di Carlo Crosato
Il Dubbio, 1 agosto 2020
"Il colore dell'inferno", saggio di Curi. In uno scenario in cui la retorica securitaria impera e trova sosta solo nella monotona soluzione carceraria, alla barbara invocazione di "gettar via le chiavi", una riflessione sulla prigione e, in generale, sul sistema penale risulta già di per sé preziosa.
Se poi una simile riflessione procede da un lungo lavoro di ruminazione filosofica e tende non solo a una riforma presuntamente umanitaria della pena ma a un sovvertimento della razionalità con cui si intendono le relazioni sociali, anche quelle con gli individui fragili e rei di aver sbagliato, allora essa giunge come una insperata boccata di aria fresca dove le scorie intellettuali rendevano l'ambiente invivibile. E quello che il sistema penale occidentale, soprattutto nella sua connotazione punitiva e carceraria, richiede è davvero un ripensamento radicale.
Sono assai note le ricerche che negli anni Settanta Foucault ha dedicato a questa realtà, interrogandosi sul suo profondo significato, ricercando la provenienza storica e portando alla luce la vera natura della punizione carceraria: essa, si può riassumere, si colloca al margine della dimensione sociale reputata normale e retta, ma instaura con essa uno stretto rapporto di interscambio. Una specie di catena di montaggio collega il dentro del carcere rispetto al fuori, alla città, alla libertà; o, viceversa, il dentro della società con quel fuori dove vengono esclusi i rifiuti umani. Al punto che non esistono davvero un dentro e un fuori; esiste bensì un complesso sistema che normalizza dentro il carcere ciò che poi si potrà operare fuori dalle sue mura: quella della sicurezza, quindi, è una mera illusione, rivelandosi piuttosto il movente grazie a cui si procurano le condizioni per un potere erosivo nei confronti dello stato di diritto.
Ancora più in profondità si spinge Umberto Curi nel suo Il colore dell'inferno: una profondità che gli viene aperta dalla sua capacità di sondare un passato che non è solo quello cronologico della genealogia, bensì quello mitologico, che struttura in maniera inconsapevole ma pervicace il nostro pensiero. È lì che ci si può collocare, per interrogare il significato della punizione, il tipo di relazioni che essa conforma, il modello di società da cui essa può essere accolta con più o meno coerenza. In un serrato, ma accessibile, confronto con questi significati, Curi si pone delle domande che oggi non possono davvero più essere evitate se si vuol uscire dai paradossi che inquinano il nostro vivere collettivo. Fra tutte: il sistema penale moderno è uscito dalla logica della vendetta? Perché una società che si ritiene avanzata sente l'esigenza di infliggere una sofferenza a un proprio membro al fine di rispondere alla sofferenza che egli ha provocato?
Non solo, come ci ha dimostrato Foucault nei decenni scorsi, la pena carceraria si rivela nociva anche per i membri dell'intero sistema sociale che la invoca. Sotto la lente di ingrandimento di Umberto Curi essa si dimostra irrazionale, incapace di produrre gli effetti che intende perseguire: un germe di irrazionalità all'interno di un sistema giuridico che si vorrebbe invece razionale e conseguente. Se interrogati sul senso della pena, spesso si fa appello alla categoria del merito: il reo merita la pena perché trasgressore di una specie di contratto, proprio come nell'antico rapporto fra un debitore e il suo creditore per cui quest'ultimo poteva rifarsi sul corpo del debitore insolvente. La possibilità di infliggere un dolore rappresentava allora un godimento che retribuiva il creditore pur non risarcendolo della perdita, precisamente come fa oggi la privazione della libertà o della vita. Lo squilibrio provocato dalla trasgressione rimane invece intatto: dove risiederebbe quindi la razionalità della pena?
Vi sarebbe infatti un barlume di razionalità se la pena riuscisse a cancellare il reato, a far come se non ci fosse mai stato e a reintegrare l'ordine universale. Si tratta di una pretesa dalla chiara origine mitico- religiosa, che tuttavia la religione cristiana ha abbandonato in favore della prospettiva della misericordia, mentre viene assunta con tutti i suoi paradossi da una illusoria concezione rieducativa della pena, che fa dello Stato il depositario di valori, obiettivi e universali cui ricondurre il reo.
