di Alberto D'Argenio
La Repubblica, 3 agosto 2020
La svolta nel semestre tedesco, in sintonia con la Francia: per la prima volta un piano strategico. Nel budget 16 miliardi per sistemi militari e spazio. Sarà il semestre della Difesa europea, quello iniziato il primo luglio con la presidenza di turno tedesca dell'Unione. Su spinta di Germania e Francia, l'Europa per la prima volta si dota di un bilancio comune per le spese militari.
Tra la fine dell'estate e l'autunno, poi, Berlino lancerà lo Strategic Compass continentale con l'obiettivo di identificare entro un paio d'anni le minacce alla sicurezza europea e concentrare le risorse comuni e nazionali sulle spese necessarie a dare loro una risposta. A spingere Merkel e Macron verso una sovranità militare europea il temuto disimpegno dell'America trumpiana dalla Nato, concretizzato dal ritiro di 12 mila soldati dalle basi tedesche, tenendo però sempre conto che ciò che è utile alla costruzione di forze continentali è utile anche all'Alleanza atlantica che gli europei certo non vogliono smantellare.
Nel budget dell'Unione 2021-2027 approvato all'alba del 21 luglio dai leader europei insieme al Recovery Fund, compare una voce di bilancio inedita, specifica per le spese militari: 3 miliardi per la Difesa e 13 miliardi per lo Spazio. Un primo passo importante anche se gli stanziamenti sono dimezzati rispetto a quanto chiedeva la Francia, che puntava fino a 9 miliardi per la Difesa. Anche lo "Schengen militare" è stato corretto al ribasso. Meglio noto come "Mobilità militare" il progetto che dovrebbe facilitare il movimento delle forze armate all'interno dell'Unione è passato dai 6,5 miliardi di euro ipotizzati in un primo tempo a 1,5 miliardi di euro nel compromesso del vertice. Al Fondo europeo per la pace, lanciato dalla precedente Commissione per finanziare le missioni di sicurezza e di difesa comune, andranno 5 miliardi di euro in sette anni rispetto a una prima ipotesi che andava fino a 10,5 miliardi di euro.
Contro il ridimensionamento delle somme alcuni parlamentari ed ex ministri europei si erano mobilitati prima del vertice con un appello per evitare quello che hanno definito un "grave errore strategico". Se è vero che i tagli erano già stati proposti dalla presidenza finlandese, la crisi del Covid ha accelerato la tendenza.
"È profondamente sbagliato perché sappiamo che le minacce già esistenti non sono scomparse e anzi rischiano di aggravarsi" sottolinea Hélène Conway-Mouret, vicepresidente del Senato francese e tra le promotrici dell'appello sottoscritto in Italia anche da Laura Garavini, responsabile Pd alla commissione Difesa e dall'ex ministra Roberta Pinotti. "L'emergenza del Covid aumenterà l'instabilità alla periferia dell'Unione in Paesi con sistemi politici già fragili - spiega Conway-Mouret - e aggrava il confronto tra Stati Uniti e Cina, mentre le istituzioni di governance globale sono denigrate e messe da parte".
Anche se con stanziamenti inferiori a quello che speravano alcuni, l'Europa della Difesa entra finalmente nel vivo. Per accedere ai fondi, serviranno progetti industriali che comprendano almeno tre soggetti provenienti da tre partner Ue differenti. L'obiettivo di Bruxelles è il superamento della frammentazione delle forze armate del continente con lo sviluppo di una di capacità comuni armonizzate, senza doppioni e sprechi, alla ricerca di una autonomia strategica della Ue. Insomma, si parte da ricerca e competitività dell'industria europea per arrivare a forza armate dei vari stati membri perfettamente interconnesse e complementari tra loro. Appunto, la nascita della Difesa europea. Le incognite sono molte basta vedere gli ostacoli che ha dovuto superare il primo embrione di difesa europea, quello lanciato nel 2017 e ufficializzato con il trattato di Aix-la-Chapelle firmato da Merkel e Macron nel 2019.
Lo sviluppo di uno due progetti pilota (Fcas, Future Combat Air System), che in prospettiva vuole creare una piattaforma militare di comunicazione integrata, tra caccia, satelliti, missili e droni, al quale si è aggiunta la Spagna, è stato a lungo bloccato dalla rivalità tra i vari protagonisti industriali, tra cui il colosso francese Dassault e la componente militare di Airbus in cui i tedeschi hanno un peso rilevante. Ulteriore ritardo è stato causato dalle reticenze nel Bundestag ad approvare le varie tranche di finanziamento.
Alla difficoltà di trovare compromessi tra Parigi e Berlino - si pensi anche all'embargo deciso dalla Germania sulla vendita di armi verso l'Arabia saudita - si sono aggiunti i problemi legati all'altro progetto pilota dell'accordo franco-tedesco, lo sviluppo del "tank del futuro" oggetto di tensioni tra costruttori come il gruppo Rheinmetall e Knds, la joint venture tra il tedesco Krauss Maffei Wegmann e il francese Nexter. Intanto, fuori dallo schema franco-tedesco, avanza il progetto europeo rivale al Fcas, il Tempest a cui partecipano Regno Unito, Italia e Svezia. "Credo che sarebbe logico accordarsi per evitare che in futuro l'Europa si ritrovi con due piattaforme concorrenti", commenta la senatrice francese Conway-Mouret.
Nel nuovo piano europeo quello industriale sarà il primo passo verso la creazione di una vera sovranità militare continentale. Premessa fondamentale affinché questo accada, il salto politico con lo "Strategic Compass". Sarà lanciato a breve dal governo tedesco in quanto presidente di turno dell'Unione e coinvolgerà istituzioni e capitali per identificare tutti insieme le minacce e le sfide strategiche alle quali l'Unione dovrà dare risposta.
