wesud.it, 2 agosto 2020
Da ieri, 1 agosto 2020 è attivo anche nel territorio di Crotone il Servizio gratuito di Ascolto e Mediazione. "Non sei solo, non sei sola", rivolto alla comunità carceraria, ai familiari dei detenuti e ad i loro congiunti. Lo rende noto il Garante Comunale per i diritti dei detenuti Federico Ferraro.
Per far fronte all'emergenza Covid-19, l'AIMePe - Associazione Italiana Mediatori Penali e l'Associazione Noi & Voi Onlus in collaborazione con gli Istituti Penitenziari e gli Uffici di Esecuzione Penitenziaria Esterna Taranto ed il partner aderente Volontariato Penitenziario SEAC, presentano il Servizio di Ascolto e Gestione dei conflitti, già in altre strutture carcerarie italiane. L'iniziativa a Crotone è stata possibile grazie alla collaborazione con il garante comunale dei detenuti avv Federico Ferraro.
Per esprimere vicinanza e supporto alla comunità carceraria, in ottemperanza all'emergenza Covid-19, causa di preoccupazione per i detenuti per quanto sta accadendo fuori alle loro famiglie, il Servizio si configura come uno spazio di accoglienza e sostegno per i detenuti, le famiglie e i congiunti degli stessi di problematiche di tipo personale, affettivo o relazionale, che si svolge in un clima positivo, teso alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere.
Il servizio di ascolto è dedicato a:
• Detenuti, in particolar modo coloro che non hanno legami familiari o che fanno fatica ad avere contatti con i familiari;
• I condannati affidati ai servizi sociali e/o agli uffici di esecuzione personale esterna, UEPE, privilegiando coloro i quali hanno una rete familiare in difficoltà;
• Famiglie dei detenuti.
Per fronteggiare:
• Disagio, tensioni in famiglia, lutti, malattie;
• Difficoltà economiche;
• Integrazione;
• Disagio nei rapporti con gli altri detenuti e/o con le loro famiglia.
Da qui l'appello lanciato da Garante Comunale per i diritti dei detenuti, Federico Ferraro: "Se conosci qualcuno che potrebbe usufruire di tale aiuto o ti riconosci in uno di questi punti o ancora hai bisogno di un confronto e supporto, il servizio telefonico è attivo dal lunedì al venerdì dalle 09.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.00.
I referenti del progetto di volontariato sono i seguenti professionsti: Dott.ssa Maria Cristina Ciambrone, Mediatore familiare A.I.Me.F.; Mediatore scolastico e mediatore penale, Presidente A.I.Me.Pe; Maria Spizzirri, Mediatore penale A.I.Me.Pe, Tesoriere A.I.Me.Pe, Mediatore Scolastico; Bina Salvati Mediatore penale A.I.Me.Pe, Mediatore Scolastico.
di Angela Stella
Il Riformista, 2 agosto 2020
La questione migrazione torna prepotente nella cronaca e nel dibattito politico: in 24 ore due fughe di massa in Sicilia dove centinaia di migranti si sono allontanati dalle strutture che li stavano ospitando. Nel tardo pomeriggio di ieri il Ministro Luciana Lamorgese ha reso noto che quasi tutti quelli che si erano allontanati dalla struttura di Porto Empedocle erano stati rintracciati. Intanto è stato previsto l'invio dell'esercito dell'operazione Strade sicure per i controlli sui centri dei migranti. Il Ministro Luigi Di Maio poco prima aveva lanciato l'allarme: "i migranti in fuga sono questione di salute pubblica. I cittadini italiani, come il sottoscritto naturalmente, devono continuare a rispettare le regole che ci siamo dati e vale lo stesso per i turisti o per chi ha diritto alla protezione internazionale".
Intanto ieri a Roma si è tenuto il flash mob "Sommersi e salvati" promosso in primis da Roberto Saviano e Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto che così ha aperto la manifestazione: "Non vogliamo restare immobili, vogliamo manifestare il nostro dissenso contro la decisione del Governo di rifinanziare per la quarta volta la guardia costiera libica. Non tutta l'Italia si riconosce in questa sciagurata decisione. Serve un ribaltamento della politica finora attuata, fallimentare dal punto di vista dei diritti umani e che neanche ha regolamentato i flussi di migranti". Centinaia le persone riunitesi a Piazza San Silvestro per chiedere anche di chiudere i centri di detenzione trasferendo i migranti fuori dalla Libia e di promuovere corridoi umanitari per garantire le persone in fuga.
Tra i promotori anche Riccardo Magi, deputato di +Europa, che al Riformista ha detto: "è sconcertante il fatto che se il Partito Democratico un anno fa era uscito dall'Aula al momento del voto sulla missione di supporto alla guardia costiera libica sostenendo che l'azione di quella guardia costiera era diventata, come disse Fassino, equivoca, quest'anno di fronte ad una situazione che è peggiorata e dinanzi anche ad un aumento del finanziamento di questa missione ha votato a favore, tranne alcuni colleghi del Pd che sicuramente vanno ringraziati se non altro per avere tenuto una coerenza.
La situazione in Libia poi meriterebbe la consapevolezza che la strategia italiana degli ultimi anni non ha prodotto alcuna stabilizzazione, nessuna transizione democratica". E tra i parlamentari del Pd che non hanno votato con la maggioranza c'è Matteo Orfini che prima dell'inizio della manifestazione ci ha detto: "Qui si sta manifestando una strategia alternativa a quella messa in atto da questo e altri governi. Questo flash mob non è solo un evento culturale, ma un fatto politico che aiuta chi come me sta cercando nel proprio partito e in parlamento di attuare una battaglia per cambiare le politiche migratorie".
Sul fatto che Nicola Zingaretti non abbia spiegato come mai qualche settimana fa l'assemblea del Pd, all'unanimità, aveva deciso di votare contro il rifinanziamento alla guardia costiera libica e poi il voto in aula è stato opposto: "Questo va chiesto a Zingaretti che non ha rispettato il voto unanime dell'Assemblea che lo ha eletto segretario". E sulla marcia indietro sui valori, quali quello dell'accoglienza, fondanti il Pd, Orfini ha aggiunto: "C'è qualcosa di più in gioco, ossia il rispetto dei diritti umani perché finanziare la guardia costiera libica significa finanziare torturatori e stupratori. Stiamo negando un principio base della sinistra, ossia che dove c'è una violazione dei diritti umani si combatte per sconfiggere quella violazione".
