di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 25 luglio 2020
La "lettera aperta" dell'Adg al presidente del Consiglio. Fuori i magistrati dal Ministero della giustizia. È l'appello lanciato questa settimana dall'Associazione dirigenti giustizia (Adg). La "lettera aperta", inviata anche al presidente del Consiglio, ai ministri della Giustizia e della Pubblica amministrazione, alle Commissioni giustizia e affari costituzionali di Senato e Camera, è stata firmata da Nicola Stellato, presidente di Adg.
I dirigenti del Ministero della giustizia vogliono richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla "anomalia istituzionale" dovuta all'eccessivo numero di magistrati fuori ruolo attualmente presenti a via Arenula. Quando venne riorganizzato agli inizi degli anni duemila il Ministero, ricordano i dirigenti, furono istituite diverse direzione generali con compiti gestionali, come ad esempio quelle per i servizi informatici, il bilancio, il personale.
Tali direzioni furono affidate a dirigenti di carriera. Ma anche ai vertici del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria (Dap) o di quello per l'organizzazione giudiziaria (Dag), ora esclusivo appannaggio delle toghe, vennero destinati dei dirigenti. Nello spazio di un decennio, però, i magistrati hanno scalzato i dirigenti, occupando tutto quello che era occupabile. Anche posizioni dirigenziali di "seconda fascia".
Per evidenziare le criticità dovute al monopolio togato in via Arenula, i dirigenti della giustizia citano numerosi interventi sul punto. Ad iniziare da quello di Sabino Cassese secondo cui "i magistrati sono scelti per giudicare, ma vengono assegnati a compiti amministrativi per cui non sono idonei perché non addestrati".
Altro che separazione dei poteri, insomma. Concetto, pur con varie declinazioni, ripetuto da Giovanni Fiandaca e Valerio Onida, entrambi convinti della necessità di affermare con forza il principio di indipendenza del potere giudiziario dalla politica.
Questi incarichi, infatti, vengono dati dal Guardasigilli di turno che potrebbe tranquillamente avvalersi dei dirigenti amministrativi senza dover ricorrere ai pm. La procedura prevede che il ministro faccia richiesta nominativa del magistrato. Il Csm poi autorizza e colloca fuori ruolo. Unico "paletto" la non scopertura nell'ufficio di provenienza del magistrato superiore al 20%.
In alcuni casi, come per l'attuale capo di gabinetto Raffaele Piccirillo, il Csm ha dato però una lettura estensiva, dal momento che l'ufficio di provenienza del neo braccio destro di Alfonso Bonafede, la Procura generale della Cassazione, aveva una vacanza organica superiore al limite previsto. Inoltre, proseguono i dirigenti, il "Palamaragate", la pubblicazione delle chat che l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, sotto indagine a Perugia, intratteneva con centinaia di colleghi ha fatto emergere come "l'attribuzione di incarichi anche al vertice al Ministero della giustizia sia stata strumentalizzata a fini opachi e diversi dagli obiettivi di innovazione e miglioramento dell'efficacia dell'azione amministrativa".
La ciliegina sulla torta è infine il testo di riforma sul rientro in ruolo dei magistrati che hanno svolto incarichi politici. Quello in discussione in Parlamento prevede che i magistrati che abbiano ricoperto, perché candidati o eletti ad un ruolo politico, alla cessazione del mandato, vengano collocati nei ruoli amministrativi della propria o altra amministrazione, conservando il proprio trattamento economico "Un rimedio peggiore del male", affermano i dirigenti. Si tratterebbe di ingrossare ancora di più e senza alcun limite le fila dei magistrati che non esercitano la giurisdizione. Al momento sono circa 80 i magistrati in servizio a via Arenula.
Come detto, tutti gli incarichi di vertici e tutti gli incarichi di diretta collaborazione del ministro. I dirigenti riportano pure i dati sulla percezione di indipendenza dei giudici da parte di cittadini. Dati "disastrosi" visto che il 40 percento ha un parere abbastanza negativo e il 15 percento molto negativo. Urge valorizzare allora questo ruolo professionale: è funzionale all'indipendenza della giurisdizione una dirigenza amministrativa con compiti distinti di quelli dei magistrati.
Il primo passo è "riaffidare" almeno le funzioni gestionali ai dirigenti, senza distogliere dalla giurisdizione un numero sempre maggiore di magistrati. Con il futuro ruolo unico della dirigenza amministrativa, conclude infine Stellato, chi vorrà venire al Ministero della giustizia sapendo che non avrà mai la possibilità di fare carriera a causa del tappo togato?
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 25 luglio 2020
Tutti i giorni, dal 10 aprile al 29 maggio, gli attivisti della Task Force Osservatori di Amnesty International hanno consultato testate giornalistiche, portali d'informazione e canali di comunicazione di enti pubblici e hanno ascoltato associazioni e testimonianze per valutare l'impatto diretto e indiretto della pandemia sui diritti e le libertà degli individui.
