di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 31 luglio 2020
"Non sempre è facile veicolare messaggi di solidarietà nella società, ancor più quando si parla di determinate categorie sociali. I detenuti sono visti con molta diffidenza, si presuppone che "se stanno in carcere qualcosa devono aver fatto".
di Enrico Sbriglia*
Il Dubbio, 31 luglio 2020
Quando i custodi si trasformano in aguzzini lo stato deve rivedere i propri modelli. È un classico e credo che abbia in qualche modo segnato la mia vita professionale, offrendomi ulteriori convinzioni al riguardo. Il titolo italiano del libro è "L'effetto Lucifero", sottotitolo "Cattivi si diventa?" di Philip Zimbardo, professore di psicologia. Racconta di un esperimento: siamo a Stanford, il prof. Zimbardo vuole studiare i comportamenti di un certo numero di giovani di buona famiglia, americani Doc, anzi Wasp (White Anglo- Saxon Protestant), che precedentemente avevano dato il loro consenso a partecipare allo stesso, senza però che si scendesse nei dettagli su ciò che ad essi sarebbe stato chiesto.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 3 agosto 2020
Istituzioni che "scendano dal piedistallo" e non abbiano paura di "sviluppare forme di giustizia, di potere e di relazione più orizzontali possibile".
Leggo con desolazione la nuova circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria che ha come oggetto "Aggressioni al personale, linee di intervento". Non c'è uno straccio di riflessione su quello che sta succedendo, nelle carceri, ma anche nella società.
di Massimiliano Di Giorgio
Venerdì di Repubblica, 31 luglio 2020
Le indicazioni per gestire la giustizia nell'emergenza sono un'enormità e un avvocato le ha persino pesate. Utili? Tra scadenze saltate e udienze rinviate al 2021, in realtà tutto è paralizzato.
Stampate su carta, le linee guida per il Covid-19 diffuse dai vari uffici giudiziari di Roma pesano la bellezza di 10 chili. La prova della bilancia l'ha fatta giorni fa Antonino Galletti, presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati della capitale. Ma nonostante la riapertura fisica dei tribunali, avvocati e utenti segnalano ritardi stratosferici e difficoltà a ottenere documenti, a rispettare scadenze. O anche solo a trovare qualcuno che risponda al telefono.
Si fa presto a dire smart working. Molti impiegati, dopo essere stati obbligati prima a prendere le ferie, da casa non hanno accesso ai registri per questioni di sicurezza. "Da noi il telelavoro non esisteva e c'era già un problema di organici", dice Felicia Russo, coordinatrice nazionale per il settore giudiziario del sindacato Cgil Fp, che sta trattando con il ministero della Giustizia un accordo nazionale per il lavoro a distanza.
A Roma, prima del Covid-19, gli uffici giudiziari lavoravano già con un organico ridotto di oltre il 30 per cento: 410 addetti in meno rispetto ai 1200 previsti. Con l'emergenza, la situazione è precipitata.
L'ufficio notifiche del tribunale, per esempio, per settimane ha aperto solo un'ora al giorno, dalle 8 alle 9. Ci sono cancellerie chiuse fino a settembre: impossibile depositare relazioni e istanze. E alcune prime udienze per la separazione legale di coppie sono state rinviate ad aprile 2021. Il tribunale romano da settembre terrà udienze anche il pomeriggio e forse il sabato mattina, ma un po' ovunque si cercano soluzioni in corsa e i sindacati discutono di protocolli per organizzare meglio l'accesso ai singoli uffici.