Sul palco è intervenuta anche la senatrice di +Europa Emma Bonino: "Per la terza volta il Senato dovrà decidere sul processo all'ex ministro Matteo Salvini per il caso Open Arms. Nella giunta per l'autorizzazione a procedere è passata la tesi di non autorizzare, adducendo una serie di scuse, già usate le altre due volte. La situazione è complicata. L'ago della bilancia sta a Italia Viva e Renzi, che ci dice oggi (ieri, ndr) di non aver ancora deciso perché le carte non sono chiare". Sulla questione delle ong, molte delle quali hanno patrocinato l'evento, la Bonino ha aggiunto: "Rispetto ai processi denigratori che hanno subito, ci sono state cinque archiviazioni e nessun rinvio a giudizio, quasi tutte le barche sono state dissequestrate".
A margine dell'evento abbiamo raccolto anche la testimonianza di Ascanio Celestini: "Questo Paese è diventato più razzista che nel passato ma in maniera diversa: siamo un Paese che ha già vissuto i flussi migratori degli italiani che sono andati all'estero ma anche di quelli del sud che si sono spostati al nord. Oggi ci troviamo a vivere come se un pezzo della nostra storia non ci fosse più. E ciò ci fa comodo per commettere gli stessi errori di sempre. Uno su tutti proprio sull'uso delle parole: continuiamo a usare il termine clandestino come se non ci fosse più una persona dietro la parola. Azzeriamo la persona per la sua condizione di vita. Ciò è tipico dei totalitarismi: pensiamo ai nazisti che quando chiudevano le persone nei campi di sterminio li chiamavano pezzi".
di Riccardo Bottazzo
Il Manifesto, 2 agosto 2020
Covid-19. I migranti hanno manifestato per il rischio contagi. Ora la Lega li accusa. E già a giugno le ong denunciavano il sovraffollamento nel centro, dovuto all'abolizione degli Sprar. Succede quando l'accoglienza finisce in caserma, quando il Covid non esiste e, se esiste, lo diffondono i migranti. Succede al centro di accoglienza situato nell'ex caserma Serena di Dosson di Casier, piccolo borgo a ridosso di Treviso, oggi trasformatosi in uno dei più pericolosi focolai di infezione del Veneto. Gli ultimi tamponi effettuati dall'Ulss tra venerdì e sabato mattina hanno accertato la presenza di 137 positivi su 297 ospiti testati della struttura.
Il forte rischio di diffusione della pandemia tra i migranti ammassati nei dormitori comuni dell'ex caserma era già stata denunciata dalle associazioni per i diritti umani sin da metà giugno. Un operatore della struttura appena rientrato dal Pakistan era stato spedito a lavorare senza fargli rispettare il periodo di quarantena. Per paura di perdere il lavoro, nella mensa della struttura, l'uomo nascondeva la febbre con le Tachipirine. Solo al momento del suo ricovero in ospedale, è stato scoperto positivo al Covid-19.
I migranti hanno organizzato anche alcune manifestazioni di denuncia del rischio di diffusione della pandemia, ma non sono stati ascoltati dal sindaco di Treviso, il leghista Mario Conte, che si è opposto a qualsiasi ipotesi di trasferimento e di smistamento degli ospiti in strutture più piccole, minimizzando la questione, invocando un impossibile coprifuoco e tacciando gli ospiti di ingratitudine. Il risultato è quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. L'infezione si è propagata e ora quasi metà degli ospiti dell'ex Serena sono stati contagiati.
"Ma i migranti costretti a vivere in quel posto orribile che è l'ex caserma Serena non sono untori - ha commenta Monica Tiengo dell'Adl Treviso - Sono le vittime dei decreti sicurezza voluti da Salvini. Le vittime di un sistema che li vuole prigionieri in uno dei più grandi hub della regione. Fin dalla sua apertura chiediamo che quel posto venga chiuso e che i richiedenti asilo vengano distribuiti in strutture più piccole e dignitose. E invece hanno fatto di tutto per favorire la diffusione del virus, così che oggi possono dare la colpa del Covid ai migranti e trasformare la paura in voti".
Il centro situato negli spazi dell'ex caserma Serena è gestito dalla srl Nova Facility, una società sorta sulle ceneri dell'impresa di costruzione Pio Guaraldo spa, chiusa nel 2017 per fallimento con un buco di svariati milioni di euro dopo aver gettato nel lastrico centinaia di creditori. Un anno fa, la gestione del centro gli era stata soffiata da una cooperativa napoletana, la Marinello. La faccenda finì in tribunale. Il giudice diede ragione alla Nova Facility che tornò a gestire l'ex caserma. La nuova amministrazione di Treviso le ha affidato anche tutti i servizi sociali della città.
I migranti positivi dell'ex Serena sono diventati in Veneto un fertile terreno di battaglia elettorale e hanno scatenato nei social la rabbia delle destre che imputano la diffusione del contagio ai migranti. Lo stesso presidente della Regione, Luca Zaia, ha dichiarato: "All'ex caserma Serena c'è un focolaio di coronavirus perché ci sono delle persone che hanno dato vita al focolaio". Il presidente uscente ha invocato l'immediata chiusura del centro, dimenticandosi che la struttura era stata fortemente voluta da una amministrazione comunale leghista, da una giunta regionale leghista e da un ministro leghista.
Glielo ha ricordato il suo antagonista alla carica di presidente del Veneto, Arturo Lorenzoni: "L'abolizione del sistema Sprar, per cui vanno ringraziati Salvini e la Lega, ha creato i presupposti per questi mega centri di assembramento e le condizioni per potenziali situazioni di conflitto. Io credo sia urgente lo svuotamento in sicurezza della caserma Serena, che rappresenta un modello di accoglienza superato e foriero di problemi per chi è accolto e per chi accoglie. Mettiamo in atto un'accoglienza diffusa, gestibile e a misura della dignità delle persone che è anche l'unica capace di fermare la diffusione del virus".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 2 agosto 2020
E poi diritti umani. Democrazia. Altro. Senza un contenuto autentico questi termini nascondono solo la nostra ipocrisia. "Lei non m'interessa. Un uomo non può rivolgere queste parole a un altro uomo senza commettere crudeltà e ferire la giustizia".
