di Eleonora Martini
Il Manifesto, 31 luglio 2020
Filomena Gallo, segretaria dell'Associazione Coscioni, a capo del pool di avvocati che ha difeso Marco Cappato e Mina Welby nel processo per l'aiuto al suicidio fornito a Davide Trentini.
Marco Cappato e Mina Welby durante il processo in Corte d'Assise a Massa. La corte d'Assise di Massa ha stabilito che Marco Cappato e Mina Welby non hanno istigato al suicidio Davide Trentini e che l'aiuto fornito dai due dirigenti dell'associazione Luca Coscioni all'uomo 53enne affetto da sclerosi multipla, supportandolo economicamente nel suo progetto di fine vita e accompagnandolo in una clinica Svizzera dove il 13 aprile 2017 ha ottenuto il suicidio assistito, non è un reato. La segretaria dell'associazione Filomena Gallo ha coordinato il pool di avvocati della difesa ottenendo una vittoria oltre le aspettative e un pronunciamento che estende il limite della non punibilità dell'aiuto al suicidio imposto dalla Corte costituzionale nel novembre scorso.
Avvocata Gallo, quale linea processuale ha scelto di seguire?
All'indomani della sentenza della Consulta abbiamo esaminato gli atti del processo che si è tenuto davanti la corte d'Assise di Massa e abbiamo deciso di chiedere una consulenza tecnica al dottor Mario Riccio e di proporla in dibattimento. Da questa consulenza è emerso che il livello di farmaci che Davide assumeva era importante ma non sufficiente per controllare totalmente il suo dolore. È agli atti che i medici avevano rifiutato la sua richiesta di avere una dose maggiore di antidolorifici perché ci sarebbe stato un arresto cardiocircolatorio. Inoltre il suo corpo aveva subito ormai il deterioramento di alcune funzioni con conseguenze pesanti e imbarazzanti. Così la Corte ha potuto verificare il fatto che non c'è stata alcuna istigazione al suicidio perché Davide aveva maturato questa convinzione da molto prima di chiedere aiuto. E, anzi, Cappato e Welby tentarono di dissuaderlo.
La Corte ha riconosciuto che l'aiuto economico, materiale e legale da loro fornito come atto di disobbedienza civile - ricordiamo che si autodenunciarono - non è reato. Lo sarebbe per l'articolo 580 del codice penale, ma il nostro ordinamento è del 1930 ed è reso obsoleto dal principio costituzionale dell'autodeterminazione, scritto nella Carta del 1948. La Consulta ha chiarito che non è reato aiutare un aspirante suicida capace di autodeterminarsi, affetto da patologia irreversibile, sottoposto ad enormi sofferenze psichiche e fisiche, e dipendente (del tutto o parzialmente) da trattamenti di "sostegno vitale" che solo la scienza può definire. La consulenza del dott. Riccio e la sua deposizione dell'8 luglio scorso hanno fatto emergere che nel caso di Trentini il "sostegno vitale" erano i farmaci, mentre per esempio nel caso di Dj Fabo era un macchinario, da cui dipendeva parzialmente.
Questo vuol dire che potrebbe essere lecito anche aiutare un aspirante suicida affetto da gravi patologie psichiatriche irreversibili e dipendente da psicofarmaci?
La Corte parla genericamente di patologie gravi, irreversibili e che producono gravi sofferenze, ma pone il limite del paziente che deve essere pienamente in grado di autodeterminarsi. Cosa che sarebbe da escludere in caso di malattie psichiatriche. Non credo che si possa arrivare a questo, sono scettica, anche se non essendo un medico non so definire una patologia psichiatrica. Bisognerebbe ritornare in tribunale, per un caso del genere. D'altronde il Comitato nazionale di Bioetica ha ben descritto questi limiti dopo l'ordinanza 207 della Consulta emanata nel 2018, un anno prima della sentenza. C'è bisogno di una legge perché vanno affrontati tanti aspetti che riguardano la libertà di scelta nel fine vita. Il reato non è più reato ma nell'ambito di alcuni casi specifici.
Il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, non certo un illiberale, in un'intervista all'"Huffington post" si dice preoccupato per le conseguenze di questa sentenza e sostiene che "l'autodeterminazione spesso è un concetto che funziona per chi ha molta cultura e molta ricchezza". Cosa risponde?
Mah, io credo che la malattia e la sofferenza non fanno differenza tra chi ha molta o poca cultura e ricchezza. Purtroppo toccano tutti. E una persona che non ha cultura e non ha ricchezza invece oggi in Italia ha un limite in più, perché non può andare all'estero e diventa prigioniera di una sofferenza indescrivibile. Quella persona invece deve sapere che può rivolgersi al Servizio sanitario nazionale e porre fine alle proprie sofferenze. Deve poterlo fare chiedendo la sedazione profonda o chiedendo un farmaco letale.
Voi avete presentato in Parlamento anche una legge di iniziativa popolare sull'eutanasia legale, ma è tutto fermo. Forse questo non è il momento giusto?
Non è una questione di contingenza: il problema - e il dott. Flick dovrebbe esserne cosciente - è che mentre la Corte auspica fortemente l'intervento del legislatore da oltre un anno, il Parlamento e il governo hanno smesso da troppo tempo di occuparsi dei temi che riguardano la libertà delle persone. Il presidente del Consiglio dovrebbe riportare in parlamento la sentenza della Consulta che chiama in causa il legislatore, e non è stato fatto. I presidenti delle due Camere dovrebbero aprire un dibattito su quel pronunciamento ma neppure questo è stato fatto. Ed è passato già quasi un anno: non è certo colpa del Covid.
Non solo fine vita, dunque. Quali sono i temi più urgenti che attendono di essere affrontati, nell'ambito dei diritti civili?