Uscendo da un dibattito tutto giocato dentro simili paradossi, l'analisi di Curi permette di prendere coscienza che il nostro di- ritto replica, solo ammodernandola e ricoprendola di una patina quasi umana, la logica della vendetta, ossia una logica capace di offrire un fugace e superficiale appagamento, ma del tutto impotente rispetto a quel senso di giustizia e di buona relazione che si muove nel profondo del vivere civile.
Mettendo in luce la logica intima della pena, la proposta cautamente, ma acutamente, elaborata da Curi muove verso una definizione riparativa della giustizia: una prospettiva che superi la logica del castigo, e che rimetta in primo piano le figure in carne e ossa del reo e della vittima, considerandole come membri di una comunità, e impegnando il colpevole nella profonda e volontaria ricerca di soluzioni al conflitto, allo scopo di favorire la riparazione del danno e la riconciliazione delle parti. Si tratta di una proposta impegnativa e, per i meno ottimisti, perfino utopica; e tuttavia non mancano esempi e sperimentazioni in questo senso, volti cioè alla ricostruzione delle relazioni, al reinserimento anche di quegli individui più fragili che nel sistema attuale subiscono solo emarginazione, sospetto e odio, rimanendo incastrati in una coazione a ripetere i loro errori.
Il Messaggero, 1 agosto 2020
L'Arabia Saudita si conferma essere per le donne il peggior posto dove vivere. Oggi compie in carcere 31 anni Loujan. Un compleanno amaro, doloroso. Questa giovane donna è stata arrestata nel 2018 con l'accusa di sovvertire il sistema per difendere i diritti delle donne in Arabia Saudita. Da allora la sua famiglia, a più riprese, ha denunciato anche le torture alle quali Lou è stata sottoposta dalla polizia. Le è stato praticato persino il watherboarding. Sul suo caso Amnesty International tiene acceso i riflettori nonostante il regno saudita voglia far calare sulla questione il silenzio internazionale.
I guai sono iniziati con la battaglia di Loujain al-Hatlhoul per poter guidare una macchina. Nel 2014 divenne virale un filmato fatto infrangendo tutti i divieti anche se aprì la strada a spiragli di libertà per il mondo femminile e a un movimento che poi ha portato a togliere i divieti per le donne di guidare la macchina. Inutile dire che il video fu condiviso e visto da milioni di donne nel mondo arabo. Tuttavia Lou fu punita con l'arresto.
Nata a Gedda e in possesso di una patente degli Emirati arabi uniti, guidò da Abu Dhabi fino al confine con l'Arabia Saudita. Il video, caricato su You Tube, ebbe una valanga di visualizzazioni e di commenti, divisi tra sostenitori e critici. L'anno prima, con il marito accanto, l'attore saudita Fahd al-Butayri, si era filmata mentre tornava a casa a Riad, sempre guidando. Quella volta il suo caso finì dinanzi ad un tribunale militare in quanto rientrava sotto la nuova legge antiterrorismo, trattandosi di un fatto che danneggiava la reputazione del Paese.
Nel novembre 2015, dopo la concessione alle donne del diritto di voto da parte della monarchia saudita, Loujain decise di candidarsi alle elezioni locali, ma il suo nome non fu mai incluso nelle liste, nonostante l'ammissione ufficiale della sua candidatura. Lo stesso anno Lou venne stata inserita al terzo posto della classifica delle 100 donne arabe più potenti.
In realtà Loujain aveva rilanciato una battaglia cominciata dalle sue compatriote nel 1990, quando a decine si misero al volante per protesta e per questo furono imprigionate per 24 ore, alcune di loro persero passaporto e lavoro. Nel 2008, dopo una petizione presentata al re Abdullah, una delle sue promotrici, l'attivista Wajeha al-Huwaider si era filmata al volante mentre guidava all'interno di un complesso residenziale.