Così inizia "La persona e il sacro", l'ultimo saggio di Simone Weil, scritto nel 1943, poco prima della morte. Lei non m'interessa. Come possiamo dimostrare interesse all'Altro, che abbiamo con determinazione allontanato dal nostro sguardo, e dunque dalla nostra attiva responsabilità? È la domanda specchio delle politiche che il nostro paese ha inaugurato in Libia nel 2017 e rinnova di anno in anno.
La forma più alta di attenzione, oggi, è cominciare a tradurre in riguardo le parole che usiamo per descrivere i fenomeni che ci circondano. Le parole che usiamo e determinano la nostra comprensione del mondo, lo delimitano, lo amplificano o sintetizzano. Lo rendono spazio di conflitto costruttivo, o al contrario sterile tifoseria. Siamo chiamati a riportare il discorso pubblico sul fenomeno migratorio a un livello di realtà che significa uscire dalla gabbia delle parole vuote, o meglio svuotate del loro significato. Rispetto dei diritti umani non significa nulla se parte da un presupposto di inapplicabilità.
Così come la parola trafficante non significa nulla se non inserita in un'analisi realistica delle condizioni di partenza, di un potere gestito dalle milizie, da gruppi armati che non si superano trasformandoli per decreto in forze di sicurezza legittime, o in Guardia costiera, quanto piuttosto inserendoli in un processo di transizione democratica. Ma democratica.
Così come la parola migrante e la parola rifugiato sono diventate parole vuote. A furia di difenderli, con l'arma della buona fede applicata maldestramente, abbiamo smesso di ascoltare "quel grido, che sgorga sempre per la sensazione di un contatto con l'ingiustizia attraverso il dolore", scriveva ancora Weil. Anche questa è, deve essere, la forma di attenzione all'Altro. Non renderlo vittima, schiavo, abusato e torturato. Usare la lingua, la Parola, per renderlo uguale. Simile e vicino. Pari.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 2 agosto 2020
Verranno a chiedere dell'amore, della solitudine, del dolore, del delitto e del castigo, di anni persi e gioventù bruciate. Verranno e vengono e sono la coscienza, il rimorso, il senso di colpa: giudici che non lasciano scampo all'indulgenza. Il documentario Caine, prodotto per Doc 3 - Il cinema del reale e disponibile su Raiplay, ha raccolto le voci femminili di dentro nelle carceri di Pozzuoli e Fuorni-Salerno. L'autrice, Amalia De Simone, è giornalista con l'abitudine a scandagliare nel gorgo: cronaca nera, narcotraffico, rifiuti, guerra; il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l'ha nominata Cavaliere al merito della Repubblica per i suoi lavori sulle mafie.
E nonostante tutto ciò non è rimasta indifferente a queste vite devastate: lo diceva Ryszard Kapuściński che questo di raccontare storie non è un mestiere per cinici. "È stata un'esperienza sorprendente - dice - sono entrata tante volte in carcere, ma quando vivi le situazioni con questa intensità stabilisci un contatto più profondo".
Il lavoro è partito a settembre scorso. Lo stile: quello del racconto immersivo, con la telecamera in mano, tra le celle e i corridoi. Anni di nera hanno messo davanti alla giornalista persone e storie che aveva raccontato quando si erano consumati i reati, e che quindi si è ritrovata davanti. "Questo aspetto - osserva - ha abbattuto muri, cancellato le finzioni, fatto venire meno molti filtri: avevo raccontato gli arresti di qualcuna, o di famigliari, in certi casi mi hanno perfino riconosciuta". Il resto del pudore lo ha tolto di mezzo la musica: perché De Simone si è portata dietro Assia Fiorillo, cantautrice, che ha scritto suonato e cantato con le detenute fino a tirare fuori Io sono un altro.
Sono 301 le donne nelle carceri campane (2.663 in tutta Italia). I principali reati sono quelli contro il patrimonio, la persona, la pubblica amministrazione e spaccio di stupefacenti. L'ICAM di Lauro (Avellino) ospita sei donne con sei figli, tipologia tra le più delicate. "Era mia intenzione rendere uno spaccato della realtà dentro - spiega De Simone - ma anche di quella fuori: ci sono Ponticelli, il pallonetto di Santa Chiara, il casertano.
E quanto può essere dura la vita in alcuni contesti. Entrare nelle storie degli altri serve a comprendere meglio anche da un punto di vista sociologico". C'è, nel documentario, chi ha tolto ai figli il cognome del padre perché vicino al clan dei Casalesi; chi ha spacciato per non prostituirsi; chi era affiliata; chi era rapinatrice per noia; chi smerciava borse contraffatte e poi si giocava tutto al bingo; chi vuole restare dentro perché non si sente ancora pronta al mondo fuori; chi non sa più nulla dei suoi figli dopo l'arresto; chi ha dovuto lottare per via della sua omosessualità.
Caine non è Vis a vis, e non è neanche Orange is the new black; non c'è splatter ma neanche fiction: gli aneddoti sono tutti storia di vita vissuta. "Io credo che Caino non nasce Caino: ci si diventa per l'ambiente, le circostanze, le situazioni", commenta l'autrice. A unire tutte queste storie è l'assoluta mancanza di indulgenza da parte delle protagoniste: tutte sentono forte il peso dei loro anni persi, dell'esistenza segnata, degli sbagli fatali.
"Vivono il carcere in maniera diversa - dice De Simone - per esempio quando sono scoppiate le proteste durante l'emergenza covid, le donne di Fuorni hanno subito pensato a cucire mascherine: pensavano a fuori, ai figli, alle famiglie". Ed è forse anche per questo che solo il 15% delle detenute è recidivo.
Serve comunque fare di più, come denuncia anche il Garante dei detenuti Campania Samuele Ciambriello: "Va potenziato il personale qualificato: all'Icam di Lauro l'80% del personale è maschile; e poi c'è bisogno pediatri, medici, educatori come implementare le case famiglia protette come legge 62 del 2011; vanno implementati gli studi, percorsi di qualità, oltre ai corsi di formazione professionale"; che renderebbero il carcere meno castigo e più rieducazione. Anche per i tormenti e le possibilità delle Caine.
reteabruzzo.com, 2 agosto 2020
Gravi disagi, con rischio anche di malori, all'interno del penitenziario sulmonese. A segnalare la condizione che a causa del caldo afoso si fa sempre più difficile dietro le sbarre, per polizia penitenziaria e per i detenuti, è Mauro Nardella, segretario territoriale Uil-Pa, che fa appello al direttore del carcere e al garante regionale dei detenuti.