Al palazzo di Giustizia di Milano, dove prima della pandemia entravano giornalmente 7.000 persone, i penalisti hanno già protestato per l'elevato numero di processi, spesso fissati alla stessa ora, col rischio di assembramenti. Ad Ancona le aule resteranno aperte ad agosto. A Salerno le proteste degli avvocati hanno convinto il presidente a raddoppiare il numero di ingressi al giorno. I Tar, tribunali amministrativi regionali, hanno tenuto perché i procedimenti erano già informatizzati e il lavoro è continuato a distanza. Ma la giustizia penale e quella dei giudici di pace è ancora soprattutto cartacea.
di Daniele Priori
Il Riformista, 31 luglio 2020
"Causa emergenza sanitaria da Covid-19, tuttora in vigore e in procinto di essere rinnovata fino ad ottobre, siamo stati autorizzati a visitare solamente 5 istituti di pena dei 190 presenti sul territorio nazionale e con delegazioni formate al massimo da due persone" denunciano dal Partito Radicale. Così nel dibattito davvero poco stimolante tra negazionisti e allarmisti in relazione alla diffusione attuale del Covid-19, a rimetterci di sicuro saranno per primi, ancora una volta, i detenuti che in larghissima parte non potranno ricevere la tradizionale visita di Ferragosto dei militanti radicali.
"Prendiamo atto di questa decisione e vogliamo considerare questa risposta dei nuovi vertici del Dap un atto simbolico volto alla ripresa - che riteniamo prioritaria e urgente - di tutte le attività interne ed esterne previste dall'ordinamento penitenziario e da un'esecuzione penale improntata ai principi costituzionali" dichiarano il segretario Maurizio Turco e la tesoriera del Prtt, Irene Testa.
"Non v'è chi non veda, infatti, che l'emergenza sanitaria si è solo sovrapposta ad una gravissima emergenza penitenziaria, che dura da tempo, che nel tempo si è andata aggravando e che ha sacrificato i diritti fondamentali della persona detenuta. Ci auguriamo pertanto che - come è pure successo negli anni passati grazie al Partito e a Radio Radicale - ci sia una mobilitazione generale dei parlamentari (che non hanno bisogno di autorizzazione per visitare le carceri) che li veda presenti e impegnati in tutta Italia e in tutti gli istituti".
"Urgono atti e iniziative concrete per riportare il carcere nell'alveo della Costituzione, per ridare a chi ha sbagliato il diritto ad emendarsi con dignità e a chi all'interno del carcere presta la propria opera di poterlo fare in un luogo adeguato sia strutturalmente sia dal punto di vista degli organici oggi del tutto carenti sotto tutti i profili, in particolare quelli destinati al percorso riabilitativo della persona detenuta".
Il nodo, come è chiaro e evidente, resta proprio la proroga dello stato d'emergenza, in relazione al quale Turco e Testa commentano con sarcasmo e realismo: "Sono chiare le ragioni tecniche, chiarissime quelle politiche, sconosciute quelle sanitarie". "Il fatto - proseguono - che il Primo Ministro Giuseppe Conte abbia deciso di sottoporre al Parlamento la decisione di prorogare lo stato di emergenza è un atto dovuto che fa meglio comprendere la gravità del non averlo fatto quando l'emergenza è stata dichiarata" dichiarano dal Partito Radicale. "La questione più inquietante è che quando fu dichiarato lo stato di emergenza sanitario, decisione evidentemente supportata da dati scientifici (che a seguito della sentenza del Tar forse saranno resi pubblici), ci volle un mese per prendere provvedimenti sanitari".
Attesa per i verbali del Cts desecretati - La sentenza alla quale fanno riferimento Maurizio Turco e Irene Testa è quella dello scorso 13 luglio quando il Tar del Lazio ha deciso che i verbali delle riunioni del Comitato Tecnico Scientifico andranno desecretati.
Secondo i giudici amministrativi, infatti, vietare l'accesso agli atti da parte dei cittadini è stata una scelta errata, in quanto i verbali richiesti del Cts erano prodromici all'emanazione dei Dpcm e non erano qualificabili come "atti amministrativi generali", come invece sostenuto nella memoria difensiva da Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento della Protezione civile. Di qui l'ordine di far vedere e fare copia degli atti, entro 30 giorni.
