Ristretti Orizzonti, 29 luglio 2020
Ultima trasmissione realizzata dalla redazione Ristretti Parma prima della pausa estiva. In questa puntata una memoria autobiografica scritta da Nino e letta da Vincenzo Picone, oltre a un'intervista di Antonella Cortese allo scrittore Adrian Bravi e un dialogo tra Maria Inglese e Ivo Lizzola. Per ascoltare cliccare sul link: https://liberidentrohome.files.wordpress.com/2020/07/puntata-numero-4.mp3
Corriere della Calabria, 29 luglio 2020
Sacrificio, fede e buona volontà sono le qualità richieste perché la vite dia frutto, simbolo di rinascita e saggezza. Nell'immagine di un profumato vigneto c'è il richiamo ad una "seconda possibilità", come quella guadagnata delle persone che si trovano in regime di detenzione ordinario - e/o in regime alternativo alla detenzione - e che possono partecipare a progetti di reinserimento socio-lavorativo per poter apprendere un mestiere da mettere a frutto in un futuro prossimo, per rimettere al centro la persona che ha saputo affrontare i propri errori, superare i limiti ed essere valorizzato come persona libera.
E ospiterà un vigneto il terreno individuato in prossimità della Casa Circondariale "Ugo Caridi" che con la collaborazione dell'Azienda "Calabria Verde" sarà recuperato e messo in produzione. Questo grazie al protocollo d'intesa siglato tra il commissario straordinario dell'Ente per la forestazione, Aloisio Mariggiò, e il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Casa Circondariale "Ugo Caridi" rappresentata dal direttore, Angela Paravati.
L'iniziativa, alla seconda edizione, è promossa dalla Direzione della Casa circondariale e da Calabria Verde proprio nell'ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena e con l'obiettivo di dare una reale "seconda possibilità" alle persone che si trovano momentaneamente privo della libertà personale di acquisire delle abilità che potranno tornare utili per apprendere un mestiere, e trascorrere in modo proficuo il tempo, dando un senso al vivere quotidiano.
"Calabria Verde", infatti, - come si evince dall'articolo 1 del protocollo - consapevole della funzione educativa e del recupero svolta dall'ambito carcerario "in particolare nell'uso equilibrato delle risorse naturali e dell'attività all'aperto ai fini della formazione del carattere dei giovani, rileva l'importanza di offrire all'amministrazione penitenziaria collaborazione per il recupero e a messa in produzione di un appezzamento di terreno, ad oggi abbandonato, nello specifico di offrire un supporto tecnico per l'impianto di un vigneto autoctono".
"Calabria Verde" attuerà forme di collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria fornendo le piante e quanto occorrente, piantumando le specie arboree con mano d'opera dell'istituto, sostenendo l'iniziativa con fondi propri. L'articolo 27 della Costituzione italiana sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, inteso come creazione dei presupposti necessari a favorire il reinserimento del condannato nella comunità, eliminando o riducendo il pericolo che, una volta in libertà possa commettere nuovi reati.
Rispetto alla possibilità di formarsi e di lavorare in carcere vi sono ancora elevate possibilità di miglioramento, ma anche ostacoli da superare per poter efficacemente favorire un reinserimento dei detenuti ed evitare un aumento del rischio recidiva. Un minimo di attenzioni a chi soffre in silenzio, per dimostrare che, anche in luoghi di emarginazione, qualcuno pensa a loro.
La situazione attuale nelle carceri italiane, per come fotografata dall'Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, è ancora lontana dal garantire un efficace percorso di integrazione sociale e lavorativa. Se da un lato il numero dei detenuti lavoratori è leggermente cresciuto - passano dai 10.902 (30,74%) del 1991, ai 18.404 (31,95%) del 2017 - dall'altro oltre l'85% dei lavoratori è alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria svolgendo spesso mansioni che non richiedono competenze specifiche: tale situazione a Sud è ancora più accentuata. "Calabria Verde" ha, altresì, allo studio la possibilità di tenere corsi di formazione finalizzati all'avvio delle attività d'impresa forestale o agricoli, servizi di supporto e accompagnamento psicologico e professionale, laboratori agricoli e forestali.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 29 luglio 2020
Continuano gli interrogatori dei militari per il caso della caserma dei carabinieri Levante di Piacenza. Intanto si è insediato il nuovo comandante provinciale, il colonnello Paolo Abrate: "Il mio obiettivo personale, è di guadagnare la fiducia giorno per giorno".
