di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2020
L'abuso d'ufficio diventa un reato presupposto per la responsabilità delle persone giuridiche, disciplinata dal decreto legislativo 231/2001. La condizione perché possa scattare questa responsabilità è che il fatto abbia offeso gli interessi finanziari dell'Unione europea e la sanzione irrogata a carico della persona giuridica potrà essere solo pecuniaria e non interdittiva. È una delle tante novità introdotte nel nostro ordinamento penale dal decreto legislativo 75 del 14 luglio 2020, che entrerà in vigore dal prossimo 30 luglio e che ha dato attuazione alla direttiva europea 2017/1371 relativa alla lotta contro le frodi che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea.
di Viviana De Vita
Il Mattino, 27 luglio 2020
Sono stati i compagni di cella a lanciare l'allarme. Quando ieri mattina lo hanno visto immobile con gli occhi vitrei, Giovanni Cirillo, in arte Johnny, il rapper di origini somale appena 23enne, era ancora vivo. E respirava ancora quando gli agenti della polizia penitenziaria, diretti dal dirigente aggiunto Gianluigi Lancellotta, lo hanno trasportato in infermeria.
Il suo cuore, però, ha cessato di battere poco dopo e a nulla è valso l'intervento dei rianimatori del 118 allertati subito dalla direzione del carcere. Il suicidio si è consumato intorno alle 11 in una cella della prima sezione del penitenziario cittadino, quella che ospita i detenuti per reati comuni. Giovanni Cirillo era tornato a Fuorni un paio di settimane fa dopo la revoca del regime dei domiciliari che aveva violato quattro volte tanto da spingere la Procura a chiedere e a ottenere un aggravamento della misura cautelare.
Il regime detentivo, però, non lo reggeva più. Lo aveva ripetuto più volte dopo la condanna inflittagli lo scorso 20 luglio a quattro anni di reclusione per una rapina messa a segno nel gennaio scorso a pochi passi di distanza da casa sua, a Scafati, con una pistola che poi si scoprì essere un giocattolo. Aveva chiesto di essere trasferito a Villa Chiarugi e voleva parlare con il magistrato. Il suo stato d'animo non era sfuggito al direttore del carcere di Fuorni Rita Romano che per questo motivo aveva autorizzato il 23enne a dei colloqui con lo psicologo.
Giovanni Cirillo era crollato dopo l'incontro avuto con il suo legale il giorno dopo la sentenza di condanna infertagli dal Gup. L'idea di trascorrere quattro anni dietro le sbarre, lo terrorizzava. Forse quando ieri ha messo in atto il folle proposito, voleva compiere solo un gesto dimostrativo. Forse non credeva di morire.
La dinamica dell'episodio dovrà essere ricostruita dagli agenti della squadra Mobile di Salerno che, insieme alla scientifica, stanno indagando sul fatto. Afflitto dal dramma della tossicodipendenza e con un passato difficile alle spalle, il giovane sembra avesse anche qualche tensione con la famiglia adottiva che comunque ha tentato di stargli vicino anche durante il periodo della detenzione.
Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2020
Esecuzione - Magistratura di sorveglianza - Procedimento - Udienza - Art. 420-ter, comma 5, cod. proc. pen. - Procedimento di sorveglianza - Applicabilità anche in caso di concomitante impegno professionale. La norma di cui all'art. 420 ter, comma 5, cod. proc. pen. deve trovare applicazione anche nella fase di esecuzione del processo e dunque nel procedimento di sorveglianza di cui all'art. 666 c.p.p. La possibilità di un adeguato esercizio del diritto di difesa costituisce infatti condizione indefettibile che deve essere assicurata in qualunque modulo procedimentale, dunque anche nei procedimenti camerali.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 6 luglio 2020 n. 20020.
Esecuzione - Magistratura di sorveglianza - Procedimento - Udienza - Art. 420 ter, comma 5, cod. proc. pen. - Procedimento di sorveglianza - Applicabilità - Conseguenze. L'articolo 420-ter, comma 5, cod. proc. pen., si applica anche nel procedimento davanti al giudice di sorveglianza: pertanto il legittimo impedimento del difensore costituisce una causa di rinvio dell'udienza che, se disattesa, dà luogo alla nullità di quest'ultima.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 26 luglio 2019 n. 34100.
