abruzzoinvideo.tv, 26 luglio 2020
Il progetto prevede l'apertura di uno sportello antiviolenza all'interno della casa circondariale, rivolto ai detenuti, ai loro famigliari, ai figli, ma anche al personale dell'Istituto penitenziario. È stato sottoscritto ieri, presso l'ufficio del Direttore del carcere di Lanciano, un importante protocollo d'intesa tra il Direttore dell'amministrazione penitenziaria territoriale D.ssa M. Lucia Avantaggiato e l'Associazione Onlus Medea, nella persona del suo responsabile nazionale con delega all'apertura degli sportelli istituzionali antiviolenza, Francesco Longobardi. Presenti il Dr Tommaso Rossi, Funzionario capo area detenuti e trattamento, il Commissario di Polizia Penitenziaria Michele Ciampolillo, f.f. di Comandnate di reparto con delega alla realizzazione del progetto, l'Ispettore C. Rino Gaeta, con delega ai rapporti con le istituzioni scolastiche e la Sovr. C. Rita Cericola responsabile del reparto detentivo media sicurezza del carcere. La sottoscrizione prevede l'apertura di uno sportello antiviolenza all'interno del carcere ai quali si potranno rivolgere i detenuti, i loro famigliari e il personale dell'istituto penitenziario.
"Un progetto che testimonia ancora una volta l'imprescindibile e necessaria sinergia tra mondo esterno e carcere, tra associazioni culturali e istituzione penitenziaria, sinergia senza la quale risulta vano è ogni moto verso il cambiamento culturale e rieducativo della persona - si legge in una nota della direttrice del carcere Avantaggiato.
L'ambito di operatività del protocollo è quanto mai essenziale per una società che voglia essere fondata sui saldi principi costituzionali della responsabile libertà e della crescita evolutiva dell'intera comunità, quello dell'anti violenza, del contrasto di ogni forma di aggressività, attraverso azioni di promozione culturale, di formazione, di accompagnamento esperto alle persone ed alle famiglie ; nonché attraverso l'apertura all'interno del carcere di uno sportello anti violenza, rivolto a personale, detenuti e loro famiglie.
Il protocollo prevede, inoltre, azioni di promozione culturale e di cambiamento anche in raccordo con le scuole del territorio, attraverso l'organizzazione di percorsi conoscitivi fondati sulle testimonianze concrete di percorsi di vita di detenuti che, pur avendo sperimentato il male estremo, ne sono usciti rinnovati; nonché attraverso progetti divulgativi sul territorio della corretta conoscenza del penitenziario e dei percorsi di consapevolezza, di attivazione di risorse e di cambiamento in esso agiti.
In definitiva, - continua la nota della direttrice della casa circondariale di Lanciano - il protocollo oggi sottoscritto pone le basi per un ulteriore cammino della già ampiamente e socialmente coinvolta Associazione Medea verso il cambiamento sociale ed il contrasto della violenza, un cammino da percorrere in stretta collaborazione con il carcere, ovvero una comunità, una organizzazione, una istituzione che, accogliendo il disadattamento, la devianza e la delinquenza, spesso riesce a incidere sostanzialmente sul cambiamento evolutivo del singolo e della comunità.
Un sentito ringraziamento - conclude Lucia Avantaggiato - al Dr Francesco Longobardi la cui instancabile motivazione per il sociale produce eccellenti risultati ed un buon lavoro a tutto il gruppo di progetto che con competenza, umanità e tenacia non cessa di coinvolgersi in percorsi così belli e costruttivi".
I ghetti degli invisibili: lontani da strade e città sono un pugno nell'occhio se li guardi dal ciel
di Giuseppe Catozzella
L'Espresso, 26 luglio 2020
Tendopoli, baracche, campi coperti da container fatiscenti. Dove immigrati e braccianti vivono ammassati, pronti a essere sfruttati. In Italia come in Europa sono nascosti, rimossi. Ma per smascherare l'ipocrisia basta alzarsi in volo. Ciò che non si vede da terra si vede dal cielo. Se ad altezza-uomo è consentita la menzogna, basta planare sopra la città per vedere la realtà che si dispiega nella sua evidenza. L'altezza riduce al silenzio la faziosità, mostrando la topografia del ghetto. È l'urbanistica dell'osceno: aree lontane dai centri abitati, fuori dalle mura della città, separate, come separati erano i lager nazifascisti, che nascevano al di là dell'ultimo villaggio, nascosti nelle campagne, nelle steppe.