Sono tanti: dalla legalizzazione della cannabis - parliamo di droghe che dovrebbero essere sottratte alle narcomafie e ai "sodalizi criminali", e il cui traffico funge da anticamera di reati più gravi - fino all'aborto, una legge di Stato che dobbiamo ancora difendere perché non viene applicata su tutto il territorio italiano. E poi l'aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e dei vari nomenclatori tariffari, che non vengono aggiornati dal 2017 e dovrebbero esserlo ogni anno. Negli ultimi giorni è stata nominata la nuova Commissione Lea, ma la precedente cosa ha fatto? Ricordo che ci sono malati con disabilità gravi che non riescono ad ottenere nemmeno gli ausili di cui hanno bisogno. Per questo Maurizio Bolognetti, uno dei dirigenti dell'associazione Coscioni, è al 24esimo giorno di sciopero della fame, ma non ha ricevuto alcuna risposta né dalla regione Basilicata, né dal ministro Speranza. Noi siamo stati due mesi in lockdown e ci sono sembrati un'eternità, eppure ci sono persone che vivono tutta la vita in lockdown e che non hanno quegli ausili necessari per avere un livello di vita accettabile. E perché non ce l'hanno? Perché l'atto che deve identificare l'erogazione di questi ausili non è stato scritto correttamente e la Consip evidenzia che così non si possono fare i bandi di gara. Una cosa gravissima. Ci occupiamo dei diritti dell'inizio e della fine della vita, ma in mezzo c'è la vita. E va tutelata.
Qualche correlazione c'è tra diritti civili, promozione di una politica basata sulla conoscenza scientifica e sviluppo economico di un Paese?
Se i diritti civili fossero rispettati nel nostro Paese garantirebbero la possibilità di usufruire dei benefici della scienza. Avremmo un volano per superare gli ostacoli e proiettare l'Italia nel futuro. L'economia si sviluppa anche così. Come abbiamo capito con l'emergenza pandemica, sanità e ricerca scientifica sono il cuore di Paese che non può fermarsi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 luglio 2020
L'e-book: "È un crimine del potere". L'associazione Antigone che si occupa della tutela dei diritti umani nel sistema penale ha prodotto un e-book scaricabile gratuitamente dal sito che approfondisce, sia dal punto di vista giuridico che empirico, le possibilità applicative della legge attualmente in vigore e dall'altro prova a fare luce sulle situazioni e i luoghi in cui il rischio di subire la tortura è più alto.
La tortura esiste ed è un crimine del potere. L'associazione Antigone che si occupa della tutela dei diritti umani nel sistema penale ha prodotto un e-book scaricabile gratuitamente dal sito che approfondisce, sia dal punto di vista giuridico che empirico, le possibilità applicative della legge attualmente in vigore e dall'altro prova a fare luce sulle situazioni e i luoghi in cui il rischio di subire la tortura è più alto. Al suo interno si possono leggere i contributi del garante nazionale Mauro Palma, l'avvocata Simona Filippi, Francesca Cancellaro, Giuseppe Mosconi, Gennaro Santoro, Federica Brioschi, Carolina Antonucci e Claudio Paterniti Martello.
Nel 1989 l'Italia ratificò la Convenzione contro la tortura votata il 10 dicembre 1984 dall'Onu. Obbligo che l'Italia ha disatteso per quasi trent'anni. Le proposte di legge volte a riempire questo vuoto non sono mancate. Alcune erano promosse da Antigone, ma tutte, fino a luglio del 2017, si sono arenate in Parlamento. Il reato di tortura, dunque, in Italia esiste da poco. Non si può dire lo stesso della tortura che senza un reato specifico è sempre stato difficile perseguire.
Nel primo capitolo dell'e-book si analizza il testo della legge sul reato di tortura. Se ne evidenziano i limiti ma anche le inaspettate possibilità interpretative. Nel secondo capitolo si ripercorrono alcuni dei processi in cui Antigone è coinvolta e che hanno un rapporto con la tortura. Nel terzo capitolo il Garante Mauro Palma sottolinea i fattori di rischio legati alla tortura nel contesto penitenziario, gli elementi critici da monitorare con più attenzione e l'importanza della prevenzione, oltre che del suo perseguimento in sede penale. Nel quarto capitolo ci si concentra sugli hotspot, in cui molti migranti vengono trattenuti senza alcuna convalida dell'autorità giudiziaria e in assenza di rimedi interni che permettano di denunciare maltrattamenti e condizioni di vita. Nel sesto capitolo si esplorano gli effetti dell'isolamento penitenziario e le ragioni per cui può essere dannoso.
Nel settimo capitolo si presentano i risultati di una ricerca empirica sullo stato dei diritti durante la fase della custodia pre-cautelare, cioè dal momento dall'arresto a quello dell'udienza di convalida. Negli ultimi capitoli sono presentati i risultati di un'altra ricerca, volta a indagare se le Direttive dell'Unione Europea in materia di tutela delle vittime di reato siano andate a rafforzare le tutele di quei detenuti che restano vittime di violenza all'interno degli istituti penitenziari.
di Giovanni Massaiu
sassarioggi.it, 31 luglio 2020
Il progetto avviato dalla direzione del Parco dell'Asinara. L'ex carcere dell'Asinara è pronto a diventare un albergo. Il progetto, iniziato mesi fa, è ora possibile grazie ad uno stanziamento di 800mila euro per la realizzazione dei primi 38 alloggi nella struttura a Cala d'Oliva, che daranno avvio ad una nuova vita per il parco dell'Asinara.
Il progetto sarà sostenuto dalla Regione e dal Comune di Porto Torres. Il direttore del Parco, Vittorio Gazale, assicura che non ci saranno stravolgimenti delle strutture e che nel borgo è già presente tutto il necessario: la struttura, una chiesa, una piazza, uno spaccio, una pizzeria. Dopo il sopralluogo, avvenuto lo scorso anno da parte del verificatore incaricato da Europarc, Filippo Belisario, il parco ha ottenuto la certificazione (primo in Sardegna), per lo sviluppo turistico e ambientale delle aree protette in tutta Italia.