I risultati del lavoro della task force sono stati inclusi nel rapporto di Amnesty "Fase 1 - L'attuazione delle misure di lockdown in Italia durante la pandemia, tra discriminazioni e buone prassi" pubblicato oggi in occasione in della consegna delle firme dell'appello #Nessunoescluso al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, con cui i firmatari chiedono al capo del governo di garantire a ogni persona "il pieno godimento dei diritti umani durante la pandemia, in applicazione del principio di non discriminazione, senza lasciare indietro nessuno". Nel rapporto si segnalano sia criticità, sia casi in cui le istituzioni hanno saputo dare una risposta efficace ai cittadini, con particolare attenzione ai bisogni di quelli più vulnerabili.
Tra le buone prassi nel rapporto si evidenzia la creazione del Polo Industriale per la produzione di mascherine nelle carceri italiane coinvolte nel progetto #Ricuciamo. Nata dall'intesa tra Domenico Arcuri, Commissario straordinario di governo per l'emergenza Covid-19, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l'iniziativa è stata avviata il 26 maggio e ha creato dei poli produttivi industriali all'interno degli istituti penitenziari di Rebibbia, Salerno e Bollate con circa 320 detenuti occupati.
Nel documento di Amnesty International si citano altre iniziative promosse in carcere durante la pandemia, come le raccolte fondi attivate in diversi istituti penitenziari e il numero verde Oltre il carcere, a disposizione delle famiglie dei detenuti, attivato a Roma (e da pochi giorni anche in Abruzzo) dall'associazione "Isola Solidale". "Le istituzioni devono trasformare questa esperienza in un'opportunità di cambiamento - ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - trovando soluzioni a quei problemi che la pandemia ci ha costretto a guardare in faccia e prendendo a modello quanto di positivo è stato costruito".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 25 luglio 2020
Meno investimenti dall'estero, meno posti di lavoro, divario economico-sociale più profondo tra il Nord e il Sud del Paese. No, non sono gli effetti della crisi scatenata dalla pandemia da Coronavirus. Si tratta delle conseguenze di una giustizia civile pachidermica, costosa e inefficiente come quella con la quale non solo i cittadini, ma migliaia di imprese italiane devono fare i conti tutti i giorni.
Una simile situazione, ovviamente, incide in maniera ancora più forte sulle aziende del Sud, a cominciare da quelle campane, dove il tessuto economico-produttivo di partenza è indiscutibilmente meno vivace di quello del Nord. E allora ragioniamo sui dati. Le più recenti stime della durata dei processi stilate dal Consiglio d'Europa rivelano che i contenziosi civili, nel nostro Paese, arrivano al terzo grado di giudizio in 8 anni e 1 mese. In Francia si parla di 3 anni e 4 mesi, in Spagna di 2 anni e 8 mesi e in Germania di 2 anni e 2 mesi.
Eppure, tra il 2016 e il 2018, la durata dei processi si è ridotta. Il gap tra la giustizia di casa nostra e quella dei nostri vicini, tuttavia, è rimasto enorme. I numeri diffusi dal Ministero della Giustizia sono sostanzialmente in linea con quelli in possesso del Consiglio d'Europa: per giungere a una sentenza civile di primo grado si impiegano, in media, 460 giorni, mentre per Strasburgo la durata del processo civile di primo grado nel nostro Paese tocca 514 giorni. Quali sono le conseguenze per le imprese? Lo rivela uno studio Cer-Eures, secondo il quale la burocrazia e le inefficienze della giustizia civile costano alle imprese 40 miliardi di euro, pari a due punti e mezzo di Pil. Il risvolto più preoccupante, però, è un altro: l'incertezza dei tempi processuali si traduce in meno investimenti dall'estero e nella perdita di circa 130mila posti di lavoro.
Un disastro, insomma, soprattutto per il Sud. Qui, infatti, l'inefficienza della giustizia civile è ancora più evidente e si somma alle difficoltà di vario genere con cui le imprese devono storicamente fare i conti. Quindi anche il dedalo di norme e l'incertezza dei tempi processuali contribuisce ad aumentare il divario tra le diverse aree del Paese. Al Sud un procedimento civile dura in media 17 mesi, più del doppio rispetto al Nord, dove in media ne occorrono otto.