Il ghetto è mimetizzato in primo luogo per celare la geografia dell'apartheid. Ma in secondo luogo per nascondere il fatto che la ragione della sua esistenza è in una legislazione europea che si oppone all'inserimento legale dei migranti e dei richiedenti asilo. Chi migra non è mai felice di farlo: di lasciare la famiglia, il paese, la lingua. Se lo fa è perché ne è costretto: fuggire da guerre (spesso create o alimentate dai paesi di approdo dell'Unione europea), da condizioni economiche avverse (spesso create dai lasciti del colonialismo dei paesi di approdo), da carestie (spesso dovute a cambiamenti delle condizioni climatiche generati anche dal capitalismo frenetico dei paesi di approdo), da persecuzioni (spesso dovute a regimi appoggiati dai paesi di approdo).
Ma i paesi di approdo, che sono dunque corresponsabili delle migrazioni, chiudono i porti e i confini, e rifiutano di accogliere il frutto, o lo scarto, delle proprie politiche. Ecco che nasce il ghetto, in prossimità di quella chiusura. Il ghetto cresce, come un bubbone, sulla faglia che separa il nord dal sud del mondo. È la cicatrizzazione, proteiforme e sempre crescente, della ferita causata dall'ingiustizia della chiusura.
Ecco che il ghetto, per sua natura, sta un passo prima del confine, un gradino prima della salvezza. Il suo abitante è il respinto, o colui che è in attesa di un responso sulla richiesta di asilo politico. Non ti potrai salvare, è il messaggio dei paesi di approdo - non ora, e forse mai - ma allo stesso tempo non sarai più nel tuo paese di origine, e sarai condannato per sempre a vivere nella sospensione del ghetto. Starai, finché riuscirai a rimanere in vita o finché non ti stancherai di aspettare, nel limbo. Vivrai in purgatorio, proprio tu che, musulmano, sikh, ebreo, induista, buddista, il purgatorio non sai cos'è. La tua stessa vita, diventerà purgatorio.
Così è per i ghetti più grandi e celebri: quello di Calais, "la Giungla", tra la Francia e l'Inghilterra; quelli di Ceuta e Melilla, al confine tra Spagna e Marocco; quello di Moira, nell'isola di Lesbo in Grecia, al confine tra Europa e Medioriente, che ospita tredicimila migranti e mille minori; il campo ufficiale di Velika Kladusa, in Bosnia, costruito dall'Iom, l'agenzia dell'Onu per le migrazioni, con fondi dell'Unione europea, al confine tra Europa e rotte migratorie continentali dal Medioriente, e più volte criticato dal governo croato per l'eccessiva vicinanza al confine.
Ci sono tre i tipi di ghetto, come spiegano le ricercatrici degli insediamenti temporanei, Elena Tarsi e Diletta Vecchiarelli: gli insediamenti pianificati, tendopoli istituzionali costruite dai ministeri degli Interni; l'insediamento informale: baracche, fabbriche o casolari occupati; e una forma ibridata (baraccopoli e campo container), che nasce nel momento in cui un insediamento pianificato decade e sfocia nell'informalità, mostrando il fallimento di interventi mossi in un'ottica di emergenza anziché in un'ottica strutturale.
E ognuno di questi gironi, nei mesi e negli anni, finisce col mostrare la vita che, nonostante tutto, continua, e prende a ingrandirsi, e il campo provvisorio diventa un villaggio, poi un paese, infine una città, e la cicatrice sulla faglia tra nord e sud del mondo si ingrossa a dismisura, diventa un centro di vita abitato da una popolazione sempre crescente. Così, la maggior parte delle baracche viene usata come dormitorio, ma altre sono adibite a servizi, ad attività commerciali (ciclo-officina, sala tv, sartoria, bazar), ad attività alimentari (macelleria, piccoli shop), a luoghi di culto, moschee, templi e chiese cattoliche. All'interno ci si muove in bicicletta, a volte esiste un servizio di trasporto auto-organizzato (un "taxi" a basso costo) che garantisce ai migranti/abitanti del limbo la possibilità di spostarsi nelle zone limitrofe.
