di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 29 luglio 2020
Un conflitto sociale sui generis, lungi dall'esprimersi alla vecchia maniera negli scioperi, nei cortei o nei grandi comizi politici, si manifesta nell'occupazione selvaggia degli spazi pubblici, nel raid violento, nel vandalismo ai danni delle scuole, della segnaletica stradale o dei mezzi di trasporto.
Tutti presi come sempre dagli ultimi sondaggi e dall'immancabile polemica di giornata, tutti presi dalla fregola di twittare una dichiarazione alle agenzie ogni venti minuti o di presenziare in tv a tre talk show in una serata, i politici di questo Paese si dimenticano regolarmente di quello che avevano sostenuto con la massima convinzione solo qualche mese prima.
E così non meraviglia che tra i vari scopi a cui destinare la pioggia di soldi che dovrebbe arrivarci da Bruxelles, il risanamento delle periferie è virtualmente scomparso. Quella che Renzo Piano aveva invocato come l'urgente necessità di "rammendare" il Paese non è stata degnata della minima considerazione.
Solo qualche mese fa invece - complice la protesta politica dei tanti italiani obbligati nei sobborghi delle grandi città a vedersela da vicino con il problema dell'immigrazione o della presenza di un campo rom, dei tanti elettori spinti a diventare sovranisti, populisti e anti-casta per la rabbia di abitare dove i servizi sono assenti, i trasporti paurosamente insufficienti, e la delinquenza fa troppo spesso il bello e il cattivo tempo - complice tutto questo, dicevo, solo qualche mese fa il problema delle periferie dei centri urbani sembrava essere ai primissimi posti nella lista delle urgenze nazionali. Oggi, viceversa, non compare in nessun elenco dei grandi progetti da mettere in cantiere. È completamente scomparso.
E dire che se c'è una cosa che l'epidemia di Covid-19 sta mettendo in luce anche nella fase attuale è proprio la crucialità della dimensione urbana e spaziale (si pensi all'obbligo del "distanziamento"!). Tanto dello spazio privato che di quello pubblico, tanto dello spazio abitativo quanto di quello urbano in generale.
Ma non solo. L'andamento del contagio - particolarmente virulento nelle grandi metropoli come Wuhan, Milano o New York, con la conseguente manifestazione proprio in queste aree dei maggiori problemi - è stato letto da più d'uno, insieme all'evidente ritorno in auge della dimensione nazional-statale, come la spia di una sorta di storica inversione di tendenza.
E cioè da un'epoca in cui il futuro appariva essere tutto affidato alla crescita delle grandi megalopoli mondiali, in cui sembrava che lì ormai battesse il cuore dello sviluppo, a un'epoca, invece, nella quale potrebbe affermarsi la tendenza a una spazialità assai meno dilatata e dirompente.
Non vediamo forse già oggi che la diffusione del telelavoro e dell'e-commerce sollecitata dalla pandemia è sul punto di acquisire in molti settori un carattere stabile, con l'effetto di mettere in crisi l'esistenza dei grandi agglomerati di uffici, dei grandi centri e delle grandi arterie commerciali, tipici del recente avvenirismo metropolitano?
Ma con ancora maggiore urgenza la pandemia ripropone il tema delle periferie. Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla?
Ormai è diventato un rito. Al calar d'ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d'infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d'infettare la società "per bene" insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere.
Da tempo un gran numero di periferie italiane sono diventate il luogo dove si addensa il potenziale di un inedito conflitto sociale. Che non assomiglia più in nulla alla vecchia lotta di classe con al centro il protagonismo degli operai - ormai dappertutto ultra-minoritari anche nei quartieri che un tempo furono i loro - ma ha la sua avanguardia nei "giovani" (oggi fino a 35-40 anni) appartenenti a una vasta zona sociale che va dal sotto proletariato alla piccola borghesia.
Un conflitto sociale sui generis che lungi dall'esprimersi alla vecchia maniera negli scioperi, nei cortei o nei grandi comizi politici, si manifesta nell'occupazione selvaggia degli spazi pubblici, nel raid violento, nel vandalismo ai danni delle scuole, della segnaletica stradale o dei mezzi di trasporto. Un conflitto il quale, essendogli estranea qualunque dimensione organizzata e di massa si riconosce piuttosto in quella del piccolo gruppo guidato da un'erratica spontaneità, e non possedendo alcun retroterra, alcun progetto, alcuna strategia rivendicativa non può che esprimersi in azioni puramente distruttive.