Quanto ai tribunali, il più rapido è quello di Ferrara, in Emilia Romagna, con 147 giorni, e il più lento è Vallo della Lucania, in Campania, con 1.231 giorni. Il divario è ancora più evidente se si analizza la durata dei singoli procedimenti. Nelle cause in materia di assistenza sociale, a Vallo della Lucania, un procedimento dura 13 anni; 91 giorni a Rovereto, invece, e 110 giorni a Siena. A Vibo Valentia una causa di lavoro privato richiede quasi 12 anni, mentre a Bolzano solo 112 giorni e a Milano 187 giorni. Che cosa vuol dire? Che lo sviluppo economico del Paese nel suo complesso non può prescindere da interventi che rendano la giustizia civile più rapida, efficace ed efficiente. E che il divario tra Nord e Sud può essere ridotto a patto che le performance di tutti gli uffici giudiziari nazionali si allineino agli standard europei.
di Giangiacomo Schiavi
Corriere della Sera, 25 luglio 2020
Piacenza è attraversata da uno tsunami che mina la credibilità dell'istituzione per antonomasia. Le accuse della Procura ricordano quelle per camorristi e 'ndranghetisti. Sarebbe più facile dire che non erano carabinieri. Erano i Casamonica. Dei boss travestiti, finiti per sbaglio in caserma. "Vorrei perdonarmi per non avere avuto il coraggio di denunciare", scrive una volontaria del carcere: aveva scelto di proteggere un immigrato preso a botte dagli energumeni in divisa e non voleva complicargli la vita. Che brutta storia. Quasi un romanzo criminale, che copre di vergogna chi si porta addosso la responsabilità e l'impegno di essere servitore dello Stato. La pagina delle lettere del quotidiano Libertà riflette da ieri lo smarrimento di Piacenza. "Non ce lo meritavamo", dice un anonimo lettore. "La città non è questo", si indigna un altro. "Siamo scossi da un abisso illegale", commenta il direttore Pietro Visconti.
Piacenza è attraversata da uno tsunami che mina la credibilità dell'istituzione per antonomasia. Sei carabinieri sono in manette. Altri quattro li hanno denunciati. Una caserma è sotto sequestro. Un comandante è stato trasferito. Le accuse della Procura ricordano quelle che si fanno a camorristi e 'ndranghetisti: traffico di droga, torture, lesioni aggravate, abuso d'ufficio, peculato. Le intercettazioni lasciano un senso di sgomento. I carabinieri arrestati ostentavano banconote, Suv, fuoriserie, grandi moto, donne e champagne. Spacciavano, picchiavano, lucravano sui sequestri di cocaina e hashish, frequentavano bar e ristoranti, esibivano divise e potere.
Certe immagini sbiadiscono in una realtà che confonde le carte, trasforma i buoni in cattivi, offre racconti buoni per le fiction. "Ma i superiori dov'erano?", domandano i cittadini al giornale che da più di un secolo tutela la dignità e l'onore di una terra che non si riconosce in un revival di Gomorra. "Erano disposti a chiudere un occhio sulle irregolarità", c'è scritto nel verbale del gip, Luca Milani. Scricchiola l'intera catena di comando davanti alla sfrontatezza di un appuntato che viveva come un milionario, villa con piscina, 24 conti corrente, e dei suoi colleghi che si atteggiavano a gang.
Perché nessuno ha opposto qualche alt all'abuso di potere dei bulli palestrati con la divisa? Erano competitivi, è stato detto. Gareggiavano con gli altri comandi della provincia a chi arrestava di più. Avevano, insomma, una buona produttività. La caserma come azienda: una degenerazione che passa anche attraverso la spettacolarizzazione degli arresti troppe volte esibita in tv, alla quale gli imputati della caserma Levante hanno aggiunto la loro delirante autoesaltazione e il senso di impunità. "Faccio fatica a definire questi soggetti come carabinieri", ha detto un magistrato. "Il marcio della caserma non è il marcio di una città", scrive un sindacalista.
Ma c'è una mutazione antropologica del nostro vivere che contagia anche chi dovrebbe esserne immune: di scivolone in scivolone, di occhi che si chiudono con troppa facilità e di etica che traballa, si finisce alla bancarotta. "Se lo stato viene tradito bisogna essere inflessibili", ha dichiarato il capo della Procura, Grazia Pradella, manifestando fiducia nella lealtà dell'Arma.
E ieri sera il comando generale dei carabinieri ha azzerato la vecchia linea di comando. Piacenza non può essere ridotta a terreno di pratiche ignobili e vergognose, risponde ai lettori Visconti, che non accetta di vedere la sua città assimilata a un territorio fuorilegge. "Piacenza vuole liberarsi in fretta dalle piaghe del disonore per tornare a raccontare qualcosa di bello a sé stessa e al resto del mondo". Per fortuna, commenta lo scrittore Gabriele Dadati, "lo Stato esiste", e l'inchiesta della Procura dimostra che gli anticorpi ci sono. Dall'abisso si deve risalire. Per Piacenza è un'altra sfida, senza nascondere niente, in difesa dell'onestà.
di Peppino Ortoleva
Il Secolo XIX, 25 luglio 2020
Due vicende sono arrivate simultaneamente al centro delle cronache, quella del gruppo di carabinieri di Piacenza che (se le accuse saranno provate vere) oltre a intascare grosse cifre si sarebbero permessi violenze sistematiche e sadiche, quella delle guardie carcerarie di Torino e del loro comandante accusati anch'essi di pestaggi tanto più odiosi perché avevano come vittime persone particolarmente deboli.