Nel 2011 fu lanciata la campagna Women2Drive, un vero e proprio appello all'azione. Su Facebook, l'iniziativa guadagnò consensi. La lotta ha portato all'emanazione - il 26 settembre 2017 - da parte del principe ereditario Moḥammed bin Salman, di un decreto reale che stabiliva il rilascio delle prime patenti di guida femminili da giugno 2018. L'Arabia Saudita resta al 141mo posto su 149 dell'ultimo 'Global Gender Gap Report' del Forum economico mondiale come peggior posto per le donne nel quale vivere. Le donne vengono considerate eterne minorenni, pertanto sottoposte al controllo di un "guardiano", un uomo della famiglia, che supervisiona tutti gli aspetti principali della vita e ha potere sulle decisioni più importanti come lavorare, studiare, sposarsi, divorziare. Il 4 giugno 2017 Loujain è stata arrestata per la seconda volta in Arabia saudita. La ragione per l'arresto non è mai stata chiarita e non le è stato concesso di avere un avvocato o di contattare la sua famiglia.
Quando Riyad annunciò la fine dell'anacronistico divieto di guida per le donne, Loujain ricevette una telefonata in cui le autorità le impedivano di commentare la notizia o parlarne sui social. Nel 2018 la giovane donna è stata prelevata dai servizi di sicurezza - assieme al marito - e portata a Riad, dove è stata incarcerata e poi rilasciata. Da allora non è mai più uscita dal carcere. Tre mesi dopo l'arresto Loujain è stata trasferita in un carcere a Gedda, sua città natale, e finalmente i genitori sono riusciti a vederla.
"Tremava costantemente, non riusciva a stare seduta o a tenere qualcosa in mano" ha scritto Alia, riferendo che l'attivista ha raccontato in lacrime ai genitori delle torture subite. "È stata picchiata, affogata con il waterboarding, sottoposta a scariche elettriche, minacciata di stupro. Il tutto alla presenza di un consigliere reale, Saud al-Qahtani" ha denunciato la sorella di Loujain. Amnesty International, spinge le istituzioni di alcuni Paesi occidentale a chiedere a Riyad maggiore trasparenza e di aprire i propri centri di detenzione a ispezioni internazionali.
Il rapporto denuncia la situazione drammatica di una decina di esponenti di spicco del movimento femminista nel regno - tra cui Loujain - trasferite in prigione senza avere mai ricevuto la notifica formale di alcun capo di imputazione, senza aver avuto la possibilità di contattare un avvocato.
L'imponente ondata di arresti condotta nel maggio 2018 è stata giustificata dalla Casa reale da esigenze di sicurezza nazionale. Sulla base delle testimonianze indipendenti raccolte, è emerso che le attiviste sono state sottoposte a "raccapriccianti interrogatori" per poi subire in carcere "vessazioni atroci: frustate, stupri di gruppo, waterboarding, elettroshock" inflitti dagli agenti penitenziari. Amnesty insiste per avere urgentemente un'indagine indipendente.
di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 31 luglio 2020
La circolare di Via Arenula suggerisce la repressione come risposta al conflitto nelle carceri. Ma i fatti dicono che la forza non serve. Serve invece un modello di detenzione che guardi alla Costituzione. Ci sono in questo momento in Italia numerosi procedimenti penali in corso per il reato di tortura, introdotto nel codice penale italiano nel 2017, dopo anni di iniziative politiche e di campagne che hanno visto spesso Antigone tra i protagonisti.
di Cesare Burdese
Ristretti Orizzonti, 31 luglio 2020
Affrontare il tema della dimensione architettonica del carcere in Italia, significa descrivere la storia e la cronaca di un fallimento culturale che si è consumato, a livello teorico e pratico nel corso degli anni, a partire dal varo della riforma introdotta dal nuovo Ordinamento Penitenziario con la Legge n.354 del 1975 e che continua ad invalidare il monito costituzionale ed il dettato normativo in tema di pena detentiva. Con l'introduzione di quella riforma, nella dimensione architettonica del carcere non sono stati studiati ed adottati i presupposti operativi necessari per la sua applicazione, vale a dire una diversa e più moderna e coerente concezione edilizia ed architettonica degli istituti stessi ed una loro diversa collocazione urbanistica.