Dietro tale conflitto c'è la drammatica condizione di disagio, di diseguaglianza di standard socio-culturali, che colpisce chi vive nelle periferie. Una diseguaglianza che produce non solo un senso di sconforto e di deprivazione nel vedere i propri giorni trascorrere in un ambiente dominato dallo squallore e con i servizi più scadenti, dove non esiste un parco, un asilo o una fontana, lontano da ogni evento, privo di occasioni sociali di qualche valore, dove a volte la vita sembra quasi ridursi a semplice sopravvivenza.
Ma che soprattutto si traduce nella sensazione di essere abbandonati, di essere esclusi dal circuito della cittadinanza ad opera di un potere estraneo ed ostile. Contro il quale, dunque, non resta che l'arma della rivolta, del voto dato in odio alla casta, ai migranti, ai rom, a tutti, ovvero l'arma della rappresaglia, quella delle spedizioni punitive notturne senza mascherine e sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 29 luglio 2020
Da gennaio sono oltre 6.500 le persone riportate in una zona di guerra con il sostegno del Parlamento italiano. Tra queste, è bene ricordarlo, 340 minori, di cui 84 bambine. L'Italia ha costituito nel tempo una vera e propria flotta libica: 6 motovedette nel 2007, poi altre 12 più 20 battelli di nuova costruzione, di cui almeno 7 motovedette.
Un respingimento illegittimo, delegato dall'Italia e dall'Ue ai libici per aggirare le convenzioni internazionali, si conclude in tragedia, davanti agli occhi del mondo. Tre sudanesi sono stati uccisi, e altri quattro feriti durante un'operazione di sbarco operato dalla cosiddetta guardia costiera libica.
La morte di queste persone, catturate in alto mare con mezzi e strumenti finanziati dall'Italia e dall'Ue, non è un incidente. È una conseguenza prevista e prevedibile di scelte politiche che il nostro Paese ha fatto e continua a fare. Prima con il governo Conte 1, a trazione leghista; poi con il Conte 2, sostenuto da forze di sinistra. Tutto per ragioni essenzialmente politico elettorali mascherate da necessità securitarie, considerato anche il numero di persone, poche migliaia, in fuga dalla Libia, detenute nei lager ufficiali e in quelli informali.
Dall'inizio dell'anno sono oltre 6.500 le persone riportate indietro in una zona di guerra con il sostegno, confermato dal Parlamento il 16 luglio, del nostro Paese. Tra queste, è bene ricordarlo, erano presenti 340 minorenni, di cui 84 bambine. Nel giorno in cui la Camera votava il rifinanziamento della missione e, dunque, del sostegno ai guardacoste libici, la ministra degli Interni era a Tripoli a rafforzare la collaborazione per il contrasto all'immigrazione: sul piatto altri 30 mezzi per il controllo delle frontiere terrestri.
Dal 2017, anno in cui è stato firmato il Memorandum della vergogna, più di 46 mila persone sono state riportate in quelli che internazionalmente vengono considerati dei lager. Una vera e propria deportazione che l'Ue ha, orgogliosamente, affidato alle milizie libiche, trafficanti che cambiano costume secondo la parte che devono interpretare e che a parole tutti sostengono di voler combattere.
Che fine facciano queste persone lo sappiamo: troppe ormai le testimonianze e le denunce raccolte dalle Agenzie delle Nazioni Unite presenti sul terreno per far finta di non conoscere. Ma gli omicidi, gli stupri, la violenza, la tortura, la riduzione in schiavitù e l'uso delle persone come soldati forzati, evidentemente non hanno impressionato finora governi e parlamenti: tutti, a prescindere dall'orientamento politico, continuano a sostenere e finanziare le milizie responsabili di crimini contro l'umanità, rinforzandone il senso di impunità.
L'entità dei finanziamenti, risorse spesso sottratte all'aiuto allo sviluppo, è intuibile ma difficilissima da verificare. Si tratta di un grande gioco di scatole cinesi in cui le linee di finanziamento si intrecciano e si mischiano, senza trasparenza e criteri che assicurino il rispetto dei diritti umani. Impossibile avere risposte dettagliate su come sono stati e come verranno spesi i 57 milioni del Fondo Fiduciario europeo per il programma di supporto alla guardia costiera libica, attuato e cofinanziato dall'Italia con almeno altri 2,5 milioni provenienti dal Fondo per l'Africa.
Senza contare gli oltre 450 milioni di euro in missioni militari impiegati in Libia dalla firma del Memorandum del 2017, di cui almeno 22 milioni stanziati per supportare direttamente la costituzione e la sopravvivenza di una guardia costiera che pattugliasse il versante libico del Mediterraneo. Risorse con cui l'Italia dal 2017 è arrivata a costituire una vera e propria flotta libica: 6 motovedette di proprietà italiana cedute all'indomani degli accordi del 2007; altre 12, prima in dotazione a capitaneria, guardia costiera e guardia di finanza italiane, cedute gratuitamente; 20 battelli di nuova costruzione, di cui 6 in questo momento in fase di realizzazione; almeno 7 motovedette di proprietà libica per cui sono state effettuate manutenzioni e spostamenti da e per la Tunisia, dal 2017 ad oggi.