"Nella struttura di Piazzale Vittime del Dovere la situazione riferita al caldo opprimente spesso, anche se più di qualche volta la supera, rasenta la drammaticità più assoluta. Le temperature asfissianti si fanno sentire e con tutti gli svantaggi che esse comportano in termini di salute sia per i sempre più anziani operatori costretti a ivi prestare servizio in uniforme di servizio che per i detenuti" sottolinea Nardella.
"Fortunatamente il nuovo padiglione che sta per essere ultimato, seppur messo su con moduli prefabbricati di cemento, dovrebbe avere, da quel che è dato sapere, un apparato climatizzante generalizzato che abbatterà, si spera, l'insostenibile calura" prosegue l'esponente Uil.
"Attualmente ad aggravare ancor di più la situazione vi è l'impossibilità per i detenuti di poter ricorrere a docce ristorative direttamente nelle loro camere detentive che bene avrebbero fatto alla loro persona e che inevitabilmente si sarebbero positivamente riverberate sul personale di servizio. Quello che è incredibile è che a distanza di 20 anni dal varo del nuovo regolamento penitenziario ci ritroviamo ancora a dover denunciare, nella parte in cui si parla di docce, la non applicazione di un Dpr qual è il 230/2000 e chiedere dell'implementazione di docce in ciascuna camera detentiva" precisa Nardella.
Una nota al riguardo è stata inviata al direttore del carcere peligno e al Garante Regionale delle persone detenute o private della libertà personale Abruzzo, ciascuno secondo le rispettive competenze, di farsi promotori di iniziative volte a rendere vivibili le condizioni all'interno delle sezioni detentive, ivi compreso il box agenti del reparto infermeria e in tutti quei posti non ancora raggiunti da una politica, che pur riconosciamo all'attuale Direzione, di riequilibrio climatico attraverso la messa a punto di condizionatori" fa sapere il sindacalista che propone, "visto l'avvento oramai prossimo del nuovo padiglione, di cogliere l'occasione per ristrutturare gli altri reparti chiudendoli e conformandoli alle normative in tema di sicurezza e salubrità assicurando la giusta dignità nei confronti di chi in carcere ci sta non solo perché deve scontare una pena ma anche e soprattutto per guadagnarsi il pane".
di Filippo Rossi
L'Espresso, 2 agosto 2020
Un gruppo di bengalesi in un centro di detenzione illegale vicino Tripoli dopo giorni di torture senza fine reagisce contro il criminale libico che li teneva prigionieri. Con esiti terribili. Hanno ucciso il "maledetto", hai sentito il colpo di pistola, no? Ora siamo in pericolo..., grida affannata Amandine, in una registrazione telefonica. Si trova nel mezzo di una rivolta di migranti in Libia. Qualche minuto prima, una trentina di loro si sono ribellati alle continue e insopportabili sevizie subite da un criminale libico (soprannominato "maledetto"), in un centro di detenzione illegale, un hangar nei pressi di Tripoli. Amandine è una migrante camerunese. Per giorni è rimasta imprigionata insieme ad altre 300 persone ammanettate, continuamente torturate e testimoniando atti di rara crudeltà. "La situazione è degenerata", racconta Anne, altra testimone camerunense: "Quando un bengalese, che non ne poteva più di soffrire e urlare dal dolore, ha strappato una frusta dalle mani del libico che lo continuava a picchiare imperterrito".
La rivolta, secondo Amandine, è partita per un errore del torturatore libico, si chiamava Mohamed: "Essendo il giorno di Eid, la fine del Ramadan, a tutti i musulmani, e quindi anche ai bengalesi, sono state tolte le manette in segno di compassione. Ma si sono dimenticati di rimetterle. I bengalesi hanno neutralizzato Mohamed, picchiandolo a sangue, mentre lui cercava di prendere la pistola e sparare. Gli hanno strappato anche la pistola dalle mani, prima di prendere un cavo da un ventilatore e strangolarlo, squarciandogli lo stomaco e infilandogli un manico di doccia nelle interiora. In seguito hanno sparato a uno dei ragazzini somali che lo aiutavano a torturarci, obbligati perché non potevano pagare il riscatto. Non ho mai visto tanta crudeltà", commenta Anne.
Amandine si ferma per respirare, prima di continuare il racconto: "È entrata una guardia e l'hanno uccisa, prendendogli il kalashnikov. Poi è toccato al cuoco, un altro ragazzino somalo, entrato nell'hangar per vedere cosa stesse succedendo. Bam. A terra. Freddato con un colpo di pistola in testa. Altre guardie però sono riuscite a rinchiuderci. Eravamo in trappola".
I bengalesi erano arrivati nell'hangar due giorni prima dell'Eid. "A noi facevano molto male, picchiandoci ovunque con fruste e bastonate sulle mani aprendoci le piaghe infette e piene di pus. Le manette scavano nella pelle. Ma ai bengalesi, beh... non saprei come spiegarlo... Noi, in confronto, non avevamo visto nulla", rivela Amandine con voce spezzata. Le torture, secondo le ragazze, erano talmente dure nei loro confronti che molti perdevano conoscenza.
A Amandine e Anne, come agli altri subsahariani presenti, avevano chiesto 5mila dollari di riscatto, continuando a torturarle per giorni. Ai bengalesi invece, 15mila. Anche loro, come tutti gli altri, erano costrette a chiamare continuamente le loro famiglie supplicando di mandare il denaro, mentre venivano seviziate. Ma una somma del genere, in Africa subsahariana, non è facile da raccogliere in poco tempo. "Sapevamo benissimo che non avremmo mai potuto avere quei soldi" - dice Anne - "Mi ero già rassegnata a morire".
Il libico, secondo le loro voci, veniva ogni sera dopo le 10 e fino alla mattina continuava a torturare tutti. "Lui chiamava le nostre famiglie, inviando fotografie di noi ammanettate o vocali minatori". Le famiglie camerunensi, hanno registrato tutto. "Il "maledetto" chiedeva sempre di pagare su conti in Somalia, Egitto, Dubai", riferisce Amandine, dicendo che ogni volta che qualcuno pagava, cambiavano il destinatario. Le famiglie però, hanno mantenuto tutti i documenti con nomi e cognomi dei destinatari delle somme. "Il giorno prima della rivolta, ci hanno persino detto di mandare i soldi a questo nome - Hawo Omar Roble, con il numero whatsapp +46722882620. Diceva che era in Svezia, a Stoccolma". Un nome che non può essere falsificato visto che chi ritira i soldi, tramite agenzia come Moneygram o Western Union, deve presentare un documento originale. A dimostrazione che i traffici sono controllati anche da paesi dell'Unione Europea tramite agenzie ufficiali.