Ciò che ne conseguirà sarà la definizione della priorità dei progetti e delle iniziative sulle quali far convergere le risorse del nuovo bilancio per la Difesa Ue. Anche sullo "Strategic Compass" si addensano ombre. L'urgenza di creare "un'autonomia strategica europea", secondo le parole di Macron, potrebbe svanire in caso di un cambio alla Casa Bianca nel prossimo novembre. "La finestra di opportunità aperta con la presidenza di Trump potrebbe allora richiudersi", teme il senatore francese Jean-Marc Todeschini già sottosegretario alla Difesa.
Il salto politico finale sarebbe quello di una vera politica estera e di difesa comune, raggiungibile solo eliminando l'unanimità, e dunque il diritto di veto, sulle decisioni internazionali dei governi europei. In autunno partirà la Conferenza sul futuro dell'Ue con l'obiettivo di tracciare l'identikit delle riforme istituzionali con le quali rilanciare il progetto europeo. L'introduzione del voto a maggioranza in politica estera è tra le priorità dei governi e dei gruppi dell'Europarlamento favorevoli alla nascita di quell'Europa politica e geopolitica cara a Ursula von der Leyen e Macron. Ma resta l'incertezza sulla possibilità che la Conferenza sfoci in un vero e proprio processo di revisione dei trattati Ue che in molti vorrebbero completare entro il primo semestre del 2022, quando a guidare l'Europa ci sarà la presidenza di turno francese.
di Bruno Ferragatta*
La Stampa, 3 agosto 2020
In questi giorni sto seguendo con apprensione la cronaca di quanto accaduto nella casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino. La particolare attenzione è dovuta ad un mio coinvolgimento personale risalente al 7 giugno 2004 quando, in qualità di Consigliere comunale durante l'amministrazione Chiamparino, avevo sottoposto al voto del Consiglio comunale la delibera di istituzione del "Garante dei diritti delle persone private della libertà" proposta dal sottoscritto e condivisa da tutta l'Assemblea.
Era un periodo pieno di fervore e grandi aspettative per l'organizzazione olimpica senza per questo dimenticare le fasce più fragili del nostro tessuto sociale. Non nascondo come vi fosse qualche preoccupazione intorno a questa nuova figura affinché non fosse letta come "ingerenza" su quella parte di Città in cui vengono giustamente sottratti alla libertà individuale coloro che commettono reati.
Quando ho presentato il testo in Aula, ho pensato proprio alla potenzialità che avrebbe avuto questa nuova figura istituzionale ad operare in nome della dignità di ogni persona e della sua difesa contro ogni sopruso anche nei luoghi più oscuri come il carcere.
Nella delibera abbiamo considerato il carcere soprattutto come luogo di sviluppo della riabilitazione sociale dei suoi ospiti. Faccio un plauso pubblico alla dottoressa Monica Gallo perché ha interpretato bene questo ruolo senza assolvere nessuno, né chi ha commesso reati e neppure coloro che avevano il compito di rappresentare le istituzioni, ma richiama con determinazione il dovere di ciascuno (soprattutto di chi rappresenta l'autorità) di fermarsi quando il proprio comportamento si trasforma in umiliazione dell'essere umano.
*Ex consigliere comunale
La Repubblica, 3 agosto 2020
La testimonianza dell'équipe di Medici Senza Frontiere che ha assistito i sopravvissuti. Racconti di prima mano indicano che le tre vittime facevano parte di un gruppo di 73 profughi sudanesi. I tre migranti uccisi e i due gravemente feriti nella sparatoria a Khoms martedì notte, dopo essere stati intercettati e riportati nel paese da cui stavano cercando di fuggire, avevano un'età compresa tra i 15 e i 18 anni.
È un nuovo tragico sviluppo che dimostra ancora una volta quanto i migranti in Libia subiscano violenze e brutalità che mettono a rischio la loro vita. Subito dopo la sparatoria, avvenuta nel sito di sbarco, le équipe di Medici Senza Frontiere (Msf) ha organizzato il trasferimento d'urgenza dei due sopravvissuti feriti in un ospedale vicino e ha supportato le loro cure. Entrambi sono stati feriti da colpi di arma da fuoco e sono ancora profondamente sotto shock. Uno dei due è un parente di una delle vittime, colpito a morte davanti ai suoi occhi.
I tre facevano parte di un gruppo di 73 persone. Testimonianze di prima mano raccolte da MSF indicano che le tre vittime e i due feriti facevano parte di un gruppo di 73 persone intercettate in mare dalla Guardia Costiera Libica, riportate indietro e fatte sbarcare a Khoms. Decine di loro, tutti sudanesi, hanno cercato di fuggire per evitare di finire in detenzione, e in quel momento è stato aperto il fuoco. Alla fine 26 persone sono state portate in un centro di detenzione mentre altre sono riuscite a fuggire. Le équipe di MSF, che danno assistenza ai migranti vulnerabili nei centri di detenzione, li hanno visitati. Molti di loro erano ancora sotto shock e sofferenti.
Tra le 26 persone rinchiuse nei lager ci sono 8 bambini. Il gruppo era composto prevalentemente da giovanissimi: i tre uccisi e i due feriti avevano tra i 15 e i 18 anni e ci sono almeno 8 minori tra le 26 persone portate al centro di detenzione. "Quanto accaduto martedì è scioccante e inaccettabile. Persone disarmate sono state colpite e uccise solo perché fuggivano disperatamente per evitare la detenzione arbitraria. Tutto questo è inconcepibile - dice Sacha Petiot, capo missione di MSF in Libia - come molti altri rifugiati e migranti in Libia, questi giovani sono stati trascinati in una spirale di brutalità e repressione mentre avrebbero bisogno di umanità e protezione".