Al di là della giusta deprecazione, e della speranza che reati così gravi siano puniti come meritano, queste due storie devono farci riflettere, perché è necessario non solo evitare che fatti del genere si ripetano, ma anche riconoscere e combattere le patologie più "ordinarie" e trascurate da cui nascono, i cui effetti non sempre sono così visibili ma possono essere comunque dannosissimi. Dopo che nei primi giorni ci si è concentrati soprattutto sul comportamento di alcuni carabinieri e guardie carcerarie, ora giustamente l'attenzione si sta spostando anche sui loro comandanti, su come sia stato possibile che "non si siano accorti di niente".
La risposta è semplice, non era possibile, anche il più sciocco o il più negligente dei capi (e sarebbero comunque molto gravi entrambe, la stupidità e la negligenza) non poteva non rendersi conto che qualcosa di abnorme accadeva nei reparti sottoposti alla sua direzione: per le denunce che come ora sappiamo arrivavano, per il fatto stesso che quei carabinieri ladri e picchiatori o quelle guardie carcerarie violente non facevano molto per nascondere il loro comportamento, al contrario spesso se ne vantavano esplicitamente.
Ci sono stati casi di complicità diretta, di comandanti che a quanto sembra non solo autorizzavano ma incitavano i comportamenti criminali. In altri casi si sono stabilite forme di "scambio", del tipo io chiudo un occhio ma voi fate più arresti. Questo, se sarà provato, è particolarmente odioso e anche pericoloso, perché un atteggiamento che valorizza e favorisce la pura e semplice quantità dei risultati finisce inevitabilmente con il colpire degli innocenti, o comunque persone contro le quali vi sono solo prove incerte.
Dovrebbe essere ovvio dirlo, ma l'investigatore migliore non è quello che fa più arresti, è quello che fa gli arresti motivati. E poi ci sono anche comandanti, forse la maggioranza, che si sono astenuti dall'intervenire "semplicemente" per non sollevare problemi che potevano avere conseguenze negative sulla loro carriera, o che sarebbero stati difficili da gestire.
C'è una forma di vigliaccheria di chi comanda, che consiste nell'evitare le proprie responsabilità e nel continuare a rimandare, sperando che i guai spariscano prima di emergere pubblicamente. È una viltà tipica di una mentalità burocratica, e molte organizzazioni tendono non a combatterla ma a premiarla. Su questo, i vertici dei carabinieri, delle guardie carcerarie e delle altre "forze dell'ordine" dovrebbero interrogarsi molto seriamente, come sembra voler fare (speriamo) il ministro dell'Interno.
Ma aldilà delle colpe dei comandanti, c'è un'altra domanda da porsi: che cosa spinge delle persone ad approfittare del potere (apparentemente piccolo) di cui dispongono per dare sfogo a un simile misto di avidità e malvagità? È possibile, certo, che qualcuno dei carabinieri di Piacenza o delle guardie carcerarie di Torino sia patologicamente sadico, e se così fosse ci dobbiamo chiedere: tra tutti gli strumenti che questi corpi usano per selezionare e controllare il loro personale non ce ne sono che aiutino a scartare gente del genere dal reclutamento nelle forze dell'ordine?
Ma per spiegare quello che è successo, comunque, non bastano le eventuali patologie dei singoli: erano interi gruppi a picchiare, a spartirsi soldi e droga, a vantarsi. Riflettendo oltre un secolo fa sulle folle che partecipavano ai linciaggi, lo scrittore Mark Twain diceva che pochi prendevano l'iniziativa, ma tanti erano spinti da "quella debolezza che è di tutte la più diffusa, l'avversione a farsi notare, criticare, indicare a dito, il desiderio di non essere messi ai margini".
È un'analisi ancora attuale, che indica un'altra forma di viltà: quella di chi non vuole essere escluso dal gruppo e si comporta come i più sadici per ottenerne l'approvazione, magari per condividerne il "piacere". C'è poi un altro aspetto. Sedici anni fa ad Abu Ghraib, in Iraq, un gruppo di soldati americani si rese orrendamente celebre per le fotografie da loro stessi scattate in cui esibivano le torture sui prigionieri. C'era qualcosa di dichiaratamente pornografico in quelle immagini, nelle quali uomini nudi venivano assaliti da cani o obbligati a comportamenti contrari alla loro religione. Erano fotografie create per essere messe in circolazione, nella logica voyeuristica della comunicazione in rete.
Nelle recenti vicende italiane possiamo vedere all'opera un'altra forma di esibizionismo, fatta non di immagini ma di vanterie al telefono. Ad alcuni di questi carabinieri e guardie carcerarie non basta l'impunità, non basta nascondersi nel branco: sentono di dovere ostentare il loro potere, di dovere entrare nei particolari, proprio come fa la pornografia. Così, le perversioni sadiche e l'esibizionismo si intrecciano e si sostengono tra loro.