Una battaglia fortemente sostenuta anche da Partito Radicale che lo scorso 11 maggio aveva inoltrato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri una richiesta di accesso agli atti per prendere visione dei processi verbali delle sedute e ha chiesto di ottenere le copie di intese e pareri. Inutile dire che ad oggi nessuna risposta è stata data. "Non c'è bisogno di poteri straordinari - concludono Turco e Testa - per invitare o obbligare i cittadini a misurare la febbre, lavarsi le mani, indossare le mascherine, stare distanziati fisicamente, ed eventualmente sanzionarli in caso di mancato rispetto dell'obbligo a farlo".
di Giovani M. Jacobazzi
Il Dubbio, 31 luglio 2020
È tornata, come previsto, in commissione Affari costituzionali alla Camera, la proposta di legge costituzionale, d'iniziativa popolare, sulla separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura. Lo ha deciso ieri mattina l'Aula di Montecitorio dopo che lunedì scorso era iniziata la discussione generale.
"Con lealtà e fair play rispetto a quanto stabilito dall'ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali chiediamo il ritorno nella stessa commissione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, fortemente sostenuta dall'Unione delle Camere penali", ha detto il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, intervenuto ieri a Montecitorio come relatore del provvedimento.
"Questo ritorno non può e non deve avere alcun intento dilatorio: l'obiettivo, all'opposto, è ricercare un accordo che riporti il testo in Aula il prima possibile", ha aggiunto il parlamentare forzista. "La discussione in Aula ci ha consentito di far circolare sia le idee fondamentali di imparzialità e trasparenza del giudice rispetto al pm sia alcuni numeri, ossia quelli degli articoli della Costituzione che a questa proposta danno forza e consistenza. È oggi più che mai necessario ripristinare i valori costituzionali della parità fra accusa e difesa, in un contraddittorio effettivo che consenta finalmente di attribuire al "processo" la qualifica di "giusto processo", ha detto Sisto.
La commissione aveva avviato l'esame in sede referente a febbraio del 2019, dopo che, alla fine del 2017, l'Unione Camere penali, promotrice dell'iniziativa, aveva depositato in Parlamento le oltre 70mila firme raccolte. La discussione, fino a questo momento, è stata, data la delicatezza della materia, alquanto complessa.
A marzo del 2019, l'ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi della commissione, aveva deciso, all'unanimità, di procedere a un ciclo di audizioni informali. Tale ciclo di audizioni era terminato il successivo luglio. Fra gli auditi, l'avvocato Beniamino Migliucci, presidente del Comitato promotore della proposta di legge, Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense, i professori di Diritto Vincenzo Maiello, Giorgio Spangher, Oreste Dominioni, il presidente dell'Unione Camere penali, Gian Domenico Caiazza, l'ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante.
Al termine delle audizioni erano stati presentati alcuni emendamenti, la maggior parte dei quali proposti da gruppi di maggioranza, di natura soppressiva di tutte le parti del testo. Per evitare che la votazione sulle proposte emendative comportasse la soppressione dell'intero testo e il conseguente conferimento di un mandato a riferire all'Assemblea in senso contrario sul provvedimento, tutte le forze politiche avevano convenuto di procedere a una fase di ulteriore valutazione politica sulla materia.
Nell'ufficio di presidenza della commissione, integrato dai rappresentanti dei gruppi, il 22 luglio scorso il presidente Giuseppe Brescia (M5s) aveva proposto di concludere l'esame in sede referente non procedendo né alla votazione degli emendamenti né al conferimento del mandato al relatore. In tal caso, nella discussione generale in Aula, Brescia, come presidente, avrebbe dato conto dell'andamento dell'esame in sede referente, senza alcuna valutazione di merito. Su tale proposta avevano convenuto tutti i gruppi, nonché il relatore sul provvedimento, il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto.
