta deve essere quella che comporta il minor sacrificio possibile della libertà personale.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 29 luglio 2020 n. 23042. In caso di sequestro finalizzato alla confisca, una volta eseguito il sequestro di somme nella disponibilità dell'ente, che ha beneficiato delle condotte illecite, considerate profitto del reato, non si può disporre il sequestro per equivalente sul denaro dell'autore del reato, attuandolo però su un immobile di sua proprietà.
Tantomeno si può fare allo scopo di liberare dal vincolo cautelare i beni dell'ente sottoposti a sequestro diretto, o comunque per trasferire il vincolo cautelare. La Corte di cassazione, con la sentenza 23042, accoglie il ricorso del pubblico ministero contro il decreto con il quale veniva disposto il sequestro preventivo di un immobile del manager, al posto della somma di denaro. Alla base della misura l'omesso versamento dell'Iva per una annualità.
La Suprema corte accoglie il ricorso, chiarendo che il Tribunale aveva ridotto l'ammontare della somma da sequestrare in seguito al pagamento del debito tributario derivante dal reato e in considerazione dell'avvenuto sequestro delle somme depositate sui conti bancari, da ritenere profitto del reato, commesso nell'interesse dell'ente. I giudici della terza sezione penale, precisano dunque, che, vista la capienza del sequestro diretto, non era possibile trasferire il vincolo cautelare dal denaro ad un appartamento, come avvenuto nel caso esaminato.
Per la pubblica accusa, che trova l'avallo della Cassazione, la modifica non aveva inciso solo sulle modalità operative del sequestro, ma aveva avuto l'effetto di anteporre il sequestro per equivalente a quello diretto. Una decisione in contrasto non solo con il contenuto del provvedimento con il quale era stata decisa la misura, finalizzata alla confisca, ma anche con il principio della residualità del sequestro per equivalente, che può essere attuato solo quando non è possibile sequestrare il profitto diretto.
anconanews.it, 30 luglio 2020
Doppio appuntamento in videoconferenza per il Garante dei diritti, Andrea Nobili, incentrato soprattutto sulla situazione sanitaria negli istituti penitenziari. Il primo, di respiro nazionale, ha coinvolto il Coordinamento dei Garanti dei detenuti e si è soffermato, oltre a fornire un quadro generale dei maggiori problemi carcerari, sulle misure di prevenzione da adottare in relazione all'emergenza epidemiologica da Coronavirus.
Per quanto riguarda il secondo, invece, Nobili ha ritenuto opportuno un confronto diretto con i responsabili dell'Osservatorio regionale della sanità penitenziaria per approfondire le questioni legate alle condizioni di salute dei detenuti in ingresso e alle patologie che interessano quelli attualmente in carcere. Il Garante ha chiesto l'adozione di linee regionali d'indirizzo sulla prevenzione sanitaria, che rendano omogenei gli standard per tutti gli istituti penitenziari.
Subito dopo la possibilità di ritornare in presenza, come si ricorderà, è stata portata a termine dall'Autorità di garanzia l'azione di monitoraggio in tutti gli istituti marchigiani, con un'ultima visita a Marino del Tronto di Ascoli Piceno. Nobili ha espresso un giudizio positivo sulla situazione generale, soprattutto in relazione alla tenuta delle strutture dal punto di vista sanitario, e alla capacità della Polizia penitenziaria di fronteggiare inevitabili momenti di tensione, ma non ha mancato di raccomandare estrema cautela per le fasi successive alla prima emergenza.
"Non possiamo abbassare la guardia - sottolinea - perché il ritorno alla normalità deve essere necessariamente graduale, mettendo in atto tutti gli accorgimenti del caso. Continueremo a monitorare la situazione, come abbiamo fatto in via telematica anche nel momento peggiore, per affrontare tutte le eventuali criticità. Contiamo di effettuare nuove visite nelle singole strutture a partire dal mese di agosto".
Intanto, il Garante esprime soddisfazione per il seppur minimo riavvio delle attività trattamentali, che nei giorni scorsi ha visto protagonista a Montacuto di Ancona lo scrittore Guido Catalano nell'ambito del progetto "Ora d'aria", inserito nel programma del Festival internazionale "La Punta della Lingua".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 30 luglio 2020
Mancano tecnici di riabilitazione psichiatrica, oss e infermieri: la denuncia del Sinappe. Anna Gargiulo (agente penitenziaria reparto femminile Dozza): "Senza figure professionali tutto ricade su di noi: ma non abbiamo una formazione adeguata, e rischiamo di compromettere il rapporto con le detenute".
"Il lockdown ha congelato qualsiasi altra patologia. Interrompere trattamenti e terapie per chi ha un disagio psichico può significare subire importanti regressioni, cancellare anni di lavoro. Servono professionisti, figure adeguatamente formate: non possiamo essere noi, di volta in volta, a trasformarci in psicologhe, psichiatre, educatrici. Non siamo formate per questo, il rischio è anche quello di compromettere i rapporti con le detenute".