La Carta Europea per il Turismo Sostenibile (Cets) è appunto una certificazione che consente la gestione dei Parchi nazionali, a favore del turismo sostenibile nei parchi e nelle aree protette europee. Entro il mese di luglio era attesa l'ufficialità per riconoscere anche al parco dell'Asinara questa certificazione. Dunque si potrebbero aprire nuovi orizzonti e nuove opportunità per il turismo sardo attraverso la valorizzazione delle strutture del parco, in passato carcere di massima sicurezza nel quale, tra gli altri, furono detenuti i membri delle Brigate Rosse, Totò Riina e Raffaele Cutolo.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 31 luglio 2020
La ong britannica denuncia la mancanza di supporto ai minori ridotti in schiavitù dallo Stato islamico, nonostante i gravi traumi. Angelina Jolie all'Onu: se non manteniamo le promesse in quanti altri soffriranno? Rapiti, torturati, violentati e costretti a combattere per l'Isis. E poi abbandonati a loro stessi una volta che sono stati liberati. È la sorte di quasi 2000 bambini Yazidi.
Dopo essere stati prigionieri dei miliziani - lo Stato islamico ha attaccato la comunità nell'agosto del 2014 riducendo in schiavitù e uccidendo migliaia di persone - oggi questi bambini soffrono di lesioni, stress post-traumatico, ansia e depressione. Non aiutarli e supportarli significa non pensare alle conseguenze che la loro condizione potrebbe avere sull'intera regione. La denuncia arriva da Amnesty International che ha pubblicato un dettagliato rapporto dal titolo Legacy of Terror: The Plight of Yezidi Child Survivors of ISIS. "Questi bambini hanno bisogno di un sostegno urgente da parte delle autorità nazionali in Iraq e della comunità internazionale per costruire il loro futuro", ha dichiarato Matt Wells, vicedirettore del programma Crisis Response della ong britannica. "Sopravvissuti a crimini orribili, questi ragazzi devono ora affrontare un'eredità segnata dal terrore. La loro salute fisica e mentale deve essere una priorità negli anni a venire per far sì che possano reintegrarsi completamente nelle loro famiglie e nella comunità" ha spiegato Wells.
Tra loro c'è Sahir, un giovane reclutato dall'Isis all'età di 15 anni, che ha raccontato: "Sono stato costretto a combattere. Ho dovuto farlo o sarei morto. Non avevo altra scelta. Era fuori dal mio controllo. Per sopravvivere, ho combattuto. È la cosa peggiore che possa accadere a una persona, la più degradante... [Dopo essere tornato dalla prigionia] avevo solo bisogno che qualcuno si prendesse cura di me, mi sostenesse e mi dicesse: "Sono qui per te"... Questo è quello che cercavo, e non l'ho mai trovato". Molti ragazzi catturati sono rimasti disabili dopo essere stati costretti a combattere al fianco di Isis e non hanno ricevuto alcun sostegno da quando sono tornati a casa, afferma il rapporto.
Anche Randa, una quattordicenne che è stata prigioniera dell'Isis per cinque anni, si è confidata: "Ero una bambina quando mi hanno fatto sposare. Mi hanno fatto soffrire. Voglio che il mio futuro sia migliore. Voglio che lo Stato Islamico risponda di quello che mi hanno fatto". Amnesty ha scoperto che i servizi esistenti per le sopravvissute alle violenze sessuali hanno in gran parte trascurato le ragazze.
"Queste bambine sono state sistematicamente sottoposte ai peggiori orrori sotto l'Isis, e ora sono state lasciate a raccogliere i cocci da sole" ha detto Wells. Un altro problema è che i giovani Yazidi sono spesso isolati al loro ritorno, poiché le famiglie e le comunità faticano ad accettare ciò che hanno vissuto durante la prigionia. Un problema aggravato dall'intensa attività di propaganda perpetrata dal gruppo terroristico, con l'obiettivo di cancellare l'identità, lingua e cultura degli Yazidi. In aggiunta, il quadro giuridico iracheno impone che un figlio di padre "sconosciuto" debba essere registrato come musulmano (e gli Yazidi sono molto legati alla loro religione). Diverse donne intervistate da Amnesty hanno raccontato le pressioni ricevute, venendo costrette o addirittura ingannate per abbandonare i propri figli.
Sulla vicenda è intervenuta anche la delegata speciale dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Angelina Jolie, che ha citato le ricerche di Amnesty al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite all'inizio di questo mese, quando ha chiesto maggiore sostegno ai bambini yazidi. "Se non siamo in grado di mantenere la nostra promessa di un approccio centrato sui sopravvissuti per i bambini yazidi, che costituiscono solo un gruppo relativamente piccolo di sopravvissuti, quanti altri bambini e giovani adulti soffrono in silenzio a livello globale?", ha detto l'attrice.
di Frédérique Libot e Lorenzo Fargnoli
Left, 31 luglio 2020
"La composizione etnica delle galere statunitensi è il frutto di una precisa volontà di imprigionare afroamericani" spiega Mumia Abu-Jamal, giornalista e attivista all'ergastolo. "Lo scopo - spiega - è alleviare le ansie dei ricchi e mantenere la subordinazione nera".
In America, i neri sono intimiditi, picchiati, molestati, fermati e perseguitati dai poliziotti. Il loro timore di dover interagire con le forze dell'ordine è motivato. E questa paura è reciproca". È l'atto di accusa di Mumia Abu-Jamal, attivista, scrittore e giornalista statunitense, condannato alla pena di morte per l'omicidio dell'agente di polizia, Daniel Faulkner, nel 1982.
Dopo una colluttazione per un brutale fermo del fratello, fu ritrovato ferito e incosciente accanto al corpo esanime del poliziotto. L'ex membro del Black panther party e simpatizzante del Move (un'organizzazione politica radicale afroamericana di Philadelphia) si è sempre dichiarato innocente. Il processo, che non ha fatto chiarezza in modo dirimente sugli eventi, è stato seriamente compromesso da una serie di vizi procedurali e irregolarità, fra cui ricordiamo i commenti razzisti pronunciati dal giudice durante le udienze.
Amnesty International, la Commissione per i diritti umani dell'Onu e perfino il Parlamento europeo hanno difatti chiesto la revisione della sentenza. Grazie alla forte mobilitazione internazionale e al sostegno di numerose personalità (come la scrittrice premio Nobel Toni Morrison, il linguista Noam Chomsky, il cantautore Bruce Springsteen e il gruppo Rage against the machine), l'attivista, diventato uno dei maggiori simboli della lotta contro la pena di morte nel mondo, ha visto la sua pena capitale essere commutata in ergastolo nel 2011.