Nell'ultima seduta in sede referente della commissione del 23 luglio, Brescia aveva comunicato la decisione assunta in seno all'ufficio di presidenza, segnalando anche l'opportunità che nel corso della discussione in Aula venisse proposto di rinviare il provvedimento in commissione per giungere, una volta per tutte, a un esame più compiuto del testo. Come poi avvenuto ieri.
Secondo l'onorevole di Forza Italia Pierantonio Zanettin, ex membro del Csm nella scorsa consiliatura e ora componente della commissione Giustizia della Camera, "si tratta di una occasione unica: quanto è successo al Csm ha messo in evidenza la necessità di un intervento sulla magistratura. Si vedrà se Italia viva, che è in maggioranza e rivendica sempre di essere un partito garantista, vorrà seguire Forza Italia in questa battaglia di civiltà", ha aggiunto il parlamentare azzurro.
di Italo Carmignani e Egle Priolo
Il Messaggero, 31 luglio 2020
Luca Palamara ha spiegato per otto ore mercoledì, ma non è detto che la procura perugina gli abbia creduto. Anzi. Otto ore fino a notte inoltrata per contestare le nuove accuse che la squadra di Raffaele Cantone muove all'ex pm: la violazione del segreto istruttorio sull'esposto presentato dall'ex pm Stefano Fava al Csm contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Menatone e l'aggiunto Paolo Ielo, più due casi di corruzione per quei quattro weekend trascorsi tra il 2011 e il 2018 in un albergo di lusso a Capri in cambio di favori al fratello dell'imprenditore proprietario dell'hotel e i due scooter che Palarnara avrebbe ricevuto tra il 2018 e l'aprile 2019 dal titolare di Aureli Meccanica con tanto di pagamento di alcune multe.
Anche in questo caso per la procura si tratterebbe di regalie in cambio del suo interessamento in un processo che vedrebbe coinvolte madre e moglie del proprietario degli scooter. Otto ore di serrata partita a ping pong, tra contestazioni precise, mirate e quelle carte che per i sostituti procuratori Gemma Miliani e Mario Formisano rappresentano prove granitiche.
L'ex consigliere del Csm ha risposto punto per punto: i viaggi deluxe a Capri con la famiglia, la moglie e l'amica Adele Attisani? Frutto di "rapporti di amicizia decennale con Leonardo Ceglia Manfredi (titolare della srl proprietaria del Punta Tragara, cinque stelle da 500 euro al giorno, ndr) e nessun interessamento su procedimenti che riguardano lui o i suoi familiari", ribattono i legali. Gli scooter? Solo un mezzo "a disposizione degli amici in Sardegna, preso in prestito per un periodo limitato di tempo e le multe pagate direttamente o restituendo i soldi".
La comunicazione del nome della moglie dell'imprenditore al pm romano che seguiva il caso? Nessuna interferenza, ma solo "tri interessamento" per conoscere le novità sul procedimento delle parenti di un amico praticamente fraterno.
L'accusa sull'esposto invece ha sollevato questioni interne al Csm, dinamiche interne alla procura di Roma, nell'ambito della successione a Pignatone, con quella fuga dì notizie contestata dai legali dell'ex presidente dell'Anm perché "le notizie uscite sui giornali erano già note". E non fossero bastate le otto ore di mercoledì ("Poi vedremo gli sviluppi", ha vaticinato la difesa), ieri mattina Palamara si è trovato di nuovo davanti ai pm perugini e al gip Lidia Brutti, che deve decidere quali intercettazioni trascrivere nell'ambito del procedimento principale che vede l'ex pm indagato sempre per corruzione per le ristrutturazioni e altri viaggi (da Favignana a Londra fino a Dubai) regalati - secondo la procura - per favori all'imprenditore Fabrizio Centofanti.