Ma questo avviene soprattutto in Italia dove, oltre alla legislazione che si oppone all'inserimento legale dei richiedenti asilo (legge Bossi-Fini, Decreti sicurezza), si unisce una burocrazia inefficiente che allunga a dismisura i tempi di risposta alle richieste di asilo, e un tessuto produttivo sempre più permeabile all'illegalità e alla criminalità, e pronto a recepire forza lavoro da sfruttare senza diritti sindacali e in condizioni di schiavitù.
Ecco che dal ghetto, nascosto e rimosso, il migrante/abitante del limbo può uscire, se richiesto, per lavorare come schiavo. Sono i "ghetti a pagamento", come li definiscono Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet, leader del primo sciopero di braccianti stranieri in Italia, in "Ghetto Italia": luoghi in cui tutto ha un prezzo e niente è dato per scontato, "nemmeno un medico in caso di bisogno". È, dicono, "un complesso sistema criminale in cui a rimetterci sono solo i braccianti, costretti a pagare cifre impensabili per vivere stipati in baraccopoli insalubri, lontano da qualsiasi forma di civiltà". Ecco che il migrante/abitante del limbo diventa il salvagente dell'agricoltura italiana, la vittima che paga per essere sfruttata, compiendo il circolo maligno del paradosso e dell'ingiusto.
In Italia sono centinaia, da nord a sud: dalla Puglia (San Severo, Capitanata, Nardò) alla Campania (nel casertano, nella Piana del Sele), dalla Calabria (San Ferdinando, Sibari e piana di Gioia Tauro), al ragusano e al trapanese in Sicilia, da Metaponto e alto Bradano in Basilicata fino al Lazio e poi al Nord, in Piemonte, a Saluzzo, fino al Trentino.
Sorgono vicino ai campi e alle aziende agricole, vicino all'offerta di lavoro stagionale. Finisce a viverci chi ha fatto richiesta di asilo politico ed è in attesa, e aspetterà anche due o tre anni; oppure chi arriva in uno dei porti di identificazione, gli hotspot, e in base al Decreto sicurezza viene respinto ma non rimpatriato, né inserito nei Centri per i rimpatri, che sono sovraffollati, e si vede presentare l'intimazione di lasciare il territorio nazionale. Se il ghetto non esistesse, come migliaia di altri come lui senza alternative, finirebbe a vivere per strada. Entrambe le categorie sono al di fuori del diritto e quindi ricattabili, come non si stanca di ripetere Aboubakar Soumahoro, e paiono disegnate per incontrare le necessità dei caporali dell'agricoltura.
Chi possiede la terra sta fermo, è chi la lavora a doversi spostare. Per quanto possa apparire banale, è su questa costante del lavoro agricolo che si radica la cifra principale dell'assoggettamento. Un tempo i braccianti condividevano con il caporale uno stesso orizzonte sociale, la stessa lingua; potevano provenire dallo stesso paese, o dalla stessa provincia, dalla stessa regione. Lo spostamento del bracciante verso la terra c'era ma, rapportato a oggi, era minimo. Si stabiliva, con il caporale, e quindi con il proprietario terriero, un rapporto di forza codificato. Oggi avviene qualcosa di profondamente diverso, con i migranti/abitanti del limbo: i braccianti stranieri, che siano centroafricani, nordafricani, esteuropei o sudamericani, percepiscono le campagne italiane come "terra di frontiera", con cui non hanno niente in comune: non ne parlano la lingua, non ne conoscono le leggi scritte, né quelle non scritte.
C'è, per il bracciante "globalizzato" e migrante, una lontananza siderale dal tessuto urbano e sociale, e questa lontananza è garantita proprio dall'isolamento del ghetto. Ed è questa lontananza, questo isolamento, che genera lo stato di "soggezione continuativa", per come viene definita dall'articolo 600 del nostro Codice penale: "La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona". Tre euro l'ora per dieci o dodici ore di lavoro al giorno.