Nel frattempo, invece di favorire canali di accesso sicuri e legali, sia per chi scappa dalla guerra che per chi fugge da una dolorosa crisi economica, la ministra dell'Interno Lamorgese, sostenuta dalla Commissione europea e dalla presidenza tedesca nel vertice euroafricano del 13 luglio a Trieste sulla migrazione irregolare, sembra voler replicare lo stesso meccanismo in Tunisia, rischiando anche qui di sostenere interessi di parte invece di supportare il delicato processo democratico in corso dal 2011 non senza difficoltà. Le Agenzie delle Nazioni Unite e tutti gli organismi internazionali continuano a ripetere che la Libia non è un porto sicuro: non si possono favorire o alimentare rinvii verso un Paese dove continua la guerra e le persone, in particolare gli stranieri, vengono utilizzate da anni come strumenti impropri del conflitto in corso. Per questo, come da tempo chiediamo con la campagna "Io Accolgo", da ultimo con il mailbombing a sostegno dell'iniziativa lanciata da Manconi, Saviano e altri, sostenuta anche dal manifesto, il governo sospenda subito il Memorandum con la Libia e i respingimenti delegati alle milizie che controllano la guardia costiera.
di Luigi Manconi
La Stampa, 29 luglio 2020
La sentenza della Corte di Assise di Massa che ha assolto Mina Welby e Marco Cappato dall'accusa di "istigazione o aiuto al suicidio", costituisce, per un verso, un'affermazione dell'umana compassione e del diritto mite e, per l'altro, una sconfitta della politica.
Partiamo da quest'ultimo dato. Il 13 settembre del 2013 venne presentata alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a regolamentare il "Rifiuto di trattamenti sanitari e la liceità dell'eutanasia". Quasi 7 anni sono passati da allora senza che il Parlamento abbia nemmeno avviato l'iter della discussione.
Quando si sente parlare di "ritardi della politica", con aggrottata preoccupazione da parte della politica stessa, ecco a cosa ci si può riferire. Quando, anche - e frequentemente - la politica discetta di "supplenza della magistratura", si deve constatare che quella funzione vicaria è davvero imposta dalle circostanze. Ossia da un pieno di domande e diritti, di bisogni e interessi che si smarrisce in un vuoto normativo e non ottiene riconoscimento legale; dunque, si rivolge all'unico soggetto che può offrire tutela: il giudice.
E sembra proprio la vita, ma la "nuda vita", con le sue domande, i suoi parimenti e la sua finitezza, a interpellare il Tribunale quando il titolare del potere di legiferare, il Parlamento, abdica al proprio ruolo per ottusità o codardia. Quando lo stesso Cappato venne giudicato dal tribunale di Milano per la medesima accusa a proposito della morte di Fabiano Antoniani, la Consulta venne investita della questione di costituzionalità in merito all'articolo del codice penale (del 1930) sull'aiuto al suicidio.
Il 23 ottobre del 2018, la Consulta si esprimeva così: "L'attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione". In assenza di quella "adeguata tutela" la Corte invitava il Parlamento a "intervenire con un'appropriata disciplina", decidendo di rinviare l'udienza sul giudizio di costituzionalità al 24 settembre 2019.
Ebbene, un Parlamento torpido si dispose a lasciar trascorrere neghittosamente quel tempo. E così, 11 mesi dopo, la Consulta precisa le rigorose condizioni che permettono la non punibilità di chi assista il paziente che abbia maturato "autonomamente e liberamente" il proposito di togliersi la vita. Ovvero "una patologia irreversibile" che sia causa di "sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili per il malato", in grado di sopravvivere solo attraverso "trattamenti di sostegno vitale", eppure capace di "prendere decisioni libere e consapevoli".
La novità della sentenza della Corte di Massa è che introduce, tra quei "trattamenti di sostegno vitale" che, soli, consentono la sopravvivenza del malato, anche la terapia farmacologica antidolorifica e antispastica (e l'evacuazione artificiale delle feci). Il quadro di riferimento rimane quello delineato dalla sentenza della Consulta del settembre 2019.