Carabinieri che a vari livelli sapevano, ma non hanno denunciato nulla né ai loro superiori né tantomeno alla magistratura, come sarebbe stato loro dovere fare. Gli interrogatori dei principali indagati nell'inchiesta sulla caserma Levante allargano lo scenario delle indagini fino ad ora delineato dalla Procura di Piacenza che presto potrebbe estendersi ad altri militari che hanno assistito o sono venuti a conoscenza dei traffici e delle illegalità diffuse che ruotavano intorno all'appuntato Giuseppe Montella.
L'interrogatorio - "Nessuno mi ha fatto mai una segnalazione, ma non posso pensare che nessuno si sia reso conto di quello che succedeva nella caserma", dichiara il maggiore Stefano Bezzeccheri, che ha comandato la compagnia di Piacenza fino a mercoledì scorso, al gip Luca Milani che gli ha notificato il provvedimento di obbligo di dimora, mentre altri sette carabinieri venivano arrestati con ipotesi di reato gravissime che vanno dalla tortura al sequestro di persona, dall'arresto illegale allo spaccio di droga.
Per quattro ore l'ufficiale risponde alle domande anche del pm Matteo Centini, titolare dell'inchiesta con il collega Antonio Colonna, ma esclude di aver avallato la mancata segnalazione al Prefetto di uno spacciatore, vicenda che gli è costata l'accusa di abuso d'ufficio.
Nell'interrogatorio di garanzia, Bezzeccheri (difeso dall'avvocato Wally Salvagnini) ammette di non aver ostacolato l'abitudine di Montella di arrestare più persone possibili (anche illegalmente secondo l'accusa) in modo da aumentare i numeri a fine anno. Dice anche di non aver mai saputo che Montella e gli altri spesso pestavano gli arrestati, quasi sempre immigrati accusati di spaccio che venivano "convinti" a diventare informatori e ricompensati con la droga sequestrata.
Il nuovo comandante - Nella caserma Levante, ma anche nella compagnia, negli anni sono transitati parecchi carabinieri, graduati e ufficiali. È a chi è stato zitto che puntano gli sviluppi dell'inchiesta della Procura diretta da Grazia Pradella. Alcuni indagati, infatti, lavorano a Piacenza da una decina di anni, come Montella e Marco Orlando, che ha comandato la Levate prima di finire ai domiciliari.
Dapprima, cioè, dei reati del capo di imputazione che partano solo dal 2017. Ieri è stato anche il giorno dell'insediamento a Piacenza della nuova linea di comando nei carabinieri. "Il mio obiettivo personale, è di guadagnare la fiducia giorno per giorno", dice il colonnello Paolo Abrate, il nuovo comandante provinciale. Il quale subito mete in chiaro: "Non sono uno che guarda alla statistica".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 29 luglio 2020
È accaduto lunedì a Khums. Ferite altre due persone. Fuggivano per non essere rinchiusi in uno dei centri di detenzione di Tripoli. Nella Libia che l'Europa si ostina a considerare un porto sicuro, i migranti muoiono uccisi dai colpi della Guardia costiera finanziata ed equipaggiata dall'Italia. È accaduto lunedì sera verso le undici a Khums, città costiera della Tripolitania, dove un gruppo di 73 migranti - tutti sudanesi a eccezione di 8 marocchini - partito qualche ora prima a bordo di un gommone, è stato prima intercettato in mare e poi riportato indietro da una motovedetta libica. Al momento dello sbarco, consapevoli di cosa li aspettava, i migranti hanno tentato la fuga pur di non essere internati in uno dei famigerati centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli.
La reazione della Guardia costiera è stata immediata ed è consistita nell'aprire il fuoco sui fuggitivi. Tre migranti morti e due feriti, tutti cittadini sudanesi, è il bilancio dell'operazione condotta dalle milizie alle quali l'Unione europea, e in particolare il governo italiano, ha affidato il Mediterraneo centrale con il compito di fermare i barconi.