La chiamata discrezionale, e i giorni lavorativi non sono mai più di cinquanta in un anno. Il trasporto, l'acqua, il cibo, i vestiti e l'alloggio nel ghetto sono da pagare al caporale. Che, di solito ma non sempre, è solo un gradino sopra il migrante/abitante del limbo, e proviene dai suoi stessi paesi: Mali, Senegal, Costa d'Avorio, Congo, Sudan. Riproducendosi su larga scala, per migliaia e migliaia di braccianti/migranti, questa "soggezione continuativa" diventa elemento strutturale di gran parte del lavoro agricolo del nostro Paese.
È, senza mezzi termini, schiavitù. Dentro il ghetto il controllo da parte del caporale è sempre più capillare, e giunge fino alle sfere più intime della vita del bracciante/migrante, che arriva a dipendere in tutto da lui, non avendo una rete sociale, né un tessuto urbano, su cui fare riferimento. Il controllo arriva fino al cibo e agli alloggi, con danni alla salute: malattie dell'apparato digerente e malattie infettive, malattie osteomuscolari e del tessuto connettivo, dovute alle terribili condizioni lavorative e igienico-sanitarie del ghetto.
Chi prova a ribellarsi muore. Solo per citare alcuni casi, i braccianti maliani morti nel "gran ghetto" tra Rignano e San Severo, in Puglia; i centodiciannove braccianti polacchi "scomparsi", dal 2000 al 2006, durante la raccolta del pomodoro, sempre in Puglia; Soumayla Sacko, che viveva nel ghetto di San Ferdinando, in Calabria, ucciso da una fucilata il 2 giugno del 2018.
Il ghetto è indispensabile, per salvare la dignità della città e per salvare la nostra agricoltura. Come ha scritto Alessandro Leogrande: "Fuori dal ghetto non ci sono gli ingaggi dei caporali". Chi arriva in Italia ed è posto fuori dalla legalità da leggi ad hoc, se vuole lavorare non ha alternative, in un mercato occupazionale che vive una crisi senza precedenti. "Sei vuoi vivere devi andare al ghetto. Fuori, nessuno ti darà lavoro", è il mantra tra i migranti. Il ghetto deve continuare a esistere, ma senza essere visto.
radiobullets.com, 26 luglio 2020
L'attivista per i diritti umani Azimjon Askarov è morto a 69 anni in carcere in Kirghizistan. A renderlo noto è Human Rights Watch in una comunicazione ufficiale. Askarov, ricorda l'organizzazione, stava scontando una condanna all'ergastolo dopo un "arresto arbitrario", la tortura e un processo in cui ha subito una condanna "politicamente motivata". Per HRW le autorità kirghise sono "pienamente responsabili" della sua "morte senza senso".
"La salute dell'attivista, da dieci anni in carcere e per il cui rilascio si erano susseguiti nel tempo numerosi appelli, l'ultimo a poche ore dalla morte, si era deteriorata significativamente in carcere e si era aggravata durante gli ultimi giorni, anche se la causa del decesso deve ancora essere stabilita ufficialmente", dice Hrw. "È essenziale che ci sia una indagine indipendente sulla sua incarcerazione ingiusta oltre che sulla negazione di cure adeguate e alla sua morte in detenzione".
Askarov, ricorda Human Rights Watch, era direttore di Air, un'organizzazione per i diritti umani attiva nel sud dell'ex repubblica sovietica, specializzata nel documentare le condizioni delle carceri e gli abusi della polizia. "Nel giugno del 2010, dopo un'ondata di violenze inter-etniche nella sua città Bazar-Korgon, in cui aveva documentato abusi e saccheggi, era stato arrestato con l'accusa di aver ucciso un agente di polizia durante i disordini".
Le autorità del Kirghizistan, dice Mihra Rittmann, ricercatrice di Hrw per l'Asia centrale, "portano la piena responsabilità per la morte di Askarov. Hanno avuto ogni opportunità per mettere fine alla sua ingiusta detenzione, ma ogni volta hanno schivato i loro obblighi. Volevano che morisse in prigione e così è stato. Le nostre più sentite condoglianze vanno alla moglie di Askarov, che per 10 anni ha lottato per la libertà del marito, alla sua famiglia e ai suoi colleghi", conclude Rittmann
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 25 luglio 2020
Ho firmato l'appello di Diritti Globali perché sia fatta chiarezza sulle 13 morti avvenute all'indomani delle proteste nelle carceri. Ritengo inaccettabile che a più di quattro mesi di distanza da quei tragici fatti, le morti di Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi e Abdellah Rouan, siano ancora avvolte nel mistero e liquidate, come è avvenuto, con espressioni del tipo "l'ipotesi più plausibile è...", "i decessi sembrano per lo più riconducibili a...".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 25 luglio 2020
Due episodi sono balzati di recente alle cronache, molto diversi l'uno dall'altro ma accomunati dal fatto di mettere sotto accusa pubblici ufficiali a servizio dell'ordine pubblico e della sicurezza. Mi riferisco alla chiusura delle indagini sulle presunte torture avvenute tra il 2017 e il 2019 nel carcere di Torino e all'arresto di sette carabinieri a Piacenza.