E magari si sentono autorizzati e incoraggiati da una retorica "contro il buonismo" che ha avuto in questi anni troppi appoggi anche politici. Ma non è "buonismo" rispettare i prigionieri, anche quelli accusati di gravi reati. È una colpa non rispettarli. Se qualcuno si sente "più uomo" facendo male a chi è debole dovremmo tutti ricordarci che non c'è peggior codardo di chi approfitta così del proprio potere e della propria impunità.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 25 luglio 2020
"Pensano solo a fare tanti arresti", questa una delle spiegazioni che il carabiniere della Caserma Levante di Piacenza non coinvolto dava al padre dell'inusuale modus operandi dei colleghi. Non conta il perché del fermo, l'importante è la quantità. E niente offre più pretesti per fermare qualcuno che la cosiddetta "lotta alla droga", meglio se "leggera", e ancora meglio se questo qualcuno non è italiano: più facilmente intimidibile, più facilmente ricattabile e quindi più facilmente piegabile a disegni criminosi.
Quando le forze dell'ordine sono sospettate di violazioni di legge subito s'alza la difesa nazional-popolare del "si tratta di poche mele marce". Purtroppo l'Italia non è immune da efferate brutalità da parte dei tutori della legge. Salvo casi straordinari ed eclatanti, come al G8 di Genova del 2001, nella stragrande maggioranza dei casi violenze e prepotenze sono giustificate dalla lotta allo spaccio, ancor più che quella al narcotraffico internazionale. Mentre non si ha notizia di boss mafiosi deceduti in caserma, atti di forza e violenze estreme contro individui deboli, spesso estranei ai gravi delitti loro contestati, ce ne son state fin troppe per un paese che si riempie la bocca di "legalità" a ogni piè sospinto. Il proibizionismo crea crimine, criminali e, col passare del tempo, ha corrotto chi lo deve imporre con la forza.
Se questi carabinieri in poco tempo sono riusciti ad accumulare ingenti ricchezze personali, potere di ricatto, anche nei confronti dei propri superiori, e controllo del territorio manu militari è stato perché da 30 anni si continuano a investire risorse umane e finanziarie - e propagandistiche - nella cosiddetta "lotta alla droga". Poteri che a Piacenza nei mesi del lockdown sono diventati molto più che "pieni".
Prepotenze, minacce e violenze - addirittura torture! - che segnalano un preoccupante tasso di corruzione, falsi ideologici, estorsioni, connivenze e omertà che hanno portato la Procura di Piacenza ad affidare alla Guardia di Finanza l'indagine "Odysseus" perché i magistrati non si fidavano dell'Arma. Se dovessimo star dietro all'indignazione istituzionale, questa sfiducia, unita al fatto che l'intera caserma è stata messa sotto sequestro, basterebbero a pretendere una commissione d'inchiesta parlamentare sulla qualità dell'operato delle forze dell'ordine. Per il momento neanche un tweet.
Il Libro Bianco sulle Droghe, pubblicato a giugno da decine di associazioni della società civile, denuncia come dal 1990 oltre 1,2 milioni di persone siano state segnalate ai Prefetti, ancor di più quelle fermate e centinaia di migliaia son stati gli arresti che hanno riempito all'inverosimile le patrie galere in virtù di una "lotta alla droga" che non ha diminuito d'un grammo la presenza delle sostanze proibite in Italia o nel mondo. Di fronte a questo "scandalo" senza precedenti il Viminale tace. Solo qualche mese fa la Ministra Lamorgese, in linea coi suoi predecessori, prometteva il pugno duro contro il piccolo spaccio perché rende insicure le città e travia i giovani. Nuove opportunità per colpire duramente i "pesci piccoli".
Le mele marce, anzi putride, di Piacenza sono il prodotto di leggi che per tutelare l'ordine e la salute pubblica hanno affidato al diritto penale la gestione di comportamenti individuali che nella stragrande maggioranza dei casi non provocano vittime. Con poche e chiare regole di libertà, non solo si eviterebbe l'entrata nel circuito penale di centinaia di migliaia di persone ma si toglierebbe un potere incontrollato a chi impone l'ordine senza disciplina.
di Massimo Carlotto
Il Manifesto, 25 luglio 2020
Alla Levante non solo si sono pericolosamente intrecciati e stratificati interessi di vario tipo ma l'impunità, che qualcuno forse aveva garantito, ha determinato nuove forme di comportamenti illegali. Una sorta di salto di qualità che finora non avevamo conosciuto.
In questi giorni la vicenda della caserma Levante di Piacenza viene continuamente paragonata a romanzi o a serie televisive. L'aggettivo che si spreca a sproposito è "incredibile" quando il fenomeno delle bande all'interno delle forze dell'ordine è endemico a livello internazionale e viene raccontato da almeno una ventina di anni.