Non è la prima volta che drammi simili accadono. Il 19 settembre scorso sempre la Guardia costiera aprì il fuoco nel centro di Abusitta, a Tripoli, contro 103 migranti che facevano resistenza al loro trasferimento in un centro di detenzione. Un migrante, colpito allo stomaco, morì mentre lo stavano portando in ospedale. "La consapevolezza di finire in quei centri alimenta il desiderio di fuga dalla Libia", spiega al manifesto Federico Soda, responsabile nel Paese nordafricano dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ieri ha denunciato quanto accaduto a Khums. "Il lavoro della Guardia costiera libica rallenta le partenze - prosegue Soda -, ma tutto quello che accade sul territorio, compresa la detenzione usata come strumento di deterrenza, ha l'effetto opposto".
Per Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo, "questo incidente sottolinea chiaramente che la Libia non è un porto sicuro". Cochetel ha poi chiesto l'avvio di un'inchiesta.
Sono passati solo pochi giorni da quando il parlamento italiano ha votato il decreto missioni che comprende anche nuovi interventi a favore della Guardia costiera di Tripoli, ed è in corso la revisione del Memorandum italo-libico sull'immigrazione dove i libici si sarebbero impegnati a rispettare i diritti umani dei migranti. Libia che non ha mai firmato la convenzione di Ginevra ma che nonostante questo continua ad avere credito dai governi occidentali.
Utilizzando accanto ai centri ufficiali anche altri non ancora ufficialmente autorizzati dal ministero dell'Interno di Tripoli e dove le agenzie Onu non mettono piede. Come quello di Mabani, nella parte sud est di Tripoli, dove da almeno quattro mesi verrebbero richiusi i migranti nonostante l'apertura ufficiale sia prevista, insieme a un altro centro sempre a Tripoli, solo nei prossimi giorni. "È un sistema sbagliato che parte dall'Europa", prosegue Soda riferendosi a quelle che sono solo prigioni per uomini, donne e bambini.
La tragedia di Khums non poteva non avere ripercussioni anche sulla politica italiana. "Al netto di tutte le ipocrisie di circostanza, quanto accaduto è esattamente quello per cui finanziamo la Guardia costiera libica: fermare i migranti con ogni mezzo. Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile", attacca il dem Matteo Orfini.
Gli fa eco Riccardo Magi (+Europa) per il quale "continuare a far finta di nulla finanziando un corpo militare che fa affari con il commercio di vite umane vuol dire rendersi complici di gravi crimini e violazioni sistematiche dei diritti umani".
Erasmo Palazzotto (LeU) e Laura Boldrini (Pd) hanno entrambi chiesto al governo di riferire in aula mentre Emergency ha chiesto all'Italia di cessare al più presto ogni collaborazione con la Guardia costiera libica. "Siamo sconvolti e indignati per quanto successo", ha invece scritto su Twitter la ong Sos Mediterranée. "Nell'ultima settimana barche in difficoltà sono state lasciate senza assistenza nel Mediterraneo. Altre sono state respinte dalle zone Sar europee verso la Libia".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 29 luglio 2020
Un conflitto sociale sui generis, lungi dall'esprimersi alla vecchia maniera negli scioperi, nei cortei o nei grandi comizi politici, si manifesta nell'occupazione selvaggia degli spazi pubblici, nel raid violento, nel vandalismo ai danni delle scuole, della segnaletica stradale o dei mezzi di trasporto.
Tutti presi come sempre dagli ultimi sondaggi e dall'immancabile polemica di giornata, tutti presi dalla fregola di twittare una dichiarazione alle agenzie ogni venti minuti o di presenziare in tv a tre talk show in una serata, i politici di questo Paese si dimenticano regolarmente di quello che avevano sostenuto con la massima convinzione solo qualche mese prima.
E così non meraviglia che tra i vari scopi a cui destinare la pioggia di soldi che dovrebbe arrivarci da Bruxelles, il risanamento delle periferie è virtualmente scomparso. Quella che Renzo Piano aveva invocato come l'urgente necessità di "rammendare" il Paese non è stata degnata della minima considerazione.