Atti e provvedimenti del giudice - Camera di consiglio - Procedimento - In genere - Procedimento
davanti al tribunale di sorveglianza - Adesione del difensore all'astensione collettiva dalle udienze - Conseguenze - Rinvio dell'udienza - Necessità - Ragioni. Nel procedimento dinanzi al tribunale di sorveglianza, l'adesione del difensore all'astensione collettiva dalle udienze costituisce, qualora tempestivamente comunicata, causa di rinvio dell'udienza, senza pertanto che il tribunale possa provvedere alla nomina di un sostituto del difensore non comparso ai sensi dell'art. 97, comma 4, cod. proc. pen., trattandosi di un'ipotesi di legittimo esercizio della libertà sindacale in ossequio all'art. 4 del vigente codice di autoregolamentazione delle astensioni degli avvocati dalle udienze. (In motivazione la Corte ha aggiunto che a nulla rileva la modalità di trattazione del procedimento in camera di consiglio, posto che anche le udienze camerali costituiscono uno strumento di realizzazione del contraddittorio, nella duplice componente della difesa materiale e tecnica).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 agosto 2019 n. 35855.
Esecuzione - Magistratura di sorveglianza - Procedimento - Udienza - Udienza camerale partecipata ai sensi dell'art. 127 cod. proc. pen. - Impedimento del difensore per ragioni di salute - Rilevanza - Omesso rinvio - Conseguenze - Fattispecie. Nel procedimento di sorveglianza, in sede di udienza camerale partecipata ai sensi dell'art. 127 cod. proc. pen,è rilevante l'impedimento del difensore tempestivamente comunicato e determinato da serie ragioni di salute debitamente provate, sicché esso costituisce una causa di rinvio dell'udienza che, se disattesa, dà luogo a nullità di quest'ultima. (Nella specie, la Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza che, decidendo in assenza del difensore, aveva revocato il beneficio della detenzione domiciliare nei confronti del ricorrente, non tenendo conto del fatto che il difensore aveva fatto tempestivamente pervenire un certificato medico attestante l'impossibilità a partecipare all'udienza per "broncopolmonite acuta febbrile").
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 3 aprile 2019 n. 14622.
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2020
Lezione a distanza. Parole come anatemi. "Marcire in carcere", "buttare la chiave", "società incattivita e incivile", "società della vendetta che non riesce a essere migliore di loro" (i mafiosi, ndr), assunzione della stessa logica della vendetta della mafia".
Si parla di 41bis nei giorni che vanno verso l'anniversario dell'omicidio di Paolo Borsellino, che notoriamente quell'articolo lo volle. Non per punire più duramente i mafiosi, come sa chiunque, ma per difendere la collettività. Solo che Borsellino è sideralmente assente da quella sala telematica. "Il 41bis è uno stato che fa letteralmente impazzire nel chiuso della tua cella".
"Il vero scandalo non sono state le scarcerazioni, ma il fatto che quei detenuti, quasi tutti alla fine della pena o in attesa di giudizio, fossero ancora in carcere". Ma chi sarà mai la platea? Forse penalisti palermitani sul piede di guerra per i propri assistiti, un giorno abituati a brindare in carcere alle stragi che essi stessi ordinavano? O gentildonne dell'esercito della salvezza?
Per quanto possa sembrare incredibile stiamo ascoltando in diretta un incontro di formazione di una premiata associazione antimafia. In religioso silenzio quando si giura che siamo in una situazione "in cui nessun procuratore può fare dello Stato di diritto la sua battaglia".
Anzi la pressione è ormai tale che "obbliga a buttare la chiave", "a condannare e a tenere in carcere detenuti in attesa di giudizio, che non ci dovrebbero stare; in una condizione di civiltà al contrario". I giovani discepoli non obiettano, non chiedono, non contestano. Incamerano in silenzio. Un giorno qualcuno avrebbe educatamente alzato la mano e ricordato che quella tortura disumana l'avevano chiesta Falcone e Borsellino, ossia lo Stato di diritto, prima di saltare re per aria. Ma oggi è tutto cambiato, come si insegna nella giornata di formazione. La mafia non è più quella di una volta (tormentone a suo tempo sbeffeggiato da Falcone).
C'è "una problematicità costituzionale". In realtà anche la Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) ha ritenuto il 41bis compatibile con il proprio articolo 3, che condanna le pene disumane e degradanti. Ma l'associazione antimafia si abbevera al sapere giuridico che va da anni all'assalto dell'isolamento carcerario per i mafiosi.
Fa più chic, il vento è cambiato. Entra in campo un'altra voce: "C'è stata esagerazione e disinformazione, le scarcerazioni sono state, in realtà, misure di sveltimento delle procedure di uscita dal carcere... non c'è motivo di tenere in carcere le persone, quando rimangono ormai solo 18 mesi per il fine pena': Purtroppo non se ne può discutere perché "oggi è diventato problematico avere una posizione interlocutoria... oggi non tutti sono d'accordo su che cosa è mafia, ma è difficile dirlo". Poi l'accusa contro la censura di sistema: "È diventato problematico avere posizioni più interlocutorie, più raziocinanti... fatemi dire...".