Il modo riformato di vedere e concepire la figura del detenuto: non più numero in una massa indifferenziata, non più soggetto passivo di un trattamento punitivo e repressivo, ma persona in senso proprio, partecipe e protagonista delle attività trattamentali, dirette non a "redimerlo" attraverso l'espiazione, ma alla sua auto-educazione, grazie al trattamento individualizzato, all'osservazione scientifica della personalità, al lavoro in équipe, avrebbero dovuto avviare sul piano teorico prima e pratico dopo, il concepimento e la realizzazione di Istituti completamente altri, rispetto a quelli del periodo antecedente. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Così non è stato. Nel corso di oltre quarant'anni si sono continuati a costruire in Italia carceri disumani ed alienanti, caratterizzate da spazi vitali che non lasciano spazio né alla libera espressione né ad attività organizzate, non funzionali ad un moderno trattamento carcerario, né per facilitare e stimolare contatti socializzanti tra la comunità esterna e la popolazione detenuta, così da porre al servizio del territorio la struttura penitenziaria e viceversa. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Non si è stati capaci, nelle progettazioni che periodicamente sono state elaborate, di andare oltre l'esclusivo utilitarismo, e questo a totale discapito di soluzioni architettoniche non in grado, nei confronti dell'utenza, di spalancare nuove possibilità di arricchire l'esperienza, di agire prevalentemente in modo da convalidare, rassicurare, incoraggiare, sostenere, favorire, essere creativi.
È mancato il ruolo dell'architettura nel suo significato umano fondamentale, l'edilizia ha avuto il sopravvento.
Gli edifici carcerari sono stati concepiti esclusivamente per soddisfare esigenze funzionali più riferiti alla sicurezza che non al trattamento, con il risultato di creare luoghi che negano esperienze, invalidano, rendono incerti, scoraggiano, minano, reprimono, e distruggono il corpo e lo spirito.
Non sono stati messi in conto i bisogni materiali, psicologici e relazionali dell'individuo a vario titolo fruitore del carcere. (Vedi C. Burdese, Linee guida e idee progettuali per la nuova Casa Circondariale di Bolzano, in Dentro le mura, fuori dal carcere, Caritas Diocesi Bolzano-Bressanone, 2014)
Parafrasando le parole sull'Architettura Moderna dell'architetto spagnolo Ignasi de Solà-Morales, ci si è limitati in buona sostanza a produrre una architettura fondata esclusivamente sul paradigma della razionalità tecnica, ignorando i sentimenti e le emozioni dell'architetto come interprete dei desideri e delle speranze della società.
Non si è sentita l'esigenza di avvalersi dell'architettura, che, in quanto arte a pieno titolo, è espressione dello spirito del tempo, manifestazione di aspirazioni e obiettivi di giustizia, uguaglianza e solidarietà, ricerca ancora, nelle agglomerazioni sociali costituite dalle città, di una felice armonia tra vita del singolo e della collettività.
Ci si è fermati agli imperativi della razionalità tecnica, dell'efficienza, della mediazione fra bisogni e risorse, all'analisi di questi bisogni e all'individuazione delle possibilità materiali di dare ad essi una risposta.
Se per spazio non si intende solo quello materiale, ma anche la dimensione umana e psicologica in cui i soggetti si muovono, allora non si può che concludere che la struttura stessa condiziona e determina comportamenti e scelte, contribuendo, inoltre, a far si che il recluso acquisisca o consolidi i valori ed i principi della sottocultura carceraria. La coesistenza forzata, la monotonia dei ritmi quotidiani, la mancanza di stimoli, la ristrettezza e lo squallore delle forme architettoniche, per non parlare alla necessità di adattarsi passivamente all'ambiente per poter sopravvivere, non possono non generare - da un lato - spinte violente e sopraffattive e - dall'altro - non possono non immiserire l'individuo, riducendolo - con il passare del tempo - dallo status di persona umana a quello di detenuto. Ed è in questo clima esistenziale che nascono e prosperano gruppi di potere, bande rivali, violenza e passività, in sostanza un nuovo tipo di devianza, diversa da quella originaria. Paradossalmente, il carcere - con tutto il suo apparato teso a garantire la sicurezza - genera al suo interno quella violenza che vorrebbe eliminare. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Dopo la "rinuncia" degli Stati Generali dell'esecuzione penale, tutti i governi che si sono succeduti, hanno dimostrato di non comprendere i termini della questione, procedendo al contrario come sempre ed in questo modo affossando ogni possibilità di riscatto costituzionale della dimensione architettonica del carcere.