Solo qualche mese fa invece - complice la protesta politica dei tanti italiani obbligati nei sobborghi delle grandi città a vedersela da vicino con il problema dell'immigrazione o della presenza di un campo rom, dei tanti elettori spinti a diventare sovranisti, populisti e anti-casta per la rabbia di abitare dove i servizi sono assenti, i trasporti paurosamente insufficienti, e la delinquenza fa troppo spesso il bello e il cattivo tempo - complice tutto questo, dicevo, solo qualche mese fa il problema delle periferie dei centri urbani sembrava essere ai primissimi posti nella lista delle urgenze nazionali. Oggi, viceversa, non compare in nessun elenco dei grandi progetti da mettere in cantiere. È completamente scomparso.
E dire che se c'è una cosa che l'epidemia di Covid-19 sta mettendo in luce anche nella fase attuale è proprio la crucialità della dimensione urbana e spaziale (si pensi all'obbligo del "distanziamento"!). Tanto dello spazio privato che di quello pubblico, tanto dello spazio abitativo quanto di quello urbano in generale.
Ma non solo. L'andamento del contagio - particolarmente virulento nelle grandi metropoli come Wuhan, Milano o New York, con la conseguente manifestazione proprio in queste aree dei maggiori problemi - è stato letto da più d'uno, insieme all'evidente ritorno in auge della dimensione nazional-statale, come la spia di una sorta di storica inversione di tendenza.
E cioè da un'epoca in cui il futuro appariva essere tutto affidato alla crescita delle grandi megalopoli mondiali, in cui sembrava che lì ormai battesse il cuore dello sviluppo, a un'epoca, invece, nella quale potrebbe affermarsi la tendenza a una spazialità assai meno dilatata e dirompente.
Non vediamo forse già oggi che la diffusione del telelavoro e dell'e-commerce sollecitata dalla pandemia è sul punto di acquisire in molti settori un carattere stabile, con l'effetto di mettere in crisi l'esistenza dei grandi agglomerati di uffici, dei grandi centri e delle grandi arterie commerciali, tipici del recente avvenirismo metropolitano?
Ma con ancora maggiore urgenza la pandemia ripropone il tema delle periferie. Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla?
Ormai è diventato un rito. Al calar d'ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d'infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d'infettare la società "per bene" insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere.
Da tempo un gran numero di periferie italiane sono diventate il luogo dove si addensa il potenziale di un inedito conflitto sociale. Che non assomiglia più in nulla alla vecchia lotta di classe con al centro il protagonismo degli operai - ormai dappertutto ultra-minoritari anche nei quartieri che un tempo furono i loro - ma ha la sua avanguardia nei "giovani" (oggi fino a 35-40 anni) appartenenti a una vasta zona sociale che va dal sotto proletariato alla piccola borghesia.
Un conflitto sociale sui generis che lungi dall'esprimersi alla vecchia maniera negli scioperi, nei cortei o nei grandi comizi politici, si manifesta nell'occupazione selvaggia degli spazi pubblici, nel raid violento, nel vandalismo ai danni delle scuole, della segnaletica stradale o dei mezzi di trasporto. Un conflitto il quale, essendogli estranea qualunque dimensione organizzata e di massa si riconosce piuttosto in quella del piccolo gruppo guidato da un'erratica spontaneità, e non possedendo alcun retroterra, alcun progetto, alcuna strategia rivendicativa non può che esprimersi in azioni puramente distruttive.
Dietro tale conflitto c'è la drammatica condizione di disagio, di diseguaglianza di standard socio-culturali, che colpisce chi vive nelle periferie. Una diseguaglianza che produce non solo un senso di sconforto e di deprivazione nel vedere i propri giorni trascorrere in un ambiente dominato dallo squallore e con i servizi più scadenti, dove non esiste un parco, un asilo o una fontana, lontano da ogni evento, privo di occasioni sociali di qualche valore, dove a volte la vita sembra quasi ridursi a semplice sopravvivenza.
Ma che soprattutto si traduce nella sensazione di essere abbandonati, di essere esclusi dal circuito della cittadinanza ad opera di un potere estraneo ed ostile. Contro il quale, dunque, non resta che l'arma della rivolta, del voto dato in odio alla casta, ai migranti, ai rom, a tutti, ovvero l'arma della rappresaglia, quella delle spedizioni punitive notturne senza mascherine e sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 29 luglio 2020
Da gennaio sono oltre 6.500 le persone riportate in una zona di guerra con il sostegno del Parlamento italiano. Tra queste, è bene ricordarlo, 340 minori, di cui 84 bambine. L'Italia ha costituito nel tempo una vera e propria flotta libica: 6 motovedette nel 2007, poi altre 12 più 20 battelli di nuova costruzione, di cui almeno 7 motovedette.