di Angela Stella
Il Riformista, 25 luglio 2020
"La prigione e la caserma sono istituzioni totali" in cui "regnano cameratismo e complicità virile". "La legge sulla tortura porta il mio nome, ma non la riconosco come mia. La mia proposta prevedeva un reato proprio per qualificare gli abusi dei pubblici ufficiali".
di Michele Magno
Il Riformista, 25 luglio 2020
Scritta tra il 1612 e il 1614, "Fuente Ovejuna" è forse la commedia più famosa di Lope de Vega, drammaturgo tra i più prolifici della letteratura spagnola. È ambientata nella seconda metà del Quattrocento in Andalusia, durante la lotta tra la pretendente al trono di Castiglia, Giovanna la Beltraneja, e i sovrani cattolici Isabella e Ferdinando. Fuente Ovejuna è il nome di un borgo che fa parte di una "commenda" (una specie di signoria) dell'ordine militare di Calatrava.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 25 luglio 2020
La Circolare "Aggressioni al personale, linee di intervento" getta qualche ombra sugli intendimenti della direzione appena insediata. Dopo la nota parabola di Basentini, due mesi fa il ministro Bonafede ha nominato i nuovi vertici: Dino Petralia è il nuovo capo dipartimento e Roberto Tartaglia il suo vice.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 luglio 2020
Non si può dire che le ipotesi di riforma del Csm siano tenere con le toghe. Proprio no. Si va dalla configurazione dell'illecito "Palamara" - modellato cioè proprio sulla contestazione di "interferenza indebita" mossa all'ex capo Anm nel processo disciplinare - fino al divieto di costituire gruppi consiliari in plenum, dove oggi le delegazioni riconducibili alle correnti esistono eccome, con tanto di capigruppo.
Ma allora viene da chiedersi perché sussista un così insuperabile timore nel dare adeguato peso al ruolo dell'avvocatura, non solo all'interno della componente laica ma anche nei Consigli giudiziari, i cosiddetti "mini Csm" istituiti in tutti i distretti. Remore relative anche all'ipotesi di aprire al Foro gli incarichi nell'ufficio Studi e documentazione. Una timidezza irriducibile, che ha condotto la maggioranza giallorossa a scelte di compromesso. Come se la presenza dell'avvocatura quale controparte tecnica della magistratura inducesse cupi retro-pensieri.
Andiamo con ordine. E partiamo dai Consigli giudiziari. Un anno fa, quando era ancora in vita l'alleanza M5S - Lega, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede presentò un testo molto ampio, in cui le modifiche relative al Csm erano integrate in un'unica legge delega comprensiva anche della riforma penale. Già in quella bozza compare una norma, allora codificata all'articolo 27, che rimedia a un aspetto assai antipatico nel funzionamento dei Consigli giudiziari: in tutti i casi in cui si deve discutere e deliberare un parere, da inviare al Csm, relativo alla valutazione di professionalità su un magistrato, i "componenti avvocati e professori universitari" sono costretti a lasciare la seduta. Come se fossero spie. Il guardasigilli ritenne già allora che al Foro e all'Accademia andasse quanto meno riconosciuta la "facoltà di assistere" a quelle discussioni. Poi nell'autunno scorso, dal Pd e da Italia viva erano arrivate sollecitazioni affinché si sancisse un riconoscimento più pieno per il rappresentante dell'Ordine forense distrettuale, ossia il diritto non solo di assistere ma anche di votare. Il 16 ottobre l'Anm produsse però un documento che stroncava l'ipotesi. Che nei mesi successivi è gradualmente stata ridimensionata.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis e il responsabile Giustizia del Pd Walter Verini hanno così ritenuto di sollecitare almeno una riformulazione di quella riforma dei Consigli giudiziari che era stata prospettata dall'ex guardasigilli Andrea Orlando con il Cnf, in particolare con il presidente Andrea Mascherin: ed è così che, nell'attuale testo sul Csm, si è arrivati a prevedere almeno l'obbligo, per Palazzo dei Marescialli, di acquisire il parere dell'avvocato che presiede l'Ordine nel distretto in cui è in servizio il magistrato candidato a un incarico direttivo. È un ulteriore passo avanti, che si aggiunge al diritto di tribuna nei Consigli giudiziari, ma non è la stessa cosa.