Più strateghi che sfibrati, gli avvocati hanno rinunciato a presentare eccezioni davanti al gip all'acquisizione delle intercettazioni, comprese quelle "parlamentari" che vedono coinvolti anche Cosimo Maria Ferri, deputato di Italia viva e giudice in aspettativa, e l'ex ministro Luca Lotti, entrambi non interessati dal procedimento perugino.
"Per quanto riguarda le intercettazioni che coinvolgono i parlamentari riteniamo che sia competente la Camera dei deputati", ha detto però al termine dell'udienza l'avvocato Benedetto Buratti. Tutto rinviato quindi al 21 settembre per la nomina del perito.
Data utile per la difesa per studiare tutte le carte, ma anche perché successiva al 15, quando inizia il procedimento disciplinare (con il Csm che ha già detto no alla ricusazione di Piercamillo Davigo) sul cosiddetto mercato delle toghe e il "sistema delle correnti" in magistratura. Per quelle nomine pilotate, è l'accusa, a Roma come a Perugia. Dove, però, dopo il terremoto nel Csm, l'ha spuntata proprio Cantone.
di Carmelo Barbieri*
Il Foglio, 31 luglio 2020
Dietro la magistratura del rancore c'è la degenerazione delle correnti. Idee per sconfiggere il carrierismo. La questione morale della magistratura italiana e del suo sistema di autogoverno si pone con forza. Recentemente il presidente della Repubblica, vertice del Csm, ci ha ricordato quanto sia necessario e urgente che il potere giudiziario recuperi piena credibilità, condizione essenziale perché le decisioni vengano rispettate e, dunque, eseguite.
È necessario però comprendere le ragioni di questo crepuscolo per poter decidere quali interventi riformatori deliberare. Perché per anni la gestione delle prerogative dell'organo di autogoverno dei magistrati è stata improntata a logiche non solo correntizie ma addirittura clientelari, facendoci assistere ad un vero e proprio mercimonio della funzione?
Da più parti si sente dire, probabilmente non senza ragione, che la causa andrebbe ritrovata nel carrierismo che ha infettato la magistratura e i magistrati. La domanda è: perché e da che cosa il carrierismo è stato generato? A questa domanda non si sente offrire risposte. Di solito, quando all'interno di un gruppo, di una categoria, in tanti si comportano male anziché bene, si muovono scompostamente piuttosto che stare fermi sentendosi appagati dalla funzione che svolgono, la ragione è sistemica e non individuale.
È troppo facile convincersi che la colpa si trovi nell'amoralità di questo o quel membro del Consiglio Superiore o di alcuni capi corrente. Se la base non avesse abbracciato questa logica, gli spregiudicati consiglieri e capi correnti avrebbero avuto vita breve. Invece non è stato così; il conformismo, purtroppo, è assai seducente. Pare piuttosto che a tanti il luogo dove si trovavano non piacesse, volevano altro, anche venendo a patti con la propria moralità.
Questo luogo era la corsia della giurisdizione. Il fatto è che, fatta eccezione per alcuni settori, la giurisdizione, la sua fanteria, versa da tempo in una condizione di grave marginalità. Una buona parte delle questioni di cui si occupa dovrebbero esserle sottratte, perché irrilevanti, per trovare delle modalità altre di risoluzione, dai sistemi di mediazione a forme di definizione in sede amministrativa anche mediante un radicale percorso di depenalizzazione.
Il numero degli avvocati in Italia dovrebbe essere ricondotto a razionalità: attualmente è di oltre 240 mila mentre nella vicina Francia è pari a poco più di 65 mila. Plastica dimostrazione di quanto si va dicendo si trova nelle intollerabili condizioni in cui versa da anni la Corte di cassazione, posta al vertice del sistema. Il numero dei procedimenti civili definiti dalla Corte nel 2019 è di circa 33.000 mentre il numero di quelli penali è di poco superiore a 50.000. Siamo oltre gli 80 mila procedimenti in un anno.