Attualmente, le speranze che venga un giorno liberato sono pressoché nulle. Eppure quasi quarant'anni di detenzione, di cui trenta nel braccio della morte, non hanno messo a tacere la sua voce. Nonostante l'amministrazione carceraria abbia cercato diverse volte di impedirglielo, il giornalista commenta l'attualità ogni settimana su Prison radio e ha pubblicato sei libri.
La sua opera prima, Live from death row (Harper perennial, 1996), si è classificata tra i best seller del New York times. Oggi Mumia Abu-Jamal risponde alle domande di Left dal carcere di Mahanoy in Pennsylvania.
Secondo l'ultimo studio condotto dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (2013), il 37% dei carcerati nel Paese sono afroamericani, nonostante costituiscano solamente il 13% della popolazione totale. Come interpretare questi numeri?
Queste statistiche non illustrano altro che le tattiche della cosiddetta "guerra alla droga", una falsa battaglia agli stupefacenti avviata da Richard Nixon cinquant'anni fa per destabilizzare i movimenti di libertà e d'indipendenza dei neri e dei portoricani. (In un'intervista postuma pubblicata su Harper nell'aprile 2016, John Ehrlichman, il consigliere di Nixon per la politica interna, ha rivelato che il vero obiettivo della war on drugs era di criminalizzare i nemici storici del governo, la sinistra pacifista e i neri: "Potevamo arrestare i loro leader, perquisire le loro case, interrompere i loro incontri e diffamarli giorno dopo giorno sui media", ndr). Oggi, l'America rurale prevalentemente bianca si confronta con il più grande problema di droga della storia, secondo uno studio condotto nel 2018 della National institute on drug abuse, gli americani bianchi senza diplomi universitari rappresentano l'80% dei decessi per overdose da farmaci oppioidi. Però mentre ai bianchi viene concessa la riabilitazione, i neri vengono mandati in carcere. La società americana, avendo deindustrializzato il lavoro, ha dovuto costruire prigioni per impiegare distretti rurali bianchi per generazioni. Pertanto i numeri che cita, che non hanno nulla a che fare con le droghe, ma con l'economia, il tasso di occupazione bianca, i profitti delle case farmaceutiche e del sistema privato carcerario, sono il risultato di una precisa volontà di incarcerare afroamericani.
Lo squilibrio è ancora più evidente se si osserva la proporzione di afroamericani, il 40%, tra le vittime uccise durante i fermi della polizia...
Il mio sospetto è che questi crimini abbiano una precisa funzione sociale: contenere, limitare, recintare la vita dei neri per mezzo di una repressione violenta, così da alleviare le ansie dei ricchi e cioè preservare la supremazia bianca che, per definizione, necessita una subordinazione nera.
In questo contesto qual è il ruolo storico della polizia negli Stati Uniti?
La storia delle forze dell'ordine statunitensi ha un'origine diversa da quella anglo-europea. La tradizione della polizia statunitense deriva dalla paranoia bianca legata agli spostamenti degli africani sul territorio. All'origine, vi erano dei gruppi di uomini bianchi autorizzati a sorvegliare e controllare gli schiavi. Il loro compito era quello di investigare e riferire le discussioni e le relazioni, in particolare all'interno dell'attivismo nero. Leggendo in questi giorni Set the night on fire, di Mike Davis e Jon Weiner (Verso, 2020), ho scoperto che negli anni 60, il capo della polizia di Los Angeles, William H.Parker, inviò manifesti di reclutamento nelle carceri dell'Alabama, Stato del Sud storicamente culla del suprematismo bianco, in cerca di agenti da inserire nel Los Angeles polite department. La prima funzione della polizia in America è sempre stata il controllo degli afroamericani.
Qual è stato il peso della consapevolezza di una sostanziale impunità nella perpetuazione degli abusi della polizia nei confronti della comunità afroamericana?
Basta guardare la foto del poliziotto con il ginocchio sul collo di George Floyd. Sembra tranquillo come un cetriolo con le mani in tasca! Pensi che non sappia di essere intoccabile, in quel momento? Certo, se si è comportato così è proprio per le concessioni che ha ricevuto in passato dai suoi superiori. D'altronde, in 19 anni di servizio l'agente Derek Chauvin ha collezionato 18 denunce per comportamento violento, senza mai ricevere un procedimento disciplinare. E tutta la storia degli Stati Uniti, sin dalla fine della Guerra civile, dimostra che il meccanismo funziona così. La Corte suprema, nel creare la dottrina "dell'immunità qualificata" (uno strumento legale che offre una protezione speciale ai pubblici ufficiali nei casi di abusi contro i civili, ndr) per proteggere gli sbirri, ha sentenziato essenzialmente che loro non possono fare nulla di male. Il sistema protegge il sistema.
Quanto il caso di George Floyd è singolare rispetto alle decine di rivolte per i diritti civili che si sono succedute nella storia degli Stati Uniti?
Questi movimenti non si scatenano per via di un caso specifico, ma di "un lungo treno" di oppressione e impunità da parte di rappresentanti dello Stato e della polizia in particolare. Il caso di George Floyd non è proprio singolare, però è simbolico. Perché? Pensate a Emmett Till, l'adolescente di Chicago che nel 1955 andò a visitare la sua famiglia in Mississippi. Il quattordicenne è stato picchiato, torturato e ucciso, presumibilmente per aver fischiato una donna bianca. Quando al funerale sua madre aprì la bara per mostrare il corpo martoriato al pubblico, accese un fuoco che alimentò il movimento per i diritti civili. Allo stesso modo, le immagini, riprese dai cellulari, delle suppliche struggenti di Floyd che non riesce a respirare, mentre la sua gola viene schiacciata sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, hanno costretto l'opinione pubblica a prendere sul serio il problema della violenza della polizia, anzi del terrore poliziesco, e hanno scatenato un movimento globale per la giustizia.
La storia del Black panther racconta di continue infiltrazioni da parte dell'Fbi e della polizia per screditare il movimento e privarlo dei suoi leader. Secondo te è una prassi tuttora attuale?