Ci sarebbe un capitolo a parte sui componenti laici del Csm: Forza Italia, con Enrico Costa, ha proposto a Bonafede di affidarne l'elezione direttamente al Cnf e alla Conferenza dei rettori. Idea che richiede ovviamente una modifica all'articolo 104 della Costituzione. Bonafede l'ha accantonata proprio per l'iter troppo oneroso.
Ma ora un confronto impegnativo rischia di aprirsi a proposito dei "magistrati segretari" e delle toghe in servizio nell'ufficio Studi e documentazione di Palazzo dei Martescialli. Al Dubbio, il sottosegretario Giorgis ha spiegato di tenere molto alla modifica del "sistema di reclutamento: oggi", ha ricordato, quelle funzioni sono affidate appunto a "magistrati scelti per cooptazione. Sarebbe invece più opportuno selezionarli per concorso un po' come avviene per i consiglieri parlamentari, o comunque", ha spiegato, "attraverso modalità capaci di garantire una loro maggiore autonomia, e di coinvolgere tutte le migliori espressioni del mondo giuridico".
È un punto sul quale la linea nella maggioranza non è univoca. E che certamente animerà la discussione in Parlamento. Certo è che chi è in servizio al Csm con ruoli tecnici spesso assume un peso molto rilevante rispetto alle decisioni dei consiglieri: si occupa del fascicolo sulla base del quale prima la quinta commissione e poi il plenum decidono, in particolare, l'assegnazione degli incarichi dirigenziali. Siamo al cuore delle cosiddette degenerazioni, al motivo stesso che, a partire dal caso Procure dell'anno scorso, spinge ora il governo alla riforma. Ebbene, anche qui le resistenze nella maggioranza sull'apertura agli avvocati auspicata da Giorgis sono particolarmente difficili da scalfire.
C'è un ultimo capitolo. Riguarda la sezione disciplinare. L'Unione Camere penali, nella lettera inviata ieri a tutti i deputati (firmata dal presidente Gian Domenico Caiazza e dal presidente del Comitato promotore dell'iniziativa sulla separazione delle carriere, Beniamino Migliucci) riserva un passaggio assai significativo alla valutazione degli illeciti e della professionalità: "Né può essere ignorato il tema dei rapporti tra "controllore" (il Giudice) e "controllato" (il Pubblico Ministero). Per rendere effettivo, proficuo e credibile il controllo, giudicante ed inquirente non devono essere sottoposti al potere disciplinare di un unico organo che, tra l'altro, decide promiscuamente anche degli avanzamenti in carriera di Giudici e Pubblici Ministeri, condizionando altresì le reciproche aspettative rappresentative".
Argomento portato, dai penalisti, a sostegno della riforma che separa le carriere e istituisce due Csm. Ora, il paradosso ricordato dall'Ucpi rischia di essere ingigantito nella sua rilevanza da un aspetto piuttosto sottovalutato della b riforma sul Csm, in arrivo martedì in Consiglio dei ministri: l'elezione dei componenti togati prevede l'eliminazione dei posti riservati a requirenti e giudicanti: in futuro i consiglieri superiori potrebbero anche essere solo pubblici ministeri.