Ma ricordare fa male. Anne e Amandine piangono ancora. Perché quello che hanno vissuto il giorno della rivolta, ha preso una piega ancora più macabra. "Dopo aver ucciso il libico, i bengalesi hanno preso il suo telefonino. Abbiamo potuto chiamare persone per dire dov'eravamo e cosa stava succedendo. Avevamo un contatto a Tripoli, un fratello. Ingenuamente, abbiamo chiamato anche la polizia", riferisce Amandine. Il contatto a Tripoli, L., ha registrato la conversazione come prova.
"Presto però, altre guardie hanno accerchiato l'edificio e hanno cominciato a sparare ininterrottamente verso di noi. Dopo ore, ci hanno costretti ad uscire", continua Amandine. "I bengalesi dicevano che era una trappola. Cercavano di convincerci a non farlo. Ma rimanere era firmare la propria morte", ribatte poi Anne: "Solo chi era ferito e non poteva farcela, è rimasto dentro con i bengalesi. C'erano molti feriti per via delle continue torture. Avevamo tutti piaghe infette e aperte da giorni. Alcuni avevano subito talmente tante torture, frustate, bastonate, che non ragionavano più. Un sudanese, per aver nascosto qualche soldo, aveva incassato talmente tante botte che alla fine abbaiava come fosse un cane. Il libico lo ha ucciso, innervosito, lasciando il suo cadavere imputridire per tre giorni di fianco a noi. E non è stato l'unico. Altri avevano proiettili nel corpo e non riuscivano più a ragionare dal dolore".
Dopo essere uscite dall'hangar, Amandine e Anne hanno confermato che "solo cinque bengalesi dei circa trenta sono usciti insieme a noi. Una volta fuori, i libici hanno chiesto chi avesse ucciso il "maledetto". E tutti hanno gridato che erano stati i bengalesi", afferma Anne.
Amandine ricorda i dettagli: "Ci hanno portati in una casa, a un centinaio di metri. Stipati, avevamo una finestrella per vedere cosa accadeva fuori. All'improvviso, una serie ininterrotta di boati e colpi di mitragliatore. Senza fine. Per ore. Dal buco della finestra vedevamo che stavano lanciando delle granate nell'hangar dove erano rimasti i bengalesi e i feriti". Le due migranti faticano a spiegare quello che è toccato loro vedere nei minuti a seguire. "I bengalesi sopravvissuti in qualche modo al bombardamento sono stati portati fuori. I libici, di fronte ai nostri occhi, li hanno fatti a pezzettini. Letteralmente, li hanno mutilati ancora vivi, prima di ucciderli". La polizia, secondo Amandine, è venuta nella stanza dove erano rinchiusi. "Ci hanno gridato addosso. In seguito se ne sono andati. Abbiamo capito che erano complici". Quella di Amandine e Anne è una storia raccapricciante. Si sono conosciute quando sono arrivate in Libia, nel sud, insieme a un gruppo di persone. "Pensavamo di avercela fatta. Soprattutto perché i primi giorni, quando dei libici ci hanno trovati in una casetta sperduta, ci trattavano bene, spostandoci ogni giorno per ore e ore con la macchina".
Fino a quando arrivano nell'hangar della morte. Il benvenuto, questa volta, è servito con la frusta. "L'ambiente era diverso", ricorda Amandine. "La puzza di cadavere e di marcio penetrava nelle narici, era insopportabile. Ci hanno preso tutti i nostri averi chiedendoci un numero di telefono di un parente. Non abbiamo opposto resistenza perché ci picchiavano". Dopo cinque o sei giorni di permanenza e di sofferenza sono entrati i bengalesi. Poi la rivolta. Amandine e Anne sono riuscite a sopravvivere. Nascoste in un ghetto della capitale Tripoli, oggi la loro volontà è sempre la stessa: raggiungere l'Europa. Ma per ora, traumatizzate, devono usare la cenere delle sigarette per curarsi le piaghe, viste le scarse risorse. Forse una cura più sciamanica che con un effetto reale.
di Massimo Cacciari
L'Espresso, 2 agosto 2020
Nessuna ambizione di grande politica, nessun destino comune. Rimane solo uno spazio economico di convenienze reciproche. E di questa Unione Giuseppe Conte è espressione perfetta.
Dalle defatiganti giornate di Bruxelles si esce con un quadro finalmente chiaro di ciò che è ancora Europa e di ciò che aspetta noi italiani. Un utile e definitivo esercizio di disincanto. In Europa non esistono più famiglie politiche, capaci di riconoscersi da una patria all'altra, e di esprimere strategie comuni. Esistono forze politiche e leader che amministrano, bene o male, gli interessi della loro nazione, o quelli che ritengono tali. Attenti, certo, a non far saltare il banco, poiché comunque quegli interessi sono legati alla sopravvivenza dell'unione monetaria, del libero mercato. La Gran Bretagna può far da sé, "facendo" con gli Stati Uniti e l'ex Commonwealth, nessun altro Paese europeo lo potrebbe.
L'integrazione economica è ormai pura e semplice necessità per tutti. Ed è rimasto l'unico collante. Capitolo chiuso su politica estera "in grande", su difesa comune, su convergenza in politiche sociali e fiscali. Chi oserà più toccare l'Olanda frugale, paradiso fiscale, su tali questioncelle? Quale socialdemocratico oserà porre problemi riguardanti i diritti agli Orban di turno? La storia europea come "battaglia di idee", confronto tra visioni diverse sulla "missione" del nostro continente, non solo dopo le grandi tragedie novecentesche, ma anche dopo le discussioni su "radici e costituzione", è finita. Va detto con sobrietà e senza vacue nostalgie.
Vivremo in uno spazio di mercato, e in questo spazio ognuno è necessario all'altro. La nostra miseria culturale e politica sarà la nostra forza. Conte lo ha compreso e credo se la sia giocata bene: nessun "virtuoso" poteva ammazzare l'Italia senza suicidarsi. Conte è l'espressione perfetta, più di Macron, infinitamente più della Merkel (i decisori in ultima istanza), di questa fase storica dell'Unione, in cui più nulla valgono idee o ideologie, visioni o strategie, destre o sinistre, ma soltanto l'amministrazione di uno spazio economico che deve restare comune per resistere nella competizione globale. "Resilienza" è diventata la parola chiave; il "regno dei fini" non è di questo mondo, può darsi torni ad esserlo in futuro, ma chissà attraverso quali catastrofi.