Nel suo racconto autobiografico, Eyes to my soul: The rise or decline of a black Fbi agent (The Majority Press, 1996), Tyrone Powers, un agente federale nero, racconta un episodio molto evocativo accaduto negli anni della sua formazione. Quando interrogò il suo istruttore riguardo la fine di Cointelpro, ossia il programma, segreto e non autorizzato, di sorveglianza, infiltrazione, e neutralizzazione degli individui e dei movimenti ritenuti sovversivi dall'Fbi, gli rispose qualcosa del genere: "Se funziona, perché smettere?". Lo Stato si oppone sistematicamente a coloro che cercano un cambiamento sociale, che si tratti di Martin Luther King Jr., Malcolm X, Huey Percy Newton. (A partire del 1969, Cointelpro prese di mira i Black panthers. I leader del movimento furono assassinati, incarcerati e accusati ingiustamente di crimini. Durante i loro processi, tattiche di intimidazione dei testimoni, di spergiuro e di negazione delle prove erano normalmente attuate, ndr). E attualmente al movimento Black lives matter. Documenti interni risalenti al 2017 dimostrano che l'Fbi sorvegliava il movimento Black lives matters con la designazione di "Black identity extremists". Si è parlato molto dei danni ai beni di consumo durante le rivolte, al punto di aver reiteratamente scansato il tema della perdita ingiusta di una vita umana per mano di rappresentanti dello Stato. Cosa pensi della natura del dibattito pubblico sulle proteste? Gli Stati Uniti, a causa della pervasività del capitalismo nella società, hanno un feticcio per gli articoli di consumo, lo shopping e l'euforia degli acquisti. Di fronte a un tale fascino, la vita dei neri non ha alcuna possibilità, poiché il valore di quest'ultima è profondamente svalutato in questo Paese.
Nel film BlacKKKlansman di Spike Lee (2018) la coppia di protagonisti si scontra sulla questione del metodo della lotta per i diritti civili degli afroamericani: cambiare le cose dall'interno o abbattere il sistema intrinsecamente razzista. Oggi quale strada ti sembra più pertinente?
La domanda vera è: riforma o rivoluzione? Quello sarà la gente a deciderlo. Ma mi sembra che i problemi siano così insolubili, gli odi e gli scontenti così radicati, che una semplice riforma non possa risolvere le questioni sollevate da questo momento storico. La politica, e non mi riferisco a quella attivista, ma a quella borghese bipartitica, è così distante dal polso del movimento che non penso ci sia alcuna speranza che possa dare una risposta davvero significativa. Marx ed Engels hanno affermato che lo Stato non è che il comitato esecutivo della classe dominante, vale a dire che serve gli interessi dei potenti, non quelli dei poveri, degli oppressi e degli espropriati. È possibile costruire uno Stato che sia al servizio degli ultimi? Non senza un potente movimento rivoluzionario. Temo che le mezze misure non saranno mai sufficienti.
Il carattere internazionale delle proteste attuali è un segno di sostegno alla comunità afroamericana, e al movimento antirazzista più in generale, o di una presa di coscienza collettiva di uno svuotamento delle democrazie?
Le dimostrazioni e le proteste anti razziste filo-afroamericane sono globali perché le oppressioni subite dai neri statunitensi hanno i loro echi nelle vite dei neri in tutto il mondo. La negrofobia è un fenomeno universale. Gli aborigeni in Australia, i turchi in Germania, i pakistani e i giamaicani a Londra o i senegalesi a Parigi, non importa davvero dove. Chi protesta sa che i frutti della schiavitù e del colonialismo permangono tuttora come resti marci del passato che contaminano il presente. E la libertà è dolce.
di Aldo Torchiaro
Il Dubbio, 31 luglio 2020
Laura Boldrini, ex Presidente della Camera, dopo una carriera nella Fao e presso il Wfp, è stata portavoce dell'Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati. Impegnata con Liberi e Uguali, ha aderito il 24 settembre scorso al gruppo del Pd. Il voto del 16 luglio sul Decreto missioni, che rifinanziava anche la guardia costiera libica, l'ha vista esprimersi contro.
Sulle coste libiche la guardia costiera ha aperto il mitragliatore e falciato tre uomini. Era stato appena approvato il rifinanziamento italiano, gli stiamo dando tre milioni di euro.
Uno dei motivi per i quali non ho votato quel rifinanziamento è proprio per i metodi che i libici usano verso i migranti, e perché ci sono elementi della stessa guardia costiera di Tripoli che sono in combutta con i trafficanti.
Fanno il doppio gioco?
Non lo dico come frutto di una mia elaborazione. Risulta chiaramente dai rapporti delle associazioni umanitarie e perfino delle Nazioni Unite, oltre alle decine di inchieste giornalistiche internazionali che lo documentano.
D'altronde è un paese polverizzato, nel caos...
In Libia c'è un conflitto armato, a tratti cruento, e ci sono delle perdite umane dei libici e dei migranti che sono chiusi a chiave in luoghi di detenzione dai quali non riescono a mettersi in salvo; alla luce di questo ritenevo e ritengo un errore politico rifinanziare la Guardia costiera libica. Il che non vuol dire non sostenere la Libia o comunque il governo internazionalmente riconosciuto. Ci sono modi e modi.
Aiutiamo i libici a casa loro, ma non la guardia costiera?
Modifichiamo il tipo di aiuto, si dovrebbe incrementare il sostegno allo sminamento, visto che in molte zone sono presenti mine; si potrebbe sostenere la società civile, le famiglie più vulnerabili, gli sfollati interni, vittime del conflitto. Non sto dicendo "freghiamocene della Libia", sto dicendo che bisogna cambiare. E modificare sostanzialmente il Memorandum of understanding. Io feci un Question time alla Camera, tempo fa. A distanza di qualche mese non se ne è saputo più nulla. Se il Parlamento chiede al governo come intende agire, poi non può non ricevere risposta, non avere più contezza di quel che accade. Quando c'è stato da votare per il rifinanziamento, lo scorso 16 luglio, io e altri colleghi e colleghe di maggioranza non ce la siamo sentite.