A parlare è Anna Gargiulo, agente penitenziaria nella sezione femminile del carcere bolognese, sindacalista del Sinappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Gargiulo, insieme con i colleghi del sindacato Anna La Marca (agente penitenziaria del femminile di Reggio Emilia) e Nicola D'Amore (agente penitenziario della sezione penale maschile della Dozza) nei giorni scorsi ha effettuato una visiti sui luoghi di lavoro del carcere del capoluogo emiliano. Cosa è emerso? A fronte di una positiva ripartenza post-Covid, i detenuti - sia uomini sia donne, con un disagio psichico, talvolta senza (o in attesa) di diagnosi - non sono adeguatamente seguiti e supportati.
Sono passati quasi 6 mesi dalle rivolte nelle carceri: 13 detenuti hanno perso la vita, di cui uno proprio nell'istituto bolognese. "Molti spazi della Dozza sono stati devastati, la situazione nei giorni successivi era allucinante, anche considerato che eravamo in piena emergenza sanitaria - ricorda D'Amore. Dobbiamo riconoscere che, dopo la prima fase del lockdown e dopo i giorni immediatamente successivi alla rivolta, l'amministrazione ha lavorato molto bene, sia per prevenire e contenere i contagi, sia per ricostruire e ristrutturare adeguatamente gli spazi distrutti o fatiscenti".
Grazie all'implementazione delle misure alternative, anche l'allarme sovraffollamento è rientrato: ora i detenuti sono circa 700 (erano 900 solo pochi mesi fa). Rientrata questa crisi - gestita anche grazie a una grande implementazione delle disponibilità tecnologiche dei detenuti (i colloqui, la cui interruzione per coronavirus è stata uno dei motivi alla base delle rivolte, si sono spostati online e sono stati intensificati) - però, è di nuovo il momento di occuparsi anche di tutto il resto.
In Dozza c'è un reparto femminile che oggi ospita una settantina di detenute e c'è anche l'articolazione di salute mentale che accoglie 4 donne (capienza massima) con patologie psichiatriche. "Anche tra le detenute cosiddette comuni ci sono donne con un disagio psichico, donne che avrebbero bisogno di cure, di trattamenti specifici. Invece stanno lì, insieme a tutte le altre, convivenza che non giova a nessuno".
Nell'articolazione mentale ci sono solo un'infermiera e solo un tecnico di riabilitazione psichiatriche (TeRP, professionista sanitario presente nelle strutture riabilitative, figura istituita nel 2001 con il decreto ministeriale 29), che naturalmente hanno contratti da rispettare e ferie di cui godere. "Nel weekend, per esempio, il tecnico non c'è: se succede qualcosa - e succede sempre qualcosa - a chi ci si rivolge? Questo significa anche necessità di smaltire all'inizio della settimana il lavoro accumulato tra sabato e domenica", spiega Gargiulo. "Nell'articolazione salute mentale c'è una donna con demenza alcolica: va lavata, cambiata, gestita - spesso ha atteggiamenti aggressivi, pericolosi per lei e per noi -, non vuole rientrare nella camera detentiva, non vuole che la camera sia riordinata. È molto difficile da gestire, non può ricadere tutto sulle nostre spalle".
Ad aggiungere insofferenza a questa delicata situazione, il caldo - la sezione femminile della Dozza non ha l'aria condizionata, al contrario delle altre sezioni - e l'assenza totale di attività: "Non hanno nulla da fare, niente che le possa tenere impegnate. I volontari ancora non sono rientrati. Non possono che essere concentrate sulla loro condizione, è facile immaginare come si possano sentire, a maggior ragione se hanno figli all'esterno. In queste condizioni non c'è nessun recupero, né sotto l'aspetto rieducativo né sanitario: è una sconfitta per tutti", constata La Marca.
Con sfumature diverse, le stesse necessità di un numero maggiori di figure professionali sanitarie e di una formazione adeguata per il personale è emersa anche nella sezione maschile: "Non c'è un'articolazione dedicata: anche qui i detenuti con un disagio mentale più o meno grave vivono con tutti gli altri. Avrebbero invece bisogno di essere seguiti in maniera assidua e professionale: qual è, altrimenti, la funzione rieducativa della pena? L'impressione è che il passaggio alle Rems, per ora, non stia assolutamente funzionando", è la considerazione di D'Amore, che racconta di un detenuto che, passato di carcere in carcere, ha collezionato 80 denunce (tutte raccolte negli istituti penitenziari). "È un fallimento per il sistema penitenziario. Che aiuto sta dando il carcere a quest'uomo? Che senso ha ingolfare in questa maniera la giustizia?".
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