E veniamo a noi, forti di questa leadership perfettamente "all'altezza" dei tempi. Anche nel mascherare la dura realtà e nel far apparire pieno il bicchiere mezzo vuoto. Il pubblico viene ubriacato da qualche mese con piogge di miliardi, che si fanno apparire come un'abile scoperta del tesoro. Gli aiuti diretti, in attesa del Mes, e a fondo perduto sono 81 miliardi, il resto sono prestiti che dovremo rimborsare (naturalmente, dicendo "noi" intendo in grandissima misura i nostri figli e nipoti).
A questi andranno aggiunti tutti quelli già decisi e destinati a aumentare drammaticamente il nostro debito, che ha continuato a crescere, impavido, malgrado proclami e promesse, dalla nascita dell'euro in poi, e non certo per colpa del Covid. Conte dice: cambieremo volto all'Italia. È da temere sia abbastanza inevitabile almeno tentare di farlo, se quei quattrini europei si vogliono davvero ottenere.
In autunno dovremo infatti presentare un piano nazionale di riforme per accedere al Recovery Fund, o altrimenti, per quanto il dispositivo dell'accordo sia abbastanza lasco, e non preveda certo interventi tipo Grecia, le procedure potrebbero seriamente incepparsi, aggravando ulteriormente il costo del nostro debito. Dubito che gli "olandesi" di ogni parte si accontenteranno di documenti tipo "stati generali" e del loro scatenato "occorrismo". Dubito che basteranno ancora le task forces. Forse sarà necessario passare dai compromessi e rinvii alle scelte e decisioni. Bisognerà cambiare il volto all'Italia per la semplice ragione che la Commissione deciderà come sviluppare il Recovery Fund in base alla nostra virtù nel perseguire i ben noti obbiettivi che da anni ci vengono invano indicati, e che riguardano pensioni, lavoro, pubblica amministrazione e semplificazione, sanità, scuola. Il Governo sarà chiamato a provvedere con atti concreti su queste materie. E l'Europa - quella Europa economico-mercantile di cui ho parlato - ha perfettamente ragione nell'esigerlo. È vero che non può fare a meno dell'Italia, ma è altrettanto vero che non può permettersi di affogare con lei.
Insomma, l'Europa chiederà di realizzare quegli interventi di riforma di struttura che non siamo riusciti neppure ad abbozzare nell'ultimo trentennio, pur declamandone sempre la necessità. Su ognuno di questi argomenti le forze politiche dell'attuale coalizione, per non dire del Parlamento, sono fraternamente divise al loro stesso interno. Su alcuni in modo addirittura clamoroso. In autunno si dovrà decidere, o tutto a Bruxelles potrebbe tornare in discussione.
Potrà essere Conte a guidare l'inevitabile fase 3, dopo emergenza virus e trattative per il Fondo? Sulle pensioni è d'accordo con Boeri o con Salvini? Sul lavoro pensa che il modello sia il reddito di cittadinanza alla Di Maio e navigators? E sulla scuola, università, formazione è favorevole all'attuale modello burocratico, centralistico, statalistico? Pensa di dover riprendere o meno un disegno di riforme istituzionali, discussione che sembra molto astratta e invece è alla base di ogni semplificazione amministrativa e rafforzamento delle procedure decisionali? Con chi e come darà vita a un'effettiva spending review? Impossibile rinviare ancora, tergiversare, nuotare lungo costa, assecondando le correnti. O avverrà una "trasfigurazione" dell'attuale Governo, o si aprirà una crisi dai rischi enormi.
O questo Governo saprà rifondarsi come un'autentica coalizione, con energie e personalità nuove al suo interno, o anche la pura e semplice gestione delle nostre finanze finirà fuori controllo e ci troveremo costretti a interventi di emergenza con conseguenze sociali di imprevedibile gravità. Niente paura - dove cresce il pericolo possono crescere anche le condizioni per la "salvezza".
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 2 agosto 2020
Federico Varese, ordinario di Criminologia all'Università di Oxford e studioso di mafie internazionali, spiega la 'funzionè della caserma Levante di Piacenza. Non certo un unicum. Il caso della Caserma Levante di Piacenza non è certamente il primo in Italia. Episodi di "devianza" all'interno delle Forze dell'ordine ne abbiamo conosciuti tanti. A partire da quello del Generale Ganzer, del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, risultato prescritto in Cassazione solo per l'applicazione della "lieve entità".
A livello internazionale conosciamo in Messico la potenza dei grandi cartelli che hanno di fatto sotto controllo le polizie locali. Nelle Filippine il capo della polizia di Duterte si è dovuto dimettere per aver coperto la rivendita al mercato nero di circa 100 chili di metamfetamine sequestrate. Come i mercati illegali pervadono le Istituzioni e perché la domanda di regolazione di questi è preferibile sia soddisfatta dallo Stato piuttosto che dalle mafie e dai corrotti? Ne parliamo con Federico Varese, professore ordinario di criminologia all'Università di Oxford e autore di numerosi studi e libri sulle mafie internazionali; l'ultimo è Vita di Mafia, pubblicato da Einaudi.
Che impressione le ha fatto vedere le foto dentro la caserma di Piacenza?
È una storia veramente grave. Drammatica per come mina la fiducia che si dovrebbe avere nelle istituzioni. Va detto subito che questa vicenda mostra come la mafia non sia l'unico attore importante nel mercato della droga. Laddove le mafie non sono forti entrano in campo altri soggetti, in questo caso purtroppo autorità deviate. Non so se sia un caso isolato, di certo le notizie dell'inchiesta ci svelano un presunto tentativo di controllare in maniera monopolistica il mercato della cannabis a Piacenza: secondo l'accusa, questi carabinieri non si dedicavano solo allo spaccio, ma volevano "controllare" il mercato, decidere chi poteva spacciare chi no.
Questo è un ruolo tipico delle mafie: infatti, cosa sono le mafie? Organizzazioni che danno il permesso ad altri di operare, organizzazioni di governo dei mercati. I mercati illegali quindi non solo producono mafia e la arricchiscono, ma producono anche forti opportunità di corruzione per le istituzioni. Un mercato illegale genera domanda di mafia, che può essere soddisfatta da soggetti diversi dalle mafie.