Un respingimento illegittimo, delegato dall'Italia e dall'Ue ai libici per aggirare le convenzioni internazionali, si conclude in tragedia, davanti agli occhi del mondo. Tre sudanesi sono stati uccisi, e altri quattro feriti durante un'operazione di sbarco operato dalla cosiddetta guardia costiera libica.
La morte di queste persone, catturate in alto mare con mezzi e strumenti finanziati dall'Italia e dall'Ue, non è un incidente. È una conseguenza prevista e prevedibile di scelte politiche che il nostro Paese ha fatto e continua a fare. Prima con il governo Conte 1, a trazione leghista; poi con il Conte 2, sostenuto da forze di sinistra. Tutto per ragioni essenzialmente politico elettorali mascherate da necessità securitarie, considerato anche il numero di persone, poche migliaia, in fuga dalla Libia, detenute nei lager ufficiali e in quelli informali.
Dall'inizio dell'anno sono oltre 6.500 le persone riportate indietro in una zona di guerra con il sostegno, confermato dal Parlamento il 16 luglio, del nostro Paese. Tra queste, è bene ricordarlo, erano presenti 340 minorenni, di cui 84 bambine. Nel giorno in cui la Camera votava il rifinanziamento della missione e, dunque, del sostegno ai guardacoste libici, la ministra degli Interni era a Tripoli a rafforzare la collaborazione per il contrasto all'immigrazione: sul piatto altri 30 mezzi per il controllo delle frontiere terrestri.
Dal 2017, anno in cui è stato firmato il Memorandum della vergogna, più di 46 mila persone sono state riportate in quelli che internazionalmente vengono considerati dei lager. Una vera e propria deportazione che l'Ue ha, orgogliosamente, affidato alle milizie libiche, trafficanti che cambiano costume secondo la parte che devono interpretare e che a parole tutti sostengono di voler combattere.
Che fine facciano queste persone lo sappiamo: troppe ormai le testimonianze e le denunce raccolte dalle Agenzie delle Nazioni Unite presenti sul terreno per far finta di non conoscere. Ma gli omicidi, gli stupri, la violenza, la tortura, la riduzione in schiavitù e l'uso delle persone come soldati forzati, evidentemente non hanno impressionato finora governi e parlamenti: tutti, a prescindere dall'orientamento politico, continuano a sostenere e finanziare le milizie responsabili di crimini contro l'umanità, rinforzandone il senso di impunità.
L'entità dei finanziamenti, risorse spesso sottratte all'aiuto allo sviluppo, è intuibile ma difficilissima da verificare. Si tratta di un grande gioco di scatole cinesi in cui le linee di finanziamento si intrecciano e si mischiano, senza trasparenza e criteri che assicurino il rispetto dei diritti umani. Impossibile avere risposte dettagliate su come sono stati e come verranno spesi i 57 milioni del Fondo Fiduciario europeo per il programma di supporto alla guardia costiera libica, attuato e cofinanziato dall'Italia con almeno altri 2,5 milioni provenienti dal Fondo per l'Africa.
Senza contare gli oltre 450 milioni di euro in missioni militari impiegati in Libia dalla firma del Memorandum del 2017, di cui almeno 22 milioni stanziati per supportare direttamente la costituzione e la sopravvivenza di una guardia costiera che pattugliasse il versante libico del Mediterraneo. Risorse con cui l'Italia dal 2017 è arrivata a costituire una vera e propria flotta libica: 6 motovedette di proprietà italiana cedute all'indomani degli accordi del 2007; altre 12, prima in dotazione a capitaneria, guardia costiera e guardia di finanza italiane, cedute gratuitamente; 20 battelli di nuova costruzione, di cui 6 in questo momento in fase di realizzazione; almeno 7 motovedette di proprietà libica per cui sono state effettuate manutenzioni e spostamenti da e per la Tunisia, dal 2017 ad oggi.