Un voto che ha comunque assegnato tre milioni in più dell'anno precedente. Eppure sappiamo piuttosto bene quel che avviene in Libia. C'è chi paragona i centri di detenzione libici ai lager nazisti.
Sono sempre molto attenta alle parole, la terminologia è sostanza. Ritengo che quelli libici siano luoghi di detenzione dove viene praticato il sopruso, la violenza e anche la tortura. Sia in quelli governativi che negli altri. Viene sistematicamente negato il diritto di accesso ai centri da parte degli organismi internazionali. Sono luoghi dove manca qualunque garanzia di diritto alla tutela delle persone. Sono luoghi dove non si finisce per aver commesso un reato ma dove si sta perché si è entrati irregolarmente nel Paese. Questo devono capire le persone: chi è lì è soggetto a ogni tipo di ricatti, anche economici.
Quasi ostaggi, praticamente.
Spesso i reclusi in questi centri devono chiedere a chi è rimasto a casa di spedirgli denaro per essere rimessi in libertà. Vengono liberati se pagano, altrimenti rimangono chiusi dentro. Non esiste Stato di diritto, altro che porto sicuro.
Rispetto alle diverse posizioni nella guerra civile libica, sappiamo com'è collocata la guardia costiera?
È una guerra aperta, quella di Libia dove intervengono anche potenze straniere. Una guerra che ha già causato morti e migliaia di sfollati libici che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case: una situazione di pericolo generalizzato. Ripeto: con una guerra in corso, si possono considerare quelli libici "porti sicuri"? Lo ha ricordato poco fa anche l'Unhcr.
Un avvitamento nella spirale del cinismo. Aiutiamoli a casa loro rimane uno slogan vuoto.
Sono anni che mi adopero per far passare questo concetto: riportare i migranti intercettati in mare in un luogo non sicuro, vuol dire comunque esporli a nuovi pericoli. È paradossale, quei profughi che scappavano da situazioni di pericolo, riacciuffati dalla guardia costiera libica, già sapevano cosa li attendeva in quei centri di detenzione. E mentre cercavano di mettersi in salvo i libici gli hanno sparato addosso. Questi sono metodi deplorevoli e inaccettabili. I soldi dei contribuenti italiani non possono essere spesi per sostenere chi applica questi metodi.
Dal punto di vista politico quale sarà la sua iniziativa?
Tutti avrebbero dovuto capire, col voto in aula il 16 luglio scorso, che si stava combinando un disastro. Adesso cosa fare? Spero innanzi tutto che anche alla luce di questo episodio si acceleri la revisione del Memorandum of understandig tra Italia e Libia. Non prendiamoci in giro: avere dalla Libia la garanzia che avrà rispetto dei diritti umani è illusorio. Nel tavolo della diplomazia dobbiamo starci con il senso di realtà.
Realisticamente, cosa si può fare adesso?
Quel che va fatto in Libia è articolato su tre punti-chiave. Il primo è che vanno chiusi quei centri di detenzione dove sono arbitrariamente trattenuti i migranti, come chiedono le Nazioni Unite da mesi. Il secondo è operare una evacuazione umanitaria, un trasferimento verso tutti quei Paesi che possono offrire delle quote di accoglienza. Terzo, risparmiare sui costi ingenti dei centri detentivi garantendo un uso diverso delle risorse. Perché non offrire ai privati la possibilità di accogliere i profughi in casa? Avrebbe certamente un impatto finanziario minore. Coniugare rispetto per i diritti ed economicità per i contribuenti è possibile e anzi doveroso.
Nella sinistra della maggioranza si è aperto un caso.
Ma rispetto a un anno fa alcune cose sono cambiate. La ministra Lamorgese non usa il linguaggio di Salvini, non vediamo dirette Facebook dalla terrazza del Viminale, non fa di ogni sbarco il motivo per aumentare l'asticella della disumanità.
I toni saranno cambiati ma i decreti Salvini rimangono dov'erano.
L'accordo di governo prevedeva di superare i cosiddetti decreti Salvini, a cominciare dai rilievi del Presidente della Repubblica. Parliamo di quasi un anno fa. Doveva essere una priorità già prima del Covid, adesso io mi auguro che quanto prima ci sarà la chiusura del cerchio e che questi decreti vengano radicalmente superati. Dobbiamo rimediare ai danni fatti da Salvini: quei decreti sono fatti apposta per aumentare l'insicurezza.
La aumentano?
Certo, perché quei decreti, abolendo il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, hanno messo migliaia di persone in condizioni di irregolarità. E questo ha creato ancora più marginalità e più problemi, specialmente agli enti locali.
Un'altra bandiera di quei decreti era la mancata iscrizione dei residenti asilo all'anagrafe.
La Corte Costituzionale ad inizio luglio lo ha dichiarato incostituzionale. Se le anagrafi municipali perdono di vista chi è sul territorio, non può esserci sicurezza. Quindi sono tutte norme contrarie ai nostri principi, a quelli della Costituzione, dell'ordinamento e a quelli delle convenzioni internazionali.
E non è il momento di superarli?
Certo. Ma finora pare che vi sia stato sempre qualcosa di più urgente, cambiare quei decreti non sembra essere stata una priorità. Non dimentichiamo: nella maggioranza c'è una componente che ha firmato e votato quei decreti ed è dunque più riluttante a metterci mano. Ma c'è un accordo di governo e pacta sunt servanda. Non si può più rimandare.
di Emanuele Buzzi
Corriere della Sera, 31 luglio 2020
Il ministro degli Esteri: serve un accordo con Tunisi. Va ripresa la redistribuzione sospesa durante il lockdown.
Luigi Di Maio, lei ha mostrato preoccupazione per la situazione degli sbarchi. In passato ha sposato la linea dura appoggiando il blocco delle navi. Ora?
"Vede io vorrei intanto mettere una cosa in chiaro, qui non si tratta di avere una linea dura o meno, non c'è e non deve esserci un approccio ideologico al tema, bensì pragmatico e concreto. La questione degli sbarchi, unita al rischio sanitario con la pandemia è un tema di sicurezza nazionale. Quanto accaduto a Caltanissetta e a Porto Empedocle deve far pensare, i cittadini chiedono giustamente delle risposte e il dovere di uno Stato è darle quelle risposte, lavorando per risolvere il problema alla radice. Le ricordo che abbiamo avuto più di 35 mila morti per il coronavirus e come ho già detto se qualcuno è sottoposto a quarantena non può pensare di violare le regole italiane e andarsene in giro liberamente. Vale per chi ha diritto alla protezione internazionale così come per chiunque altro".