E le sue parole, come le motivazioni della pronuncia della Corte di Assise di Milano, segnalano il possibile superamento di quella che resta, nella coscienza collettiva, una Grande Rimozione: la cancellazione del dolore. Per antiche ragioni storiche e culturali, la società italiana ha evitato a lungo di pensare e dire il dolore in tutta la sua potenza distruttrice. Superata una concezione penitenziale di esso, è rimasto un residuo di ritrosia a riconoscerlo e a contrastarlo con tutti i mezzi possibili. E nella stessa cultura medica si fatica a considerarlo come una patologia autonoma da diagnosticare e affrontare con adeguate terapie, quasi fosse solo un inevitabile effetto collaterale: mentre prima vittima della sofferenza non lenibile è il bene prezioso della dignità. Che, con la persona, fauna cosa sola.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 29 luglio 2020
Il parlamento turco si prepara a votare, domani 29 luglio, una serie di emendamenti alla Legge su Internet che, se approvati, richiederanno a piattaforme quali Twitter, Facebook e YouTube di attenersi a regole rigorosissime. In caso contrario, potranno vedersi ridurre la banda Internet a disposizione del 90%, subire multe esorbitanti (fino a 1,3 milioni di euro) e persino andare incontro a procedimenti giudiziari. Le norme all'esame del Parlamento prevedono tra l'altro che le piattaforme con sede all'estero e più di un milione di utenti in Turchia dovranno nominare un responsabile di cittadinanza turca che si occuperà delle indagini e dei procedimenti giudiziari relativi a offese online, altri reati sui social network e rimozione dei contenuti sgraditi alle autorità.
Da quando è salito al potere Recep Tayyip Erdogan ha sempre mal tollerato i social network. Sono migliaia, infatti, le persone che ogni anno vengono arrestate per un cinguettio o un post troppo critico verso "il Sultano" o il suo governo. È abbastanza nelle cose, quindi, che, una volta incassata la trasformazione di Santa Sofia in moschea, il presidente turco voglia prendere il controllo delle piattaforme digitali più importanti come Facebook, Twitter e YouTube, cioè gli unici luoghi dove ormai è possibile esprimere dissenso e pubblicare notizie indipendenti.
In questi 17 anni di governo Erdogan è riuscito a mettere la museruola ai quotidiani tradizionali. I più recalcitranti sono stati costretti a chiudere come è accaduto al popolare Zaman nel 2016. Sul web, però, la censura non ha dato grandi risultati se si pensa che nei primi sei mesi del 2019 il governo turco ha chiesto 6.073 volte a Twitter di cancellare dei contenuti ma solo il 5% delle domande sono state esaudite. Una cosa inaccettabile per il presidente. "È immorale che ciò sia permesso - ha detto recentemente - Vanno richiamati all'ordine". Le organizzazioni umanitarie che difendono i diritti umani sono allarmate. "Siamo in vista dell'ennesimo e forse al più grave attacco alla libertà d'espressione in Turchia. Già oggi i giornalisti passano anni in carcere per le loro inchieste e gli utenti dei social media devono censurarsi per timore di offendere le autorità - ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia -. Se approvata, la nuova normativa aumenterà enormemente il potere del governo di censurare contenuti e avviare procedimenti penali contro gli utenti del social media".
Dello stesso avviso Human Rights Watch: "Entriamo nell'era buia della censura online - ha detto il vice direttore Tom Porteous - è evidente che si sta costruendo un'autocrazia che vuole silenziare tutte le voci critiche". "Le nuove norme - ha detto Liz Throsell, portavoce dell'Alto Commissario ai Diritti Umani - darà allo Stato strumenti ancora più potenti per silenziare i media, impedire la libera espressione delle idee e la possibilità di partecipare alla vita politica pubblica".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 29 luglio 2020
L'Associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione e il Cairo institute for Human rights studies hanno presentato una denuncia contro Italia, Malta e Libia presso il Comitato per i diritti umani dell'Onu. La denuncia è stata depositata per conto di due migranti il cui diritto di fuggire dalla Libia è stato violato dall'intercettazione e dal respingimento effettuati dalla cosiddetta Guardia costiera libica sotto la responsabilità delle autorità italiane e maltesi. Una pratica ormai diffusa che si sta ripetendo anche in queste settimane. A sostegno della causa si sono schierate le ong Alarm phone, Sea Watch e Mediterranea saving humans.
I fatti risalgono al 18 ottobre 2019, quando un barcone in difficoltà, che trasportava circa 50 persone, ha contattato Alarm phone. Erano in zona Sar maltese ma vicini a Lampedusa. I volontari hanno informato via mail il Centro di coordinamento maltese: "Abbiamo cercato di chiamare le autorità maltesi per tutto il pomeriggio - raccontano nella denuncia -. Quando siamo riusciti a contattare il Centro di coordinamento alle 21.30, sette ore dopo la prima chiamata di soccorso, ci hanno informato che i libici aveva intercettato la barca. Più tardi divenne chiaro che le autorità maltesi stavano monitorando la barca dall'aria senza effettuare il salvataggio". I naufraghi sono stati trasportati al centro di detenzione di Triq al Sikka, dove numerosi rapporti delle agenzie Onu hanno documentato le ripetute e gravi violazioni dei diritti umani.