"Si può solo essere oltranzisti. Fino alla perla: "Si parla sempre di come nasce la mafia, di come si sviluppa e mai di come finisce... dando per scontato che sia impossibile... questo è un grande mantra dell'antimafia". Alla fine si capisce una cosa sola: che in quella giornata di "formazione" antimafia al centro dell'accusa stanno i magistrati antimafia e tutti quelli che non discettano di come la mafia potrebbe finire; magari per folgorazione sulla strada di Damasco, o per gratitudine verso l'antimafia che, ormai matura e ragionevole, finisce di combatterla.
Poveri di spirito quegli anti-mafiosi che non si librano verso altri più nobili e generosi traguardi. Volete sapere il nome di questa delirante associazione antimafia? Non ve lo dirò.
Il peccato ma non il peccatore. Dirò invece i versi di Neruda. "Domanderete perché la sua poesia/ non ci parli del sogno, delle foglie/ dei grandi vulcani del suo paese natale?/ Venite a vedere il sangue per le strade,/ venite a vedere/ il sangue per le strade". Qualcuno svegli Biancaneve.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 luglio 2020
Nelle prossime ore la sentenza di un altro processo che vede imputato Marco Cappato, e con lui Mina Welby: riguarda l'aiuto alla "morte volontaria" prestato nel 2017 a Davide Trentini. Che, diversamente da Dj Fabo, non dipendeva dalle macchine. È un passo oltre la sentenza Dj Fabo. Domani il Tribunale di Massa deciderà se è reato prestare aiuto al suicidio anche a chi, diversamente dal Fabiano Antoniani, non sopravvive grazie alle macchine. I giudici dovranno infatti decidere se Mina Welby e Marco Cappato sono colpevoli del reato previsto all'articolo 580 del codice penale per aver aiutato l'allora 53enne Davide Trentini, che era malato di sclerosi multipla da trent'anni, a porre fine ai suoi giorni, attraverso la cosiddetta morte volontaria, il 13 aprile 2017.
Perché la sentenza di Massa è rilevante, visto che la pronuncia 242 della Corte costituzionale, quella relativa appunto a Dj Fabo, ha già parzialmente depenalizzato l'aiuto al suicidio? Lo è perché nella decisione presa il 24 settembre 2019, la Consulta ha stabilito che non può essere punito chi agevola "l'esecuzione del proposito di suicidio" di una persona la cui condizione sia segnata da quattro precise condizioni: sia "affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli" - e fin qui si tratta di circostanze in cui si trovava, purtroppo, Davide Trentini - e che sia inoltre "tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale". E il 53enne ammalato di sclerosi che riuscì a interrompere le proprie sofferenze in Svizzera non dipendeva da macchinari, diversamente da Dj Fabo.
Naturalmente il valore della pronuncia attesa di qui a poche ore (inizio dell'udienza alle 12, diretta su Radio Radicale) ha un enorme valore politico, che Welby e Cappato non mancano di rivendicare: "Dopo la rivoluzionaria sentenza della Corte costituzionale dello scorso settembre, che legalizza l'accesso al suicidio assistito alla presenza di quattro 'criteri oggettivi', la disobbedienza civile punta ora alla effettiva affermazione del diritto all'autodeterminazione", si legge in una nota dell'Associazione Luca Coscioni, di cui Mina Welby e Marco Cappato sono rispettivamente co-presidente e tesoriere.
Entrambi si presentarono il giorno dopo la morte di Trentini presso la stazione dei carabinieri di Massa per autodenunciarsi. Il procedimento che sta ora per giungere alla sentenza di primo grado è nato da lì. E il valore politico di cui sopra è riferibile non solo allo spostamento in avanti del limite etico fissato dal giudice delle leggi con il caso Dj Fabo, ma anche rispetto all'inerzia del Parlamento seguita a quella storica pronuncia.
"Nonostante le indicazioni della Consulta, che a seguito della sentenza si rivolse al legislatore sottolineando l'urgenza di una legge sul tema, fino ad ora il Parlamento", si legge infatti nella nota dell'Associazione Luca Coscioni, "non ha fatto altro che qualche giornata di audizioni degli esperti, senza nemmeno arrivare alla formazione di un testo base su cui incardinare un dibattito sul tema. Questa sentenza", segnala dunque il comunicato, "giunge in assenza di legge sulla materia e in presenza di una sentenza della Corte costituzionale che àncora il diritto all'autodeterminazione alla Costituzione e a leggi esistenti". Solo che nello specifico, il Tribunale di Massa dovrà appunto ricongiungere i principi fissati poco meno di un anno fa dalla Consulta con altri principi della Carta, e interpretarli in modo da scrivere una pagina, inedita, di diritto.
di Luisa Morbiato
Il Gazzettino, 27 luglio 2020
Grande preoccupazione nelle associazioni di categoria: "Episodi sempre più frequenti, bar e ristoranti a rischio". Molteplici le reazioni dopo la brutale aggressione subita venerdì sera da Giulio Mandara, titolare della pizzeria Marechiaro di via Manin.