Nel frattempo, invece di favorire canali di accesso sicuri e legali, sia per chi scappa dalla guerra che per chi fugge da una dolorosa crisi economica, la ministra dell'Interno Lamorgese, sostenuta dalla Commissione europea e dalla presidenza tedesca nel vertice euroafricano del 13 luglio a Trieste sulla migrazione irregolare, sembra voler replicare lo stesso meccanismo in Tunisia, rischiando anche qui di sostenere interessi di parte invece di supportare il delicato processo democratico in corso dal 2011 non senza difficoltà. Le Agenzie delle Nazioni Unite e tutti gli organismi internazionali continuano a ripetere che la Libia non è un porto sicuro: non si possono favorire o alimentare rinvii verso un Paese dove continua la guerra e le persone, in particolare gli stranieri, vengono utilizzate da anni come strumenti impropri del conflitto in corso. Per questo, come da tempo chiediamo con la campagna "Io Accolgo", da ultimo con il mailbombing a sostegno dell'iniziativa lanciata da Manconi, Saviano e altri, sostenuta anche dal manifesto, il governo sospenda subito il Memorandum con la Libia e i respingimenti delegati alle milizie che controllano la guardia costiera.
di Luigi Manconi
La Stampa, 29 luglio 2020
La sentenza della Corte di Assise di Massa che ha assolto Mina Welby e Marco Cappato dall'accusa di "istigazione o aiuto al suicidio", costituisce, per un verso, un'affermazione dell'umana compassione e del diritto mite e, per l'altro, una sconfitta della politica.
Partiamo da quest'ultimo dato. Il 13 settembre del 2013 venne presentata alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a regolamentare il "Rifiuto di trattamenti sanitari e la liceità dell'eutanasia". Quasi 7 anni sono passati da allora senza che il Parlamento abbia nemmeno avviato l'iter della discussione.
Quando si sente parlare di "ritardi della politica", con aggrottata preoccupazione da parte della politica stessa, ecco a cosa ci si può riferire. Quando, anche - e frequentemente - la politica discetta di "supplenza della magistratura", si deve constatare che quella funzione vicaria è davvero imposta dalle circostanze. Ossia da un pieno di domande e diritti, di bisogni e interessi che si smarrisce in un vuoto normativo e non ottiene riconoscimento legale; dunque, si rivolge all'unico soggetto che può offrire tutela: il giudice.
E sembra proprio la vita, ma la "nuda vita", con le sue domande, i suoi parimenti e la sua finitezza, a interpellare il Tribunale quando il titolare del potere di legiferare, il Parlamento, abdica al proprio ruolo per ottusità o codardia. Quando lo stesso Cappato venne giudicato dal tribunale di Milano per la medesima accusa a proposito della morte di Fabiano Antoniani, la Consulta venne investita della questione di costituzionalità in merito all'articolo del codice penale (del 1930) sull'aiuto al suicidio.
Il 23 ottobre del 2018, la Consulta si esprimeva così: "L'attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione". In assenza di quella "adeguata tutela" la Corte invitava il Parlamento a "intervenire con un'appropriata disciplina", decidendo di rinviare l'udienza sul giudizio di costituzionalità al 24 settembre 2019.
Ebbene, un Parlamento torpido si dispose a lasciar trascorrere neghittosamente quel tempo. E così, 11 mesi dopo, la Consulta precisa le rigorose condizioni che permettono la non punibilità di chi assista il paziente che abbia maturato "autonomamente e liberamente" il proposito di togliersi la vita. Ovvero "una patologia irreversibile" che sia causa di "sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili per il malato", in grado di sopravvivere solo attraverso "trattamenti di sostegno vitale", eppure capace di "prendere decisioni libere e consapevoli".
La novità della sentenza della Corte di Massa è che introduce, tra quei "trattamenti di sostegno vitale" che, soli, consentono la sopravvivenza del malato, anche la terapia farmacologica antidolorifica e antispastica (e l'evacuazione artificiale delle feci). Il quadro di riferimento rimane quello delineato dalla sentenza della Consulta del settembre 2019.