Avvenire, 29 luglio 2020
In occasione della Giornata mondiale contro la tratta di persone, Caritas Internationalis e Coatnet (rete di 46 organizzazioni cristiane impegnate nella lotta alla tratta di esseri umani) sollecitano i governi a intensificare gli sforzi per identificare le vittime della tratta e dello sfruttamento, il cui numero cresce in maniera preoccupante a causa della pandemia di Covid-19.
"In questo momento di diffusione del Covid-19, denunciamo una realtà preoccupante per le persone vulnerabili che sono maggiormente a rischio di divenire vittime della tratta", afferma il segretario generale di Caritas Internationalis, Aloysius John.
Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), oggi nel mondo vi sono più di 40 milioni di vittime della tratta di esseri umani e dello sfruttamento. Una situazione già critica, che l'attuale crisi sanitaria ha aggravato, a causa della mancanza della massiccia perdita di lavoro derivante dalle misure governative poste in essere per prevenire la diffusione del Covid-19.
La mancanza di libertà di movimento causata dal confinamento e dalle restrizioni di viaggio adottati in molti Paesi si è tradotta in una minore possibilità di fuggire e di trovare aiuto per le vittime della tratta di esseri umani. Ciò è vero in particolar modo per le molte vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. I lavoratori domestici affrontano maggiori rischi economici, ma anche fisici e psicologici, poiché durante questa pandemia sono ancora più esclusi dalla società.
Gabriel Hatti, presidente dell'ufficio Medio Oriente e Nord Africa di Caritas, denuncia anche la difficile situazione vissuta in Libano e in altri Paesi del Medio Oriente da "molti filippini e altri lavoratori stranieri, che stanno lottando per tornare a casa dopo aver perso il lavoro a causa del Covid-19 e dell'attuale crisi economica. Ora sono in fila di fronte alle loro ambasciate, senza alcun supporto sociale o protezione psicologica e molti di loro sono perfino privi di un qualunque status legale".
A causa delle misure restrittive è inoltre più difficile per le associazioni e le autorità identificare le vittime di tratta e sfruttamento, molti dei quali sono bambini. Durante la pandemia sono infatti aumentati i casi di violenza ai danni dei minori e il numero di bambini vittime dello sfruttamento online, al quale sono esposti soprattutto quando seguono lezioni a distanza con scarsa supervisione da parte dei genitori.
Durante il lockdown in India, ad esempio, sono stati segnalati alle autorità 92.000 casi di abusi su minori nell'arco di soli 11 giorni. Anche i bambini di famiglie economicamente disagiate potrebbero essere costretti a chiedere l'elemosina per le strade, essendo così esposti a un alto rischio di sfruttamento.
"Le vittime della tratta di esseri umani necessitano un'attenzione immediata", ha aggiunto John. Durante questa pandemia di Covid-19, Caritas Internationalis e Coatnet esortano i governi a fornire queste persone accesso alla giustizia e ai servizi di base, in particolare centri di accoglienza e linee di supporto dedicate, e a mettere al tempo stesso in atto misure urgenti e mirate per sostenere i lavoratori nei settori informali. "Chiediamo inoltre alle istituzioni e alle organizzazioni della società civile di proteggere i bambini dagli abusi e dallo sfruttamento, che avviene anche attraverso Internet e i nuovi media, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di essere vigili e di denunciare i casi di sfruttamento e di tratta di esseri umani", ha concluso il segretario generale di Caritas Internationalis.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 29 luglio 2020
La studiosa britannico-australiana è prigioniera da quasi due anni, accusata di essere una spia. La Repubblica islamica l'ha condannata a 10 anni di carcere. Il penitenziario nel deserto dove è stata spostata è noto per le condizioni insopportabili, tra cui aggressioni regolari e comportamenti inappropriati delle guardie nei confronti delle donne.
Kylie Moore-Gilbert è una studiosa britannico-australiana, prigioniera in Iran da quasi due anni: la Repubblica islamica la accusa di essere una spia e l'ha condannata a 10 anni di carcere. Lei ha sempre respinto le accuse e ha denunciato un trattamento inumano e degradante in prigione. Tre giorni fa è stata trasferita dal carcere di Evin, vicino Teheran, dove sono richiusi molti prigionieri politici, a una remota prigione del deserto, Qarchak, conosciuta per la durezza delle condizioni in cui vivono i detenuti. Moore-Gilbert avrebbe anche contratto il coronavirus.