La stragrande maggioranza di questi non avrebbero dovuto giungere in Corte, semplicemente perché non meritevoli del vaglio del giudice più "alto". Giusto per alzare lo sguardo da terra, nell'affine Francia, sempre nel 2019, il numero dei ricorsi decisi dalla Cour de cassation è stato di poco superiore 24.000, di cui 17.000 circa nel settore civile; mentre i casi pervenuti dinanzi al Bundesgerichtshof, la Corte federale tedesca, nel 2019 sono stati poco più di 5.000 nel settore civile e circa 3500 in quello penale. Ci si ostina a non vedere che una modifica della norma costituzionale, un unicum nel contesto europeo, che attribuisce il diritto di sottoporre alla Corte di ultima istanza ogni caso, dal più banale al più complesso, con conseguente dovere di quest'ultima di pronunciarsi, è urgente e ineludibile per riconsegnare dignità al giudice supremo e restituirlo al suo ruolo fondante di garante dell'uniforme interpretazione della legge.
Se queste sono le condizioni in cui si trova il vertice la base non sta meglio: il numero dei procedimenti civili pendenti dinanzi agli uffici giudiziari è pari a circa 3.300.000, l'Italia è terzultima per la durata dei processi civili e commerciali in primo grado, nel nostro Paese per una sentenza di secondo grado occorrono 843 giorni, e per il terzo grado 1.299 giorni, i tempi più lunghi fra i principali Stati dell'Unione. Sono oltre un milione e mezzo i procedimenti penali pendenti dinanzi agli uffici giudicanti, di cui molti per reati di modesta entità, che andrebbero risolutamente depenalizzanti perché privi di ogni incidenza nel contrasto della criminalità.
Tutto questo genera demotivazione e frustrazione. Stiamo assistendo a un processo analogo a quello che da anni ha tragicamente colpito la scuola e l'università. La degenerazione correntizia ha indotto poi gli esclusi, e non solo, ad elaborare risentimento e vittimismo ed un immobilistico disimpegno per pretesa superiorità morale.
Il carrierismo si sconfigge invece restituendo dignità e centralità alla giurisdizione, recuperando il suo senso ultimo anche attraverso una riforma del sistema di accesso dei nuovi magistrati che consenta di ritrovare spinte motivanti e porre un freno alla grave burocratizzazione in atto. Per farlo le linee di riforma dovrebbero dispiegarsi nel solco della magistratura come potere prim'ancora che come servizio, con le conseguenti responsabilità che ne derivano. Il carrierismo si sconfigge ricostruendo la giurisdizione come un luogo dal quale non vale la pena muoversi.
*Magistrato del Tribunale di Milano
di Elisa Sola
Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2020
"Che poi quello che mi ricordo l'anno scorso, quando c'erano gli altri colleghi che sono stati trasferiti, sai a Zelig? Quando quello diceva: vatti a fare 5 minuti di vergogna, quando si metteva nell'angolo 5 minuti".
Non erano comiche quelle che andavano di scena al terzo piano del blocco C del carcere di Torino. Ma una sorta di tragedia, quasi ordinaria, se si leggono le parole di denuncia inviate da un professore che insegna dentro alle Vallette agli inquirenti: "Il blocco C è il girone infernale. Gli schiaffi allegri non sono finiti. Più di un detenuto italiano di mezza età e con alti livelli di istruzione mi riferiscono tra le lacrime che lì si perde la dignità".
La testimonianza dell'insegnante compare nelle 5.800 pagine di atti dell'indagine sulle presunte torture messe in atto da 21 agenti, svolta dal Nucleo investigativo della polizia penitenziaria e coordinata dall'aggiunto Enrica Gabetta e Francesco Saverio Pelosi. Ex direttore ed ex comandate della penitenziaria delle Vallette sono indagati per favoreggiamento, altri due sindacalisti per aver rivelato segreti d'ufficio. In totale sono 25 le persone coinvolte - difese dagli avvocati Luca Bruno, Enrico Calabrese e Loredana Gemelli - e almeno 10 le parti lese.
