di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 luglio 2020
In occasione dei 1.000 giorni dall'arresto del difensore dei diritti umani turco Osman Kavala, detenuto per accuse fabbricate dal 1° novembre 2017 nella prigione di massima sicurezza di Silivri, la campagna globale "Free Osman Kavala" ha rilanciato le iniziative per mobilitare le opinioni pubbliche e le istituzioni nazionali e internazionali.
Nato a Parigi nel 1957, Kavala è il co-fondatore di Iletisim Yayinlari, una delle più grandi case editrici turche e presiede l'istituto Anadolu Kültür, da lui fondato e divenuto un punto di riferimento prezioso per comprendere la società civile turca. Kavala rimane in carcere nonostante la sentenza emessa lo scorso 10 dicembre dalla Corte europea dei diritti umani che ha chiesto il suo rilascio immediato, valutando che la sua detenzione e l'inchiesta ai suoi danni siano mosse dall'obiettivo di ridurre al silenzio lui e la società civile turca.
Inizialmente sotto inchiesta per tre accuse infondate relative al "tentativo di rovesciare il governo o l'ordine costituzionale con la violenza o con la forza" e che lo vedono persino coinvolto nel tentato colpo di stato del luglio 2016, nel febbraio di quest'anno Kavala è stato prosciolto da una di esse per essere accusato di "spionaggio" appena un mese dopo, con l'evidente scopo di aggirare la sentenza della Corte europea sull'illegalità della sua detenzione.
Corriere della Sera, 27 luglio 2020
Varsavia esce dalla Convenzione di Istanbul per motivi ideologici. Il nodo della identità di genere, l'annuncio del Guardasigilli Zbigniew Ziobro. Domani il governo di Varsavia comincerà il processo di disdetta della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (la cosiddetta Convenzione di Istanbul, ratificata da 34 Paesi tra cui l'Italia e bocciata a maggio dall'Ungheria).
Lo ha annunciato il ministro della Giustizia polacco Zbigniew Ziobro. Ziobro ha spiegato che la Convenzione, varata nel 2011 e firmata dal suo Paese un anno dopo, contiene "concetti ideologici" non condivisi dall'esecutivo, fra cui quello sul sesso "socio-culturale" in opposizione al sesso "biologico". Ziobro sostiene che la legge in vigore tuteli già "in modo esemplare" i diritti delle donne.
Venerdì si erano svolte a Varsavia e in oltre 20 città le manifestazioni delle donne polacche convinte che la decisione dell'esecutivo inciderà negativamente sulla condizione femminile soprattutto in famiglia. La nuova stretta, che conferma la linea dura contro la comunità Lgbt in Polonia, è anche conseguenza delle elezioni presidenziali di due settimane fa, che hanno visto la riconferma di Andrzej Duda, 48 anni, con oltre il 51% dei voti. È la linea nazional-populista del PiS, "Diritto e Giustizia", il partito di governo fondato 19 anni fa dai gemelli Kaczynski.
askanews.it, 27 luglio 2020
Un detenuto di 62 anni nel braccio della morte nel carcere di San Quintino, in California, morto ieri per il Covid-19. Si tratta della 17esima vittima nel penitenziario americano che ha il peggior focolaio di Covid del sistema carcerario della California, con 2.155 detenuti risultati positivi al test. Secondo quanto riferito oggi dalla Cnn, sono stati almeno 90 i positivi registrati nelle ultime due settimane.
Lo scorso 10 luglio, il governatore Gavin Newsom ha annunciato il rilascio di circa 8.000 detenuti per riuscire a contenere la diffusione del virus, precisando che la misura riguarda solo quanti hanno 180 giorni o meno da scontare e quanti sono pi a rischio complicazioni per il virus. Nell'ultimo mese c' stato un netto aumento di casi in California, che oggi conta 458.984 contagi e 8.451 morti, secondo i dati del New York Times.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 27 luglio 2020
Se fosse vero, non ne sareste un po' colpiti, e anche un po' disgustati? Gira un video cinese, preso probabilmente da un drone non intercettato, in cui si vede un grande affollamento di persone con indosso una divisa carceraria, inginocchiate e umiliate nei piazzali di una stazione ferroviaria, tenute a bada dai fucili della polizia di Pechino, nell'attesa di salire sui treni della deportazione.
Intervistato dalla Bbc, l'ambasciatore cinese a Londra non ha potuto negare che quei deportati in catene facessero parte della popolazione degli Uiguri, la minoranza musulmana perseguitata in Cina e confinata a milioni nei campi di concentramento, nel silenzio complice delle cancellerie di tutto il mondo e in un'opinione pubblica oramai assuefatta alla violazione dei diritti umani in cambio di stabilità e di soddisfacenti scambi commerciali.