Anche in Italia, paese privo ormai di memoria, sono stati già inquisiti e puniti episodi altrettanto gravi che non hanno riguardato solo l'Arma dei carabinieri. Si tratta di storie che ovunque si basano sempre sugli stessi elementi: un gruppo di agenti, guidati da un capo carismatico, si distingue per i risultati alla lotta al traffico di stupefacenti e i diretti superiori, ossessionati dalla carriera, non si pongono il problema dei metodi con cui vengono ottenuti.
Ma una banda si comporta come tale e violenza, ricatto e corruzione sono gli strumenti fondamentali per arrivare a effettuare la giusta quantità di arresti e confische da esibire nelle conferenze stampa. E data la quantità impressionante di denaro che circola negli ambienti dello spaccio, agli agenti che rischiano la vita ogni santo giorno sembra giusto intascarne una parte, magari come fondo pensione.
Alla fine però arriva sempre il personaggio incorruttibile che ristabilisce la legalità ed espelle le mele marce dal corpo, giusto per ribadire che il crimine non paga e che lo Stato di diritto trionfa sempre.
Quanto accaduto alla Levante sta già stuzzicando l'interesse di romanzieri e sceneggiatori sempre a caccia di intrecci tra realtà e finzione, ma al momento la vicenda presenta buchi narrativi che anche la più sfrenata delle fantasie avrebbe difficoltà a colmare.
Piacenza non è una metropoli ma una bella e civile città di provincia dove lo spaccio è sempre stato circoscritto e controllato dalle forze dell'ordine. La prima stranezza riguarda gli informatori della Questura e della Guardia di Finanza che non hanno mai riferito nulla su questa banda di carabinieri che agiva alla luce del sole da oltre tre anni.
Eppure l'obiettivo dichiarato era quello del controllo del mercato locale, perseguito tra torture, vessazioni di ogni tipo, arresti pilotati e appoggiando alcuni spacciatori italiani con cui si facevano fotografare sventolando banconote. E qui la faccenda diventa ancora più inquietante perché non si capisce quali interessi criminali rappresentassero questi signori.
A questo punto l'ombra di una "benedizione", diretta o mediata, delle cosche ammorba l'intera vicenda perché è evidente che, nella geografia del traffico di stupefacenti, questa gestione della piazza piacentina a qualcuno di "grosso" doveva far comodo, altrimenti i carabinieri della Levante sarebbero stati neutralizzati ben prima. Le 'ndrine, ben radicate nel territorio, non avrebbero mai rinunciato ai propri guadagni.
Invece nel 2018, anche sulla base di arresti fasulli, la caserma riceve un encomio solenne. Difficile da digerire oggi, alla luce delle torture e dei festini a base di escort che si consumavano all'interno. Per decenza è stata abbandonata la linea del "nessuno sapeva" in nome di "chiacchiere che circolavano da tempo", ma la vera domanda è perché si è permesso che la banda agisse per un tempo così lungo. Domanda che non riguarda solo l'Arma, ovviamente.
Fino a questo momento però è una storia già raccontata, letta e vista sia nella realtà che nella finzione. Anche i personaggi ricalcano cliché: l'appuntato leader del gruppo, la sua fidanzata, i gregari, lo spirito di corpo deviato. La villa con piscina, lo champagne, l'ostentazione sfacciata di un tenore di vita incompatibile con lo stipendio di un servitore dello Stato. La pratica disinvolta della violenza.
La vera novità di questa storia è la meno presente nella narrazione mediatica e cioè che la banda trattava delinquenti e onesti allo stesso modo. L'episodio del concessionario costretto a vendere al capo una macchina di lusso a basso prezzo perché picchiato a sangue e minacciato con le pistole deve far riflettere.
Perfino lo spacciatore che accompagna l'appuntato si stupisce e in un'intercettazione afferma che sembrava una scena di Gomorra. Durante il lockdown mentre Piacenza lottava contro il virus e contava le vittime, la banda accompagnava gli spacciatori a rifornirsi a Milano e organizzava feste. Una vicina chiama il centralino dell'Arma per protestare e non solo non viene ascoltata ma segnalata al padrone di casa. Alla Levante non solo si sono pericolosamente intrecciati e stratificati interessi di vario tipo ma l'impunità, che qualcuno forse aveva garantito, ha determinato nuove forme di comportamenti illegali. Una sorta di salto di qualità che finora non avevamo conosciuto.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 25 luglio 2020
"La vita dei militari va controllata". Il procuratore generale De Paolis: un gruppo può infettare l'intera caserma. "Bisogna controllare quello che avviene nelle caserme, ma monitorare anche il tenore di vita dei carabinieri. Verificare quello che postano sui loro profili social. E proteggere chi decide di denunciare". Il procuratore generale militare Marco De Paolis ha seguito molte inchieste che coinvolgono ufficiali e sottufficiali dell'Arma. Conosce il meccanismo, sa bene quello che accade prima che si arrivi a scoprire casi come quello della stazione Levante di Piacenza.