E le sue parole, come le motivazioni della pronuncia della Corte di Assise di Milano, segnalano il possibile superamento di quella che resta, nella coscienza collettiva, una Grande Rimozione: la cancellazione del dolore. Per antiche ragioni storiche e culturali, la società italiana ha evitato a lungo di pensare e dire il dolore in tutta la sua potenza distruttrice. Superata una concezione penitenziale di esso, è rimasto un residuo di ritrosia a riconoscerlo e a contrastarlo con tutti i mezzi possibili. E nella stessa cultura medica si fatica a considerarlo come una patologia autonoma da diagnosticare e affrontare con adeguate terapie, quasi fosse solo un inevitabile effetto collaterale: mentre prima vittima della sofferenza non lenibile è il bene prezioso della dignità. Che, con la persona, fauna cosa sola.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 29 luglio 2020
Il parlamento turco si prepara a votare, domani 29 luglio, una serie di emendamenti alla Legge su Internet che, se approvati, richiederanno a piattaforme quali Twitter, Facebook e YouTube di attenersi a regole rigorosissime. In caso contrario, potranno vedersi ridurre la banda Internet a disposizione del 90%, subire multe esorbitanti (fino a 1,3 milioni di euro) e persino andare incontro a procedimenti giudiziari. Le norme all'esame del Parlamento prevedono tra l'altro che le piattaforme con sede all'estero e più di un milione di utenti in Turchia dovranno nominare un responsabile di cittadinanza turca che si occuperà delle indagini e dei procedimenti giudiziari relativi a offese online, altri reati sui social network e rimozione dei contenuti sgraditi alle autorità.
Da quando è salito al potere Recep Tayyip Erdogan ha sempre mal tollerato i social network. Sono migliaia, infatti, le persone che ogni anno vengono arrestate per un cinguettio o un post troppo critico verso "il Sultano" o il suo governo. È abbastanza nelle cose, quindi, che, una volta incassata la trasformazione di Santa Sofia in moschea, il presidente turco voglia prendere il controllo delle piattaforme digitali più importanti come Facebook, Twitter e YouTube, cioè gli unici luoghi dove ormai è possibile esprimere dissenso e pubblicare notizie indipendenti.
In questi 17 anni di governo Erdogan è riuscito a mettere la museruola ai quotidiani tradizionali. I più recalcitranti sono stati costretti a chiudere come è accaduto al popolare Zaman nel 2016. Sul web, però, la censura non ha dato grandi risultati se si pensa che nei primi sei mesi del 2019 il governo turco ha chiesto 6.073 volte a Twitter di cancellare dei contenuti ma solo il 5% delle domande sono state esaudite. Una cosa inaccettabile per il presidente. "È immorale che ciò sia permesso - ha detto recentemente - Vanno richiamati all'ordine". Le organizzazioni umanitarie che difendono i diritti umani sono allarmate. "Siamo in vista dell'ennesimo e forse al più grave attacco alla libertà d'espressione in Turchia. Già oggi i giornalisti passano anni in carcere per le loro inchieste e gli utenti dei social media devono censurarsi per timore di offendere le autorità - ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia -. Se approvata, la nuova normativa aumenterà enormemente il potere del governo di censurare contenuti e avviare procedimenti penali contro gli utenti del social media".
Dello stesso avviso Human Rights Watch: "Entriamo nell'era buia della censura online - ha detto il vice direttore Tom Porteous - è evidente che si sta costruendo un'autocrazia che vuole silenziare tutte le voci critiche". "Le nuove norme - ha detto Liz Throsell, portavoce dell'Alto Commissario ai Diritti Umani - darà allo Stato strumenti ancora più potenti per silenziare i media, impedire la libera espressione delle idee e la possibilità di partecipare alla vita politica pubblica".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 29 luglio 2020
L'Associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione e il Cairo institute for Human rights studies hanno presentato una denuncia contro Italia, Malta e Libia presso il Comitato per i diritti umani dell'Onu. La denuncia è stata depositata per conto di due migranti il cui diritto di fuggire dalla Libia è stato violato dall'intercettazione e dal respingimento effettuati dalla cosiddetta Guardia costiera libica sotto la responsabilità delle autorità italiane e maltesi. Una pratica ormai diffusa che si sta ripetendo anche in queste settimane. A sostegno della causa si sono schierate le ong Alarm phone, Sea Watch e Mediterranea saving humans.