Gli altri episodi di sangue avvenuti. Non è la prima volta che accadono eventi tragici di questo genere in Libia. In un episodio simile, un cittadino sudanese è stato ucciso in un sito di sbarco a Tripoli nel settembre 2019. Recente anche un'atroce uccisione di massa, in cui i trafficanti di esseri umani hanno ucciso 30 migranti del Bangladesh detenuti in un capannone a Mizdah.
Allo stesso tempo, nell'ultimo mese, si è registrato un aumento delle partenze e dei ritorni forzati, e una rinnovata tendenza a trasferire le persone nei centri di detenzione. Poiché percorsi legali come voli umanitari e piani di reinsediamento sono attualmente sospesi a causa della pandemia di Covid-19, tentare il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo è l'unica possibilità che hanno queste persone di fuggire da tali brutalità e abusi.
"Ripetiamo di nuovo: la Libia non è un luogo sicuro". "Per l'ennesima volta ripetiamo che la Libia non può essere considerata un luogo sicuro dove portare le persone intercettate in mare - è invece un luogo in cui violenza, brutalità, repressione e privazioni sono condizione quotidiana per migliaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo - aggiunge Sacha Petiot di Msf - aspettiamo da tempo che vengano bloccate le politiche di rimpatrio forzato in Libia. L'UE deve supportare un meccanismo di ricerca e soccorso efficace nel Mediterraneo e un sistema sostenibile di sbarco in porti sicuri, invece che incoraggiare respingimenti illegali, e vanno riattivate urgentemente vie legali e sicure come il programma di evacuazione e reinsediamento dell'Unhcr".
Msf lavora in Libia dal 2011. Oggi i team di MSF forniscono supporto a migranti, rifugiati e richiedenti asilo in sei centri di detenzione nelle regioni occidentali e centrali della Libia, nonché a Tripoli. I servizi forniti dai team di MSF comprendono assistenza sanitaria di base, trasferimenti negli ospedali, salute mentale, servizi di protezione e supporto per l'accesso ai bisogni di base, attraverso la distribuzione di cibo e beni di prima necessità, acqua e servizi igienico-sanitari.
di Lucrezia Poggetti
La Repubblica, 3 agosto 2020
I rapporti tra l'Ue e la Cina: il timore di ritorsioni economiche ha spesso prevalso su tesi a favore di linee più dure nei confronti di Pechino, specialmente su questioni di democrazia e diritto internazionale. Hong Kong è una di queste. Salvo rare eccezioni, i governi europei hanno sempre trattato la Cina con i guanti di velluto. Il timore di ritorsioni economiche ha spesso prevalso su tesi a favore di linee più dure nei confronti di Pechino, specialmente su questioni di democrazia e diritto internazionale. Hong Kong è una di queste.
Dopo alcuni tentennamenti iniziali, i Paesi Ue hanno finalmente trovato un accordo su un pacchetto di misure a sostegno dell'autonomia dell'ex colonia britannica in risposta alla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Tra le azioni previste dal Consiglio europeo del 28 luglio ci sono controlli più stringenti sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature che possono essere utilizzate in maniera repressiva dalle forze di polizia, la revisione di trattati di estradizione e altre forme di cooperazione giudiziaria con il governo della città e un ripensamento dei sistemi di visti e asilo per chi proviene dalla regione ad amministrazione speciale. Grande assente fra le misure è l'imposizione di sanzioni. Indubbiamente l'iniziativa, proposta il 13 luglio da Francia e Germania, è un passo nella giusta direzione.
L'elaborazione di posizioni comuni richiede un consenso fra i 27 Stati membri non semplice da raggiungere. Tuttavia, la gravità della situazione di Hong Kong - a cui dovevano essere garantite libertà speciali fino al 2047 e dove pochi giorni fa sono stati squalificati in massa candidati democratici dalle elezioni del Consiglio legislativo - richiede posizioni che, al di là del simbolismo, mostrino a Pechino le ripercussioni che la violazione di accordi internazionali e diritti possono avere sui rapporti con le democrazie europee.
Finora i governi europei sono stati restii nell'utilizzare, per esempio, il peso economico del blocco Ue - principale partner commerciale della Cina - nei rapporti con Pechino. La creazione di sanzioni per la violazione dei diritti umani discussa a dicembre 2019 dai ministri degli Esteri a Bruxelles è in fase di stallo. Europarlamentari di Renew Europe hanno così chiesto all'Alto Rappresentante Josep Borrell di velocizzare la stesura del "Magnitsky Act" europeo in risposta alle violazioni dei diritti umani a Hong Kong e in Xinjiang.
Dal canto suo, la diplomazia cinese sta lavorando assiduamente per scoraggiare prese di posizione più dure. Il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, ha condannato le nuove misure su Hong Kong come un'interferenza negli affari interni alla Cina. Il governo cinese sta inoltre cercando di dipingere posizioni a sostegno della democrazia come uno schieramento con i "falchi" della Casa Bianca.