Non avevamo detto "mai più" Auschwitz, eccetera eccetera? Ecco, se quel video fosse vero, e solo per prudenza estrema può ancora concedersi il beneficio del dubbio, non dovremmo almeno un po' vergognarci per quel "mai più" ipocritamente declamato e sistematicamente disatteso?
La seconda notizia, tutta da accertare, perché non solo in Rete ma anche sui giornali vidimati con il tesserino girano castronerie colossali, dice che anche le mascherine che indossiamo siano state in parte fabbricate nei campi di lavoro, insomma, detto esplicitamente, nei lager, insomma nei luoghi dello schiavismo cinese dove non si odono le proteste dell'Occidente, in cui sono rinchiusi gli Uiguri perseguitati da Pechino.
Dovremmo vergognarci due volte, se è vero che ci proteggiamo dal virus con dispositivi ottenuti tramite il lavoro forzato di milioni di deportati, come quelli ripresi dal drone clandestino prima di salire sui treni della vergogna. Anche in questo caso, dove è andata a finire la grottesca esortazione al virtuoso "mai più"? Come mai, sempre così verbosi, indignati, impettiti nelle nostre corazze democratiche, stavolta, con gli Uiguri martirizzati, rimaniamo così docilmente silenziosi? E i governi della Via della seta, cosa dicono? Mai più smetteremo, piuttosto, di girarci dall'altra parte per non guardare in faccia la nostra ipocrisia e il nostro ridicolo cinismo. E "mai più", detta da noi, diventa squallidamente una battuta comica.
di Alessandro Mauceri
notiziegeopolitiche.net, 27 luglio 2020
In Cina, nella regione ricchissima di petrolio e gas dello Xjiang vivono più di 10 milioni di uiguri. Parlano un dialetto turco e i loro tratti somatici ricordano molto i popoli dell'Asia centrale. Di loro si parla solitamente poco, li si nomina solo per ricordare le centinaia di migliaia di uiguri e di altre minoranze musulmane detenuti nei campi di "rieducazione" cinesi.
Centri che il governo centrale definisce siti per favorire l'apprendimento di utili capacità di carriera, ma sono molti quelli usciti da questi centri che parlano di prigionia e di luoghi dove viene fatto una sorta di lavaggio del cervello di massa e inculcata l'obbedienza al partito comunista. Dal 2001 in Cina è in atto una forma di repressione nei confronti dei movimenti indipendentisti e separatisti, i cui inizi risalgono alla prima metà del Novecento. Col tempo la minoranza musulmana che vive in Cina è stata vittima di forme di repressione sempre maggiori da parte delle autorità. Nel 2009 nello Xinjiang, per fermare una manifestazione di uiguri, morirono centinaia di persone.
La prima prova concreta dell'esistenza di questi campi risale al 2018: una fotografia satellitare di un sito appena fuori dalla cittadina di Dabancheng, a circa un'ora di auto dal capoluogo di provincia Urumqi, mostrava una serie di giganteschi edifici grigi, tutti a quattro piani, massicci e circondati da un muro esterno lungo 2 km, punteggiato da 16 torri di guardia. Di strutture simili negli ultimi anni, ne erano sorte tante: simili a prigioni di grandi dimensioni sono tutte nello Xinjiang.
A chi ha chiedeva di cosa si trattasse veniva risposto che "È una scuola di rieducazione", un posto dove "Ci sono decine di migliaia di persone lì. Hanno dei problemi con i loro pensieri".
Lo scorso dicembre la questione è stata oggetto di una discussione al Parlamento europeo. Secondo i documenti presentati agli eurodeputati sarebbero centinaia di migliaia gli uiguri e le persone di etnia kazaka (tra i quali il vincitore del Premio Sacharov di quest'anno, Ilham Tohti) rinchiusi in "campi di rieducazione" politica. Alcuni documenti classificati "China cables", recentemente resi pubblici, sembrano confermare che i musulmani, soprattutto uiguri, rinchiusi dal governo cinese in "campi di rieducazione" nella regione nord-occidentale dello Xinjiang sarebbero più di un milione.
Al termine alcuni europarlamentari hanno chiesto al governo cinese di chiudere immediatamente i "campi di rieducazione" nello Xinjiang.