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 31 luglio 2020
"Non sempre è facile veicolare messaggi di solidarietà nella società, ancor più quando si parla di determinate categorie sociali. I detenuti sono visti con molta diffidenza, si presuppone che "se stanno in carcere qualcosa devono aver fatto".
di Enrico Sbriglia*
Il Dubbio, 31 luglio 2020
Quando i custodi si trasformano in aguzzini lo stato deve rivedere i propri modelli. È un classico e credo che abbia in qualche modo segnato la mia vita professionale, offrendomi ulteriori convinzioni al riguardo. Il titolo italiano del libro è "L'effetto Lucifero", sottotitolo "Cattivi si diventa?" di Philip Zimbardo, professore di psicologia. Racconta di un esperimento: siamo a Stanford, il prof. Zimbardo vuole studiare i comportamenti di un certo numero di giovani di buona famiglia, americani Doc, anzi Wasp (White Anglo- Saxon Protestant), che precedentemente avevano dato il loro consenso a partecipare allo stesso, senza però che si scendesse nei dettagli su ciò che ad essi sarebbe stato chiesto.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 3 agosto 2020
Istituzioni che "scendano dal piedistallo" e non abbiano paura di "sviluppare forme di giustizia, di potere e di relazione più orizzontali possibile".
Leggo con desolazione la nuova circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria che ha come oggetto "Aggressioni al personale, linee di intervento". Non c'è uno straccio di riflessione su quello che sta succedendo, nelle carceri, ma anche nella società.
di Massimiliano Di Giorgio
Venerdì di Repubblica, 31 luglio 2020
Le indicazioni per gestire la giustizia nell'emergenza sono un'enormità e un avvocato le ha persino pesate. Utili? Tra scadenze saltate e udienze rinviate al 2021, in realtà tutto è paralizzato.
Stampate su carta, le linee guida per il Covid-19 diffuse dai vari uffici giudiziari di Roma pesano la bellezza di 10 chili. La prova della bilancia l'ha fatta giorni fa Antonino Galletti, presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati della capitale. Ma nonostante la riapertura fisica dei tribunali, avvocati e utenti segnalano ritardi stratosferici e difficoltà a ottenere documenti, a rispettare scadenze. O anche solo a trovare qualcuno che risponda al telefono.
Si fa presto a dire smart working. Molti impiegati, dopo essere stati obbligati prima a prendere le ferie, da casa non hanno accesso ai registri per questioni di sicurezza. "Da noi il telelavoro non esisteva e c'era già un problema di organici", dice Felicia Russo, coordinatrice nazionale per il settore giudiziario del sindacato Cgil Fp, che sta trattando con il ministero della Giustizia un accordo nazionale per il lavoro a distanza.
A Roma, prima del Covid-19, gli uffici giudiziari lavoravano già con un organico ridotto di oltre il 30 per cento: 410 addetti in meno rispetto ai 1200 previsti. Con l'emergenza, la situazione è precipitata.
L'ufficio notifiche del tribunale, per esempio, per settimane ha aperto solo un'ora al giorno, dalle 8 alle 9. Ci sono cancellerie chiuse fino a settembre: impossibile depositare relazioni e istanze. E alcune prime udienze per la separazione legale di coppie sono state rinviate ad aprile 2021. Il tribunale romano da settembre terrà udienze anche il pomeriggio e forse il sabato mattina, ma un po' ovunque si cercano soluzioni in corsa e i sindacati discutono di protocolli per organizzare meglio l'accesso ai singoli uffici.