L'appello del ministro degli Esteri Wang Yi all'omologo Luigi Di Maio a mantenersi indipendente da "certi Paesi" va letto in tal senso. I governi europei farebbero bene a non lasciarsi confondere dalla retorica cinese e continuare a lavorare insieme per la protezione dei diritti a Hong Kong. Anche l'Italia - dove sono in vigore un trattato di estradizione con Pechino e uno di assistenza giudiziaria con Hong Kong - ha il suo ruolo da giocare. È stata appena approvata alla Camera una mozione a sostegno delle libertà della città. Dopo lunghi silenzi, è tempo che il governo italiano traduca in azione gli impegni a fare di più per la salvaguardia dei diritti, in Cina e a Hong Kong.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 3 agosto 2020
Donne e famiglie in viaggio, e i populisti cavalcano gli addii di massa: "Si è creata una mitologia della partenza. Apriteci le porte in Italia". Una vecchia canzoncina a volte spiega molto più di un rapporto sociologico. Bendir Man, un cantante popolare tunisino, nel 2011 aveva adattato Bella Ciao alla rivoluzione "dei gelsomini", la rivolta che ha fatto fuggire il presidente Ben Alì. Poi aveva rimesso mano alle parole del testo. Ha cantato la Bella Ciao dei migranti, Habiba Ciao.
"Domani, quando ti sveglierai, non mi troverai/ habiba ciao ciao ciao/ Metti Rai Uno, forse mi vedrai saltellare in terra italiana / ti chiedo scusa a nome di mamma, mi puoi salutare alzando la mano verso Lampedusa. Farò tanti soldi, mi comprerò una Lamborghini e al matrimonio ti porterò".
Quale è il sentimento di buona parte del popolo tunisino, oggi? Cosa pensano? In avenue Bourghiba, la via del Corso di Tunisi, guardiamo con qualcuno la canzone sul telefonino: "L'ho vista da tempo, si è vecchia ma è giusta: io penso che se vogliamo, dobbiamo poter emigrare", dicono Ahmed, 17 anni, e i suoi compagni. Il padre di Ahmed faceva il giardiniere in un grande albergo: è stato licenziato, in casa nessuno lavora. Gli altri giovani sono tutti d'accordo: emigrare è un diritto: "Perché questa che abbiamo di fronte è diventata una fortezza Europa? Dovete aprire".
C'è di più. "Oltre alla crisi economica, alla crisi politica che fa urlare a tanti che 'tutti i politici sono corrotti', cresce quasi una mitologia popolare della migrazione", dice Khaled Tababi, sociologo del Forum tunisino dei diritti umani e sociali. Tutti in Tunisia parlano da tempo di quello che noi in Italia abbiamo visto solo da qualche settimana. Non solo crescono i migranti, non solo partono le famiglie, ma tutto diventa "diritto alla migrazione" (e quindi cresce la parallela tolleranza). Tatabi aggiunge che migrare diventa anche una "forma di contestazione, come sempre succede nei momenti di crisi dei sistemi politici". Ma iniziano a farlo le famiglie e le donne proprio perché partire è sempre meno tabù, non è più anti-sociale, men che meno è percepito come illegale.
"Si, mitologia della migrazione come la chiamate voi è qualcosa che vediamo anche noi. Significa che i migranti illegali che arrestiamo in mare non capiscono perché li blocchiamo; loro sanno di fare qualcosa di illegale, ma trattano noi poliziotti come dei traditori, qualcuno che nega loro diritti e che agisce per conto dell'Europa ricca", diceva l'altro giorno a Sfax un ufficiale della Guardia costiera.
In parallelo nel paese si confermano i segnali di una crescita di "populismo tunisino" che insabbia la politica e le istituzioni. Da qualche giorno nel Sud, ad Al Kamour, 120 manifestanti hanno bloccato nel deserto le valvole dei pozzi di petrolio. La Tunisia produce poco, circa 40 mila barili al giorno. Ma tutto è fermo. "Protestano perché il governo non ha applicato un accordo sull'occupazione locale del 2017", dice il deputato Sami Ben Abdelaali, eletto nella circoscrizione Italia per il partito "Il Futuro". "Anche il premier appena dimesso, Fakhfakh, non ha rispettato l'accordo, e loro bloccano il petrolio".
L'esercito è schierato nella zona, il ministro dell'Energia ha lanciato un allarme, anche quei pochi proventi del poco petrolio servono all'economica tunisina, e soprattutto servono a far capire agli investitori stranieri che la legge viene rispettata. Ma nessuno fa nulla. Un'altra mossa che in Italia definiremmo populista l'ha votata il 29 luglio il parlamento: "È un provvedimento per circa 60 mila laureati disoccupati da più di 10 anni: dovranno essere assunti dalla pubblica amministrazione", dice il deputato Abdelaali. Ma se non c'è lavoro e non ci sono soldi come farete? "Dobbiamo trovare i soldi: non ci sono nel bilancio 2020? Li troveremo in quello del 2021".
I molti partiti e partitini tunisini sono divisi: certo un grande merito della democrazia tunisina è che pochi giorni fa Fakhfakh si è dovuto dimettere per un conflitto di interessi. La democrazia c'è. Ma adesso le trattative fra i partiti sono insabbiate. Il presidente Kais Saied ha incaricato un tecnico senza ascoltare i partiti (il ministro dell'Interno Hichem Mechichi). Ma tutto sembra molto lento, molto lontano dalla velocità che chiede il popolo. Indebolisce la democrazia nata nel 2011.