"Per prima cosa dobbiamo prendere coscienza che il problema esiste: se un cittadino, o come in questo caso un ristoratore, viene colpito in pieno centro si tratta di atto che in una città come Padova non può accadere - commenta Diego Bonavina, neo assessore comunale alla Sicurezza –
Le forze dell'ordine fanno un ottimo lavoro ma la città è grande. In ogni caso il problema c'è e va risolto agendo su due fronti: prevenzione e repressione. Sport e sicurezza sono due campi molto affini, si deve cercare di occupare più spazi possibili, soprattutto quelli dove questi giovani si riuniscono".
Per Bonavina serve "rendere la città più viva, ma le forze dell'ordine devono individuare e consegnare alla giustizia questi giovani". "Non interessa - continua - di che nazionalità siano, i ragazzini vanno fermati e messi sulla buona strada. Se non è possibile bisogna reprimere, i cittadini chiedono sicurezza. Nei miei primi cinque giorni da assessore alla Sicurezza ho già trovato la massima disponibilità in tutte le forze dell'ordine. Mi sembra di aver iniziato bene con il sequestro di 500 grammi di Amnesia, i problemi però ci sono e vanno risolti. Questa baby gang, che sembra conosciuta e che pare avere come unico obbiettivo quello di provocare risse e caos, va fermata".
L'assessore si rivolge infine ai giovani. "Il 99% sono bravi ragazzi, mi appello direttamente a loro - conclude - Vedete situazioni che possono evolvere nella violenza? Chiamate subito la polizia".
Per Patrizio Bertin, presidente dell'Ascom, serve un intervento tempestivo. "Non si può dire che Padova non è una città sicura ma questi gruppi di ragazzi, più pericolosi degli altri, si devono monitorare e condannare considerato che sembra siano conosciuti - dice - Si devono applicare pene esemplari coinvolgendo nel problema anche le famiglie e il Tribunale dei Minori. Sono situazioni che vanno affrontate tempestivamente e non lasciate degenerare sempre più. La polizia sta facendo un ottimo lavoro, ora c'è l'assessore Bonavina, intervenga anche con la Polizia Locale".
Esprime forte preoccupazione Filippo Segato, segretario dell'Appe (Associazione Provinciale Pubblici Esercizi). "Sono episodi che iniziano a farsi sempre più preoccupanti e che iniziano a coinvolgere clienti ed esercenti in orari inconsueti - sottolinea - Abbiamo assistito nelle scorse settimane ad una reazione pesante in alcune aree della città da parte delle forze dell'ordine che ha prodotto risultati. Ora c'è una ripresa di brutti episodi. Nei giorni scorsi abbiamo incontrato il Questore e gli abbiamo chiesto di aumentare la sorveglianza per prevenire teppismo e criminalità ottenendo ampie assicurazioni. I pubblici esercizi purtroppo sono una categoria a rischio".
Duro il commento di Massimiliano Pellizzari, presidente dell'Associazione Commercianti Centro. "Ennesima aggressione da parte di una baby gang in centro, questa volta ai danni del titolare della Pizzeria Marechiaro. Ma dove siamo, nel Bronx? È ora di finirla perché non possiamo più tollerare che accadano episodi del genere ogni giorno - sottolinea - Non possiamo permettere che il cuore pulsante della città sia tenuto sotto scacco da un gruppetto di teppistelli da quattro soldi. È necessario intervenire con la massima determinazione. Il Questore, che ho incontrato venerdì, sta svolgendo un lavoro egregio. Anche noi cittadini faremo la nostra parte, collaborando fattivamente e segnalando tempestivamente qualsiasi episodio che travalichi la legge".
di Susanna Ronconi e Sergio Segio
dirittiglobali.it, 27 luglio 2020
Lo sa bene chi interviene in carcere, chi ne ha esperienza: il rischio del doppio binario, in superficie le "belle cose", sottotraccia la violenza taciuta delle "X sezioni" è un rischio che va sciolto, affrontato. E uscire dal silenzio è la sola scelta possibile.
"Celle dedicate alla punizione dei detenuti con scompensi psichici. Venivano obbligati a spogliarsi e a gridare frasi come "Sono un pezzo di m..." mentre gli agenti li malmenavano con schiaffi e pugni, attrezzati di guanti per non lasciare i segni. "Figlio di p..., ti devi impiccare" urlava la guardia carceraria Antonio Ventroni al detenuto Daniele Caruso dopo averlo portato in infermeria.