Cosa è cambiato allora?
"Il momento è molto delicato, lo ha fatto presente anche la ministra Lamorgese. C'è una fase di instabilità politica in Tunisia che sta alimentando gli arrivi verso l'Italia e noi non dobbiamo pensare a come fermare gli sbarchi, ma a come bloccare le partenze. Questo è il nodo che stiamo affrontando già a livello governativo. Anche perché la Tunisia è un Paese sicuro e chi parte per l'Italia viene rimpatriato. Non sarà regolarizzato nessuno. Proprio oggi tra l'altro abbiamo convocato l'ambasciatore tunisino chiedendogli di accelerare i rimpatri e ci ha assicurato che dai primi di agosto ripartiranno (80 a volo). Inoltre abbiamo chiesto maggiore vigilanza a Sfax e sono stati trasferiti due pattugliatori dal governo di Tunisi".
Come interverrà il governo? Ha parlato con Conte e Lamorgese?
"Si, ci siamo riuniti in questi giorni anche insieme al ministro Guerini. Il piano da avanzare è articolato. Intanto va portato avanti il negoziato per un nuovo accordo in materia migratoria e presto io stesso andrò a Tunisi per affrontare il tema, ma prima voglio i fatti. Bisogna lavorare subito ad un accordo con le autorità tunisine affinché sequestrino in loco e mettano fuori uso barchini e gommoni utilizzati per le traversate, perché le imbarcazioni che stanno arrivando sono di questo tipo qui, cosiddette fantasma, spesso fuggono ai radar. Lo scenario ricorda quello albanese degli inizi del 2000 e allora con il governo di Tirana si cooperò in questo senso, il che contribuì a fermare i flussi. Con Tunisi dobbiamo sperimentare la medesima strada a mio avviso, lavorando naturalmente su più fronti".
Quali?
"Ad esempio in materia di cooperazione bilaterale, valorizzando gli stanziamenti della cooperazione allo sviluppo: rafforzare le istituzioni locali serve ad offrire possibilità di crescita e sviluppo a chi è in difficoltà e a dargli una prospettiva futura nel suo Paese di origine. Allo stesso tempo, facilitare gli investimenti delle nostre imprese nella regione mediterranea. Ma prima di parlare di questo, ci aspettiamo piena collaborazioni sul rafforzamento della cooperazione in ambito migratorio".
Un punto però sembra uguale al passato: lo scetticismo verso l'Ue che "deve dare una risposta a questa crisi"...
"Sì, l'Ue deve rispondere e ho accolto con soddisfazione l'appello di ieri da parte della Commissione, che dopo i nostri avvisi si è detta pronta a collaborare. Noi chiediamo semplicemente che siano rispettati i patti. Chiediamo a Bruxelles un ruolo proattivo tanto in termini di riammissione che di riduzione delle partenze irregolari e in questa cornice vogliamo coinvolgere anche i Commissari UE competenti come gli Affari Interni Ylva Johansson, che si è già detta a disposizione, e il Commissario per l'Allargamento e il Vicinato Varhelyi".
Crede davvero sia possibile una redistribuzione dei migranti, specie se arrivano su piccole imbarcazioni?
"La redistribuzione era già in vigore, poi sospesa durante il picco della pandemia, ma ora il picco fortunatamente in Italia è passato e il nostro confine meridionale, lo ricordo, è un confine europeo oltre che italiano".
Intanto al Senato si chiede il processo a Salvini. Lei cosa avrebbe votato?
"Mi crede? Non ho più voglia di parlare di Salvini".
A livello politico, si inizia a parlare di Mes: ci sono spiragli che il M5S apra il suo utilizzo?
"Il presidente Conte in Europa ha giocato una partita straordinaria, ottenendo il massimo che potevamo ottenere. Ha ripetuto più volte che l'Italia non ne avrà bisogno e noi abbiamo fiducia nelle sue parole".
Il M5S è andato in frantumi internamente alla Camera sulle commissioni
"C'è qualcuno che non ha rispettato gli accordi, ma sono certo che Vito Crimi saprà trovare un punto di equilibrio nel M5S".
L'alleanza con i dem non decolla a livello locale.
"Già ho detto molte volte che con il Pd si lavora bene sul piano nazionale, dopo di che credo sia essenziale ascoltare i territori e sono certo che lo è anche per il Pd. Ognuno dei nostri rappresentanti sul locale porta avanti delle battaglie e giustamente si fa portavoce delle istanze dei cittadini. Qualsiasi forza democratica che si rispetti ha l'obbligo di ascoltare i suoi territori".
Oggi è a Napoli per la veglia di Carmine Mario Paciolla, ucciso in Colombia in circostanze ancora da chiarire. Come mai?
"Ho già incontrato la famiglia al rientro della salma, ho ascoltato il loro dolore. Sono qui perché queste persone meritano di conoscere la verità e di sapere come è morto loro figlio. È un loro diritto e noi lo difenderemo in ogni sede".
di Gennaro Migliore
Il Dubbio, 31 luglio 2020
Quanti episodi oscuri della storia del nostro Paese e del mondo hanno segnato la nostra coscienza? Quanti crimini sono scolpiti nella nostra memoria collettiva? Tra gli episodi più efferati di certo rimangono quelli legati tra loro dal robusto filo della violenza, usata per spezzare l'anelito di libertà di uomini e donne che cercavano di costruire la speranza di una vita migliore, per sé è per i propri figli.
Da Portella della Ginestra agli spari sulle manifestazioni pacifiche, la storia è piena di tragici eventi che sono monito imperituro per ogni coscienza democratica. Perché, vi chiederete, ricordare proprio oggi queste pagine nere della storia? Perché a pochi chilometri da noi, pochi giorni fa, c'è stato un eccidio perpetrato dalla sedicente guardia costiera libica, che ha ammazzato senza pietà tre uomini e ne ha feriti oltre venti. Questi uomini, naufraghi recuperati da questi carcerieri del mediterraneo, stavano provando a scappare da una sorte certa: chi viene riportato in questi campi di prigionia sa già che subirà violenze, torture e sistematiche violazioni dei più elementari diritti umani.