Gli europarlamentari hanno chiesto inoltre al Consiglio europeo di adottare sanzioni mirate e di "congelare i beni, se ritenuto opportuno ed efficace, contro i funzionari cinesi responsabili di una grave repressione dei diritti fondamentali nello Xinjiang".
Dal canto loro, le autorità cinesi hanno dichiarato che i "centri di formazione professionale" sono utilizzati per combattere l'estremismo religioso violento. Smentite che però non sembrano essere confermate dagli innumerevoli documenti presenti negli archivi cinesi. Alcuni, scoperti dall'accademico tedesco Adrian Zenz, mostrano appalti e progetti dettagliati per la costruzione o la conversione di dozzine di strutture con funzioni di sicurezza complete, come torri di guardia, filo spinato, sistemi di sorveglianza e guardie. I centri di "rieducazione", come vengono chiamati questi centri di detenzione, sono stati oggetto di una gara di appalto del luglio 2017 dove si parlava di un sistema di riscaldamento in una "scuola di trasformazione attraverso l'educazione" nel distretto di Dabancheng. Bastano pochi calcoli per capire che si tratta di strutture in grado ospitare complessivamente centinaia di migliaia, forse anche più di un milione di persone.
Secondo Amnesty International nel marzo 2017 in Cina sono stati adottati "Regolamenti sulla de-estremizzazione" altamente restrittivi e discriminatori. "Esternazioni pubbliche o private di affiliazione religiosa e culturale, compresa la crescita di una barba "anormale", l'uso di un velo o anche solo un foulard, una semplice preghiera, il digiuno o il rifiuto dell'alcol, possedere libri o articoli sull'Islam o sulla cultura uigura possono essere considerati "estremisti" in base a questo nuovo regolamento" riporta il sito di Amnesty International. Una denuncia che non è bastata a richiamare l'attenzione dei media su ciò che sta accadendo in Cina.
Nel 2018 un'inchiesta del quotidiano online Bitter Winter parlò di uiguri detenuti in campi di concentramento, venivano mostrati video filmati all'interno di questi campi simili a prigioni. A sostegno dell'esistenza di questi centri di detenzione vennero forniti documenti trafugati di nascosto che avrebbero confermato la più grande incarcerazione di massa di una minoranza etnico-religiosa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Allora come oggi il governo cinese definì queste iniziative "fabbricazione di notizie false". E tutto venne messo a tacere. In tutto il mondo.
Oggi, nella più totale indifferenza internazionale, centinaia di migliaia di uomini e donne vengono arrestati senza accuse di crimini specifici e portati in centri di redenzione dove vengono "rieducati". Ai loro familiari viene detto che i loro parenti sono stati "infettati" dal virus del radicalismo islamico e che devono essere messi in quarantena e curati.
Quelli che finiscono in questi campi sono dei "quasi criminali": vengono visti come un pericolo per la società non per aver commesso un crimine, ma per avere il potenziale per farlo. Una mezza giustificazione per costringere persone che, una volta identificati come aventi tendenze estremiste, hanno una sola alternativa "scegliere tra un'audizione giudiziaria" o ricevere "un'istruzione nelle strutture di de-estremizzazione". Inutile dire che la maggior parte delle persone sceglie di "studiare".
Nei campi gli "studenti" vengono sottoposti a un rigoroso sistema di controllo fisico e mentale, sorvegliati 24 ore su 24, costretti a rinnegare le proprie convinzioni e ad elogiare il partito comunista. Chi si comporta "bene" guadagna dei "crediti" per il processo di "formazione" - "trasformazione culturale" al termine del quale viene trasferito in un altro campo dove "deve formarsi in ambito lavorativo".
Un think thank australiano, citando documenti governativi e resoconti dei media locali, parla di trasferimenti in massa di questi detenuti/studenti verso le fabbriche viste come un'estensione dei campi di rieducazione dello Xinjiang. Una tesi che il ministero degli Esteri cinese ha respinto dichiarando il report inattendibile e senza prove. Il governo di Pecchino ha sempre negato le accuse, dicendo che le persone coinvolte frequentano volontariamente speciali "scuole professionali" che combattono il "terrorismo e l'estremismo religioso".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 26 luglio 2020
Abbattere i contenziosi civili pendenti davanti ai giudici italiani e rendere l'accesso ai tribunali meno oneroso: ecco i due obiettivi dell'Unione nazionale delle Camere civili (Uncc) che ha presentato al ministro Alfonso Bonafede un piano straordinario per la giustizia. Le rassicurazioni fornite dal guardasigilli sul reclutamento di magistrati e personale amministrativo, oltre che sull'edilizia giudiziaria e la digitalizzazione, non sembrano bastare all'Uncc che, nel suo documento, mette nero su bianco una serie di proposte anticipate dal Riformista nei giorni scorsi.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 26 luglio 2020
La speranza di un'Italia migliore che si è accesa nei giorni della solidarietà non va abbandonata con un'alzata di spalle, perché tanto il mondo questo è, e sempre così sarà.