In due gli sputavano addosso e lo colpivano con violenti pugni al volto, provocandogli un ematoma a un occhio, emorragia dal naso e una lesione a un dente incisivo superiore che, dopo qualche tempo, a causa di quel colpo cadeva". Decine di episodi a partire dalla primavera del 2017, denunciati prima dai detenuti e poi dalla garante di Torino, Monica Gallo, ma sempre ignorati a tutti i livelli.
È l'intero "sistema carcere" a essere finito sotto inchiesta da parte del pubblico ministero di Torino Francesco Pelosi: inchiesta che si è chiusa con 25 indagati che vanno dal direttore della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino, Domenico Minervini, al capo delle guardie carcerarie, Giovanni Battista Alberotanza, ai rappresentanti del sindacato più attivo della polizia penitenziaria, l'Osapp.
Violenze fisiche e vessazioni ai detenuti, denunciate in più occasioni, costano ai principali indagati l'accusa di tortura, per "condotte che comportavano un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona detenuta", reato mai contestato prima per le violenze all'interno del carcere. Favoreggiamento e omissione di denunce di reati sono invece le accuse per il direttore Domenico Minervini, il quale avrebbe sempre ignorato le lamentele e le segnalazioni della garante, lasciando che gli agenti agissero indisturbati.
Erano le celle numero 209, 210, 229, 230 della X Sezione quelle prescelte per isolare i detenuti che davano segno di scompenso psichico, nonostante nel carcere di Torino esista una sezione apposita per quel tipo di problematiche. L'ispettore Maurizio Gebbia e altri agenti penitenziari portavano lì i reclusi per "punirli" nel silenzio generale che consentiva loro di eludere le indagini.
E quando i detenuti erano troppo malconci e dovevano farsi visitare li minacciavano dicendo loro che "dovevano dichiarare che era stato un altro detenuto a picchiarlo, altrimenti avrebbero usato nuovamente violenza su di lui, così costringendolo il giorno successivo alle violenze a rendere in infermeria questa falsa versione dei fatti", come è riepilogato nel documento di chiusura delle indagini". Così le cronache dei giornali riferiscono della chiusura dell'inchiesta sulle violenze contro reclusi nel carcere di Torino (Ottavia Giustetti, "la Repubblica", 21 luglio 2020).
Ora i giudici dovranno pronunciarsi ed eventualmente confermare le accuse emerse dalle indagini che ieri si sono chiuse e che meritoriamente si erano aperte grazie alle denunce degli stessi detenuti e alla Garante di Torino.
Quello che, intanto, si sa per certo è che detenuti e Garante hanno portato sul tavolo dei magistrati materiale sufficiente a non far archiviare il caso e un velo è stato squarciato. Quel velo che da molto tempo, ma negli anni più recenti con più aggressività, è stato tessuto anche mediaticamente a copertura di una realtà profonda del carcere, quella della sua perdurante natura violenta di istituzione totale e dell'impunità di chi quella violenza esercita, che nel buio delle notti delle tante "X sezioni" non ha mai smesso di produrre arbitrio, botte, umiliazioni. Torture.
Chi scrive sa - per personale esperienza, avendo vissuto a lungo nelle celle anche del carcere torinese, e per conoscenza, dai tanti anni di impegno, lavoro e attività sul carcere - che per una volta che si fa giustizia per altre cento, o mille, volte cala il silenzio. Il silenzio della paura, della debolezza, della mancata tutela di chi subisce; il silenzio dell'opacità dell'istituzione, del mancato o omesso controllo di chi agisce, della sottovalutazione o, peggio, della copertura.
La cultura dell'omertà, in questi casi, non solo lascia condotte gravissime impunite e esseri umani indifesi, picchiati e nudi, in balìa della violenza, ma concorre a legittimare, in silenzio ma nei fatti, una violenza che diventa istituzionale, tollerata, ammessa, anche quando la maggioranza degli agenti non la condivida e non la pratichi, o magari pensi che un carcere "costituzionale" sia più gestibile, anche per loro, di un carcere violento.
Il silenzio la permette, la reitera, la consacra, questa violenza. Anche per questo, onore ai detenuti che hanno denunciato, rischiando come solo in carcere si rischia, e alla Garante che ha svolto il suo compito, rispettandone il mandato profondo.