Nell'ultimo mese l'accademica non ha potuto parlare con la famiglia e delle sue condizioni si è saputo qualcosa in più grazie a Reza Khandan, il marito dell'avvocatessa e premio Sakharov Nasrin Sotoudeh, che si è battuta in difesa dei diritti umani in Iran e contro la pena di morte ed è in carcere da 2 anni. "Non riesco a mangiare nulla. Mi sento così senza speranza", avrebbe detto Moore-Gilbert a Khandan, che ha raccontato del colloquio avuto con lei sulla sua pagina Facebook. "Sono così depressa. Ho chiesto agli ufficiali della prigione una scheda per chiamare ma non me l'hanno data. Sono riuscita a chiamare i miei genitori per l'ultima volta circa un mese fa".
In un memo per il dipartimento di Stato americano, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Iran, Brian Hook, ha descritto la prigione di Qarchak in cui è stata trasferita Moore-Gilbert come uno dei due penitenziari in Iran dove si commettono violazioni di diritti umani.
"È la più grande prigione femminile dell'Iran e al suo interno ci sono anche molti membri di minoranze religiose. Anche questo penitenziario è noto per le condizioni insopportabili, tra cui aggressioni regolari e comportamenti inappropriati delle guardie carcerarie nei confronti delle donne, mancanza cronica di acqua, spazi di vita non salutari e un ambiente che consente lo stupro e l'omicidio".
Violenze e stupri sono stati denunciati anche da organizzazioni dei diritti umani, e secondo notizie non confermate anche il coronavirus si è diffuso nel penitenziario. Moore-Gilbert ha sempre negato le accuse contro di lei e anche il governo australiano le ha definite prive di fondamento. All'inizio di quest'anno, una serie di sue lettere dal carcere in cui descrive l'isolamento, la mancanza di cibo o medicine, pubblicate da alcuni quotidiani, hanno suscitato indignazione nell'opinione pubblica australiana e britannica.
"Mi sento abbandonata e dimenticata, sono una vittima innocente", aveva scritto la studiosa. "Non sono una spia. Non sono mai stata una spia e non ho alcun interesse a lavorare per un'organizzazione di spionaggio in nessun Paese".
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 29 luglio 2020
A colloquio con padre Gianfranco Graziola, missionario nelle carceri del Brasile. "È un grosso sbaglio pensare che rinchiudendo in carcere un individuo si possano risolvere i problemi della società. All'interno delle prigioni l'essere umano non è più padrone di se stesso; i penitenziari svuotano le persone riducendole a nullità, diventando solo luoghi di punizione e di controllo, soprattutto dei più poveri e dei giovani delle periferie": ne è fermamente convinto padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata da vent'anni in Brasile, direttore-presidente dell'Associação de Apoio e Acompanhamento (Asaac) in seno alla pastorale carceraria nazionale brasiliana che, all'"Osservatore Romano", racconta le difficili condizioni dei detenuti e delle detenute in questo particolare momento di emergenza sanitaria caratterizzata dalla pandemia da covid-19, la quale ha provocato oltre 2.442.000 contagi e più di 87.600 morti. "Dobbiamo far fronte comune - spiega - per impedire che si crei malcontento tra la popolazione che, oltre ad avere paura del coronavirus, rischia di morire di fame. La Chiesa sta facendo tutto il possibile per aiutare, ma da sola non basta. Occorre coinvolgere le istituzioni".
Qual è il vostro impegno per un carcere dal volto umano?
La pastorale carceraria in Brasile è totalmente differente da altre esperienze nel mondo, in particolare rispetto a Europa, Stati Uniti d'America, Asia e Oceania e alla stessa America latina dove opera il cappellano penitenziario, figura inesistente da noi. Qui, la pastorale carceraria è realizzata dal Popolo di Dio, laici e laiche, consacrati e consacrate, religiosi e religiose, sacerdoti e vescovi che settimanalmente, quindicinalmente o mensilmente visitano i penitenziari nei ventisette stati del Brasile e nel distretto federale dove si trova la capitale Brasília. Esiste un coordinamento nazionale che a sua volta si ramifica a livello statale, regionale e diocesano. Il grande sviluppo della pastorale carceraria nella sua forma attuale è iniziato con la Campagna di fraternità del 1997 il cui tema era: "Fraternità e i carcerati" e lo slogan "Cristo libera da tutte le prigioni". Ma c'è un altro evento il "Massacro di Carandiru" nel quale, il 2 ottobre 1992, 111 reclusi nell'allora istituto penitenziario furono crudelmente uccisi dalla polizia militare. Oggi, in questo luogo, bagnato dal sangue di tanti fratelli, sorge il parco della gioventù intitolato al compianto cardinale Paulo Evaristo Arns. La pastorale carceraria in Brasile ha come principio di fondo e sua meta la costruzione di un "Mondo senza carcere" rifacendosi al discorso di Gesù nella sinagoga di Nazareth (Luca 4, 18-19) e alla lettera di San Paolo ai Galati 5, 1. La stessa enciclica Laudato si' viene a rafforzare ulteriormente questa nostra convinzione quando afferma la necessità di una conversione ecologica integrale.