Siamo quindi al paradosso che anche il mercato illegale debba essere "regolato"...
Certo. E non dimentichiamo che è un mercato vastissimo. Il vero salto di qualità per le mafie nostrane è stato l'ingresso nel mercato della droga. Fino ad un certo punto la mafia siciliana ebbe un ruolo limitato nel contrabbando di sigarette (anche in questo caso cercando di controllare il mercato in Sicilia). Poi entra nel traffico di eroina tra Oriente, Turchia e Usa, sfruttando i contatti con i cugini americani, e tutto cambia. La guerra di mafia degli anni Ottanta (1981-1984), detta come La Mattanza, che fece centinaia morti, nacque da dispute tra mafiosi relative a partite di droga mandate negli Usa, come racconta bene Salvatore Lupo. Quella guerra segnò l'ascesa dei Corleonesi.
Sì è parlato forse più dello spaccio e dei festini, che delle ben più gravi violenze che sarebbero state perpetrate dai Carabinieri. Come se lo spiega?
La stampa italiana mi sembra non abbia sottolineato a sufficienza l'efferatezza della violenza nei confronti di persone completamente innocenti. Ci si è focalizzati appunto sul fatto che i carabinieri fossero coinvolti nello spaccio di droga, mentre i magistrati sembrano intenzionati ad usare la legge sulla tortura. Ripeto: presunti atti di tortura in una caserma dei Carabinieri. Va aggiunto che le vittime non sono scelte a caso. Nel caso di Piacenza si arrestano immigrati, si impauriscono, minacciandone l'arresto, persone che lavorano nel mondo della prostituzione. Migranti e persone "deboli" sono gli obiettivi, che diventano ancora più deboli grazie ad un contesto politico e un dibattito pubblico che criminalizza queste persone. In Italia c'è un clima politico tale che rende più facile prendersela con questi soggetti, e quindi si genera una sorta di colpevolezza presunta e una certa impunità mediatica a priori. Passa l'idea che gli immigrati siano sempre violenti.
Al di là del clima politico italiano quello degli arresti discriminatori è un tema diffuso in tutto il mondo, Usa in testa, come abbiamo avuto modo di parlarne su Fuoriluogo più volte...
C'è l'impressione che in alcuni Paesi gli arresti legati alle droghe facciano parte di un sistema di repressione sociale che attraverso la scusa dell'arresto per piccolo spaccio o consumo di droghe perpetuino antiche discriminazioni nei confronti delle minoranze. Queste politiche repressive riducono la fiducia di queste minoranze nei confronti dello Stato e creano delle enclave sociali ed etniche. Poiché non si fidano più dello Stato, questi cittadini non si rivolgono alle autorità per denunciare reati. Pensi che ci sono alcune zone dell'Inghilterra dove non viene denunciato alcun reato nel corso di un anno: o vivono in un mondo utopico dove il crimine non esiste, oppure il crimine esiste eccome ma la sua repressione sfugge completamente alle istituzioni legittime. In questi casi la funzione di "polizia" viene svolta dalle gang e dalle famiglie criminali.
Leap, l'associazione di operatori di polizia per la riforma delle politiche sulle droghe, sottolinea sempre che, oltre a generare corruzione in sé, il proibizionismo crea opportunità anche quando è efficiente e fa il suo lavoro: arrestando uno spacciatore libera quel mercato (che esiste prima ed esisterà anche dopo) per un altro (più furbo o più potente). Cosa che non avviene quando si arresta un ladro o un violentatore. Che ne pensa?
Sono d'accordo. Arrestare uno spacciatore non serve a nulla. Va aggiunto che chi spaccia è di fatto il venditore di una merce, e quindi di norma evita di usare la violenza (questa viene invece usata da chi vuole controllare il mercato e ingaggia guerre per il controllo del territorio). In Inghilterra il 69% dei detenuti hanno commesso crimini non violenti, e costano circa 50 mila sterlina l'anno all'erario. In prigione poi imparano a diventare violenti per sopravvivere, o diventano a loro volta vittime. Il carcere non può essere una soluzione per chi commette reati non violenti. Molto meglio che queste persone continuino a lavorare, pagare il mutuo, andare a scuola, e lo Stato può controllarli senza arrestarli. Anche nel caso di Piacenza abbiamo scoperto poi che la supposta violenza di questi spacciatori pare fosse inventata per giustificare l'arresto.
La caserma Levante sembra quindi essere un'esemplificazione plastica del Darwinian Trafficker Dilemma. Il proibizionismo è utile ai consorzi criminali più potenti e organizzati: ripulisce il mercato dai competitor meno esperti e permette quindi ai primi, anche grazie alla loro capacità corruttiva, di operare in una situazione di oligopolio...
Sì, questo mi permette di sottolineare un'altra cosa: mi sembra incredibile che il numero di arresti sia considerato un criterio per avere premi o far carriera. L'idea che dal numero di arresti derivi più sicurezza è pura follia, che genera degli incentivi perversi nelle organizzazioni preposte alla repressione. Bisogna ripensare immediatamente questi criteri. Cambiare i vertici dei carabinieri o costituirsi parte civile nei processi non serva a nulla se non si modificano gli incentivi per fare carriera. Va aggiunto che più persone vengono arrestate, più si rafforzano le gang che controllano le prigioni, come dimostrano gli studi sulla carcerazione di massa negli Usa e in America Centrale. Oltre un certo limite, la teoria della deterrenza (non delinquo perché ho paura di essere arrestato) perde ogni senso se la probabilità di essere arrestato cresce a dismisura! In questo periodo sto studiando come nacque nei gulag sovietici la fratellanza criminale alla base della mafia russa. Beh, nacque proprio perché il regime sovietico arrestava in maniera indiscriminata sotto Stalin, e per gestire il gulag l'amministrazione si rivolse ai criminali stessi.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 2 agosto 2020
Viaggio a Sfax, frontiera della migrazione verso il nostro Paese, con un ufficiale della Guardia Nazionale: "Sui barconi troviamo di tutto, anche le armi". "Su certi barconi troviamo di tutto, hashish, coltelli, spade: la novità di 3 giorni fa è che abbiamo iniziato a vedere anche bombe molotov che gli scafisti erano pronti a lanciare sulla nostra motovedetta.