Il ritorno del male fa notizia. Le vicende della caserma Levante, le torture e le orge, voluttà del crimine in chi avrebbe dovuto combatterlo, si sono svolte in pieno lockdown e in una città martire del Covid, a Piacenza, dove i morti sono stati quasi mille; gli orchi erano in azione proprio mentre noi ci ripetevamo che dalla crisi saremmo usciti migliori, restituiti a una più solidale e profonda umanità. Ovunque il male si sta riappropriando della sua normalità, della sua banalità. A Roma bande di ragazzini travestiti da Arancia meccanica sputano su citofoni e portoni per sfregio alle norme di igiene; oppure bastonano e rapinano un cinquantenne al grido di "ebreo di merda"; o pestano a sangue un custode pachistano per vedere "l'effetto che fa un nero svenuto sul marciapiede".
di Roberta Metafora
Il Riformista, 26 luglio 2020
Da sempre l'attenzione dei media è concentrata sulla giustizia penale e ciò ben comprensibilmente: le disfunzioni dei procedimenti penali e gli errori commessi in sede giudiziaria sono sentiti come particolarmente odiosi dai cittadini, essendo in grado di ledere beni di primario rango costituzionale, quale la dignità e la libertà degli individui.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 luglio 2020
Caiazza e Migliucci scrivono ai deputati: "Se il giudice non è strutturalmente distinto rispetto a chi accusa e a chi difende, difficilmente potrà essere e apparire garante della legalità del processo". Sulla separazione delle carriere pesa una teoria tendenziosa: sottrarrebbe i pm a quella cultura della giurisdizione che, dicono gli oppositori della riforma, solo la natura attualmente ibrida del loro ordinamento potrebbe preservare.
di Carmelo Gallico
huffingtonpost.it, 26 luglio 2020
Il racconto dell'esperienza da detenuto per 5 anni in regime di carcere duro in stato di custodia cautelare. "Morendo soffri un attimo. Poi tutto svanisce nella morte. Il 41bis, invece, è l'orribile attimo della morte che si perpetua all'infinito".
Del 41bis ricordo i racconti di chi l'ha patito agli inizi della sua applicazione, simili a quelli già ascoltati durante la detenzione all'altro regime di carcere duro, l'ex art 90, nato per contrastare il terrorismo e poi assurto a modello dello stesso 41bis: violenze fisiche, incursioni notturne nelle celle con pestaggio del detenuto, isolamenti, finte esecuzioni, inscenamento di impiccagioni che tanto se andavano male potevano sempre essere spacciate per suicidio, umiliazioni e pressioni psicologiche capaci di fiaccare anche i più temerari criminali. La ratio era quella di incutere il terrore sia ai sottoposti al 41bis, sia a chi giungeva notizia, e, come nella lotta al terrorismo, il fenomeno del pentitismo travolse anche le più agguerrite organizzazioni criminali.
Io allora affrontavo la prima accusa per associazione mafiosa, ma ebbi la fortuna di evitare il 41bis. Lasciato il carcere nel 2007 vissi da subito con l'intensità di chi ha un enorme gap di vita da recuperare: Frequenza e laurea alla Facoltà di giurisprudenza, scrittura di testi teatrali e pubblicazione di libri. Ma non conoscevo quel principio caro a certe Procure, poi tradotto in sentenze di condanna, secondo il quale un condannato per mafia sarà mafioso per sempre e dunque sempre imputabile per il reato associativo senza alcun onere per l'accusa di dimostrare la sua partecipazione al sodalizio criminoso: "dalla 'ndrangheta si esce per morte o per collaborazione; la mancanza di uno dei due eventi è da sola elemento sufficiente per la condanna", avrebbe tuonato il Pm nel richiedere una pena a 30 di reclusione.
La nuova accusa per 416 bis mi ristrappò alla vita in una notte del giugno 2010. Dalla detenzione dei primi anni 90 molte cose erano cambiate: il 41bis da norma emergenziale e temporanea era passato a misura permanente; le carceri di Pianosa e l'Asinara, teatro delle violenze oggetto delle più terrificanti narrazioni, erano tornate ad essere due isole amene; cimici e trojan avevano reso inutili i pentiti e la partecipazione dell'imputato al processo in videoconferenza relegava la sua figura a quella di inane spettatore. Anche la ratio non è ormai più la stessa: divenuta marginale l'influenza dei pentiti nel processo, il fine è diventato quello di svilire il processo stesso impedendo all'imputato il compiuto esercizio del diritto alla difesa attraverso l'esasperazione della pratica dell'isolamento.