Da anni, e nei tempi più recenti soprattutto, i media rilanciano, spesso senza approfondimenti e tanto meno contraddittorio, comunicati stampa e prese di posizione di alcuni tra i sindacati di polizia penitenziaria - incluso quello citato nell'articolo - la cui cifra è quella di rimandare alla pubblica opinione un'idea di carcere in mano ai detenuti, gestito in maniera lassista; i reiterati attacchi portati a chiunque voglia introdurre elementi di riforma e maggior rispetto della norma costituzionale, si ripetono, fino al più recente attacco frontale contro la figura e i compiti del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Figura di cui, ancora ieri, uno di quei sindacati ha chiesto l'abolizione.
Così, anche le lotte contro la disperazione indotta da una sciagurata gestione dei provvedimenti anti Covid-19, diventa l'immagine di un carcere dominato da pochi caporioni, immagine ridicola per chi di carcere ne sa, ma seducenti per chi non ne sa (e preferisce non sapere). Una comunicazione che ha presa su una società che del carcere tutto ignora, e che al contempo nutre una - ed è nutrita da una - crescente voglia di forca.
Una comunicazione mediatica schizofrenica, che a volte concede qualche piccolo spazio alle "belle cose" che si fanno in carcere, quando il mondo esterno, le associazioni, il volontariato, gli enti locali si danno da fare per costruire ponti tra dentro e fuori, per sostenere percorsi di ritorno alla libertà, per smussare l'isolamento e l'opacità della detenzione.
"Belle cose", progetti culturali e sociali, che anche noi, negli anni, anche a Torino, abbiamo fatto, promosso, sostenuto, nella convinzione che "liberarsi della necessità del carcere" sia un percorso, non possa essere uno slogan. Ma se le "belle cose" non sono - sempre, con forza, con consapevolezza - incardinate in una decisa azione di conoscenza, controllo, presidio dei diritti fondamentali di chi è rinchiuso, rischiano di tradire i loro stessi fini.
Lo sa bene chi interviene in carcere, chi ne ha esperienza: il rischio del doppio binario, in superficie le "belle cose", sottotraccia la violenza taciuta delle "X sezioni" è un rischio che va sciolto, affrontato. E uscire dal silenzio è la sola scelta possibile.
Forse è anche per questo che il carcere di Torino ha deciso, proprio nel 2017, che a due persone come noi, nonostante la volontà di dialogo, la propositività, le pregresse esperienze e quelle in corso in altri carceri, fosse vietato di entrare e lavorare con i detenuti e le detenute.
Dopo una martellante campagna mediatica, condotta soprattutto dal citato sindacato, accolta e rilanciata dai media locali senza chiedersi se ci fossero altri punti di vista, e persino dall'allora procuratore capo, dopo il veto della polizia penitenziaria dell'istituto, che evidentemente conta più di ogni altro potere, siamo stati espulsi. Non un gesto, non una scorrettezza che ci potesse essere imputata, solo il dato biografico di essere stati a lungo detenuti in quelle celle, di portarne una diretta conoscenza, e di pensare, con molti e molte altri, che i diritti di chi è recluso siano una frontiera che nessuno può oltrepassare.
Ciò che oggi ci colpisce, ricordando quei giorni e quei fatti, è che era lo stesso anno, erano gli stessi mesi in cui cominciavano ad accadere le violenze e le torture oggi sul tavolo della magistratura. Gli ultimi nostri ingressi, lo spettacolo teatrale con le donne detenute e un incontro con i detenuti nel teatro del carcere, dedicato al tema dell'ergastolo ostativo, con la proiezione del docu-film "Spes contra Spem", di Nessuno Tocchi Caino, anch'esso spesso attaccato da quei sindacati.
di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 27 luglio 2020
L'ex sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini critica il ministro dell'Interno: serve un piano di accoglienza, non una nave lebbrosario per i contagiati.
Lampedusa è piena di turisti. Qui l'emergenza non c'è. Venite a vedere via Roma o le spiagge, venite a vedere se incontrate un migrante. I problemi di questo Paese non possono essere urlati: nessuno può fare concorrenza a Salvini su questo tema, ma l'immigrazione è una materia che anche altri hanno usato, perché tutte le questioni portate avanti in maniera emergenziale alimentano clientele, affari. Ma l'immigrazione è un fatto sistemico, non emergenziale".
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa dal 2012 al 2017, premio Unesco per la Pace, una breve esperienza "senza mai delega" nella segreteria del Pd, partito a cui oggi non sente di appartenere, non ha perso la sua passione civile. E accusa la politica, a destra come a sinistra, di
strumentalizzare il tema dell'immigrazione.
Il sindaco Totò Martello ha lanciato l'allarme. Lei dice che l'emergenza non c'è...
"Quando io ero sindaco l'isola era in testa alla classifica degli sbarchi, ma a partire da Mare Nostrum, fino all'intesa con la Libia, alla guerra alle Ong e a Salvini, sono praticamente scomparsi. L'emergenza oggi è in Spagna o in Grecia, con 35-40 mila sbarchi. Che emergenza sono 11 mila persone per un Paese che ne ha gestite 160 mila?".