A valutare i magistrati giudicanti, sia in termini di carriera che di condotta disciplinare, si troverebbero cioè solo, o prevalentemente, gli inquirenti. Si è disposti a correre un simile, pur teorico rischio piuttosto che consentire agli avvocati di giudicare i magistrati. Una remora che l'esame in Parlamento rischia di mostrare in tutto il suo carattere paradossale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 luglio 2020
Rafforzare la terzietà del giudice come garanzia per il contraddittorio tra le parti e la legalità del processo, senza indebolire il ruolo del pubblico ministero, che conserva l'autonomia dalla politica, ma limitando lo squilibrio che ha dato ai capi delle procure "un potere incontrollato e incontrollabile". Sono questi gli obiettivi della proposta di legge popolare sulla separazione delle carriere sulla quale l'Unione delle Camere penali.
Rafforzare la terzietà del giudice come garanzia per il contraddittorio tra le parti e la legalità del processo, senza indebolire il ruolo del pubblico ministero, che conserva l'autonomia dalla politica, ma limitando lo squilibrio che ha dato ai capi delle procure "un potere incontrollato e incontrollabile". Sono questi gli obiettivi della proposta di legge popolare sulla separazione delle carriere sulla quale l'Unione delle Camere penali sollecita l'attenzione dei deputati, con una lettera inviata in vista dell'avvio della discussione generale alla Camera prevista per lunedì prossimo, a firma di Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Ucpi, e di Beniamino Migliucci, presidente del Comitato promotore per la separazione delle carriere dei magistrati.
"Siamo certi che il dibattito parlamentare che finalmente si celebrerà sul tema, grazie alla iniziativa popolare promossa dalle Camere Penali Italiane, saprà onorare l'importanza della questione, memore del fatto che oltre settantamila persone abbiano sottoscritto la nostra proposta e che nel 2000 oltre 9 milioni di cittadini ebbero a votare sì al referendum proposto dai radicali per la separazione delle carriere", scrivono i penalisti.
La terzietà del giudice, si spiega nella lettera ai deputati, "mira, dunque, a garantire l'effettiva attuazione del principio del contraddittorio, della parità delle parti e ad assicurare l'imparzialità della decisione, perché, a logica e senza la necessità di grandi approfondimenti, si comprende che qualora il Giudice non sia strutturalmente distinto rispetto a chi accusa e a chi difende, difficilmente potrà essere e apparire garante della legalità del processo, e la sua decisione perderà di autorevolezza".
E "non può essere ignorato - ammoniscono i penalisti - il tema dei rapporti tra controllore (il giudice) e controllato (il pubblico ministero). Per rendere effettivo, proficuo e credibile il controllo, giudicante e inquirente non devono essere sottoposti al potere disciplinare di un unico organo che, tra l'altro, decide promiscuamente anche degli avanzamenti in carriera di giudici e pubblici ministeri, condizionando altresì le reciproche aspettative rappresentative".
Il potenziamento del ruolo del Giudicante, d'altro canto - assicurano le Camere penali - non indebolirebbe ruolo e funzione del Pubblico Ministero, che nella proposta in esame conserva chiaramente la propria autonomia e indipendenza dal potere politico. Rafforzando la figura del giudice -più che mai nella fase delle indagini preliminari - si limiterebbe lo squilibrio che ha conferito ai capi delle Procure un potere incontrollato e incontrollabile: un giudice effettivamente terzo e percepito come tale dalla comunità conferirebbe autorevolezza alle decisioni e riaffermerebbe il principio della presunzione di innocenza attribuendo finalmente valore preminente alle sentenze rispetto alle indagini."
Contrariamente a quanto si ritiene, molti Magistrati convengono sulla necessità di pervenire alla riforma ordinamentale contemplata nella proposta di legge in esame alla Camera", si sottolinea nella lettera, nella quale i penalisti ricordano che"settantamila persone hanno sottoscritto la nostra proposta per avere un Giudice terzo che sia e appaia tale, garante dei diritti e delle libertà di tutti, e che non confonda mai il processo penale con uno strumento di lotta a questo o quel fenomeno criminale"e che"quasi la totalità dei Paesi che hanno adottato il sistema accusatorio ha attuato la separazione delle carriere e ciò vale per Germania, Svezia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone".
"D'altronde, il valore liberale di questa riforma - concludono i penalisti - con è confermato, se ancora ve ne fosse bisogno, dalle ragioni per le quali il Regime Fascista sostenne con forza, nella Relazione alla Legge sull'Ordinamento Giudiziario firmata da Dino Grandi, l'unitarietà delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti".
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