In questo contesto troppi dicono che gli sbarchi sono l'unica possibilità per il futuro. Molti sono pronti a rischiare la morte. Bendir Man, il cantante, chiudeva così la sua Bella Ciao: "Sia che vediamo quel paradiso (l'Italia) coi nostri occhi / bella ciao / sia che affoghiamo e moriamo senza sepoltura, la mia anima tornerà da te a nuoto". È il dramma di un popolo. Anzi anche il nostro.
di Romina Marceca
La Repubblica, 3 agosto 2020
"L'hotspot verrà svuotato dei 678 migranti", dice il sindaco Martello che parla di "emergenza sull'isola". In due settimane 5.500 arrivi. Arriverà oggi a Lampedusa la nave quarantena inviata dal governo e che ospiterà i 678 migranti attualmente presenti nell'hotspot. A confermarlo è il sindaco Totò Martello. "In poco meno di due settimane sono arrivati sull'isola di Lampedusa oltre 5.500 migranti in 250 sbarchi, molti dei quali di piccolissime entità. Ormai è una vera e propria emergenza", aggiunge il sindaco di Lampedusa che fa un quadro della situazione attuale sulla maggiore delle isole Pelagie. Soltanto la notte scorsa ci sono stati tre diversi sbarchi per un totale di una quarantina di arrivi. Tutti tunisini, come avviene ormai da quasi un mese con la rotta tunisina.
"L'ultima imbarcazione, molto piccola - spiega Martello - è arrivata poco dopo le nove di stamattina con una dozzina di persone a bordo". "Entro questa sera è attesa la nave quarantena a Lampedusa". Al momento, come conferma lo stesso sindaco ci sono all'hotspot 678 persone, quasi tutti tunisini e uomini, ma ci sono anche famiglie. In poco meno di 24 ore sono state trasferite oltre 300 persone, così come era stato chiesto ieri dal primo cittadino al premier Giuseppe Conte. Oltre cento sono stati trasferiti a bordo del traghetto per Porto Empedocle.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 3 agosto 2020
Se arriveranno i soldi dall'Europa, una parte dovrebbe essere utilizzata per rimodellare economicamente e socialmente le periferie, fra le discussioni più percorse, gli slogan più utilizzati, il ripopolamento dei borghi e delle aree interne è il progetto più in voga. "L'Italia la si rimodella sui villaggi", afferma il ministro per gli affari regionali Boccia, e Provenzano parla da tempo di un piano per il Sud che è appunto il ripopolamento, umano ed economico. Ma il borgo bisogna rammentarlo ai più: la puzza acida del sugo finto, acqua colorata con qualche cucchiaio di concentrato di pomodoro.
L'odore pesante dei fagioli e il profumo ingannevole del pane appena sfornato che di buono aveva solo l'aroma ed era una cottura abbrustolita delle parti meno nobili del grano. Le pluriclassi a scuola, le corse affannose per raggiungere un ospedale sempre troppo lontano. Il borgo era soprattutto questo, e il borgo per eccellenza è stato il Sud dei paesini, e da questo si scappava, si è scappati. Dalla fame, dalle fatiche.
Il tempo ne ha offuscato il sentore vero, ha costruito un mito che risorge potente e ora, dagli architetti famosi, dagli imprenditori di successo, dalla politica del nuovo corso: in risorgenza dal covid con i soldi dell'Europa, se ne esalta il valore. È l'inumanità delle conurbazioni esagerate che spinge verso i luoghi piccoli, i concentrati di un umanesimo vago.
Il villaggio è fallito quando dalla sopravvivenza si è passati al voler altro che il solo vivere, e le città erano la promessa luminosa: scuole, ospedali, cinema, teatri, lavoro meno duro. Per chi veniva da un ritenuto niente il poco era tanto. Ora da quel tanto si vorrebbe fuggire, per un salto che sa solo di buio. Ma non è la rivincita del villaggio, solo la sconfitta della città. Si materializza già da tempo, le restrizioni della pandemia l'hanno solo accelerata. Non è la grandezza il problema, anche se le dimensioni contano: il benessere, i soldi, più se ne hanno meno si sente il bisogno dell'altro.
Non è la centralità dell'uomo la soluzione, ma il suo contrario: fondare tutto sull'elemento umano, lasciare ogni elemento che non sia umano a solo contorno dell'esistenza forse è il vero errore. L'uomo padrone e non partecipe del contesto, magari è la causa scatenante della disumanità. In fondo la città è questo, il protagonismo di chi ha, di chi riesce, di chi ha successo, con una marginalizzazione cinica degli spiriti tenui, poco adeguati e competitivi.
La città è un ciclo continuo di marginalizzazione, di disumanizzazione, si mette all'angolo chi non ce la fa, l'umanità diventa periferia con la centralizzazione del riuscito. E tutto va bene fino a quando la solitudine non atterrisce i più bravi.
La ricerca mitologica del villaggio è questo: spezzare l'isolamento degli adeguati, dei ricchi, di quelli che si sono tenuti per loro i soldi, il cinema, i teatri, i libri e tutte quelle cose che chi scappava dai borghi andava cercando. Ecco, forse la soluzione è anche costruire i borghi dentro le città, far rientrare i margini nel centro, trascinando dentro quella umanità di cui sono portatori. E se davvero ci si sposta verso il villaggio, non ci si può portare dietro lo spirito, e la comodità, e la concorrenzialità del cittadino, replicando in piccolo la città con la sua disumanizzazione.
Nasce fra gli architetti, gli imprenditori, gli uomini di successo, il mito del borgo, senza comprendere che nel villaggio devi essere fabbro, muratore, elettricista, contadino, devi avere un tipo di sapere vasto o essere disposto ad acquisirlo. Vivere in un paese vuol dire adattarsi alle regole di una natura che a volte è madre, altre matrigna.