La paura del contagio complica le cose non crede?
"Ma è una emergenza mondiale. Il ministero dell'Interno avrebbe dovuto redigere un piano sbarchi, un piano di prima accoglienza con misure speciali diverse da navi lebbrosario dove se c'è un positivo si rischia il contagio di centinaia di persone, mentre finita la quarantena il problema di dove mettere le persone rimane. I migranti sono una scusa non solo per Salvini ma per tutti coloro che gridano all'emergenza per ottenere altro".
Compreso il sindaco?
"Martello sta facendo strumentalizzazione politica esattamente come Salvini. È diventato sindaco facendo la guerra all'accoglienza, chiedendo di chiudere il centro che invece è l'unico modo per mettere in sicurezza la comunità. Ora vuole fiscalità di vantaggio, ristori per i pescatori. Ma oggi sono state trasferite centinaia di persone, l'emergenza è già cessata. Il centro ha 95 posti invece di 400 perché anni fa è stato incendiato: perché non lo rimettono a posto? Perché così possono dire che siamo invasi".
Nessuna invasione invece?
"Un turista non si accorge di nulla. Dalla seconda metà di luglio le presenze sono a livello pre-Covid. Lampedusa viene vissuta come una isola senza virus: abbiamo avuto un solo caso di una signora rientrata da una visita alla figlia a Milano. L'isola è appetibile per i turisti, ma se si continua a gridare all'emergenza le cose potrebbero cambiare. Ma certo il governo dovrebbe affinare il sistema dei trasferimenti".
Lamorgese vola a Tunisi, cosa pensa dovrebbe chiedere?
"Se metti un tappo alla Libia, le persone troveranno altre vie d'uscita. Italia, Grecia e Spagna soprattutto dovrebbero avere una politica unitaria, non si possono continuare a pagare i governi frontalieri. Quanto può durare?".
La soluzione qual è?
"Aprire i flussi, riformare la Bossi-Fini, abolire i decreti Salvini. Chi vuol lavorare deve poterlo fare. Gli industriali dicono che ogni anno servono 180mila persone per i lavori rifiutati dagli italiani. Cosa sono 11mila persone?".
di Laura Anello
La Stampa, 27 luglio 2020
L'ira del sindaco M5S di Caltanissetta: "Non li vogliamo più". E gli sbarchi agitano il Pd. La villa comprata da Silvio Berlusconi a Cala Francese, dopo qualche giorno di vacanza del fratello Paolo, è di nuovo chiusa come quasi sempre: era facile scommetterlo dopo quell'acquisto fatto in tutta fretta nel 2011 dal Cavaliere per farsi perdonare i giorni bui dell'isola diventata bivacco e prigione per 3 mila immigrati, con l'allora ministro Maroni a dimostrare alla base leghista che "l'invasione" si fermava qui.
I tempi sono cambiati - i trasferimenti dall'isola si succedono uno dopo l'altro per svuotare il centro di accoglienza che scoppia - ma Lampedusa è ancora una volta simbolo di tutto e del suo contrario. Non è un'estate d'oro ma alberghi e ristoranti lavorano con i turisti, mentre al molo Favarolo è un arrivo costante di barchini e di barconi: uno ogni quarto d'ora negli ultimi due giorni.
L'altro ieri, con il Centro di accoglienza che scoppiava con più di mille ospiti (dieci volte la sua capienza), il sindaco Totò Martello ha battuto i pugni sul tavolo e ha dichiarato lo stato di emergenza: "La situazione è insostenibile". Fatto sta che i trasferimenti ieri si sono succeduti a spron battuto: dai 1.027 immigrati si è passati a 962 e poi ancora a 455, ma in serata ne sono arrivati altri 26: alla fine sarebbero stati 481 a dormire nel centro, che potrebbe però ospitarne solo 95. Sempre troppi. Su un tema sempre incandescente, aleggia l'allarme Covid.
Allarme scattato l'altro ieri quando un comunicato del segretario del sindacato di polizia Fsp, Walter Mazzetti, diceva che 25 migranti erano risultati positivi. Allarme poi sfumato, ma con grande strascico di polemiche: "Mi aspetto che le autorità e gli organismi competenti valutino gli estremi di procurato allarme", dice ora il sindaco. Replica al vetriolo di Mazzetti, il quale ribadisce che i 25 migranti erano sì positivi, ma ai test sierologici, e che il successivo tampone ha dato esito negativo. Stessa cosa accaduta anche per otto dei dodici trasferiti da Lampedusa al Cas abruzzese Ponte d'Arce a Pettorano sul Gizio.