E anche qui questi ragazzi uccisi cercavano la libertà e volevano sfuggire un'esistenza fatta di sofferenza e dolore. Di queste vittime però non conosciamo i nomi, le storie, le speranze e le sofferenze che certamente avevano già patito. Sono rubricati, sbrigativamente, come "sudanesi". Come se bastasse dire da dove vengono per trovare la forza di girarsi dall'altra parte. Non sono "morti nostri", non sono nostri connazionali gli assassini. Perché, quindi, occuparsene? Perché credo che questa sia una tragedia della nostra civiltà, della nostra politica, del nostro stare al mondo. Quegli assassini, quei criminali che secondo innumerevoli prove sono gli stessi che gestiscono i traffici di esseri umani, sono suppostamente alleati del nostro Paese. Alcuni di noi, Italia viva e altri deputati delle forze di maggioranza, hanno chiesto alla Camera di interrompere i finanziamenti a questa specifica missione, una delle tre in cui siamo impegnati in Libia.
In Libia dovremmo rafforzare in modo molto più significativo la nostra presenza, operativa e diplomatica, impegnandosi, insieme alle altre forze europee, solo nelle aree di intervento dove sono i nostri contingenti militari. Ho atteso, sperato, che questo crimine potesse portare un ripensamento nelle forze politiche che hanno insistito nel finanziamento della missione che coinvolge la guardia costiera. Nulla. Ho immaginato che, mentre si sta rinegoziando il Memorandum d'intesa del 2017, il nostro governo almeno condannasse senza mezzi termini questa violenza inaudita. Una sanzione, un richiamo, una convocazione delle autorità libiche del Gna di Serraj. Nulla. È una sottovalutazione? Eppure ogni giorno c'è un diluvio di dichiarazioni che ci ricordano che la nostra priorità sia quella di contenere i flussi migratori, che evidentemente sono oramai largamente provenienti dalla Tunisia. Si tratta forse della consunta dottrina della "non ingerenza"?
Peggio mi sento. Un Paese che ha conosciuto la violenza efferata e ha saputo sempre reagire non può rimanere inerte e silente di fronte a questo scempio. I criminali vanno chiamati con il loro nome e trattati come meritano. Si pretenda allora, oltre all'inchiesta che chiede l'Unhcr, che i colpevoli di queste esecuzioni sommarie vengano arrestati e sanzionati, secondo il diritto internazionale, non restando impuniti. E poi, che il nostro Paese blocchi i finanziamenti alla sedicente guardia costiera libica. Ne va del nostro onore.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 31 luglio 2020
Almeno 170 persone sono state rapite per ottenere un riscatto tra aprile 2017 e marzo 2020 da gruppi armati nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo. Lo denuncia Human rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato oggi sul sito web dell'organizzazione per la difesa dei diritti umani, aggiungendo che oltre la metà delle persone rapite è costituita da donne e che la maggior parte di queste è stata violentata, anche più volte al giorno. I rapimenti avvengono vicino al Parco nazionale dei Virunga e alcune famiglie hanno venduto la loro terra per pagare i riscatti. Oltre alle violenze sessuali riguardanti ragazze e donne, le vittime di rapimento sono picchiate, torturate e spesso uccise in assenza di riscatto.
Nella zona è attivo il gruppo ribelle ruandese Rud-Urunana, ma non è chiaro se sia responsabile di questi rapimenti. Nella nota, Hrw chiede in particolare alle forze di polizia congolesi di prendere provvedimenti per smantellare le bande criminali e arrestare i responsabili dei rapimenti e della violenza sessuale nell'area di Bukoma, nel territorio di Rutshuru, nella provincia del Nord Kivu. La missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Congo (Monusco), che ha una base nel raggio di 10 chilometri dai campi agricoli e dalle aree in cui si sono verificati i rapimenti, dovrebbe secondo l'ong "proteggere i civili pattugliando attivamente le aree ad alto rischio, coerentemente con il suo mandato".
Il gruppo ribelle ruandese Rud-Urunana - una fazione frammentata delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr) - controlla gran parte dell'area intorno a Bukoma. Questo gruppo armato è stato coinvolto in rapimenti negli ultimi anni e, sebbene il coinvolgimento di combattenti attuali o precedenti non possa essere escluso, Human Rights Watch non ha stabilito il loro coinvolgimento in questi casi recenti o se rispondono a una catena di comando. Da dicembre 2019 a giugno 2020, l'ong ha intervistato 37 persone sui rapimenti, tra cui 28 donne sopravvissute alla violenza sessuale, 5 delle quali erano bambine al momento dell'abuso. L'organizzazione ha anche intervistato attivisti locali, funzionari del governo e del parco e membri dello staff delle Nazioni Unite.
I sopravvissuti hanno dichiarato di essere stati rapiti, a volte con i loro bambini, mentre lavoravano nei campi o sulla strada di casa, vicino alla città di Kiwanja. I loro rapitori li avrebbero costretti a camminare, mani legate, per diverse ore nel vicino Parco Nazionale Virunga. I sopravvissuti hanno dichiarato che i rapitori hanno legato di frequente gli uomini mani e piedi, picchiandoli, mentre le donne sono state "metodicamente violentate". "I rapitori ci hanno detto che nessuna donna sarebbe uscita da lì vergine", ha detto una sopravvissuta di 28 anni.
di Mauro Palma*
La Repubblica, 30 luglio 2020
La pandemia di Covid-19 impone la necessità di uno sguardo nuovo sulle carceri. Qua e là nelle passate settimane si sono sentite voci che indicavano come il lockdown avesse implicitamente funzionato quale esperienza unificante, ponendo tutti nella stessa situazione di privazione della libertà: sia chi ne era già privato perché ristretto oltre cancelli e muri, sia chi doveva rimanere a casa, spesso lontano da persone care.