Se davvero arriverà un Recovery Plan a rimodellare i villaggi e le aree interne, la politica dovrà rimuovere gli inganni del tempo, l'addolcimento della nostalgia, ricordarsi e cancellare tutti quei problemi che hanno fatto scappare le persone dai luoghi piccoli e lontani, contenere dentro un villaggio i servizi, da scuola a sanità, minimi, le opportunità, la possibilità di uno spostamento rapido. Stando sempre attenti a non replicare in piccolo le città. Non sarà facile, perché vivere in un bosco non è per tutti.
di Milena Castigli
interris.it, 3 agosto 2020
Le lettere dei detenuti ai volontari della comunità di sant'Egidio rivelano uno spaccato di umanità inaspettato contro tutti i pregiudizi.
"Cocomerate della solidarietà" per i detenuti nelle carceri romane. È la bella iniziativa ideata e organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio in risposta al forte isolamento vissuto dai detenuti durante il coronavirus. "La pandemia da coronavirus - spiega in una nota l'associazione dalla parte degli ultimi - ha creato nei mesi scorsi grandi difficoltà nelle carceri, per l'accentuato isolamento e la mancanza di contatti con l'esterno".
La Comunità di Sant'Egidio, che da anni visita con regolarità numerosi istituti penitenziari italiani, è così riuscita ad organizzare anche per questa estate post Covid l'annuale campagna di solidarietà e di sostegno nelle carceri romane. Con nuove precauzioni e molti più limiti degli scorsi anni.
Il programma - La prima cocomerata si è svolta lo scorso 30 luglio - nel pieno rispetto delle precauzioni sanitarie - nel carcere romano di Regina Coeli. I prossimi appuntamenti sono: il 5 agosto a Rebibbia femminile. Il 20 agosto a Rebibbia maschile.
Cocomeri in dono - Le "Cocomerate della solidarietà" sono possibili grazie alla collaborazione e al generoso contributo del Car (Centro Agroalimentare Roma) che regala le angurie per i detenuti e le detenute di tre istituti penitenziari. Seicento chili di cocomeri solo per il carcere di regina Caeli. Un semplice gesto di solidarietà per non far sentire invisibili quelle migliaia di persone confinate dietro un muro.
In Terris ha intervistato Stefania Tallei, animatrice del settore carceri della comunità di Sant'Egidio a Roma. "A causa del Covid quest'anno noi, come Sant'Egidio, non siamo potuti entrare a visitare i detenuti né abbiamo potuto fare i consueti colloqui per il reinserimento sociale. L'assenza dei volontari si è sommata allo stop alle visite familiari che non sono ancora riprese in presenza. Questo ha significato per i detenuti un ulteriore isolamento rispetto a quello che già vivono normalmente dietro quel muro che li divide dal resto del mondo".
Solitudine estrema - "Una delle paure maggiori dei detenuti e delle detenute - spiega a In Terris Stefania - è infatti quella di venire dimenticati da tutti. Dietro quel muro, ci sono tante persone che non hanno nessuno che li contatti, che scriva loro una lettera o una semplice cartolina. Nessuno che telefoni per sapere come stanno, nessuno che li aspetterà fuori una volta scontata la pena. Una solitudine estrema che può portare le persone anche a compiere gesti inconsulti, dall'autolesionismo al suicidio".
Il duplice valore della presenza - "In carcere le persone vivono la stessa povertà, affettiva e spesso anche materiale, che vivevano fuori. La vicinanza ai carcerati ha dunque un grande valore. Non solo pratico, nel portare loro quegli oggetti quotidiani che fanno fatica a reperire in carcere, sia a causa del sovraffollamento sia a causa delle poche risorse economiche che hanno a disposizione le strutture detentive. Ma, principalmente, ha un valore umano: queste persone hanno bisogno di comunicare e di sentirsi ascoltati: in definitiva, di esistere per qualcuno".
La via del Vangelo - "Per questo, la presenza di volontari della Comunità Sant'Egidio è così sentita e apprezzata dalle persone. Molti di loro sono finiti dietro le sbarre perché sono cresciuti in contesti difficili dove l'unica proposta di vita era quella data loro dalla criminalità organizzata. Noi invece proponiamo una strada nuova, quella del riscatto, quella del Vangelo. 'Ero in carcere e siete venuti a trovarmi', dice Gesù. Sul suo esempio noi cerchiamo di portare una speranza a persone considerare 'senza speranza'. Ma, per noi, nessuno è irrecuperabile".
Legalità e fede - "Grazie alla nostra vicinanza, morti detenuti - forse per la prima volta in vita loro - si sentono amati, apprezzati, non giudicati. E scelgono così di cambiare per cercare di costruirsi una vita diversa, nella legalità e spesso anche nella fede. Noi della comunità di Sant'Egidio - racconta Stefania - in questi anni abbiamo assistito a tanti piccoli e grandi 'miracoli' di rinascita".
Lontani ma vicini - "Ne sono un esempio - prosegue Stefania - le lettere pervenuteci durante il lockdown. Non potevamo andare a visitare fisicamente i detenuti e perciò rimanevamo in contatto scrivendo loro delle lettere alle quali rispondevano con gioia. Anzi, chi di loro riceveva qualche lettera o cartolina in più, le condivideva con quelli - sempre troppi - che invece non avevano nessuno che scrivesse loro. Un gesto di umanità da parte di chi la solitudine e il senso di abbandono lo paga sulla propria pelle, ma ha quella delicatezza d'animo che gli fa tendere una mano a chi sta messo peggio di lui. Sono cose che chi non vive la realtà del carcere, fatta di grosse privazioni - nonostante il grande lavoro che compiono quotidianamente degli operatori giudiziari - fa fatica ad immaginare".