Qual è il vostro rapporto com le famiglie dei detenuti?
La quotidianità della pastorale carceraria è la visita ai nostri fratelli e sorelle in prigione mettendo in pratica il Vangelo: "Ero in carcere e siete venuti a visitarmi" (Matteo 25, 36). Per questo gli agenti della pastorale quando entrano in carcere vanno a incontrare Gesù e si mettono al suo ascolto per cogliere la presenza misericordiosa di Dio. La crescita a dismisura in questi ultimi decenni delle detenute (700 per cento) ha fatto nascere nell'ambito della pastorale il dipartimento della "Donna incarcerata" che oggi ha una coordinatrice nazionale. La celebrazione nel 2017 dei 300 anni del ritrovamento dell'immagine della Madonna nel fiume Paraiba, a nord dello stato di San Paolo, da qui il nome di "Aparecida", ci ha ispirati a celebrare questo giubileo pensando a "Maria e alle Marie in carcere", non solamente alle recluse, ma a tutte le madri, spose, figlie, sorelle che settimanalmente si mettono in fila davanti alle prigioni portando con loro lo stigma di una società diseguale e selettiva. Ne è nata una nuova dimensione della pastorale carceraria che è una relazione con le famiglie dei detenuti e delle detenute che contribuisce alla loro organizzazione in associazioni, coinvolgendole e rendendole protagoniste del progetto "Mondo senza carcere".
Cosa fate nello specifico?
Le pastorali che si ispirano alla Dottrina sociale della Chiesa, e che nel Brasile sono raggruppate nella Commissione episcopale pastorale per l'azione socio-trasformatrice, devono contribuire, a partire dal Vangelo, a una trasformazione effettiva della società costruendo quella che san Paolo VI chiamava "Civiltà dell'amore". Coscienti, come diceva Montini, che l'annuncio della Buona novella va di pari passo con la promozione umana, non possiamo non occuparci di politica, di bene comune, l'espressione più alta della carità, combattendo le cause che portano alla detenzione di massa come avviene per gli spacciatori e i consumatori di droga. Per questa ragione dal 2013, assieme a organizzazioni della società civile, abbiamo individuato alcuni punti, definiti "i dieci comandamenti della pastorale carceraria", che abbiamo inserito nella Agenda pelo desencaramento, "agenda per la scarcerazione".
Quali sono i punti centrali?
Il documento abbraccia i temi cruciali del sistema carcerario e avanza alcune richieste come la sospensione di fondi destinati alla costruzione di nuove unità; la riduzione della popolazione carceraria e della violenza prodotta negli istituti di pena; modifiche alla legge per limitare il carcere preventivo; il cambiamento della politica di lotta alla droga; snellimento del sistema penale; apertura a meccanismi di controllo sociale; divieto di privatizzazione del sistema; prevenzione e lotta contro la tortura; smilitarizzazione.
Come viene percepita la vostra attività all'interno degli istituti di pena?
Oggi la pastorale carceraria gode della fiducia sia dei detenuti sia delle loro famiglie, e ha una credibilità che si è costruita nel tempo anche nel campo strettamente giuridico e tecnico. Ciò fa sì che venga rispettata dalle istituzioni e dalle numerose organizzazioni civili e non governative che seguono le questioni penali. Noi denunciamo costantemente il sovraffollamento, frutto di un processo di carcerazione di massa che vìola la costituzione e la burocrazia del settore. Infatti, nelle prigioni brasiliane abbiamo un buon 40 per cento di detenuti/e, e in alcuni stati come l'Amazonas addirittura il 60 per cento, che sono "provvisori", cioè non sono stati ancora ascoltati da un giudice o sono in attesa di condanna definitiva.
Di recente migliaia di detenuti sono stati liberati per paura che il coronavirus si diffonda ulteriormente. Non pensa che in questo modo possa aumentare la violenza nel Paese?
La realtà carceraria in Brasile è pessima: mancano servizi basilari come l'assistenza medica, il rispetto delle norme igieniche, un'alimentazione sana, la manutenzione degli edifici. Per esempio, visitando un istituto la cui capienza era di 140 persone, vi erano 1400 detenuti, molti dei quali avrebbero dovuto essere soltanto oggetto di politiche sociali.
Secondo lei, in epoca di pandemia è necessario che intervenga la politica a determinare norme ad hoc, in linea con le attuali circostanze emergenziali?