I fatti risalgono al 18 ottobre 2019, quando un barcone in difficoltà, che trasportava circa 50 persone, ha contattato Alarm phone. Erano in zona Sar maltese ma vicini a Lampedusa. I volontari hanno informato via mail il Centro di coordinamento maltese: "Abbiamo cercato di chiamare le autorità maltesi per tutto il pomeriggio - raccontano nella denuncia -. Quando siamo riusciti a contattare il Centro di coordinamento alle 21.30, sette ore dopo la prima chiamata di soccorso, ci hanno informato che i libici aveva intercettato la barca. Più tardi divenne chiaro che le autorità maltesi stavano monitorando la barca dall'aria senza effettuare il salvataggio". I naufraghi sono stati trasportati al centro di detenzione di Triq al Sikka, dove numerosi rapporti delle agenzie Onu hanno documentato le ripetute e gravi violazioni dei diritti umani.
Avvenire, 29 luglio 2020
In occasione della Giornata mondiale contro la tratta di persone, Caritas Internationalis e Coatnet (rete di 46 organizzazioni cristiane impegnate nella lotta alla tratta di esseri umani) sollecitano i governi a intensificare gli sforzi per identificare le vittime della tratta e dello sfruttamento, il cui numero cresce in maniera preoccupante a causa della pandemia di Covid-19.
"In questo momento di diffusione del Covid-19, denunciamo una realtà preoccupante per le persone vulnerabili che sono maggiormente a rischio di divenire vittime della tratta", afferma il segretario generale di Caritas Internationalis, Aloysius John.
Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), oggi nel mondo vi sono più di 40 milioni di vittime della tratta di esseri umani e dello sfruttamento. Una situazione già critica, che l'attuale crisi sanitaria ha aggravato, a causa della mancanza della massiccia perdita di lavoro derivante dalle misure governative poste in essere per prevenire la diffusione del Covid-19.
La mancanza di libertà di movimento causata dal confinamento e dalle restrizioni di viaggio adottati in molti Paesi si è tradotta in una minore possibilità di fuggire e di trovare aiuto per le vittime della tratta di esseri umani. Ciò è vero in particolar modo per le molte vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. I lavoratori domestici affrontano maggiori rischi economici, ma anche fisici e psicologici, poiché durante questa pandemia sono ancora più esclusi dalla società.
Gabriel Hatti, presidente dell'ufficio Medio Oriente e Nord Africa di Caritas, denuncia anche la difficile situazione vissuta in Libano e in altri Paesi del Medio Oriente da "molti filippini e altri lavoratori stranieri, che stanno lottando per tornare a casa dopo aver perso il lavoro a causa del Covid-19 e dell'attuale crisi economica. Ora sono in fila di fronte alle loro ambasciate, senza alcun supporto sociale o protezione psicologica e molti di loro sono perfino privi di un qualunque status legale".
A causa delle misure restrittive è inoltre più difficile per le associazioni e le autorità identificare le vittime di tratta e sfruttamento, molti dei quali sono bambini. Durante la pandemia sono infatti aumentati i casi di violenza ai danni dei minori e il numero di bambini vittime dello sfruttamento online, al quale sono esposti soprattutto quando seguono lezioni a distanza con scarsa supervisione da parte dei genitori.
Durante il lockdown in India, ad esempio, sono stati segnalati alle autorità 92.000 casi di abusi su minori nell'arco di soli 11 giorni. Anche i bambini di famiglie economicamente disagiate potrebbero essere costretti a chiedere l'elemosina per le strade, essendo così esposti a un alto rischio di sfruttamento.
"Le vittime della tratta di esseri umani necessitano un'attenzione immediata", ha aggiunto John. Durante questa pandemia di Covid-19, Caritas Internationalis e Coatnet esortano i governi a fornire queste persone accesso alla giustizia e ai servizi di base, in particolare centri di accoglienza e linee di supporto dedicate, e a mettere al tempo stesso in atto misure urgenti e mirate per sostenere i lavoratori nei settori informali. "Chiediamo inoltre alle istituzioni e alle organizzazioni della società civile di proteggere i bambini dagli abusi e dallo sfruttamento, che avviene anche attraverso Internet e i nuovi media, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di essere vigili e di denunciare i casi di sfruttamento e di tratta di esseri umani", ha concluso il segretario generale di Caritas Internationalis.