Al palazzo di Giustizia di Milano, dove prima della pandemia entravano giornalmente 7.000 persone, i penalisti hanno già protestato per l'elevato numero di processi, spesso fissati alla stessa ora, col rischio di assembramenti. Ad Ancona le aule resteranno aperte ad agosto. A Salerno le proteste degli avvocati hanno convinto il presidente a raddoppiare il numero di ingressi al giorno. I Tar, tribunali amministrativi regionali, hanno tenuto perché i procedimenti erano già informatizzati e il lavoro è continuato a distanza. Ma la giustizia penale e quella dei giudici di pace è ancora soprattutto cartacea.
di Daniele Priori
Il Riformista, 31 luglio 2020
"Causa emergenza sanitaria da Covid-19, tuttora in vigore e in procinto di essere rinnovata fino ad ottobre, siamo stati autorizzati a visitare solamente 5 istituti di pena dei 190 presenti sul territorio nazionale e con delegazioni formate al massimo da due persone" denunciano dal Partito Radicale. Così nel dibattito davvero poco stimolante tra negazionisti e allarmisti in relazione alla diffusione attuale del Covid-19, a rimetterci di sicuro saranno per primi, ancora una volta, i detenuti che in larghissima parte non potranno ricevere la tradizionale visita di Ferragosto dei militanti radicali.
"Prendiamo atto di questa decisione e vogliamo considerare questa risposta dei nuovi vertici del Dap un atto simbolico volto alla ripresa - che riteniamo prioritaria e urgente - di tutte le attività interne ed esterne previste dall'ordinamento penitenziario e da un'esecuzione penale improntata ai principi costituzionali" dichiarano il segretario Maurizio Turco e la tesoriera del Prtt, Irene Testa.
"Non v'è chi non veda, infatti, che l'emergenza sanitaria si è solo sovrapposta ad una gravissima emergenza penitenziaria, che dura da tempo, che nel tempo si è andata aggravando e che ha sacrificato i diritti fondamentali della persona detenuta. Ci auguriamo pertanto che - come è pure successo negli anni passati grazie al Partito e a Radio Radicale - ci sia una mobilitazione generale dei parlamentari (che non hanno bisogno di autorizzazione per visitare le carceri) che li veda presenti e impegnati in tutta Italia e in tutti gli istituti".
"Urgono atti e iniziative concrete per riportare il carcere nell'alveo della Costituzione, per ridare a chi ha sbagliato il diritto ad emendarsi con dignità e a chi all'interno del carcere presta la propria opera di poterlo fare in un luogo adeguato sia strutturalmente sia dal punto di vista degli organici oggi del tutto carenti sotto tutti i profili, in particolare quelli destinati al percorso riabilitativo della persona detenuta".
Il nodo, come è chiaro e evidente, resta proprio la proroga dello stato d'emergenza, in relazione al quale Turco e Testa commentano con sarcasmo e realismo: "Sono chiare le ragioni tecniche, chiarissime quelle politiche, sconosciute quelle sanitarie". "Il fatto - proseguono - che il Primo Ministro Giuseppe Conte abbia deciso di sottoporre al Parlamento la decisione di prorogare lo stato di emergenza è un atto dovuto che fa meglio comprendere la gravità del non averlo fatto quando l'emergenza è stata dichiarata" dichiarano dal Partito Radicale. "La questione più inquietante è che quando fu dichiarato lo stato di emergenza sanitario, decisione evidentemente supportata da dati scientifici (che a seguito della sentenza del Tar forse saranno resi pubblici), ci volle un mese per prendere provvedimenti sanitari".
Attesa per i verbali del Cts desecretati - La sentenza alla quale fanno riferimento Maurizio Turco e Irene Testa è quella dello scorso 13 luglio quando il Tar del Lazio ha deciso che i verbali delle riunioni del Comitato Tecnico Scientifico andranno desecretati.
Secondo i giudici amministrativi, infatti, vietare l'accesso agli atti da parte dei cittadini è stata una scelta errata, in quanto i verbali richiesti del Cts erano prodromici all'emanazione dei Dpcm e non erano qualificabili come "atti amministrativi generali", come invece sostenuto nella memoria difensiva da Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento della Protezione civile. Di qui l'ordine di far vedere e fare copia degli atti, entro 30 giorni.