Dalle intercettazioni registrate negli ultimi due anni si comprende come, per alcuni poliziotti, si trattasse soltanto di un "gioco". Per la Procura invece quegli agenti avrebbero commesso violenze e sevizie in maniera continuata e costante: ecco perché viene contestata la tortura. Diceva un agente alla fidanzata: "E niente, mo' ce ne rientriamo, andiamo a dare i cambi che oggi mi sto divertendo?". Rispondeva lei: "Ah sì? A menà?". La replica: "No, oggi stile Israele anni 40".
C'è anche un altro aspetto inquietante: i trattamenti sanitari obbligatori. Un giovane carcerato, che frequenta con profitto il secondo anno di liceo, viene obbligato a fare un Tso. Per raggiungere l'ambulanza che lo aspetta fuori dal Lorusso e Cutugno, gli agenti lo avrebbero obbligato a percorrere, a piedi nudi, in mutande e con un bavaglio in bocca, l'intera sezione. Una scena che, scrivono gli inquirenti, lasciò le insegnanti che assistettero "molto turbate". Fuori dall'ospedale Molinette, dove il ragazzo verrà portato, un'insegnante sentirà dire da un agente: "Se fosse per me l'avrei sciolto in un bidone di acido".
La notte tra il 24 e il 25 dicembre un altro detenuto viene sgridato perché il lenzuolo è sistemato male. Un agente "ubriaco" lo sbatte contro la porta e lo prende a pugni in un occhio. Nessuno porta il ferito in infermeria. Scrive la Procura: "Più persone assistono al fatto e nonostante i numerosi tentativi di farsi accompagnare in infermeria, soltanto dopo tre ore verrà portato dal medico".
La vittima denuncia. Pochi giorni dopo qualcuno darà fuoco alla sua cella. La punizione che invece avrebbero inflitto alcuni poliziotti a un anarchico di 24 anni appena arrivato in cella, che aveva imbrattato il muro con una scritta, sarebbe stata quella di privarlo della forchetta.
In un clima nero, dove le violenze sarebbero state quasi all'ordine del giorno - con 166 "incidenti" avvenuti tra il primo gennaio e il 2 ottobre 2018, molti dei quali etichettati come "cadute dalle scale" - tra i detenuti delle Vallette qualcuno si salvava grazie alla solidarietà.
Nel caso di un uomo che sarebbe stato picchiato più volte dagli agenti, fu il compagno di cella medico a rendersi conto della gravità del caso e a denunciare, dopo aver visto i lividi sulla sua schiena. Restano poi una serie di misteri. Come il giovane ricoverato in coma in ospedale il 12 dicembre 2019, entrato alle Vallette quando pesava 80 chili. Dopo pochi mesi ne aveva persi 30.
La Garante dei detenuti lo scorso dicembre scriveva: "Il giovane racconta degli svenimenti e si presenta in sedia a rotelle. Riferisce di non riuscire a ingoiare più nulla. Ha le labbra completamente aride e di colore scuro. Fatica a esprimersi per l'assunzione massiccia di Valium. Ha le stesse sembianze di Stefano Cucchi". E, prima del coma, il 4 dicembre, la Garante aveva addirittura chiesto "un intervento urgente esprimendo timore per un imminente evento critico".
di Giusy Santella
linkabile.it, 31 luglio 2020
"Ogni volta che c'è morte e sofferenza in un carcere, queste non appartengono solo a chi è dentro, ma a tutti noi, che su questo tema dobbiamo collaborare": queste le parole pronunciate dal Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, durante la conferenza stampa svoltasi per presentare la relazione sulle attività svolte e i risultati ottenuti nel corso del 2019, insieme al rapporto sulle carceri campane al tempo del Covid. Una frase che invita a una riflessione collettiva sul tema carcerario e in particolare sulle sue contraddizioni.