Le preghiere per anziani e clochard - Anche dietro quel muro che divide i due mondi - quello 'libero' da quello 'ristretto' - il senso di umana pietà (o, in senso cristiano, di pietas) non è morto. Anzi...è forse più vivo che in tanti cittadini cosiddetti liberi. Lo dimostrano le lettere ricevute da Stefania durante il lockdown. "Quello che maggiormente mi ha stupita - dice Stefania Tallei - è che i carcerati, nonostante la loro situazione difficilissima, ascoltando i telegiornali si sono preoccupati per gli anziani e per i clochard che erano maggiormente esposti al rischio di ammalarsi di coronavirus e di morire".
Le lettere dei detenuti - Riportiamo il testo di alcune lettere di detenuti, ricevute dalla stessa Stefania, che spiegano meglio di ogni commento la pietà di queste persone, troppo spesso etichettare come "delinquenti" senza cuore. Un cuore, invece, ce lo hanno, e batte forte per gli ultimi. Forse, da questa storia, potremmo imparare qualcosa anche noi ... "onesti".
"Carissima Stefania di sant'Egidio - scrive un detenuto italiano del carcere di Roma - ho ricevuto una lettera da una persona anziana e mi ha commosso, sono rimasto colpito dalla discrezione e dalla delicatezza delle sue parole. Scusami se non ho fatto gli auguri per la Pasqua né a te né agli altri volontari, ma ero inerte, quasi disilluso, meglio dire avulso da tutto.
Poi, leggendo e rileggendo mi sono quasi vergognato del mio stato d'animo pensando al dramma che vivono gli anziani in quanto categoria ad alto rischio per il Covid-19. Gli anziani sono a rischio molto più di tutte le altre categorie sociali ed io mi deprimevo pensando solo a me e alla mia condizione di detenuto! È stato come un brusco risveglio, le parole contenute nella lettera non le dimenticherò mai".
"Ho appena finito di leggere la tua lettera e ti ringrazio perché come sempre come per magia dal mio cuore svanisce quel senso di solitudine e di abbandono - scrive un altro carcerato - Per quanto riguarda il carcere, come sai i volontari non vengono più, il cappellano non dice più neanche la messa, è un periodo davvero nero per tutti, qui siamo noi e le guardie e basta tutto il giorno.
Ma anche la gente fuori soffre, prego per tutte quelle persone che sono in mezzo alla strada. Non posso non esprimere preoccupazione per quello che sta accadendo e per tutte le persone indifese che si ritrovano di fronte a un'ennesima guerra. Naturalmente parlo degli anziani, che soffrono più di tutti. Riguardo ai nonnetti sono successi tanti casini, mi dispiace, però non mi hanno risposto alle lettere, rimango male, quando vai a trovarli abbracciali anche da parte mia.
Grazie per quanto fate per tutti noi, solo chi è cieco non capisce che voi siete la strada che ho tanta voglia di percorrere. Spero che presto possiate rientrare tutti, c'è bisogno del sostegno morale. Almeno per me, riguardo al mio rapporto con la fede è buono e ho la consapevolezza che accanto a me c'è qualcosa di divino che mi prende per mano, altrimenti da solo non riuscirei. È vero che c'è la solitudine e la tristezza, ma c'è anche molto di buono che come sempre non fa rumore ma c'è e me lo tengo stretto, perché senza l'amore di Gesù ci sarebbe l'oscurità che mi fa schifo. Ti lascio con la penna ma non con il cuore".
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 3 agosto 2020
I genitori del cooperante napoletano: mai creduto al suicidio. Il corpo di Mario Paciolla adesso riposa nel cimitero della sua città, Napoli. Mario sarebbe dovuto tornare il 20 luglio scorso, e sarebbe dovuto tornare come tornava sempre: con l'entusiasmo per il lavoro fatto fino al giorno prima e con il desiderio di ripartire per ricominciare, in qualche parte del mondo, a lavorare per aiutare gli altri. Invece è rientrato in una bara, e sulla sua morte, avvenuta il 15 luglio in Colombia, a San Vicente de Caguan, si addensano ombre che non solo fanno pensare sempre più a un omicidio, ma fanno anche temere inquietanti tentativi di ostacolare la ricerca della verità.
Mario Paciolla aveva 33 anni e a San Vicente lavorava con un contratto di collaborazione con le Nazioni Unite in un progetto mirato ad agevolare il processo di pacificazione tra ex guerriglieri delle Farc e lo Stato colombiano. La mattina del 15 luglio fu trovato in casa, impiccato e con il corpo martoriato da molte ferite da lama. Aveva anche profondi tagli ai polsi, ma che si sia ucciso non lo hanno mai creduto i suoi genitori, il papà Giuseppe e la mamma Anna Motta, e l'ipotesi viene sempre più esclusa anche dalle indagini delle autorità colombiane, mentre un fascicolo è stato aperto pure dalla Procura di Roma, competente sulle morti sospette di cittadini italiani all'estero. E i sospetti aumentano alla luce degli ultimi sviluppi investigativi.
Secondo il quotidiano colombiano El Espectador, che segue da vicino il caso, quattro agenti della polizia locale sono finiti sotto inchiesta per aver consentito ad alcuni funzionari dell'Unità indagini speciali del dipartimento Salvaguardia e Sicurezza delle Nazioni Unite di raccogliere e portare via dalla casa di San Vicente una parte degli effetti personali di Mario, sottraendo quindi alle indagini materiale che si sarebbe potuto rivelare prezioso. Perché lo avrebbero fatto? Se lo chiede il senatore Sandro Ruotolo, che sollecita un intervento chiarificatore del segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. Ma soprattutto se lo chiedono il papà e la mamma di Mario. Che al suicidio non hanno mai creduto - spiegano tramite le loro legali Alessandra Ballerini e Emanuela Motta - "per il suo grande ottimismo, per la sua voglia smodata di amore per la vita, per l'attaccamento alla famiglia, agli amici, alla sua città. E per i progetti che con noi aveva fatto per il suo ritorno a Napoli: stava studiando il francese per poi prendere qui il titolo per l'insegnamento".