Da imputato, in custodia cautelare e a poche settimane dal mio arresto, tutte le cose che ritenevo di conoscere riguardo al 41bis si materializzarono d'improvviso nella mia vita e potei capire che mai nessun racconto, mai nessuna immaginazione, possono davvero trasmettere e rappresentare l'orrore e la sofferenza dell'uomo costretto a subire quella violenza.
Fui destinato a Rebibbia, Reparto G13. Era inizio agosto, fuori il sole accecava, ma dentro io stazionavo nel buio e nell'asfissia assoluti: mi era concessa un'ora di luce, una soltanto, nell'arco di un'intera giornata. La trascorrevo in quella scatola di cemento coperta da due fitte reti di metallo chiamato passeggio. Quindici passi per percorrerla in lungo, appena 5 in larghezza. All'inizio li contavo: camminavo in lungo con gli occhi chiusi sui miei pensieri e giravo a memoria.
Le rimanenti 23 ore le trascorrevo nel chiuso della cella sotto il freddo pallore di un neon. Un passo dalla branda al lavandino; due per la bilancetta; a tre c'era la turca; a quattro sbattevo già il naso contro la parete. La finestra era una piccola fessura attaccata al soffitto con una rete dalle maglie così strette da trattenere anche l'aria.
Chiamavo gli agenti solo in rarissime occasioni: Appuntato! - chi è che chiama? - cella numero 21! Col tempo, il detenuto al 41bis dimentica quasi il proprio nome e diventa il numero della sua cella anche agli occhi di sé stesso. In sezione vigeva il divieto della parola tra compagni e la loro presenza si riduceva ad un ridondante rumore di sottofondo: cella 3 intratteneva esilaranti dialoghi con i personaggi televisivi; cella 4 era il rumore delle gocce di psicofarmaci versati dall'infermiere nel bicchiere di plastica. Non lo vidi che una o due volte: barba e capelli lunghi, sguardo perso nel vuoto, movimenti lenti, braccia abbandonate lungo i fianchi.
Il più chiassoso era cella numero 6: la notte ululava, poi si fermava qualche istante come ad origliare e articolava il suo ululato nella cantilena di un richiamo: Luuuuuupiiiiii. Non capivo se fosse uno sberleffo alle guardie o fosse invece una richiesta di aiuto lanciata a degli amici invisibili che popolavano la sua mente. Quando era stremato, la sua voce si trasformava in uno straziante urlo. Forse si era lasciato vincere dalla follia o forse aveva un barlume di lucidità e urlava, urlava contro orrori che non accettava, urlava contro le mura che lo trattenevano, urlava all'inferno da cui si sentiva divorare.
Io, senza alcuna possibile via di fuga dalle urla di disperazione che sentivo intorno a me, rimanevo rannicchiato in un angolo della branda. Un foglio e una penna tra le mani, esorcizzavo l'inferno dal quale non potevo fuggire imprigionandolo tra le righe di una pagina, nella cronaca dei suoi momenti, per dare un nome ed una storia a quelle anime disperate cancellate dal mondo e dalla vita. Era il modo per mantenere la mia umanità, il filo di Arianna che mi consentì di non smarrirmi nella disperazione. Innocente per Costituzione ma colpevole per pregiudizio, trascorsi 5 anni al 41bis in stato di custodia cautelare e di detenzione inumana, come riconosciuto dal Tribunale Civile di Brescia.
A ragion veduta, ritengo che il 41bis sia la violenza più grave che mai uomo possa subire, persino più grave della morte. Morendo soffri un attimo. Poi tutto svanisce nella morte. Il 41bis, invece, è l'orribile attimo della morte che si perpetua all'infinito. Una violenza che non conosce soluzione di continuità, un dolore che non conosce limite, una sofferenza che annienta l'uomo, un tormento che ammorberà per sempre lo spirito. Ed è la morte l'immagine indelebile impressa nella mia memoria. Quella dei detenuti abbandonatisi all'apatia, morti a guardia del proprio cadavere, e quella vista nell'ombra appesa alle sbarre di una cella, l'ombra del mio compagno di gruppo che nella morte scelse di trovare la sua liberazione dall'orrore del 41bis.