A rileggere le ultime inchieste emerge un sistema di impunità...
"Non è un sistema, chi lo dice vuole danneggiare l'istituzione. Ma commette un errore grave chi parla di mele marce".
E allora cos'è?
"Sono gruppi di delinquenti che fuori controllo diventano un vero e proprio focolaio capace di infettare l'intera caserma. Per questo dico che bisogna controllare e isolare. L'Arma è un pilastro dello Stato, deve essere protetta".
Come?
"Dobbiamo ripartire dalla formazione e dall'etica. I principi fondanti sono la lealtà, l'onestà e la fiducia. Basti pensare che per i militari la codardia è un reato. Al momento la segnalazione di illeciti compiuti da altri militari viene ritenuta contraria all'etica, anche perché si danneggia l'immagine del reparto. Dunque bisogna tutelare chi decide di denunciare".
I funzionari dello Stato hanno già l'obbligo di denuncia...
"Però in questi casi temono le ritorsioni. Le procure militari sono piene di anonimi che poi spesso si rivelano fondati. È arrivato il momento di prevedere, almeno per un certo periodo di tempo, il whistle-blowing anche per le forze dell'ordine, garantendo loro la protezione se decidono di denunciare casi di corruzione altri reati. Bisogna tutelare le persone che segnalano le disfunzioni altrimenti le perdiamo".
Lei ha gestito l'inchiesta sullo stupro delle due studentesse americane a Firenze e le violenze compiute nella stazione di Massa Carrara. E poi decine di indagini meno eclatanti, ma ugualmente gravi. Non crede che il filo comune sia proprio lo spirito di corpo che si traduce nel senso di impunità?
"Di per sé lo spirito di corpo è un valore. Se lo si abusa può diventare un illecito strumento di impunità, poiché può indurre taluno a non denunciare eventuali illeciti per evitare di danneggiare l'immagine del corpo. E ciò può far nascere la convinzione di non essere "traditi" dai colleghi finendo per costringerli ad un imbarazzante silenzio. E non dimentichiamo che molti carabinieri provengono dalle forze armate. Questo non sempre è positivo perché spesso non ricevono la tradizionale formazione delle forze di polizia, né dal punto di vista investigativo né da quello dell'etica di corpo".
Come si possono rendere efficaci i controlli?
"Verificando la vita privata, chiedendo conto a chi conduce una vita al di sopra delle proprie possibilità. Anche a livello apicale deve cambiare la mentalità, ridimensionando il carrierismo fine a sé stesso".
Sta parlando degli encomi legati al numero di arresti effettuati?
"Certo, penso anche a quello. L'arresto non vale nulla se non viene convalidato. Cambiare questo modo di calcolare la produttività sarebbe fondamentale. Capisco che bisogna tutelare l'immagine dell'Arma, ma il risultato non si ottiene se non facciamo pulizia all'interno".
Si riferisce ai procedimenti disciplinari?
"Penso soprattutto alla mentalità. Attualmente un comandante bravo è quello che non ha problemi. In realtà in questo modo può accadere che li nasconda, che non li faccia emergere. Bisognerebbe far passare il messaggio che il vero comandante è quello che risolve il problema non quello che non lo fa apparire ignorandolo o non denunciandolo".
Dopo il clamore delle indagini si torna rapidamente alla normalità. Non crede che questo faccia aumentare il senso di impunità?
"A volte accade, mi sembra che molti non abbiano la percezione di rappresentare lo Stato. Per questo ritengo necessaria una maggior condivisione tra la magistratura ordinaria e quella militare. Una condanna per reati come la violata consegna e l'omesso controllo sui doveri del comandante può demolire una carriera. Da parte dei carabinieri sarebbe necessaria una maggiore riflessione su questi profili".
Crede che i gravissimi fatti della caserma Levante possano convincere i vertici dell'Arma a voltare davvero pagina?
"Non farlo sarebbe un errore gravissimo. Un colpo letale per l'istituzione".
tgverona.it, 25 luglio 2020
Parte il percorso di reinserimento socio-lavorativo intrapreso da detenuti di Montorio, a seguito dell'accordo stipulato il 15 novembre scorso tra il Comando delle Forze Operative Terrestri di Supporto, la Direzione della Casa Circondariale di Verona, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia e il Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale. Le opportunità lavorative messe a disposizione dei detenuti della Casa Circondariale di Verona, riguardano lo svolgimento di lavori a titolo volontario e gratuito, nonché altre prestazioni di lavoro di pubblica utilità.