Per sanare questa realtà e rispondere alle gravi questioni sociali i Governi pensano di risolvere i problemi affidando ai privati la gestione del sistema penale. Noi non vogliamo assistere ai massacri all'interno delle prigioni come è avvenuto a Manaus nel 2017 e nel 2019. La pastorale e altre organizzazioni continuano a denunciare lo sfruttamento e la commercializzazione di un sistema carcerario sempre più crudele e inumano.
Il Brasile è il secondo Paese più colpito al mondo da covid-19: c'è qualcuno che pensa ai detenuti e alle famiglie?
In realtà il sistema carcerario vive costantemente varie forme di pandemia. L'ultimo esempio lo troviamo a Boa Vista, nello stato di Roraima, dove nella Penitenziaria agricola di Monte Cristo dal 2019 si registra un'epidemia di scabbia. Solo la denuncia dei familiari, sostenuti dalla pastorale carceraria, è riuscita ad evitare un numero elevato di morti che purtroppo anche in questa occasione non sono mancati. In questi mesi, oltre alla preoccupazione per l'arrivo del covid-19 nelle carceri brasiliane e l'elevato numero di contagi e di vittime, quello che preoccupa noi e le famiglie dei detenuti è l'ambiente insalubre, le condizioni alimentari e sanitarie e l'impossibilità di fare visita ai detenuti. Da mesi, migliaia di famiglie non hanno notizie dei loro cari. Per questa ragione, il difensore civico, alcune organizzazioni della società civile e la pastorale carceraria hanno chiesto l'installazione di telefoni pubblici all'interno delle unità carcerarie.
Papa Francesco in diverse occasioni ha ribadito che quello del sovraffollamento è un problema che riguarda varie parti del mondo. Il Brasile è sicuramente un Paese a rischio?
La scarcerazione di alcune centinaia di carcerati e carcerate avvenuta di recente è stata bollata dalla stampa come un serio pericolo. La realtà però è ben diversa. Il virus sta provocando migliaia di vittime. La violenza nella società non è provocata dalla scarcerazione dei detenuti, ma da altri fattori. Questo ci induce a pensare che la vera pandemia non è altro che l'indifferenza denunciata più volte dal Pontefice.
Di recente è stato inviato a tutti gli operatori carcerari un sondaggio on- line anonimo sulla situazione delle donne e in particolare delle mamme detenute con i loro figli. Cosa pensa al riguardo?
Un capitolo importante della situazione attuale è la realtà del mondo femminile in carcere che soffre doppiamente. Visito settimanalmente il più grande penitenziario femminile del Brasile con oltre 2.000 detenute, a San Paolo, e dai dialoghi e dall'ascolto avverto sempre una grande preoccupazione per i figli. A moltissime madri, rinchiuse in cella, viene impedito di abbracciare il proprio bambino. Al momento, le leggi permettono gli arresti domiciliari solo alle gestanti e alle madri con figli fino a 12 anni. Riteniamo che la scarcerazione sia la strada giusta per creare una nuova società perché, chi meglio di una madre può educare i propri figli? Forse, più che giudicare e condannare siamo chiamati a lavorare per creare politiche pubbliche che diano alle donne l'opportunità di rifarsi una nuova vita.
Parlando di detenzione lei fa riferimento alla Laudato sii. Perché?
La questione carceraria è una pandemia anteriore al covid-19 che la rende ancora più attuale e richiama la nostra attenzione. Occorrono politiche pubbliche serie per poter superare e curare la pandemia che è rappresentata dal carcere. Dobbiamo lavorare per un "Mondo senza carcere". Come ricorda il Papa nella sua enciclica dobbiamo impegnarci per un'ecologia integrale, custodendo la casa comune per il "buon vivere" di tutti.
di Catello Maresca
ilsussidiario.net, 28 luglio 2020
Il regime del carcere duro, il 41bis dell'ordinamento penitenziario, sembra ormai diventato improvvisamente il male assoluto. Addirittura più della stessa mafia che tende a contrastare. Ma in genere, se ne parla senza conoscerne né la storia, né la funzione, dalle quali nessun corretto approccio critico può prescindere. Come dicono gli oratori eruditi, quindi, vale la pena di ricordare prima di tutto a me stesso di cosa stiamo parlando.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 luglio 2020
La Circolare del Dipartimento del 23 luglio. Isolamento cautelare, trasferimenti e applicazione del 14 bis, ovvero il regime di sorveglianza particolare che rende la detenzione ancora più dura. Sono queste le soluzioni, non nuove tra l'altro, poste dal Dap tramite la circolare del 23 luglio a firma del vicecapo Roberto Tartaglia e il capo del dipartimento Bernardo Petralia.
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