Una battaglia fortemente sostenuta anche da Partito Radicale che lo scorso 11 maggio aveva inoltrato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri una richiesta di accesso agli atti per prendere visione dei processi verbali delle sedute e ha chiesto di ottenere le copie di intese e pareri. Inutile dire che ad oggi nessuna risposta è stata data. "Non c'è bisogno di poteri straordinari - concludono Turco e Testa - per invitare o obbligare i cittadini a misurare la febbre, lavarsi le mani, indossare le mascherine, stare distanziati fisicamente, ed eventualmente sanzionarli in caso di mancato rispetto dell'obbligo a farlo".
di Giovani M. Jacobazzi
Il Dubbio, 31 luglio 2020
È tornata, come previsto, in commissione Affari costituzionali alla Camera, la proposta di legge costituzionale, d'iniziativa popolare, sulla separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura. Lo ha deciso ieri mattina l'Aula di Montecitorio dopo che lunedì scorso era iniziata la discussione generale.
"Con lealtà e fair play rispetto a quanto stabilito dall'ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali chiediamo il ritorno nella stessa commissione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, fortemente sostenuta dall'Unione delle Camere penali", ha detto il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, intervenuto ieri a Montecitorio come relatore del provvedimento.
"Questo ritorno non può e non deve avere alcun intento dilatorio: l'obiettivo, all'opposto, è ricercare un accordo che riporti il testo in Aula il prima possibile", ha aggiunto il parlamentare forzista. "La discussione in Aula ci ha consentito di far circolare sia le idee fondamentali di imparzialità e trasparenza del giudice rispetto al pm sia alcuni numeri, ossia quelli degli articoli della Costituzione che a questa proposta danno forza e consistenza. È oggi più che mai necessario ripristinare i valori costituzionali della parità fra accusa e difesa, in un contraddittorio effettivo che consenta finalmente di attribuire al "processo" la qualifica di "giusto processo", ha detto Sisto.
La commissione aveva avviato l'esame in sede referente a febbraio del 2019, dopo che, alla fine del 2017, l'Unione Camere penali, promotrice dell'iniziativa, aveva depositato in Parlamento le oltre 70mila firme raccolte. La discussione, fino a questo momento, è stata, data la delicatezza della materia, alquanto complessa.
A marzo del 2019, l'ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi della commissione, aveva deciso, all'unanimità, di procedere a un ciclo di audizioni informali. Tale ciclo di audizioni era terminato il successivo luglio. Fra gli auditi, l'avvocato Beniamino Migliucci, presidente del Comitato promotore della proposta di legge, Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense, i professori di Diritto Vincenzo Maiello, Giorgio Spangher, Oreste Dominioni, il presidente dell'Unione Camere penali, Gian Domenico Caiazza, l'ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante.
Al termine delle audizioni erano stati presentati alcuni emendamenti, la maggior parte dei quali proposti da gruppi di maggioranza, di natura soppressiva di tutte le parti del testo. Per evitare che la votazione sulle proposte emendative comportasse la soppressione dell'intero testo e il conseguente conferimento di un mandato a riferire all'Assemblea in senso contrario sul provvedimento, tutte le forze politiche avevano convenuto di procedere a una fase di ulteriore valutazione politica sulla materia.
Nell'ufficio di presidenza della commissione, integrato dai rappresentanti dei gruppi, il 22 luglio scorso il presidente Giuseppe Brescia (M5s) aveva proposto di concludere l'esame in sede referente non procedendo né alla votazione degli emendamenti né al conferimento del mandato al relatore. In tal caso, nella discussione generale in Aula, Brescia, come presidente, avrebbe dato conto dell'andamento dell'esame in sede referente, senza alcuna valutazione di merito. Su tale proposta avevano convenuto tutti i gruppi, nonché il relatore sul provvedimento, il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto.
Nell'ultima seduta in sede referente della commissione del 23 luglio, Brescia aveva comunicato la decisione assunta in seno all'ufficio di presidenza, segnalando anche l'opportunità che nel corso della discussione in Aula venisse proposto di rinviare il provvedimento in commissione per giungere, una volta per tutte, a un esame più compiuto del testo. Come poi avvenuto ieri.
Secondo l'onorevole di Forza Italia Pierantonio Zanettin, ex membro del Csm nella scorsa consiliatura e ora componente della commissione Giustizia della Camera, "si tratta di una occasione unica: quanto è successo al Csm ha messo in evidenza la necessità di un intervento sulla magistratura. Si vedrà se Italia viva, che è in maggioranza e rivendica sempre di essere un partito garantista, vorrà seguire Forza Italia in questa battaglia di civiltà", ha aggiunto il parlamentare azzurro.
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