Positiva al Covid anche una donna sbarcata qui e ricoverata all'ospedale Cervello di Palermo. Ma quel che preoccupa di più sono le fughe: cento (tutti negativi) sono scappati ieri dal Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Caltanissetta, dieci sono stati ripresi, mentre il sindaco grillino Roberto Gambino dichiarava di non volere più un solo immigrato. Altri trenta erano scappati la notte prima dall'hotspot di Pozzallo, approfittando delle procedure di accoglienza per altri 108, due dei quali positivi al virus.
Mentre aleggia ancora il mistero sulla fine dei 140 che ieri hanno mandato un Sos disperato ad Alarm Phone e poi sono spariti nel nulla: 95 su un barcone e 45 su un altro, entrambi in avaria nella zona di soccorso di Malta.
"Dicono di non poter rimuovere l'acqua dalla barca perché è sovraffollata, urlano: stiamo morendo - scrive l'organizzazione - il mercantile Maridive230 è a circa venti miglia dalla barca e potrebbe ricevere ordine di soccorrere ma le forze armate maltesi non rispondono alle nostre chiamate".
Mentre le navi delle Ong sono tutte bloccate, per fermi amministrativi o irregolarità tecniche riscontrate dalla Guardia costiera. Ultima è stata la Ocean Viking di Sos Mediterranée, prima era toccato alla tedesca Iuventa, alla Sea Watch 3, alla Alan Kurdi alla Aita Mari, alla Open Arms, alla Astral. Sulla rotta libica non c'è più una nave che soccorra i migranti.
E le polemiche rimbalzano sul Pd, il più a disagio nella situazione attuale, con i Decreti Sicurezza di marca leghista rimasti intatti. Ieri a Marco Minniti, ex titolare del Viminale, che sosteneva la correlazione tra migranti e Covid, replicava duro il collega di partito Pietro Bartolo, oggi eurodeputato, per anni in trincea al Poliambulatorio di Lampedusa, accusandolo di "opinioni fantasiose senza riscontri scientifici": "Appena qualche settimana fa l'assemblea del Pd, all'unanimità, aveva deciso di votare contro il rifinanziamento alla guardia costiera libica. Il voto nel Parlamento italiano purtroppo è andato diversamente".
tvprato.it, 27 luglio 2020
L'idea gli è venuta durante l'isolamento per rispondere alle tante richieste di chi desiderava riflettere sulla Bibbia e sul difficile periodo che tutti stavamo vivendo. Così è nato Pagine Aperte, il blog di don Enzo Pacini, cappellano del carcere della Dogaia ed ex parroco di San Pio X. Quando tutta Italia si è chiusa in isolamento e la celebrazione delle messe con il popolo era sospesa, molti sacerdoti hanno cercato vie nuove per arrivare ai fedeli.
La scelta di don Enzo è stata quella di inviare, tramite Whatsapp, alcuni file audio contenenti riflessioni a partire da testi biblici non compresi nella liturgia domenicale, ma collegati ad essa per argomenti e temi. Insomma, delle "letture complementari" che sono diventate anche il titolo della prima rubrica ospitata dal blog. Inizialmente don Enzo inviava questi commenti ad un gruppo ristretto composto dai collaboratori che gli danno una mano a gestire la casa di accoglienza per detenuti Jacques Fesch e alcuni amici; poi il numero è cresciuto e così il sacerdote ha pensato bene di aprire un "diario telematico", ovvero un blog, aperto a tutti gli utenti della rete.
"Pagine Aperte ha un doppio significato - spiega don Enzo - da una parte vorrebbe essere uno strumento per tenere aperte, e approfondire se possibile, le pagine della Bibbia, ma anche altre pagine aperte dalla realtà quotidiana, spesso problematiche e ricche di interrogativi. Dall'altra vorrebbe anche utilizzare le risorse della comunicazione telematica per raccogliere interventi, riflessioni di chi voglia condividere un pensiero".
Infatti, anche quello di don Enzo, come ogni blog, è un luogo di confronto e condivisione. L'impegno è quello di scrivere un post a settimana, "perché per formulare un pensiero mi ci vogliono almeno tre giorni, per questo non potrei mai usare social come Facebook dove ci sono commenti estemporanei", sottolinea il cappellano della Dogaia.
E forse questa profondità, frutto di una analisi e di un ragionamento, è la caratteristica che distingue e dà valore al lavoro di don Enzo, che sul blog ha inserito i propri contatti, in modo da essere in collegamento con tutti coloro che volessero iniziare un dialogo con lui. C'è anche un numero di telefono al quale è possibile fare riferimento per ricevere i file audio sopra descritti e che continuano ed essere inviati settimanalmente.