Ma il pensiero fisso di Giuseppe e Anna è a una videochiamata che il figlio fece a casa l'11 luglio. "Chiamò a un orario insolito. Era preoccupato per alcuni dissapori nati con l'organizzazione, ci raccontò di aver discusso con alcuni colleghi e ci annunciò di volere rientrare subito in Italia, aveva molta fretta di uscire dalla Colombia e ci disse di voler chiudere definitivamente con l'Onu. Nei giorni successivi ci siamo sentiti quotidianamente, ci è sempre apparso molto preoccupato, a tratti impaurito. Il giorno 14 ci ha detto di aver ricevuto la documentazione necessaria per partire e in quella stessa notte aveva acquistato un biglietto per Parigi per il giorno 20". Ora l'attenzione massima spetta alle autorità italiane. I genitori di Mario ci contano: "Il ministro degli Esteri Di Maio, la Farnesina, il presidente della Camera Fico, il sindaco di Napoli de Magistris. Tutti ci hanno promesso di adoperarsi alla ricerca della verità per poter dare giustizia a Mario. È l'unica cosa che desideriamo".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 3 agosto 2020
La scoperta di messaggi riservati tra alti ufficiali: 33 uccisioni sospette. All'una di notte del 16 febbraio 2011 gli elicotteri neri Chinook delle squadre speciali britanniche (Sas) atterrano presso il villaggio di Gawahargin. Abitazioni d'argilla basse, circondate da mura e attorno campi coltivati, molti dei quali a papaveri per la produzione dell'oppio. Siamo nel distretto di Helmand, nell'Afghanistan meridionale, che negli ultimi cinque anni è diventato il cuore combattente della rinascita del movimento talebano. I soldati sono il meglio dell'esercito di Sua Maestà: addestrati per l'antiguerriglia, combattono spesso a fianco dei Marines americani.
Sembra una missione di routine. Cercano armi, esplosivo e soprattutto vorrebbero catturare il 22enne Saddam assieme al fratello 24enne Atta Ullah. Specie Saddam è sospettato di costruire le famigerate bombe improvvisate, che tante vittime stanno causando tra le file della coalizione Nato-Isaf in tutto il Paese. L'intelligence è accurata, negli ultimi tempi sono entrate in azione le nuove forze di difesa afghane, armate a addestrate dalla coalizione internazionale (di cui è parte importante anche il contingente italiano tra Kabul e la provincia di Herat) e posseggono una buona rete di informatori locali. Però pare che qualche cosa non vada per il verso giusto.
A sentire il racconto dell'oggi quasi trentenne Saifullah Yar, fratello più giovane dei due ricercati, i britannici sparano. E lo fanno con il chiaro intento di uccidere, di eliminare il massimo numero di uomini in età da poter partecipare alla guerriglia. Prima fanno uscire le famiglie di due abitazioni limitrofe. Possiamo immaginarlo. Nel cuore della notte. Gli uomini vengono subito bendati con uno straccio nero, le mani legate dalle manette di plastica. Le donne che si coprono in fretta, i bambini che piangono spaventati in braccio. Il racconto di Yar nella prima fase coincide con i rapporti interni delle Sas. Gli ufficiali ordinano al padre di Saifullah, il 55enne Abdul Khaliq, di rientrare nell'abitazione vuota per aprire le finestre e facilitare la perquisizione.
Ma da qui le versioni divergono. Secondo le Sas l'uomo obbedisce, entra in casa, però poi da dietro una porta prende una granata e cerca di tirarla contro i soldati. L'ordigno non esplode. I militari lo uccidono con una decina di colpi di mitra tirati alla testa e al collo. Saifullah invece parla di esecuzione mirata. E lo stesso ribadiscono gli uomini delle forze afghane arrivate con i britannici. "Non c'è stata alcuna aggressione da parte di Khalik.
È stato ucciso a sangue freddo", ribadiscono agli avvocati, che adesso cercano giustizia presso l'Alta Corte di Londra. Lo stesso pare sia avvenuto per gli altri tre uomini assassinati nei minuti seguenti: i due fratelli più anziani e un cugino di Saifullah. Il resoconto dell'unità coinvolta, redatto subito dopo, li accusa di aver cercato di prendere il mitra e reagire. Ma anche per loro il dubbio è che fossero del tutto innocenti.
Da allora Saifullah ha cercato più volte di portare il caso a processo. E in verità gravi sospetti che tra le Sas si fosse imposta una cruda politica di eliminazione preventiva di nemici potenziali nelle aree "calde" dell'Afghanistan erano sorti sia ai loro comandi a Kabul che al quartier generale in Gran Bretagna.
Come segnala ora la stampa inglese, inclusi Bbc e Sunday Times, le prime inchieste si erano annacquate nei "non ricordo" e nei casi di "amnesia collettiva" tra gli uomini delle unità sospette. Ora però la scoperta di un file di mail riservate tra alti ufficiali delle Sas operativi in quel periodo rischia di portare in tribunale a testimoniare lo stesso Segretario alla Difesa, Ben Wallace. Emerge che addirittura 33 persone innocenti potrebbero essere state eliminate senza motivo nel corso di undici raid notturni nei tre mesi compresi tra l'8 gennaio e 2 aprile 2011. Un sospetto che getta fango sull'intera coalizione e necessita di essere chiarito.
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