La presentazione è stata introdotta dalla presidente del Consiglio regionale della Campania Rosa D'Amelio, che ha sottolineato l'importanza della figura del Garante e ha rinnovato il proposito di portare avanti progetti rieducativi e incisivi. "Bisogna evitare la solitudine e la mancanza di trattamento, che uccidono più di una pandemia. Ciambriello come garante è stata una scelta giusta e motivata": queste le sue parole, a rimarcare i drammi che quotidianamente si consumano tra le mura penitenziarie e la stima per il lavoro svolto dal garante campano dei detenuti.
Centrale è stato nel dibattito il tema dei suicidi, ben 29 dall'inizio dell'anno, senza contare i numerosissimi tentativi evitati dal tempestivo intervento del personale penitenziario. Le difficoltà di carattere psicologico sono molte, acuite in questo periodo da ipotesi di isolamento sanitario che hanno portato alcuni detenuti a togliersi la vita, essendo diventata per loro insopportabile la permanenza solitaria e priva di senso in carcere.
Anche la nostra Regione porta avanti un triste primato: ben 7 suicidi dall'inizio dell'anno, con l'ultimo di soli pochi giorni fa. Dati allarmanti che segnalano la necessità di un dibattito serio e di una riforma che metta al centro l'individuo e le sue esigenze, superando la convinzione che il carcere sia l'unica risposta possibile o quella migliore.
Sicuramente l'emergenza sanitaria ha messo in luce le criticità del nostro sistema penitenziario, prima tra tutte l'enorme problema del sovraffollamento. Ben 94 detenuti sono stati contagiati e tre di questi hanno perso la vita, mentre 204 agenti sono risultati positivi e due tra loro sono morti. Il carcere non è quindi il luogo impermeabile al contagio che molti si illudevano fosse e le detenzioni domiciliari concesse da quelli che il Garante campano definisce coraggiosi magistrati, erano più che mai necessarie per evitare una strage.
Il professore Samuele Ciambriello ha ritenuto doveroso fare riferimento anche ai quattordici detenuti che hanno perso la vita nelle rivolte scoppiate a inizio marzo in 27 istituti penitenziari italiani, e che hanno assunto toni violenti a causa di una situazione di tensione creatasi per la mala gestione dell'emergenza e un'errata comunicazione nei confronti dei detenuti: "noi Garanti e l'associazione Antigone abbiamo chiesto delle risposte su queste morti che ufficialmente risultano avvenute tutte per overdose di metadone ma ci sono ancora troppi misteri".
Come sottolineato dal Garante dei detenuti, dalla relazione presentata emerge che rispetto alla sanità alcune questioni sono in via di risoluzione per alcune delle carceri campane che presentano numerose criticità, ma i passi in avanti da fare sono ancora molti e una delle problematicità sottolineate riguarda la mancata stabilizzazione del personale sanitario.
Molte le iniziative promosse e in partenza da settembre, tra cui sportelli di orientamento al lavoro, attraverso cui attuare quella promessa rieducativa e risocializzante cui la pena tende in base all'articolo 27 della Costituzione o anche attività che possano rendere meno dura la reclusione come la sartoria prevista per la sezione femminile del carcere di Bellizzi Irpino.
"Non si tratta di essere giustizialisti o garantisti, né di affermare che sono tutti innocenti. Ciò che vogliamo è applicare la legge, in particolare quelle norme che permettono di scontare la propria pena in una misura alternativa. Sono per coniugare certezza della pena con qualità della pena. per questo ho ritenuto giusto e doveroso dopo le confessioni di decine di detenuti di santa Maria Capua Vetere di aver ricevuto violenze e soprusi, investire del caso la procura competente, che ha recentemente inviato a 57 agenti di polizia penitenziaria avvisi di garanzia": queste le parole conclusive del professore Samuele Ciambriello. Novità che possono essere positive, ma per le quali c'è bisogno della collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, oltre che della società esterna.
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