Dopo la grave emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese, si è potuto rendere operativa la convenzione che consente di avviare un percorso di stretta collaborazione tra le Istituzioni coinvolte e i Rappresentanti degli Organismi Statali, definendo nuovi ambiti per ampliare e consolidare le possibilità formative e di crescita dei detenuti. Una convenzione unica nel suo genere che rafforza il già solido legame tra istituzioni e cittadini e accresce l'impegno dell'Esercito in simili iniziative benefiche di altissimo spessore sociale, offrendo la possibilità a chi ha sbagliato di riscattarsi nella vita e nella società attraverso il lavoro.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 luglio 2020
La Corte di cassazione accoglie il ricorso presentato da Salvatore Madonia. Non si può negare il diritto all'informazione anche per i reclusi al 41bis senza verificare prima le testate, anche se non rientrano nella lista della circolare del 2017 dove si sono uniformate le regole del regime speciale.
È accaduto che il carcere di Sassari ha negato a Salvatore Madonia, recluso al 41bis, di poter leggere i quotidiani Per questo ha fatto reclamo al magistrato di sorveglianza che però l'ha respinto. A quel punto, Madonia, tramite il suo avvocato Valerio Vianello Accorretti, ha fatto ricorso alla Cassazione che l'ha accolto annullando l'ordinanza e rinviando gli atti al magistrato di sorveglianza di Sassari per un nuovo giudizio.
Secondo la corte suprema, il provvedimento impugnato è fondato perché si basa su due argomentazioni fondamentali. La prima riguarda il fatto che il magistrato di sorveglianza di Sassari abbia correttamente qualificato come "generico", ai sensi dell'art. 35 dell'Ordinamento penitenziario, il reclamo proposto da Madonia avverso il diniego opposto dalla Direzione del carcere in ordine alla ricezione gratuita di due quotidiani nazionali.
La seconda concerne l'affermazione del Tribunale di sorveglianza secondo cui avverso la relativa decisione non sarebbe previsto alcun "rimedio"; ciò che, in tesi, avrebbe giustificato la decisione di "non luogo a deliberare" avverso il successivo reclamo al Collegio.
Tuttavia, sempre secondo la Cassazione, entrambi tali assunti sono errati. Sotto un primo profilo, la Corte Suprema condivide il rilievo difensivo secondo cui il reclamo proposto dal detenuto avrebbe dovuto essere ricondotto nell'ambito dell'art. 35bis dell'ordinamento penitenziario. Ovvero c'è l'obbligo di verificare, a causa del divieto di leggere i giornali, un pregiudizio concreto ed attuale sofferto dal detenuto Madonia, conseguenza di un comportamento dell'Amministrazione penitenziaria lesivo di una sua posizione di diritto soggettivo, che, pur in difetto di un espresso riconoscimento di legge, ben può consistere nella proiezione di un diritto intangibile della persona. In questa prospettiva, secondo la Cassazione, il magistrato di sorveglianza è chiamato, a fronte del reclamo proposto dal detenuto, a procedere alla corretta qualificazione dello strumento giuridico azionato, verificando, preliminarmente, se sia configurabile tale comportamento lesivo nei confronti di Madonia.
Una volta qualificato il reclamo come presentato ai sensi dell'art. 35bis Ord. pen., "il magistrato di sorveglianza - scrive la Cassazione - avrebbe dovuto verificare, al fine di scrutinare la fondatezza o meno della doglianza, se i due quotidiani, il Manifesto e Avvenire, ancorché non indicati nell'apposito elenco di cui al modello 72, concernente i quotidiani nazionali acquistabili al cd. sopravvitto in basse all'art. 19 della circolare n. 3676/6126 del 2/10/2017 del Dap, potessero essere agli stessi assimilabili in ragione della loro qualità di quotidiani aventi tiratura nazionale e con una "significativa tradizione editoriale"; nonché, se la Direzione del primo quotidiano avesse realmente previsto un fondo per l'acquisto di abbonamenti da parte di soggetti detenuti e se il responsabile della Direzione vendite del quotidiano Avvenire si fosse reso effettivamente disponibile a riattivare la distribuzione gratuita del quotidiano".
Sì, perché - come detto - il boss Madonia ha chiesto alla direzione del carcere di Sassari di poter sottoscrivere, a titolo gratuito, l'abbonamento del quotidiano il Manifesto e di poter avere una copia gratuita del quotidiano Avvenire.
Ora il magistrato di sorveglianza dovrà nuovamente rivalutare il reclamo, motivandolo come ordinato dalla cassazione. Quest'ultima ha comunque evocato le passate sentenze della corte costituzionale, le quali sottolineano che "il diritto a ricevere pubblicazioni della stampa periodica costituisce declinazione del più generale diritto ad essere informati, a sua volta riconducibile alla libertà di manifestazione del pensiero, di cui costituisce una sorta di precondizione, sicché esso trova una diretta copertura costituzionale negli articoli 2 e 21 della Costituzione".
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