Sono i barconi dei criminali, dei trafficanti, quelli che fanno salire decine di migranti. Ogni barca un guadagno anche di 50/60 mila euro. Poi invece ci sono i barconi delle famiglie. È questa la sorpresa drammatica e dolorosa delle ultime 3 o 4 settimane: papà, mamma, i figli anche piccoli che si imbarcano tutti insieme, di notte con altre famiglie per provare a scappare.
Che cosa facciamo allora? Nei casi più drammatici li facciamo tornare a casa, tiriamo da parte i capi famiglia e facciamo loro una lavata di testa come Allah ci impone, una notte in guardina, ma la moglie e i figli li lasciamo andare. Agli altri ci pensano i giudici, i tribunali: li denunciamo tutti, con i criminali nessuna pietà, chi ha precedenti va in carcere sicuro per rimanerci".
Una strada dopo Sfax, dopo una giornata interminabile. In auto è salito il colonnello W., un ufficiale della Guardia Nazionale. Prima in auto da Tunisi, 4 ore fin dentro questa che è la seconda città ed era la capitale industriale del Paese. Adesso l'economia tunisina è malata, avrebbe bisogno della terapia intensiva. Attorno al porto, complice il secondo giorno di festa dell'Aid al Adha, il deserto di cemento e di metalli, la devastazione e l'abbandono sono brutali. Un colpo al cuore e allo stomaco. Sembra una pustola infetta, una cancrena al centro della città e di quello che era il suo business principale, il porto.
Sfax è come un ventaglio aperto e disteso sul mare. Al centro c'è il porto. La caserma della Guardia Costiera, che in Tunisia è gestita dalla Guardia Nazionale, di mattina è deserta. Le motovedette sono tutte ormeggiate dopo i servizi della notte. "Parlate con il portavoce a Tunisi", dice il piantone al cancello. Ma poi arriva il colonnello, è un amico di famiglia di qualcuno, lavora in un altro porto, e sale in auto sull'autostrada al ritorno.
"Si, è vero, tutto quello che si dice sulle famiglie tunisine che partono, è vero", dice il giovane ufficiale vestito in bermuda e maglietta firmata nel giorno di festa. "La migrazione ha ormai due facce: quella dei vari tipi di criminalità che abbiamo conosciuto per anni, i cui capi sono tutti in galera, mentre poco alla volta individuiamo i capi dei nuovi gruppi e proviamo a metterli in carcere. Siamo sempre troppo lenti rispetto alle nuove mafie, ma li inseguiamo e prima o poi li catturiamo. Poi ci sono le famiglie, la gente di un villaggio, che si unisce, compra la barca da un pescatore, e prova a partire. I ragazzi di un bar, che fanno lo stesso con un piccolo fuoribordo. Rotta Nord Est per l'Italia". Il colonnello racconta qualcosa di drammatico: "Il momento peggiore sono i salvataggi notturni: quando le barche, i gommoni si sfasciano o finiscono in avaria, e loro che non sanno nuotare, annaspano, urlano, bevono affogano. È la morte ogni giorno e ogni notte quella che inseguiamo, che proviamo a tenere lontana dai nostri fratelli tunisini e dagli africani che troviamo sulle barche".
Chiediamo: in Italia sono girati video di "propaganda", di tunisini collegati agli scafisti che invitano chi è a casa a partire. Che assicurano i servizi dei loro colleghi trafficanti. "No, io non ne so niente ancora: possono esserci, ma non serve la pubblicità. È la crisi economica che spinge a partire, insieme alla crisi politica. La rivoluzione è stata bellissima, ma con la rivoluzione non si mangia. E loro sperano di mangiare nel Paradiso Europa".
Cosa dice del governo italiano che blocca i fondi di aiuto al vostro governo, che vi chiede di fare di più? "Che qui da noi vige la legge del più forte, i discorsi gentili non pagano, quindi fanno bene a essere duri. Ma che cosa possiamo fare? Siamo senza governo, la politica litiga, la rivoluzione sta perdendo la sua forza e il sostegno del popolo. Il popolo più povero non crede più a nulla, e parte".
Il bar "La Calma", uno dei mille, di Sidi Mansour. Rispetto a Sfax, Sidi è una specie di Ostia, un quartiere gigante della città, soltanto più a Nord. È da questa costa che partono i migranti, il primo punto di imbarco di tutta la Tunisia. In questo bar e in tutti gli altri non si parla di altro: calcio, crisi economica e voglio di scappare. Cinque ragazzi: tre hanno 17 anni, uno 18, l'ultimo 21. Il più grande racconta: "Sono elettricista, ho iniziato a lavorare, il padrone non mi ha pagato, mi ha preso in giro per mesi. Ho litigato, sono senza lavoro".
Gli altri: nessuno di loro sa perché continua a studiare (se e quando le scuole riapriranno) e cosa faranno nella vita. "Partire? Tre di noi non vogliono, due ci stanno pensando. Ma non te lo diciamo, nessuno lo dice a nessuno: il giorno prima sei qui a prendere il caffè, la notte sei sulla spiaggia per partire".
"Io ci ho provato tre volte, la terza sono caduto, mi sono fratturato una caviglia e adesso aspetto. Io provavo a inserirmi nei grupponi che si imbarcano di notte, aspettavo con loro, provavo a confondermi fra gli altri, per partire senza pagare. Al primo segnale di luce si esce dalla casa, dal rifugio in cui aspetti la notte. Il secondo segnale di luce vuol dire che la barca è arrivata, che devi correre per imbarcarti".
Ma se avete capito che è così rischioso, che tutto è così disastroso, perché ci provate ancora? "Un cugino era un Sdf, senza domicilio fisso. Non aveva nulla. Ha provato, ha sofferto, ci è riuscito, adesso è in Italia, ha una moglie e un figlio, lavora come pittore nell'edilizia". Racconta un altro: "Il mio amico era minorenne, è partito, è arrivato in Italia: la sorella è venuta a prenderselo dal Belgio, ce l'ha fatta. Adesso vive". Vive, come se prima non avesse una vita, perché questa non è una vita. Il colonnello W., di cui conosciamo il nome, si passa una mano sul volto sudato. Chiude gli occhi. "Ho idee che non sono le mie, ho il ricordo della Tunisia sotto la dittatura, qualcuno la rimpiange, non io, ma dimmi, giornalista, dove andremo a finire con questa democrazia? Partiremo anche noi poliziotti?".
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